sabato 25 giugno 2022

Aborto in Usa. Conseguenze in Italia?

A vedere e a sentire come in Italia è stata considerata la sentenza della Corte Suprema statunitense – il “Corriere della Sera” le ha dedicato le prime sei pagine di sabato, 25 giugno – che demanda ad ogni singolo Stato dell’Unione la materia abortiva, cancellando la sentenza del 1973 che liberalizzava l’aborto su tutto il territorio nazionale, c’è quasi da preoccuparsi che abbia ricadute anche in Italia, dove la materia è regolata dalla Legge 194 del 22 maggio 1978. Questa legge si consacrò con il superamento del referendum abrogativo del 17 maggio 1981. Si può dire che a parte gli ostacoli frapposti da alcuni medici che si appellano all’obiezione di coscienza essa funzioni regolarmente, per come regolarmente si intende in Italia. La sentenza americana ha destato scalpore ed è stata occasione perché si riproponesse, almeno a livello di discussione, la materia con tutte le sue conseguenze divisive. Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia della Vita, ha accolto con interesse la sentenza, giudicandola positivamente per poter riconsiderare l’intera questione, in un momento in cui risuona sempre più insistentemente l’allarme per il calo delle nascite. La Chiesa, evidentemente, è attenta non solo ai principi ma anche alle problematiche politiche e sociali. Superfluo dire che in Italia tutti i partiti per così dire progressisti si sono indignati per la sentenza americana, che riporta al “medioevo” la questione dell’aborto. Nel centrodestra le risposte sono state caute. Salvini della Lega ha detto di difendere sempre la vita ma che sull’aborto l’ultima parola, quella decisiva, spetta alla donna, prendendo le distanze dal suo compagno di partito Simone Pillon, cattolico ultraconservatore, organizzatore dei Family Day, che invece ha esultato. Giorgia Meloni, reduce dal suo ormai famigerato discorso in Spagna a favore della famiglia tradizionale, ha fatto dei distinguo tra la situazione americana e quella italiana e ha concluso che non è suo intendimento abrogare la 194. Le femministe di tutto il mondo sono subito scese sul piede di guerra ribadendo che si tratta di un diritto acquisito e che non si può tornare indietro. Quale la loro ragione di fondo? Il fatto che ognuno può disporre liberamente del proprio corpo. Detto così, non ci sarebbe neppure da discutere. Ma si può pretendere di godere di certe libertà quando sono in gioco valori e diritti individuali anche di altri e si pongono in conseguenza anche problemi nazionali e sociali di primissima importanza? La donna, incinta, può disporre di qualcosa che non è soltanto sua? La creatura che ha in grembo ha o non ha il diritto di nascere? È stata o no concepita con un’altra persona, a cui spetta il diritto di genitorialità paterna, tale e quale a quello della madre? Sono domande che non possono essere liquidate dalle pretese unilaterali delle femministe, secondo cui del proprio corpo le femmine possono disporre in assoluta libertà, senza neppure interrogarsi sugli aspetti ambientali del ricorso all’aborto, se accade in famiglia fra genitori conviventi o fuori dal matrimonio o dalla convivenza. Non si può considerare l’aborto alla stregua di un qualsiasi intervento chirurgico. L’aborto non è un’ulcera, è l’assassinio di una creatura a cui si nega il diritto di nascere. Quel che impedisce i politici di ragionare senza impedimenti e paraocchi sulla questione dell’aborto è il doversi sottoporre al voto. In un paese democratico il popolo vota, le donne che peraltro sono in maggioranza votano. Di qui l’interesse della politica di non mettersi contro l’elettorato, soprattutto femminile. Se non fosse per questo, sull’aborto ci sarebbe poco da discutere, tanto è evidente la giustezza del criterio che chi è generato, fatti salvi alcuni casi, fra cui quello di essere il frutto di una violenza, ha il diritto di nascere e di vivere. Poi ci sono gli effetti collaterali. In tutto l’Occidente liberal-socialdemocratico l’aborto, insieme a tutte le pratiche contraccettive e alle problematiche dell’Lgbt, ha determinato una crisi demografica non più trascurabile. Ormai in alcuni paesi europei negli ultimi anni il numero dei morti ha superato quello dei nati. Questo comporta grossi problemi di varia natura, da quelli etnico-culturali – molti popoli perdono progressivamente la loro identità anche a causa delle immigrazioni – a quelli economici e sociali. Questo ogni essere umano dovrebbe considerare, di essere un aborto mancato e ringraziare i propri genitori di averlo messo al mondo, di averlo accudito e fatto crescere. Essere contro l’aborto indiscriminato è anche un modo di dimostrare loro la propria riconoscenza.

