sabato 3 settembre 2022
Ed ora il presidenzialismo
Il tempo nella politica non passa invano e non va sempre verso il peggio, checché ne dicano in tanti nel nostro Paese, ripetendo luoghi comuni, a volte beceri, nei confronti della politica e dei politici, tutto ridotto ad una questione di poltrone e di papponeria. Spesso si confonde il populismo, che è un modo di intendere l’esercizio politico, con la satira che ha per scopo di far ridere: castigat ridendo mores. Da questo non sono esenti né la stampa di destra, che spara titoli in prima pagina a volte anche di dubbio gusto, vedi testate come “il Giornale”, “Libero” e “La Verità”, né quella di sinistra, vedi “Il Manifesto” o “Il Fatto Quotidiano” di Marco Travaglio.
Se si guarda all’ultimo quinquennio, 2018-2023 (XVII Legislatura), non ancora concluso, caratterizzato dai governi nei quali i Cinquestelle hanno fatto la parte del leone, con i primi due guidati da uno di loro, Giuseppe Conte, e il terzo dal tecnico Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, con un esecutivo di unità nazionale, ci accorgiamo di cambiamenti se non proprio radicali di sicuro significativi. Senza entrare nel merito degli obiettivi conseguiti, non in questa sede, che verte su altro, vediamo che alcuni punti del programma realizzati hanno cambiato lo scenario sociale e politico, grazie o per colpa, a seconda della condivisione o meno, dei Cinquestelle. Essi avevano promesso il reddito di cittadinanza, e lo hanno realizzato. Avevano promesso il taglio dei parlamentari, e lo hanno realizzato. Avevano promesso il Super Ecobonus, e lo hanno realizzato. E via di seguito, con il decreto sui corrotti e con altri provvedimenti dettati dalle circostanze come le contingenze, pandemia per esempio, hanno suggerito. Questa legislatura, in scadenza prematura, ha dimostrato che se una forza politica riceve dall’elettorato in maniera chiara e netta il potere necessario per fare le cose può veramente cambiare e incidere. E se sono riusciti i Cinquestelle, in gran parte inesperti e incapaci, absit iniuria verbis, meglio potrebbero riuscire forze politiche che vengono da più lontano e da esperienze più importanti.
Ora è il caso di Giorgia Meloni, che, con Fratelli d’Italia nello schieramento di Centrodestra, con la Lega e Forza Italia, ha in programma il presidenzialismo, ovvero il cambiamento della nostra Repubblica in senso presidenziale o semipresidenziale da parlamentare che è. Il risultato dipenderà dalla consistenza delle forze in campo e dalla loro capacità di giungere ad un compromesso, che potrebbe non escludere altre forze politiche più moderate.
Il presidenzialismo o Nuova Repubblica, come Giorgio Almirante lo chiamava, è stato per anni il cavallo di battaglia del Msi, che lo propose al XII Congresso del partito (Napoli, 5-7 ottobre 1979), come di recente ha tenuto a ricordare Enrico Letta in polemica con Berlusconi. Fratelli d’Italia ha presentato in Senato un disegno di legge, il 703, per l’elezione, appunto, del Presidente della Repubblica a suffragio universale e diretto. Ovvio che una simile elezione preveda tutta una serie di aggiustamenti costituzionali. Non si tratta, infatti, solo di una diversa modalità di elezione, ma degli effetti ricadenti nel testo e poi nella prassi. Un cambiamento epocale per la nostra democrazia, che, ove dovesse vincere le elezioni il Centrodestra, può verificarsi dando inizio veramente alla Seconda Repubblica. Tale non può intendersi quella uscita da Tangentopoli nella prima metà degli anni Novanta del secolo scorso.
Cosa può voler dire il presidenzialismo, a parte i dati tecnici? Oggi il Centrodestra, che lo propone, vuole mettere fine all’indecoroso spettacolo dell’elezione parlamentare, coi partiti che si muovono come in una fiera paesana, con trattative a volte nascoste, con intese a volte disattese, col preciso intento di assicurare al Quirinale un personaggio dell’establishment per garantire l’establishment. Come dire: chi ha il potere non vuole perderlo e fa di tutto per procurarsi un garante per perpetuarne la titolarità. Lo spettacolo offerto nelle ultime elezioni presidenziali ha dimostrato la crisi di questo sistema. Esso non ha garantito un avvicendarsi ordinato e per ben due volte, con Giorgio Napolitano e con Sergio Mattarella, si è dovuto fare ricorso ad una riconferma. Ricordiamo ancora le durissime parole di Napolitano rivolte ai parlamentari di Senato e Camera in seduta comune nel reintraprendere il percorso dopo che il Parlamento aveva bocciato la quasi fatta elezione di Romano Prodi. L’attuale sistema non funziona perché non ci sono più le condizioni politiche e partitiche di prima. Di qui la necessità di cambiare in senso popolare.
