sabato 24 settembre 2022

Elezioni 2022: le incognite di un sovvertimento

C’è un aspetto che finora non è stato colto nel corso della campagna elettorale in tutta la sua importanza. Sondaggi e opinionisti politici hanno detto più volte che la vittoria della Destra è certa, che semmai non è certa l’entità. Anche gli osservatori stranieri sono di quest’avviso. I diretti interessati si sono schermiti, come era opportuno che facessero, ma non hanno escluso l’esito vincente delle elezioni, limitandosi a dire andiamo piano, non abbiamo ancora vinto, attenti a non commettere errori, a offrire il fianco agli avversari. Gli stessi avversari lo hanno ammesso anche se hanno continuato a sperare nell’alea dell’imprevisto, di ciò che può succedere negli ultimi giorni prima del voto, sperando negli astensionisti, ben il 40% degli aventi diritto al voto, e affidandosi alla forza della propaganda, che, si sa, si fonda sulle bugie, sulle emozioni, sulle fascinazioni. Lo hanno fatto anche per incoraggiare i loro sostenitori. Non potevano dire: compagni, raccogliamo i ferri e buona notte. Il campione del vendere cara la pelle è stato senza dubbio il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano del Pd, il quale ha scomodato Stalingrado e scenari sanguinolenti – qui dovranno sputare sangue! – per incitare i suoi alla resistenza, all’impegno, a credere nel miracolo del sovvertimento dei pronostici. Ma il vero sovvertimento – è questo l’aspetto di cui in apertura – è che dopo settantasette anni il fascismo, sia pure svuotato di ogni contenuto specifico e generico, risulta vincente sul sistema politico che lo ha sempre perseguitato, combattuto, discriminato, escluso. La fiamma del Msi sta lì proprio ad indicare la continuità, un segno del passato, non del presente e meno ancora del futuro. La vittoria di Fratelli d’Italia, se ci sarà, non sarà sostanziale, ma altamente ed esclusivamente simbolica. Non ci sarà nessun regime con Giorgia Meloni al potere, non ci sarà nessun cambiamento di rotta significativo in nessuno dei settori della politica, non in quella estera, non in quella interna, non in quella economica e sociale. E del resto, come si fa dovendo stare in un ordine di cose che non dipende da Roma, ma da Bruxelles? Come si può intervenire sui diritti civili acquisiti quando sono difesi dall’Europa? Dunque, il probabile passaggio dei poteri sarà più sui binari della continuità che su quelli dello scarto. La domanda da porsi, invece, è su quanto potrebbe durare un governo costituito da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Carlo Calenda, leader del cosiddetto terzo polo, gli dà sei mesi di vita. Meloni, Salvini e Berlusconi hanno continuamente ribadito, quasi una sorta di giuramento, che il loro governo sarà di legislatura, che durerà cinque anni e che farà tutte le cose che sono nel loro programma unico. Ma nello stesso tempo hanno assunto posizioni diverse su questioni non di poco conto, come sullo scostamento di bilancio, con Salvini favorevole e Meloni contraria, e soprattutto in politica estera e in particolare su Putin e la guerra in Ucraina. Su questo specifico punto ci sono state autentiche e incredibili affermazioni di chi, come Berlusconi e Salvini, è da sempre sospettato di amicizia col dittatore russo. Le affermazioni del Cavaliere da Vespa a “Porta a Porta” di giovedì, 22 settembre, hanno toccato l’assurdo di giustificare Putin, che, a dire di Berlusconi, in fondo è intervenuto per difendere le popolazioni russofone dalle violenze degli ucraini e di creare a Kiev un governo di persone perbene. Poi, come al solito, ha cercato di dire di non essere stato capito e che il pensiero manifestato non era il suo ma quello dei si dice. Roba o da imbecilli da ricoverare o da furbi imbroglioni. La seconda che ho detto! Di fronte a quel che si è visto e sentito viene da pensare che anche sulla durata e sulle modalità del durare o del cadere il governo di destra, se ci sarà, non si differenzierà molto dai precedenti governi di questi ultimi anni, per non dire di tutta la tradizione democratica italiana. Salvini e Berlusconi, quest’ultimo soprattutto, hanno già dato prova di non essere affidabili. Troppo generiche le dichiarazioni di fedeltà all’Europa, alla Nato e agli Stati Uniti, lasciate sempre sullo sfondo e subordinate a politiche concrete basate sui fatti. Va bene l’Europa ma Putin in fondo in fondo è un buon cristiano (Berlusconi). Va bene le armi agli ucraini ma le conseguenze non devono ricadere sugli italiani (Salvini). Si tratta di posizioni equivoche che al momento di decidere il da farsi possono costituire intoppi importanti. Paradossalmente la più moderata di tutto lo schieramento di destra è Giorgia Meloni, che è stata tacciata di draghismo. Lei, l’unica oppositrice a Draghi!

