lunedì 21 febbraio 2022

La mala scuola fra sconcezze e violenze

Gli ultimi episodi accaduti a scuola: la professoressa che in un liceo a Roma redarguisce un’alunna che in classe si scopre il ventre per farsi riprendere dallo smartphone di un compagno e l’ammonisce di non stare sulla…Salaria al professore che twitta che le alunne si vestono come tr…, al professore a Napoli che viene picchiato per aver sgridato degli alunni per irrequietezza, sollevano un problema che non può essere più trascurato, quello del che cosa deve fare la scuola oggi e quali sono i protocolli delle varie componenti, atteso che le cose nella società sono cambiate. In breve: come ci si deve comportare a scuola. Se l’opera del docente deve limitarsi ad impartire lezioni sui contenuti disciplinari (insegnare la lingua, la storia, la matematica, le scienze) e non anche mirare all’educazione e alla formazione del cittadino deve essere chiaro. Ormai non lo si può più dare per scontato. Perché se è vero che la professoressa della “Salaria” e il professore delle “tr…” hanno sbagliato nei modi di intervenire è pur vero che intervenire su come le alunne si comportano a scuola rientra da sempre nei doveri professionali dell’insegnante in presenza di palesi dissonanze o difformità. Il professore che non entra nel merito dei comportamenti degli alunni, nel loro modo di vestire, di relazionarsi, di comunicare con gli altri viene meno ad uno degli obiettivi della scuola, tanto quanto se non procede a tenere regolari lezioni e periodiche verifiche. Il suo ruolo non è solo di preparare i giovani ad affrontare sempre nuove tappe scolastiche, avanzamento nei programmi ecc. verso il traguardo finale, ma anche di educare e di formare dei buoni cittadini. Quante volte sentiamo, quando accade qualcosa di indecoroso, di illegale o di criminoso compiuto da giovani, i soliti esperti e opinionisti gridare: “è anche colpa della scuola”, a cui evidentemente si riconosce il compito di educare! Ma se poi un professore redarguisce un alunno che si presenta in classe vestito in modo sconveniente allora alunni e famiglie lamentano che il professore ha messo i piedi su un terreno non di sua pertinenza, ha cercato di soffocare la spontaneità del ragazzo o della ragazza. E addirittura, come nel caso del professore napoletano picchiato, viene aggredito sotto casa perché non si deve permettere di limitare la libertà degli alunni a scuola. Si tratta di prendere atto che la società è cambiata ed anche la scuola non è più la stessa dettata da Giovanni Gentile nella sua riforma del 1923. Oggi la scuola non è una scelta, fatta per un interesse individuale, è d’obbligo, è un’imposizione dello Stato. Chi sottrae i figli a quest’obbligo fino ad una certa età compie un reato. La differenza non è da poco. Nella “scuola scelta” gli alunni erano prudenti e obbedienti entro i perimetri disciplinari e formativi, sapendo di aver fatto loro una libera scelta. Raramente si ribellavano ad un rimprovero del professore o rivendicavano spazi personali risarcitori. Al limite quando avevano qualcosa da eccepire lo facevano sui muri della scuola o nei bagni con scritte ingiuriose, quasi mai minacciose. La “scuola scelta”, che era anche selettiva, era scuola principalmente di doveri. Da quando a scuola non si va più per propria personale scelta, per proprio personale interesse, per diventare qualcuno o qualcosa ma per obbligo, gli alunni si sentono in diritto di reclamare trattamenti diversi, maggiore libertà e facoltà di fare le cose che più piacciono. La scuola dell’obbligo è intesa come scuola fondamentalmente di diritti. Ma una scuola di soli diritti evidentemente è sbagliata quanto e più della scuola di soli doveri. La scuola per tutte le sue componenti deve essere scuola di doveri e di diritti insieme, gli uni in dipendenza totale dagli altri. Quel che per me professore è dovere è per te alunno un diritto e viceversa. In questa compenetrazione di diritti e di doveri la scuola ha funzionato in ogni tempo e così dovrebbe funzionare sempre. Purtroppo oggi non è più così, prendiamone atto. Gli alunni si comportano come vogliono eccedendo in comportamenti inadeguati. Da parte loro i professori, che non godono più della considerazione di una volta, sentendosi frustrati, interpretano male il loro ruolo e si esprimono in maniera sbagliata e offensiva, riducendosi a cattivi esempi. La “Salaria” della professoressa e le “tr…” del professore sono due classici esempi di ciò in cui un educatore non dovrebbe mai incappare; come a nessuna alunna dovrebbe mai venire in mente di farsi fotografare in pose sconce né a scuola né fuori. Come nessun professore dovrebbe essere aggredito per avere sgridato gli alunni a scuola. Tutti esempi di mala scuola, evidentemente da riformare; ma anche e soprattutto di mala società.

