domenica 2 luglio 2023
Scuola, anche i professori però...
È da anni, diciamo da quando è entrata in regime di autonomia, che la scuola, coi presidi-manager e gli alunni-clienti, manda alla società messaggi di malessere. Non che prima stesse benissimo, ma conservava ancora saldi i principi cardine dell’ordinamento formativo. Già la scuola entra in crisi a partire dai primi anni sessanta del secolo scorso con l’introduzione della scuola media unificata, quando al fisiologico aumento di domanda degli iscritti non si risponde con un’adeguata offerta dello Stato. Mancano edifici all’uopo, si rimedia con locali d’occasione, vecchi palazzi, locali adattati; mancano insegnanti, si rimedia con figure professionali avulse. Avvocati, farmacisti, veterinari vengono reclutati per sostituire gli insegnanti mancanti di italiano, di scienze, di matematica. I locali sono assolutamente inadeguati, forse anche per questo s’impoverisce l’arredo, a partire dalla cattedra, la pedana da dove una volta troneggiava l’insegnante, col suo alone di sapere e di autorità. Per le scuole superiori non andò meglio, di lì a pochi anni, stessa crisi di edilizia, stessa improvvisazione nel completare l’organico insegnanti. La scuola perde il suo ambiente materiale, ne risente inevitabilmente quello immateriale, molto più importante nel processo educativo e professionale. Il modello che sostituisce il vecchio è la scuola democratica, voluta dal centrosinistra, che però si presenta malconcia fin dall’inizio, essa stessa rimediata alla meglio. L’edificio gentiliano si sgretola negli anni successivi con piccoli ma significativi adattamenti. Poi l’autonomia alla fine degli anni Novanta e la nascita degli istituti comprensivi. Si può essere pro o contro, ma un dato è comune: la scuola non è più una struttura organica e compiuta, ma un farsi continuo alla ricerca di una improbabile identità. Da allora un ripetersi di episodi di mala scuola con relative toppe a “risolvere” i singoli casi.
L’ultimo è l’assegnazione di nove in condotta a due ragazzi che nel corso dell’anno, uno ha sparato con una pistola ad aria compressa in classe ad un’insegnante e l’altro ha filmato l’impresa. L’accaduto è grave nei suoi due momenti. Il primo, il gesto dei due ragazzi. Il secondo, il nove in condotta da parte del consiglio di classe, quasi che assurdamente uno fosse conseguenza dell’altro. Voi avete sparato ad un’insegnante e noi vi premiamo con un bel nove in condotta. Il Ministro è intervenuto invitando il dirigente scolastico a rifare il consiglio di classe, atteso che il voto di condotta finale è comprensivo dell’intero anno scolastico e non del solo secondo quadrimestre. Così è stato fatto e il nove è diventato sette. Poi le nuove immancabili direttive del Ministro Valditara sul voto in condotta, come se quelle che c’erano non fossero valide. Semmai non valida ne è stata spesso l’applicazione.
Ma, per capire che cosa in realtà sia successo in quella scuola di Rovigo, occorre partire dal primo punto: l’aggressione all’insegnante. Non si può liquidare l’accaduto facendolo rientrare nella casistica dei “giovani di oggi” e delle loro stravaganze e debolezze. Intanto chi viene colpito in un ambiente altamente socializzato com’è la scuola vuol dire che era isolato. In genere e in ogni ambiente si colpisce chi è solo e non gode né di stima né di affetto. Come ognuno sa, specialmente chi proviene da quel mondo, i ragazzi percepiscono certe realtà, sanno che quell’insegnante non gode dell’amicizia e della stima dei colleghi e del preside, non ha vicinanza alcuna. Colpirlo, perciò, si è quasi certi di farla franca o addirittura ricevere un plauso. Quasi sempre l’episodio clou è preceduto da avvisaglie, che si fa male a non considerare. Può capitare che un insegnante non riesca a farsi amare e rispettare, che si isoli. Ci sta. I motivi possono essere tanti, e non è qui il caso di passarli in rassegna.