domenica 18 settembre 2022

Giorgia Meloni delenda est

Tornano come i frutti di stagione ogni volta che c’è una campagna elettorale importante, specialmente quando la Destra sembra prossima ad un successo. Chi sono? Ma i difensori della Costituzione e della democrazia! Chi vogliono colpire? Ma Giorgia Meloni, la quale, come Cartagine per i Romani, “delenda est”, deve essere fermata, non ci sono santi. Perché Meloni non è fascista – si dice – ma è bene farla sembrare tale, chi vuol capire, capisca! È un’esplosione di iniziative: libri, giornali, trasmissioni televisive, spettacoli teatrali. Sono tutti contro il “delinquente Mussolini”, contro il fascismo “male assoluto”, accozzaglia di feroci assassini, dei quali da italiani bisogna vergognarsi. È un’autentica pandemia, una pioggia di virus sparati ad altezza d’uomo, per la quale non c’è vaccino che tenga. E che c’entra Mussolini con la Meloni? C’entra! Perché ai tempi della sua prima giovinezza disse che Mussolini era stato il più grande uomo politico del secolo. Per certi nemici non c’è acqua che passi! Il “Corriere della Sera” (15.10.2022) ha titolato a caratteri cubitali e policromi un articolo di Aldo Cazzullo sull’argomento: “La vergogna del fascismo”. È la presentazione del suo ultimo libro, intitolato, per l’appunto, “Mussolini il capobanda. Perché dovremmo vergognarci del fascismo” (Mondadori). Lo stesso Cazzullo ha rievocato la Marcia su Roma con una trasmissione televisiva su “la 7” (14.10.2022). Una cosa della quale c’è davvero da vergognarsi per la sua patente povertà di conoscenze, per le volute miserabili omissioni e per la volgarità degli intenti propagandistici. Con Cazzullo si è aggiunto un eroe. Targhisti, prendetene atto! Per questa gente migliaia e migliaia di studi e di ricerche sul fascismo, che hanno dato ben altre definizioni e spiegazioni del fenomeno in Italia e nel mondo, ben altra narrazione della sua storia, non contano niente, Renzo De Felice ha trascorso la vita a vendere merletti. Ma non basta. Potevano mancare i seminatori di sospetti? E così, a pochi giorni dal voto, scendono in campo i servizi segreti americani che la buttano sul chi coglie coglie: più di venti paesi nel mondo hanno ricevuto soldi dalla Russia, 300 milioni di dollari. E subito il pensiero corre all’Italia, ovviamente non a quella di Letta o di Renzi-Calenda ma a quella di Meloni, Salvini e Berlusconi. L’ex ambasciatore americano alla Nato, Kurt Volker, dà ad intendere a “la Repubblica” che nella lista c’è anche Fratelli d’Italia, salvo poi a smentire e rassicurare nero su bianco. Ma quando la bomba la butti, qualche effetto lo fa, specialmente nella propaganda. “Voce dal sen fuggita / più richiamar non vale” diceva il Metastasio. E infine, come era prevedibile, contro la Meloni e la Destra rispuntano il sangue e le brigate rosse. Il Presidente della Regione Puglia, Emiliano, dice che non passeranno, che dai suoi paraggi dovranno sputare sangue. Chi è il soggetto di non passeranno? Chi sono quelli che devono sputare sangue? Ma, ovvio: i fascisti, quelli che non dovevano essere evocati in questa campagna elettorale, perché sarebbe stato stupido e controproducente farlo: la Meloni non è fascista, l’Italia non corre pericoli fascisti (Letta, Calenda e compagni copyright). Ora i terroristi rossi, sempre in agguato a rispuntare in difesa della Costituzione e della democrazia (così dicono!), promettono alla Meloni di farle fare la fine di Moro. Lo scrivono sui muri oltre che nei social. E sempre più durante i comizi della leader di Fratelli d’Italia ci sono i disturbatori, che sanno di farla franca, non solo perché si sentono autorizzati da quel sentirsi superiori e in linea col potere costituito, ma anche perché a difendere la Meloni non ci sono più i ragazzi del Fronte della Gioventù, di cui la Meloni è stata agli inizi della sua carriera leader nazionale. Ma forse, sotto sotto, Letta e compagni sperano che qualcuno dei ragazzi del Fronte torni in piazza legittimamente a difendere la sua gente, le sue idee politiche. Così democratici e compagni possono dire: ecco, i veri fascisti non cambiano mai! Guido Crosetto, che di Fratelli d’Italia è stato cofondatore, ha messo in guardia fin dall’inizio della campagna elettorale il suo partito: di qui al voto gli avversari faranno di tutto, ma proprio di tutto, per impedire a Giorgia Meloni di approdare al risultato che il popolo italiano sembra volerle assicurare. Se riusciranno per ora non lo si può dire, ma che quel risultato possa essere contenuto e ridotto è certo. Come altrettanto certo è che i metodi usati sono sempre gli stessi, quelli di una democrazia tanto a modo alle apparenze e tanto spregiudicata nella realtà.

