sabato 16 dicembre 2023

Veneziani e gli intellettuali di destra

Recentemente su “La Verità”, quotidiano dove abitualmente scrive, Marcello Veneziani ha preso le distanze dalla locuzione “intellettuale di destra”, sostenendo che se ha avuto un senso considerarsi nel lungo periodo in cui essere di destra significava essere escluso da tutto, non ha più senso oggi con la destra al potere. Cosa ha voluto dire Veneziani? Forse che essere di destra non è compatibile con lo stare al governo? Forse che essere di destra vuol dire essere disorganico a qualsiasi partito, a qualsiasi governo? L’intellettuale di destra è tale perché è sempre contro? Il suo pezzo lo concludeva dicendo che la locuzione “intellettuale di destra” contiene due diffamazioni. È diffamante per un intellettuale essere considerato di destra ed è diffamante per la destra essere associata agli intellettuali. Quale che fosse stato il motivo dell’esternazione, Veneziani non vuole più essere considerato un intellettuale di destra. Basta! Ho avuto poche volte l’occasione di incontrare Veneziani. Ma lo conosco da quando entrambi molto giovani avevamo casa giornalistica a “Voce del Sud”, il settimanale leccese di Ernesto Alvino, che nei confronti dei giovani aveva particolare predilezione. Pugliesi entrambi, lui di Bisceglie, io di Taurisano. Credo di avere tutti i suoi libri, o quasi tutti. Uno dei primi, una monografia su Mussolini, lo recensii su “Voce del Sud”. È stato prolifico in questi anni. La sua produzione è ricchissima e spazia per diversi ambiti. Credo che oggi sia il nome più importante di una certa intellighenzia, se lui me lo permette, di destra. Tuttavia Veneziani, che non è nuovo a provocazioni, con questa sua ultima sparata, rientra perfettamente, che gli piaccia o meno, nella tipologia tradizionale dell’intellettuale di destra. Si pensi a quanti superfascisti, da Curzio Malaparte a Indro Montanelli, finirono antifascisti, proprio per quella idiosincrasia che ha un certo tipo di intellettuale verso l’intruppamento o l’asservimento alla truppa. Di me, per esempio, Ernesto Alvino diceva che rientravo nella tradizione degli anarchici di destra, per quella mia propensione a dire oggi bene dell’operato di un partito relativamente ad un fatto e domani male dello stesso partito relativamente ad altro fatto. Ecco, prediligere il fatto e non il partito distingue l’intellettuale di destra da quello di sinistra, che è sempre – come si sa – gramscianamente anima e corpo funzionale al partito. Veneziani dal partito ha avuto a suo tempo una certa considerazione. Ricordo che è stato anche Consigliere della Rai e Consigliere di Cinecittà in quota An durante i governi Berlusconi. Legittimamente avrebbe ambito a qualche incarico più importante nel governo Meloni o in qualche istituzione pubblica, in considerazione anche del fatto che Fratelli d’Italia, partito al quale Veneziani, per storia sua personale, è più vicino, non ha molti grandissimi nomi da spendere. Se è così, non ho difficoltà alcuna a comprendere i motivi della sua “ira”. Ma la mia è un’ipotesi, della quale, se non ha riscontro, chiedo scusa a Veneziani. Molto più probabile è che egli abbia voluto rivendicare la libertà di esprimersi sui fatti odierni relativi al partito o al governo. E bene ha fatto allora a dirlo pubblicamente sul giornale, per fugare dubbi o malintesi. La chiarezza non è solo forma ma anche contenuto Conviene che oggi, se si vuole essere credibili, non si abbiano etichette. In un ambiente ormai falsificato e polarizzato, o si è di destra o si è di sinistra, diventa difficile fare un’analisi dei fatti ed essere creduto. Ciò a cui un intellettuale libero tiene più che a qualsiasi altra cosa. Nella situazione in cui ci troviamo un intellettuale si trova né più né meno come in una duplice dittatura senza libertà di uscita. Se dice bene del governo è perché etichettato di destra, se dice male è perché etichettato di sinistra. Non esiste più per sé. E questo è applicabile a qualsiasi altro soggetto di osservazione critica, opposizione compresa. L’etichetta è una maschera che non consente di essere visto nel proprio vero volto. Liberarsi di ogni etichetta è perciò oggi assolutamente salutare per la propria credibilità. Veneziani ha voluto lanciare un’altra delle sue provocazioni. Ma temo che saranno pochissimi a raccoglierla, perché è molto difficile, quando si è in un sistema di comportamenti, rinunciare alle convenzioni. Che, a volte, possono essere prebende. Ma già stiamo parlando di altri, a cui la maschera o l’etichetta che dir si voglia è ricercata e curata.

sabato 9 dicembre 2023

Televisione: informazione o propaganda?