sabato 12 febbraio 2022

San Valentino: se le botteghe fanno le leggi

Vediamo tutte le sere alla televisione la pubblicità di note aziende italiane che fanno la pubblicità dei loro prodotti in ricorrenza di San Valentino. La pubblicità fa il suo mestiere, cerca di far guadagnare l’industria produttrice attraverso la vendita del prodotto reclamizzato. Vediamo coppie variamente assortite che si sbaciucchiano, alcune con castigata compostezza, altre con divorante desiderio, altre con una sorta di sfida, quasi a dire: ci siamo pure noi, che vi piaccia o meno. Vecchietti, bambini, adolescenti, giovani d’ambo i sessi, bianchi e neri, donne e uomini dello stesso sesso. Uno spettacolo che fa lo stomaco ballerino e lo fa rimbalzare di qua e di là, a seconda della coppia in mostra. Se due vecchietti, uomo e donna, si baciano, sfiorandosi le labbra, fanno tenerezza. Se due ragazzi, maschio e femmina si baciano, con qualche inesperienza, fanno dolcezza. Se due giovani, maschio e femmina, si baciano, fanno ben sperare per il futuro dell’umanità italiana. Ma se due maschi e due femmine si baciano fra di loro fanno solo venire il voltastomaco. Ad altri fanno venire slanci masturbativi? È possibile, anzi certo. Ma il punto è un altro. Non è solo questione di gusto: a te piace, a me no. Se così fosse non varrebbe la riga di un articolo. E per il politicamente corretto sarebbe opportuno non parlarne. La questione è politica. Non sono trascorsi molti mesi da quando il Senato ha bocciato il decreto Zan, quello che vorrebbe educare gli italiani, fin da quando sono bambini, a considerare ogni coppia, comunque composta, come normale, allo scopo di eliminare dal costume civile ogni forma di discriminazione e di offesa. Lo scopo è nobile, ma ci sono gli effetti collaterali, che non si vogliono considerare. La prospettiva del todos caballeros fa vedere la voragine di una crisi demografica spaventosa. L’Italia è uno dei paesi europei che cresce di meno, anzi, che non cresce più, che da anni chiude il saldo nascite-morti in negativo. E non si può negare davvero che fra le due cose non ci sia una causalità evidente. Se una femmina, invece di stare con un maschio a fare figli se ne sta con una femmina a far…nulla, e lo stesso vale per il maschio con un altro maschio, le nascite evidentemente diminuiscono ancora di più. E’ matematica, Watson! C’è un’Italia, quella legale, che se ne preoccupa e ha detto la sua, bloccando una legge che a molti, indipendentemente da ogni altra considerazione, non piace perché deleteria. E la bottega, che fa? La bottega deve vendere e tanto più vende quanto più sono gli acquirenti. Il principio è sempre quello di Vespasiano: pecunia non olet. Se le coppie aumentano in numero e qualità (si fa per dire!) aumenta anche la domanda del prodotto. La bottega fa cassa. E di opporsi all’andazzo del momento, non se ne parla proprio. È successo che alcune industrie – qualche anno fa la Barilla – siano incorse nell’incidente di difendere certi modelli tradizionali e certi valori, come la famiglia. Dio ne scampi! È successo il finimondo, con minacce di boicottare gli acquisti, campagne denigratorie fino alla resa della …povera industria, costretta a fare marcia indietro. E se facessero allo stesso modo anche quelli a cui i baci fra gay non piacciono? Punto di domanda, che, però, si sospende. Perché purtroppo in Italia si è liberali e democratici non attraverso i gesti che si compiono ma attraverso la timbratura che si riceve. Per cui è lecito che certi movimenti facciano l’iradidio per protesta, non lo è altrettanto per altri, che pur difendono valori importanti. Alcuni anni fa in un film ad episodi si vedeva un Peppino De Filippo alle prese con una pubblica gigantografia di Anita Ekberg a pubblicizzare il consumo del latte, all’insegna del latte fa bene, dove i seni dell’attrice svedese erano più che allusivi. Il poveretto era ossessionato. Come apriva le finestre di casa vedeva il per lui indegno spettacolo. Non è il caso nostro. Qui non si tratta di paure o di cose del genere, qui si tratta, lo ripeto, di politica. Se in Italia vogliamo o no preoccuparci del nostro futuro di Paese e di Nazione dobbiamo pensare ad evitare quelle abitudini negative e incrementare quelle che si pongono come obiettivo la soluzione del problema. Se pubblicizzare la deriva sessuale è in qualche modo negativo si dovrebbe avere attenzione verso certi spettacoli. Quanto alla digeribilità, siamo ormai talmente abituati a digerire tutto che digeriamo anche la pubblicità dei “baci”. Lo facciamo con fatica, ma lo facciamo!