Va da sé che non c’è giustificazione alcuna per quei due ragazzi né per gli insegnanti che li hanno “premiati” col nove in condotta, facendo poi burocratica marcia indietro, ma è importante sapere come effettivamente siano andate le cose. È opportuno che anche l’insegnante vittima si interroghi sulla sua condizione per vedere come e perché si è messa nelle condizioni di subire quel che ha subito sia dai ragazzi che dai colleghi e dal preside. Potrebbe essere per lei l’inizio di una rivisitazione del suo metodo di insegnamento e forse anche del suo rapportarsi col mondo della scuola. Non è una novità dire che se gli alunni maturano coi professori, i professori maturano con gli alunni. Il processo è unico.
sabato 24 giugno 2023
Parlare è un diritto, tacere un'opportunità
Chiedersi in democrazia se uno ha diritto o meno alla parola non ha senso. Tutti ce l’hanno. La domanda è quando è opportuno esercitare questo diritto. Non è un limite, ma l’essenza stessa del diritto e della parola. La disciplina non può essere che un bene. Quando ci si educava fin da piccoli, in famiglia, a scuola, in società, si raccomandava a non parlare mai quando parlava uno più grande, a non alzare la voce, a non insistere più di tanto, a non sovrapporsi all’altro, a non replicare solo per evitare di non darsi per vinto.
Da adulti non è stato difficile capire che parlare è bene ma tacere è opportuno, quando si è in presenza di una persona che ha titoli e competenze specifici, quando parlare è compromettente. Non si contano i saggi che invitano a tacere. Già Plutarco osservava che nessuno si è mai pentito di aver taciuto, qualcuno invece di aver parlato. Il parlare sarà pure un diritto, ma il tacere è una virtù. Oggi si è convinti che tutti abbiamo il diritto assoluto di parlare di tutto e di tutti con toni a volte prevaricatori. Ne sono esempi quotidiani: i tanti tifosi di calcio che straparlano di formazioni e tattiche, di ruoli e di tecniche, di come si calcia o si para un rigore, di arbitri e di Var; i vari personaggi dei dibattiti televisivi, che si avventano l’uno contro l’altro come due pugili sul ring allo scopo di mettersi ko. Altrettanti esempi sono i professori che sdottrinano sulle direttive del Ministro dell’Istruzione, dei medici di quello della Sanità, dei magistrati di quello della Giustizia e via di seguito. Non un minimo di decenza etica, non solo e non tanto per rispetto delle istituzioni che quelle persone rappresentano ai massimi livelli, ma per opportunità di non doversi trovare poi nelle condizioni di agire professionalmente in conformità di una legge o disposizione da te non condivisa e pubblicamente osteggiata. Questo insinua nel cittadino una serie di storture mentali, che non vanno a beneficio della concordia sociale.
Oggi dovremmo tutti riabituarci al silenzio ovvero a parlare quando è opportuno farlo. Capisco che già si pensi all’autoritarismo incombente, ma non è così. Il discorso va oltre il contingente politico e non va, almeno nelle nostre intenzioni, contro una parte politica e a favore di un’altra. Siamo di parte ma ci sforziamo di non esserlo. Un suggerimento che tutti dovrebbero osservare.
Il caso più recente è quello di alcuni magistrati che hanno contestato al Ministro della Giustizia Carlo Nordio l’abolizione dell’abuso d’ufficio, un reato che a detta di molti farebbe più danno che utile. Noi siamo del parere che colpire un reato è sempre utile, che quello d’ufficio lo è per definizione e che perciò non andrebbe cancellato. Ma ciò detto, da un pulpito adibito a parlare come è la stampa, bisogna fare alcune considerazioni sul gran vociare che si sta facendo sull’argomento. I magistrati, intervenendo sulla questione, non hanno fatto nulla che già lo stesso Nordio non avesse fatto quando era magistrato e criticava le cose della giustizia. Del resto se Nordio è oggi ministro lo è fondamentalmente tanto per la sua attività pubblicistica quanto per quella professionale. Contro quel provvedimento, che va in una direzione diversa da quella sempre avuta da Fratelli d’Italia, si sono espressi non pochi politici di opposte tendenze. Questo prova come sia difficile governare con la barra sempre dritta sulle proprie idee. La Meloni paga lo scotto delle “cattive compagnie”. Ma dire che il provvedimento è un omaggio alla scomparsa di Berlusconi è affermare un anacronismo. Di questo si sta parlando da anni; e a farlo non sono stati solo quelli di Forza Italia e della Lega. Il dibattito è stato sempre vivo e vivace. A maggior ragione lo è oggi in prossimità della sua approvazione. In un certo senso le posizioni si conservano e si conserveranno sempre trasversali.
