sabato 23 marzo 2024
Ci stiamo sottomettendo
A Pioltello, nell’hinterland milanese, un istituto scolastico inferiore ha deciso di chiudere la scuola per un giorno per festeggiare la fine del Ramadan (digiuno) secondo tradizione islamica. La ragione è che in quell’istituto la popolazione scolastica è divisa quasi fifty-fifty tra islamici e cristiani. Il ministro Matteo Salvini, leader della Lega, ha fatto l’ennesimo tweet indignato e ha rimediato gli ennesimi insulti. Il ragionamento che vien fatto è di una semplicità elementare: gli islamici nel corso dell’anno osservano tante tradizioni cristiane: Natale, Pasqua e feste comandate; è giusto che i cristiani almeno una volta all’anno osservino quelle islamiche. Che siamo in Italia e non in un paese arabo è un dettaglio di nessun conto. Gli islamici hic sunt et hic manebunt optime.
Lo dico senza ironia o doppio senso: che sia giusto non so, che così è ormai è fuori discussione. C’è una slavina ideologica che vien giù e volerla fermare con le mani, come fa Salvini, è ridicolo oltre che pericoloso. Dico slavina perché se Salvini si guarda intorno non vede che gente indifferente, che anzi ritiene normale se non auspicabile che il Paese vada verso una direzione multiculturale, multietnica, multitutto. E poco o pochissimo conta che anche un Giovanni Sartori, politologo illustre, era contrario alle multicose. I grandi cambiamenti iniziano sempre così. All’inizio si dice: ma cosa vuoi che sia qualche islamico in Italia! A te personalmente che fastidio o danno ti fa se due maschi o due femmine, coppie di fatto, adottino un bambino? E così via con altre aperture o licenze, permessi e tolleranze, a volte contrarie alla legge.
Ma, siccome il cervello è fatto per pensare, a volte bene a volte male, sono sempre punti di vista, mi chiedo se per caso di qui a qualche anno, sempre per il principio che ognuno ha diritto al rispetto delle proprie tradizioni, lo stesso non accada per tante altre tradizioni islamiche, compresa la bigamia, compresi i matrimoni combinati e tante altre abitudini che non solo sono diverse dalle nostre ma con le nostre confliggono. Allora si dovranno fare due costituzioni, una per gli italiani e l’altra per gli stranieri. Perché qui, in Italia, non è consentito avere due mogli, massimo qualche amante, mentre per gli islamici è a disposizione l’harem se se lo possono permettere.
A Monfalcone, provincia di Gorizia, a due passi dal confine con la Slovenia, si ha l’impressione andando in giro di trovarsi a La Mecca, tanti sono gli arabi, regolarmente vestiti all’araba, che s’incontrano per strada, in piazza o nei locali pubblici. Già qualche italiano incomincia a vivere un po’ di disagio vestito alla europea. Ci sono luoghi di grande aggregazione, come piazze e stazioni ferroviarie, che sono talmente piene di gente di colore (termine lessicalmente modificato) che tu pensi, come primo impatto di essere in Africa, come successe a me qualche anno fa uscendo dalla stazione di Brescia per andare a fare il commissario alla maturità in una scuola di colà. Lo spettacolo è indecoroso: persone di colore sdraiate sotto gli alberi, altre sui muretti, altre affaccendate in non si sa quali confabulazioni. Nel bel paese, famoso nella storia e nel mondo, per il gusto estetico e le opere d’arte, passano come situazioni normali scene che deturpano, a prescindere da ogni altra considerazione, il paesaggio urbano.
Il processo di deidentificazione non si ferma per ora, non è neppure contrastato, anzi. Chi accenna a qualche flebile lamento è tacciato di razzismo, di fascismo e di non so quanti altri reati d’opinione. Si va verso un paese completamente diverso, che diverrà, se già non lo è, estraneo alla nostra storia, alla nostra civiltà. C’è voluto del tempo, tante tragedie nazionali, tante resistenze, ma alla fine siamo sulla strada giusta, in direttiva d’arrivo.
