domenica 8 maggio 2022

Ucraina. che italiani saremmo se non ci sfilassimo

Sempre più insistentemente una parte del M5S e della Lega coi loro leader in testa, Conte e Salvini, premono perché l’Italia non invii più armi all’Ucraina, nonostante il decreto che autorizza il governo a farlo. La distinzione tra armi difensive e offensive è solo un distinguo pretestuoso che vuole nascondere la verità, che è il cambio di approccio alla crisi ucraina. Le loro argomentazioni si fondano sul fatto che fornire di armi un paese belligerante equivale a far durare la guerra, con tutti i disastri che ne conseguono. Inoltre, fornendo l’Italia armi all’Ucraina, di fatto è in guerra. E se è in guerra lo scenario cambia, perché la guerra non la vuole nessuno e soprattutto non l’ha votata il Parlamento, come vuole l’art. 78 della Costituzione. Il governo a questo punto dovrebbe allora informare il Parlamento per poi sapere dove si vuole andare e per decidere sul da farsi. Di qui al disimpegno dell’Italia dalle decisioni della Nato e dell’Europa la strada potrebbe essere breve se, come Conte ripete, è condizione perché il M5S resti al governo. Si sostiene che a noi questa guerra non interessa e che anzi converrebbe di più stare dall’altra parte, se non altro per non dover pagare le conseguenze delle sanzioni, anche se questo non viene detto esplicitamente per quel tanto di pudore opportuno in talune circostanze. D’altra parte la posizione di noi europei nei confronti della guerra russo-ucraina è diversa da quella degli americani. Appare di tutta evidenza l’asimmetria che c’è nella Nato. Non tanto per una questione geopolitica, la guerra si combatte in casa nostra mentre gli Usa la guardano di lontano, quanto perché noi europei con questa guerra abbiamo solo da perdere mentre gli americani hanno da guadagnare. Diverso, inoltre, è il ruolo che hanno nel mondo Stati Uniti ed Europa. Ma c’è un’altra ragione che spiega la diversità delle due posizioni. Mentre noi europei, per la nostra cultura e per la nostra storia, cerchiamo la pace e tendiamo a ricomporre il conflitto tra le parti quel che è stato è stato, gli americani, per la loro cultura e per la loro storia, tendono a punire il colpevole, in questo caso la Russia per aver aggredito uno stato sovrano. Riemerge chiaramente negli americani lo spirito del Far West: si sceglie l’albero, si prepara il cappio e s’impicca il reo. Essi vogliono che la guerra continui fino alla vittoria, fino cioè alla punizione della Russia. Lo ripetono continuamente. Sono le imprudenze e i toni alti di Biden, che evidentemente cerca di esacerbare ancor più gli animi perché la guerra continui. Di qui le dichiarazioni della Nato, che per bocca del suo segretario generale Stoltenberg, ha escluso che la Crimea o altri territori ucraini, occupati illegalmente, possano essere annessi dalla Russia, come pure il presidente ucraino Zelensky aveva proposto pur di avviare un processo di pace. Col passare del tempo la situazione diventa sempre più difficile e pericolosa. Le accuse rivolte dal presidente del parlamento russo Vyakeslav Volodin agli americani, dopo le rivelazioni del New York Times sul ruolo avuto dall’intelligence americana nell’uccisione di dodici generali russi da parte degli ucraini, sono pesanti e volte a dimostrare che gli Usa sono di fatto in guerra con la Russia; esse segnano un punto nell’escalation della tensione. Noi italiani, per i contrari all’invio di armi all’Ucraina, rischiamo di trovarci in una posizione diversa anche all’interno dell’Europa, dove, pur con tante titubanze da parte di alcuni si è fatta una scelta di unità atlantica. Non sarebbe la prima volta nella nostra storia di iniziare una guerra con degli alleati e di finarla con altri; così nella prima e così nella seconda guerra mondiale. Questa volta, però, un nostro disimpegno dalle scelte europee equivarrebbe ad un isolamento, che sarebbe deleterio per la nostra situazione. L’Italia potrebbe perdere quel ruolo di prestigio di paese guida nell’ambito europeo così sapientemente conquistato. Non si può essere europei e atlantisti solo nella buona sorte. Ogni scelta ha le sue conseguenze, ogni vantaggio ha i suoi costi. Saranno i prossimi giorni a portare qualche elemento di chiarezza. Domani, 9 maggio, giornata di festeggiamenti in Russia per i 77 anni dalla vittoria sul nazifascismo, Putin potrebbe annunciare qualcosa di importante e di decisivo. Per quel che riguarda noi italiani aspettiamo il ritorno di Draghi dall’America per riprendere il filo del dibattito politico sulla guerra già avviato prima della sua partenza.

