sabato 18 maggio 2024

La destra postmissina tra vittimismo e rancore

I tasti sui quali insistono gli avversari politici della destra postmissina sono tanti da superare quelli di un pianoforte. Soffermiamoci su due in particolare, sui quali battono i vari Travaglio, Scanzi, Giannini, Montinari, Formigli, Gruber, Floris, Saviano, Scurati, Bersani, Padellaro, quando non anche gli Augias e i Canfora. Ammettiamo in limine che se queste accuse sono fatte vuol dire che hanno un fondamento di verità. Ogni “si dice” un minimo di verità ce l’ha sempre. Esse sono l’una dipendente dall’altra. Immitis quia toleravi dicevano i latini. Vittimismo. Come si fa a negare che i missini sono stati sistematicamente esclusi per cinquant’anni, sdoganati solo agli inizi degli anni Novanta da Silvio Berlusconi, secondo la vulgata corrente? È una verità che brucia in chi si è reso responsabile, direttamente o indirettamente dell’apartheid in cui sono stati tenuti i missini per cinquant’anni. Quando gli esponenti del mondo antifascista e arcocostituzionale sono stati messi con le spalle al muro hanno dovuto ammettere che sì i missini, in quanto ritenuti fascisti, sono stati sempre esclusi. Non sono chiacchiere da bar. Marco Tarchi, da giovane missino della corrente rautiana e poi della Nuova Destra, da adulto scienziato della politica, ha scritto molto sull’argomento. E il politologo Piero Ignazi sull’argomento ha scritto “Il polo escluso” (1989). Analisi scientifiche, che si possono discutere ma non inficiare. Così molti altri politologi italiani e stranieri. La risposta del “regime” è sempre stata, quando non ha potuto negare, che la parte da dove venivano i missini era quella sbagliata. In tutto il cinquantennio di esclusione i missini sono stati derubati di ogni possibilità di carriera politica e professionale. Quando un giovane democristiano, comunista, socialista, liberale faceva il suo esordio in politica davanti a lui si aprivano ipotesi di carriere importanti, che andavano da consigliere comunale, a sindaco, a presidente della provincia o della regione e via in crescendo sempre più in alto. Al missino non si prospettava, nel migliore dei casi, che il seggio di consigliere, per non contare niente. Così gli intellettuali. Un conto era essere dell’arco costituzionale, un altro essere un missino, sopravvissuto in territorio nemico. I primi avevano a disposizione televisioni, giornali, case editrici, cattedre universitarie; i missini si dovevano accontentare delle briciole, quando cadevano dalla tavola dei ricchi epuloni partitocratici. Così in tutte le articolazioni del pubblico potere. In quegli anni gli esclusi si sono nutriti di rancore. Certe cose intender non le può chi non le prova, diceva il Poeta. Insperabilmente essi sono giunti al potere portati dal popolo e hanno potuto ricordare il centenario della Marcia su Roma (ottobre 1922) con la conquista di Palazzo Chigi (ottobre 2022). Chi se l’aspettava? Un adagio popolare dice che il diavolo non ha latte e vende siero. Il diavolo è la storia nelle sue espressioni umane. Quando meno te l’aspetti, ecco che arriva! Come hanno reagito e reagiscono gli sconfitti, che credevano di avere nella formula dell’antifascismo il loro abracadabra? Malissimo. Basta vedere la bile che trasuda dai loro volti quando vomitano improperi contro i considerati schiavi per nascita diventati padroni per elezione. E che cosa si aspettavano gli sconfitti, genuflessioni dai vincitori? Politicamente parlando è sbagliato conservare rancore in politica come in ogni altra circostanza della vita, ma umanamente è comprensibile, inevitabile. Semmai i postmissini non devono avere nessun rispetto reverenziale nei confronti di nessuno, non devono avvertire complessi di sorta nel dirsi eredi dei fascisti e dei missini, devono percorrere la loro strada cercando di dimostrare che in fondo erano persone normali costrette a stare per cinquant’anni nella fogna, dove oggi qualcuno vorrebbe riportarli. I postmissini al potere stanno dimostrando di saper fare quello che forse avevano incominciato a disperare di poter o di saper fare. Gli avversari li attaccano, li ingiuriano, cercano di ridicolizzarli, ma se ne devono fare una ragione. I postmissini devono andare diritti per la loro strada. Quel che devono evitare è di farsi accusare di malversazione, di corruzione, di attività nefaste per lo Stato e la Nazione. I mal-destri, cioè gli uomini di destra che dovessero intrallazzare, devono essere buttati fuori dai loro stessi, dai ben-destri, prima ancora che se ne occupi la magistratura. Solo chi non ha freni è portato a lasciar correre!