sabato 5 febbraio 2022

Elezioni presidenziali, si è sfiorato il comico

La disponibilità di Mattarella ad essere rieletto è venuta dopo un incontro al Quirinale con Draghi. Quasi un via libera. Il che fa pensare che fra i due l’anno scorso ci sia stata un’intesa, quella dell’elezione di Draghi alla Presidenza della Repubblica, con l’uscita in scadenza di Mattarella. Ma un anno dopo questo non è potuto accadere e allora occorreva che fra i due si giungesse ad un adeguamento. Non sappiamo che cosa i due si siano detti. Se hanno rinnovato l’intesa di qui a qualche tempo, se hanno messo dei paletti. Quel che si è voluto far sapere è che il secondo mandato presidenziale è da intendersi completo, l’intero settennato. Oggi! Del doman non v’è certezza, come non c’è stata a quanto abbiamo appena ricordato. Appena qualche mese fa si pensava che Draghi sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica a furor di grandi elettori. E invece… Difficilmente può capitare di raggiungere il miglior risultato col peggiore dei modi. Difficile, ma alla politica italiana riesce anche di peggio, o di meglio, a seconda dei punti di vista. L’elezione, anzi la rielezione, di Sergio Mattarella era auspicabile, era la cosa migliore che si potesse fare, stante la difficile situazione dell’Italia politica di oggi, ma si sperava che avvenisse come scelta primaria, convinta, e non come stanco ripiego. Le ragioni per votare senz’altro Mattarella c’erano tutte, già al primo scrutinio. Invece sono state ignorate, mentre si giocava a proporre nomi senza nessun criterio. “Faranno tutti la fine di Berlusconi” ha detto ad un certo punto Enrico Letta, mentre Salvini glieli proponeva e Berlusconi era degente in ospedale. Una cafonata, peraltro! Il mancato accordo sulla personalità di altissimo profilo – hanno stancato il Paese per una settimana su questo – dimostrava due cose, o che non c’era nessuna personalità di altissimo profilo, o che non c’era nessuna vera disponibilità delle parti a trovare un accordo. Vale, evidentemente, la seconda. I rancorosi e imbarazzanti no di Letta presto si sono tramutati in entusiastici sì per Mattarella, da parte di tutti, tranne della Meloni. Lo dimostra l’incredibile spettacolo offerto dai cosiddetti grandi elettori in seduta comune alla Camera. In un discorso – quello del rieletto presidente – di appena trentotto minuti ci sono state ben 55 interruzioni di applausi e di standing ovation, una ogni meno di un minuto, quasi