sabato 27 agosto 2022
L'offensiva contro Giorgia Meloni
Non si era mai vista in Italia tanta mobilitazione in campagna elettorale contro un politico in lizza in settantasei anni di vita repubblicana, neppure ai tempi del Msi e di Giorgio Almirante, quanta se ne vede oggi contro Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. E dire che è donna e in quanto tale dovrebbe avere il sostegno delle femministe! Non si predica in Italia, un giorno sì e l’altro pure, che ci vogliono le donne nei posti di maggiore responsabilità? Non si voleva una donna alla Presidenza della Repubblica, prima che Mattarella venisse rieletto? Dispiace, ma questa donna oggi la destra ce l’ha, la sinistra no. La sinistra non è stata e non è capace, a parte qualche operazione di correttivo, come le due vicesegretarie del Pd, di dare spazio alle donne.
Non sono solo i politici competitor, Letta Calenda Conte Di Maio Bonino Fratoianni, o i conduttori televisivi di certe reti che subdolamente fanno passare messaggi di astio e di velenosità contro Meloni e la destra, ma ora sono in campo anche cantanti e influencer, incuranti di probabili conseguenze come il ricevere fischi e non solo da parte di chi legittimamente potrebbe contestarli. Perché, quando si scende in campo, in campo trovi di tutto.
Iniziò qualche giorno fa la cantante Giorgia, che, con termini poco eleganti, non dico femminili perché oggi le donne sono sboccate quanto e forse più degli uomini, disse che anche lei si chiamava Giorgia ma non rompeva i coglioni alla gente. Ha continuato Loredana Bertè, che ha intimato alla leader della destra di togliere la fiamma dal simbolo “e basta!”. Così di seguito, Fiorella Mannoia, che, in verità, era già nota per le sue esternazioni sinistrorse. E più recente è intervenuta la moglie del rapper Fedez, l’influencer Chiara Ferragni, che ha sollevato il problema dell’aborto, dicendo che se vince la destra in Italia per le donne sarà un problema abortire, come è dimostrato dalle regioni, il Molise e l’Umbria, dove governa la destra. Tesi, queste, fatte proprie dai media e dai social ed ampiamente diffuse. La Boldrini, ex terza carica dello Stato, vorrebbe che in Italia si potesse abortire con una semplice telefonata al proprio medico, come gli si può comunicare un raffreddore o un mal di stomaco.
Manca ancora un mese al voto e la campagna elettorale si fa sempre più barbara. È bastato che la Meloni pubblicasse sui suoi social lo stupro subito da una donna ucraina, in Italia come profuga, da parte di un uomo di colore, in Italia richiedente asilo, perché fosse accusata come della più brutta delle nefandezze. E c’è stato chi ha ipotizzato addirittura la legge Severino se la Meloni fosse stata denunciata e condannata per aver violato la legge sulla privacy. È bastato che la leader della destra facesse tutto un discorso contro lo stato di disagio dei giovani per prevenire ed evitare devianze, inserendo maldestramente fra queste anche l’anoressia e la bulimia, perché fosse immediatamente accusata da Enrico Letta, leader del Pd, di aver offeso le donne anoressiche e bulimiche, costringendo la Meloni a fotografarsi con sua madre che è vistosamente obesa, per dimostrare quanto lei ce l’ha così poco con le persone che hanno questo problema.
Si vive ogni giorno con l’ultimo cavillo per screditare la leader di FdI, una donna che ha un passato politico coerente e pulito. Hanno convenuto i suoi avversari di non attaccarla sul piano del vissuto “neofascista”, temendo che è controproducente, ma la tentazione di scivolare su questo è tanta che quando non possono farlo loro in Italia girano dal largo chiamando in soccorso giornali e politici stranieri. I quali esprimono delle perplessità sui trascorsi politici della Meloni e sulle sue capacità di presiedere in Italia un governo in uno dei momenti più difficili non solo per l’Italia ma per l’Europa e il mondo. Si è distinto in questo l’economista americano da anni in Italia Alan Friedman.