sabato 18 giugno 2022

La Meloni non s'illuda e si prepari

Negli ultimi tempi Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ha compiuto due sortite che hanno fatto discutere e che oggettivamente pongono dei problemi, una in conseguenza dell’altra. La prima è stato il suo intervento spagnolo a sostegno della candidata di Vox, il partito dell’estrema destra spagnola. L’enfasi del discorso della Meloni in Andalusia a difesa dei valori tradizionali in materia di famiglia, di genere e di omosessualità (problematiche Lgtb), ha provocato dure reazioni in Spagna e in Italia. Gli avversari hanno ripreso la solita solfa del neofascismo e l’hanno additata come un serio pericolo per la democrazia e per le conquiste dei diritti individuali della persona. Letta, segretario Dem, è stato particolarmente duro. Bersani, tra i leader di Articolo Uno, si è meravigliato come una persona intelligente e moderata come Guido Crosetto possa difendere e sostenere la Meloni, le cui sortite, al di lui parere, andrebbero mostrate continuamente per ricordare agli italiani con chi hanno veramente a che fare. Di qui la pronta risposta della Meloni, che, evidentemente preoccupata, ha denunciato l’aggressione mediatica dei suoi avversari perché potrebbe provocare il gesto inconsulto di qualche fuori di testa contro di lei. Ricordiamo che alcuni anni fa vittima del fuori di testa di turno fu Silvio Berlusconi, che, all’apice dei suoi successi elettorali e politici, fu colpito con una statuetta sulla faccia e sfregiato e solo per un caso non gli andò peggio. La tempistica di quanto è avvenuto – dopo il successo elettorale di FdI alle elezioni del 12 giugno – ripropone puntualmente il film che chi ha l’età e la memoria ha già visto tutte le volte che il Msi aumentava i suoi voti in occasione di qualche consultazione elettorale. Partivano subito in quarta per denunciare il partito di Almirante come un partito fascista che poteva mettere in pericolo la democrazia. E subito iniziavano o riprendevano le inchieste giornalistiche e le indagini della magistratura, che tenevano in travaglio il partito fino al suo attenuarsi elettorale e alla scomparsa del pericolo. Il “gioco” ha sempre funzionato. La Meloni, che pure viene dal Msi, lo sa bene. Oggi l’attaccano perché secondo i sondaggi il suo è il primo partito del Paese e il Centrodestra potrebbe vincere le prossime elezioni politiche. Lei è convinta che in simile eventualità, per accordi interni allo schieramento – chi prende un voto in più – le toccherebbe l’incarico per formare il governo. In verità questa soluzione oggi non è più contemplata neppure dai suoi alleati. Antonio Tajani, coordinatore di Forza Italia, ha ricordato che l’incarico per formare il governo lo dà il Presidente della Repubblica a chi ritiene lui di darlo. Figurarsi che possano pensare della Meloni a capo del governo i suoi numerosi e agguerriti avversari. Figurarsi a quali espedienti essi potrebbero arrivare pur di scongiurare una simile evenienza. Giorgia Meloni dovrebbe prendere atto di questa realtà e non prestarsi alle solite strumentalizzazioni finalizzate a delegittimare lei e il suo partito. C’è un’Italia assai diversa da quella che fanno emergere i sondaggi, peraltro mutevoli, un’Italia che non è tutta nei partiti. Con questa Italia bisogna fare i conti, e non è facile per un partito come quello della Meloni a rischio di delegittimazioni. Oggi sono tutti pronti a riconoscere in lei una donna intelligente e una leader capace, ma i suoi avversari aggiungono subito dopo che sul suo partito grava la damnatio fascista, un difetto di natura, come si vede nella fiamma del vecchio partito inclusa nel nuovo simbolo. Il fatto che gli avversari si attacchino ad un’inezia del genere la dice lunga. Significa che non lasciano nulla di intentato pur di metterla in difficoltà. Di qui la necessità per la Meloni di usare un linguaggio chiaro ma non irritante e soprattutto rispettoso. Giustamente essa fa bene a preoccuparsi che qualche sconsiderato la prenda di mira, ma proprio per questo occorre usare toni meno perentori ed enfatici. Sappiamo quanto certi temi legati ai diritti individuali siano sensibili ed oggi per nulla negoziabili soprattutto da parte di chi ha già goduto di leggi e di situazioni favorevoli. Occorre inoltre guardarsi attorno e all’interno perché non ci siano infiltrazioni e provocazioni come è accaduto nel passato, neppure tanto lontano. Se qualche saluto fascista è motivo di allarme, figurarsi se dovesse venir fuori, artatamente creato, qualcosa di più consistente. La strada della Meloni è diventata ardua proprio perché ha incontrato il favore di un certo elettorato. Il successo in politica va di pari passo coi problemi e più ci si avvicina alla scadenza elettorale più aumentano i rischi, come del resto da più parti si dice. La Meloni è avvisata.