Non è solo l’Italia in gioco, evidentemente, ma l’intera Europa occidentale. L’Europa laica, da anni ormai soggiogata alla cultura francese, che rifiuta le radici cristiane, sta facendo tabula rasa delle peculiarità nazionali, della bellezza delle sue contrade, sta svendendo il suo immenso patrimonio di civiltà alle economie globalizzanti e in cambio di merci e di soldi punta a fare un solo mondo. Ci dobbiamo tenere tutti gli stranieri nei nostri paesi, quanti ne arrivano arrivano, per gli interessi che abbiamo noi europei nei paesi della loro provenienza.
Ora, quando si è davanti a fenomeni del genere, si può anche essere per il quieto vivere. E mo’, le cose vanno così, pazienza! Eh no. La storia dice, non insegna, perché non insegna un bel nulla, che tutti i fenomeni degenerativi, prima o poi, esplodono nel disastro.
sabato 16 marzo 2024
Comunisti? Punto e daccapo!
Un indizio è un indizio, diceva Agatha Christie, due indizi sono due indizi, tre indizi sono una prova. A distanza di oltre mezzo secolo gli studenti di sinistra, chiamiamoli così, pur sapendo che non tutti sono studenti, hanno occupato le università. Entra e parla chi vogliono loro, gli altri se ne vanno con la coda fra le gambe per evitare il ritorno alle spranghe di ferro e alle chiavi inglesi. Ma se continuiamo di questo passo si arriverà anche questa volta agli scontri violenti. E allora la colpa sarà come sempre dei fascisti, tanto più che oggi sono al governo.
Ne ha dato prova la professoressa dell’Università La Sapienza di Roma Donatella De Cesare, la quale ha chiamato squadristi alcuni giovani che in silenzio prima di una lezione le hanno fatto vedere i volti di quelli ammazzati dalla terrorista Balzerani della quale lei, in occasione della di lei morte, aveva detto di aver condiviso la stessa rivoluzione. Erano giovani innocui di Forza Italia, niente da paragonare a quelli che prendono di peso e cacciano via l’indesiderato ebreo o fascista dall’università, dalla scuola o dalla piazza.
Questa volta la motivazione delle occupazioni è la Palestina, che a loro pensamento merita di occupare tutto il territorio dopo aver buttato nel Mediterraneo e nel Giordano tutti gli ebrei, i maledetti ebrei. È toccato al giornalista Davide Parenzo essere impedito di parlare, poi al direttore di “Repubblica” Maurizio Molinari. E sempre per lo stesso motivo: siete ebrei! Non ne avete il diritto! E dire che tutti questi padroni del campo sono sono vissuti di rendita in tutti questi anni con la Shoah e tutto il resto dell’armamentario sionista.
Ai paradossi delle sinistre siamo ormai abituati. Ti pestano i piedi e ti accusano di aver messo i tuoi piedi sotto i loro. Manco il comico Franco Franchi nella scena di un film parodistico sul far west. È violenza solo quella che subiscono loro, quella che producono loro è manifestazione di libertà. Se in qualche università interviene la polizia per far rispettare la legge e la libertà di tutti e vola qualche manganellata ecco che insorgono le sinistre cosiddette democratiche, legalitarie a dar man forte ai violenti e agli estremisti. È un gioco che conosciamo molto bene. La giustificazione ce l’hanno, è sempre la stessa: hanno vinto, erano dalla parte giusta, per cui chi era dalla parte sbagliata deve tenersi le violenze e le angherie come cosa normale, democratica, pedagogica. E se le mazzate le prendono sul groppone, devono stare zitti, perché la colpa di chi li pesta è sempre loro che continuano a voler stare ancora dalla parte sbagliata.
Questi maestri del pensiero distorto nulla dicono sull’aggressione russa all’Ucraina. Sono nostalgici della Russia sovietica e in Putin vedono il loro Stalin, il loro Kruschev, il loro Breznev. Hanno fermi gli orologi al mito del comunismo universale, a Trotzky. Si scoprono ammiratori di papa Francesco, che invita gli ucraini ad alzare bandiera bianca davanti alla Santa Madre Russia e inneggia al cristianesimo pauperista che per silloggismo d’osteria s’identifica col comunismo.
Non sono rigurgiti i movimenti estremisti di sinistra dei giorni nostri. Ormai i centri sociali sono presìdi urbani fissi che all’occorrenza scatenano violenza, oggi assai più motivati di quelli di ieri, forti delle truppe Lgbt, femministe ed anarchiche. Essi non hanno mai smesso di tenere le città in disordine, di infrangere vetrine, di bruciare auto, di minacciare anche fisicamente le persone.