Aggiungersi ai politici da parte dei magistrati non pare, perciò, opportuno. Tutti sì e i magistrati no? Proprio quelli che ne sarebbero più interessati? Proprio così, in considerazione non solo del fatto che il ministro non elabora la sua riforma da solo, ma con personalità importanti del mondo del diritto, ma anche perché essi potrebbero trovarsi un domani a decidere su casi specifici di quanto si discute oggi e dovrebbero apparire assolutamente sereni e imparziali. Così suggerisce il Presidente della Repubblica quando riceve al Quirinale i nuovi magistrati che si accingono ad entrare nell’esercizio delle loro funzioni. Una raccomandazione di sobrietà e di prudenza tra il parlare e il tacere, che perfino in un paese di ciarlieri deve finire di essere ingiusta e dolorosa.
sabato 17 giugno 2023
Berlusconi: l'Italia e la Destra
Ora che Silvio Berlusconi non c’è più molti giudizi su di lui cambiano. Già erano incominciati a cambiare in questi ultimi anni, diciamo dal suo ritorno alla politica dopo la sua decadenza da Senatore della Repubblica in seguito ad una condanna giudiziaria per frode fiscale.
Molto deve l’Italia al Cavaliere di Arcore, pur prescindendo dall’imprenditore. Ha realizzato tanto a Milano ai tempi di Craxi e della Milano “da bere”. Ha creato Mediaset, affossando il monopolio televisivo di Stato della Rai. Ma molto gli deve l’Italia per la sua azione politica. Se molti giovani e molte giovani sono oggi in posti importanti della politica, della pubblica amministrazione, dell’imprenditoria, lo si deve anche a lui, al suo modo, coraggioso o spregiudicato che lo si voglia intendere, di svecchiare e di rottamare ben prima di Renzi, non uomini, dei quali è stato sempre rispettoso, ma le strutture e le logiche fatiscenti che sottendevano e che si trascinavano dal dopoguerra. A tutti ha sempre lanciato messaggi di modernità e di intraprendenza. Era l’aspetto buono del berlusconismo. Si consideri che l’Italia fino a Tangentopoli sul piano politico-ideologico era ferma all’incontro-scontro di don Camillo e Peppone, che a livello nazionale si proponeva con Moro e Berlinguer e poi a quanto rimaneva della Dc e del Pci. L’Ulivo non è stato proprio il Compromesso Storico ma quanto era possibile fare in quella logica in mutate condizioni. Di lì non si usciva.
Se confrontiamo la prima metà degli anni Novanta, quando Berlusconi scese in politica, con la situazione odierna ci accorgiamo di più e meglio dei cambiamenti avvenuti. Oggi al governo c’è una coalizione di destra fondata anche sulla componente berlusconiana di Forza Italia ma con Giorgia Meloni, che è quanto resta del vecchio Msi, a capo del governo. Una situazione ribaltata. Il processo che ha portato a tanto fu iniziato da Berlusconi, che con la sua discesa in campo alle Politiche del 1994 avviò il bipartitismo, l’alternanza alla guida del Paese.
Incominciò con lo sdoganamento del Msi, quando nel dicembre 1993 egli dichiarò che se fosse stato elettore romano avrebbe votato Gianfranco Fini a sindaco di Roma, come se facesse la cosa più normale di questo mondo. Era un’Italia in quel momento confusa e spaurita da Tangentopoli, che però conservava ancora forte i suoi valori di democrazia e di antifascismo. Fu il primo gesto di rottura col passato, per certi aspetti eversivo, tanto che subito il vecchio establishment insorse scandalizzato prima, preoccupato poi.
La risposta rabbiosa che il vecchio potere diede fu l’avviso di comparizione il 22 novembre 1994 mentre era a Napoli come Presidente del Consiglio a presiedere un vertice internazionale sulla giustizia. Fu il primo atto di ostilità tra il vecchio e il nuovo. La vecchia classe dirigente cercava di riprendersi quanto riteneva di sua competenza. In questo braccio di ferro tra Berlusconi e il vecchio mondo politico, nel corso del quale ha vinto e ha perso, è rimasto ininterrottamente nelle attenzioni della magistratura per macroscopici suoi comportamenti di vita tra pubblico e privato. I suoi avversari sono stati favoriti da queste sue enormità, tra conflitto di interessi, leggi ad personam, reati amministrativi e costumi di vita scandalosi, che hanno fatto di lui nel mondo, specialmente in quello anglo-sassone, una sorta di icona del politico impresentabile. Basti vedere come i giornali di Gran Bretagna e Stati Uniti hanno commentato la notizia della sua morte.