sabato 30 aprile 2022

Ucraina. Verso la terza guerra mondiale?

Ucraina. Verso la terza guerra mondiale? Fin dal primo momento l’Occidente si è prefisso e detto che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia non doveva portare alla terza guerra mondiale, pur condannando con forza il folle gesto di Putin. Tutto l’aiuto possibile all’Ucraina, ma niente che potesse offrire all’autocrate russo il pretesto per andare oltre quello che all’inizio sembrava un obiettivo limite, ossia la conquista “liberazione” delle due repubbliche del Donbass, di Lugansk e Donetsk, autoproclamatesi indipendenti e subito riconosciute dalla Russia. Ma, nonostante le enunciazioni, a partire dal fatidico 24 febbraio su entrambi i fronti è stato un lento e progressivo avvicinarsi al limite del non ritorno. Speriamo di sbagliarci e che le ostilità cessino, come promesso da Putin, il 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra ogni anno la grande vittoria della Guerra patriottica contro i nazisti. Da come si sono messe le cose c’è da dubitare. Il pessimismo della ragione fa pensare che una guerra come quella di Putin contro l’Ucraina, con tanto spiegamento di forze e tanta accanita distruzione, non possa fermarsi all’acquisizione di pur importanti territori. D’altra parte non si può lasciar correre un gesto gravissimo come quello di Putin senza punirlo. Se ciò dovesse accadere sarebbe solo l’inizio di una serie di aggressioni nel mondo, ad incominciare da quello della Cina ai danni di Taiwan. Da una parte, dunque, la Russia che ha ben altre ambizioni del Donbass e della Crimea, dall’altra l’Occidente che non intende lasciare impunita la Russia per quello che ha già fatto e vuole ripristinare l’ordine del diritto internazionale. E’ questa la premessa che fa temere il peggio. Finora Putin non ha mai voluto seriamente sedersi ad un tavolo e cercare men che un’intesa una tregua. Mentre i suoi emissari facevano finta di trattare coi loro omologhi ucraini lui ha continuato a bersagliare di bombardamenti le città ucraine, seminando morte e distruzione in ogni dove, a volte anche con eccessi da crimini di guerra, come a Bucha e in alcune altre località. Ma quel che è più grave e rivela i suoi veri piani è che, dopo il fallimento di conquistare subito Kiev, per la fiera resistenza degli ucraini, si è rivolto alla conquista del Donbass aprendosi un corridoio lungo le coste del Mar d’Azov fino alla Crimea ed oltre, fino ad Odessa per congiungersi con la Transnistria e la Moldavia, sì da soffocare l’Ucraina togliendole ogni sbocco al mare. Basta così? Nient’affatto. Il disegno di Putin è sempre più chiaro, è di riconquistare alla Grande Madre Russia tutti i territori che ne facevano parte prima del 1991 e la dissoluzione dell’Urss, comprese le repubbliche baltiche di Lettonia, Estonia e Lituania, che, però, ora fanno parte della Nato. E qui è il punto. Toccare la Nato vorrebbe dire guerra mondiale e probabile ricorso ad armi nucleari. Da parte occidentale, Stati Uniti ed Europa, dopo l’iniziale prudenza, c’è stato un crescendo di posizioni forti fino al vertice di Ramstein in Germania, dove 43 Paesi di tutto il mondo si sono impegnati a fornire armi all’Ucraina per “indebolire la Russia” e metterla nelle condizioni di non poter più nuocere. In questo si sono particolarmente distinti il presidente statunitense Joe Biden e il britannico Boris Johnson. La situazione è dunque cambiata: non più armi all’Ucraina per difendersi, ma armi all’Ucraina per attaccare a sua volta fino a convincere la Russia a desistere dall’impresa. Nel volgere di poco più di due mesi sono cambiati i piani iniziali dei contendenti. Putin inizialmente ha pensato di sfruttare la crisi americana di rinuncia a fare il gendarme del mondo e si è lanciato nel suo piano di reconquista, salvo a modificare gli interventi man mano che il campo gli suggeriva di farlo. Biden vede nella situazione che si è venuta a creare l’occasione per rendere inoffensiva la Russia e farla desistere dai suoi propositi panrussi. Scelte politicamente azzardate e militarmente pericolose. Esse potrebbero portare ad uno scontro diretto e globale. La Russia, infatti, non accetterà mai la sconfitta e, vistasi perduta, potrebbe ricorrere al gesto disperato dell’arma nucleare, che peraltro non fa che minacciare fin dall’inizio. L’Occidente da parte sua non potrà mai accettare che venga violato il diritto dei popoli ad autodeterminarsi. La guerra finora ha prodotto a latere che Finlandia e Svezia, da paesi neutrali, abbiano chiesto l’adesione alla Nato. Decisione che ha indispettito ancora di più la Russia, che confina per più di mille chilometri con la Finlandia. Non possiamo ancora parlare di terza guerra mondiale, nel senso che non tutti gli attori sono combattenti diretti, ma è certo che tutti hanno una parte, diretta (russi e ucraini) o indiretta (gli altri).