Per ora le cose sono sotto controllo, neppure se ne parla di interventi per riportare l’ordine e la libertà nelle università. Probabilmente è il prezzo da pagare per evitare che l’intervento legittimo, doveroso, delle forze dell’ordine crei nuove speculazioni politiche. Ma se puta caso qualche esponente del centrodestra volesse tenere una conferenza in qualche università occupata che accadrebbe? Quello che accadde alcuni mesi fa quando gli studenti estremisti impedirono di parlare al giornalista Capezzone. Intervenne la polizia e volarono le manganellate. Subito si gridò alla repressione del governo, non degli studenti occupanti.
Un governo, come quello di Giorgia Meloni, è nato con lo stigma della forza, per cui basta qualche manganellata della polizia a difesa della legalità che subito si grida al lupo al lupo fascista. C’è sempre chi ascolta gli allarmi e li traduce in polemiche contro il governo. Che di fronte a sé ha due strade: non fare niente in difesa della legalità, ed è il quieto vivere; o fare quel che deve fare, ed è il…fascismo. Scegliete voi.
sabato 9 marzo 2024
Imprese d'Italia: dossieranti e dossierati
A parti invertite, cosa avrebbero detto le sinistre a proposito del dossieraggio su personalità prevalentemente di centrodestra se i dossierati fossero stati prevalentemente di centrosinistra? Non sappiamo, ma possiamo immaginarlo. Avrebbero gridato all’avanzato stadio di autoritarismo fascista da parte del governo Meloni, tra spionaggio e manganellismo, e avrebbero gridato all’Ovra e ai tribunali speciali. Invece si sono limitate a dire, un po’ imbarazzate, che non si tratta di dossieraggio. Nooo? E allora, di che si tratta, di raccolta di figurine Panini? La famosa casa editrice sta lanciando una nuova raccolta, quella dei politici e dei personaggi del centrodestra? Se è così, mi prenoto per un album da riempire.
Le spiate risalgono a pochissimi anni fa, quando si profilava per la destra una crescita importante. Fino a quel momento il centrosinistra si era sentito al sicuro. Era bastato l’antifascismo a renderlo invulnerabile. Ma quando si accorse che Annibale era alle porte, pensò subito di correre ai ripari. Il mezzo più collaudato per fermare il centrodestra, contro cui l’arma dell’antifascismo era spuntata, era lo spionaggio, lo scandalo, l’inchiesta giudiziaria. Il resto sarebbe venuto da sé. In quest’operazione, oltre alla solita talpa, si è particolarmente distinto il quotidiano “Domani” dell’ing. Carlo De Benedetti, il quale ad un certo punto licenziò il troppo molle Stefano Feltri e ingaggiò alla direzione il duro Emiliano Fittipaldi, esperto giornalista d’inchiesta. Chissà perché De Benedetti ce l’ha tanto con la destra da investire un po’ di soldi per fondare un giornale destinato a scomparire entro…domani. Fu nell’ambito dell’odio debenedettiano che uscirono alcune indiscrezioni sulla mamma e il papà di Giorgia Meloni, poi finite in un nulla di fatto.
Chi sa di politica non si sorprende più di tanto. La politica è guerra senza armi. E un detto francese vuole che “à la guerre comme à la guerre”. Quando a scuola si studiava la storia lo sapevano tutti che era così da sempre e nessuno si stupiva di un colpo scorretto, di una promessa non mantenuta, dell’uso dei giornali, della propaganda, non per informare ma per malformare. Oggi non ci sono in Italia grandi leader politici. Ogni tanto ce ne ricordiamo. Ci sono i surrogati. I veri leader sono le Gruber, le Berlinguer, i Floris, i Porro, i Giordano, gli Amadeus, i maestri del fumo e dei fumogeni. Ma guai se glielo dici o glielo fai lontanamente capire. Sono talmente permalosi da scatenare una rissa in diretta, arroccandosi dietro la libertà dell’informazione e della loro neutralità adamantina, perché questa gente è davvero convinta che gli altri sono così allocchi da non capire con chi hanno a che fare.