mercoledì 15 maggio 2024

Taurisano, l'avventura dei poveri cristiani

Taurisano, 15 maggio 2024. Qui il riferimento a Celestino V e a Ignazio Silone è puramente casuale. I poveri cristiani siamo noi, uomini, donne, vecchi, bambini, quando andiamo a piedi e cerchiamo di raggiungere Piazza Castello da Corso Vanini o da Corso Umberto I o di risalire verso Piazza Fontana. Vie strette e trafficate, con fondo stradale sconnesso, con auto parcheggiate che lasciano a quelle in transito appena appena lo spazio per passare. E i poveri cristiani? Cioè i pedoni? Rischiano di ricevere in faccia o sulla nuca un colpo di specchietto retrovisore dai giganteschi suv di passaggio o di lasciare qualche piede o qualche gamba sotto le loro ruote. Non c’è verso che si possa risolvere il problema. Si potrebbe impedire alle auto di parcheggiare e lasciare l’intera strada alle auto e ai pedoni in transito. Vorrebbe dire creare un centro, un’isola pedonale. Ma il problema non è affatto risolto. Nella stessa condizione di Corso Vanini e di Corso Umberto sono tutte le vie del paese, quale più quale meno. Ci sono punti critici, nelle vicinanze di esercizi commerciali, dove si formano ingorghi che per districarli passano decine e decine di minuti. Per i poveri cristiani non c’è pietà, non c’è soluzione. Qualche anno fa un’anziana signora, nei pressi di un supermercato, fu investita da un camion in retromarcia e uccisa. La soluzione, sia pure parziale, potrebbe essere l’abbandono delle auto per i piccoli tragitti urbani e fare ricorso alla bicicletta o a qualche mezzo meno ingombrante. È incredibile che in un paese di dodicimila abitanti nessuno usi più la bicicletta per muoversi, neppure una motorella, uno scooter tipo Ciao di una volta, un Vespino. Per strada ci sono automobilisti e pedoni, basta. Poi i soliti ragazzi, che coi loro rumorosissimi scooter sfrecciano senza rispetto di niente e di nessuno. È una questione di costume e di educazione. Siamo un paese di parvenus. Andare in bicicletta ci sembra una retrocessione a cinquanta-sessanta anni fa, quando non c’era altro mezzo per muoversi da un luogo ad un altro. Nei paesi più evoluti d’Europa ci sono masse di persone che usano la bicicletta, noi no; noi pensiamo di tornare poveri se usiamo un mezzo che si usava nel passato. Che fessi che siamo! La liberazione delle strade dalle auto renderebbe più sicuro il traffico, più pulita l’aria che respiriamo, offrirebbe opportunità di movimento fisico che è salute per il corpo. La ripresa di biciclette e motorette creerebbe posti di lavoro, per biciclettai e meccanici, che una volta riuscivano a vivere da cristiani ed oggi perfino meglio. Se poi le amministrazioni comunali dotassero le vie di marciapiedi sarebbe veramente il massimo. Si moltiplicherebbero i pedoni, che in sicurezza potrebbero andare in farmacia o al fornaio, al fruttivendolo o all’edicola, alla posta o in banca. Mi capita spesso di vedere per strada, anche lontano da dove abita, la figura minuta di un’anziana signora novantenne con la sua borsetta al braccio, che, parite-parite, raggiunge i suoi punti spesa, fa le sue compere e fa ritorno a casa. Il Signore volesse che nessuno mai la importunasse e che vivesse il tempo che merita chi è di buon esempio agli altri.

