sabato 17 febbraio 2024

Aldo D'Antico, il visionario di Parabita

Il 31 gennaio scorso è morto a Parabita Aldo D’Antico. Insegnante, scrittore, editore, operatore culturale. Aveva 77 anni, molti dei quali vissuti nell’impegno sociale più vario, soprattutto promotore e organizzatore di eventi oltre che di strutture culturali, come biblioteche, musei, premi. C’era in lui come un invasamento che gli faceva superare tutte le difficoltà che un volenteroso incontra in questa nostra terra così avara di comprensione e di risorse. Le sue molte iniziative testimoniano di un’intelligenza visionaria che si appagava financo del germoglio, se pure la pianta non giungeva a frutto. Era insaziabile. Avrà raccolto diverse decine di migliaia di libri, in gran parte per donazioni, fra cui i fondi di Gino Pisanò e di Leandro Ghinelli. Può essere anche di altri. Quando sapeva che qualcuno aveva intenzione di liberarsi dei libri e non solo, arrivava lui e portava via tutto nel Palazzo Ferrari, a Parabita, ultima sede delle sue numerose iniziative, librarie e museali. A me soffiò una bella raccolta de “il Borghese”, il settimanale fondato da Leo Longanesi e diretto per anni da Mario Tedeschi. Mi precedette di poco. Che espressione brutta “liberarsi dei libri”! A lui non piaceva, ma ne traeva giovamento. “Dateli, dateli a me, quanti sono sono!”. In realtà giunge sempre il momento in cui i libri diventano un problema. Accade quando diventano ingombri. La lettura è come una bella donna, la ami, la accudisci, la rendi perfino più bella e affascinante per anni e anni, i libri sono le sue dolcezze; poi arriva il momento che te ne devi staccare e ti preoccupi di lasciarla. A volte i figli, volti ad altre discipline, non sanno che farsene della biblioteca paterna. Sì, non è una bella espressione ma può arrivare il momento che non sai davvero come liberarti dei libri e anche di altri oggetti che con tanta cura e tanti soldi hai accumulato nel corso della vita. Verrebbe di fare come il Mazzarò verghiano, che giunto a vecchiaia e prossimo a morire voleva portarsi appresso la sua roba. I libri richiedono molto spazio e molto ordine. Senza ordine essi non hanno nessun valore, sono ingombri, neppure molto igienici. Alla voracità della raccolta Aldo non riusciva a far corrispondere un adeguato ordine. E come poteva? Chi li digitalizzava e sistemava negli scaffali? Spesso rimanevano accatastati. Così le riviste. Non aveva personale. Si faceva aiutare da ragazze e ragazzi volenterosi saltuariamente. Accarezzava l’idea di un centro di lettura e di studio grandioso, ma spesso non sapeva neppure se un libro lo avesse o meno e se lo aveva dove trovarlo. Nei nostri paesi biblioteche ed archivi sono le strutture più penalizzate, spesso non hanno neppure un addetto, figurarsi un bibliotecario o un archivista! Aldo ha messo su una biblioteca che il Comune di Parabita fa male a non acquisire e ordinare con professionalità. A lui auspicabilmente verrà intitolata una via o un edificio; ma assai più proficuo sarebbe portare a compimento il suo lavoro. Sarebbe il riconoscimento più importante e più bello. Fra le tante iniziative Aldo pensò anche di creare un premio, il Mercurio d’Argento, perché secondo lui è importante che a chi si distingue per il bene della collettività venga riconosciuta un’attenzione sociale particolare. A egregie cose… Era così lui: idee interessanti e grandiose in condizioni modeste. Anche qui per mancanza di soldi. Ma lui non si scoraggiava, era convinto della bontà dell’iniziativa e tanto gli bastava per continuare, per progettare nuove imprese. Le pubblicazioni della sua casa editrice sono delle vere chicche e hanno fatto conoscere personaggi e fatti della sua Parabita. Autentico democratico, era un meridionalista passionale e acceso. Numerose le presentazioni di libri, conferenze e dibattiti pubblici da lui organizzati, cui partecipavano intellettuali di tutte le fedi ed orientamenti politici. Era invaghito del Sud, della sua terra, perfino dei Borbone, la cui opera non è stata certamente meritoria; perfino dei briganti, che per dieci anni dopo l’unificazione tennero il Paese nel travaglio di una sanguinosa guerra civile. Tutto ciò che riguardava il nostro Sud era per lui qualcosa di sacro, un valore non negoziabile. Così anche Borbone e briganti, che, secondo lui, andrebbero considerati in un’ottica diversa. Anche in politica, coerentemente col suo carattere e le sue idee, si appagava del confronto e non smetteva mai di credere di essere nato nel posto più bello del mondo, il Salento, "non per voler ma per fortuna".

