lunedì 10 gennaio 2022

Il "patriota" di Giorgia Meloni non può essere Berlusconi

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ha tracciato l’identikit del nuovo Presidente della Repubblica. Deve essere prima di tutto – ha detto – un patriota. Termine un po’ desueto, a dire il vero, ottocentesco. Qualche avversario, maliziosamente, ha sospettato di non aver voluto dire “sovranista”, forse più appropriatamente. Comunque sia, i patrioti, nella loro più immediata accezione, sono quelli che si impegnano e si sacrificano per la Patria. In termini attuali e fuori dalla retorica, sono quelli che mettono al vertice dei loro pensieri e delle loro azioni il Paese, la sua unità e integrità, i suoi interessi, le sue prospettive. Sono quelli che se la patria non è unita combattono per l’unità, se non è libera combattono per la sua libertà, se non è pacificata combattono per la sua pacificazione. Per altro verso, si è detta d’accordo ad appoggiare la candidatura di Silvio Berlusconi alla Presidenza della Repubblica ove ci siano concrete possibilità di una sua elezione. Berlusconi un patriota, dunque? C’è qualcosa che collide nelle due affermazioni. C’è che, a riflettere, non può essere Berlusconi il “patriota” che vorrebbe la Meloni. Non c’è simmetria fra le due dichiarazioni. La prima, per la patria, rimane sempre e comunque valida; la seconda, per Berlusconi, è condizionata dalla concreta possibilità che venga votato. La Meloni ha aggiunto che se dovesse saltare la candidatura del Cavaliere, la coalizione dovrebbe rimanere unita in favore di un’altra, sempre di schieramento. Un’uscita di sicurezza, che ha tutta l’aria di voler essere un’uscita auspicata, strategica. Davvero la Meloni pensa che Berlusconi possa essere eletto? Berlusconi è stato per trent’anni l’uomo più divisivo d’Italia. Senza entrare nel merito delle sue tumultuose vicende politiche e giudiziarie, molte delle quali palesemente persecutorie, sono fatti che egli si è persino vantato di essere il leader di uno schieramento politico, decisamente opposto a quello che per anni ha chiamato filocomunista. Si è più volte vantato di aver impedito che l’Italia scivolasse nella deriva di sinistra. Per anni si è sentito perseguitato dai magistrati, a suo dire politicizzati, che lo hanno perseguito per una lunga serie di reati, che vanno da interessi economici, conflitto di interessi, leggi ad personam, a vicende poco nobili di vizi e reati connessi ad una vita privata decisamente sopra le righe. È diventato, per le sue esuberanze lussuriose, una barzelletta nazionale, la nipote di Mubarak, con riverberi internazionali. Tutti ricordiamo il risolino di scherno fra il francese Sarkozy e la tedesca Merkel ai suoi danni in una sede internazionale. Più volte condannato, altre volte assolto per amnistie o prescrizioni, coi giudici ha sempre avuto un rapporto burrascoso. Avrà speso più di mezzo miliardo di Euro in spese giudiziarie. “Devi essere malato di testa – ha detto una volta – per essere come certi magistrati”. È stato espulso dal Senato e condannato ai servizi sociali come un comune disattato non in età per andare in galera, a causa di una condanna definitiva. Ha sostenuto di aver subito due autentici “colpi di stato”, uno da Scalfaro e l’altro da Napolitano. Volgarmente si direbbe ne ha fatte di cotte e di crude. Potrebbe essere lui il nuovo Presidente della Repubblica? Per quanto da anni egli sia diventato un’altra persona – finalmente il padre nobile del centrodestra – e accreditato come un uomo anche di talenti, umani e politici, impossibile che gli italiani che lo hanno sempre avversato, circa la metà, siano disposti ad accettarlo come il padre nobile dell’intera Nazione, il Presidente della Repubblica nata dalla Resistenza, l’Uomo che possa dare benefici anche d’immagine alla Patria. Berlusconi, insomma, suo malgrado non unisce, ma continua a dividere gli italiani. Perché potesse entrare nelle grazie del Paese occorrerebbe una duplice operazione di magia, due tocchi di bacchetta magica, uno su di lui, per tramutarlo in una persona virtuosa, di assoluta affidabilità – e questo forse è già avvenuto – l’altro su quella parte del popolo italiano perché dimenticasse il primo Berlusconi. È mai possibile un’operazione del genere? Non scherziamo! Non può accadere come nella canzonetta napoletana che tutto si risolva Nu m’importa do passato, non m’importa di chi t’ha avuto…; qui parliamo di altro. Quel che accade non può essere cancellato. Nessuno può considerare come non avvenuto un fenomeno peraltro traumatico, perpetuatosi per decenni. È come la verginità in natura (si licet!): una volta violata non può essere ricomposta.