lunedì 13 maggio 2024

Pagine di storia locale: a Taurisano il '68 iniziò così

Taurisano, 13 maggio 2024. Il 10 maggio scorso è morto a Piedimonte, in provincia di Frosinone, dove viveva da molti anni con la famiglia, Stefanino Botrugno. Aveva 93 anni. Era figlio ta nunna Nina Farretta, che gestiva un’osteria in Piazza Fontana, dove adesso c’è un’oreficeria; ed era più giovane di Pino, il più noto dei fratelli. Aveva un negozio di elettrodomestici nei locali oggi dell’avv. Viva, all’epoca di Filippo Leuzzi, accanto, da una parte, aveva l’autofficina di Tonino Galati e dall’altra il laboratorio di falegnameria di maestro Ernesto Barba. Erano tutti missini. Tonino Galati e Stefanino Botrugno erano consiglieri comunali. Si era alla fine del 1967. Da qualche tempo si avvertiva a Taurisano una sorta di insofferenza politica per due importanti personaggi, che condizionavano la politica del paese: Napoleone Di Seclì, già sindaco dal 1947 al 1956, e Oreste Caroli, sindaco in carica, entrambi democristiani “arrivati”. Ci fu una crisi amministrativa. Una componente della Dc, guidata da Ugo Baglivo, si staccò dal resto del partito, in disaccordo su come sistemare la faccenda Cremonini, l’Agenzia del dazio. Se ne discuteva in ogni sezione di partito. C’era la possibilità che mettendosi tutti insieme (dissidenti democristiani, comunisti, socialisti e missini) facessero cadere l’Amministrazione Caroli. Nel Msi io ero stato segretario della Giovane Italia ed ero dirigente del Fuan leccese, organizzazioni studentesche parallele al Msi, ma avevo qualche influenza per via che a me toccava ogni compito di scrittura, lettere, manifesti ed altro. Io ero contrario e lo dissi. Per me la nuova giunta anticaroliana era una macedonia indigesta, stante l’incompatibilità di stare insieme di comunisti, socialisti e missini. Ma quelli, pur di buttar giù il Caroli, erano disposti a fare di tutto e di più. Fui accusato dal solito maestro Ernesto Barba di essere contrario per la mia amicizia con Mimmo Caroli, figlio dell’avv. Oreste. Maestro Ernesto era il dietrologo della compagnia, quello che sospettava sempre. Per lui non esistevano ragioni politiche, ma sempre motivi personali. Trovandomi a parlare con Stefanino Botrugno a tu per tu, gli esposi il mio punto di vista, che lui già conosceva. E quello candidamente mi rispose: il popolo ha eletto me e Tonino e vuol dire che quello che facciamo noi due è ben fatto. E noi abbiamo deciso di far parte dell’impresa. Bella “lezione” di realpolitik. Poi fecero finta di mettersi d’accordo, i dissidenti democristiani con gli altri del partito. Si fecero anche una bella mangiata in un ristorante di Leuca per la ritrovata concordia, ma in Consiglio comunale venne fuori, con rabbiosa sorpresa del Caroli e dei suoi, la maggioranza macedonia con sindaco Ugo Baglivo. Seguirono scene tragicomiche. La giunta Baglivo s’insediò il 30 gennaio del 1968 e durò fino alle elezioni del 1970.