domenica 11 febbraio 2024

La catastrofe di Sanremo

La Rai ha cantato per giorni e giorni l’epopea di Sanremo, come mai aveva fatto prima, insistendo sugli ascolti stellari, quasi totalitari, di dittatura mediatica. È come se per cinque serate si fosse trasmesso in Italia a reti unificate. Share neppure per il Presidente della Repubblica in ricorrenza del messaggio agli italiani di fine anno! L’azienda è soddisfatta per le entrate pubblicitarie. I soldi fanno dimenticare perfino le cose di Dio, figurarsi i guai degli uomini. Amadeus ha cantato “Bella ciao”, la password per prevenire la sinistra da qualche attacco, e ha parlato delle foibe per par condicio o perché gli è stato detto di farlo. Non fosse stato per i trattori, minaccianti di marciare sull’Ariston, l’Italia sarebbe apparsa come un paese favoloso, immaginario, il regno di Bengodi, dove si canta, si suona, si ride, si balla, si chiacchiera tra abbracci e baci sempre più omo. La gara canora in sé è passata in secondo piano: trenta concorrenti, la maggior parte dei quali innominabili, coi loro nomi d’arte strani e stravaganti, dal valore… boh! Amadeus, il conduttore televisivo, il conducator, il duce meriterebbe che gli fosse tributato il trionfo, come a Cesare di ritorno dalle Gallie. Vince la lotteria degli ascolti dopo essersi “comprati” tutti i biglietti. E vorrei vedere! Il suo trionfo è la catastrofe dell’Italia televisiva. Se il 74% degli italiani ha preferito seguire Sanremo su Rai Uno vuol dire che sulle restanti reti non c’era niente che valesse la pena di vedere. Gli è stato compagno, come nelle precedenti edizioni di Sanremo, Fiorello, l’altro duce della chiacchiera continua, che ha scambiato il mondo per un palcoscenico di minchiate. Dice Cazzullo, l’altro duce, questa volta della carta stampata, che Amadeus non è di sinistra. Probabilmente neppure Fiorello lo è. Ma che immagine danno della “non sinistra”, ossia della destra, questi due compari della più colossale mistificazione della realtà e della vita? Sicuramente i due sono antifascisti. Così per dire, s’intende. Per loro non esiste altro che lo spasso, il divertimento becero, la presaperilculo, le situazioni goliardiche, lo sfoggio di menefottismo alternato al solidarismo per i deboli, per gli sfortunati, per i casi di dolore e di sofferenza. È indecente mischiare il dolore col piacere, la preoccupazione con la spensieratezza. Significa mancare di rispetto non solo ai sofferenti, a chi ha problemi con la vita, ma a tutto l’intero Paese, la cui immagine esce deturpata. La tribuna d’onore quest’anno era occupata dal principe Ranieri di Monaco, venuto forse per vedere come si svolge un evento che al suo Principato andrebbe a pennello. E chissà che non abbia fatto un pensierino. Ma il suo Principato vive di divertimento e di turismo. Noi no! Noi abbiamo a che fare con l’Europa e con la Nato, con le guerre in Ucraina e in Israele, con la pirateria nel Mar Rosso, con l’economia di lavoro e di produzione, con le riforme strutturali delle regioni, della giustizia, con la sanità pubblica al collasso e con una montagna di problemi giornalieri. Questo è il secondo anno che Fiorello conduce “W Rai Due”. La gente si alza la mattina presto per non perdersi lo spettacolo, perché ama divertirsi e ridere, farsi selfie col personaggio che incontra. La Rai lo pubblicizza infinite volte al giorno e qualche volta fa passare il pubblico da scenari di guerra, di morte, di distruzione, di bambini morti e feriti alle maschere ridanciane di Fiorello e compagni. Un’operazione di svuotacervelli. Ma questa gente arriva o non arriva a fine mese? Ce la fa o non ce la fa a non morire prima che la sanità pubblica lo curi? E come si comporta con l’aumento dell’inflazione che svuota i carrelli della spesa? Ma questa gente ride per non pensare o non pensa per poter ridere di più gusto? L’Italia vera non può essere quella sanremese, col governo Amadeus-Fiorello che dispensa stordenti gratis, droghe audiovisive, allucinazioni. La Rai è responsabile di alterare la realtà del Paese, di “maleducare” i cittadini, di non saper fare nulla di interessante, di istruttivo, di educativo. Nel corso del festival sono state date matite per votare, un invito a non disertare le urne il 9 giugno. Si è detto un invito ai giovani. Ma votare per cosa, per chi? Perché l’Italia continui a produrre chiacchiere? Invitare la gente a votare nel gran bailamme festivaliero è un messaggio subliminale a votare per l’esistente, ossia per un’Italia godereccia e permissiva, quale ci hanno lasciato in eredità decenni e decenni di cultura cattocomunista. Il governo Amadeus-Fiorello è destinato a durare con altri ministri.