Un punto su cui insistono gli avversari della Meloni è la posizione dell’Italia in Europa e nel Patto Atlantico, sapendo che essa ha già dato ampie garanzie della sua appartenenza al mondo occidentale in tutte le sue declinazioni politiche. Ma, evidentemente, Letta e compagni sanno che in politica basta lanciarla una menzogna e ripeterla un paio di volte perché questa incominci a farsi strada come una verità. Per cui lo schieramento avversario è amico di Putin e chi lo vota vuol dire che sta con l’autocrate russo, responsabile della guerra in Ucraina.
Non è finita. Di qui al voto ne sentiremo ancora delle belle, perché in questo nostro Paese più che sulle proposte e sul confronto politico, ci si muove sullo scontro delle minchiate.
sabato 20 agosto 2022
Elezioni: il terremoto che verrà
Ha detto Carlo Calenda, frontrunner di Azione, che chiunque vinca il 25 settembre il governo che si farà non durerà più di sei mesi. È la volpe che sa di non arrivare all’uva? O sono le parole sconsiderate di un politico, che peraltro si ritiene unico per bravura, che invita gli elettori ad astenersi? Come se di astenuti non ce ne fossero già abbastanza! Come se il male della democrazia italiana non fosse questa fuga degli italiani dal voto!
Sono entrambe le cose. Calenda è convinto di essere la cocuzza più brillante del cocuzzaro politico italiano. Si sbrotola di elogi e di esperienze pregresse, salvo poi a farsi bacchettare come uno studentello impreparato da due giornalisti come Luca Telese e Marcello Sorgi (v. “In onda” su La 7 di giovedì, 18 agosto). Era convinto che l’intesa elettorale con Matteo Renzi avrebbe raggiunto il 20% dei consensi e dunque dei voti. Pare, stando ai sondaggi, che forse arriverà appena-appena al 10. Di qui il rendersi conto che per quanto lo riguardano queste elezioni lo lasceranno dove lo hanno trovato: nel limbo dei comprimari, di quelli cioè che riusciranno a contare qualcosa solo in dipendenza di altri. E gli altri sono per un verso Giorgia Meloni del Centrodestra e per un altro Enrico Letta del Centrosinistra. Ma in quel contesto del contare qualcosa nel gioco degli altri si è rivelato maestro Matteo Renzi, il quale già lancia segnali di “collaborazione” al futuro governo, sia dall’opposizione che nella maggioranza. Calenda fa finta di non capire e intanto si candida al “sereno” numero due, dopo il primo, celeberrimo, che è stato Letta. Renzi il vizio di lasciar “sereni” amici e alleati non l’ha perso.
Il 25 settembre con ogni probabilità registrerà un terremoto politico. Per la prima volta nella storia d’Italia una donna si candida, con buone probabilità di riuscirci, a guidare il prossimo governo. Ma c’è anche un’altra prima volta, assai più importante, almeno sotto il profilo politico. Per la prima volta è una donna che proviene, pur con tutti i cambiamenti suoi e del contesto, dal partito che nell’immediato dopoguerra raccolse l’eredità scomoda del fascismo, quel Msi che brilla col suo simbolo, la fiamma, nel partito nuovo della destra italiana, che è Fratelli d’Italia. Non è possibile che tutto questo accada senza lasciare il segno. Gli elementi di discontinuità sono tanti e tali che difficilmente non potrà accadere nulla, come pensa Calenda. Siamo, invece, ad un nuovo punto e daccapo, come quello verificatosi dopo la fine della Prima repubblica in seguito a Tangentopoli. Non sempre la vicinanza a quanto accade consente di veder bene, di accorgersi dei cambiamenti in fieri. Una donna a capo del governo e per di più non tradizionalmente antifascista è un’autentica rivoluzione nel costume e nella politica italiani.
Sono tutti concordi gli antidestra che è colpa della legge elettorale se tutti si agitano in un mare di contraddizioni. Si dicono costretti ad ingurgitare rospi a colazione, pranzo e cena. Sono invece loro che hanno scientemente deciso di sacrificare la coerenza per tentare di invertire un processo di destrizzazione in Italia. Un processo che è nell’ordine delle cose. Essi perciò rischiano di voler fermare l’acqua con le mani, come direbbe il buon Bersani, maestro di metafore.