sabato 10 settembre 2022

Partito conservatore, sì ma conservare cosa?

Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia, ha detto che il suo è un partito di conservatori e lei stessa è presidente del Partito Conservatore Europeo. In questi ultimi due anni la sua comunicazione si è incentrata sulla conservazione dei tre grandi valori: Dio, Patria, Famiglia. Dalla famosa presentezione di se stessa, “Io sono Giorgia”, Roma 19 ottobre 2019, fino all’esibizione spagnola a sostegno del partito di estrema destra Vox, giugno di quest’anno, ha rivendicato con forza questi suoi valori, senza avere tentennamenti o preoccupazioni, limitandosi a precisare che questi scavalcano il fascismo per ricondursi a Mazzini. Questa sua posizione, aperta e coraggiosa, in un ambiente in cui incombe il politically correct, le ha fatto crescere il consenso degli italiani, insieme, evidentemente, ad altri fattori, fra situazioni oggettive, meriti suoi e demeriti degli altri. Se oggi è la più probabile candidata alla Presidenza del Consiglio lo deve anche a questo suo essere stata. Non v’è alcun dubbio. Da quando, però, è iniziata la campagna elettorale e le sue quotazioni nei sondaggi sono aumentate fino ad avere più del 25 % dei favori popolari, primo partito in Italia, Meloni è stata più guardinga fino a chiudersi in difesa quando si è trattato di affrontare la questione dei diritti civili e in particolare quelli dei Lgbtqia+. Non diversamente da lei si sono comportati i suoi collaboratori e fiancheggiatori della stampa. Perché? Mentre i suoi avversari non si chiedono perché la Meloni è arrivata a minacciare la democrazia in Italia, per usare il loro linguaggio, e l’attaccano anche sul piano personale per la sua inadeguatezza, sempre per usare il loro linguaggio, perfino lei si guarda bene dal rivendicare come giuste le battaglie combattute contro le degenerazioni del costume civile, che tanto successo le hanno dato. In realtà alla base c’è un problema di non facile soluzione. Che cosa c’è oggi nella moderna società da conservare? Per tornare a Dio Patria Famiglia, constatiamo. Dio? Lo ha ridimensionato anche la Chiesa e non da ora, anche se con Papa Francesco è diventato un Dio sempre più laico, tutto proteso a salvaguardare la pace, l’uguaglianza, l’ambiente. Matteo Salvini, leader della Lega, è precipitato giù nei sondaggi da quando si è messo a baciare croci e santini, nell’indifferenza della Chiesa. Conservare il Dio tradizionale è come voler conservare una cosa che non c’è più. La Patria? Oggi, ridimensionata anche lei. Essa non è più quella racchiusa nel concetto ottocentesco trascinato nel Novecento fino alla seconda guerra mondiale. Voler conservare quella Patria vuol dire o uscire dall’Europa o restare dentro ma rivendicando una sovranità improbabile, dato che l’Unione Europea ha richiesto per il suo essere e formarsi la revisione del concetto di sovranità. Parlare di cessione di parte di sovranità, come spesso si fa, è un non senso in quanto il concetto di sovranità non consente divisione della stessa in parti. Si può spezzettare perfino la Nazione, ma la Sovranità è impossibile. All’Unione Europea non c’è stata nessuna cessione di sovranità, ma solo una conventio di gestirla nell’ottica di interessi comuni. La Patria autoreferenziale, come era intesa prima dell’Unione Europea, non c’è più; ergo non ha più senso parlare di confini della Patria neppure per arginare le ondate di migranti. La Famiglia? Le statistiche ci dicono che sta precipitando verso livelli anno dopo anno. Si riducono i matrimoni, sia civili che religiosi, crescono sempre più le coppie di fatto anche fra soggetti dello stesso sesso. È un fatto che la famiglia tradizionalmente intesa perde sempre più centralità. Si rivendica l’aborto come un diritto naturale inalienabile, come altrettanto inalienabili si considerano i diritti di stabilire il genere che si vuole in dispregio anche della natura. L’individuo che cerca la felicità confligge con gli interessi dei classici soggetti collettivi della destra: Nazione, Patria, Società. Di fronte a tali e tanti cambiamenti, delle due l’una: o accettare la realtà per come si è trasformata, cercando tutt’al più di frenarne il processo, o passare da una impraticabile conservazione alla reazione con l’impedire che questo processo continui ad libitum. Scartata quest’ultima opzione per ragioni assai comprensibili – il caso Italia non è isolato, anzi in Italia ancora si registra qualche sussulto di resistenza, altrove ormai è dilagato – non rimane che gestire con razionalità problemi non più lasciati ad una spontanea deriva. Accettata l’opzione europeistica, come continua a dire e a rassicurare Giorgia Meloni, resta il non facile problema di dover conservare l’inconservabile, per certi aspetti l’inesistente. È questo il suo tallone d’Achille e di ogni conservatore oggi.