sabato 3 febbraio 2024

Meloni e la destra del risentimento

Una delle accuse più ricorrenti a Meloni & C. è di essere risentiti e arroganti, di non avere i modi del bon ton, che in politica non è solo forma, di essere sempre pronti alla rissa, come se stessero ancora all’opposizione. Se tanto si dice, qualcosa di vero c’è; inutile negarlo. Il problema è chiedersi perché. La risposta non può essere che nel percorso fatto dalla destra a partire dal dopoguerra, che copre il cinquantennio fino al cosiddetto sdoganamento del partito erede del fascismo secondo la vulgata berlusconiana. A questo partito, in quanto erede del fascismo, si attribuiva tutto il male e solo il male. Intellettuali, scrittori, scienziati, economisti, giuristi, artisti, imprenditori, che erano stati fascisti, tutti negativi, da dimenticare, anzi, da non nominare nemmeno. Vent’anni di storia cancellati, maledetti. Perfino D’Annunzio era da ridere, per non parlare dei futuristi, sbeffeggiati a scuola, durante le lezioni di storia dell’arte, come persone stravaganti e violente. Talché il giovane che per oneste e spontanee ragioni militava in quell’area politica si andava convincendo di essere un disadattato, figlio di un dio minore. I giovani di quella tendenza politica erano arrivati perfino a mettere in dubbio le proprie capacità di fare politica a livello amministrativo come i loro coetanei democristiani, socialisti, comunisti, liberali e repubblicani. Mentre questi si occupavano di problematiche importanti della vita dei loro paesi, eletti nelle loro liste e nominati sindaci e assessori, gli esclusi di destra finivano per trovare nella protesta sfogo alla loro rabbia e nella storia del fascismo una qualche consolazione. La nostalgia passiva in cambio della partecipazione attiva. Un danno immenso per intere generazioni, a cui è stato impedito di svilupparsi secondo le loro capacità. Era la democrazia, si diceva e si dice. Pochi voti, poche opportunità. Questo però valeva solo per i missini. Per repubblicani, liberali e socialdemocratici bastavano pochi voti e pochi eletti per condizionare le maggioranze. Come giustificare poi il formarsi di assurde coalizioni politiche pur di impedire il formarsi di un’amministrazione di destra? Per cinquant’anni chi era di destra non era “figlio di Dio” e nemmeno “figlio di mamma”, era figlio di…beh, abbiamo capito. Doveva convincersi a lasciare il partito e le idee in cui credeva per avere gli stessi diritti di tutti gli altri. E, a dire il vero, ce ne sono stati tanti che alla fine, stanchi di essere discriminati e vessati, si sono piegati. La Democrazia Cristiana era spesso il refugium peccatorum. Diciamo, senza scomodare parole grosse, come razzismo o apartheid, che, democrazia o dittatura, in politica quando si vuole escludere una parte non c’è scrupolo che tenga. I resistenti, quelli che non si sono piegati o i loro figli e nipoti ora sono al potere. Il risentimento che spesso emerge in taluni di essi ha una sua ragione storica, che non c’è bisogno di essere Freud o Jung per capirla. Il detto latino immitis quia toleravi (cattivo perché troppo ho sopportato) è più che sufficiente. Questo rancore durato per tutto il cinquantennio della belle époque partitocratica ha lasciato il segno. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata solo sfiorata da quel cinquantennio. Lei viene da un ambiente, dove non si parlava certo di San Domenico Savio o di Santa Maria Goretti, ma nemmeno di preparazione di scontri e agguati, come accadeva negli anni di piombo. Viene dalla politica dura, variamente violenta, fatta di discriminazioni dell’establishment. Viene da un’opposizione sterile, fine a se stessa, come l’aveva resa la partitocrazia arcocostituzionale. Anche in lei, tuttavia, riaffiora il risentimento “ereditario” e molte volte invece di far finta di niente risponde subito, colpo su colpo, come se in lei parlasse il missino discriminato, il giovane del Fronte della Gioventù sprangato. “Adesso le carte le dò io” non è una bella espressione, ma nella banalità dell’avverbio c’è tutta una storia. Ciò nonostante è innegabile che in poco tempo la Meloni abbia dato di sé un’immagine complessivamente positiva, come le è riconosciuto in tutto il mondo. Si è adeguata al ruolo e anzi deve stare attenta a non dare di sé un’immagine troppo imborghesita. C’è una destra a cui non piace l’imborghesimento. Ha dimostrato l’aspetto buono della politica, la capacità di adeguarsi al possibile. Ha messo da parte molte sue priorità elettorali per una politica improntata alla pragmaticità e alla concretezza. Non ha fatto finora grandi cose, ma ha dato vivacità all’azione e soprattutto ha dimostrato che è stato un sopruso discriminare per cinquant’anni gente assolutamente normale.