Ora, raccogliere notizie sui singoli cittadini è normalissimo compito degli organi preposti in una cornice di legalità. Lavorano per la sicurezza dello Stato e dei cittadini. A maggior ragione sono attenzionati i politici, i quali, nel bene e nel male, quel che fanno interessa l’intera nazione. Niente perciò di cui meravigliarsi se si scoprono i dossier. Ma si dà il caso che nella fattispecie i mandanti a spiare gli uomini del centrodestra non sono proprio quelli dell’intelligence di Stato, ma forze politiche avversarie, e le notizie non le raccolgono per la sicurezza nazionale, ma per colpire avversari politici. E allora, pur senza farci venire mal di cuore per la rabbia, osserviamo che quando la lotta politica arriva a questo punto la situazione è grave. Matteo Renzi, vittima del dossieraggio in parola, ha evocato, come fece Giacomo Matteotti cento anni fa alla Camera per ben altri soprusi, le metodiche in uso delle dittature sudamericane. Non è ammissibile che in democrazia si possa colpire un avversario politico con armi improprie come la delazione e la diffamazione realizzate attraverso attività illecite. Quando ciò accade gli argini stanno per cedere.
L’Italia, che troppo spesso cita le sudamericanate per stigmatizzare certi comportamenti, farebbe bene oggi a prendere di petto questo problema prima che il poco gradito marchio d’eccellenza passi dal Sud America a lei. I cittadini devono sentirsi al sicuro dalla vigilanza delle forze di sicurezza e non esposti a sempre possibili sputtanamenti o ad accuse il più delle volte inventate che, però, prima di dimostrarlo che sono inventate, producono guasti. Che tra gli spiati ci fosse anche qualche sparuto personaggio non riconducibile all’area politica di destra e alcuni rappresentanti del mondo dello spettacolo e dello sport, che nulla c’entrano con la politica, può far pensare ad un tentativo di depistaggio. E infatti Giuseppe Conte, tra i pochi “attenzionati” non di destra, ha detto: e allora io?
sabato 24 febbraio 2024
La dittatura del politicamente corretto
Vige oggi in Italia la “dittatura” del politicamente corretto. Che cos’è? Vittorio Feltri ha scritto un libro per spiegarlo, “Fascisti della parola”. Fascisti, ovviamente gli altri. Più che cosa è, è interessante sapere dove sta: sta a sinistra, a destra neppure per l’anticamera. È l’osservanza del galateo politico affermatosi nei lunghi anni di dominio del centrosinistra. Esprime una cultura pretenziosamente igienizzante. Mai pane al pane e vino al vino. Parole, espressioni, che sostituiscano la realtà delle persone e delle cose, neutralizzandone i caratteri.
Dopo la morte di certi valori del passato, affogati nella Stigia antiideologica, il vuoto è stato riempito da una sorta di piatta, mortifera e sciapa ideologia del nulla. Che non è nichilismo, ma artificiosità. Questa si è diffusa come la gramigna, erba infestante che non consente altra vegetazione tutt’intorno. Così il pensiero unico del politicamente corretto non consente la nascita di altri pensieri e di altre parole. È un linguaggio artificiale, con cui si vuole riportare tutto in una sorta di formulario, come una volta nelle curie. Una regressione incredibile se si pensa che per il padre Dante – per carità, nessuna allusione ad avi della destra – l’italiano elaborato settecento anni fa nel suo “De vulgari eloquentia”, doveva essere illustre, cardinale, aulico e curiale, adatto ad ogni ambito e forma di comunicazione. Col politicamente corretto siamo ridotti al solo curiale.
Ne ha subito il danno più grave la scrittura. Essa una volta tirava fuori l’anima dello scrittore e descriveva la realtà vera, libera, creativa, brillante, vivace, con tutti i suoi infiniti colori e le tante sfumature. Oggi è ridotta al tristissimo grigio del monotono e scontato. Ci immaginiamo i Papini, i Prezzolini, i Montanelli, i Malaparte, i Longanesi, i Flaiano, i Pasolini, la Fallaci scrivere tutti in politicamente corretto? Non c’è più un giornale che abbia gli elzeviri, un articolo che informi e diverta, uno scrittore che sappia esprimere un concetto fuori dall’ordinario. Un nuovo Concilio di Trento si è abbattuto sulla cultura, che deve osservare le rigide disposizioni dei nuovi Bellarmini. Quel che è più grave non è la sorveglianza di chi deve scovare l’eretico e colpirlo ma la spontanea pratica del conformista che punta i reprobi che non ci stanno e li guarda in cagnesco.