In tedesco c’è un termine che indica lo stato d’animo di chi gode delle disgrazie altrui. Si dice Schadefreude. Sembrerebbe che è un vizio tipicamente tedesco, dato che il termine l’hanno inventato loro, ma, avendoli conosciuti i tedeschi, per vita e letteratura, non mi pare. In italiano per esprimere simile sentimento occorrono due parole. In verità anche il termine tedesco è un composto, da Schade, che significa male danno, e Freude, che significa gioia felicità. Una sorta di ossimoro. C’è da stupirsi come mai nella nostra lingua non abbiamo ideato un termine così. Forse perché noi italiani sappiamo dissimulare molto bene i sentimenti più riposti. Torquato Accetto fu maestro nel Seicento di “dissimulazione onesta” ad uso di cortigiani e potenti. Oggi si usa il politically correct, che, se non osservato, il minimo che ti capita è di passare per nazifascista, con tutte le conseguenze …fasciste. Da un anno a questa parte, da quando c’è il governo Meloni, assistiamo a spettacoli televisivi, i cosiddetti talk-show, in cui i campioni del giornalismo televisivo italiano, prestati dal cartaceo, ostili alla destra, trasudano sofferenza cupa per i successi di Giorgia Meloni e gioia luminosa per le sue tribolazioni, che quando non ci sono vengono inventate. “La 7”, per esempio, è un contenitore formidabile, all’interno del quale vengono sminuiti e banalizzati i successi della destra o addirittura negati e sono fonte di gioia i suoi insuccessi. “Di Martedì”, “Otto e Mezzo”, “Piazza pulita”, “Propaganda Live” sono tutte trasmissioni che non nascondono il loro acido essere antigovernativo. Travaglio, Scanzi, Montanari, Giannini, Urbani, Mieli, Caracciolo sono i campioni in campo, magistralmente guidati dalla conduttrice Gruber. Dall’altra parte, su Mediaset, “Dritto e Rovescio” di Paolo Del Debbio, “Fuori dal coro” di Mario Giordano, “Quarta Repubblica” di Maurizio Porro, “Zona bianca” di Giuseppe Brindisi, fanno altrettanto. Si può dire che il giornalismo italiano, di destra e di sinistra, è tutto intruppato al seguito dei politici, tranne alcune eccezioni. Essi si azzuffano come bravi al seguito dei loro padroni di manzoniana memoria; e spesso se le danno di santa ragione. Il risultato è che hanno stancato i cittadini telespettatori, che mandano tutti a quel paese dopo aver cercato inutilmente di capire che cosa accade. Una volta, in televisione, Maurizio Molinari, direttore di “Repubblica”, sornione sornione, a chi lo accusava di fare politica rispose, sollevando appena appena le palpebre, che lui faceva solo informazione. Allora corsi subito a rivedermi quel che dicono dei giornali e della loro funzione gli scienziati della politica. I giornali sono mezzi in uso alla politica e contribuiscono alla propaganda dei partiti e dei governi, la stampa è un mezzo di lotta politica. Non sarebbe male che ognuno ogni tanto si ripassasse qualche manualetto. Tra Gaetano Mosca e Marco Travaglio io credo a Mosca. Tra Roberto Michels e Andrea Scanzi io credo a Michels. Tra Carl Schmitt e Paolo Mieli io credo a Schmitt. Bisognerebbe che i cittadini avessero l’antidoto giusto, una sorta di contraveleno contro la cosiddetta informazione. Per dirne una. Nel talk “Otto e Mezzo” de “La 7”, condotto da Lilli Gruber, la quale non manca mai di ricordare ai telespettatori che lei è di origini austroungariche – ma chi se ne frega! – tanto per distinguersi dagli italiani, ci sono sempre, quattro ospiti che partecipano al dibattito, regolarmente tre in favore dell’opposizione, uno in favore del governo, più la conduttrice che dirige l’orchestra antigovernativa. A sentirli tutte le sere te ne vai a letto convinto che la mattina dopo ti alzi col governo caduto, tanti sono stati i suoi fallimenti da loro denunciati. Così, a sentire i bardi governativi di Mediaset, te ne vai a dormire con quattro cuscini, convinto che il governo va a gonfie vele e che a schiattare di rabbia saranno i suoi nemici. Quasi sempre sono giornalisti che si confrontano, i quali dovrebbero garantire un minimo di obiettività, limitandosi a spiegare quanto i politici dicono e fanno, quel che accade in Italia e nel mondo, senza fini propagandistici. Il dover assistere, invece, ad un ruolo travisato, quello del giornalista, che non spiega ma perora cause pro o contro, e lo fa con più partecipazione emotiva del politico medesimo, francamente è un tradimento che non può che irritare il cittadino spettatore. Da quest’anno si è aggiunta una trasmissione equivoca. Che ci fa a Mediaset la sinistra Bianca Berlinguer con la sua trasmissione “È sempre carta bianca”? Verrebbe di rispondere con la battuta di Totò. Ma, per questa volta, soprassediamo.