È per questo antidestrismo che Letta nel suo schieramento ha tutto e il contrario di tutto. Purché riesca ad impedire alle destre di vincere le elezioni. Il Pd fa “sua” l’agenda Draghi, che non si sa in cosa consista...senza Draghi. Ha in seno comunisti, radicali e verdi. Ha un Fratoianni di Sinistra italiana che non ha mai votato in favore di Draghi, ha un Bonelli che è sempre contro tutto, ha la Bonino che si è fatto il giro di tutti gli schieramenti. Dell’agenda Draghi si è appropriata anche Azione-Italia viva, i cui leader giurano che non si metteranno mai insieme né con le destre né con le sinistre, estreme, evidentemente. Tutti quelli che pensano di essere gli eredi di Draghi fingono di dimenticare che il governo Draghi era un governo di unità nazionale e il suo capo era alla fin fine un commissario ad acta, voluto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Intanto il più diretto interessato all’agenda Draghi, ossia Draghi stesso, tace. Conoscendolo, difficilmente, come i suoi fans vorrebbero, prenderà parte alla campagna elettorale con qualche sua dichiarazione, in qualche modo spendibile in termini di propaganda in favore di qualcuno. Letta, Calenda e Renzi sperano in un endorsement, magari nel corso dell’intervento che il Presidente del Consiglio terrà al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini mercoledì prossimo 24 agosto. Ma Draghi è ben cosciente di quanto sta avvenendo in Italia. Sa che la terra politica sta tremando; e quando la terra trema conviene essere prudenti e mettersi al riparo.
sabato 13 agosto 2022
La Fiamma missina: orgoglio e pregiudizio
Schierati su un vasto e variegato fronte gli uomini dell’establishment politico italiano, i “democratici”, impegnati nella battaglia elettorale per il voto del 25 settembre, dicono che l’Italia corre seri pericoli se dovessero vincere le destre, in particolare se dovesse vincere la Destra di Giorgia Meloni. Da dove nasce questa paura? In realtà essa non è nuova, è ciclica, è come una stella cometa che ricompare tutte le volte che ci sono elezioni politiche. L’abbiamo già vista tante volte ai tempi del Msi (Movimento Sociale Italiano) e di Giorgio Almirante. È un pezzo forte irrinunciabile della propaganda politica per così dire “democratica”, che vuole impedire ad un partito, in questo caso Fratelli d’Italia, di raccogliere legittimamente il premio del suo impegno. Questa stella cometa indica agli elettori la direzione da non seguire, tanto più questa volta, col partito della Meloni mai così vicino a vincere le elezioni. Di qui la mobilitazione generale del nuovo ciellenismo, con lo spiegamento in campo di tutte le forze politiche e culturali del campionario antifascista.
L’ultimo cavillo è la fiamma tricolore che è nel simbolo di Fratelli d’Italia, ultimo aggancio, forse solo sentimentale, oltre che di pratica elettorale, che rimane del fu Msi. Secondo i suoi avversari sarebbe proprio la fiamma missina la prova del fascismo, da cui Giorgia Meloni non vuole recidere le radici. Cosa essa rappresentasse, posta su una base con su scritto MSI, non è stato mai definitivamente spiegato, lo si è lasciato intendere a chi a quel partito si sarebbe avvicinato, o per rappresentarlo nelle istituzioni o soltanto per votarlo. Ad una lettura senza pregiudizi quella fiamma faceva pensare alla speranza di mantenere in vita un’idea politica, di vederla crescere e farle raggiungere il massimo degli obiettivi politici: la rinascita della nazione dopo i disastri della guerra, l’idea di un’Italia da riscattare. Poca favilla gran fiamma seconda con le parole del Poeta. Un augurio, insomma. Per gli avversari, invece, non c’è alcun dubbio: essa vuole essere la fiamma che esce dalla bara di Benito Mussolini, il fascismo dunque per come si sarebbe potuto realizzare, per come oggi è. È dunque la prova che il partito della Meloni porta con sé il retaggio del fascismo e in quanto tale costituisce una minaccia per la Repubblica nata dalla Resistenza.