domenica 24 aprile 2022

Il perfido gusto degli italiani a remare contro

La pandemia da Covid e la guerra della Russia contro l’Ucraina, che ci coinvolge in quanto appartenenti all’Europa e alla Nato, hanno messo in evidenza un antico vizio degli italiani, quello di remare contro i nostri stessi interessi e per di più nei momenti più difficili e drammatici. Abbiamo assistito negli ultimi due anni alle scorribande dei no vax contro la vaccinazione preventiva anti Covid. Essi, per nulla solidali col governo del proprio Paese impegnato a gestire la difficile emergenza, hanno fatto di tutto per aggravare la situazione. Tra di essi, anche tanti esponenti della destra politica e giornalistica solitamente comprensiva degli interessi nazionali. Assistiamo oggi nel nostro Paese a posizioni che danno ragione a Putin e alla Russia, contrariamente alla posizione assunta dall’Italia e dall’Europa, che si sono schierate in favore dell’Ucraina in nome di una comune visione della vita improntata ai valori della libertà e della sovranità nazionale. Chi ama la libertà del proprio Paese non può non amare quella degli altri, ergo non può oggi che essere in favore dell’Ucraina violata nella sua libertà e sovranità. Come si può dare ragione ad un dittatore che invade uno Stato sovrano e minaccia il ricorso alle armi atomiche ventilando una guerra che ci vedrebbe inevitabilmente coinvolti? Eppure sono scattate ancora una volta voci anche autorevoli a ricordarci di essere sempre con un piede dentro e con l’altro fuori dai nostri interessi. Se dovesse peggiorare la situazione ne subiremmo tutte le conseguenze, nonostante gli Orsini e i Canfora coi loro colti cavilli, che a stento nascondono le vere ragioni della loro posizione. Sono comunisti, eredi di quel comunismo che aveva nell’Urss il punto di riferimento, i quali non si sono accorti che non c’è più e che al suo posto c’è una nazione, la Russia, che in nulla si differenzia da uno Stato totalitario qualunque e qualunquista che persegue mire espansionistiche di tipo imperialistico e colonialistico. Simile gente tifava perfino contro quando la nazionale di calcio italiana incontrava quella sovietica. Chi insiste nel dare la colpa della crisi ucraina a noi europei e alla Nato non sono solo gli ex comunisti, ma anche personaggi importanti della destra, penso a Franco Cardini e a certa stampa di tendenza. Ora si può comprendere il comunista legato all’Urss al punto da non distinguerla neppure dalla Russia di oggi, ma come si può comprendere chi essendo di destra non si riconosce negli interessi nazionali e così, per il gusto perfido di remare contro, assume atteggiamenti contrari alle decisioni del governo nazionale? Dicono: riconosciamo che Putin ha torto, che la sua decisione di invadere l’Ucraina è un atto inaccettabile, ma amiamo la pace e siccome la Russia prima o poi finirà per avere ragione dell’Ucraina tanto vale smetterla con la resistenza, accettarne le conseguenze politiche ed evitare tante inutili stragi. A supporto della loro posizione gli ex comunisti tirano fuori la Costituzione, che all’art. 11 afferma di ripudiare la guerra sia come “offesa alla libertà degli altri” e sia come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ma l’art. 11 è assai più ricco di contenuti. Esso aggiunge che l’Italia promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte allo scopo di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni. Non