lunedì 4 dicembre 2023

Atrocità e televisione

La televisione deve educare, non può limitarsi a divertire e a distrarre la gente, e se pure propone spettacoli di svago il fine degli stessi non può che essere educativo. Non può proporsi di rendere gli individui dei beoti. Vale per tutta la televisione, perfino per gli stacchi pubblicitari, se in qualche modo essi mancano di rispetto allo spettatore. Vale per internet, che ha trasferito la conoscenza dell’individuo dal cervello alla tasca, chiusa in pochi grammi di diavolerie elettroniche. Ognuno pensa di possedere lo scibile chiuso nel suo smartphone a portata di mano. Chi mai ci salverà da questi due “pericoli” della vita odierna? Accade che perfino i conduttori televisivi si trasformino in guitti e mischiano il messaggio serio con lo sberleffo. I primi a non essere creduti sono proprio loro, tradendo nella gestualità e nella mimica oltre che in quello che dicono la vacuità delle tesi che sostengono. E tutto questo perché? Per attrarre spettatori, per aumentare ascolti e pubblicità. Più spettatori ha una trasmissione e più sono i fruitori, gli acquirenti, i consumatori dei prodotti pubblicizzati. In questo eccellono le televisioni commerciali, che hanno monopolizzato quasi del tutto i talk politici e gli spettacoli trash. Ma neppure la Rai, che pure si muove in un’ottica diversa, dimostra di avere sempre rispetto per lo spettatore. Accade, per esempio, che mentre non ti sei del tutto ripreso dalle scene di guerra, di morte e di distruzione, provenienti dall’Ucraina a da Israele, che i Tg ti fanno vedere, vieni scaraventato nell’allegra brigata di Fiorello e compagni dello spot per “Viva Rai 2!”. Di punto in bianco ti trovi nel bel mezzo di una compagnia di burloni che, tra lazzi scherzi sfottò motteggi e autorisate, ti portano in un mondo di gaudenti balordi. Dove tu non vuoi proprio finire. A prescindere se le battute di Fiorello vanno in direzione di destra o di sinistra. Si dice: puoi cambiare canale. Ma intanto ti verrebbe voglia di cambiare epoca, se fosse mai possibile. Perché dobbiamo ridere? Che c’è da ridere? Perché distrarci, divertirci se tutt’intorno c’è il disastro? Siamo diventati tutti un popolo di irresponsabili burloni? Perché non dobbiamo pensare seriamente ai problemi che ci assillano? Marx – chi era costui? – diceva che la religione è l’oppio dei popoli. Con lo stesso metro di giudizio si può dire che Fiorello l’ha sostituita alla grande. Per favore, ridateci la religione! Ci immaginiamo quali danni subisce il nostro cervello, la nostra psiche, passando, sia pure per pochi secondi, da una condizione di sofferenza ad una di allegra balordaggine? Come dall’acqua calda all’acqua ghiacciata. C’è gente che di fronte alle disgrazie del mondo non vuole né confortarsi né rallegrarsi con altro. Come puoi volerti distrarre dopo aver appreso dell’ennesimo ammazzamento di una ragazza che proprio nel giorno dell’uccisione doveva discutere la tesi di laurea? La gente vuole riflettere. E invece sembra che la serietà sia diventato l’ottavo vizio capitale. Dunque, si consenta alla gente di piangere quando c’è da piangere e di ridere quando c’è da ridere. La televisione non lo consente di fare e ti sbatte da una parte all’altra senza nessun rispetto, facendoti perdere il senso delle cose, mettendoti sul sentiero del più becero nichilismo. Intanto l’informazione, per dovere di cronaca, non può non insistere sui soliti drammi che colpiscono l’individuo e la società. Di fronte ai quali il solito esperto ti ripete un mantra ormai vuoto come una bolla di sapone. Bisogna incominciare ad educare i ragazzi in famiglia e a scuola, come se in questi due “luoghi” sacri della crescita dell’individuo non si insegnasse da sempre il rispetto dell’altro! Come se famiglia e scuola non fossero già luoghi dove si esercitano da parte dei ragazzi le imprese più deprecabili, come pretendere in casa il soddisfacimento di ogni capriccio, come sparare a scuola agli insegnanti dopo averli insultati sul web, sui muri, di persona. Non si vuole ammettere che la colpa è dello Stato, ovvero delle sue classi dirigenti, che invece di preoccuparsi dei bisogni fondanti della convivenza civile assecondano mode per conquistare consenso, introducono leggi che vietano di intervenire ai genitori e agli educatori come converrebbe, favoriscono ogni tendenza a fare quel che ognuno vuole fare, ad essere quel che ognuno vuole essere. Non si è ancora capito che dove ognuno fa quel che vuole è giungla, vige la legge del più forte; e il più forte ha sempre prevalso sul più debole. La storia di Caino e Abele insegna che al più debole non basta avere dalla sua parte neppure Domineddio.