un continuo applaudire con, è parso a tratti, fastidio dello stesso Mattarella. Una scena che ricordava quella di Ettore Petrolini in parodistica rappresentazione neroniano- mussoliniana. Il troppo stroppia, dice un adagio. La non disponibilità di Mattarella prima dell’elezione è stata bruciata dai ringraziamenti che lo stesso ha rivolto ai suoi elettori ad elezione avvenuta e alla rimarcata accettazione per l’intero settennato; del resto scontata, almeno a parole. Qualcosa, insomma, che è sembrata essere già nelle corde del Presidente. E perché allora nei mesi scorsi ha fatto sapere più volte di essere contrario ad un secondo mandato? Misteri della politica. Ma lasciamo questi ragionamenti, per chi vorrà farli c’è sempre tempo. A noi oggi preme di ribadire che la situazione che c’è dopo l’elezione è la stessa che c’era prima e che dunque il Paese non corre nessun rischio di cambiamenti in peggio o in meglio. Draghi è al suo posto, le elezioni si faranno fra oltre un anno se non dopo. Il “popolo” dei parlamentari, che temeva lo scioglimento delle camere e dunque la perdita della pensione, può stare tranquillo. Tutti hanno avuto quel che volevano, alcuni senza saperlo, altri con la coroncina del rosario fra le mani. La locomotiva sembra non aver risentito neppure per la frenata della rielezione. Tutto è accaduto senza lasciar traccia di paure e di timori. Tutto, tranne i rapporti politici all’interno dei partiti e delle coalizioni, dove si continua a litigare e a dividersi, fra l’orgoglio ferito per veri o presunti tradimenti e il bisogno di riprendere il cammino, dato che altro non offre il convento. Mattarella ha fatto un discorso ineccepibile, non ha dimenticato nessuno e soprattutto l’esigenza di fare le cose sempre con dignità, nel rispetto della Costituzione e per il bene del Paese. Draghi continuerà ad occuparsi delle due emergenze: pandemia e Pnrr. Nel Pd si continuerà a parlare di ritorni a casa dei figliuoli prodighi. Nel M5S si ondeggia. Nel centrodestra le parti sono come deflagrate con brandelli sparsi dappertutto. I Leghisti riscoprono antifascismi da mercato delle pulci. Berlusconi rivendica piena autonomia dagli storici alleati. Giorgia Meloni si attesta il compito di rifondare il centrodestra. Con chi, non si sa. Sta a vedere che, passati un po’ di giorni, tutto riprenderà come prima, con le solite dichiarazioni, i soliti intenti, le solite certezze, i soliti dubbi, tutto secondo copione, come sempre.