v’è dubbio alcuno che l’Italia si sta muovendo nel più perfetto e completo spirito di questo articolo. D’altra parte per l’art. 87 il Presidente della Repubblica “dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere”. Dunque, l’ipotesi guerra, nonostante il dettato dell’art. 11, non è affatto esclusa dalla nostra Costituzione. Ad un diverso livello si può interpretare questa posizione, sostanzialmente di ignavia, come dettata da una forte paura che la guerra esca dai confini dell’Ucraina e investa anche altri paesi fra cui il nostro. Ma è proprio qui il punto che dovrebbe far capire a questa gente che la resistenza ucraina va sostenuta, anche inviandole armi. Se l’Ucraina si arrende alla strapotenza russa, finisce la questione o non se ne aprono forse altre a danno di altri paesi oggi liberi e sovrani? Putin non ha nascosto e non nasconde i suoi obiettivi, fra cui quello massimo di riportare tutti i paesi dell’ex Urss sotto il dominio della Russia, per ricostituire l’impero degli zar o il regime di Stalin. Se dovessimo tutti ragionare come certi comunisti nostrani o come certi alieni di destra finiremmo per considerare la questione ucraina come la considera Putin, ossia una questione interna, che non riguarda l’Occidente, una sorta di operazione speciale come lui ha voluto definirla e come in fondo la considerano i suoi ammiratori delle nostre contrade.

domenica 17 aprile 2022

Dove porta la guerra in Ucraina

Le strade dell’escalation in guerra sono infinite. Si potrebbe sintetizzare così quanto sta avvenendo nella guerra della Russia contro l’Ucraina. Fin dall’inizio delle operazioni belliche, 24 marzo scorso, si disse da più parti che non sarebbe convenuto a nessuno un allargamento del conflitto. Il presidente Biden escluse che soldati statunitensi sarebbero intervenuti direttamente, pur dando tutto l’aiuto necessario agli ucraini per difendersi, soldi, armi, tecnologie e intelligence. Tanto, però, non è bastato ai russi per non minacciare altri paesi se fossero intervenuti sia pure per fornire aiuti. Le cose sono andate più o meno così per circa i primi cinquanta giorni di guerra (scriviamo in data 16 aprile). Da una parte aiuti, dall’altra minacce. L’Europa e gli Stati Uniti hanno aiutato gli ucraini e i russi hanno continuato a minacciare. Ma gli effetti più sorprendenti giungono dagli esiti della guerra, che sono l’opposto dei fini annunciati. La Russia ha detto che il suo obiettivo era denazificare e smilitarizzare l’Ucraina; era di impedire che l’Ucraina entrasse nella Nato. E invece l’Ucraina è sempre più militarizzata fino al punto da tener testa al ben più forte esercito russo; e, quanto a paesi che potrebbero entrare nella Nato, se ne sono aggiunti altri. Svezia e Finlandia, infatti, paesi neutrali, geograficamente molto vicini alla Russia, la Finlandia addirittura confinante, hanno chiesto di entrare nella Nato per garantirsi una protezione, che, stando fuori, pensano di non avere. Il quadro così cambia notevolmente perché se la Russia ha invaso l’Ucraina solo perché questa voleva entrare nella Nato, dunque per non avere a diretto contatto il “nemico”, ora potrebbe addirittura averne di più; per evitare un vicino scomodo, se ne ritrova tre alle costole. La situazione rischia di diventare pericolosa perché potrebbe verificarsi quello che dall’inizio si voleva scongiurare: l’allargamento del conflitto.