sabato 25 novembre 2023

Donne e patriarcato

La morte atroce di Giulia Cecchettin, la ragazza ammazzata a coltellate dall’ex fidanzato che non voleva accettare la fine del rapporto, ha nuovamente acceso le passioni più forti e qualcuno di quelli che frequentano il Bar Italia, la metafora bersaniana del populismo, ha perfino invocato la pena di morte. Negli ambienti piazzaioli e mediatici si è parlato invece del patriarcato, a cui si è voluto dare la colpa. Ancora una volta la condanna precisa per chi ha compiuto l’assassinio è stata trasferita ad un generico responsabile immateriale, secondo tutta una linea di pensiero psico-sociologico. Per l’età che ho, il patriarcato è memoria. In ogni famiglia il padre in preminenza era il garante dell’ordine famigliare, coaudiuvato dalla moglie. Leonardo Sciascia sosteneva che il matriarcato nel Sud Italia non ha mai smesso di dominare. In realtà funzionava una sorta di diarchia. Non mancavano, evidentemente, con gli aspetti positivi anche alcuni negativi, perfino degeneri, come in tutti i sistemi. Ma c’era un sistema! È sbagliato leggere quell’ordine con le teorie antropologiche di oggi. Se così facessimo dovremmo eliminare come negativo tutto il passato, cancellarlo, dalla costola di Adamo in poi; come purtroppo si predica di fare (cancel culture). Oggi, al posto di un sistema, c’è il vuoto. Ognuno per sé e nessuno per tutti. Nei tempi del patriarcato le ragazze erano sacre. Nessuno all’esterno della famiglia si poteva permettere di mancar loro di rispetto, di farle oggetto di molestie, di insistenze, di cattive attenzioni. Chi lo faceva non tardava a vedersela col padre, coi fratelli, con gli zii, coi cugini, spesso con l’intera ghetonia. Difficilmente se la passava liscia. La rottura di un fidanzamento o di un matrimonio era questione che riguardava le famiglie e le controversie si risolvevano pacificamente, tutt’al più restava qualche screzio che il tempo appianava. Non era solo paura che tratteneva dal mancare di rispetto ad una ragazza ma anche la consapevolezza di diventare un paria e di finire nell’isolamento. Va da sé che a quei tempi le donne erano soggette in famiglia a vincoli di ogni genere, di madri, di mogli, di sorelle; esse venivano nell’ambito famigliare dopo i maschi, dal padre ai fratelli. Non si augurava mai figlie femmine a chi si sposava, ma maschi; e non solo perché questi entravano crescendo nelle attività lavorative della famiglia, ma perché perpetuavano la “razza”, di cui le madri erano orgogliose quanto e a volte più dei padri. Non si lasciava mai la parte migliore dell’eredità alle femmine, ma sempre ai maschi, che dovevano perpetuare il “nome” della famiglia. Poi è avanzata la cultura del femminismo. In questo processo i maschi hanno dato il loro contributo sempre più convinto. Le donne non sono state mai lasciate sole. Il Novecento è stato il secolo che ha visto il raggiungimento di traguardi importanti, perseguiti e riconosciuti da tutte le agenzie nazionali e internazionali fino ai pieni diritti. Coerente a livello patriarcale è stato il fascismo, che, se da un lato considerava le donne intoccabili e superprotette da un altro le legava ai loro doveri di mogli, di madri e di cittadine pienamente inserite e impegnate nei traguardi del regime fin dalla nascita. Poi è venuta la libertà per tutti, conquistata con lacrime e sangue; ma la libertà non ha solo i costi del conquistarla, ha anche i costi per conservarla. E ancora una volta, lacrime e sangue, come provano le continue tragedie. Oggi le donne sono libere da ogni sorta di sottomissione, di tutela, di controllo. Ma sono sole! Io penso che quella ragazza uccisa quando si è vista assalire dall’ex fidanzato abbia invocato il padre che non era lì a proteggerla. Ma solo era anche il padre, che nulla sapeva dei pericoli che correva la figlia. La nostra è una società di soli, ben oltre le parole profetiche del poeta: “ognuno sta solo sul cuor della terra”. Le manifestazioni cosiddette di solidarietà danno solo una parvenza di compagnia. A volte in casa i membri di una famiglia ignorano l’uno i problemi dell’altro. Un giovane, che sapeva che dietro una ragazza c’era l’intera famiglia, e non solo, non s’azzardava così facilmente ad usarle violenza. Ma oggi, che prevede un giovane che si vendica dell’abbandono della sua ragazza uccidendola? Sa che per prima cosa viene deresponsabilizzato, che sarà processato e condannato ad una pena che gli sarà poi ridotta e commutata, che nel giro di pochi anni è libero e che ancor giovane ha davanti a sé tutta una vita. Quella vita che lui e soltanto lui ha strappato ad una ragazza di ventidue anni il giorno in cui si doveva laureare.