Ciononostante riusciva ad imporsi in campo internazionale grazie ad una politica dell’empatia basata sui rapporti personali coi capi politici stranieri. I suoi rapporti con Gheddafi, Putin ed Erdogan, ma anche con Bush jr. di amicizia personale prima ancora che di intesa politica, dimostrano come in talune circostanze hanno pagato.
Negli ultimi tempi, a partire dall’uscita di Giorgia Meloni dal PdL nel 2012 e la nascita di Fratelli d’Italia, per Berlusconi è iniziato un periodo di decadenza. Se riusciva a tenere forte la barra nel suo partito, non altrettanto nella coalizione. Fedele alla sua visione liberaldemocratica e sensibile alle sorti del Paese non ha esitato ad entrare nella formazione del governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi. Questo ha fatto della Meloni, l’unica a restarne fuori, il punto di riferimento di tutto quel mondo politico di destra che si è orientato su Fratelli d’Italia alterando gli equilibri interni della coalizione. Berlusconi si rendeva conto fin dalla elezione del Presidente del Senato La Russa che non era più lui che dettava la linea e che la Meloni, per la sua storia e per il suo carattere, non era addomesticabile, lei disse “non ricattabile”. Alcune sue sortite contro la donna che lui stesso aveva “cresciuto”, fin da quando era Ministro della Gioventù nel suo quarto governo, erano espressione di una sorta di disagio, senza però conseguenze politiche, anche per le sue condizioni di salute che lo hanno portato alla fine.
domenica 4 giugno 2023
Ma la Schlein non è esente da colpe
Nel Pd sono accadute cose difficilmente riscontrabili nei manuali di politica, seguite alla sconfitta elettorale del 25 settembre 2022. Questo è accaduto: ha chiamato gente da fuori per decidere in casa sua che fare, certificando di non avere più una classe dirigente all’altezza del compito. Si sa che uno dei sintomi di chi è depresso è di non sentirsi più in grado di fare anche le cose più semplici che prima faceva con naturalezza. Il Pd è un partito depresso. Dopo che aveva indicato con le primarie segretario nazionale Stefano Bonaccini, una figura forte e rassicurante, è passato ad altre primarie, questa volta aperte a tutti gli elettori, e si è visto imporre Helly Schlein. Una che non era neppure iscritta al partito, un’estranea, che una parte del partito aveva incoraggiato a candidarsi.
Ora, quando si parla di questa politica, della Schlein dico, si dà per scontato che sia colta, intelligente e brava. Ma queste sono doti che avrebbe dovuto dimostrare. Tanto per incominciare, avrebbe dovuto lei, conscia della sua certa e singolare visione delle cose, rifiutare di ritrovarsi a capo di un partito incerto e plurale. La ragione delle sue difficoltà sta proprio in questo, a prescindere da qualsiasi altra considerazione.
Come è potuto accadere questo strano autogolpe in casa del Pd, un partito così importante? Probabilmente il partito si è fatto prendere dalla fretta di avere un nuovo leader, donna per di più, e dalla suggestione di contrapporlo alla leader della destra Giorgia Meloni, nella duplice errata convinzione che Fratelli d’Italia è un partito estremista e che le fortune della sua leader dipendano da una moda e non invece da un processo politico complesso e ben radicato nella realtà. Con l’operazione Schlein il Pd ha forzato il normale andamento delle cose, trasformando quella che poteva essere una validissima promessa della politica in una leader scaduta prima ancora di entrare in “vigore”, comunque non adatta alle circostanze.
