sabato 25 febbraio 2023
Dopo i fatti di Firenze. Senza pacificazione non c'è pace
Spesso mi sento chiedere, ancora oggi, non più da studenti ma da amici coi quali mi trovo a conversare perché quando a compiere una violenza o un sopruso sono i giovani di sinistra ai danni di quelli di destra tutto scivola via senza code e discussioni, mentre, a parti rovesciate, succede il finimondo e viene coinvolto perfino il governo nazionale, che ora è di destra.
Accadde or non è molto che all’Università La Sapienza di Roma gli studenti di sinistra impedirono a quelli di destra di tenere una conferenza regolarmente autorizzata. Si misero davanti all’ingresso e non li fecero entrare. Dovette intervenire la polizia col volo qua e là di qualche manganellata per evitare che accadessero incidenti peggiori. Intervistata da un giornalista, nel corso di un telegiornale della Rai, una ragazza di sinistra disse papale papale che quelli di destra sono fascisti e che pertanto non hanno diritto di parola. Proprio così! E furono criticati quei poliziotti che avevano agitato i manganelli, non gli studenti che avevano compiuto un sopruso. Solo alcuni giorni fa giovani di sinistra, anarchici e centri sociali, in corteo inneggiavano alle foibe e sventolavano la bandiera iugoslava, senza che si sia tinta carta.
Ora, qualche giorno fa, è accaduto che un gruppo di giovani di destra ha aggredito nei pressi di un liceo, il Leonardo da Vinci, a Firenze, alcuni giovani di sinistra, dopo che questi avevano impedito a dei ragazzi di destra di fare volantinaggio, una rissa insomma. È accaduto il finimondo. Subito è scattata l’operazione “Resistenza”. Accuse al governo di non aver condannato pubblicamente l’episodio; accuse alla Meloni in persona, quale leader del partito a cui i ragazzi di destra appartengono, di non essere intervenuta per stigmatizzare il comportamento dei suoi. La preside del liceo in questione, la prof.ssa Annalisa Savino, già nota per essere del Pd, ha scritto una lettera agli studenti per invitarli a non compiere azioni violente, con allusioni al governo in carica della nazione, e per dire una colossale minchiata, e cioè che il fascismo è iniziato con qualche scazzottata su qualche marciapiede cittadino. E poi ci lamentiamo che i ragazzi non conoscono la storia! Esponenti del Pd hanno chiesto al ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara di dimettersi per aver, questi, invitato la preside dall’astenersi da iniziative “improprie e strumentali che esprimono una politicizzazione che [non deve avere] più posto nelle scuole”. La preside, fra l’altro, nella sua lettera aveva scritto: “Chi decanta il valore delle frontiere, chi onora il sangue degli avi in contrapposizione ai diversi, continuando ad alzare muri, va lasciato solo, chiamato con il suo nome”. Quale, prof.ssa Savino? Il Pd sta valutando l’ipotesi di sfiduciare il ministro.
La sinistra, dopo essere insorta contro i fatti accaduti nei pressi del liceo, ha fatto tifo da stadio per questa preside, diventata un’eroina, una che avrebbe potuto insidiare l’elezione del nuovo segretario del Pd se solo l’accaduto si fosse verificato qualche settimana prima. Ma c’è da credere che alle prossime elezioni, magari alle prossime Europee, non le toglierà nessuno una candidatura, ovvero una “nominata”.
La ragione di tanta disparità di conseguenze è sempre la stessa. La Repubblica Italiana è nata dalla Resistenza, dunque per coloro i quali in essa non sono riconducibili non ci può essere parità di trattamento. Possono avere mille ragioni nel merito, hanno sempre torto Costituzione alla mano. Non sono italiani, sono italioti, come nell’antica Sparta gli iloti, che erano i sottomessi. In virtù di tale classificazione, in un diverbio fra un giovane di destra e uno di sinistra, ha sempre ragione quest’ultimo, a prescindere. Quello di destra, infatti, non gode degli stessi diritti costituzionali. La verità, purtroppo, è questa, ed è proclamata ad ogni piè sospinto senza neppure un minimo di pudore, neppure da parte di pseudogiuristi che la teorizzano.