sabato 13 gennaio 2024

Elogio della "scorrettezza"

Appare chiaro a tutti che incontrando per strada uno zoppo non lo si saluta dicendo: buongiorno, zoppo. È da cretini il solo pensarlo. Ma che si debba abolire il proverbio “chi va con lo zoppo impara a zoppicare” per non pronunciare la parola in sé offensiva, mi sembra altrettanto cretino. Occorre buonsenso e soprattutto rispetto del prossimo. Basterebbe, a questo punto, il Galateo di mons. Giovanni della Casa, qua e là aggiornato. È il modo di parlare senza offendere, attenti a non dire cosa che possa urtare la suscettibilità di qualcuno. Arte non sempre facile. Nella nostra società, in preda ormai a delirio buonista, l’ipocrisia ha raggiunto livelli che se fosse un fiume diremmo di guardia. Essa è detta, con una formula eufemistica, “politicamente corretto”, che vuol dire non chiamare le cose coi loro nomi se essi sono offensivi. Meglio usare giri di parole. Se il tondo offende, non lo puoi per questo chiamare quadrato. Prima si usava dire “absit iniuria verbis”, senza offesa, e potevi continuare a parlare con aderenza alla realtà. Oggi non ti salva niente e nessuno se ti scappa di dire la verità o di essere sincero. Siccome le parole hanno una loro forza, questo modo di intendere la comunicazione ha trasferito i significati dalle parole ai fatti di riferimento certificandone il falso. Aristotele diceva che le parole sono conseguenza dei fatti, non il contrario. È stato abrogato il concetto di normalità, e dunque anche il nome. Tutti sono normali. Come nella Fattoria degli animali di George Orwell tutti gli uomini sono uguali. La realtà dice altro, ma tu non lo devi dire. Si fa l’elogio del diverso in ogni sua forma. Salvo a ricorrere a medici e specialisti se qualcosa di diversificante insorge a modificarti lo status psicofisico. Estetisti e chirurghi plastici fanno affari d’oro, non si bada a spese pur di rientrare in una normalità d’altra parte negata. Dietro la maschera del buonismo c’è la vera natura umana, che alla detestata normalità ci tiene, altro che. Fare una stroncatura di un libro o di un’opera d’arte è peggio che sparare sulla Croce Rossa o aggredire un paralitico. E se la critica è fondata, non ti salvi lo stesso, anzi è peggio. Quello che dici, lo dici per invidia o per cattiveria. Una volta c’erano giornali e riviste che si intitolavano alla