Questa giovane donna si è proposta alle primarie con un profilo ben preciso, come se avesse dovuto guidare un partito fortemente compatto e identitario. Il Pd, invece, è un partito che ha messo insieme quel che restava della Dc di sinistra, morotea e prodiana, e quel che restava del Pci, berlingueriano e riformista. L’incontro delle due componenti dipendeva dagli sforzi comuni di convergere al centro. La Schlein, invece, donna di sinistra, si è proposta come la leader che vuole portare il partito verso la radicalizzazione, andando a sbattere contro quella componente di partito che non si riconosce nella sua visione e nei suoi traguardi. Alcuni di questa componente se ne sono andati, come Fioroni e Cottarelli, per limitarci ai più noti. Altri, la gran parte, hanno deciso di restare ma per continuare ad essere quel che sono sempre stati, poco propensi a piegarsi a posizioni radicali. Di qui le difficoltà che incontra la Schlein perfino nella comunicazione, dovendo esprimere posizioni opposte e contrastanti. Sulle armi all’Ucraina lei è intimamente contraria ma il suo partito ha fatto una scelta in altri tempi e continua ad essere favorevole; così come è contraria al termovalorizzatore, ma deve fare i conti con quelli del suo partito che lo avevano già scelto e che lo vogliono. Non diversamente per tante altre tematiche dell’agenda politica italiana, mentre l’elettorato moderato va sempre più verso i partiti del centrodestra, specialmente per la questione dei diritti civili e dell’immigrazione. La partita, in Italia, si è sempre giocata al centro. Se non conquisti l’elettorato di centro, elezioni non ne vinci. Anche per questo la scelta della Schlein, col suo estremismo, si è rivelata frettolosa e del tutto inadeguata. Negativa sia per il partito che per lei stessa, che non ha dimostrato di essere avveduta e scaltra in un momento importante della sua carriera politica.
Le sue difficoltà si riscontrano anche nella politica delle alleanze, nel cercare il cosiddetto campo largo, inventato da Enrico Letta – che è tutto dire – e miseramente fallito nei veti incrociati di minoranze litigiose e presuntuose, premessa della sconfitta elettorale. Nel Pd e nel più vasto schieramento antidestra sono convinti che tutti insieme possono battere le destre, così addizionando, dal Pd al M5S con l’arcobaleno intermedio dei Fratoianni, Della Vedova, Renzi e Calenda. Se i partiti fossero solo degli addendi e la politica una sommatoria avrebbero ragione. Ma così non è. Mettere insieme una coalizione credibile è presupposto per vincere le elezioni. Vincerle è un passaggio, una condizione. Poi bisogna governare e se programmi e traguardi delle varie componenti sono diversi non si va molto lontano. Lo stesso Pd, dopo quindici anni dalla sua fondazione, recrimina sulla mancata fusione delle sue due storiche componenti, più volte “pianta” dal filosofo Massimo Cacciari. Al Pd non mancano uomini e donne validi: Letta, Bonaccini, Schlein ed altri ancora. Quel che gli manca è una comune idea di partito e di Paese.
sabato 27 maggio 2023
Giorgia Meloni e il rodeo di governo
Giorgia Meloni è ancora saldamente in sella; e il rodeo dopo sette mesi continua. Gli avversari avevano dato cinque mesi di vita al suo governo, non di più. I primi mesi sono stati piuttosto tormentati per gli attacchi delle opposizioni ora a questo ora a quel rappresentante del suo governo. Al povero Delmastro, sottosegretario alla giustizia, hanno fatto venire un ictus, per una cosa da niente. Attacchi molto spesso pretestuosi, gonfiati e quasi sempre per comportamenti poco istituzionali, di galateo insomma. Inevitabili per chi era stato sempre all’opposizione, dove le cose si vedono e si fanno in maniera del tutto diversa. I soliti media hanno volta per volta ingigantito piccoli episodi. Massimo Giannini, Andrea Scanzi, Alessandro De Angelis, i campioni dell’antimelonismo, si sono stancati di scandalizzarsi, tanto insistente è stato il loro tambureggiare. “Domani” e “la Repubblica” sono andati a ravanare nella sua vita precedente di famiglia, pensando di fare chissà che, non trovando niente di illegale e niente di così tanto disdicevole. Si sono giustificati dicendo che di un politico è importante conoscere vita morte e miracoli di lui e dei suoi, fino alla settima generazione, insinuando che se uno non somiglia del tutto ai suoi qualcosa finisce sempre per averlo. Come i magistrati hanno l’obbligo dell’azione penale così i giornalisti hanno l’ “obbligo” dell’azione conoscitiva, salvo che gli uni compiono un reato se non agiscono, gli altri agiscono per scelte del tutto spontanee. Viene il sospetto di pensare che il padrone di “Domani”, l’ineffabile ingegnere De Benedetti abbia sostituito alla direzione del giornale Stefano Feltri con Emiliano Fittipaldi perché forse il primo si sarebbe dimostrato poco incline a certe operazioni. Certe cose magari non sono vere, ma piace pensarle.