sabato 3 settembre 2022

Ed ora il presidenzialismo

Il tempo nella politica non passa invano e non va sempre verso il peggio, checché ne dicano in tanti nel nostro Paese, ripetendo luoghi comuni, a volte beceri, nei confronti della politica e dei politici, tutto ridotto ad una questione di poltrone e di papponeria. Spesso si confonde il populismo, che è un modo di intendere l’esercizio politico, con la satira che ha per scopo di far ridere: castigat ridendo mores. Da questo non sono esenti né la stampa di destra, che spara titoli in prima pagina a volte anche di dubbio gusto, vedi testate come “il Giornale”, “Libero” e “La Verità”, né quella di sinistra, vedi “Il Manifesto” o “Il Fatto Quotidiano” di Marco Travaglio. Se si guarda all’ultimo quinquennio, 2018-2023 (XVII Legislatura), non ancora concluso, caratterizzato dai governi nei quali i Cinquestelle hanno fatto la parte del leone, con i primi due guidati da uno di loro, Giuseppe Conte, e il terzo dal tecnico Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, con un esecutivo di unità nazionale, ci accorgiamo di cambiamenti se non proprio radicali di sicuro significativi. Senza entrare nel merito degli obiettivi conseguiti, non in questa sede, che verte su altro, vediamo che alcuni punti del programma realizzati hanno cambiato lo scenario sociale e politico, grazie o per colpa, a seconda della condivisione o meno, dei Cinquestelle. Essi avevano promesso il reddito di cittadinanza, e lo hanno realizzato. Avevano promesso il taglio dei parlamentari, e lo hanno realizzato. Avevano promesso il Super Ecobonus, e lo hanno realizzato. E via di seguito, con il decreto sui corrotti e con altri provvedimenti dettati dalle circostanze come le contingenze, pandemia per esempio, hanno suggerito. Questa legislatura, in scadenza prematura, ha dimostrato che se una forza politica riceve dall’elettorato in maniera chiara e netta il potere necessario per fare le cose può veramente cambiare e incidere. E se sono riusciti i Cinquestelle, in gran parte inesperti e incapaci, absit iniuria verbis, meglio potrebbero riuscire forze politiche che vengono da più lontano e da esperienze più importanti. Ora è il caso di Giorgia Meloni, che, con Fratelli d’Italia nello schieramento di Centrodestra, con la Lega e Forza Italia, ha in programma il presidenzialismo, ovvero il cambiamento della nostra Repubblica in senso presidenziale o semipresidenziale da parlamentare che è. Il risultato dipenderà dalla consistenza delle forze in campo e dalla loro capacità di giungere ad un compromesso, che potrebbe non escludere altre forze politiche più moderate. Il presidenzialismo o Nuova Repubblica, come Giorgio Almirante lo chiamava, è stato per anni il cavallo di battaglia del Msi, che lo propose al XII Congresso del partito (Napoli, 5-7 ottobre 1979), come di recente ha tenuto a ricordare Enrico Letta in polemica con Berlusconi. Fratelli d’Italia ha presentato in Senato un disegno di legge, il 703, per l’elezione, appunto, del Presidente della Repubblica a suffragio universale e diretto. Ovvio che una simile elezione preveda tutta una serie di aggiustamenti costituzionali. Non si tratta, infatti, solo di una diversa modalità di elezione, ma degli effetti ricadenti nel testo e poi nella prassi. Un cambiamento epocale per la nostra democrazia, che, ove dovesse vincere le elezioni il Centrodestra, può verificarsi dando inizio veramente alla Seconda Repubblica. Tale non può intendersi quella uscita da Tangentopoli nella prima metà degli anni Novanta del secolo scorso. Cosa può voler dire il presidenzialismo, a parte i dati tecnici? Oggi il Centrodestra, che lo propone, vuole mettere fine all’indecoroso spettacolo dell’elezione parlamentare, coi partiti che si muovono come in una fiera paesana, con trattative a volte nascoste, con intese a volte disattese, col preciso intento di assicurare al Quirinale un personaggio dell’establishment per garantire l’establishment. Come dire: chi ha il potere non vuole perderlo e fa di tutto per procurarsi un garante per perpetuarne la titolarità. Lo spettacolo offerto nelle ultime elezioni presidenziali ha dimostrato la crisi di questo sistema. Esso non ha garantito un avvicendarsi ordinato e per ben due volte, con Giorgio Napolitano e con Sergio Mattarella, si è dovuto fare ricorso ad una riconferma. Ricordiamo ancora le durissime parole di Napolitano rivolte ai parlamentari di Senato e Camera in seduta comune nel reintraprendere il percorso dopo che il Parlamento aveva bocciato la quasi fatta elezione di Romano Prodi. L’attuale sistema non funziona perché non ci sono più le condizioni politiche e partitiche di prima. Di qui la necessità di cambiare in senso popolare.