sabato 18 novembre 2023

Ebrei, un destino di ritorno

Qualche giorno fa il mio barista mi chiese di spiegargli in parole povere perché gli ebrei sono così odiati da sempre e in tutto il mondo. Gli risposi: metti che un signore che viene da fuori apra un bar accanto o dirimpetto al tuo e che in poco tempo mentre lui progredisce tu sei costretto a chiudere, metti che quel signore sia un ebreo, tu non puoi non odiarlo. È stato la rovina della tua esistenza, senza peraltro commettere alcun reato. È semplificatorio, d’accordo, ma è così. È l’invidia che anima l’odio contro gli ebrei. Il non sopportare che essi siano più capaci degli altri. A questo aggiungi il deicidio, di cui sono stati accusati, e la situazione antiebraica si completa. Quando il governatore della Giudea Ponzio Pilato chiese al popolo chi liberare per la pasqua di quell’anno Barabba o Gesù, il popolo fomentato dai sacerdoti scelse Barabba. E questi, con tutti i dubbi storici che lo riguardano, era un ribelle, una sorta di terrorista ai danni degli occupanti romani. Al di là di giuste o ingiuste colpe, l’ebraico è un popolo straordinario; vive un destino di eterno ritorno. Nella storia è stato sempre perseguitato, spesso con gravi danni all’economia del paese dal quale veniva espulso, perché senza l’intraprendenza degli ebrei quel paese s’impoveriva. Accadde con la cacciata dalla Francia nel 1182 e dalla Spagna nel 1492. Gli ebrei ovunque si siano insediati hanno migliorato l’economia del paese, hanno prodotto ricchezza, migliorato i servizi, anche con piccole attività commerciali e artigianali. Il filosofo olandese di origine ebraica Baruch de Spinoza campava smerigliando lenti da occhiali. Hanno contribuito allo studio delle arti, delle lettere e delle scienze. Oggi, nel mondo, sono piene le università, le case editrici, le banche, i giornali, le televisioni. Il 20% dei premi Nobel sono stati assegnati a ebrei. Il loro destino di perseguitati ha sviluppato in loro una forte compattezza e solidarietà ovunque si trovino. Perciò chi li attacca deve vedersela con le potenze mondiali, che vivono nella stessa cultura, nella stessa economia, che hanno lo stesso stile di vita e che sanno che il successo non è dono di chissà chi, ma frutto del lavoro, dell’impegno, della tenacia, della capacità di difendere il proprio. Si consideri che le classi dirigenti di molti paesi occidentali hanno ebrei ai vertici delle loro istituzioni. Per dire: Blinken, Segretario di Stato