Poteva e doveva cambiare qualcosa con la vittoria della destra alle ultime elezioni politiche e l’ascesa al potere di Giorgia Meloni, la quale predica da anni la pacificazione nazionale. Purtroppo non è cambiato niente, anzi gli animi di sinistra sono ancor più esacerbati per la perdita del potere. Quelli di destra, e non parlo dei soli giovani, che per anni ed anni si sono sentiti dei sopravvissuti in territorio nemico, esclusi e discriminati, ora che sono al potere sono indicati dai perdenti della sinistra come degli usurpatori dai quali liberarsi con una strenua lotta di resistenza. Sono come coloro che credono che la propria casa sia finita in mano a degli intrusi. È questo che non scende giù a quelli di sinistra. I quali non hanno ancora realizzato che in un paese democratico non ci sono legittimi e abusivi, tutti i cittadini sono uguali, con le loro storie, le loro culture, le loro aspirazioni, i loro diritti e i loro doveri. L’aver perso una guerra civile, settantotto anni fa, non può comportare la perdita della piena cittadinanza. Finché non si giunge ad una vera e condivisa pacificazione, ad una autentica uguaglianza, si continuerà sempre con le ingiustizie e coi soprusi di una parte sull’altra.
domenica 19 febbraio 2023
Vaffanculisti e malestanti
Se non fosse estremamente volgare coinvolgere parti anatomiche, che peraltro oggi sono diventate di moda, Fedez e Rosa Chemical docent, si potrebbe dire che i vaffanculisti di Grillo, votati a mutar le sorti dei malestanti italici, hanno mantenuto le promesse. Ci hanno lasciato due bei c.i.c.. Lo scioglimento dell’acrostico non richiede molta fantasia se il suo significato è due grossi problemi, che il linguaggio popolare rende coloriti da par suo: il reddito di cittadinanza e il superbonus del 110%. Si può solo dire in loro difesa che sono stati due tentativi di migliorare le condizioni dei cittadini, fatti cioè in miglior fede.
Il governo Meloni si troverà fra non molto a malpartito, perché l’abrogazione dei due provvedimenti, fiori all’occhiello del M5S, assolutamente da abrogare per non portare al fallimento il Paese, provocherà pericolosi scossoni sociali, che non si sa come andranno a finire.
Ecco cosa succede se al governo arrivano gli scappati di casa! I rancorosi che pensano che mentre lorsignori mangiano e si abbuffano, loro sono a stecchetto. È la filosofia che nelle corti medievali veniva espressa sotto forma di scherzo e burla dai buffoni. Ma se allora aveva un fondamento, perché i ceti erano chiusi entro mura invalicabili, e chi stava bene continuava a star bene e chi stava male continuava a star male, oggi è una distorsione mentale perché i lorsignori invidiati siamo noi, tutti gli italiani, normalissimi cittadini che vivono del loro lavoro o della pensione dopo una vita di lavoro. La causa deriva dai due suriferiti provvedimenti del governo cosiddetto gialloverde, i cui responsabili erano convinti che allo Stato per trasformare i malestanti in benestanti bastava che attingesse con ambedue le braccia nella cofana dei soldi per distribuirli indiscriminatamente come coriandoli di carnevale, così, a chi acchiappa-acchiappa.
Se il reddito di cittadinanza aveva una ragione condivisibile, che era di andare incontro agli invalidi e ai senza lavoro che non avevano di che mantenere la famiglia, il superbonus del 110% ha messo tutti nella stessa distribuzione di denaro, poveri e ricchi, soprattutto i ricchi, che coi soldi dello Stato si sono ristrutturati palazzi e ville. Il 10 % in più di quanto speso e fatturato? Da non credere, troppa grazia Sant’Antonio!
Le conseguenze le abbiamo viste sia per il reddito di cittadinanza, sia per il superbonus. Famiglie che si sono spacchettate per la moltiplicazione del reddito, lavoratori che prima si davano a qualsiasi mestiere pur di guadagnarsi la giornata dopo hanno preferito stare in panciolle o lavorare in nero, malviventi e mafiosi che hanno giustificato il loro ozio coi soldi del reddito, cittadini stranieri che col reddito italiano sono tornati nei loro paesi dove, grazie ad un tenore di vita diverso, vivono benissimo. Peggio col superbonus, con ristrutturazioni edilizie false o vere ma, per la facilità e la generosità dell’elargizione statale, i prezzi dei materiali si sono gonfiati all’inverosimile, fino a spendere quattro o cinque volte di più nella normalità precedente.