domenica 9 gennaio 2022

Chi non fa figli, potendoli fare, tradisce il genere umano

Recentemente Papa Francesco ha invitato la gente ad adottare bambini invece di cani e gatti. Se ne dispiacerà l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente di Leidaa (Lega italiana difesa animali e ambiente). La quale continua, invece, a lanciare messaggi ai cittadini perché adottino animali. Se ne dispiaceranno gli animalisti, i quali ormai si rivolgono agli animali che hanno in casa come se questi fossero figlioletti o nipotini a cui fare smancerie: vieni su alla mamma, bello della zia; vedi chi c’è, tesoro, è arrivato papà…e via di seguito. Che se uno sta in un’altra stanza, non vede e sente soltanto, pensa che di là ci siano veramente dei bambini. Gli animalisti, a parte le esagerazioni comunicative con gli animali, che tradiscono confusioni emotive e affettive, fanno bene ad amare gli animali. Chi dice loro di no? Ma fanno male a non considerare bene le parole del Papa, i cui significati vanno ben oltre quello più immediato, pur importantissimo. Sì, le parole del Papa non hanno un solo significato, ma tanti significati. Quando parla, spesso sembra poco preoccupato di sembrare politicamente corretto e trascura gli effetti collaterali di quel che dice. Un riesame delle sue parole è necessario sempre. Fin dal suo primo proporsi con quel suo impacciato “buonasera” il giorno della sua elezione, Papa Francesco costringe a riflettere appunto sugli aspetti collaterali. Personalmente non mi ha mai particolarmente impressionato. Qualche volta mi ha perfino irritato. Quando disse: chi sono io per giudicare i gay? Oppure quando, a proposito dell’acquisto del famigerato palazzo di Londra, disse che era giusto che il Vaticano si comportasse secondo le leggi del mercato, salvo poi a cambiare idea. Oppure…beh, lasciamo stare, non è questo il punto, e veniamo al dunque. Questa volta sono parzialmente d’accordo con lui. Parzialmente perché avrebbe dovuto, a mio modestissimo e indegno parere, aggiungere al suo invito anche il fare figli, il produrre bambini, non solo adottarli. Sono essi, infatti, che garantiscono la continuità della specie umana, altrimenti destinata a estinguersi. Se non lo ha detto c’è un perché. Non solo avrebbe rischiato di essere politicamente scorretto – e Dio sa quanta importanza oggi ha l’essere invece corretto anche per un papa – ma molto probabilmente avrebbe in qualche modo offeso quanti di figli non ne possono avere perché impediti da condizioni materiali e culturali. Non solo gli sterili, maschi e femmine, ma anche quelli che per scelte personali non intendono mettere al mondo dei figli, si sarebbero sentiti presi di mira. E presi di mira si sarebbero sentiti anche quelli che chi come Niki Vendola e compagno un figlio lo hanno adottato. Già ha rischiato tanto limitandosi ad invitare a non adottare cani e gatti ma bambini. Anche perché non c’è fra gli animalisti chi non abbia pensato elementarmente che l’adottare cani e gatti non impedisce di adottare anche bambini. Il pensiero del Papa ancora una volta è scivolato lungo una linea di confine, di collateralità riflessiva. Sarebbe importante che su questo tasto Papa Francesco insistesse. È una questione della massima importanza, specialmente se la scorporiamo dalla sua genericità. Metterla sul piano etico e scientifico. Etico, perché ogni individuo riceve la vita, è assolutamente doveroso che la dia anche. Scientifico, perché se ognuno decidesse di non fare figli, per l’umanità sarebbe la fine. Oggi non è tempo di doveri, o per lo meno non è di moda parlarne, prima di farlo conviene farsi un giro su se stessi di 360°. Ma il Papa, che pure pone problemi seri e angoscianti come l’emigrazione, sulla quale insiste e non potrebbe non farlo, dovrebbe spingersi oltre. Lui può, dall’alto del suo magistero. Dovrebbe insegnare che ci sono doveri primari, ineludibili. Quali sono i doveri di un essere umano nel corso della sua vita? Alla base di tutti i doveri ce n’è uno imprescindibile: perpetuare la specie. Chi non mette al mondo dei figli non dà il suo contributo alla perpetuità della specie umana. Nessuno può speculare sugli altri e pensare: tanto ce ne sono altri che provvederanno. Non voler mettere al mondo dei figli è male, speculare che lo facciano gli altri non è peggio, ma poco poco più ignobile. I figli non solo perpetuano in prospettiva l’umanità, ma nell’immediato possono essere medici e scienziati, artisti e tecnici, imprenditori e produttori, buoni lavoratori e amici, i quali rendono più bella e più vivibile l’esistenza. Ne vale la pena!