sabato 11 maggio 2024

Colpevoli? No, sereni

C’è da trasecolare. Un cittadino perbene, rappresentante delle più alte istituzioni e di enti pubblici, viene dall’oggi al domani arrestato con accuse pesantissime, corroborate da intercettazioni inequivocabili, e come se ne esce? Sono sereno, confido nella magistratura. Come se a farlo arrestare non fosse stata la magistratura ma una banda di sequestratori. Ma come si fa? Se un tale è davvero innocente ma viene arrestato, come minimo si dispera, si macera dentro, invoca il Padreterno e tutti i santi del paradiso, minaccia di uccidersi, se gli riesce lo fa. Come può essere sereno? Non si chiede perché? Non cerca di fare un esame del suo passato per vedere se ha commesso qualcosa di illecito, magari non volendo? No, la prima cosa che dice è che lui è sereno. Ormai è un ritornello. Salvo poi ad avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande del giudice. Nel corso di Tangentopoli ci furono suicidi. Alcuni eccellenti. Non so se erano colpevoli o innocenti. Bruciava il fatto che se avevano preso soldi lo avevano fatto per il partito e si sentivano fottere che a pagare fossero soltanto loro, mentre altri, non meno colpevoli, continuavano ad essere insospettabili. Il cruccio di Craxi e compagni fu proprio quello. E il senso del suo storico discorso alla Camera sulla correità resta il testo più importante di tutta la vicenda di Tangentopoli. Alcuni si suicidarono perché avevano ancora il senso della vergogna. Io non dico che ogni arrestato per malversazione sia, ipso facto, colpevole, ma non capisco neppure perché si sente sereno. Forse perché ha saputo fare le “cose” così bene da sentirsi in una botte di ferro. Sa che non risulta da nessuna parte che è colpevole. Non ci sono prove. Come se dei ladri avessero rubato senza lasciare impronte digitali perché avevano indossato prima dei guanti di lattice. E i soldi che se li ritrovano sui loro conti come sono arrivati e perché? E che significa: mi devi dare una mano, c’è la campagna elettorale; dobbiamo ritrovarci per festeggiare l’avvenuto favore? Questi, a differenza dei mafiosi, che hanno tutto un loro modo di comunicare e hanno un lessico colorito, chiamano le cose col loro nome, non hanno la fantasia dei ladri del popolo. Ormai si rivendica perfino la tracotanza come forma di resistenza alla giustizia. A Genova come a Bari, in Piemonte come in Campania. Qui l’autonomia differenziata non attacca, qui sono tutti uguali come chiodi. A Genova, al netto di ogni speculazione politica, sono state arrestate figure pubbliche importanti. I loro amici di partito o di coalizione fanno il tifo per loro: tenete duro. Non si può dimettere ogni indagato. Così si ferma il Paese. C’è da non credere. Una posizione del genere significa che coi tempi della giustizia italiana gli arrestati possono fare sonni tranquilli. Chissà quando arriveranno le sentenze! Nel frattempo i “sereni” tornano a fare le cose che hanno sempre fatto; al limite saranno i loro stessi amici politici a farli fuori prima ancora delle sentenze. Il capo della Lega Salvini, che dirige un partito nato contro “Roma ladrona” e contro tutte le ruberie, oggi è contrario a che un indagato si dimetta. E che dire di Gasparri, che viene dal partito di Almirante, anche se trasbordato in Forza Italia, e che oggi è sulla linea di Salvini? Sono diventati tutti garantisti, impiccatori pentiti. Hanno dimenticato di aver agitato il cappio in Parlamento, di aver fatto grandinare monetine sulla testa di un Craxi incredulo e spaventato. E lasciamo stare quelli di Forza Italia, che si dicono garantisti da sempre: nascono dal Serenissimo. Il popolo, chiamato a breve a votare, è sconcertato, non sa più che fare, non sa più a chi rivolgersi, è tentato di non votare. Ma che risolve? Tanto gli eletti, o hanno avuto mille voti o diecimila, sempre eletti sono e continuano a comportarsi allo stesso modo. Si dovrebbe fare una rivoluzione. Ma non si può, non ci sono le condizioni, non c’è la volontà. Le rivoluzioni non si fanno, sorgono quando è il momento. Allora non resta che votare, insistere a votare sempre per le persone che in quel momento ti sembrano più credibili, anche se sai, per esperienze pregresse, che posti nelle condizioni di poter rubare anche questi rubano come tutti gli altri, come sempre. L’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fatto insieme agli omologhi Frank-Walter Steinmeier (Germania) e Alexander Van der Bellen (Austria), è importante. La democrazia è un sistema politico che si basa sul voto. Disattenderlo è darla vinta a tutti i “sereni”, siano o meno colpevoli.