I loro difensori, gli ex vaffanculisti del M5S, dicono che il Paese ne ha beneficiato, perché il reddito ha salvato un milione di persone dalla povertà assoluta durante il Covid e che il superbonus ha prodotto miliardi di Pil. È comprensibile che essi si difendano, ma non è tollerabile che insistano a voler conservare due provvedimenti fallimentari. Per il reddito è necessario trovare il modo di ricondurre la misura entro i criteri del provvedimento: sostenere, magari anche in maniera più sostanziosa, chi ha veramente bisogno e far tornare al lavoro, quello che c’è non quello che si desidera avere, le migliaia e migliaia di persone che in questi ultimi tre anni hanno trovato nel reddito un comodo escamotage per non lavorare e vivere a sbafo.
Oggi il governo ci dice che rischiamo di tagliare la spesa sociale e che ogni cittadino italiano, da 0 anni in poi, ha un debito di 2000 euro ciascuno; il che vuol dire che, statistiche permettendo, tutto graverà sui cittadini in età e in grado di lavorare e produrre.
Ma il danno non si ferma a questo, è che migliaia di aziende edili, che hanno già avviato i lavori e sono in corso, aspettando di avere i soldi, non potendoli più avere, finiscono alla rovina. La conseguenza è che ci saranno migliaia e migliaia di lavoratori sul lastrico e disoccupati. Nel frattempo i prezzi dei materiali sono insostenibili e difficilmente si potrà tornare nell’immediato ad un mercato conveniente. Così, uno dei settori più importanti dell’economia, l’edilizia, rischia una crisi dalle imprevedibili conseguenze. Per favore, chiamiamo i dottori!
domenica 12 febbraio 2023
La Sinistra stravince a Sanremo ed è Resistenza
Come si sa la destra ha vinto le elezioni politiche nel settembre del 2022 ed è al governo. Il primo con una donna alla presidenza, il primo per la destra postfascista, dannata per settantasette anni, cinque generazioni. Le varie componenti di sinistra, che per tutta la campagna elettorale si erano guardate bene dal dare del fascista alla Meloni, il giorno dopo le elezioni hanno incominciato la resistenza come se a vincere fosse stato il fascismo. Si sono svegliati tutti, dagli studenti, che sono tornati ad occupare le università, agli anarchici, che non vogliono stare in galera ma pretendono di tornare liberi per compiere le stesse gesta criminose per le quali erano stati condannati, ovvero gambizzazioni e attentati dinamitardi, alle varie sinistre, parlamentari e non.
Come si sa, la sinistra dell’opposizione, poco oltre quattro mesi dopo, ha spopolato al Festival di Sanremo, stravincendo le elezioni festivagliole di quest’anno. La differenza è che la destra, accusata da sempre di golpismo, ha vinto coi voti; la sinistra, osannata da sempre per la sua democrazia, ha vinto con un autentico golpe. Bontà della storia, che macina tutto e tutto trasforma da così a così, come si passa dal palmo al dorso della mano. In Italia succede pure che chi è al potere subisca vessazioni da chi è all’opposizione. Si dirà: è la resistenza che è tornata col “fascismo” al potere. Così l’Italia della Meloni è stata mortificata dall’Italia di “Benigni & Amadeus” e compagnia cantando. I vertici della Rai, che sono rimasti immutati, nonostante il cambio di governo, gongolano per gli ascolti ottenuti e per i soldi degli sponsor, ma neppure tanto sotto-sotto per il colpo assestato al governo Meloni.
Uno dei punti cardine della destra, il passaggio dell’Italia da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale o semipresidenziale, dopo Sanremo, sembra si sia allontanato, al cospetto del presidente Mattarella, che, per la prima volta nella storia del Festival, ha voluto presenziare dal suo palco d’onore, nel combinato disposto di un Benigni, giullare in spolvero, magnificatore della Costituzione italiana, a suo dire un’opera d’arte da custodire sotto vetro infrangibile come la Gioconda di Leonardo. Capita l’antifona? Guai a chi la tocca!
Milioni di poveri italiani non s’aspettavano tanti insulti oltraggiosi tutti racchiusi in cinque giorni, costretti a inorridire di fronte a performance di depravati in lordissime esibizioni. Questi signori esistono e dunque che esistano! Vengano difesi ogni volta che qualcuno manchi loro di rispetto! Ma se si pongono come modelli da imitare, allora, il discorso è diverso: il governo del Paese deve garantire con la salute fisica dei cittadini anche quella mentale e morale. In Italia non si può essere in maniera maniacale solo antimafia e antifascismo. Occorre combattere anche ogni pericolosa devianza da altri importanti mali che colpiscono l’individuo e la società. No allo Stato etico? Ma no anche allo Stato maleducante!