giovedì 6 gennaio 2022

La destra no vax è un assurdo

In questi ultimi tempi di infiniti e furiosi dibattiti televisivi, su pro e contro i vaccini, è nata una categoria nuova: la destra giornalistica. Tale, perché espressione di alcuni giornali e perché si distingue dalla destra politica. I protagonisti sembrerebbero cani sciolti e soprattutto irresponsabili, nel senso che non devono rispondere a nessuno delle loro scelte e delle loro azioni. Cosa che nel giornalismo potrebbe essere intesa in senso virtuoso. Questo nuovo soggetto mediatico si è imposto soprattutto con due campioni: i giornalisti Maurizio Belpietro e Francesco Borgonovo, rispettivamente direttore e vicedirettore de “La Verità”, quotidiano fiancheggiatore notoriamente di destra. Con essi, pochi altri, fra cui il Sen. Gianluigi Paragone, leader di Italexit, aggressivi e fanatici, che pur senza esplicitamente difendere i no vax e i no green pass, ovvero i cosiddetti negazionisti, ne difendono le ragioni, fino al punto da scambiarsi gravi offese coi loro occasionali antagonisti televisivi. Borgonovo è stato definito “cacatubi” dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, a cui peraltro egli è politicamente vicino. Fra i più esagitati il giornalista Giuseppe Cruciani, che conduce “La Zanzara”, Radio 24 e collabora al quotidiano economico-finaziario “Il Sole 24 Ore”. Mica fessi! Sono tutte persone colte, intelligenti e agguerriti polemisti. Ma, vederli alle prese coi loro avversari, a volte impietosamente bersagliati e insultati, viene di chiedersi: ma chi glielo fa fare? E soprattutto perché combattono per una causa così odiosa? Il sospetto che le cose non stiano, però, come appaiono viene. In Italia ci sono oggi cinque milioni di non vaccinati. Prima erano molti di più, e forse lo sono ancora oggi molti di più. Non si sono vaccinati e non vogliono vaccinarsi per i motivi più vari e a volte strampalati, fanaticamente negazionisti. Una cosa, però, è certa: sono cittadini elettori. E allora per chi voteranno alle prossime elezioni? Se voteranno! La destra politica, Lega e FdI, ha avuto finora un comportamento ondivago per non dire equivoco. Non ha mai negato la necessità dei vaccini ma si è sempre opposta alle restrizioni del governo, tesi a contenere il diffondersi dei contagi. Per un verso difende i vaccini, anche se con molti distinguo e tante polemiche – basta sentire Matteo Salvini e Giorgia Meloni – non potendo davvero esporsi ad un comportamento irresponsabile, stante la furia della pandemia, i ricoverati, i morti; per un altro ammiccano ai no vax rispettandoli e comprendendone le ragioni. La loro posizione, tuttavia, è riconducibile politicamente alla difesa dei ceti produttivi, che, dalle restrizioni anti Covid, sono messi in difficoltà. Appare chiaro che alla cosiddetta destra giornalistica è rimasto il lavoro sporco che la destra politica non vuole o non può fare, quello di dare una parvenza di giustificazione “nobile”. Bisogna salvare l’elettorato dei no vax e dei no green pass, anche a