sabato 4 maggio 2024

Giorgia Meloni oltre le votazioni

Per tutte le cose che sono accadute e che stanno accadendo – dico tutte, ma proprio tutte – il primo governo Meloni deve porsi una scadenza, che è dopo le elezioni, quali che saranno gli esiti, che comunque non potranno essere che di cambiamento dei rapporti di forza all’interno delle coalizioni. La candidatura di Vannacci nella Lega, che è parte fondativa e costitutiva del centrodestra, è uno sgarbo alla Meloni e un insulto a tutto il popolo del centrodestra. O davvero pensa Salvini di sottrarre voti alla sinistra col suo generalone? Se così è vuol dire che i mojiti ancora se li fa, ma di nascosto. Che cosa ha a che fare con la destra un generale dell’esercito, che con la divisa indosso si mette a sparare granate micidiali contro parti del popolo, sia pure minoritarie e culturalmente e politicamente discutibili? Nulla. Anzi è segno che quel generale, che si propone come un’icona, si comporta in maniera sleale e vorrei aggiungere illegale. E chi sa che il senso dell’onore e della lealtà tradizionalmente sta a destra non può non considerarsi offeso e irritato. Salvini, che lo ha voluto, mentre lui si nasconde, in funzione anti alleati, pagherà per questo tradimento. Mai, come in queste elezioni europee, il Paese ha dimostrato tanto cialtronismo. Vecchie erose cariatidi del vecchio establishment, che spiccano per decadenza anche fisica, si stanno presentando alle elezioni per un posto in Europa, dove, a parte la riscossione del lauto stipendio, non faranno un cazzo, quando cazzo ha il significato di nulla. Altri, una volta fieri del proprio nome e cognome, hanno scelto di proporsi con un nome fittizio preceduto da un “detto” che meglio sarebbe dire “cosiddetto”. Tanto per imitare Giorgia Meloni, che meglio avrebbe fatto a proporsi col suo nome e cognome anagrafico. Così abbiamo il “detto generale” per Vannacci, il “detto pavone” per Cecchi Paone, altra colonna portante del cenotafio nazionale degli illustri curiosi. E chissà quanti altri ancora si stanno presentando con “detto” davanti a ipocoristici, diminutivi e appositivi, nel trionfo dell’italica creatività. Altri ancora, i big che si sono candidati, sanno perfettamente che una volta eletti non andranno neppure un giorno a Strasburgo, perché incompatibili sono i tempi di lavoro delle varie assemblee. Tutto questo ed altro fanno vedere la classe politica sempre più staccarsi dai canoni di serietà e di impegno che una volta aveva o forse solo si ipotizzava, ma mai così scaduta come oggi. Ci sono delle straordinarie immagini che da sole dicono chiaramente che questa classe politica è fatta di sbandati, di perdigiorno. Basta vederli nel corso dei telegiornali: a gruppetti avvicinarsi a Montecitorio o a Palazzo Madama mentre danno l’impressione di essere usciti o stanno per entrare in qualche pizzeria. Neppure si preoccupano di apparire più presentabili, meno sciatti e vagabondi. Fateci caso. Dove vanno Lupi e il suo seguito? E quel Magi? Sempre allo stesso modo, sempre sulla stessa piazza, sempre le stesse persone e soprattutto sempre lo stesso bighellonaggio. A cui, a volte, dà un senso l’incontro dell’inviato di “Striscia la notizia”, con una bella presa per il culo finale. Ma intanto sono apparsi e questo conta. Poi c’è la questione seria del Ministro Santanchè. Le accuse, formalizzate e poste alla base del suo rinvio a giudizio, non possono più essere eluse, come se fossero ancora allo stadio di dicerie dei giornali dell’opposizione. Il governo deve liberarsi dei soggetti impresentabili e dannosi, ne va della sua salute, della sua durata, del consenso popolare, che nel nostro Paese ha dimostrato negli ultimi anni di cambiare come per la donna dice l’aria del Rigoletto. Questo non significa dare in pasto all’opposizione un ministro per tacitarla, ma dimostrare di sapersi difendere bene come dalle minacce esterne così da quelle interne. Se Giorgia Meloni vuole davvero durare fino alla scadenza naturale della legislatura deve comportarsi come fa un allenatore di calcio, che, nel corso della partita sostituisce chi in campo batte la fiacca, chi maltratta gli avversari e rischia di essere espulso, chi non risponde più alla tattica di gioco. Da quando è stato varato questo governo ha dovuto sostituire due sottosegretari (Montaruli e Sgarbi), e non è successo niente, anzi la gente ha apprezzato. Qualcuno, che non ha dimostrato di essere all’altezza, al netto delle vocianti opposizioni, può essere benissimo essere sostituito. Ne gioverà il governo, ma anche il Paese. Si ricordi, poi, la Meloni che molti governi incominciano a scricchiolare quando non funzionano i servizi pubblici. Quelli italiani sono allo stremo.