sabato 27 agosto 2022

L'offensiva contro Giorgia Meloni

Non si era mai vista in Italia tanta mobilitazione in campagna elettorale contro un politico in lizza in settantasei anni di vita repubblicana, neppure ai tempi del Msi e di Giorgio Almirante, quanta se ne vede oggi contro Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. E dire che è donna e in quanto tale dovrebbe avere il sostegno delle femministe! Non si predica in Italia, un giorno sì e l’altro pure, che ci vogliono le donne nei posti di maggiore responsabilità? Non si voleva una donna alla Presidenza della Repubblica, prima che Mattarella venisse rieletto? Dispiace, ma questa donna oggi la destra ce l’ha, la sinistra no. La sinistra non è stata e non è capace, a parte qualche operazione di correttivo, come le due vicesegretarie del Pd, di dare spazio alle donne. Non sono solo i politici competitor, Letta Calenda Conte Di Maio Bonino Fratoianni, o i conduttori televisivi di certe reti che subdolamente fanno passare messaggi di astio e di velenosità contro Meloni e la destra, ma ora sono in campo anche cantanti e influencer, incuranti di probabili conseguenze come il ricevere fischi e non solo da parte di chi legittimamente potrebbe contestarli. Perché, quando si scende in campo, in campo trovi di tutto. Iniziò qualche giorno fa la cantante Giorgia, che, con termini poco eleganti, non dico femminili perché oggi le donne sono sboccate quanto e forse più degli uomini, disse che anche lei si chiamava Giorgia ma non rompeva i coglioni alla gente. Ha continuato Loredana Bertè, che ha intimato alla leader della destra di togliere la fiamma dal simbolo “e basta!”. Così di seguito, Fiorella Mannoia, che, in verità, era già nota per le sue esternazioni sinistrorse. E più recente è intervenuta la moglie del rapper Fedez, l’influencer Chiara Ferragni, che ha sollevato il problema dell’aborto, dicendo che se vince la destra in Italia per le donne sarà un problema abortire, come è dimostrato dalle regioni, il Molise e l’Umbria, dove governa la destra. Tesi, queste, fatte proprie dai media e dai social ed ampiamente diffuse. La Boldrini, ex terza carica dello Stato, vorrebbe che in Italia si potesse abortire con una semplice telefonata al proprio medico, come gli si può comunicare un raffreddore o un mal di stomaco. Manca ancora un mese al voto e la campagna elettorale si fa sempre più barbara. È bastato che la Meloni pubblicasse sui suoi social lo stupro subito da una donna ucraina, in Italia come profuga, da parte di un uomo di colore, in Italia richiedente asilo, perché fosse accusata come della più brutta delle nefandezze. E c’è stato chi ha ipotizzato addirittura la legge Severino se la Meloni fosse stata denunciata e condannata per aver violato la legge sulla privacy. È bastato che la leader della destra facesse tutto un discorso contro lo stato di disagio dei giovani per prevenire ed evitare devianze, inserendo maldestramente fra queste anche l’anoressia e la bulimia, perché fosse immediatamente accusata da Enrico Letta, leader del Pd, di aver offeso le donne anoressiche e bulimiche, costringendo la Meloni a fotografarsi con sua madre che è vistosamente obesa, per dimostrare quanto lei ce l’ha così poco con le persone che hanno questo problema. Si vive ogni giorno con l’ultimo cavillo per screditare la leader di FdI, una donna che ha un passato politico coerente e pulito. Hanno convenuto i suoi avversari di non attaccarla sul piano del vissuto “neofascista”, temendo che è controproducente, ma la tentazione di scivolare su questo è tanta che quando non possono farlo loro in Italia girano dal largo chiamando in soccorso giornali e politici stranieri. I quali esprimono delle perplessità sui trascorsi politici della Meloni e sulle sue capacità di presiedere in Italia un governo in uno dei momenti più difficili non solo per l’Italia ma per l’Europa e il mondo. Si è distinto in questo l’economista americano da anni in Italia Alan Friedman. Un punto su cui insistono gli avversari della Meloni è la posizione dell’Italia in Europa e nel Patto Atlantico, sapendo che essa ha già dato ampie garanzie della sua appartenenza al mondo occidentale in tutte le sue declinazioni politiche. Ma, evidentemente, Letta e compagni sanno che in politica basta lanciarla una menzogna e ripeterla un paio di volte perché questa incominci a farsi strada come una verità. Per cui lo schieramento avversario è amico di Putin e chi lo vota vuol dire che sta con l’autocrate russo, responsabile della guerra in Ucraina. Non è finita. Di qui al voto ne sentiremo ancora delle belle, perché in questo nostro Paese più che sulle proposte e sul confronto politico, ci si muove sullo scontro delle minchiate.