sabato 11 giugno 2022

Referendum giustizia: chi ci capisce qualcosa...

Domenica, 12 giugno, gli italiani sono chiamati a referendum sulla giustizia. Giustizia sì o giustizia no? Macché! Quesiti quasi incomprensibili, dalle risposte varie e contraddittorie, aventi come costante una posizione contro la magistratura, colpevole a volte di fare un uso improprio ed eccessivo di alcune norme, che, prese in sé, sono delle buone, ottime norme. Sono cinque i quesiti a cui dovranno dare una risposta con un sì o con un no. Da quanto si è potuto capire dai vari dibattiti dedicati, in verità pochi e solo nell’ultima settimana, la materia è difficile e controversa e richiederebbe una ben diversa conoscenza delle problematiche. L’elettore medio non è in condizioni di capire le ragioni dei quesiti né la bontà delle tesi per l’abrogazione o meno delle norme esistenti. Di qui due atteggiamenti di fondo: o non votare proprio per non far raggiungere il quorum, posizione questa dei contrari ai referendum voluti dalla destra e dai radicali, o votare a tutti e cinque i quesiti con un sì politico, come suggerito dalle forze politiche proponenti. L’impressione diffusa è che questi referendum siano del tutto inutili, anche perché è in corso di approvazione la riforma della Ministra della Giustizia Marta Cartabia, che affronta e risolve taluni di questi quesiti. Cerchiamo lo stesso di dare un contributo di chiarimento, cercando di entrare nel merito dei quesiti, ma senza suggerire risposte. Da persone libere ci rivolgiamo a persone libere. Nel primo, scheda rossa, si chiede di abrogare la legge Severino, quella per la quale Silvio Berlusconi decadde da Senatore. Questa legge vuole che chi è condannato in primo grado per reati gravi sia incandidabile e se già eletto decada dalla carica. Chi si oppone, si appella alla presunzione di innocenza dell’accusato fino ai tre gradi di giudizio, con la condanna passata in giudicato. Sarebbe pure giusto, se non che prima che si arrivi a sentenza definitiva in Italia passano molti anni e può capitare che la lentezza della giustizia italiana vanifichi la norma. I garantisti dicono sì all’abrogazione; i giustizialisti dicono no. Nel secondo quesito, scheda arancione, si chiede di abrogare alcune norme in materia di misure cautelari, nella fattispecie quella che consente al giudice di tenere in carcere o agli arresti domiciliari l’accusato che a suo giudizio potrebbe, se libero, reiterare il reato per il quale è sotto processo. Qui, a prescindere dalla bontà della norma, si denuncia un abuso del giudice, il quale, a volte, tiene l’accusato in carcere o agli arresti domiciliari ricorrendo al pericolo della reiterazione solo perché non ha un motivo specifico o per costringere l’accusato a “parlare”. Il rischio qui è che si potrebbe abrogare una norma in sé valida per un modo eccessivo e anomalo di applicarla. La norma è una, poi ci son giudici e giudici. Dovrebbe prevalere il buonsenso. Nel terzo quesito, scheda gialla, si chiede di abrogare la norma che consente ad un magistrato di passare dalla magistratura inquirente (pubblico ministero) a quella giudicante (giudice) nel corso della sua carriera, perché si ritiene che in giudizio la situazione è troppo squilibrata a danno della difesa dell’accusato, appartenendo pubblico ministero e giudice alla medesima categoria (magistratura). Per eliminare lo squilibrio si vorrebbe l’abrogazione della norma dell’interscambiabilità delle carriere: o si è sempre magistrati giudicanti o si è sempre magistrati inquirenti. Il giudice sarebbe sempre terzo in giudizio, equidistante rispetto ad accusa (pubblico ministero) e difesa (avvocato). Nel quarto quesito, scheda grigia, si chiede di abrogare la norma che impedisce agli avvocati di valutare i magistrati nell’esercizio delle loro funzioni. Qui il cittadino elettore è meno coinvolto rispetto ai primi tre quesiti e non avrebbe motivazioni a dare una risposta secca con un sì o con un no, salvo che non opti secondo orientamente politico, fidandosi dei dirigenti del suo partito. Nel quinto quesito, scheda verde, si chiede di abrogare la normativa che riguarda la nomina a membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Lo scopo è di impedire il formarsi delle correnti in seno al Consiglio, come è accaduto fino ad oggi, con le conseguenze che il caso Palamara ha evidenziato. Anche in questo quesito il cittadino elettore è poco coinvolto, trattandosi di materia legata alle dinamiche interne all’ordine giudiziario. Ma, a riflettere, dei cinque quesiti è il più importante, perché da quel che è emerso – il caso Palamara, appunto! – il Consiglio Superiore della Magistratura è il centro dove la giustizia diventa questione di uomini, di pericolose alleanze e di lobbie di potere, qualcosa che non è difficile accostare ad altre assai note “cupole”.