sabato 27 aprile 2024

Si torna al '68, si torna nelle fogne

C’era una volta un’Italia che celebrava e commemorava i suoi uomini e le sue date in maniera unitaria e orgogliosa. Era l’Italia del Regno, quando gli italiani si riconoscevano nella Marcia reale e insieme nell’Inno di Mameli e nella Leggenda del Piave. Quell’Italia è scomparsa il 2 giugno 1946, quando al Referendum istituzionale il popolo italiano scelse la Repubblica. È seguita un’altra Italia, divisa e rancorosa. Non poteva essere diversamente, uscendo da una guerra civile, lunga e cruenta, in cui il sangue dei vinti non valeva quello dei vincitori. E ancora oggi viene ribadito. Non si è trovato un solo giorno dell’anno per ricordare le migliaia di vittime fasciste nel corso di una guerra durata fino a tutti gli anni Quaranta, come diversi storici hanno raccontato sulla base di ricerche documentali. Per i vinti non c’è pietà: erano dalla parte sbagliata. E se avessero vinto loro – si dice – non avremmo avuto la libertà e la democrazia. Perciò, che restino ignorati, fino al giorno del giudizio. Ogni anno, in occasione del 25 aprile, si recita lo stesso copione. Quest’anno con un motivo nuovo, la guerra israelo-palestinese, l’odio antisemita. Le armate di sinistra dalle solite postazioni, università e centri sociali, già da tempo hanno scatenato la guerriglia. Devono fronteggiarle gli uomini delle forze dell’ordine. Le università sono presidiate dalle novelle guardie rosse. Non si può accedere se non si è di sinistra, una qualunque, non fa differenza. Alt a Capezzone, alt a Parenzo, alt a Molinari. E i tre anzidetti sono solo tre giornalisti. Ma chi è di destra o addirittura ebreo non ha diritto di parola. Va da sé che se degli studenti di destra volessero entrare nell’università anche con la forza perché è un loro diritto, allora si tornerebbe al sangue. Si sta scivolando agli anni Sessanta-Settanta del ‘900. Allora il nemico principale era un generico fascismo, tanto generico che comprendeva tutti quelli che non erano di sinistra. A destra, a livello giovanile, erano quattro gatti, che finirono per essere utilizzati come terroristi al servizio di oscure manovre politiche. Altri dovettero darsi alla macchia ovvero alla fogna, come con un po’ d’ironia pensò Marco Tarchi che fondò “La voce della fogna” e come oggi ripete Tomaso Montanari, il supercomunista rettore