Usa, è ebreo; Schlein, che un giorno potrebbe diventare capo del governo in Italia, è ebrea. Noi occidentali viviamo da sempre nell’etica del lavoro. Calvino (il teologo) sulla predestinazione fu chiaro: guarda alla tua condizione, se sei un fallito sulla terra sei un uomo perso nell’aldilà. Perciò, fai di tutto d’inseguire il successo e di raggiungerlo: è il segno di quel che sei ora, di quel che sarai dopo. È la filosofia del quisque est faber fortunae suae. Vale anche oggi. La terra d’Israele, rivendicata, in parte anche giustamente, dai palestinesi, una volta improduttiva e abbandonata, oggi produce ricchezza; il deserto è diventato giardino, frutteti, aziende. In Cisgiordania, territorio spettante alla Palestina per decisione dell’Onu fin dal 1947 e conquistato da Israele nella guerra del 1967, i coloni ebrei si sono insediati portando dappertutto i segni del lavoro, della crescita, della civiltà occidentale. La loro filosofia di vita è avere la spada accanto all’aratro. E, infatti, i loro kibutz sono difesi dai soldati. Gli ebrei continuano così a dimostrare di essere loro gli eletti del Signore. I vecchi abitanti di quelle terre, i palestinesi, che sono ridotti nel migliore dei casi a lavoratori subordinati, considerano la situazione intollerabile. All’invidia, alla ragione utilitaristica, si aggiunge la civiltà diversa alla quale i palestinesi appartengono, l’Islam. Le componenti più radicali di questa religione non ritengono di coesistere con altre ma delle stesse perseguono l’eliminazione. Ergo: Israele non deve esistere! È considerato un intruso in un mondo di musulmani. Deve scomparire. La posizione così radicale dei palestinesi porta Israele ad essere sempre sul piede di guerra. La sua è una questione di vita o di morte, è ciò che impedisce un duraturo accordo, è la causa del fallimento di tanti tentativi fatti dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi che ad un certo punto sembravano per raggiungere l’obiettivo. Ma quest’ultima guerra che Israele sta combattendo presenta caratteri ancor più gravi e inquietanti rispetto alle precedenti. Non si discute la sua legittimità a difendersi, ma se per farlo pone le premesse di nuovi rancori difficilmente si arriverà mai alla coesistenza dei due popoli in due stati. Il che significa che per gli ebrei, in Israele e nel mondo, è inevitabile vivere in un costante stato di guerra, a rischio del mondo intero. È tragico che altro i figli di David non possono fare.