Avevano promesso di non attaccare la Meloni per il suo “fascismo”, forse perché speravano che non ce ne fosse bisogno e che i sondaggi che la vedevano primeggiare sarebbero calati con la battaglia elettorale. Così, a quanto pare, non è stato e perciò essi sono tornati al solito fascismo minaccia della democrazia.
A quanto pare è tutta colpa della Fiamma, essa perciò va eliminata. È quanto chiedono gli avversari a Giorgia Meloni per essere più credibile. È una richiesta pretestuosa, oltreche ingenua e inutile, solo il preludio a molte altre richieste che verrebbero dopo, fino al vero obiettivo, che è di mettere in difficoltà la Meloni e di farle perdere autorevolezza e consensi.
La Fiamma missina non è prova di fascismo, ma del suo esatto contrario. Se per un verso essa esprime l’orgoglio di appartenere ad un partito che ha una lunga storia di battaglie politiche e di persecuzioni di ogni tipo, per un altro simboleggia una indiscussa crescita culturale e politica che si può definire veramente democratica.
Oggi Fratelli d’Italia è un partito che dimostra senza rinnegare il suo passato, per quel poco che di esso rimane, di essere inserito appieno nel sistema democratico. Il partito dimostra l’assoluta normalità della dialettica democratica. C’è una classe dirigente al governo? Se essa ha ben operato va riconfermata. Se essa ha malgovernato va sostituita con una nuova che l’elettorato indica attraverso libere elezioni. Non ci hanno sempre detto che così funziona in democrazia? È quanto sta accadendo in Italia. Guai se non ci fosse alternativa ad una classe politica che ha governato male. E la prova del malgoverno del Pd (Partito democratico) e dei suoi alleati è proprio l’ascesa di un partito, che, benché posto sempre ai margini del sistema per i suoi presunti legami col fascismo, è riuscito a meritarsi il sostegno della gente e i riconoscimenti delle istituzioni internazionali.
Ecco perché la fiamma missina non va abolita dal simbolo di Fratelli d’Italia né ora né mai, finché questo partito esiste come soggetto politico vivo. Tanto più che questo partito si dichiara conservatore e ha fatto della tradizione (Dio, Patria, Famiglia) oltre che un programma politico la ragione stessa del suo essere.
sabato 6 agosto 2022
Letta si rassereni
Discutono ormai da giorni, senza interruzione se non per mandarsi affanculo reciprocamente attraverso i social, quegli strumenti di comunicazione che fanno il miracolo di estrarre dalle persone i pensieri più reconditi e mostrarli in tempo reale. Stiamo parlando di Enrico Letta e compagni. I quali non riescono a mettersi d’accordo per formare la grande ammucchiata antidestra ma nemmeno a separarsi per recuperare un minimo di dignità politica. E poi vada come deve andare! Calenda, Fratoianni, Bonelli, Di Maio: una caterva di schizzinosi, l’uno allergico all’altro e tutti allergici alla politica amata e ragionata.
Dicono che sono disposti a tutto pur di battere la Destra, che essi accompagnano ogni volta che la nominano con epiteti tra i più vieti e stravaganti. Per loro quelli della Destra sono pericolosi e incompetenti; vogliono cambiare la Costituzione, sono amici di Putin, sono fascisti. Vanno fermati! Ogni giorno aspettano le previsioni per il giorno dopo come si aspettano quelle metereologiche e sperano in una nuova offensiva giudiziaria contro la Destra, come tante volte è accaduto in passato alla vigilia o nel corso di elezioni politiche. Angosciati, si chiedono: arrivano o non arrivano i Nostri? Si sono attaccati alla speranza che arrivino. Qualcuno si spinge addirittura ad evocarli e perciò a suggerirli. Come Paolo Mieli, il già direttore del “Corriere della Sera”, che di simili politicamente criminali escamotage ne sa a sufficienza per scrivere finalmente un libro come si deve sulle verità storiche. Sul modo di impedire ad una parte politica, nella fattispecie il Msi, di crescere e di partecipare al dibattito politico nazionale da pari a pari, c’è tutta una letteratura storiografica.