sabato 4 giugno 2022

Putiniano a chi?

Una volta li chiamavano utili idioti. Erano quelli che in perfetta buona fede finivano con dichiarazioni e comportamenti per favorire gli avversari. Esattamente come accade oggi in piena guerra contro l’Ucraina da parte di Putin. In Italia ce ne sono molti. Essi si ribellano se li chiami putiniani. Putiniano a me? Io condanno l’operato di Putin senza se e senza ma, rispondono risentiti. E aggiungono: ritengo tuttavia che inviare armi agli ucraini per difendersi è sbagliato perché non si fa altro che allungare i tempi della guerra con tutte le tragiche conseguenze di distruzione e di morte. Essi partono dal convincimento che la guerra gli ucraini sono destinati a perderla e perciò a questo punto tanto vale finirla coi combattimenti. Se tanto fosse stato dall’inizio, la Russia avrebbe chiuso la partita al massimo dopo una settimana. Invece le cose sono andate diversamente grazie al coraggio e alla determinazione degli ucraini ma anche e soprattutto per gli aiuti in denaro e in armi ricevuti dall’Occidente, Italia compresa. Senza volerlo i nostri utili idioti avrebbero favorito le mire di Putin, sarebbero stati di fatto dei putiniani di risulta. Non si può escludere tuttavia che nella loro mente agisca anche una sorta di egoismo. Pensano in fondo che i russi e gli ucraini potrebbero vedersela tra di loro ed escludono che la faccenda interessi anche gli altri paesi europei, che a causa della guerra versano tutti in gravi situazioni. Un egoismo tenuto attentamente nascosto perché indecente oltre che insostenibile. Ma non tutti i putiniani sono degli utili idioti. Molti di essi sanno perfettamente quello che dicono e quello che fanno, pur cercando di non apparire sfacciatamente e scandalosamente al servizio gratuito del dittatore russo. Di qui le loro premesse di antiputinismo per sostenere nel prosieguo dei loro ragionamenti le ragioni di Putin. Alcuni fra i politici italiani, Matteo Salvini e Giuseppe Conte, inseguono i sondaggi che danno a più del 50% quelli che non vogliono che l’Italia invii armi all’Ucraina. Si adeguano al pensiero di base, politicamente irresponsabile. Si sa che il popolo non vuole le guerre, che la gente si preoccupa delle condizioni economiche proprie e se queste si sono aggravate per la guerra in corso si comprende benissimo la sua contrarietà a che questa continui. Ma possono dei politici ragionare come ragiona l’uomo della strada, che ha dei limiti oggettivi di conoscenza e non ha responsabilità alcuna? L’uomo della strada può anche non considerare che l’Italia si trova incardinata in un sistema di alleanze dal quale trae anche tanti benefici e protezioni – si pensi ai miliardi del Pnrr e alla sua sicurezza in quanto membro della Nato – dal quale non può entrare e uscire a suo comodo e piacimento. I politici, invece, non possono ignorare la situazione e quando propongono di sfilarsi dalle decisioni dei partner europei dimostrano di non avere il senso delle cose, di cercare solo consensi elettorali per le vicine e prossime elezioni. Essi per meri scopi di bottega elettorale finiscono per fare scelte che di fatto vanno a favorire Putin e a danneggiare l’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo. Essi sono dei putiniani, utili sicuramente alla causa russa ma non per idiozia bensì, privi di scrupoli, per calcolo. Poi ci sono i putiniani di complemento alla Michele Santoro e alla Marco Travaglio. Pure essi, come tutti gli altri, mettono in premessa di condannare Putin, ma poi ne difendono le ragioni, un po’ per incapacità congenita di sposare una causa nazionale o quale che fosse – penso a Travaglio – e un po’ per antico antiamericanismo – penso a Santoro. Travaglio, pur di “andare contro”, come già ha fatto coi no vax, ora fa il no ucraina, passando per il no all’America, no all’Europa, no a Draghi. Si esalta nell’insulto e nella delegittimazione. Per lui il “governo dei migliori” – così chiama ironicamente il governo Draghi – è un governo di “pippe”. Ma finora non si è capito Travaglio con chi va, chi rappresenta e chi sono i politici italiani che non sono “pippe”. Michele Santoro ha colto l’occasione della guerra in Ucraina per spazzolare il suo antiamericanismo e per riproporsi dopo un lungo letargo e qualche tentativo di recuperare visibilità. Ma non mancano neppure – e questi sono davvero incomprensibili – quelli che da destra – penso a Franco Cardini – non vedono l’orrore delle imprese putiniane e si indignano per la risposta dell’Occidente. Anche qui emerge un antiamericanismo datato, che, però, di fronte alla gravità della situazione, avrebbe dovuto spogliarsi di antiche avversioni e di sempre vive ragioni ideologiche. Per fortuna la destra politica, quella che oggi ha in Giorgia Meloni la sua leader, ha assunto una posizione lineare e coerente. Almeno quella!