domenica 30 gennaio 2022

Elezioni presidenziali: colpe vicine e lontane

Al termine del ragionamento sulla dimostrazione di un teorema si dice “come volevasi dimostrare”. La rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica non è stato un teorema ma la dimostrazione di tutto quello che con essa c’era da dimostrare, nel bene e nel male. Partiamo dal bene. Le condizioni in cui ci troviamo in Italia e nel mondo (ultima, la crisi ucraina) suggerivano il quieta non movere, ossia lasciare Draghi a Palazzo Chigi e Mattarella al Quirinale. Spostarne perfino uno poteva mettere in discussione tutto il resto, il crollo del pericolante edificio. Troppe criticità si legavano a qualsiasi movimento. Prima di tutto le incognite. Che fine avrebbe fatto il governo con Draghi al Quirinale? Si sarebbe continuato con la consueta perizia nel gestire la pandemia e il Pnrr (Piano nazionale ripresa e resilienza)? L’ipotesi che ci potessero essere due tecnici a guidare l’Italia, uno a Palazzo Chigi e l’altro al Quirinale, impensieriva alcuni leader politici, stante la crisi della politica ridotta ad un contorno inutile, una corte intorno ad una diarchia di tecnocrati. Spaventava Draghi per sette anni al Quirinale, dominus incontrastato della situazione. C’era una caterva di parlamentari terrorizzati dallo scioglimento delle Camere, la prospettiva della “disoccupazione”. Come è noto, la riduzione del numero dei parlamentari, voluta dai Grillini, rende alcune centinaia di essi privi di prospettive di rielezione e dunque contrari allo scioglimento anticipato delle Camere. A ottobre scatta per essi il diritto ad avere la pensione da parlamentare. Non è uno scherzo, signori, è pane! Stare per metterselo in bocca e vederselo svanire all’ultimo momento sarebbe stata una beffa difficilmente sopportabile. Lasciare tutto come stava era, dunque, la cosa più ovvia da fare; ed è stata fatta. Appunto, come volevasi dimostrare. Ma se la soluzione che c’è stata fosse stata perseguita con metodo e strategia ci sarebbe poco da obiettare. Si voleva questo, è stato raggiunto; evviva! Il fatto è che è stata un ripiego dopo una settimana di inutili e mortificanti votazioni, di tentativi tortuosi, con personalità sprecate, negazioni, finzioni, sotterfugi, contraddizioni, tradimenti – ahi, quanti franchi tiratori! – con kingmaker da strapazzo, registi occulti e soprattutto con egoismi portati al parossismo, come quello di Berlusconi. Il quale ha pensato: io no? E allora nessun altro! Questo il senso del boicottaggio da parte dei franchi tiratori di Forza Italia ai danni prima dell’Alberti Casellati e poi della Belloni. Ma come mai la politica si ritrova in siffatte condizioni? Le colpe vengono da più lontano. E vengono proprio da alcune scelte che ancora oggi sono considerate felici, come il non sciogliere le Camere nel 2019 allo scopo di favorire una parte politica (il centrosinistra) e sfavorire l’altra parte (il centrodestra). C’è la convinzione in Italia che il Presidente della Repubblica può con gli strumenti che la Costituzione gli mette a disposizione determinare situazioni politiche, mettendo in crisi il ruolo di super partes. Decisionismi come quelli di Scalfaro, di Napolitano e di Mattarella, hanno confermato questa “verità”. Il cercare nel Parlamento forme di maggioranze governative, puramente matematiche e a sfregio della politica, può essere summum jus ma anche summa iniuria. Se questa è una percezione o la verità è un altro discorso. Il fatto è che chi ha beneficiato per anni di una simile “percezione” è convinto che deve battersi all’infinito per impedire che il Quirinale, l’importante centro di potere cada nelle mani degli avversari; chi è convinto della stessa cosa ma non ne ha mai beneficiato cerca di fare di tutto per conquistarlo. Così posti gli antagonisti, è utopia pensare che possano trovare un accordo. Questo è quanto è emerso ancora una volta dai comportamenti e dalle dichiarazioni che hanno rilasciato i protagonisti nel corso della partita per eleggere il Presidente della Repubblica. Mattarella ha accettato con senso di responsabilità; e questo gli fa onore. Ma a chi l’ha visto quando i due presidenti delle Camere sono andati a comunicargli l’elezione, è apparso stanco, preoccupato, dispiaciuto e seccato. No, Mattarella non l’ha presa bene. Farà sicuramente il suo dovere, conscio di essere stato costretto a smentirsi – lui, che non voleva rimanere! – da una classe politica ormai talmente incapace da non riuscire nemmeno a combinare guai. Con tutto il rispetto e l’egoismo di cittadini, abbiamo accolto la soluzione, a prescindere da tutto, come la migliore possibile. Auguri a tutti, a Mattarella e agli italiani. Niente ai politici inetti e incapaci!