Letta e Calenda si sono aggrappati a qualcosa che non esiste pur di darsi una riconoscibilità politica. Si sono attaccati alla cosiddetta “Agenda Draghi”, che lo stesso titolare ha detto che consiste nell’operare in modo da essere credibili. Letta e Calenda hanno banalizzato questa credibilità, che, purtroppo per loro, non è merce riproducibile o acquistabile. La credibilità e il prestigio che si è guadagnato Draghi nel mondo vanno oltre il suo governo, vengono da più lontano. E’ da disonesti o ingenui pensare di ricondurre tutto ad uno slogan elettorale, di cui essi si sono indebitamente appropriati.
E comunque non tutto quello che di positivo ha fatto l’Italia in questi ultimi due anni è merito di Draghi. E’ merito anche suo, ma soprattutto degli operatori economici, degli imprenditori, dei produttori, della gente che ha lavorato e che ha saputo sfruttare al meglio certe situazioni.
Letta e compagni e con loro la stampa amica che tiene loro bordone vogliono far passare il governo Draghi come un governo che doveva durare all’infinito e che dei malvagi hanno buttato giù scriteriatamente. Niente di più falso. Il governo Draghi si sapeva che aveva una scadenza ed era il rinnovo del Parlamento nella primavera del 2023, fra pochi mesi. I partiti, dopo l’esperienza del governo di unità nazionale voluto da Mattarella, avevano bisogno di posizionarsi per il confronto elettorale, come è giusto che accada in democrazia. L’accelerazione c’è stata a causa della crisi inarrestabile dei Cinque Stelle, i quali avevano bisogno di uno strappo significativo per recuperare una loro dimensione dopo cinque anni di esperienze governative contraddittorie ed infelici. Lo stesso Draghi se avesse voluto continuare col suo governo lo avrebbe potuto fare, non essendo stato sfiduciato. Ma non sarebbe stato più Draghi se avesse accettato di andare avanti dopo la fine dell’unità nazionale. Lo disse dopo il primo strappo dei Cinque Stelle: senza di loro era finita.
A prescindere da ogni giudizio di merito sull’operato di Draghi, occorre dire che egli ha governato senza parrticolari problemi all’interno della maggioranza, salvo i ripetuti tentativi dei partiti di sventolare le proprie bandierine politiche, senza peraltro riuscirvi a piazzarle. La Lega ha più volte insistito sui migranti e sulla cacciata dei ministri Lamorgese e Speranza, ammiccando ora ai no vax ora alle ragioni di Putin dopo l’invasione dell’Ucraina. Letta lo ha fatto con le sue proposte sui diritti civili, fino all’ultimo con lo jus scholae e la liberalizzazione della cannabis. I Cinque Stelle hanno sempre rintuzzato gli attacchi dello stesso Draghi al reddito di cittadinanza e al Superbonus. Draghi ha difeso fino all’ultimo con fermezza il carattere tecnico del suo governo. Parlare oggi di un’agenda “Draghi” è come voler ribadire un principio, che il governo tecnico è da preferire ad un governo politico. Il che svilisce e mortifica la politica, che deve invece essere recuperata appieno. Ma evidentemente Enrico Letta ha bisogno di “rasserenarsi” un’altra volta, per capirlo.
sabato 30 luglio 2022
Giorgia Meloni e la sua "marcia"
Historia magistra vitae? Qualche volta. La storia, però, fa gustosi scherzi, mettiamola così. Ad un secolo esatto dalla Marcia su Roma (28 ottobre 1922) l’ultima epigona del postfascismo, Giorgia Meloni, erede del Msi e di Giorgio Almirante, si appresta alla sua, di “marcia” su Roma. Una “marcia” che non spaventa più nessuno, anche se tentazioni di delegittimazione ai suoi danni ci sono ma solo come nostalgia dei tempi andati. Nei suoi confronti c’è a volte irritazione da parte soprattutto delle donne politiche, affette da primadonnismo, vedi la Gelmini e la Carfagna, che hanno abbandonato Forza Italia e dunque lo schieramento del centrodestra, diciamo la verità, per un inconfessabile rifiuto di trovarsi con una donna – cosa per loro insopportabile! – al comando.
La Meloni non costituisce una minaccia alla democrazia, anzi ne rappresenta la forza. La sua ascesa nel gradimento del popolo italiano, come confermano i sondaggi dell’ultimo anno, è prova che la democrazia premia l’opposizione quando è credibile.