sabato 19 marzo 2022

Quanti bambini in Ucraina!

Non saranno sfuggiti a nessuno in questi giorni di disastri di guerra in Ucraina i tanti bambini tra i profughi che cercavano di scappare o soltanto di mettersi al riparo dai missili e dalle bombe dei russi. Alcuni sono nati addirittura nei rifugi, come la metropolitana di Kiev, a diversi metri sottoterra. Nel momento in cui scriviamo, 17 marzo, secondo l’Unicef, Oms, dal 24 febbraio, da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, nel Paese sono stati almeno 4.300 i parti e oltre 80mila sarebbero i nascituri di qui a tre mesi. In braccio alle loro mamme o presi per mano ne abbiamo visti tanti di bambini che ci è venuto quasi di pensare ad una sorta di asilo diffuso. E ne abbiamo visti anche, purtroppo, di uccisi. Uno spettacolo che ha commosso: tutti ben vestiti coi loro peluche in mano e a volte con la gabbietta con dentro un cagnolino o un gattino. Ha fatto sicuramente impressione a noi italiani, che di bambini in giro ne vediamo sempre di meno. Per associazione di idee questi bambini ci hanno ricordato le parole del capo della chiesa ortodossa russa, Kirill 1°, il quale ha “benedetto” la guerra di Putin contro l’Occidente colpevole a suo dire del degrado morale, lo stesso che consente i gay pride e la propaganda indiretta contro le nascite. Così posta la questione, ovvero secondo la lettura di Kirill, la guerra appare come il tentativo di Putin di impedire che una regione come l’Ucraina sana, considerata come facente parte dello stesso popolo russo, cada nelle braccia dell’Occidente corrotto. Insomma la risposta dei costumi sani della Russia più tradizionale e profonda alla occidentalizzazione degenerante dell’Ucraina, che invece si sente Europa e dell’Unione Europea vorrebbe far parte. È questa una lettura che va oltre quella puramente territoriale e che dà alla guerra una ragione più “nobile” di quelle finora date dal signore del Cremlino, compresa quella di smilitarizzare e denazificare l’Ucraina, motivi questi del tutto infondati. Non v’è dubbio che la guerra di Putin sia stata generata da ragioni di pura egemonia territoriale, secondo gli schemi classici di tutte le guerre da che mondo è mondo e che si pensava non dovessero più riproporsi dopo la seconda guerra mondiale. L’estensione ad est della Nato e dell’Unione Europea ha dimostrato non tanto una politica di potenza, come Putin è portato ad intendere e a temere, quanto il desiderio di molti popoli di vivere e organizzarsi nella libertà e nella democrazia. Il modello europeo fa gola a sempre più paesi dell’ex Urss e questo non poteva essere tollerato da chi ancora pensa e agisce come i vecchi zar: conquiste e spartizioni. Putin, che ha detto un sacco di fesserie sulle ragioni della guerra, fino a negare che si tratta di guerra, ha perfino riesumato qualche motivo sovietico, che sembrava morto e sepolto. La bandiera rossa con falce e martello e stella la si è vista sventolare su alcuni carri dell’armata russa in Ucraina. Ma torniamo ai bambini ucraini. I tanti che abbiamo visto non possono non averci fatto fare delle considerazioni. La prima è che l’Ucraina, che pure vorrebbe far parte dell’Europa con tutta la sua determinazione, ci fa capire che sul piano dei costumi forse non è ancora del tutto “europeizzata”. Nulla sappiamo di come la pensi per esempio sui problemi bioetici, posizioni, queste, cogenti per stare in Europa. Da quel che vediamo – i tanti bambini, come si diceva! – abbiamo l’impressione di un paese ancora legato alla tradizione, alla più sana delle tradizioni, non ancora contaminata dai costumi di assoluta libertà dei paesi europei. In materia non sarà vicinissima al Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill ma sicuramente è vicina a Papa Francesco, che condanna l’aborto e incoraggia le coppie a fare figli mentre sui gay si dichiara inadatto a giudicare. Fate e adottate bambini – ha detto di recente – anziché adottare animali, come cani e gatti. Si sa che da anni l’Ucraina voleva entrare a far parte dell’Europa e da anni senza essere respinta non è stata neppure accettata. Viene il sospetto che fra le tante condizioni poste per farne parte mancasse una rassicurante posizione sui problemi bioetici. Sappiamo quanto su questo tengano i paesi membri dell’Unione Europea. Se la Russia di Putin teme la libertà e la democrazia, l’Europa da parte sua teme le regole morali, specialmente in materia di sessualità, ed è per tutte le sregolatezze, che considera espressioni di normale libertà. Non v’è dubbio che la guerra allontani l’Ucraina dall’Europa se, come si teme, alla fine la Russia imporrà tra le condizioni di pace la neutralità del paese e dunque la sua non appartenenza né all’Unione Europea né alla Nato. Ma dalla guerra e dalla sofferenza di questo popolo emerge un’altra lezione, una tenuta etica straordinaria. La dimostrazione che ci si può sentire ed essere Europa pur coltivando costumi sani e tradizionali.