C’è una dittatura in Italia, che trova baldanzosa arroganza nelle parole del conducator Amadeus: se a Salvini non piace lo spettacolo, cambi canale! Un’imposizione che ovviamente vale anche per i milioni di italiani costretti alla brodaglia sanremese. Come se il problema per un cittadino che tiene al suo Paese, alla sua crescita politica culturale economica, si esaurisse nella disponibilità di qualche altro canale televisivo per soddisfare i propri gusti. Come se la democrazia fosse solo una questione di canali televisivi, pur importanti nella loro pluralità. I cittadini italiani tutti hanno diritto a godersi il festival di Sanremo nel rispetto di tutte le culture e tutte le sensibilità, senza prepotenze travestite da forme e toni melliflui di individui ingozzati di presunte libertà costituzionali. La droga, fino a prova contraria, è illegale. Gli atti osceni in luogo pubblico per la legge sono reato, sia che li compia Rocco Siffredi sia che li compia Rosa Chemical con Fedez.
Giorgia Meloni ha vinto le elezioni politiche proponendo un’idea di nazione che non può essere in alcun modo quella che si vede ogni giorno, nelle mille storture che angustiano gli italiani. Contro di esse non basterebbero quattro o cinque legislature per mettere rimedio, posto che fosse possibile. Ma quando si ha a che fare con delle centrali, come scuola e sanità, dalle quali irradiano messaggi che possono essere costruttivi o devastanti sul piano dell’educazione e della salute, non solo è possibile ma è anche doveroso intervenire. Se no, non si capisce per che cosa il popolo italiano ha votato in un modo e non in un altro. Se votare ha un senso!
domenica 5 febbraio 2023
Caso Cospito: la Meloni si difende e attacca
Martedì, 31 gennaio, alla Camera dei Deputati, l’On. Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia sferrava un durissimo attacco al Pd, accusando quattro parlamentari di questo partito di aver fatto visita in carcere al detenuto in regime di 41 bis l’anarchico Alfredo Cospito, condannato per atti di terrorismo. Si tratta dei deputati Deborah Serracchiani, Andrea Orlando, Silvio Lai e del senatore Walter Verini. Essi, secondo l’accusa, lo avrebbero incoraggiato a continuare la sua battaglia contro il carcere duro, dandogli ad intendere che poteva farcela. Cospito avrebbe invitato i quattro parlamentari a parlare prima con alcuni detenuti mafiosi anch’essi reclusi al 41 bis. Cosa che i parlamentari Dem avrebbero fatto.
Donzelli, nella circostanza, rivelava che durante l’ora d’aria in carcere il Cospito si era visto con alcuni mafiosi dai quali veniva incoraggiato a non mollare nei suoi propositi. Il triangolo sillogistico era perfetto: Cospito è contro il 41 bis, i mafiosi sono contro il 41 bis, dunque Cospito e mafiosi sono alleati. Siccome in favore di Cospito vanno i parlamentari del Pd, da sempre indulgenti nei confronti dei “compagni che sbagliano”, il triangolo si chiude e si rafforza: Cospito = Pd = Mafia. Ma come capita a certi sillogismi, anche questo risulta difettoso, per le premesse sbagliate, perché il Pd non può essere associato alla Mafia e la Mafia non può essere associata al terrorismo anarchico. Sarebbe come dire che se tutti i gatti hanno i baffi e la nonna ha i baffi la nonna è un gatto. Chi è convinto di queste assurde associazioni farebbe bene a rivolgersi quanto prima ad un neurologo d’eccellenza, perché qualcosa non gli gira bene in testa; ma se i Dem questo hanno fatto sembrare incautamente allora anche loro dovrebbero scegliersi un reparto di neurologia.
Gli errori politici compiuti sia dai rappresentanti di FdI sia dai Dem sono pacchiani e mettono in difficoltà sia il governo sia il Pd. Donzelli, che oltre ad essere coordinatore nazionale di FdI è anche vice-presidente al Copasir (servizi segreti), ha affermato di aver ricevuto le notizie, poi sparate in Parlamento, dal suo compagno di partito On. Andrea Delmastro, Sottosegretario alla Giustizia, il quale ne era venuto a conoscenza grazie alla sua carica governativa. Averle utilizzate per attaccare gli avversari politici costituisce, per il politicamente corretto, un abuso istituzionale. I Dem, da parte loro, hanno sbagliato, perché, nell’infuriare della spinosa questione Cospito, con attentati e manifestazioni che si susseguono in Italia, in Europa e nel mondo contro le nostre sedi istituzionali, sono andati a visitare il terrorista detenuto e “obbligati” a parlare prima coi mafiosi, dando così l’impressione di voler rivedere il carcere duro. Era il caso?