costo di sembrare odiosi nell’attaccare i vaccini e chi li propaganda. L’odiosità della destra giornalistica è nell’apparire tifosa del peggio al solo scopo di poter dire: avete visto? Avevamo ragione noi. Come dire: la soddisfazione di un compiacimento dialettico contro la salute delle persone e gli interessi generali del Paese. Ma non è la sola destra italiana ad avere un comportamento anti vax; e questo è ancor meno comprensibile, perché vuol dire che ci sono ragioni che ci sfuggono. La destra in tutto il mondo – ricordiamo i Trump negli Usa e i Bolsonaro in Brasile – non ha simpatia per le vaccinazioni, come se tutta si riconoscesse in una categoria ideologica illuminante. Occorre distinguere in premessa chi si ostina ad essere contro i vaccini in generale da chi è contro la vaccinazione anti Covid. La battaglia sui vaccini, come è noto, è precedente alla pandemia del Covid. In Italia per anni ne hanno fatto una bandiera i grillini, movimento all’interno del quale, come si sa, militavano, prima della scelta di campo progressista e la diaspora di questi ultimi tre anni, molti politicamente e culturalmente di destra. Esponenti di primissimo piano, come Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio, provengono da famiglie di missini arrabbiati, ovvero da “fascisti” tout court. Opporsi ai vaccini, essendo di destra, ci può pure stare, non essendo pregiudizialmente un caso di ideologia politica. Magari c’è perfino chi banalmente ha paura della puntura. Chi è contro rivendica la libertà di esserlo, pone un problema di principio. I vaccini, inoltre – si eccepisce – introducono nel corpo umano qualcosa di estraneo, un non si sa che cosa, che si sospetta possa essere rovinoso per la salute. Il no vax preferisce perciò rischiare piuttosto che forzare una propria condizione di libertà e di sicurezza. Un atteggiamento che ricorda la contrarietà dei testimoni di Geova contro le trasfusioni di sangue. Tanto premesso, resta incomprensibile chi, pur essendo di destra e dunque ha il culto dello Stato e della Nazione, in piena pandemia, rifiuta il vaccino adducendo una serie di negazioni e di sospetti. Ma chi è di destra non può essere partigiano, si riconosce sempre negli interessi del tutto, dell’insieme, mai di una parte. Chi si ostina a rifiutare il vaccino in nome della sua personale libertà viene meno al suo essere di destra. E’ un liberale o un anarchico. Ma di fatto è un untore, in quanto contribuisce al diffondersi del virus, a intasare i reparti ospedalieri, ad arrecare danno all’insieme. Si è detto, fin dall’inizio, che la pandemia da Covid è una guerra. Come può uno di destra, mentre il suo Paese è in guerra contro un nemico così pericoloso prestarsi, sia pure indirettamente, alla diffusione del virus e dunque all’”invasione” del nemico? Sarebbe come se i Troiani, ben prima che Ulisse escogitasse ai loro danni il cavallo di legno, avessero aperto le porte Scee agli invasori greci. Chi è di destra, mentre il proprio Paese è in guerra, non può mai fare il partigiano.