domenica 6 marzo 2022

Putin e l'Ucraina: una via per uscire

Dopo le prime scuse per giustificare l’attacco all’Ucraina – repubbliche separatiste del Donbass – Putin ha progressivamente gettato la maschera e ha detto che la vera ragione dell’aggressione all’Ucraina è di sentirsi accerchiato dalla Nato e che non poteva più tollerare che si ritrovasse con un altro paese Nato alle costole. Dunque attacco materiale all’Ucraina ma attacco politico, la vera sfida, all’Europa e alla Nato. Questo suo mostrare le carte dà ragione a chi dice e ripete che l’invasione dell’Ucraina è solo un primo passo e che altri ce ne saranno successivamente. E già si parla della Moldavia e più in là delle repubbliche baltiche della Lituania, dell’Estonia e della Lettonia, che però sono paesi Nato. Il suo sventolare minacce nucleari fa parte di questa sua strategia del terrore. Anche l’attacco – non certo per sbaglio – alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande dell’Ucraina, sei volte più grande di Chernobyl, ha lo scopo di abituare il mondo al pericolo atomico. L’impronunciabile è stato pronunciato. Come a voler far passare un messaggio: attenti, la prossima volta potrei “sbagliare” meglio, con inevitabili conseguenze nucleari in tutto il pianeta. In un’ottica del genere è pessimistico ma possibile che ad un’escalation nucleare prima o poi si arrivi. Perché, se dopo l’Ucraina e la Moldavia toccasse alle repubbliche baltiche, allora la risposta della Nato sarebbe inevitabile. A chi giova uno scenario simile? A nessuno, è evidente, ma le cose per come si stanno mettendo fanno temere che tanto possa accadere. Allora è urgente che si arrivi ad un confronto politico diretto tra Putin e la Nato, ovvero tra Putin e gli Stati Uniti d’America prima che altri passi falsi vengano compiuti senza possibilità di ritorno. A Putin la Nato deve necessariamente, arrivati a questo punto, riconoscere una qualche ragione e compiere qualche sacrificio, primo fra tutti riconoscere lo stato di neutralità dei paesi più vicini alla Russia. Non perché la Russia abbia ragione. Non ne ha di ragioni, perché il principio è che ogni Stato sovrano è libero di stare con chi vuole, ma nel pieno di una crisi che potrebbe trasformarsi in tragedia immane, è consigliabile tener conto della realtà del primum vivere; e la realtà oggi dice che continuando sulla strada della natizzazione (far parte della Nato) dei paesi vicini alla Russia si va incontro alla catastrofe. È di tutta evidenza che una soluzione del genere segnerebbe una sconfitta per la libertà dei popoli, un passo indietro dell’Europa e degli Stati Uniti, ma se l’alternativa è il disastro completo è necessario accettare una sconfitta più piccola per evitarne una più grande. La storia d’altronde non si ferma e ciò che non è possibile oggi potrebbe diventarlo domani, in mutate condizioni. La Russia ha avuto dirigenti politici diversi da Putin, penso a Gorbaciov. Non è detto che non ne debba avere altri, con cui poter stabilire rapporti diversi. Ieri era un conto, oggi è un conto, domani sarà un altro ancora. Si consideri inoltre che Putin ha agito in maniera brutale e minaccia di continuare sulla strada della brutalità perché è una persona sconfitta, disperata. Si sente umiliato e sente che la Russia stessa è umiliata da trent’anni di dissoluzioni e di avanzamento dei modelli liberaldemoctatici. L’Ucraina che chiede di entrare nell’Europa e nella Nato è come una figlia che lascia la sua casa, perché non ne condivide l’idea di convivenza. Quando Putin non riconosce all’Ucraina dignità di nazione questo vuol dire: tu non sei libera di lasciare la tua di nazione, che è la Grande Madre Russia. Già altre figlie se ne sono andate ed altre ancora minacciano di andarsene. Nasce da questo stato di frustrazione la rabbia di Putin e di fronte ad una simile rabbia, non potendo ragionare, diventa vitale accettare un qualche compromesso che eviti il peggio. Intanto sarebbe urgente che si avviassero veri negoziati per mettere fine allo stato di sofferenza di milioni di persone, alla distruzione di un paese che sta crollando sotto i bombardamenti di uno degli eserciti più grandi e più forti del mondo. Assistiamo, invece, ad un assurdo continuare in combattimenti che non portano che alla morte e alla distruzione senza possibilità alcuna che le sorti della contesa possano essere cambiate. Il popolo ucraino ha risposto in maniera eroica e basterebbe la sua prova di sacrificio per affermare con forza il suo diritto ad esistere come nazione libera e indipendente. Ma gli eroismi non possono durare all’infinito, specialmente quando non hanno prospettiva alcuna.