Ma, del resto, neppure Almirante mirava a rovesciare le istituzioni democratiche. E come poteva farlo? Costretto all’isolamento e alla discriminazione sistematica, finiva per apparire quel che non era. Lo spauracchio fascista era funzionale al sistema politico della Prima Repubblica quanto lo era quello comunista dalla parte opposta, fino alla fine della Guerra Fredda e agli inizi degli anni Novanta. Gli opposti estremismi furono una truffa politica, funzionale ai tempi.
La Meloni, a differenza, è ben inserita nel sistema democratico, muove critiche all’Europa ma è europeista convinta e sta con l’Occidente atlantista ancor più convintamente, come dimostra la sua scelta di campo a favore del sostegno dell’eroico popolo ucraino invaso dalla Russia, unica e sola condivisione di Fratelli d’Italia delle scelte del governo Draghi.
L’alleanza di centrodestra con la Lega e Forza Italia vede il partito della Meloni in una posizione di vantaggio, non solo quantitativo ma anche e soprattutto qualitativo. Berlusconi e Salvini hanno dovuto accettare per ora i suoi “numeri” ma soprattutto le sue proposte politiche; e lo hanno fatto perché in questo momento dei tre leader è la Meloni la più attendibile. È sotto il suo ombrello che l’uno e l’altro possono proteggersi dai sospetti filoputiniani, fin qui alimentati da oggettivi e perciò innegabili comportamenti assunti in favore della Russia, risalienti a ben prima che accadesse l’invasione ucraina. Sia Berlusconi che Salvini, a prescindere dal barbarico attacco all’Ucraina, condannato dai due nel coro europeo e atlantico, sono due amici ed estimatori di Putin. L’aver ceduto il passo alla Meloni, senza opporre resistenza, è la dimostrazione che essi sono consapevoli della loro attuale debolezza. E anche questo è segno di maturità democratica.
Si può ben dire che il centrodestra oggi è il partito dei conservatori italiani. Nell’ambito del pensiero conservatore, sempre a difesa della tradizione, la Meloni ha assunto una posizione di netta condanna nei confronti della comunità Lgbt. La sua ormai famosa sparata in Spagna a sostegno di Vox e contro ogni forma di devianza dalla tradizione in materia di famiglia soprattutto la obbliga a ripensare non solo i toni, come lei ha riconosciuto di dover fare, ma anche in qualche modo i contenuti. Chiaro che non può di punto in bianco rivedere le sue posizioni, ma nel momento in cui dall’essere opposizione diventa governo del Paese, passando dall’opporsi al proporsi, non può non considerare l’esistenza di una serie di problematiche che vanno affrontate e risolte in chiave di realismo democratico.
La società italiana oggi è quella che è, difficile che su certe materie possa fare marcia indietro. Bisogna perciò partire consapevolmente dal fatto che in certi campi c’è molto poco ormai da conservare. Certi fenomeni, però, se non proprio combattuti, vanno ridimensionati attraverso politiche adeguate, intelligenti, magari anche a lunga scadenza. La famiglia tradizionale ha bisogno di cure per rifiorire. Fare finta che certi problemi non ci siano è sbagliato, perché dimostrerebbe che la proposta politica con la quale si vuole governare è lacunosa, non rispondente alle esigenze del momento.
La Meloni oggi ha una grande opportunità, che è poi di tutta una comunità politica, che potrebbe essere di tutto il Paese. Sarebbe un peccato perderla. La sua “marcia” alla conquista del potere politico dovrebbe essere solo la prima parte, la seconda è quella del governo e della messa in ordine del Paese. Una “marcia” assai più complicata e lunga, ma più vera e concreta.
sabato 23 luglio 2022
Ora si vota, ma tutto è in alto mare
Caduto il governo Draghi, ci si interroga su chi lo ha fatto cadere. Ma mai come questa volta sono stati così evidenti i colpevoli. Il senatore Mario Monti, alla domanda specifica, ha risposto secco: la colpa è dei Cinque Stelle, che non votarono la fiducia al Decreto Aiuti, e dello stesso Mario Draghi, che non ha voluto fare un altro governo, un Draghi bis, senza i Cinque Stelle.
Se era vero quanto si diceva, che il Paese era in un mare di guai – pandemia persistente, guerra in Ucraina, siccità, inflazione al 10%, scadenze del Pnrr, reputazione internazionale –, era da pazzi interrompere l’azione del governo. Di fronte alla sua caduta delle due l’una: o non erano vere le problematiche dette, ma queste sono innegabili, o chi poteva fare il governo e non lo ha fatto, nonostante ci fossero le condizioni per farlo, semplicemente ha voluto abbandonare la nave.