Si dice che è esagerato parlare di dittatura, che è addirittura offensivo per tutti quelli che la dittatura l’hanno vissuta davvero sulla loro pelle, col carcere, con la deportazione, con la tortura e con la morte. Io l’ho messa tra virgolette. Ci mancherebbe altro! Esagerato anche parlare di Trento e della Santa Inquisizione. Nessuno oggi corre il rischio del rogo. Ma resta che disattendere le “verità” indiscutibili della nuova ideologia comporta, a seconda dei casi, perfino il codice penale e sempre la discriminazione delegittimante di fascismo, di razzismo, di sessismo, di patriarcato, a tutti i livelli, in tutti gli ambienti, in tutte le circostanze, ovunque ti trovi. Guai ad esprimersi con parole o concetti che possano essere lontanamente diversi, critici o eretici.
Bisogna stare attenti attenti (due volte). Meno male che da professore sto in pensione, se no come me la caverei a scuola col dolce stilnovo, il sessismo pseudoangelicato? Che direi della scorrettezza dell’imperatore Carlo che voleva assegnare Angelica al paladino che più si fosse distinto in battaglia? E che cos’era l’Angelica, una decorazione? Ma andiamoci piano pure col Decalogo. Onora il padre e la madre è fascismo puro, è patriarcato. Non desiderare la donna d’altri è maschilismo. Vuoi scherzare? La donna non è di nessuno. E poi, perché non vale anche non desiderare l’uomo di altre?
Non osservare il politicamente corretto si è maleducati? Maleducati proprio no, ma qualche problema si pone. Una cosa è comunicare all’interno delle istituzioni un’altra è comunicare liberamente in ogni altro luogo. Nelle istituzioni il linguaggio deve essere gessato per non prestarsi ad equivoci, fuori deve rispondere ai criteri di sempre, essere utile e piacente e soprattutto saper essere personale pur nella primaria funzione di comunicare chiaro e comprensibile.
Ovvio che non si tratta tanto di parole, si sa che verba sunt consequentia rerum, ma di persone, di cose e di fatti, che le leggi stabiliscono come esprimerli, per cui una cosa, un fatto, una persona non puoi che indicarli in una codificata maniera. Più aumentano le cose, gli spazi, i fatti e le persone che devi indicare come impone la legge e più si riduce la libertà di pensiero e di parola dell’individuo.
sabato 17 febbraio 2024
Aldo D'Antico, il visionario di Parabita
Il 31 gennaio scorso è morto a Parabita Aldo D’Antico. Insegnante, scrittore, editore, operatore culturale. Aveva 77 anni, molti dei quali vissuti nell’impegno sociale più vario, soprattutto promotore e organizzatore di eventi oltre che di strutture culturali, come biblioteche, musei, premi. C’era in lui come un invasamento che gli faceva superare tutte le difficoltà che un volenteroso incontra in questa nostra terra così avara di comprensione e di risorse. Le sue molte iniziative testimoniano di un’intelligenza visionaria che si appagava financo del germoglio, se pure la pianta non giungeva a frutto.
Era insaziabile. Avrà raccolto diverse decine di migliaia di libri, in gran parte per donazioni, fra cui i fondi di Gino Pisanò e di Leandro Ghinelli. Può essere anche di altri. Quando sapeva che qualcuno aveva intenzione di liberarsi dei libri e non solo, arrivava lui e portava via tutto nel Palazzo Ferrari, a Parabita, ultima sede delle sue numerose iniziative, librarie e museali. A me soffiò una bella raccolta de “il Borghese”, il settimanale fondato da Leo Longanesi e diretto per anni da Mario Tedeschi. Mi precedette di poco.