dell’Università per stranieri di Siena. “Fascisti, carogne, tornate nelle fogne”, era lo slogan, uno dei tanti, che i giovani di sinistra urlavano contro i giovani di destra, per lo più nascosti, per l’impari confronto. Giovani pronti a uccidere o a farsi uccidere, come capitò a tanti, dell’una e dell’altra parte. Pensavamo di esserci allontanati da quelle atmosfere cupe e invece due eventi, clamorosi e destabilizzanti, sono arrivati, quasi a sorpresa. La vittoria nel 2022, a cento anni dalla presa del potere di Benito Mussolini, di Giorgia Meloni; e la guerra israelo-palestinese. Il primo evento era nell’ordine delle cose, ma non per questo meno traumatizzante. Un partito per vari motivi è cresciuto al punto da essere leader di una coalizione e vincere democraticamente le elezioni. Il secondo era meno scontato. Terroristi palestinesi in preda al delirio ideologico, arricchito da droghe meno riconducibili ad Allah, hanno compiuto una strage di israeliani senza precedenti, uomini, donne, bambini, anziani, macellati nel corso di una notte di ottobre 2023. I nostri giovani di sinistra – ma lo stesso si comportano in tutto il mondo – sono scatenati contro gli israeliani solo perché hanno risposto alla violenza con altra e ben più motivata violenza. Non hanno difficoltà a dire che l’attacco palestinese ad Israele era giusto e che invece la risposta di Israele è un genocidio insopportabile. Non vogliono neppure che ci siano due popoli due stati, come ripete in litania papa Francesco, quasi immemore che questa soluzione, prevista con risoluzione dell’Onu nel 1948, è fallita e ben quattro guerre Israele ha dovuto combattere per ritrovarsi sempre punto e daccapo. A sinistra hanno sempre la soluzione pronta. Vogliamo la pace e se questa passa dalla cessione di territori, come nel caso dell’Ucraina aggredita dalla Russia, si facciano tutte le cessioni necessarie. In fondo c’è la resa come ultima opzione risolutrice. Come si può, di fronte a posizioni simili, pensare di poter celebrare il 25 aprile tutti d’amore e d’accordo? Se pure non ci fossero i soliti motivi che tengono gli uni contro gli altri quelli di destra e quelli di sinistra, ci sono sempre dei pretesti per questi arruolati senza scadenza per tenere il Paese in uno stato di perenne disordine, a cui le donne che si pensava fossero generatrici di pace, danno un tocco di ordinaria isteria.