domenica 2 gennaio 2022

Mattarella, lascia o raddoppia? Intanto Prodi...

Nel discorso di commiato del 31 dicembre, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha ripetuto le solite cose, riservando gran parte del tempo che aveva a disposizione alla pandemia da Covid e invitando gli italiani a vaccinarsi. Unica nota di rilievo la citazione del professore siciliano Pietro Carmina, morto a Ravanusa sotto le macerie per lo scoppio di una bolla di metano, il quale, lasciando l’insegnamento per andare in pensione, aveva scritto una bella lettera ai suoi studenti, invitandoli ad essere padroni di se stessi e artefici del proprio tempo. Questo approccio coi giovani è piaciuto a Mattarella e lo ha fatto proprio. Per il resto aria trita e ritrita. Chi s’aspettava qualche riferimento importante alla situazione politica attuale è rimasto deluso. Ha tessuto gli elogi di tutti, Parlamento, Presidente del Consiglio Draghi, Papa Francesco; e tutti gli hanno reso onore e ringraziamento, perfino Giorgia Meloni, che ha detto però che è contraria alla sua rielezione. Per la leader di Fratelli d’Italia Mattarella non corrisponde al Presidente della Repubblica da lei auspicato, che deve essere prima di tutto un patriota. Per come lo intende lei, ovviamente. Nel coro di commenti non c’è Berlusconi. E questo è un mistero. Cosa avrà detto o fatto sapere Mattarella nei suoi confronti per “farlo” tacere? Oppure il Cavaliere, Presidente in pectore, si è tenuto in rispettoso silenzio? Intanto diventa sempre più consistente la contrarietà dei politici all’elezione di Draghi alla Presidenza della Repubblica. Dopo la sua conferenza stampa di fine anno, nel corso della quale aveva dato ad intendere di essere anche disponibile ad essere eletto al Quirinale, i politici si sono messi in allarme. Crescono, invece, i favorevoli alla rielezione di Mattarella. I primi a sostenerla sono quelli del centrosinistra, Pd-Leu-M5S. Lo sottolineano i commentatori politici, che non possono non mettere in risalto il voltafaccia di quanti, specialmente nel centrodestra, dopo che per tanto tempo si erano detti favorevoli a votarlo sia al Quirinale sia a lasciarlo a Palazzo Chigi, che la scelta era solamente sua, alla fine hanno fatto marcia indietro. In realtà Draghi al Quirinale non lo vuole nessuno, forse neppure quelli del centrosinistra. Non è un politico del quale fidarsi. Con lui, due e due fa quattro. È una questione caratteriale e di testa. La politica, invece, è l’arte del possibile. Un conto è averlo alla Presidenza del Consiglio per un periodo di emergenza, un altro è farlo arbitro per sette anni della politica italiana, con tutti i poteri che il Presidente ha dimostrato di avere in questi ultimi settennati, specialmente quelli di Scalfaro e di Napolitano. Questi sono stati e hanno agito, pur nel rispetto del dettato costituzionale, come autentici sovrani. Quel che appare assai probabile è che l’insistenza di Berlusconi a proporsi come candidato di tutto il centrodestra, più una pattuglia dei soliti “responsabili”, potrebbe finire per danneggiare tutto lo schieramento e fargli perdere l’opportunità di avere un suo presidente ora che ha finalmente i numeri dalla sua parte. C’è già chi incomincia a dire che se dovesse diventare Presidente della Repubblica Berlusconi lui se ne andrebbe dall’Italia. Cose sentite e risentite in altre circostanze. Ma non sono da sottovalutare questi pronunciamenti, dato che per Berlusconi c’è un’avversione viscerale, assai fondata e diffusa, difficilmente riducibile o risolvibile. Nel centrosinistra, inoltre, sono più esperti in questi giochi. Non è improbabile che nelle stancanti votazioni inutili, nel susseguirsi di bruciature di candidati, cui questa volta si aggiunge anche la variabile della pandemia, che potrebbe rendere indisponibili alcuni grandi elettori, i centrosinistri riescano a infilare l’ennesimo loro candidato. È notorio che l’elezione del Presidente della Repubblica in Italia è come un parto il cui nascituro è assolutamente inconoscibile prima. Perciò nulla è da escludere, a parte le parole che alcuni interessati dicono. Ma in politica si sa, il sì e il no, il voglio-non voglio, non possono essere accolti nel loro significato letterale. Prodi, per esempio, continua a dire che lui non è interessato, anche se poi aggiunge che “Gli ultracinquantenni in Italia sono quasi una trentina di milioni” (intervista apparsa su “7” del Corriere della Sera del 31.12.2021), volendo significare che chiunque che abbia questa età è eleggibile al Quirinale. Ma intanto che fa, se ne sta in panciolle? Nient’affatto. Dopo il libro Strana vita, la mia, uscito solo qualche mese fa, ecco un altro libro, Le immagini raccontano l’Europa, fresco di stampa per la Rizzoli. Un libro che dedica ai nipoti. Nella poc’anzi citata lunghissima intervista, così spiega la sua dedica: “l’Europa è così necessaria, ma va così adagio, che bisogna augurarsi che sia completata per i nostri nipoti!”. Insomma Prodi sta lì, parla di tutto e di tutti, di Europa, di politica estera, di politica economica, con freschezza di pensiero, propositivo più che mai. Allora, sarebbe o non sarebbe papabile pure lui, al di là delle sue parole di diniego?