Che espressione brutta “liberarsi dei libri”! A lui non piaceva, ma ne traeva giovamento. “Dateli, dateli a me, quanti sono sono!”. In realtà giunge sempre il momento in cui i libri diventano un problema. Accade quando diventano ingombri. La lettura è come una bella donna, la ami, la accudisci, la rendi perfino più bella e affascinante per anni e anni, i libri sono le sue dolcezze; poi arriva il momento che te ne devi staccare e ti preoccupi di lasciarla. A volte i figli, volti ad altre discipline, non sanno che farsene della biblioteca paterna. Sì, non è una bella espressione ma può arrivare il momento che non sai davvero come liberarti dei libri e anche di altri oggetti che con tanta cura e tanti soldi hai accumulato nel corso della vita. Verrebbe di fare come il Mazzarò verghiano, che giunto a vecchiaia e prossimo a morire voleva portarsi appresso la sua roba. I libri richiedono molto spazio e molto ordine. Senza ordine essi non hanno nessun valore, sono ingombri, neppure molto igienici. Alla voracità della raccolta Aldo non riusciva a far corrispondere un adeguato ordine. E come poteva? Chi li digitalizzava e sistemava negli scaffali? Spesso rimanevano accatastati. Così le riviste. Non aveva personale. Si faceva aiutare da ragazze e ragazzi volenterosi saltuariamente. Accarezzava l’idea di un centro di lettura e di studio grandioso, ma spesso non sapeva neppure se un libro lo avesse o meno e se lo aveva dove trovarlo. Nei nostri paesi biblioteche ed archivi sono le strutture più penalizzate, spesso non hanno neppure un addetto, figurarsi un bibliotecario o un archivista! Aldo ha messo su una biblioteca che il Comune di Parabita fa male a non acquisire e ordinare con professionalità. A lui auspicabilmente verrà intitolata una via o un edificio; ma assai più proficuo sarebbe portare a compimento il suo lavoro. Sarebbe il riconoscimento più importante e più bello. Fra le tante iniziative Aldo pensò anche di creare un premio, il Mercurio d’Argento, perché secondo lui è importante che a chi si distingue per il bene della collettività venga riconosciuta un’attenzione sociale particolare. A egregie cose…
Era così lui: idee interessanti e grandiose in condizioni modeste. Anche qui per mancanza di soldi. Ma lui non si scoraggiava, era convinto della bontà dell’iniziativa e tanto gli bastava per continuare, per progettare nuove imprese. Le pubblicazioni della sua casa editrice sono delle vere chicche e hanno fatto conoscere personaggi e fatti della sua Parabita.
Autentico democratico, era un meridionalista passionale e acceso. Numerose le presentazioni di libri, conferenze e dibattiti pubblici da lui organizzati, cui partecipavano intellettuali di tutte le fedi ed orientamenti politici. Era invaghito del Sud, della sua terra, perfino dei Borbone, la cui opera non è stata certamente meritoria; perfino dei briganti, che per dieci anni dopo l’unificazione tennero il Paese nel travaglio di una sanguinosa guerra civile. Tutto ciò che riguardava il nostro Sud era per lui qualcosa di sacro, un valore non negoziabile. Così anche Borbone e briganti, che, secondo lui, andrebbero considerati in un’ottica diversa. Anche in politica, coerentemente col suo carattere e le sue idee, si appagava del confronto e non smetteva mai di credere di essere nato nel posto più bello del mondo, il Salento, "non per voler ma per fortuna".
domenica 11 febbraio 2024
La catastrofe di Sanremo
La Rai ha cantato per giorni e giorni l’epopea di Sanremo, come mai aveva fatto prima, insistendo sugli ascolti stellari, quasi totalitari, di dittatura mediatica. È come se per cinque serate si fosse trasmesso in Italia a reti unificate. Share neppure per il Presidente della Repubblica in ricorrenza del messaggio agli italiani di fine anno! L’azienda è soddisfatta per le entrate pubblicitarie. I soldi fanno dimenticare perfino le cose di Dio, figurarsi i guai degli uomini. Amadeus ha cantato “Bella ciao”, la password per prevenire la sinistra da qualche attacco, e ha parlato delle foibe per par condicio o perché gli è stato detto di farlo. Non fosse stato per i trattori, minaccianti di marciare sull’Ariston, l’Italia sarebbe apparsa come un paese favoloso, immaginario, il regno di Bengodi, dove si canta, si suona, si ride, si balla, si chiacchiera tra abbracci e baci sempre più omo. La gara canora in sé è passata in secondo piano: trenta concorrenti, la maggior parte dei quali innominabili, coi loro nomi d’arte strani e stravaganti, dal valore… boh!