Cospito, già graziato nel 1991 dall’allora presidente Cossiga, non solo non si è mai pentito, ma ha continuato a delinquere, gambizzando l’ing. Roberto Adinolfi dell’Ansaldo Nucleare e collocando due bombe all’edificio che ospita la Scuola Allievi Carabinieri di Fossano, mentre continua a compiacersi di quello che ha fatto e a dire di voler combattere lo Stato assassino. Osservatori non sospettabili di amicizia con FdI, come Paolo Mieli o Marco Travaglio, hanno riconosciuto che la posizione del Pd sul caso Cospito e 41 bis non è chiara. Per un verso i Dem ribadiscono la giustezza del provvedimento penale, per un altro cercano una via d’uscita per Cospito. Questi, peraltro, non vuole trattamenti di favore e proclama di battersi per l’abolizione in toto del provvedimento, che, ove cadesse per i tipi come lui, non potrebbe evitare ricadute “liberatorie” su tutti i detenuti in regime di 41 bis. E questo sarebbe uno smacco per lo Stato nella lotta contro la mafia.
Il caso, che si preannunciava come esplosivo fin dall’inizio, rischia di coinvolgere il governo. I Dem, infatti, che hanno chiesto la costituzione di un giurì d’onore e minacciato querele, stanno speculando sulla questione della correttezza istituzionale per attaccare Giorgia Meloni e i FdI in generale, i quali nell’occasione avrebbero tradito la loro natura di postfascisti. La presidente Meloni, che, per essere in missione all’estero, ha taciuto per un po’ di giorni, ha poi scritto una lettera al “Corriere della Sera” (5 febbraio), dicendo che non ci sono i presupposti perché Delmastro si dimetta da sottosegretario e, pur invitando tutti ad un confronto più pacato, ha difeso con fermezza il partito, ricordando ai Dem tutte le volte che in passato, quando lei era all’opposizione, hanno usato contro di lei e contro il suo partito toni irrispettosi con accuse incredibili. La presa di posizione della leader di FdI, attesa e quasi invocata dalle opposizioni, probabilmente rinfocolerà l’incendio che si è sviluppato e potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Ma intanto, la Meloni si è comportata da vero capo.
domenica 29 gennaio 2023
A quando le scuse della Repubblica?
Il 27 gennaio è stata una Giornata della Memoria straordinaria, perché per la prima volta nella storia della Repubblica al governo c’era la Destra, post fascista e post missina. La stessa Meloni era attesa ad una prova per lei inedita. Come se la sarebbe cavata di fronte ad un passaggio chiave dell’anno repubblicano e antifascista? Sarebbe stata lei in grado di onorare l’appuntamento? Queste ed altre domande sono state poste più volte dai giornalisti agli interessati sempre alla ricerca di qualche risposta politicamente scorretta da sventolare. Invece la Meloni è stata politicamente correttissima. Ha detto che la Shoah è stata “l’abisso dell’umanità” e ha partecipato a tutte le cerimonie istituzionali. Perfino La Russa, Presidente del Senato, che non risparmia risposte secche e menefreghiste, si è dimostrato all’altezza della situazione.