sabato 28 maggio 2022

Salvini a Mosca? Fermatelo!

A voler essere proprio buoni si può interpretare l’annunciato viaggio a Mosca di Matteo Salvini come l’estremo tentativo del leader della Lega di invertire la tendenza dei sondaggi che lo vedono soccombere nei confronti di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Come è noto nel centrodestra, diviso su tutto tranne che lo stare insieme alle prossime elezioni politiche del 2023, vige il criterio di far guidare il governo in un eventuale successo dell’alleanza a chi prende un voto di più rispetto agli altri dello schieramento, in particolare di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, essendo gli altri molto lontani. Gli ultimi sondaggi danno il partito della Meloni al primo posto assoluto con più del 22%, mentre la Lega è ferma al 15% e Forza Italia all’8%. Dunque, stando ai sondaggi, se il centrodestra dovesse vincere le elezioni a Matteo Salvini spetterebbe niente di più che una poltrona ministeriale; cosa che al leader della Lega non va proprio giù. Di qui ogni tentativo per cambiare l’andamento delle cose. Salvini pensa perciò ad una clamorosa virata per invertire in suo favore la tendenza dei cittadini elettori, uno scoop politico senza precedenti. La sua diretta rivale interna, la Meloni, ha operato la scelta atlantica e benché all’opposizione sostiene il governo negli aiuti all’Ucraina, allora lui, al contrario, benché nella maggioranza di governo, va in direzione opposta, corteggiando Putin e la Russia. Ma, a parte una simile interpretazione, non peregrina, ci chiediamo che ci va a fare Salvini a Mosca? Veramente pensa di convincere Putin ad aprire uno spiraglio del cessate il fuoco e avviare trattative di pace? Davvero Salvini pensa di riuscire dove neppure papa Francesco è riuscito? Quel papa Francesco che lui ha a preso a punto di riferimento da qualche tempo a questa parte? Verrebbe di pensare ad un mitomane, uno cioè che confonde il desiderio con la realtà delle cose, un “padreterno”. Ed è così convinto della bontà dell’iniziativa che non prende neppure in considerazione un insuccesso. Questo suo viaggio, infatti, potrebbe ritorcersi contro se dovesse risolversi per una umiliazione, come fu quella che ricevette in Polonia, dove il sindaco della città visitata lo accolse donandogli una maglietta con su l’effigie di Putin e il rimprovero di averla indossata. Calcolo o straripante considerazione di se stesso, questo viaggio, se si farà, rischia di far fare una brutta figura al governo italiano e all’Italia nel suo insieme. Chi è Salvini a proporsi come negoziatore di pace? Non ha l’Italia un governo, già impegnato nella vicenda ucraina ai massimi livelli e ai massimi sforzi? Che si tratti, dunque, di una mancanza di rispetto a Draghi e all’Italia non c’è il minimo dubbio. Che potrebbe garantire Salvini a Putin se non la sua personale ammirazione, peraltro già nota perché espressa negli anni passati? Resta tuttavia che per il solo fatto di proporsi, indipendentemente da ogni altra considerazione, causa un danno d’immagine al Paese, una barzelletta. L’Italia apparirebbe come uno Stato dove un leader di partito, neppure dei più grandi, si autoinveste di autorevolezza e prestigio, senza nessun mandato, solo per dimostrare di contare più lui che il Presidente del Consiglio. Ora vi mostro io di che cosa son capace, buoni a nulla! Questa sarebbe l’Italia negli esiti della stravagante donchisciottesca iniziativa di Salvini: un paese debole nelle istituzioni e diviso politicamente. Se di tanto non si rendono conto nel suo partito e non fanno nulla per fermarlo dovrebbero intervenire le istituzioni ai loro massimi livelli. Perché qui non è in gioco solo la reputazione di Salvini e della Lega, ma dell’Italia intera, delle sue istituzioni, che risulterebbero svilite e compromesse. L’Italia, da quando è scoppiata la crisi ucraina, si è data molto da fare con provvedimenti che hanno avuto il plauso degli alleati, così forti e decisi da “meritarsi” le attenzioni dello stesso Putin, il quale non ha mancato di sottolinearlo quando si è trattato di individuare i paesi a suo dire più ostili. L’Italia per Putin, per il fatto che sostiene l’Ucraina, inviando armi, è in uno stato di guerra. Qui c’è poco da scherzare. C’è una guerra in corso, dagli esiti incerti, con possibili coinvolgimenti diretti; e l’Italia, in quanto membro della Nato e dell’Unione Europea, è fra i paesi più indiziati. Non si dovrebbe permettere a nessuno di compromettere la situazione in nessun senso più di quanto non sia già compromessa. Salvini perciò andrebbe fermato.