Il senatore Monti ha ragione nell’individuare quali responsabili del governicidio i Cinque Stelle in primis e lo stesso Draghi. Va ribadito, infatti, che Draghi, quando andò da Mattarella a rassegnare le dimissioni, la fiducia l’aveva ricevuta, benché fuori della formula dell’unità nazionale a causa della defezione dei Cinque Stelle. Egli si dimise non per aver ricevuto un voto contrario dal Senato ma per la fine della formula sulla quale era nato il suo governo.
Vero è che egli, posto di fronte ad una scelta: continuare con un governo nuovo, senza i Cinque Stelle, o recuperare il vecchio, coi Cinque Stelle dentro, ha scelto quest’ultima opzione pur sapendo che i Grillini non sarebbero stati disponibili, che è come dire: ha scelto di cadere, risparmiandosi questi ultimi otto mesi, di qui a marzo 2023, di turbolenze elettorali.
Nella sua banalotta esemplificazione Berlusconi non ha sbagliato nel dire che Draghi ha colto la palla al balzo per uscirsene da una situazione che lo aveva stancato. È inutile insistere sulla non politicità di Draghi. Si sfondano porte aperte. La sua esperienza di governo deve essergli costata molto a livello di tensione nervosa, senza che ci fosse una prospettiva personale, dato che egli rifiuta di avventurarsi in esperienze politico-elettorali. Il suo obiettivo era il Quirinale. E forse lo è ancora.
Fin dal principio tutte le componenti della maggioranza gli hanno creato tensioni. La Lega, con le sue insistenze contro i ministri Lamorgese e Speranza, oltre alla fomentazione no vax e l’ambiguità sulla guerra in Ucraina, fino al promesso viaggio a Mosca di Salvini. Il Pd ha fatto altrettanto con le sue proposte sui diritti, il decreto De Zan, lo jus scholae e la liberalizzazione della cannabis, provocazioni sapendo che dall’altra parte mai ci sarebbero state convergenze sulla loro accettazione. I Cinque Stelle, purtroppo per loro, sono stati travagliati con le loro difficoltà interne, espulsioni, abbandoni, scissioni, che hanno avuto inevitabili ricadute sul governo. Che Draghi perciò fosse stanco è ben comprensibile, in considerazione del fatto che per la sua storia e per il suo carattere, l’ex presidente della Bce è ben lungi dal ritrovarsi a suo agio in certi ambienti.
I partiti del centrodestra, Lega e Forza Italia, oggi sono accusati di essere stati responsabili, dopo i Cinque Stelle, di aver affossato il governo Draghi, non votando al Senato la risoluzione Casini. In realtà essi sono stati ingenui a farsi trascinare in responsabilità che erano nell’ordine delle cose per come queste si erano svolte. Avrebbero potuto benissimo dare la fiducia a Draghi, come avevano fatto puntualmente prima, e raggiungere lo stesso l’obiettivo della sua caduta, se tanto Salvini e Berlusconi ritenevano fosse importante. Draghi, infatti, aveva detto, chiaro e tondo, che mai avrebbe fatto un governo diverso dalla formula di unità nazionale: “senza i Cinque Stelle non c’è governo”. Quando Casini ha proposto di votare la fiducia a Draghi il governo era già morto; dunque non era il caso di voltargli le spalle. “Parce sepulto!” dicevano i latini.
Si capisce benissimo perché il Pd tenesse a recuperare nella maggioranza i Cinque Stelle. Il recupero era importante in funzione elettorale e nella prospettiva del “campo largo”. Dopo quanto hanno combinato Giuseppe Conte e compagni questa prospettiva si è dissolta. Enrico Letta lo ha detto chiaramente: niente accordi con chi ha fatto cadere il governo Draghi.
Lo scenario politico-elettorale che oggi si presenta è estremamente complicato. Sembra che l’unica forza politica ad avvantaggiarsene sia Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, e per essa le altre componenti del centrodestra. Ma anche visto di qui lo scenario è poco rassicurante. Le tre componenti del centrodestra, infatti, più che un’alleanza politica sono un’alleanza elettorale, stanti le diversità dei tre leader, sia a livello caratteriale che politico. Non sono pochi e banali i problemi di politica interna e internazionale che li dividono.
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