mercoledì 2 marzo 2022

Putin e la cecità del potere

Ho sempre pensato che chi detiene il potere politico, si tratti di potere democratico o di potere autocratico, tanto peggio per quest’ultimo, dovrebbe farsi continue docce di normale socialità, di umanità, andare uomo tra gli uomini per vedere che cosa c’è in giro e rinfrescarsi le idee. Si accorgerebbe della vita reale in tutte le sue declinazioni. Lo stare chiuso nel mondo delle pratiche politiche quotidiane comporta inevitabilmente il formarsi di una visione falsa, limitata, distorta della realtà. Una realtà astrattizzata. È importante vedere che al di fuori del Palazzo ci sono persone che lavorano, bambini che giocano, ragazzi che vanno a scuola, adulti che sono in giro per il disbrigo di faccende quotidiane, che vanno a fare la spesa, che si recano in banca o all’ufficio postale, che ci sono malati, ospedali, ricoveri, bambini che nascono, anziani che muoiono. Questo pensiero mi è tornato a mente in questi ultimi giorni vedendo in televisione il volto di Putin, inespressivo nella sua piattezza di pietra scolpita. L’autocrate russo, chiuso nel suo mondo, lontano persino dai suoi collaboratori, ha pensato di scatenare una guerra contro l’Ucraina, un paese fratello, una repubblica sovrana, una volta facente parte dell’Urss, al pari di tante altre. Così, quasi per un progetto in un concorso di idee, si è messo a ridisegnare la carta geografica. La Russia si prende le due provincie separatiste del Donbass, Lugansk e Donetsk, e siccome occorre stabilire una continuità territoriale con la Crimea, già annessa qualche anno fa, si annette pure il corridoio che collega i due territori, fino a togliere all’Ucraina l’affaccio al Mare d’Azov, e già che ci siamo pure Odessa per privare l’Ucraina di ogni affaccio al Mar Nero e incapsularla nella sua prigione, a cui vorrebbe dare la condizione di stato neutrale. Ma uno stato del genere può essere considerato neutrale o è piuttosto neutralizzato? Ha detto il presidente ucraino Zelenski che Putin ha occhi ma non ha sguardo. Appunto, è la cecità del potere chiuso in se stesso, ignaro di quanto si muove sulla faccia della terra, di quanto si è mosso nello specifico negli ultimi trentuno anni, dal 1991, da quando l’Ucraina, in seguito allo sfaldamento dell’Urss, è diventata un paese sovrano, una repubblica indipendente. In tale condizione l’Ucraina è libera di chiedere di entrare nell’Europa Unita e nella Nato, come già hanno fatto tante altre repubbliche sorelle dell’ex Urss. È il