sabato 21 maggio 2022

Ucraina. Pace o giustizia? Questo è il dilemma

Dopo tre mesi di combattimenti in Ucraina e di discussioni sulle cause e sulle responsabilità della guerra si è ben lontani da una soluzione, che non può che essere o di pace o di giustizia, l’una escludente l’altra. La pace invocata da tutti e in primis dai pacifisti fondamentalisti, sempre e dovunque, non può che passare dalla cessione dell’Ucraina di alcuni suoi territori alla Russia, almeno Donbass e Crimea. Ma, posto che tanto bastasse – e non si è certi che lo sia – la conclusione sarebbe questa. Che uno stato di punto in bianco ne aggredisce un altro, lo invade e lo riduce in macerie, e in cambio della pace riceve i territori ambiti per i quali l’aveva aggredito. Sarebbe che ciascuno, sentendosi più forte, può modificare i confini a danno del suo vicino aggredendolo e ricattando tutti gli altri con la formula biblica del muore Sansone con tutti i filistei. Se ci fosse un tribunale internazionale riconosciuto processerebbe subito la Russia e la costringerebbe, anche con la forza, a lasciare il territorio ucraino e a pagare i danni. Ma questo tribunale non esiste. C’è l’Onu, ma ha le mani legate dal veto che può mettere la Russia, in quanto membro permanente, verso qualsiasi deliberazione. I paesi della Nato, che da subito hanno preso le difese dell’Ucraina, hanno dovuto limitarsi a inviare armi sempre più pesanti e a colpire la Russia con le sanzioni economiche, ben attenti ad evitare coinvolgimenti diretti ed escalation militari. La Nato – e per essa il suo stato leader, gli Usa – che pur si riconosce un qualche ruolo di garanzia del rispetto del diritto internazionale, non può fare altro per il ricatto nucleare. Le sanzioni economiche alla Russia, sempre più estese e più dure, per certi aspetti si ritorcono contro gli stessi paesi che le impongono, poiché alcuni di essi, come la Germania e l’Italia, dipendono dalle risorse energetiche russe. Se la Russia decidesse di chiudere i rubinetti, per questi paesi dipendenti sarebbe la rovina della loro produzione e il disagio diffuso per le popolazioni. Quando Putin parla di “suicidio dell’Occidente” si riferisce proprio alla crisi energetica che potrebbe colpire i paesi più esposti. Questa condizione e la paura di una guerra nucleare hanno creato nei paesi della Nato una situazione tale che più che la giustizia essi cerchino la pace quale che fosse, fosse pure la resa incondizionata dell’Ucraina. Che sarebbe il massimo dell’ingiustizia e il trionfo di un principio insostenibile per la democrazia: la legge del più forte. Si aggiunga che il grano ucraino fermo nei porti del Mar Nero e dunque sottratto alle popolazioni africane rischia di provocare un disastro umanitario dai risvolti inimmaginabili. Alla luce di queste considerazioni non si può non essere pessimisti sull’esito della guerra. Finora il male prodotto dall’invasione dell’Ucraina con la morte di migliaia di civili, la distruzione di intere città e villaggi, la spesa degli armamenti dei paesi Nato per aiutare l’Ucraina a difendersi, i risvolti economici delle sanzioni per i paesi sanzionatori, penalizza il fronte delle democrazie quanto quello russo. La crescente pressione dell’opinione pubblica dei paesi democratici di mettere fine alla guerra poco curandosi di ogni altro aspetto, rende la pace sempre meno compatibile con la giustizia. In Italia i contrari ad inviare armi all’Ucraina sono arrivati al 45%, molti di più dei favorevoli. Appare chiaro che l’opinione pubblica è spaventata da quanto è già accaduto e da quanto potrebbe accadere. Due forze di governo, M5S e Lega, sono contrarie all’invio di armi in Ucraina e sono motivo costante di frizioni politiche all’interno della maggioranza. La situazione, intanto, si va complicando. Due paesi, la Finlandia e la Svezia, tradizionalmente neutrali, hanno chiesto di aderire alla Nato, provocando le ire di Putin, che ha minacciato ritorsioni, per ora generiche. Se già Putin si sentiva assediato prima, ora che altri due paesi si sono aggiunti allo schieramento “nemico”, uno dei quali confinante, la Finlandia, per più di mille chilometri di confine, ha motivi in più per ostinarsi nella sua convinzione che la Nato e gli Usa mirano ad annientare la Russia. Ci troviamo davvero in una situazione difficilissima, dalla quale al momento è impossibile prevedere come se ne può uscire. Una cosa è certa: se pure si dovesse giungere alla pace, questa non può realizzarsi che tenendo “contento” in qualche modo e misura Putin, come in buona sostanza suggerisce il Presidente francese Macron; e dunque sacrificando la giustizia.