sabato 20 agosto 2022

Elezioni: il terremoto che verrà

Ha detto Carlo Calenda, frontrunner di Azione, che chiunque vinca il 25 settembre il governo che si farà non durerà più di sei mesi. È la volpe che sa di non arrivare all’uva? O sono le parole sconsiderate di un politico, che peraltro si ritiene unico per bravura, che invita gli elettori ad astenersi? Come se di astenuti non ce ne fossero già abbastanza! Come se il male della democrazia italiana non fosse questa fuga degli italiani dal voto! Sono entrambe le cose. Calenda è convinto di essere la cocuzza più brillante del cocuzzaro politico italiano. Si sbrotola di elogi e di esperienze pregresse, salvo poi a farsi bacchettare come uno studentello impreparato da due giornalisti come Luca Telese e Marcello Sorgi (v. “In onda” su La 7 di giovedì, 18 agosto). Era convinto che l’intesa elettorale con Matteo Renzi avrebbe raggiunto il 20% dei consensi e dunque dei voti. Pare, stando ai sondaggi, che forse arriverà appena-appena al 10. Di qui il rendersi conto che per quanto lo riguardano queste elezioni lo lasceranno dove lo hanno trovato: nel limbo dei comprimari, di quelli cioè che riusciranno a contare qualcosa solo in dipendenza di altri. E gli altri sono per un verso Giorgia Meloni del Centrodestra e per un altro Enrico Letta del Centrosinistra. Ma in quel contesto del contare qualcosa nel gioco degli altri si è rivelato maestro Matteo Renzi, il quale già lancia segnali di “collaborazione” al futuro governo, sia dall’opposizione che nella maggioranza. Calenda fa finta di non capire e intanto si candida al “sereno” numero due, dopo il primo, celeberrimo, che è stato Letta. Renzi il vizio di lasciar “sereni” amici e alleati non l’ha perso. Il 25 settembre con ogni probabilità registrerà un terremoto politico. Per la prima volta nella storia d’Italia una donna si candida, con buone probabilità di riuscirci, a guidare il prossimo governo. Ma c’è anche un’altra prima volta, assai più importante, almeno sotto il profilo politico. Per la prima volta è una donna che proviene, pur con tutti i cambiamenti suoi e del contesto, dal partito che nell’immediato dopoguerra raccolse l’eredità scomoda del fascismo, quel Msi che brilla col suo simbolo, la fiamma, nel partito nuovo della destra italiana, che è Fratelli d’Italia. Non è possibile che tutto questo accada senza lasciare il segno. Gli elementi di discontinuità sono tanti e tali che difficilmente non potrà