domenica 26 dicembre 2021

Elezione del Presidente della Repubblica: il popolo escluso

Fra un mese circa – mentre scriviamo siamo alla fine dell’anno – si apriranno le danze per l’elezione del Presidente della Repubblica. Più di mille rappresentanti del popolo si daranno appuntamento per cercare di individuare chi eleggere per i prossimi sette anni. Sono i grandi elettori. Da questa importante kermesse il popolo italiano è escluso. Resta incerto e dubbioso per tutta la durata, ad assistere a improbabili combinazioni parlamentari, tese a far convergere su un nominativo la maggioranza dei voti. Al massimo si appassiona tifando, temendo, auspicando. Nel frattempo – e il frattempo inizia almeno tre-quattro mesi prima – vengono “bruciati” uno dopo l’altro illustri e meno illustri supposti candidati. E accade perfino che qualche “bruciato” venga recuperato al rinverdimento dell’elezione, così come un foglio di giornale fatto a pezzi e poi ricomposto in un sim sala bim nelle mani del prestigiatore di turno. Per Mattarella fu Renzi. Si capisce da queste considerazioni, che vengono universalmente accettate e ripetute, basta leggere le cronache che le riguardano, che il garbuglio è grande. E aggiungo: grave. Perché il Presidente della Repubblica non può essere il risultato di alchimie politiche, incomprensibili perfino agli stessi protagonisti, figurarsi al popolo. In una democrazia il popolo è sovrano. Lo dice la Costituzione all’art. 1. Ma “forme e limiti” dell’esercizio di questa sovranità, costituzionali anch’essi, fanno sì che di fatto il popolo italiano riceva ogni volta il Presidente della Repubblica con una formula tanto astrusa nel suo farsi azione quanto messianica nel risultato. L’operazione che porta all’elezione del Presidente è delicata, ne va delle scelte politiche degli anni successivi. Per questo le forze politiche cercano di accaparrarsi una copertura importante per i loro giochi di potere, per i loro obiettivi di governo. Avere al Quirinale un presidente amicus, una specie di lord protettore, può essere determinante, soprattutto in occasione delle crisi di governo quando è facoltà del Presidente sciogliere le Camere e indire nuove elezioni, così avvantaggiando o danneggiando uno schieramento o l’altro. Fino al momento in cui questa convergenza non è trovata il Presidente della Repubblica è un signore sconosciuto, un qualunque fra almeno una dozzina di altri qualunqui. Dopo l’elezione diventa, come per incanto, il salvatore della patria, appunto come si diceva, il messia. Così è successo per i precedenti presidenti. E va bene che fra un Pertini e un Cossiga, uno Scalfaro e un Ciampi, un Leone e un Napolitano, le differenze, non solo caratteriali, erano tante e assai marcate. “Forme e limiti”, dunque, dell’elezione appaiono discutibili, per quanto assolutamente costituzionali. Si veda il Titolo II (artt. 83-91). Fatta questa dovuta premessa, oggi ci troviamo, come si diceva in apertura, a dover eleggere il successore di Sergio Mattarella. Costituzione alla mano, Mattarella potrebbe pure essere rieletto. Lui dice di non essere disponibile e più volte ha detto che, a suo modo di vedere, il Presidente della Repubblica non dovrebbe essere rieleggibile, come prima di lui hanno detto i presidenti Antonio Segni e Giovanni Leone. Ed auspica una correzione della Costituzione in questo senso. Tuttavia oggi le cose stanno diversamente e, come già è accaduto col suo predecessore Giorgio Napolitano, Mattarella potrebbe essere rieletto e facilitare lo snodo politico che si è andato determinando. La sua rielezione appare oltre che legittima sul piano formale anche opportuna sul piano politico. Centrale è la presenza-disponibilità di Mario Draghi di poter restare alla Presidenza del Consiglio. Da tutto il mondo, interno ed esterno, si riconosce che in un anno al governo Draghi è riuscito a trovare più di una quadra (pandemia, Pnrr) e che perciò appare più che opportuno che resti al suo posto fino alle nuove elezioni, nel 2023. Questo semplifica – ma si fa per dire – l’elezione del Presidente della Repubblica, che, se dovesse persistere la confusione nell’individuare la persona giusta da eleggere, potrebbe pure essere lo stesso Mattarella. Un po’ come accadde con Napolitano dopo la clamorosa trombata di Prodi. Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi sembrano fatti per stare insieme, ciascuno al suo posto. Non si dimentichi che Draghi a Palazzo Chigi lo ha voluto Mattarella. Questa soluzione, che sembra quasi a portata di mano, trova ostacoli soprattutto nel centrodestra, che ad un nuovo Presidente della Repubblica mira per rompere la lunga serie di presidenti espressi dal centrosinistra. Va da sé che l’optimum sarebbe una riforma della Costituzione in senso presidenzialista, con l’elezione diretta del Presidente. I cittadini conoscerebbero per tempo i candidati e potrebbero orientarsi a ragion veduta. Non ci sarebbe più la fiera parlamentare che c’è stata dal 1948 ad oggi, ma una competizione elettorale vera, così come avviene in tante democrazie nel mondo.

sabato 27 marzo 2021

Intorno al totem Draghi passi di danza politica

 

Ad eccezione del M5S, che non riesce nemmeno a trovare più la via di casa, tanto è smarrito, gli altri partiti, di destra e di sinistra, hanno inscenato intorno al totem Draghi una sorta di danza per propiziare per alcuni, per scongiurare per altri. Da una parte il Pd e la Lega, che cercano di sembrare più draghiani di Draghi; dall’altra Leu e Fratelli d’Italia che rimarcano le distanze e accusano Draghi di essere un governo secondo Leu orientato a destra, secondo FdI orientato a sinistra, comunque nel solco del precedente. A latere i nostalgici del Conte 2, i quali non risparmiano battute ironiche sul governo dei migliori.