sabato 11 novembre 2023

Costituzione, cambiare, ma con giudizio

Accade spesso a scuola, mio ambiente professionale, di dover cambiare un testo scolastico. Sulla materia si torna ogni anno per il caro-libri. Ma non è di questo che qui si vuole parlare, per quanto l’argomento meriti la massima considerazione. Quando un professore vuole proporre un nuovo testo deve fare una relazione in cui sono evidenziate le inadeguatezze del testo che si vuol cambiare e illustrate le bontà didattiche di quello che si chiede di introdurre. Del testo vecchio si conoscono i difetti, sperimentati, e del nuovo si ipotizzano i pregi, evidentemente ancora da sperimentare. Non è improbabile che il nuovo, una volta sperimentato, risulti peggio del vecchio. Dico questo dopo aver letto in questi ultimi giorni diversi pareri di esperti sulla riforma delle istituzioni che il governo Meloni intende proporre al Parlamento e in specifico all’elezione diretta del capo del governo, il cosiddetto premierato. Le intenzioni, a prescindere se condivisibili o meno, sono di garantire sempre un governo eletto dal popolo, che è sovrano, e impedire i cosiddetti ribaltoni. Due punti che l’attuale forma istituzionale non sempre ha garantito, specialmente in questi ultimi trent’anni. Quali sono state le “degenerazioni”? Nel fatto che i governi sono durati poco, che ce ne sono stati alcuni voluti dal Presidente della Repubblica, formalmente approvati dal Parlamento, ed altri dalle combinazioni partitiche più stravaganti e contraddittorie. Ricordiamo i berlusconiani governi dei “responsabili” e quelli grillini giallo-verde e giallo-rosso. Va da sé che i governi sono sempre voluti dal popolo, altrimenti sarebbero incostituzionali, indirettamente attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento, direttamente attraverso le urne. Nella Repubblica parlamentare, qual è la nostra, un ruolo fondamentale ce l’hanno Presidente della Repubblica e Parlamento, il primo sceglie a chi affidare l’incarico di fare il governo, ovviamente dopo le consultazioni delle forze politiche, il secondo lo deve approvare in maggioranza. Se i governi non durano e si cambiano le maggioranze non accade per difetto della norma ma della politica. La “colpa” della norma è che consente le geometrie variabili della politica. Ora, se il governo Meloni vuole una riforma tale da garantire stabilità dei governi, correttezza politica nei confronti del popolo, ed evitare ribaltini e ribaltoni, è sicuro di riuscirci con la proposta che ha in mente di fare? Questo è il punto. Sono abbastanza noti i caratteri della politica italiana e sappiamo che anche le più granitiche aggregazioni di partiti e di uomini possono ad un certo punto collassare. Il trasformismo depretisiano è diventato pellegrinaggio parlamentare in virtù del fatto che una norma costituzionale consente al parlamentare di “responsabilizzarsi”, leggi cambiare partito, con chi vuole e tutte le volte che vuole, tradendo il mandato popolare ma non la Costituzione. Le leggi si possono cambiare, ma gli uomini chi li cambia? Con la riforma proposta dal governo si rischia di portare fuori dalla Presidenza della Repubblica e dal Parlamento gli stessi difetti di prima, forse anche aggravati, perché la norma è diversa ma gli uomini sono gli stessi. Tenendo conto della realtà delle cose e del fatto che la proposta del governo trova tutte le opposizioni compatte, il che fa pensare che essa non raggiungerà i due terzi del Parlamento in sede di approvazione e si renderà necessario il passaggio referendario, qualche politologo e costituzionalista (Panebianco, Corsera del 6 novembre) suggerisce una riforma concordata con le opposizioni, con qualche aggiustamento per evitare le derive più immorali e impopolari, quelle che hanno allontanato gli elettori dalle urne. Ma bisogna vedere fino a che punto le parti sono disponibili a trattare e se al loro interno sono compatte. Finora sul fronte della maggioranza non ci sono state crepe, ma esse potrebbero prodursi se le opposizioni dovessero lasciare sdegno e furore per proporsi davvero come compartecipi credibili e giungere ad una soluzione comune. Allo stato delle cose non sembra alle viste un avvicinamento o un incontro. Appaiono più probabili la determinazione della maggioranza di andare fino in fondo anche da sola e la volontà delle opposizioni di impedire qualsivoglia proposta di riforma. A questo punto, conviene arrivare alla resa dei conti popolare, con un voto referendario, che Giorgia Meloni crede fortemente a lei favorevole ma non vincolante alla sua permanenza a Palazzo Chigi.