discussione e alla polemica e non c’era periodico che non avesse rubriche del genere, oggi, invece, sono intitolate Lettere al Direttore o Punti di vista. Polemizzare è vietato, stroncare è delittuoso. Nell’apoteosi del diverso, l’unica cosa da condannare è la diversità vera, di pensiero e di espressione. Pensarla diversamente è peccato e reato insieme. Ti devi adeguare al politicamente corretto. Chi non ci sta è osteggiato, bandito, confinato fuori dal consorzio civile. Si rischia perfino il codice penale perché da qualche anno sono previsti i reati di razzismo con tutti i suoi ammennicoli. Se sei impiegato o professore rischi di perdere il posto, se sei un giornalista rischi di essere radiato dall’Ordine, se sei un calciatore rischi l’espulsione, la multa e la squalifica. Insomma, senza perder tempo a gregoriare, chi si permette di essere veramente diverso e di esprimersi di conseguenza è fottuto. Ops; fottuto non si dice. Eppure fino a non molti anni fa si insegnava a scuola a dire sempre la verità, ad usare sempre la parola diretta e appropriata anche per ragioni di economia comunicativa. Improprietà di linguaggio e prolissità erano errori. Se un pensiero può essere espresso con tre parole, è sbagliato usarne quattro, dicevano maestri e professori. Le parole di più – ammonivano – sono del maligno, s’intende il diavolo, che ai miei tempi si temeva. Le bugie hanno le gambe corte, si diceva; allungano il naso. Spaventavano i bambini per non dirle. Alle lezioni di catechismo s’insegnava che dire bugie è peccato mortale. Ho perso l’amicizia di non pochi amici che si sperticavano di elogi nei miei confronti fino a quando ho recensito loro un libro. Nel darmelo, con tanto di dedica, mi dicevano: lo affido a te perché so che tu dici sempre quello che pensi. Ma appena ho detto quel che pensavo, addio amicizia. Di fronte ad un giudizio espresso con franchezza, sincerità e cognizione di causa, non c’è amicizia che tenga. Conosco la storia e so che questa, come tante altre mode, passerà e si tornerà a dire pane al pane e vino al vino. Per ora accontentiamoci, senza tradire la nostra indole, di giocare all’ala, che è il luogo più vicino al bordocampo, pronti ad uscircene. Importante che l’arbitro non ci sbatta fuori prima che inizi la partita sulla base di un sentito dire che abbiamo il vizio di entrare sempre a gamba tesa.