Oggi nessuno o quasi nega alla Meloni doti eccezionali e anche simpatia umana, insieme con gli immancabili attributi di donna forte e capace, scaltra e volitiva. Le ha sicuramente giovato il suo mercurialismo internazionale. In pochi mesi si è fatto il giro del mondo, ha conosciuto capi di Stato e di governo, anche tra i più potenti della Terra. E con tutti ha famigliarizzato, con abbracci e baci. Il Presidente degli Usa al recente G7 in Giappone l’ha presa persino per mano. Solo i francesi e gli spagnoli hanno avuto da ridire, ma questo lo si capisce. Francia e Spagna hanno problemi interni, i governanti soffrono le opposizioni che in qualche modo hanno in Giorgia Meloni un punto di riferimento, un esempio importante e vincente. Con la Francia poi! Non hanno digerito i gallici cugini gli incontri e le intese fatti dalla Meloni in Tunisia e in Algeria, che pensano ancora di avere a loro esclusiva disposizione.
Con la sventurata tragedia dell’alluvione in Emilia Romagna la Meloni ha dimostrato ancora una volta una rassicurante e convincente capacità di intervento. Non solo si è recata subito, anticipando il rientro in Italia dal G7, per rendersi conto di persona di quel che era successo in patria, ma coinvolgendo nelle iniziative di governo il Presidente della Regione Stefano Bonaccini che è il Presidente del Pd, il più forte partito dell’opposizione. E forse, se non fosse per le rigide leggi della politica, non scritte ma perciò ancora più stringenti, non sarebbe contraria a nominarlo commissario per la ricostruzione. È riuscita a trovare in pochissimo tempo due miliardi di Euro e a far venire a vedere di persona il disastro la Presidente della Commissione Europea, la Ursula von der Leyen, la quale ha dichiarato che la Regione alluvionata è stata vittima del cambiamento climatico mondiale ed ha promesso di trovare altri fondi per la ricostruzione.
Continua la Meloni a dire che tra i suoi propositi più qualificanti c’è la riforma costituzionale in senso presidenzialista. Le opposizioni, compresi i giornalisti al seguito e in avanscoperta, sostengono che la Meloni insiste sul presidenzialismo per nascondere il vuoto del suo governo, una bandiera insomma. Il presidenzialismo è nelle carte della destra fin dai tempi di Almirante e la Meloni lo ha ribadito più volte in campagna elettorale. C’è poco o niente da nascondere. Semmai c’è da valutare bene la situazione perché quando si vuole cambiare qualcosa di importante gli effetti non sempre sono tutti prevedibili. La Meloni saprà valutare l’opportunità di spingersi in un’avventura che potrebbe conferire al suo governo il carattere epocale di un cambio di sistema. È appena il caso di ricordare che contro questa Repubblica il suo partito, fin dal Msi, si è sempre pronunciato. Ma non si può disconoscere che essa ha consentito a quel partito di vincere le elezioni.
sabato 20 maggio 2023
A giorni, per qualche voto in più
Le Amministrative del 14-15 maggio, sono state nei loro esiti molto misurate, hanno detto e non detto, come una puntata di telenovela che rimanda il meglio alla successiva. In alcune città hanno vinto le liste civiche ed è questo un dato che conferma nelle elezioni amministrative la prevalenza dei caratteri localistici. Fermo restando perciò che esse, per la loro specificità, non possono essere paragonate alle politiche nazionali, dove le scelte degli elettori sono più nette e identitarie, meno soggette a condizionamenti locali, un minimo di lettura politica si deve e si può fare.
Lasciamo stare i politici, che sono tornati tutti a “vincere”, tranne Giuseppe Conte che ha visto il suo M5S ridursi ai minimi termini. Il Pd – ha commentato amaro e risentito l’ex Presidente del Consiglio – ci ha “rubato” tutti i nostri dossier, ci è rimasta l’opposizione delle armi all’Ucraina. Ma si sa che il suo partito, da quando esiste, mostra il meglio di sé alle elezioni politiche nazionali.