accadere nulla, come pensa Calenda. Siamo, invece, ad un nuovo punto e daccapo, come quello verificatosi dopo la fine della Prima repubblica in seguito a Tangentopoli. Non sempre la vicinanza a quanto accade consente di veder bene, di accorgersi dei cambiamenti in fieri. Una donna a capo del governo e per di più non tradizionalmente antifascista è un’autentica rivoluzione nel costume e nella politica italiani. Sono tutti concordi gli antidestra che è colpa della legge elettorale se tutti si agitano in un mare di contraddizioni. Si dicono costretti ad ingurgitare rospi a colazione, pranzo e cena. Sono invece loro che hanno scientemente deciso di sacrificare la coerenza per tentare di invertire un processo di destrizzazione in Italia. Un processo che è nell’ordine delle cose. Essi perciò rischiano di voler fermare l’acqua con le mani, come direbbe il buon Bersani, maestro di metafore. È per questo antidestrismo che Letta nel suo schieramento ha tutto e il contrario di tutto. Purché riesca ad impedire alle destre di vincere le elezioni. Il Pd fa “sua” l’agenda Draghi, che non si sa in cosa consista...senza Draghi. Ha in seno comunisti, radicali e verdi. Ha un Fratoianni di Sinistra italiana che non ha mai votato in favore di Draghi, ha un Bonelli che è sempre contro tutto, ha la Bonino che si è fatto il giro di tutti gli schieramenti. Dell’agenda Draghi si è appropriata anche Azione-Italia viva, i cui leader giurano che non si metteranno mai insieme né con le destre né con le sinistre, estreme, evidentemente. Tutti quelli che pensano di essere gli eredi di Draghi fingono di dimenticare che il governo Draghi era un governo di unità nazionale e il suo capo era alla fin fine un commissario ad acta, voluto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Intanto il più diretto interessato all’agenda Draghi, ossia Draghi stesso, tace. Conoscendolo, difficilmente, come i suoi fans vorrebbero, prenderà parte alla campagna elettorale con qualche sua dichiarazione, in qualche modo spendibile in termini di propaganda in favore di qualcuno. Letta, Calenda e Renzi sperano in un endorsement, magari nel corso dell’intervento che il Presidente del Consiglio terrà al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini mercoledì prossimo 24 agosto. Ma Draghi è ben cosciente di quanto sta avvenendo in Italia. Sa che la terra politica sta tremando; e quando la terra trema conviene essere prudenti e mettersi al riparo.