Eppure per alcuni esponenti dell’establishment democratico e antifascista, come lo storico dell’arte Tomaso Montanari e compagni, che non vogliono rendersi conto che le cose sono mutate in Italia e nel mondo, non è bastato. Essi scorgono nelle parole e nei comportamenti democratici dei cosiddetti fascisti un principio di opportunità, nient’altro che stare in scena. Ora, se è vero che in democrazia perfino chi accarezza e nutre idee antidemocratiche può e deve comportarsi da democratico, è anche vero che a certe conclusioni si arriva gradatamente e con sincera convinzione. Per i discendenti dal Msi, oggi Fratelli d’Italia, il problema degli ebrei non si pone fin dai tempi di Giorgio Almirante, che, fino alla Repubblica Sociale, era stato un razzista, collaboratore di quel Telesio Interlandi che era stato direttore del periodico “La difesa della razza” e del quotidiano “Il Tevere”, autore, fra l’altro di un libro intitolato e argomentato “Contra Judeos”. Il segretario nazionale missino non negò mai di essere stato razzista, come altri fecero per carriera politica, ma con altrettanta determinazione si disse più volte, non solo verbalmente ma anche per iscritto, di essersi sinceramente ravveduto, riconoscendo che il razzismo fascista era stato un tragico errore, non solo politico ma anche umano. Con l’esempio di Almirante, che viene sempre chiamato in causa per i suoi trascorsi, come se fu l’unico fascista dalle Alpi al Lilibeo, si sono sinceramente ravveduti i missini, che nell’interminabile guerra fra israeliani e palestinesi hanno sempre preso parte per gli israeliani. Gli italiani, anche di destra, non hanno messo molto a rendersi conto dell’obbrobrio delle leggi razziali e delle loro conseguenze, se è vero, come è vero, che molti si prodigarono come potettero ad aiutare gli ebrei nostrani. Lo stesso Almirante, durante la Repubblica Sociale, nascose una famiglia di ebrei, dai quali poi ebbe aiuto quando fu lui ad essere perseguitato, in totale rovesciamento delle parti.
Semmai oggi la Repubblica dovrebbe riconoscere che milioni di italiani missini che operavano democraticamente al servizio delle istituzioni e della democrazia meriterebbero delle scuse per essere stati sistematicamente esclusi quando non addirittura perseguitati. Nel corso della cosiddetta prima Repubblica la democrazia, per ammissione unanime, è stata incompiuta, bloccata, perché fuori del potere erano i comunisti a sinistra e i missini a destra. Ma a pagare più cara la difesa della propria identità sono stati i missini, i quali hanno vissuto come stranieri in patria, in una sorta di apartheid. Nessuno può oggi negare che la democrazia in Italia, pur con tutte le sue debolezze, è assai più compiuta di quella precedente a Tangentopoli. Oggi non c’è una sola forza politica che non possa competere per raggiungere il potere; non ci sono preclusioni e tutto è in movimento. Questa condizione, frutto di una serie di circostanze, non solo nazionali, penso alla caduta del Muro di Berlino e al disfacimento dell’Urss, è di gran lunga migliore di quella uscita dalle elezioni del 1948, quando la Democrazia Cristiana battè il Fronte Popolare socialcomunista e chiuse alla Destra. De Gasperi non si limitò a dettare la linea, la Dc è un partito di centro che va a sinistra, ma si oppose perfino al volere di Pio XII e non volle allearsi col Msi per l’elezione dell’Amministrazione capitolina.
C’è ancora in Italia chi vorrebbe tornare alla democrazia ad una direzione e mal si riconosce in quella che, pur coi difetti che presenta, è una democrazia aperta, che non lascia fuori della porta nessuno con dei pretesti. Questa democrazia dovrebbe sapere anche riconoscere i torti del suo passato.
sabato 21 gennaio 2023
Elogio della marcia indietro
È vergognoso che in Italia l’informazione, invece di avere un ruolo di terzietà e lasciare ai partiti o ai gruppi politici di svolgere il ruolo che compete loro, sia di maggioranza che di opposizione, e ai cittadini di formarsi una loro opinione sulle cose, si divide essa stessa in difensori e nemici del governo senza un minimo di dignità o di resipiscenza. Non si tratta di avere idee diverse, il che è perfettamente normale, e il diritto di professarle informando alla luce di esse; ma di uno stare sistematicamente a delegittimare l’avversario nei modi più sfrontati e subdoli. Perché, poi, compito dell’informazione non è attaccare o difendere il governo, mantenerlo su o buttarlo giù, ma fornire notizie ai cittadini.
Ci sono giornali, come “la Repubblica”, “La Stampa”, “Il Fatto Quotidiano”, “Domani”, che sparano a zero ogni giorno sul governo e ne ingiuriano e irridono i rappresentanti. I loro direttori ed editorialisti, invitati abitualmente ai dibattiti televisivi, diventano lividi in volto quando parlano di rappresentanti della maggioranza di governo. Dall’altra parte, quotidiani come “il Giornale”, “Libero”, “La Verità”, fanno altrettanto nei confronti dei politici di opposizione con un pizzico a volte di volgarità che è tipico della “casa”. I campioni dell’uno e dell’altro campo sembrano aver perso ogni freno inibitore e si scagliano come cani arrabbiati contro i nemici dei loro padroni. Tutti fingono superiorità intellettuale e pacatezza d’animo, in realtà soffrono tutti come bestie.