A destra i commenti sono stati cautamente positivi. La coalizione ha tenuto. Il che non era scontato. Da anni i partiti al governo vengono penalizzati alle elezioni successive alla loro ascesa; è quasi fisiologico che accada. La gente è facile alle speranze e alle delusioni. A sinistra non c’è stato l’effetto Schlein, come si sperava dopo l’insediamento del nuovo segretario, atteso come i tifosi attendono l’ingresso in campo del fuoriclasse che risolve coi suoi goal tutti i problemi della squadra. Tutti, a destra e a sinistra, si sono limitati a rimandare ai ballottaggi.
Non senza stare con le mani in mano. Si è mossa subito la Schlein, cercando intese ciellenistiche e antifasciste in modo da poter battere le destre ai ballottaggi; e ha chiesto incontri al M5S, ai centristi di Renzi-Calenda e ai minimi del convento, per ricreare nel Paese un clima di Resistenza contro il governo della Meloni, considerato un governo fascista. Ormai un leutmotiv che raccorda la Murgia a Canfora. L’ultimo in ordine di tempo il prof. Tomaso Montanari, critico e storico dell’arte, che vede nel logo MIM del Ministero dell’Istruzione e del Merito due fasci littori con una i in mezzo e in alto un punto tricolore quasi a riprendere la fiamma del Msi. Non è uno scherzo. L’illustre cattedratico ha dato proprio questa lettura. Quel logo, invece, è semplicemente più adatto ad un negozio di giocattoli che a indicare un’istituzione dello Stato. Ma ognuno vede quel che “vede”.
Ma che cosa s’aspettano dai ballottaggi destra e sinistra? Secondo esperienze pregresse, in Italia e non solo, si pensi alla Francia dove votano tutti insieme appassionatamente pur di non far vincere la destra lepeniana, i ballottaggi potrebbero essere vinti in maggioranza dalla sinistra. La destra, infatti, ha pochi margini di aumentare i consensi avendo già chiamato tutti i suoi al voto domenica scorsa. La sinistra, invece, ha margini ancora di crescita, potendo far suoi anche i voti di chi domenica scorsa ha votato per altri candidati e liste. Per chi voteranno quei pochi dei Cinque Stelle rimasti se non per il comune avversario di destra? È una questione aritmetica. Inutile sperare in un aumento dei votanti, anzi potrebbe accadere l’opposto e cioè una loro ulteriore diminuzione. Non è per capriccio politico che il ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, il leghista Roberto Calderoli, ha proposto di modificare la legge per evitare i ballottaggi. Che, a suo dire, altererebbero nel giro di quindici giorni le indicazioni degli elettori, addirittura ribaltandole.
Se dovesse accadere che a vincere i ballottaggi sia la sinistra, soddisfazione a parte del momento, con squilli di tramba, non si capisce dove vada essa a parare con tante contaminazioni elettorali. Si tornerebbe, con tutto il rispetto, a situazioni arcobaleno lettiane, di difficile gestione politica, escluso che da un momento all’altro si possano licenziare i sodali antidestre dopo il voto, salvo a riprendere i contatti qualche tempo dopo per le successive tornate elettorali. Nel 2024 ci saranno le Europee, il rinnovo delle amministrazioni di alcune regioni e di alcune importanti città. E il voto, in quella circostanza, sarà proporzionale, che accentuerà le distinzioni partitiche, altro che ammucchiate strumentali e di breve durata.
Con molta probabilità i ballottaggi serviranno alla sinistra, sempre che li vinca, per dire di aver iniziato un processo di recupero e che l’onda della destra si è infranta sugli scogli di Punta Schlein. Il che confermerebbe quanto ormai è emerso. Che se la destra al governo mostra qualche imbarazzante defaillance, la sinistra all’opposizione dimostra di non saper fare bene quel mestiere. E non solo la sinistra. Il duo Renzi-Calenda, alle prese di comareschi litigi, ne è un esempio.
sabato 13 maggio 2023
Meloni tra Machiavelli e Manzoni
Se mai la Meloni incontrasse in sogno Niccolò Machiavelli farebbe bene a chiedergli se un politico che è al potere deve o meno mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Il segretario fiorentino non esiterebbe a dirle che se il mantenere le promesse fatte giova a conservare e a rafforzare il potere sì, ma se il mantenerle fosse causa di ruìna, ovvero di un rovescio politico, assolutamente no. La Meloni da parte sua avrebbe meno esitazione a dargli ragione, avendo già sperimentato che quando si è all’opposizione o in campagna elettorale è cosa ben diversa dal trovarsi a difendere il potere conquistato.