Amadeus, il conduttore televisivo, il conducator, il duce meriterebbe che gli fosse tributato il trionfo, come a Cesare di ritorno dalle Gallie. Vince la lotteria degli ascolti dopo essersi “comprati” tutti i biglietti. E vorrei vedere! Il suo trionfo è la catastrofe dell’Italia televisiva. Se il 74% degli italiani ha preferito seguire Sanremo su Rai Uno vuol dire che sulle restanti reti non c’era niente che valesse la pena di vedere.
Gli è stato compagno, come nelle precedenti edizioni di Sanremo, Fiorello, l’altro duce della chiacchiera continua, che ha scambiato il mondo per un palcoscenico di minchiate. Dice Cazzullo, l’altro duce, questa volta della carta stampata, che Amadeus non è di sinistra. Probabilmente neppure Fiorello lo è. Ma che immagine danno della “non sinistra”, ossia della destra, questi due compari della più colossale mistificazione della realtà e della vita? Sicuramente i due sono antifascisti. Così per dire, s’intende. Per loro non esiste altro che lo spasso, il divertimento becero, la presaperilculo, le situazioni goliardiche, lo sfoggio di menefottismo alternato al solidarismo per i deboli, per gli sfortunati, per i casi di dolore e di sofferenza. È indecente mischiare il dolore col piacere, la preoccupazione con la spensieratezza. Significa mancare di rispetto non solo ai sofferenti, a chi ha problemi con la vita, ma a tutto l’intero Paese, la cui immagine esce deturpata.
La tribuna d’onore quest’anno era occupata dal principe Ranieri di Monaco, venuto forse per vedere come si svolge un evento che al suo Principato andrebbe a pennello. E chissà che non abbia fatto un pensierino. Ma il suo Principato vive di divertimento e di turismo. Noi no! Noi abbiamo a che fare con l’Europa e con la Nato, con le guerre in Ucraina e in Israele, con la pirateria nel Mar Rosso, con l’economia di lavoro e di produzione, con le riforme strutturali delle regioni, della giustizia, con la sanità pubblica al collasso e con una montagna di problemi giornalieri.
Questo è il secondo anno che Fiorello conduce “W Rai Due”. La gente si alza la mattina presto per non perdersi lo spettacolo, perché ama divertirsi e ridere, farsi selfie col personaggio che incontra. La Rai lo pubblicizza infinite volte al giorno e qualche volta fa passare il pubblico da scenari di guerra, di morte, di distruzione, di bambini morti e feriti alle maschere ridanciane di Fiorello e compagni. Un’operazione di svuotacervelli. Ma questa gente arriva o non arriva a fine mese? Ce la fa o non ce la fa a non morire prima che la sanità pubblica lo curi? E come si comporta con l’aumento dell’inflazione che svuota i carrelli della spesa? Ma questa gente ride per non pensare o non pensa per poter ridere di più gusto?
L’Italia vera non può essere quella sanremese, col governo Amadeus-Fiorello che dispensa stordenti gratis, droghe audiovisive, allucinazioni. La Rai è responsabile di alterare la realtà del Paese, di “maleducare” i cittadini, di non saper fare nulla di interessante, di istruttivo, di educativo.
Nel corso del festival sono state date matite per votare, un invito a non disertare le urne il 9 giugno. Si è detto un invito ai giovani. Ma votare per cosa, per chi? Perché l’Italia continui a produrre chiacchiere? Invitare la gente a votare nel gran bailamme festivaliero è un messaggio subliminale a votare per l’esistente, ossia per un’Italia godereccia e permissiva, quale ci hanno lasciato in eredità decenni e decenni di cultura cattocomunista. Il governo Amadeus-Fiorello è destinato a durare con altri ministri.