sabato 13 agosto 2022

La Fiamma missina: orgoglio e pregiudizio

Schierati su un vasto e variegato fronte gli uomini dell’establishment politico italiano, i “democratici”, impegnati nella battaglia elettorale per il voto del 25 settembre, dicono che l’Italia corre seri pericoli se dovessero vincere le destre, in particolare se dovesse vincere la Destra di Giorgia Meloni. Da dove nasce questa paura? In realtà essa non è nuova, è ciclica, è come una stella cometa che ricompare tutte le volte che ci sono elezioni politiche. L’abbiamo già vista tante volte ai tempi del Msi (Movimento Sociale Italiano) e di Giorgio Almirante. È un pezzo forte irrinunciabile della propaganda politica per così dire “democratica”, che vuole impedire ad un partito, in questo caso Fratelli d’Italia, di raccogliere legittimamente il premio del suo impegno. Questa stella cometa indica agli elettori la direzione da non seguire, tanto più questa volta, col partito della Meloni mai così vicino a vincere le elezioni. Di qui la mobilitazione generale del nuovo ciellenismo, con lo spiegamento in campo di tutte le forze politiche e culturali del campionario antifascista. L’ultimo cavillo è la fiamma tricolore che è nel simbolo di Fratelli d’Italia, ultimo aggancio, forse solo sentimentale, oltre che di pratica elettorale, che rimane del fu Msi. Secondo i suoi avversari sarebbe proprio la fiamma missina la prova del fascismo, da cui Giorgia Meloni non vuole recidere le radici. Cosa essa rappresentasse, posta su una base con su scritto MSI, non è stato mai definitivamente spiegato, lo si è lasciato intendere a chi a quel partito si sarebbe avvicinato, o per rappresentarlo nelle istituzioni o soltanto per votarlo. Ad una lettura senza pregiudizi quella fiamma faceva pensare alla speranza di mantenere in vita un’idea politica, di vederla crescere e farle raggiungere il massimo degli obiettivi politici: la rinascita della nazione dopo i disastri della guerra, l’idea di un’Italia da riscattare. Poca favilla gran fiamma seconda con le parole del Poeta. Un augurio, insomma. Per gli avversari, invece, non c’è alcun dubbio: essa vuole essere la fiamma che esce dalla bara di Benito Mussolini, il fascismo dunque per come si sarebbe potuto realizzare, per come oggi è. È dunque la prova che il partito della Meloni porta con sé il retaggio del fascismo e in quanto tale costituisce una minaccia per la Repubblica nata dalla Resistenza. Avevano promesso di non attaccare la Meloni per il suo “fascismo”, forse perché speravano che non ce ne fosse bisogno e che i sondaggi che la vedevano primeggiare sarebbero calati con la battaglia elettorale. Così, a quanto pare, non è stato e perciò essi sono tornati al solito fascismo minaccia della democrazia. A quanto pare è tutta colpa della Fiamma, essa perciò va eliminata. È quanto chiedono gli avversari a Giorgia Meloni per essere più credibile. È una richiesta pretestuosa, oltreche ingenua e inutile, solo il preludio a molte altre richieste che verrebbero dopo, fino al vero obiettivo, che è di mettere in difficoltà la Meloni e di farle perdere autorevolezza e consensi. La Fiamma missina non è prova di fascismo, ma del suo esatto contrario. Se per un verso essa esprime l’orgoglio di appartenere ad un partito che ha una lunga storia di battaglie politiche e di persecuzioni di ogni tipo, per un altro simboleggia una indiscussa crescita culturale e politica che si può definire veramente democratica. Oggi Fratelli d’Italia è un partito che dimostra senza rinnegare il suo passato, per quel poco che di esso rimane, di essere inserito appieno nel sistema democratico. Il partito dimostra l’assoluta normalità della dialettica democratica. C’è una classe dirigente al governo? Se essa ha ben operato va riconfermata. Se essa ha malgovernato va sostituita con una nuova che l’elettorato indica attraverso libere elezioni. Non ci hanno sempre detto che così funziona in democrazia? È quanto sta accadendo in Italia. Guai se non ci fosse alternativa ad una classe politica che ha governato male. E la prova del malgoverno del Pd (Partito democratico) e dei suoi alleati è proprio l’ascesa di un partito, che, benché posto sempre ai margini del sistema per i suoi presunti legami col fascismo, è riuscito a meritarsi il sostegno della gente e i riconoscimenti delle istituzioni internazionali. Ecco perché la fiamma missina non va abolita dal simbolo di Fratelli d’Italia né ora né mai, finché questo partito esiste come soggetto politico vivo. Tanto più che questo partito si dichiara conservatore e ha fatto della tradizione (Dio, Patria, Famiglia) oltre che un programma politico la ragione stessa del suo essere.