diritto internazionale che lo consente. Per impedire che ciò avvenisse Putin ha incominciato a tirar fuori una serie di “ragioni” che appaiono più quelle del lupo nei confronti dell’agnello della famosa favola di Fedro che autentiche ragionevolezze. In un primo momento ha detto che deve aiutare le due provincie separatiste del Donbass a ricongiungersi alla Russia, data la loro appartenenza etnica alla madrepatria, successivamente ha cercato di delegittimare in radice l’Ucraina, considerandola, calpestando la storia che dice altro, un’espressione geografica inventata da Lenin; e infine, sfacciatamente, a rivendicare tutta la parte costiera dell’Ucraina meridionale. Putin ha in pratica posto, anzi riproposto, l’annosa questione se uno stato deve subire modifiche al suo territorio con la politica o con la guerra. In difetto di plausibili ragioni per farlo con la politica Putin ha scelto la guerra, mettendosi contro il mondo intero, chi più come i paesi occidentali, Europa e America, e chi meno come quelli orientali, come la Cina e l’India. Ma si può dire che la condanna è stata unanime, si pensi al Giappone e all’Australia, al punto da far sembrare Putin un paria, una sorta di nuovo Hitler, un reietto da eliminare al più presto dalla scena del mondo. A questo punto, qualunque sarà la soluzione, se si vuole evitare un aggravarsi della situazione, col rischio di un coinvolgimento di altri paesi e dunque una guerra mondiale, l’Ucraina ne uscirà ridimensionata ulteriormente sul piano territoriale. Impensabile che la Russia, che fa una guerra per acquistare, possa invece perdere quel che già aveva. L’Ucraina perderà sicuramente in maniera definitiva le due provincie del Donbass e la Crimea. Cosa avrà in cambio è difficile dirlo. Potrebbe entrare nell’Unione Europea, non nella Nato, data la sua neutralità. Un contentino che lascerebbe aperta la situazione a chissà quali altri sviluppi. E Putin? Ancor più difficile è ipotizzare la sua sorte dopo il disastro di questa guerra. Il dissenso in Russia, in questi ultimi giorni, è cresciuto, nonostante l’informazione nascosta e falsata sui fatti che stanno accadendo, non solo a livello di opinione pubblica – migliaia sono gli arresti per le proteste contro la guerra – ma anche sul fronte del potere economico. I cosiddetti oligarchi, a causa delle sanzioni economiche, stanno perdendo capitali consistenti e più di uno incomincia ad esprimere apertamente la sua contrarietà. È destino dei ciechi – e Putin lo è – andare prima o poi a sbattere.