sabato 4 novembre 2023

Intelligenza artificiale e scrittura

Non ho competenze per parlare dell’intelligenza artificiale e delle sue miracolose applicazioni e utilizzazioni. Confesso di avere idiosincrasia per tutte le strabilianti novità dei nostrissimi tempi, tranne che per tutto ciò che serve a salvare vite umane o ad alleviarne le sofferenze. Se mi offrissero gratis un viaggio nello spazio direi no grazie, preferisco farmi una passeggiata a piedi per scoprire luoghi urbani o naturali, a seconda dell’umore. Ecco, l’umore è nelle potenzialità dell’intelligenza artificiale? Ne dubito e nello stesso tempo ne sono confortato. C’è ancora dove rifugiarsi. Mi pare di aver sentito dire che fra le tante meraviglie che può fare c’è la scrittura di un testo, di un saggio, addirittura di una poesia o di un romanzo. Una cosa che così mi viene di capire: combinati i dati, come degli ingredienti per una ricetta, tanto di e tanto da, l’intelligenza artificiale ti scodella il prodotto. Si dice perfino che può scrivere una poesia alla Leopardi o alla Manzoni. Sarebbe interessante di questi tempi conoscere il pensiero di Leopardi su Fiorello e sul suo demenziale “Viva Rai Due”, il cui spot televisivo spesso segue subito dopo le macellerie di Gaza; o Manzoni dell’attuale conflitto israelo-palestinese, lui che scrisse per la causa italiana “Marzo 1821” dedicandola al poeta tedesco Koerner caduto a Lipsia contro Napoleone. Per stare nel settore giornalismo, si può ipotizzare che messi tutti i dati di una notizia di cronaca in questa sorta di frullatore intelligente, eccoti servito l’articolo. Immagino che già di suo l’arnese intelligente abbia in sé inserito il politicamente corretto. E così il giornalista che firma il pezzo è garantito da qualche involontario strafalcione lessicale in danno delle specie protette della società, che col passare degli anni aumentano sempre di più. La vasta applicazione dell’intelligenza artificiale va oltre l’immaginazione e non lascia prevedere quali possano essere tutte le ricadute positive e negative sull’uomo in quanto individuo unico e irripetibile. Non c’è dubbio, a quel che si dice, che essa potrebbe far rivivere Indro Montanelli e Oriana Fallaci, Fabrizio De Andrè e Domenico Modugno e magari Guglielmo Marconi ed Enrico Fermi. Ma quanto questi ultramoderni Frankenstein sarebbero paragonabili agli originali? Nel campo della poesia e della letteratura in genere i risultati sarebbero fallimentari, a meno che l’intelligenza artificiale non venga talmente arricchita da avere nelle sue potenzialità anche l’immaginazione e quello che i tedeschi chiamano lo Streben. Potrebbero mai i prodotti dell’intelligenza artificiale contenere nostalgia, tensione, struggimento? In verità, al netto delle mie incompetenze in materia, che tengo a ribadire, a correre seri rischi sarebbero gli uomini per così dire normali, senza alcuna particolare qualifica, i quali finirebbero per essere sostituiti in tutto e per tutto. Essi sarebbero destinati perfino a perdere le prerogative fisiche normalmente impiegate nel lavoro e nella vita di tutti i giorni. Non accadrebbe dall’oggi al domani evidentemente, ma nel prosieguo dei tempi. L’uomo d’oggi non è certo l’uomo di Neanderthal. Così l’uomo di domani, cui non è peregrino associare l’intelligenza artificiale, non sarà quello di oggi. Quanto alla scrittura va da sé che per sopravvivere al comunismo delle menti chi scrive deve cercare di puntare allo stile e al linguaggio, che sono contraddistinguibili, attribuibili alla persona specifica. Essa deve allontanarsi da tutto ciò che omologa, che appiattisce. Deve rifiutare come dannoso quello che è riproducibile da qualsiasiasi macchina. Contro l’intelligenza artificiale l’uomo deve far uscire da sé il suo quid, che lo rende unico; deve far valere la sua ironia, il suo cinismo, la sua imprevedibilità o su altro registro la sua bontà, il suo pietismo, la sua capacità di emozionare. Chiaro che ciò che appartiene troppo ad un individuo può piacere o non piacere, provoca reazioni, divide, al contrario delle regolarità che lasciano indifferenti, che si limitano ad informare in maniera asettica. Non si tratta tanto dell’essere pro o contro qualcuno o qualcosa, ma del modo come lo si è, come si descrive la propria condivisione o contrarietà; il come deve divertire o commuovere, far arrabbiare o compiacere, mai lasciare il lettore indifferente. Non si può scrivere un editoriale, un pezzo di critica come non si può scrivere una novella o un racconto, come un foglietto illustrativo di un medicinale. Non condivido quello che uno scrive, ma mi piace come lo fa, perché lascia pensare che dietro c’è l’intelligenza umana.