La situazione è peggiorata da quando al governo c’è il Centrodestra, in specifico quella parte politica, Fratelli d’Italia, che, dicono i suoi nemici, Costituzione alla mano, dovevano rimanere in eterno fuori dalle istituzioni. In un primo momento li hanno chiamati fascisti, che più delegittimante non c’è, poi, quando si sono accorti che l’epiteto non paga più, li hanno irrisi come ignoranti e incapaci. Questi ciarlatani, campioni di scilinguagnolo, alcuni sono da guinness dei primati, non riescono proprio a farsene una ragione. C’è da capirli. Si sentivano padroni di casa in eterno e oggi non sopportano di sentirsi sfrattati dagli esclusi a vita, dai fascisti, che, per antico cliché sono per loro rozzi e inadeguati.
Il loro ultimo tormentone è che il governo da quando è in carica non fa che marcia indietro su ogni cosa. Per loro il segnale è duplice: i nuovi inquilini non sanno quello che vogliono e non sono d’accordo tra di loro. Che il governo su alcuni provvedimenti o intenzioni riformatrici abbia dimostrato e dimostri delle incertezze e all’occorrenza ritorna sulle decisioni è un fatto innegabile, emerso in questi suoi primi mesi di esercizio governativo. Ma è davvero un fatto negativo? Conseguenza di incapacità? O rappresenta una situazione problematica per ragioni oggettive, che richiede disponibilità all’incontro con gli altri e senso di realtà e duttilità operativa?
La prima di queste ragioni oggettive è che un governo composto per alcune sue componenti da forze politiche non proprio in linea con l’Europa ora si trova a dover fare i conti con essa. C’è da stupirsi se realisticamente il governo prende atto della situazione e agisce di conseguenza nel tentativo di non rompere con l’Europa da un lato e di non tradire il mandato ricevuto dagli elettori dall’altro? In democrazia è scontato che le cose vadano in questo modo.
Le forze politiche che compongono il Centrodestra sono almeno tre: Fratelli d’Italia, che difende prioritariamente l’unità e la sovranità della Nazione; la Lega che, dopo il fallimento salviniano di trasformarla in un partito nazionale, sta ripiegando sull’autonomia differenziata delle regioni; e infine Forza Italia, che è il partito più moderato e in linea con l’Europa. Rapporto con l’Europa e rapporto interno tra le varie componenti rendono importante la capacità di essere duttili e il coraggio di fare marcia indietro quando continuare con la marcia in avanti potrebbe aggravare la situazione. Il confronto tra le parti è la condizione normale in democrazia tra forze democratiche. È normale che qualche retaggio di statalismo e di giustizialismo in Fratelli d’Italia tenda a creare problemi con quegli alleati più garantisti e neoliberisti come Forza Italia. È normale che tra Fratelli d’Italia e la Lega sorgano dei problemi quando si tratta di difendere l’unità presumibilmente minacciata dall’autonomia regionale della Lega. Queste normalità, giudicate come fatti negativi dagli avversari dell’opposizione e dai loro manutengoli della stampa, dimostrano due cose. Prima, che non ci sono interessi illeciti. Seconda, che si cerca di fare le cose al meglio possibile. La problematicità dell’esercizio governativo richiede disponibilità a ravvedersi per trovare ogni volta i giusti equilibri.
Saper fare marcia indietro è importante. La natura e la tecnica, da cui gli uomini di destra traggono ispirazione, insegnano che possedere la disponibilità e i mezzi per farlo è condizione di normalità. Semmai è anormale il non possederla la marcia indietro ed essere condannato ad andare sempre avanti, anche quando si arriva all’orlo del precipizio.
sabato 14 gennaio 2023
Brasile, colpo di Stato o messa in scena?