sabato 14 maggio 2022

Francesco, il papa che soffre per non poter fare di più

Quando la sera del 13 marzo 2013 fu eletto, papa Francesco dalla loggia centrale di San Pietro si presentò con un semplice “buonasera” preceduto da una pausa, che diede l’impressione di un non saper che dire altro. Un’impressione sbagliata perché di lì a poco egli avrebbe convinto che quello era il suo approccio comunicativo, pur banale, ma immediato e spontaneo, per così dire “alla buona” ma efficace. Eravamo abituati al liturgico “Cari fratelli e sorelle…”. Non un papa serioso e ieratico come Pio XII o Paolo VI, carismatico e sanguigno come Giovanni Paolo II, ma bonario e accattivante, come Giovanni XXIII, il papa del discorso della luna, e Giovanni Paolo I, una meteora di dolcezza e bontà durata appena un mese. Nel corso degli anni papa Francesco ha avuto modo di dimostrare la sua personalità apparentemente terra-terra con tutta una serie di affermazioni. Ne ricordiamo alcune, che a volte hanno fatto discutere. “Chi sono io per giudicare” a proposito dei gay. La sua condanna della terza guerra mondiale “a pezzi”. Se qualcuno ti offende la mamma è lecito rispondere colpendolo. Il continuo rivolgersi ai fedeli e ai grandi della Terra con reiterati “per favore” invece del canonico in nome di Dio. Fino a dare del “chierichetto di Stato” al patriarca di tutte le Russie Kirill I per essersi allineato alle posizioni di Putin sull’invasione russa dell’Ucraina. E il rimprovero ai paesi della Nato per aver “abbaiato alle porte della Russia” e scatenato la reazione di Putin. Perfino coi gesti ha dimostrato di essere un papa poco formale, ricordiamo quello di stizza e il colpo che diede ad una signora anziana che non gli lasciava la mano. Egli parla e agisce per come vede le cose, in maniera diretta e spontanea, quasi infantile, con figure e metafore visive, fisiche. La guerra a pezzi, appunto, l’abbaiare. Per altri aspetti Francesco si è dimostrato di grande fermezza, privilegiando i grandi temi politici e sociali. Lo dicono le sue battaglie per la difesa della natura e dell’ambiente, significativa la sua enciclica “Laudato si’”. Lo dicono le sue iniziative in favore dei poveri e le continue condanne della corruzione e delle guerre, i suoi appelli alla pace. Fu proprio un suo appello a fermare Obama dal portare la guerra in Siria quando già tutto era pronto per l’attacco. Il suo primo viaggio