domenica 23 gennaio 2022

Elezioni presidenziali: la "fuga" di Mattarella

Gli scatoloni sono pronti. Parte riempiti, parte vuoti. Il clima al Quirinale è quello dei traslochi. La Rai lo ha mostrato, quasi a mettere fine a qualsiasi ripensamento di Mattarella, che non vuole assolutamente restare in carica per un secondo mandato. Lo fa per due motivi, uno detto, l’altro non detto. Il detto: ha più volte ribadito che lui è del parere che vada fatta una riforma della Costituzione, relativa alla durata in carica del Capo dello Stato: non più di un mandato e abolizione del semestre bianco, nel corso del quale il Presidente non può sciogliere le Camere. Dello stesso avviso prima di lui Segni e Leone. Il secondo motivo, non detto, ma intuibile e assai più comprensibile, è che lui per ragioni sue non se la sente per un secondo mandato. Stanchezza? Salute? Potrebbe essere. Ma intanto, in assenza della sua esplicitazione, restiamo al primo motivo. Che, francamente, lascia un po’ perplessi. In punto di diritto ha ragione a pensare che il Presidente della Repubblica non debba essere rieletto, ma intanto la Costituzione che c’è non esclude un secondo o un terzo mandato. E la Costituzione va osservata fino in fondo. Lo ha detto più volte lui; e con lui lo hanno detto e lo dicono tutti. Se la Costituzione consente, in determinate situazioni, la rielezione del Presidente uscente, non si capisce perché non lo si debba fare. Se la Costituzione offre una risorsa, non utilizzarla convenientemente è un errore, potrebbe essere, a rigore, un “vulnus”. Perché in questo momento la rielezione di Mattarella sarebbe più che opportuna? Ci troviamo in un ingorgo politico dal quale non si sa come uscire e se c’è un’uscita senza continuare a rendere la situazione dannosa per la nostra politica, già assai compromessa. Solamente lui, Mattarella, che si dice ligio all’osservanza della Costituzione, potrebbe farci uscire dall’ingorgo dando la sua disponibilità alla rielezione. Lui può. E non è detto che a ventiquattr’ore dal primo voto, che avverrà lunedì 24 gennaio, non decida di sacrificarsi per un periodo che le cose decideranno poi quanto lungo. Intanto non si vede una via d’uscita. Il primo inghippo è la decisione di Mattarella di non voler restare. Il secondo è la destinazione di Mario Draghi, che ora guida il governo e che se andasse al Quirinale interromperebbe il cammino della soluzione dei due problemi per i quali era stato portato a Palazzo Chigi: la pandemia Covid e il Pnrr. Il terzo è lo scioglimento delle Camere e andare a nuove elezioni. Evento questo che avverrebbe come conseguenza dell’elezione di Draghi al Quirinale; evento non voluto dalla gran parte dei parlamentari, i quali vedrebbero svanire il diritto alla pensione che scatta a ottobre di quest’anno. Meno nobile degli altri, questo motivo, ma tant’è, in politica noblesse non oblige. È questo il triangolo delle Bermude italiano. Da questo triangolo bisogna uscire e il percorso più semplice sarebbe proprio la disponibilità di Mattarella ad accettare la rielezione. Lascerebbe tutto come sta. Quieta non movere dicevano i latini. È il caso proprio che stiamo vivendo. Basterebbe spostare la data dell’uscita di Mattarella dal Quirinale di qui a due anni e i problemi che stanno in campo non ci sarebbero più. Intanto Berlusconi ha sciolto la riserva, sostanzialmente a sé stesso: ha rinunciato alla sua candidatura. Questo avrebbe dovuto rendere più chiaro l’orizzonte di un accordo fra i partiti, ma, a quanto pare, ha ingarbugliato di più la situazione. Contestualmente il centrodestra – non tutto, si sono sfilati i Fratelli d’Italia – ha detto di non volere Draghi al Quirinale e di avere una rosa di propri candidati. Il centrodestra è contrario ad avere un tecnico al Quirinale e magari un altro tecnico a Palazzo Chigi. Di qui la sua contrarietà. La Meloni, invece, vorrebbe Draghi al Quirinale perché questo significherebbe fine della legislatura e nuove elezioni. Insomma, un guazzabuglio, reso ancor più intricato dall’atteggiamento del centrosinistra, spaccato ancor più del centrodestra, al punto da non avere ancora individuato qualche figura di riferimento. Addirittura il centrosinistra contesta al centrodestra la precedenza nell’indicare una personalità sulla quale far convergere i voti di tutti, centrodestra e centrosinistra, e ribadisce che non essendoci una maggioranza autonoma occorre individuare insieme una figura di comune accordo. A fronte di tanto caos, il rifiuto di Mattarella a farsi rieleggere, Costituzione alla mano, potrebbe essere inteso come una vera e propria “fuga” di fronte al “nemico”.