sabato 3 febbraio 2024
Meloni e la destra del risentimento
Una delle accuse più ricorrenti a Meloni & C. è di essere risentiti e arroganti, di non avere i modi del bon ton, che in politica non è solo forma, di essere sempre pronti alla rissa, come se stessero ancora all’opposizione. Se tanto si dice, qualcosa di vero c’è; inutile negarlo. Il problema è chiedersi perché. La risposta non può essere che nel percorso fatto dalla destra a partire dal dopoguerra, che copre il cinquantennio fino al cosiddetto sdoganamento del partito erede del fascismo secondo la vulgata berlusconiana. A questo partito, in quanto erede del fascismo, si attribuiva tutto il male e solo il male. Intellettuali, scrittori, scienziati, economisti, giuristi, artisti, imprenditori, che erano stati fascisti, tutti negativi, da dimenticare, anzi, da non nominare nemmeno. Vent’anni di storia cancellati, maledetti. Perfino D’Annunzio era da ridere, per non parlare dei futuristi, sbeffeggiati a scuola, durante le lezioni di storia dell’arte, come persone stravaganti e violente. Talché il giovane che per oneste e spontanee ragioni militava in quell’area politica si andava convincendo di essere un disadattato, figlio di un dio minore. I giovani di quella tendenza politica erano arrivati perfino a mettere in dubbio le proprie capacità di fare politica a livello amministrativo come i loro coetanei democristiani, socialisti, comunisti, liberali e repubblicani. Mentre questi si occupavano di problematiche importanti della vita dei loro paesi, eletti nelle loro liste e nominati sindaci e assessori, gli esclusi di destra finivano per trovare nella protesta sfogo alla loro rabbia e nella storia del fascismo una qualche consolazione. La nostalgia passiva in cambio della partecipazione attiva. Un danno immenso per intere generazioni, a cui è stato impedito di svilupparsi secondo le loro capacità. Era la democrazia, si diceva e si dice. Pochi voti, poche opportunità. Questo però valeva solo per i missini. Per repubblicani, liberali e socialdemocratici bastavano pochi voti e pochi eletti per condizionare le maggioranze. Come giustificare poi il formarsi di assurde coalizioni politiche pur di impedire il formarsi di un’amministrazione di destra? Per cinquant’anni chi era di destra non era “figlio di Dio” e nemmeno “figlio di mamma”, era figlio di…beh, abbiamo capito. Doveva convincersi a lasciare il partito e le idee in cui credeva per avere gli stessi diritti di tutti gli altri. E, a dire il vero, ce ne sono stati tanti che alla fine, stanchi di essere discriminati e vessati, si sono piegati. La Democrazia Cristiana era spesso il refugium peccatorum. Diciamo, senza scomodare parole grosse, come razzismo o apartheid, che, democrazia o dittatura, in politica quando si vuole escludere una parte non c’è scrupolo che tenga. I resistenti, quelli che non si sono piegati o i loro figli e nipoti ora sono al potere. Il risentimento che spesso emerge in taluni di essi ha una sua ragione storica, che non c’è bisogno di essere Freud o Jung per capirla. Il detto latino immitis quia toleravi (cattivo perché troppo ho sopportato) è più che sufficiente. Questo rancore durato per tutto il cinquantennio della belle époque partitocratica ha lasciato il segno.
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata solo sfiorata da quel cinquantennio. Lei viene da un ambiente, dove non si parlava certo di San Domenico Savio o di Santa Maria Goretti, ma nemmeno di preparazione di scontri e agguati, come accadeva negli anni di piombo. Viene dalla politica dura, variamente violenta, fatta di discriminazioni dell’establishment. Viene da un’opposizione sterile, fine a se stessa, come l’aveva resa la partitocrazia arcocostituzionale. Anche in lei, tuttavia, riaffiora il risentimento “ereditario” e molte volte invece di far finta di niente risponde subito, colpo su colpo, come se in lei parlasse il missino discriminato, il giovane del Fronte della Gioventù sprangato. “Adesso le carte le dò io” non è una bella espressione, ma nella banalità dell’avverbio c’è tutta una storia. Ciò nonostante è innegabile che in poco tempo la Meloni abbia dato di sé un’immagine complessivamente positiva, come le è riconosciuto in tutto il mondo. Si è adeguata al ruolo e anzi deve stare attenta a non dare di sé un’immagine troppo imborghesita. C’è una destra a cui non piace l’imborghesimento. Ha dimostrato l’aspetto buono della politica, la capacità di adeguarsi al possibile. Ha messo da parte molte sue priorità elettorali per una politica improntata alla pragmaticità e alla concretezza. Non ha fatto finora grandi cose, ma ha dato vivacità all’azione e soprattutto ha dimostrato che è stato un sopruso discriminare per cinquant’anni gente assolutamente normale.
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