da papa fu a Lampedusa per gettare in mare una corona di fiori e ricordare il dramma degli immigrati morti nel tentativo di raggiungere l’Italia. Non meno determinata la sua opera di pulizia della chiesa, della sua corruzione, dei suoi problemi, primo fra tutti quello della pedofilia, secondo le indicazioni del suo predecessore Benedetto XVI, dimessosi per non sentirsi adeguato a causa della sua età e delle sue condizioni di salute ad un compito così arduo e importante. Sotto il suo pontificato sono stati messi sotto accusa e processati cardinali autorevolissimi, come il cardinale Becciu, sono state avviate inchieste interne, fatte riforme importanti, come quella dello Ior. La scelta del nome Francesco, come il poverello d’Assisi, racchiude ragioni e prospettive della sua missione pastorale da lui stesso spiegate. Tra le sue prime affermazioni ricordiamo “vorrei una chiesa povera, per i poveri”. Una scelta di vita, che purtroppo per un papa non è possibile, per quanto egli abbia fatto e faccia di tutto per dimostrare la sua vera vocazione alla francescana povertà, preferendo stare a Santa Marta anziché nell’appartamento del papa al Palazzo Apostolico. Pur conscio che mai potrebbe esistere una chiesa povera – al giorno d’oggi sarebbe perfino inutile se esistesse –, tanto si è dato da fare per i poveri, per i senzatetto, per gli umili, per i sofferenti. L’amore con cui ogni anno lava e bacia i piedi, ora di malati di Aids, ora di carcerati, ora di altre categorie di persone afflitte, uomini e donne, va ben oltre il rito pasquale del giovedì santo. Vi è in lui una partecipazione quasi mistica, che trasuda amore, misericordia, carità. A volte in lui si legge, sul suo volto teso, il rammarico per non poter fare di più di quello che egli si sforza di fare, una sorta di sofferenza che prevale sulla consapevolezza dell’istituzione che rappresenta. La sua sortita in solitaria sotto la pioggia davanti a San Pietro durante il lockdown del 2020 per la pandemia da Covid ha reso visibile l’immagine stessa del dramma e offerto di sé un’icona di angoscia umana per i mali del mondo. Oggi papa Francesco si è detto disposto ad andare a Mosca per incontrare Putin e cercare insieme un percorso di pace, prima che la guerra in Ucraina vada oltre e metta in pericolo l’intera umanità. “Ancora non è tempo” gli è stato risposto. Il Papa forse ha capito. Francesco sicuramente è rimasto male.