domenica 16 gennaio 2022

Lo Stato e i cittadini: avanti a forza di ricatti

A mali estremi, estremi rimedi. Così dice un noto proverbio. A volte, però, si prende l’abitudine e si ricorre al rimedio estremo anche quando se ne potrebbe fare a meno. Il ricatto, per esempio, da parte delle istituzioni, pubbliche e private, può andare anche bene in talune circostanze, cause di forza maggiore, non va bene in altre e comunque è una metodologia priva di etica, che copre mentalità violente e vessatorie. Alcuni esempi. Nel campo dell’intrattenimento televisivo non tutti gli utenti sono trattati allo stesso modo. E’ normale che alcuni amino alcuni spettacoli ed altri ne amino altri. Ci mancherebbe che non lo fosse! Non è normale, invece, che debbano essere privilegiati alcuni a scapito di altri. Gli italiani si saranno accorti che la Rai sistematicamente manda in onda gli spettacoli da alcuni più attesi in seconda o terza serata, come lo sport e in specifico il campionato di calcio, dopo aver trasmesso i talk-show e le fiction, in orari proibitivi per chi o la mattina successiva si deve alzare presto per andare a lavorare o non ha negli occhi la tenuta della lunga permanenza davanti al televisore. Il ricatto di chi gestisce i programmi è evidente. Se tu, appassionato di calcio, vuoi vedere quel che più ti interessa, devi sorbirti anche ogni altra sbobba; e, se no, niente! Si può eccepire che comunque un ordine nelle trasmissioni è necessario. Ma altrettanto si può eccepire che chi ama uno spettacolo non può essere costretto a sorbirsene altri che non ama o addirittura ne possa ricevere un danno. Ma non è solo la televisione a comportarsi in maniera vessatoria. Non diversamente fa lo Stato quando vuole raggiungere certi obiettivi. Di recente in due importanti settori. Uno, della salute pubblica. Senza entrare nel merito – se ha torto o ragione lo Stato a comportarsi in un certo modo coi cittadini – ha detto: tu, cittadino, sei libero di non vaccinarti contro il Covid, ma se non lo fai e vuoi essere libero di muoverti e di frequentare ogni luogo, di lavoro o di divertimento, sei obbligato a vaccinarti e ad avere pertanto il passaporto sanitario (green pass). Non è il fine che qui si discute – in piena pandemia c’è poco da obiettare – ma il mezzo, che tradisce una sorta di violenza soft nei confronti dei cittadini. Nello specifico caso si può essere d’accordo, ma altrettanto d’accordo si può essere nel riconoscere che si tratta di un autentico ricatto. Lo Stato meglio avrebbe fatto se avesse imposto l’obbligo vaccinale a tutti. È perfino offensivo ostentare concessione di libertà quando poi di fatto obblighi il cittadino a comportarsi in maniera “coatta”. Un altro settore in cui è evidente il ricatto è la digitalizzazione, attraverso l’uso di computer e smartphone. Lo Stato sta facendo di tutto perché i cittadini – è questo uno dei tanti obiettivi del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), per il quale l’Europa ci ha dato una caterva di miliardi – ricorrano sempre più alla digitalizzazione, favorendo quanti hanno dimestichezza con le nuove tecnologie di comunicazione e di connessione. Per sbrigare una faccenda all’Ufficio Postale il cittadino, che fa buon uso dello smartphone, si connette e si prenota e così non fa più la fila per accedere allo sportello. Come, invece, sono costretti a farla, a volte per lunghe ore, gli altri, fra cui persone anziane bisognose di sbrigarsi per tornare a casa per una serie di motivi, fra cui bisogni fisiologici e assunzione di farmaci. Sempre più spesso negli uffici postali c’è gente anziana e malata che vede sfilare davanti tanti freschi e baldi giovani, i quali allo sportello arrivano subito dopo essersi connessi. Anche qui, non si discute la digitalizzazione, che è fattore imprescindibile di crescita, ma non la si può scaricare sul disagio delle persone più fragili. Sarebbe opportuno che gli sportelli si dividessero fra quelli che procedono per connessione e quelli che procedono per ticket preso all’ingresso, specialmente nelle fasi di maggiore affluenza di pubblico. Basterebbe che la digitalizzazione non fosse una corsa, che inevitabilmente lascia indietro alcuni, ma un modo per andare avanti nel rispetto di tutti. La digitalizzazione sta creando nuovi analfabeti, i quali hanno bisogno di rivolgersi al parente, all’amico, al vicino di casa per poter esercitare un loro diritto. Da qualche tempo a questa parte i cittadini sono tenuti sempre più fuori da ogni considerazione da parte dei pubblici poteri. Chi fa le leggi e le riforme non tiene minimamente conto delle necessità pratiche e immediate di tutti i cittadini e spinge avanti a forza di ricatti e di violenze, anche se né gli uni né le altre hanno sembianza di forza bruta.