Domenica, 8 gennaio, quando da noi era sera e a Brasilia era pomeriggio, migliaia di manifestanti pro Bolsonaro, il presidente sconfitto alle elezioni, hanno invaso e saccheggiato i palazzi del potere. Una moderna jacquerie o cos’altro? Il presidente neoeletto Lula ha gridato al colpo di Stato. Bolsonaro dalla clinica in Florida, dov’era ricoverato, ha detto di non saperne niente e ha preso le distanze da quanto accaduto. Due letture dello stesso evento: una massimalista, l’altra minimalista. Steve Bennon, lo stratega di Trump esperto di populismi, ha detto che il movimento è andato oltre Bolsonaro e che “i movimenti diventano più grandi delle persone e non restano sottomessi a loro”, concludendo “questo è il populismo” (Corriere della Sera, 11.01.23). E vale, secondo lui, per Trump e Bolsonaro ma anche per Meloni, Salvini, Farage e Le Pen. Lo stesso Bennon ha però poi detto che il caso dei trumpisti all’assalto di Capitol Hill di due anni fa è diverso. “Sul 6 gennaio ci sarà una grossa indagine della Camera e si scoprirà che è stata una FEDsurrection, una insurrezione istigata, pianificata ed eseguita da membri dell’Fbi, del dipartimento di Giustizia e del dipartimento di Homeland Security”.
E perché, viene da obiettare, il caso di Brasilia non può essere paragonato a quello di Washington? Non può essere che anche a Brasilia tutto è stato “istigato, pianificato ed eseguito”? Si sa che i rivoltosi di Bolsonaro erano accampati nei paraggi dei tre palazzi assaltati da almeno due mesi. Perché a nessuno è venuto in mente di farli sloggiare per tempo? Sono domande che non vogliono ipotizzare parallelismi con quanto accaduto a Washington, posto che sia vero quanto afferma Bennon, ma semplicemente aprire un legittimo fronte di dubbio.
La lotta politica da sempre è molto più complicata di quanto si voglia far credere. I trumpisti che arrabbiati per il presunto furto elettorale subito da Trump assaltano Capitol Hill è un’azione infantile nella sua semplicità e immadiatezza. E io che sono Carletto la faccio nel letto per fare un dispetto a mamma e papà. Così l’azione dei bolsonaristi a Brasilia, arrabbiati dalla presunta frode elettorale subita. Ma francamente l’una e l’altra, a cui la parte avversa ha voluto dare il nome di tentativo di colpo di Stato, sono di un’ingenuità sconcertante, tipica delle masse in preda ad esaltazione distruttiva. Queste non agiscono per raggiungere un obiettivo politico, ma per vendicarsi, distruggendo e deturpando i simboli di quel potere dal quale si sentono lese ed escluse.
Basta leggere “Tecnica del colpo di Stato” di Curzio Malaparte del 1931, per accorgersi che non si può fare un colpo di Stato con alcune centinaia o migliaia di esagitati, facilmente spazzabili via dalle forze armate. Come minimo per credere nella buona riuscita del “colpo” è necessario avere dalla propria parte diversi centri di potere, organizzati fra di loro, fra cui prioritariamente le forze armate e i mezzi di informazione e di propaganda. Dunque il caso statunitense e quello brasiliano, se non sono espressione populistica spontanea, possono ricadere in un piano complesso e attentamente pianificato. Ma da quale delle due parti organizzato? Da parte di chi ha perso e vuole recuperare il potere con la violenza? O da parte di chi ha vinto e vuol dare al proprio avversario il colpo di grazia, quello di delegittimazione politica, e dimostrare di che pelle è fatto lo sconfitto?
Nel primo caso è infantile pensare che si possa conquistare il potere con una manifestazione violenta, limitata allo sfregio dei palazzi che lo rappresentano; e dunque è meno probabile. Nel secondo caso l’intento di chi organizza la messa in scena di una rivolta guidata punterebbe a giustificare i successivi giri di vite del potere contro gli sconfitti, delegittimandoli ed eliminandoli da ogni futura contesa elettorale. Nel caso brasiliano è questa seconda ipotesi che non è peregrino pensare. La vittoria elettorale di Lula è striminzita, di fatto il Paese è diviso a metà. Il gravissimo attacco ai simboli delle istituzioni democratiche da parte dei bolsonaristi dà a Lula quel “vantaggio” che non ha avuto dal voto popolare e ne rende più tranquillo l’esercizio del potere giustificando la “repressione”. La tradizione secondo la quale golpisti e violenti stanno a destra, mentre democratici e legalisti stanno a sinistra annulla il divario elettorale fra le due parti e lo ripropone in maniera politico-culturale: da una parte i democratici, legittimati al potere, dall’altra gli antidemocratici, da mettere al bando. Nella lotta per il potere certi colpi non sai mai chi li compie, è sempre quel che segue a dirlo, spesso anche dopo molto tempo.
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