sabato 6 gennaio 2024

Si licet osservare, Presidente

Si licet vorrei fare alcune osservazioni al discorso che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto la sera del 31 dicembre. Ciò non toglie nulla al valore del messaggio, che, come sempre, si è fondato sui più alti valori umani, quali si riscontrano in Italia, in Europa e nel mondo e sulle problematiche politico-sociali che abbiamo vissuto nel corso dell’anno. Non è retorica per riequilibrare successive osservazioni per così dire non in linea. Non c’è impasto che non abbia varietà di materiali, che, presi uno per uno, rivelano caratteri diversi. La prima osservazione è sulla frase del Presidente: “i diritti umani sono nati prima dello Stato”. Un’affermazione che non trova riscontro nella storia. Il concetto stesso di diritto, anche il più naturale, è dentro lo Stato. A partire da quello hobbesiano. Romolo, che traccia il solco entro cui fonda Roma e ordina come si deve vivere, mette in essere lo Stato (uomini, territorio, leggi). Diritti e doveri s’intendono all’interno di quel territorio, valgono per quegli uomini in forza di quelle leggi. Fuori, quegli uomini non hanno né diritti né doveri, non sanno neppure che cosa sono. A volte certe affermazioni danno per scontato un trascorso che non si ritiene necessario indicare. Ma ricordare che al di sopra di tutto c’è lo Stato è importante in una fase, quella che stiamo attraversando, in cui lo Stato non gode né di buona salute né di buona reputazione. Lo Stato è convivenza, è ordine, è sicurezza. Nella solennità di un discorso presidenziale ha un suo posto. Ricordarlo agli uomini che lo rappresentano ai più vari settori e livelli e ai cittadini tutti non è mai un memento superfluo. Qui si aggancia la seconda osservazione. Nel discorso del Presidente non ricorre nemmeno una volta la parola “dovere”. Sembrerebbe che in questo Paese non ci siano più doveri per nessuno. Anche qui, probabile che il Presidente li abbia dati per scontati. Sappiamo da sempre che non ci sono diritti là dove non ci sono doveri. Ricordarlo non è vano, specialmente in una fase di confusione diffusa, in cui gli episodi di sciatteria istituzionale sono quotidiani. La terza osservazione riguarda un passaggio molto bello del Presidente, il riferimento ai ragazzi di Pizza aut., di Casale di Principe e alla gente di Romagna che, mentre lavora nel fango per ricostruire dopo le devastazioni della natura arrabbiata, canta “Romagna mia”. Grande esempio di civiltà, di maturità civica, di socialità dei cittadini encomiati. Sono gli italiani che emergono sempre al momento opportuno. Giustamente gli interessati ne hanno gioito, come se avessero ricevuto un premio inaspettato. Ma anche qui il Presidente nulla ha detto delle cause a proposito del disastro romagnolo, riconducibili alla negligenza degli uomini e delle istituzioni mal rappresentate che sono state all’origine della catastrofe. Come in Romagna, è accaduto in tante altre parti d’Italia negli anni precedenti, accadono da troppi anni ormai. Sappiamo quanto danno è stato fatto al territorio in questi ultimi anni, quanto sia stato cambiato l’assetto naturale dei luoghi. Si dà la colpa ai cambiamenti climatici, ma non si riflette abbastanza sui cambiamenti prodotti dagli uomini, dagli sconsiderati comportamenti umani. Non solo dei politici, ma anche dei cittadini qualunque. Penso agli incendi estivi. Al “non ci sto” della natura, gli uomini dovrebbero essere più saggi e più prudenti. È il momento di prendere atto che la natura va rispettata, che deve essere l’uomo ad adeguarsi a lei e non viceversa. La natura che viene adeguata alle esigenze umane molto spesso è violata. Su certe emergenze non si insiste mai troppo. I commenti del giorno dopo hanno messo in rilievo che il Presidente ha voluto evitare temi e toni divisivi, avendo constatato che la condizione sociale, con tutte le problematiche che riguardano i giovani, gli anziani, i malati, le donne, è già precaria e frammentata di suo. Quanto alla Costituzione, che taluni politici e organi di stampa hanno posto al centro del discorso presidenziale, non sembra essere stata così insistita come si vorrebbe far credere (citata appena due volte). Quel che non può passare inosservato, invece, è il richiamarsi del Presidente a Papa Francesco, specialmente in materia di emigrazione: «non girarsi dall’altra parte». Che dire? La Chiesa che detta la linea allo Stato, quando non è neppure forte come ai tempi di Pio XII, fa pensare ad uno Stato che forse ha bisogno di ritrovarsi in tutto il suo primato e in tutta la sua laicità.