lunedì 10 gennaio 2022

Il "patriota" di Giorgia Meloni non può essere Berlusconi

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ha tracciato l’identikit del nuovo Presidente della Repubblica. Deve essere prima di tutto – ha detto – un patriota. Termine un po’ desueto, a dire il vero, ottocentesco. Qualche avversario, maliziosamente, ha sospettato di non aver voluto dire “sovranista”, forse più appropriatamente. Comunque sia, i patrioti, nella loro più immediata accezione, sono quelli che si impegnano e si sacrificano per la Patria. In termini attuali e fuori dalla retorica, sono quelli che mettono al vertice dei loro pensieri e delle loro azioni il Paese, la sua unità e integrità, i suoi interessi, le sue prospettive. Sono quelli che se la patria non è unita combattono per l’unità, se non è libera combattono per la sua libertà, se non è pacificata combattono per la sua pacificazione. Per altro verso, si è detta d’accordo ad appoggiare la candidatura di Silvio Berlusconi alla Presidenza della Repubblica ove ci siano concrete possibilità di una sua elezione. Berlusconi un patriota, dunque? C’è qualcosa che collide nelle due affermazioni. C’è che, a riflettere, non può essere Berlusconi il “patriota” che vorrebbe la Meloni. Non c’è simmetria fra le due dichiarazioni. La prima, per la patria, rimane sempre e comunque valida; la seconda, per Berlusconi, è condizionata dalla concreta possibilità che venga votato. La Meloni ha aggiunto che se dovesse saltare la candidatura del Cavaliere, la coalizione dovrebbe rimanere unita in favore di un’altra, sempre di schieramento. Un’uscita di sicurezza, che ha tutta l’aria di voler essere un’uscita auspicata, strategica. Davvero la Meloni pensa che Berlusconi possa essere eletto? Berlusconi è stato per trent’anni l’uomo più divisivo d’Italia. Senza entrare nel merito delle sue tumultuose vicende politiche e giudiziarie, molte delle quali palesemente persecutorie, sono fatti che egli si è persino vantato di essere il leader di uno schieramento politico, decisamente opposto a quello che per anni ha chiamato filocomunista. Si è più volte vantato di aver impedito che l’Italia scivolasse nella deriva di sinistra. Per anni si è sentito perseguitato dai magistrati, a suo dire politicizzati, che lo hanno perseguito per una lunga serie di reati, che vanno da interessi economici, conflitto di interessi, leggi ad personam, a vicende poco nobili di vizi e reati connessi ad una vita privata decisamente sopra le righe. È diventato, per le sue esuberanze lussuriose, una barzelletta nazionale, la nipote di Mubarak, con riverberi internazionali. Tutti ricordiamo il risolino di scherno fra il francese Sarkozy e la tedesca Merkel ai suoi danni in una sede internazionale. Più volte condannato, altre volte assolto per amnistie o prescrizioni, coi giudici ha sempre avuto un rapporto burrascoso. Avrà speso più di mezzo miliardo di Euro in spese giudiziarie. “Devi essere malato di testa – ha detto una volta – per essere come certi magistrati”. È stato espulso dal Senato e condannato ai servizi sociali come un comune disattato non in età per andare in galera, a causa di una condanna definitiva. Ha sostenuto di aver subito due autentici “colpi di stato”, uno da Scalfaro e l’altro da Napolitano. Volgarmente si direbbe ne ha fatte di cotte e di crude. Potrebbe essere lui il nuovo Presidente della Repubblica? Per quanto da anni egli sia diventato un’altra persona – finalmente il padre nobile del centrodestra – e accreditato come un uomo anche di talenti, umani e politici, impossibile che gli italiani che lo hanno sempre avversato, circa la metà, siano disposti ad accettarlo come il padre nobile dell’intera Nazione, il Presidente della Repubblica nata dalla Resistenza, l’Uomo che possa dare benefici anche d’immagine alla Patria. Berlusconi, insomma, suo malgrado non unisce, ma continua a dividere gli italiani. Perché potesse entrare nelle grazie del Paese occorrerebbe una duplice operazione di magia, due tocchi di bacchetta magica, uno su di lui, per tramutarlo in una persona virtuosa, di assoluta affidabilità – e questo forse è già avvenuto – l’altro su quella parte del popolo italiano perché dimenticasse il primo Berlusconi. È mai possibile un’operazione del genere? Non scherziamo! Non può accadere come nella canzonetta napoletana che tutto si risolva Nu m’importa do passato, non m’importa di chi t’ha avuto…; qui parliamo di altro. Quel che accade non può essere cancellato. Nessuno può considerare come non avvenuto un fenomeno peraltro traumatico, perpetuatosi per decenni. È come la verginità in natura (si licet!): una volta violata non può essere ricomposta.