Ad attrarre l’attenzione, per ovvi motivi, sono i due partiti guida dei due schieramenti. Sia Enrico Letta che Matteo Salvini lanciano segnali a Draghi, in attesa che in qualche modo il Presidente del consiglio risponda dando loro l’opportunità di dire: siamo noi i più vicini al governo, siamo noi che comandiamo. Letta, per esempio, ha tirato fuori lo Jus soli. Immediatamente Salvini ha ribattuto che proporlo in questo momento vorrebbe dire far cadere il governo. Draghi si è guardato bene dal rispondere. Il che ha fatto pensare che il governo è più d’accordo con Salvini. Avete visto? Comandiamo noi. Ma quando poi il leader della Lega ha detto che non è pensabile chiudere il Paese per tutto il mese di aprile come Draghi aveva disposto per contenere la pandemia e quando questi ha risposto che a stabilire se il Paese va chiuso o meno sono i dati epidemiologici, ecco che a strumentalizzare le parole di Draghi è stato Letta, secondo cui il Presidente del Consiglio ha voluto dare una bacchettata a Salvini. Insomma si va avanti così, non con la politica ma con la sua messa in scena.

Sul versante degli oppositori sia la Meloni che i dissidenti di Leu continuano ad accusare il governo Draghi di non essere diverso dal precedente governo, sbilanciato a sinistra secondo Meloni; di essere ostaggio della destra di Salvini secondo il dissidente di Leu Nicola Fratoianni. Dove, chiaramente, le esagerazioni da una parte e dall’altra sono funzionali alla motivazione politica di opposizione. Se no, perché opporsi?

In realtà il governo Draghi ha messo in mora la politica ed essa si è impoverita. Non ha usato parole brutali, non è nel suo stile, ma quando ha raccomandato a tutti i ministri e sottosegretari di non parlare se non per annunciare cose fatte, ha voluto far capire che “qui, d’ora in poi, non si parla di politica, ma si lavora”. Alla base, dunque, di questo non esaltante passaggio della nostra storia, non c’è un dibattito vivo e motivato da forti contrapposizioni. Vale il qui ed ora dei vari provvedimenti, mentre non mancano le ambiguità di prospettiva.

Sul versante sinistro non si capisce bene a cosa mirino i due partiti, Pd e M5S, che fino alla vigilia della chiamata di Draghi al governo erano fortemente intenzionati a dar vita ad un solo soggetto, che guardava a Giuseppe Conte come al punto di equilibrio. Cosa che è costata la segreteria a Luca Zingaretti, accusato di essere troppo accondiscendente verso i grillini e di aver svenduto il partito. Oggi il M5S tace, mentre il Pd, per bocca di Enrico Letta, parla di un’intesa fra i due partiti con il Pd nel ruolo di guida, ovvero in rapporto rovesciato rispetto a prima. Nasce da qui il rinnovato attivismo del Pd, dopo aver trovato in Letta un leader indiscusso, mentre l’altro, il M5S, per ora è silente e confuso, imbrigliato in una serie di questioni interne che hanno anche poco a che fare con programmi, linee e prospettive, come il contenzioso con la piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio.

A destra la situazione è ancora più ambigua. Fratelli d’Italia, che non ha voluto entrare nel governo Draghi e ha scelto di stare all’opposizione, mentre non risparmia attacchi al governo, di cui fanno parte i suoi “alleati”, Lega e Forza Italia, continua a dire che in prospettiva non cambia niente nello schieramento di centrodestra, oggi divisi domani insieme, essendo le tre componenti, Lega, FdI e Forza Italia, unite verso la meta, tese cioè a conquistare la maggioranza parlamentare alle prossime elezioni e a fare finalmente insieme il governo di centrodestra organico.

Se consideriamo che prima del rinnovo del Parlamento c’è l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica capiamo come di questa situazione così povera e avvilente ne avremo ancora per un bel po’. Nel frattempo a farla da padrona c’è l’epidemia, che per ora continua ad imperversare, mentre la vaccinazione di massa, molto annunciata, stenta a decollare.

sabato 20 marzo 2021

Così parlo Draghi

 

Stava incominciando a farsi strada la narrazione di un Draghi silente, con commenti da parte di chi non ha condiviso la nascita del suo governo piuttosto acidi e beffardi. E, invece, nel giro di pochi giorni Draghi ha parlato. Lo ha fatto il 12 marzo al centro vaccinale di Fiumicino, il 18 marzo al cimitero di Bergamo per commemorare le vittime da Covid e nella conferenza stampa di venerdì sera, 19 marzo. Nelle tre circostanze ha confermato il suo stile, sobrio ed essenziale, le sue vedute di sostanziale pragmatismo. Ha mantenuto la promessa: prima fare e poi parlare. Un modo, questo, rivoluzionario in un ambiente solitamente fatto di annunci, di slogan e di propaganda, come è quello italiano.