sabato 30 dicembre 2023

Donne, il femminismo è idolatria

Le donne continuano ad essere barbaramente uccise. Nel corso del 2023 sono state ammazzate 106 donne, per lo più giovani. L’Enciclopedia Treccani ha scelto “femminicidio” come parola dell’anno. Sembra un riconoscimento di merito secondo la cultura mondano-consumistica. L’uomo dell’anno, il giornalista dell’anno, il carciofo dell’anno. Si banalizza la tragedia. Un premio ad memoriam per le povere morte. Assistiamo ad una sorta di progrom mentre tutt’intorno celebriamo riti funebri sempre più in preda a furori ideologici. Il femminismo, riportato al ’68, è la causa scatenante di tanti femminicidi. Incominciò tutto con le ragazze che levavano le mani in alto congiunte a formare il simbolo più bello e più volgare che da sempre le contraddistingue. Gridavano “il corpo è mio”. Continuano a ripeterlo mentre criminali e disgraziati le colpiscono senza pietà. Non hanno ancora capito che il corpo che ciascuno di noi ha in dono dalla natura non può essere ridotto ad esclusiva possessione. Solo i beni materiali possono essere posseduti. Può il corpo di un essere umano ridursi ad un oggetto? Il fenomeno costerna la società, spaventa gli individui. Se filosofare sulle cose ha un senso, il femminismo esasperato e declinato in ogni sua forma porta verso l’estinzione dell’umanità. Nel mare dei diritti affoga la ragione. Perfino la Mussolini ci si mette, partita come nipote del duce è finita nipote del comandante Valerio. La verità è che il pensiero positivo ha messo le femmine su di un piedistallo e imposto di adorarle come idoli, pensando che ciò sarebbe bastato a renderle uguali se non superiori ai maschi. In ogni questione tra maschio e femmina, la femmina ha ragione a prescindere, non ha mai colpe. Il femminismo è un’idolatria. Solo gli idoli sono esenti da colpe, godono dell’irresponsabilità. L’idolo, che si tratti di un dio pagano o di un santo cristiano, è inaccusabile, salvo bestemmiarlo. Tutto quello che le donne fanno è lecito in ragione di una malsupposta libertà e di una peggiosupposta uguaglianza. Alcuni fattori hanno indotto a questo: la loro subalternità millenaria e dunque la loro sofferenza, la loro inferiorità fisica, la libertà di poter fare finalmente quello che vogliono alla stregua dei maschi, a quelli “considerate” uguali in tutto e per tutto. Una simile condizione le ha fatte passare da una reale inferiorità ad una fittizia uguaglianza quando non proprio superiorità, complici le politiche degli stati democratici della nostra civiltà occidentale. Ma intanto non è cambiato nulla sul rapporto fisico maschio-femmina e bisogna essere idioti per pensare di annullare simile differenza con una legge. Ciò che la natura fa non può modificarlo una legge. Nella natura del maschio ci sono caratteri che non possono essere né annullati né trasferiti alla femmina. Facciamocene una ragione. Peraltro la donna ha altre superiorità, vere e dimostrabili. Le evidenti esagerazioni e inconcludenze di certe leggi hanno dell’assurdo. Come puoi pensare di poter dare sempre ragione ad un soggetto solo in virtù del suo genere? Un maschio rarissimamente denuncia una femmina per molestie sessuali. C’è un rifiuto intellettuale, una inibizione sociale. Ma le femmine possono denunciare i maschi per lo stesso motivo quando vogliono, anche per uno sguardo, un ammiccamento, una parola. Nessun maschio si sognerebbe mai di denunciare una femmina per averlo stuprato dopo dieci venti trenta anni, ma neppure dopo dieci venti o trenta secondi. C’è un solco di differenza naturale tra maschi e femmine che nessuna ideologia può colmare. E se questo solco non lo si accetta e non lo si gestisce con intelligenza si va sempre più incontro a conseguenze disastrose, individuali e collettive. Per favorire la libertà assoluta delle donne, si promuovono politiche individualistiche, con l’abbattimento di ogni limite. La famiglia è una gabbia. Va sfasciata. Essere madre limita la libertà di essere e basta, dunque si modifichi il concetto di madre. Perfino essere femmina può essere una costrizione, dunque si modifichi il concetto di femmina. Mai si è vissuto nella storia all’insegna di tanta ideologia come stiamo vivendo noi oggi. Forse è accaduto durante le dittature del Novecento, che, di destra o di sinistra, pretendevano di trasformare l’uomo e la donna da esseri naturali in prodotti artificiali. Eppure si continua a predicare contro le dittature senza riflettere su cosa effettivamente volessero dall’uomo, su cosa vuole oggi la democrazia del pensiero unico, alias dittatura.