sabato 20 aprile 2024

Meloni rifiuti il prezzo dell'onore

Nel corso della mia lunga carriera giornalistica, accompagnata sempre dall’etica scolastica di docente, che mi rende diverso dai giornalisti-giornalisti, sono stato querelato più di una volta come direttore di un periodico locale per diffamazione a mezzo stampa. In tanti anni di esercizio, ben 39, può capitare. Il più delle volte la denuncia era speciosa. Il querelante, che era sempre il partito comunista, per decisione dei suoi dirigenti locali, non era per niente convinto, ma si costituiva parte civile lo stesso. Salvo poi a proporre la remissione di querela davanti al giudice. Accettare voleva dire comunque pagare l’avvocato e le spese processuali, che in lire potevano raggiungere il milione. Perché un simile incomprensibile atteggiamento? Per la semplice ragione che lo scopo dei querelanti era di infliggere al giornale un danno economico, che voleva dire la crisi del giornale e la chiusura. Si dirà, ma che c’entrano simili piccolezze a fronte di una querela, per esempio, della leader di un partito e poi premier nei confronti di un mostro sacro della cultura? Si parva licet… Veniamo al dunque. Giorgia Meloni, quando ancora non era premier, fu definita dal professor Luciano Canfora “neonazista nell’animo”, “poveretta”, “pericolosissima” e “mentecatta”. Qui non c’è niente da dimostrare, né da interpretare. Si tratta di ingiurie, violente, categoriche, giunte alla destinataria come mazzate. Diffamanti? Non lo ha creduto gran parte degli italiani che l’ha voluta Presidente del Consiglio dei Ministri. Alla faccia di Canfora. Meloni non è accusata di aver compiuto qualcosa di disdicevole che lei non ha compiuto, allora sì che ci sarebbe stata diffamazione, è stata solo ingiuriata da un avversario politico, benché di lusso. Buon senso vuole che ognuno si astenga dal suggerire alla Meloni le parole giuste, posto che ne abbia bisogno, per saldare il conto con Canfora sullo stesso piano, occhio per occhio, dente per dente. Che si può fare, allora, di fronte a simili offese? Penalmente, mettere in carcere un vecchio ultraottantenne? Non lo vuole la legge e non lo vuole neppure la Meloni. Civilmente, fargli sborsare 20mila euro? Tanto vale in Italia l’onore del capo del governo in carica? La questione potrebbe essere risolta nel più banale dei modi: Canfora si rende conto di aver sbagliato, chiede scusa e dichiara solennemente che non pensa affatto che la Meloni sia quella da lui sconsideratamente definita; Meloni, da parte sua, ritira la querela e alla fine un bel selfie e applausi da tutti e per tutti. Ma Canfora probabilmente non ci sta, forte del suo rango culturale e di tutta la claque che gli sta attorno, fatta di comunisti mai pentiti ma non più gradassi e spocchiosi. I comunisti vanno capiti. Hanno goduto in Italia di importanti privilegi, tenuti in gran considerazione, grazie al fatto che avevano sconfitto il fascismo e il nazismo. Erano quasi lì lì per mettere le mani sul potere quando sono precipitati giù come il disgraziato Sisifo. Di qui la rabbia che acceca perfino persone di elevato rango culturale come Canfora. Purtroppo c’è poco altro da fare, per non dire che da fare non c’è un bel niente. Questo, come tanti altri similari episodi, ricorda un raccontino del filosofo greco del II sec. d. Cristo Luciano di Samosata. Toh, ha lo stesso nome di Canfora. Narra il filosofo che Menippo di Gadara muore e si presenta davanti al guardiano del regno dei morti. Come di prassi questi gli chiede la monetina per farlo passare dall’altra parte, ma quello non ce l’ha. E, allora, gli risponde agitato il guardiano, senza monetina non ti faccio passare. Ah no? gli replica quello. E allora, benché morto, resto da questa parte coi vivi. Quale il senso di questa storiella? Che ci sono situazioni che la legge stessa impedisce di risolvere. Luciano Canfora-Menippo si rifiuta di pentirsi, tanto non gli si può far nulla. E alla Meloni non resta che lasciar perdere con tutte le ingiurie ricevute. Ma su Luciano Canfora, onorato e colto cittadino, non è finita. Resta da chiedersi perché un paese come l’Italia, che ha tanta bella gente come lui, ha poi una Presidente del Consiglio come Giorgia Meloni. La quale, per fortuna, è ben lontana dall’essere come i Canfora e gli a lui assimilabili la considerano. Se fosse quel democratico che dice di essere, Canfora dovrebbe avere più rispetto per la volontà del popolo espressa come la legge ha voluto. Socrate per coerenza e rispetto della legge preferì bere la cicuta. A Canfora non si chiede di bere neppure un po’ di rosolio se gli resta sullo stomaco, ma di ammettere che certe cose non si dicono, non solo e non tanto perché non sono vere, ma principalmente perché offensive di un intero paese.