Il presidenzialismo! Verissimo che da sempre uno dei cavalli di battaglia della destra, missina prima, aennina e di Fratelli d’Italia dopo, è stata la riforma della Costituzione in senso presidenziale, ma ora conviene farla davvero? I segnali inducono alla prudenza.
Sulla riforma costituzionale hanno fallito già altri, Berlusconi nel 2006 e Matteo Renzi nel 2016, entrambi sconfitti dal referendum. A mettere in guardia la Meloni sono accorsi anche i due autori dell’ultimo libro su di lei, “Fratelli di Giorgia”, Salvatore Vassallo e Rinaldo Vignati, i quali così concludono: “Di tutti gli errori che Giorgia Meloni e il suo partito possono fare e di cui sono indiziati questo sarebbe il peggiore: coltivare l’idea di cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, per di più sulla base di ipotesi che al momento appaiono abbastanza bizzarre, confidando di avere dalla propria parte un largo sostegno popolare. Questo calcolo sarebbe molto arrischiato”. In caso di referendum, che sic stantibus rebus sarebbe inevitabile, la Meloni avrebbe contro tutti, che, alleati in un nuovo patto di Resistenza, avrebbero la vittoria in tasca.
Nel primo giro di consultazioni effettuato, martedì, 9 maggio, a Palazzo Chigi, la Meloni si è trovata di fronte ad una varietà di posizioni, quasi tutte, ad eccezione di quella del centrista Calenda, contrarie. No al presidenzialismo da parte del Pd con proposta di un cancellierato alla tedesca, no da parte del M5S con la proposta di una bicamerale, no dei cespugli di sinistra a cui sta benissimo l’attuale situazione, con una quasi costante linea comune: il Presidente della Repubblica, quale garante della Costituzione, non si tocca. Che è come dire che di riforma non se ne parla proprio, dato che non c’è riforma costituzionale in senso presidenziale che non parta dal presidente della repubblica. Se questo non si deve toccare, non si capisce che riforma si può fare. Si consideri inoltre che in Italia, pur di non far vincere l’avversario si è disposti a vendersi l’anima e a ricorrere a qualsiasi mezzo. Ed è appena il caso di dire che in cantiere c’è l’autonomia delle regioni, che è considerata dagli avversari di questo governo come un tentativo di dividere il Paese. Le due proposte rivoluzionarie del governo di Giorgia Meloni, presidenzialismo e autonomismo regionale, finirebbero per creare un clima da guerra civile.
Che le parti in campo non abbiano nessuna intenzione di trovare dei punti in comune per ipotizzare una via d’uscita lo dice il fatto che la Meloni continua a proclamare che se non trova disponibilità a collaborare la riforma la farà lo stesso; dall’altra parte, altrettanto chiaramente dicono che se si tratta di prendere o lasciare loro sono nettamente per lasciare. Il rischio è che le opposizioni cerchino di impantanare il processo riformistico con tutta una serie di ostacoli, freni e dilazioni, fino alla resa o al giudizio di Dio, ovvero allo scontro finale referendario.
Poste queste condizioni, conviene avventurarsi in una riforma che porterebbe il Paese ad uno scontro sociale e politico che finirebbe non per essere un confronto sulla bontà o meno della riforma ma sul mantenimento o caduta del governo che l’ha proposta?
Giorgia Meloni, nella sua autobiografia, insiste che lei “costi quel che costi” le cose in cui crede le fa, che è tipico dell’essere giovani. Il Manzoni, di cui quest’anno ricorre il 150° anno dalla morte, immaginò nel suo celebre carme In morte di Carlo Imbonati, un testo pedagogico, che un giovane non deve mai staccare gli occhi dal traguardo da raggiungere o che di lui si dica, nel caso di insuccesso, sull’orma propria ei giace. Non credo che la Meloni possa accontentarsi di questo. La sua condizione la obbliga a dare più ascolto a Machiavelli che a Manzoni. Nel “costi quel che costi”, da lei tante volte usato, sono compresi la sua vicenda personale ma anche e soprattutto quel mondo di valori e di progetti che lei rappresenta.
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