domenica 24 dicembre 2023

Pubblicità dei libri e lettura

Il caso Ferragni con la sua pubblicità ai panettoni Balocco e alle uova di Pasqua Dolci Preziosi, considerato un esempio di frode in pubblicità e falsa beneficenza, ha spalancato una porta sul dorato mondo dei “profitti” gratis, delle nuove professioni e dei nuovi mestieri. Abbiamo visto tutti cosa c’è in quel mondo di fenomeni che le generazioni più anziane, a cui apparteniamo, tardano a capire fino in fondo. La Ferragni è considerata un’imprenditrice. Di che cosa? Potrebbe chiedersi il cittadino alieno dalle modernità diaboliche del mondo d’oggi. Di se stessa! Una volta ci si sarebbe messi a ridere per la burla e si avrebbe pensato chissà che cosa. Oggi la Ferragni è un influencer che ha trenta milioni di follower, ovvero di seguaci simpatizzanti, sparsi in tutta Italia e nel mondo, che la seguono sui social. Lei è in grado in qualsiasi momento di influenzare l’acquisto di un prodotto, e da quel momento il prodotto consigliato o suggerito prende il volo delle vendite. Capito come funziona? Intendiamoci, niente che non si sia già visto. Nelle feste patronali di una volta, di molti anni fa, vi erano venditori di bambole sotto forma di partecipazione a un gioco, tipo oggi “i pacchi” di RaiUno, che si mettevano d’accordo con alcune persone del luogo che facevano finta di essere delle persone comuni per invogliare gli altri ad avvicinarsi alla baracca e partecipare. Dai panettoni ai libri. Finora non si è parlato della pubblicità ai prodotti editoriali, ma bisognerebbe incominciare a farlo. In Italia non c’è una normativa precisa e ognuno fa da sé. Per sapere che è uscito un nuovo libro lo devi leggere su qualche giornale o rivista, sentirne parlare direttamente alla televisione o vederlo nella vetrina di una libreria o partecipare alla sua presentazione. Va da sé che la miglior forma di lancio pubblicitario di un libro è la televisione. E qui è il punto. Il libro è prima di tutto un’opera d’ingegno con diversi aspetti culturali, di cui è doveroso e importante occuparsene. Promuoverne la vendita dovrebbe essere interesse dello Stato attraverso le sue agenzie educative. Dopo di ciò il libro è un prodotto industriale come tutti gli altri né più né meno. Pubblicizzarlo dovrebbe costare come per pubblicizzare una saponetta o un dentifricio. Il privilegio di proporre l’acquisto di un libro in televisione, da parte dell’autore che si gira, come un santo pellegrino, una per una ogni trasmissione, riguarda pochi autori, i quali godono di piacevole e proficua ospitalità, facendo passare il tutto come normale servizio giornalistico, perfino meritorio, come per certi aspetti è. Non è uno scherzo da niente. Buona la gloria, ma questa “non dat panem”; per il pane ci vogliono i soldi. Un libro di Bruno Vespa, di Aldo Cazzullo, di Corrado Augias, di Enrico Carofiglio, di Alberto Sallusti, di Marco Travaglio, di Andrea Scanzi, di Antonio Padellaro e via di seguito, ma anche di uomini politici che sempre più spesso si raccontano in libri, vedi il più recente Pierferdinando Casini, e di magistrati, il giorno dopo che se n’è parlato in una qualsiasi trasmissione, balza ai primissimi posti nella classifica delle vendite in tutta Italia. E sono soldi, introiti seri, di cui non beneficiano tutti gli altri scrittori ed editori, che quando riescono a vendere cento copie sono davvero fortunati. Se consideriamo che di libri in genere se ne vendono pochi perché pochi leggono, non c’è chi non paragoni la sporadica vendita di poche copie di libri ad una pesca con la canna, con esca ed amo, e quella a migliaia di copie di chi beneficia dei canali televisivi alla pesca a strascico, che come si sa è vietata perché pesca di frodo. Gli scrittori ospiti dei talk televisivi non dovrebbero parlare dei loro libri, né dovrebbero farlo al loro posto i conduttori. Perché si tratta di pubblicità gratuita, di cui non beneficiano altri che non hanno gli stessi rapporti coi mezzi di diffusione di massa. E con gli scrittori a beneficiarne ancora di più sono gli editori. Essi vogliono pubblicizzare i loro libri? Bene, paghino per farlo e magari con le entrate si potrebbero distribuire alle varie biblioteche pubbliche, dalle comunali alle provinciali, alle scolastiche, copie per incrementare la lettura e l’aggiornamento. Senza la pubblicità televisiva gratis, ma molto efficace, molti autori, che sfornano libri a ritmo industriale, vedrebbero effettivamente quante copie sono in grado di venderne. E con loro vedrebbero anche i cittadini, che spesso finiscono per credere di fronte alle migliaia di copie vendute, di trovarsi di fronte ad autentici Nobel per la letteratura.