Il suo linguaggio è stato schietto e aderente alle cose indicate, cioè ha chiamato le cose col loro nome, dando l’impressione quasi di incapacità di parlare obliquamente. A proposito delle cartelle esattoriali ha detto che si tratta di condono, parola in genere tabù per i politici italiani, ma ha anche aggiunto che si è fatto ciò che si poteva fare per il bene dei cittadini interessati e del Paese, mediando con quanti, Lega e Forza Italia, avrebbero preteso che l’abbattimento fosse più generalizzato ed esteso. E a chi gli chiedeva delle impuntature di Salvini, l’ex Presidente della Bce rispondeva con una lezione di galateo politico. Quando si è in una coalizione di diversi ognuno deve saper rinunciare con buon senso ad una porzione delle proprie convinzioni di bandiera. Gli otto anni passati alla Banca centrale europea gli hanno sicuramente affinato l’abilità di mediare fra spinte e interessi diversi, per trovare l’interesse dell’istituzione, ovvero di tutti.

Sul più spinoso problema del vaccino AstraZeneca, sospeso per tre giorni in seguito ad alcune morti per trombosi e poi riammesso, ha sostenuto le ragioni della sospensione, ma non, come vogliono certe accuse, per accodarsi agli interessi della Germania bensì per opportunità dopo quanto era successo. La stessa Germania, che è stata la prima a chiedere agli altri governi europei la sospensione, ha agito secondo Draghi nell’interesse della popolazione e non per reconditi motivi. Cosa si poteva fare a quel punto? Spesso lamentiamo la mancanza in Europa di una visione comune delle cose, ma quando qualche volta ce l’abbiamo, ecco che ci dimostriamo nostalgici dell’essere divisi. Draghi ha rassicurato gli italiani che lui stesso si farà il vaccino AstraZeneca come già se l’è fatto suo figlio in Inghilterra, per confermarne la sicurezza e l’efficacia.

Forse sulla vicenda AstraZeneca è stato, però, meno convincente. La sospensione, infatti, se pure non è partita per interessi tedeschi, ma su questo permangono legittimi sospetti, è stata un errore, non dell’Italia ma dell’Europa. Che poteva mai rispondere l’Ema (Agenzia europea del farmaco), se non di ribadire quanto già si sapeva del vaccino? Dunque si è perso solo tempo e si è rafforzato nei cittadini il sospetto che questo vaccino è di serie b e che comunque comporta dei rischi. L’Ema, infatti, è stata esplicita: i benefici superano i rischi. Dunque i rischi ci sono. Dire che ogni farmaco procura effetti collaterali e ha controindicazioni non convince del tutto, perché un conto è assumere un medicinale quando se ne ha bisogno in presenza di una malattia conclamata un altro è assumerlo per prevenirne una, che può giungere e può anche non giungere. Ma è importante che i cittadini si facciano il vaccino anche per spirito di solidarietà di “gregge” perché non solo si premuniscono singolarmente dal virus ma contribuiscono a creare le condizioni per sconfiggerlo nel Paese. La vaccinazione di massa a questo mira.

Queste sortite di Draghi con i primi provvedimenti governativi (nuovo Comitato tecnico scientifico, decreto sostegni) provano con sufficiente visibilità che c’è stata quella tanto invocata discontinuità rispetto al governo precedente. Non è solo questione d’immagine. Draghi si è dimostrato risoluto e risolutivo, come lo ebbe a definire Mario Monti, quando ha stoppato l’esportazione di vaccini all’Australia e ha detto che se con l’Europa le cose non dovessero procedere bene nell’acquisizione dei vaccini provvederemo da soli aprendo anche al russo Sputnik. Inequivocabile è stato nel liquidare il Mes, che tanto ha fatto parlare nei mesi passati; e quando ha ribadito, a proposito dello scontro Usa-Russia, la nostra appartenenza all’europeismo e all’atlantismo.

Poi, anche lui si è fatto sedurre dagli annunci: ad aprile 500mila vaccinazioni al giorno e le scuole saranno le prime a riaprire. Vedremo!