lunedì 10 gennaio 2022
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domenica 9 gennaio 2022
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domenica 2 gennaio 2022
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domenica 26 dicembre 2021
Elezione del Presidente della Repubblica: il popolo escluso
sabato 27 marzo 2021
Intorno al totem Draghi passi di danza politica
Ad eccezione del M5S, che non riesce nemmeno a trovare più la via di casa, tanto è smarrito, gli altri partiti, di destra e di sinistra, hanno inscenato intorno al totem Draghi una sorta di danza per propiziare per alcuni, per scongiurare per altri. Da una parte il Pd e la Lega, che cercano di sembrare più draghiani di Draghi; dall’altra Leu e Fratelli d’Italia che rimarcano le distanze e accusano Draghi di essere un governo secondo Leu orientato a destra, secondo FdI orientato a sinistra, comunque nel solco del precedente. A latere i nostalgici del Conte 2, i quali non risparmiano battute ironiche sul governo dei migliori.
Ad attrarre l’attenzione, per ovvi motivi, sono i due partiti guida dei due schieramenti. Sia Enrico Letta che Matteo Salvini lanciano segnali a Draghi, in attesa che in qualche modo il Presidente del consiglio risponda dando loro l’opportunità di dire: siamo noi i più vicini al governo, siamo noi che comandiamo. Letta, per esempio, ha tirato fuori lo Jus soli. Immediatamente Salvini ha ribattuto che proporlo in questo momento vorrebbe dire far cadere il governo. Draghi si è guardato bene dal rispondere. Il che ha fatto pensare che il governo è più d’accordo con Salvini. Avete visto? Comandiamo noi. Ma quando poi il leader della Lega ha detto che non è pensabile chiudere il Paese per tutto il mese di aprile come Draghi aveva disposto per contenere la pandemia e quando questi ha risposto che a stabilire se il Paese va chiuso o meno sono i dati epidemiologici, ecco che a strumentalizzare le parole di Draghi è stato Letta, secondo cui il Presidente del Consiglio ha voluto dare una bacchettata a Salvini. Insomma si va avanti così, non con la politica ma con la sua messa in scena.
Sul versante degli oppositori sia la Meloni che i dissidenti di Leu continuano ad accusare il governo Draghi di non essere diverso dal precedente governo, sbilanciato a sinistra secondo Meloni; di essere ostaggio della destra di Salvini secondo il dissidente di Leu Nicola Fratoianni. Dove, chiaramente, le esagerazioni da una parte e dall’altra sono funzionali alla motivazione politica di opposizione. Se no, perché opporsi?
In realtà il governo Draghi ha messo in mora la politica ed essa si è impoverita. Non ha usato parole brutali, non è nel suo stile, ma quando ha raccomandato a tutti i ministri e sottosegretari di non parlare se non per annunciare cose fatte, ha voluto far capire che “qui, d’ora in poi, non si parla di politica, ma si lavora”. Alla base, dunque, di questo non esaltante passaggio della nostra storia, non c’è un dibattito vivo e motivato da forti contrapposizioni. Vale il qui ed ora dei vari provvedimenti, mentre non mancano le ambiguità di prospettiva.
Sul versante sinistro non si capisce bene a cosa mirino i due partiti, Pd e M5S, che fino alla vigilia della chiamata di Draghi al governo erano fortemente intenzionati a dar vita ad un solo soggetto, che guardava a Giuseppe Conte come al punto di equilibrio. Cosa che è costata la segreteria a Luca Zingaretti, accusato di essere troppo accondiscendente verso i grillini e di aver svenduto il partito. Oggi il M5S tace, mentre il Pd, per bocca di Enrico Letta, parla di un’intesa fra i due partiti con il Pd nel ruolo di guida, ovvero in rapporto rovesciato rispetto a prima. Nasce da qui il rinnovato attivismo del Pd, dopo aver trovato in Letta un leader indiscusso, mentre l’altro, il M5S, per ora è silente e confuso, imbrigliato in una serie di questioni interne che hanno anche poco a che fare con programmi, linee e prospettive, come il contenzioso con la piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio.
A destra la situazione è ancora più ambigua. Fratelli d’Italia, che non ha voluto entrare nel governo Draghi e ha scelto di stare all’opposizione, mentre non risparmia attacchi al governo, di cui fanno parte i suoi “alleati”, Lega e Forza Italia, continua a dire che in prospettiva non cambia niente nello schieramento di centrodestra, oggi divisi domani insieme, essendo le tre componenti, Lega, FdI e Forza Italia, unite verso la meta, tese cioè a conquistare la maggioranza parlamentare alle prossime elezioni e a fare finalmente insieme il governo di centrodestra organico.
Se consideriamo che prima del rinnovo del Parlamento c’è l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica capiamo come di questa situazione così povera e avvilente ne avremo ancora per un bel po’. Nel frattempo a farla da padrona c’è l’epidemia, che per ora continua ad imperversare, mentre la vaccinazione di massa, molto annunciata, stenta a decollare.
sabato 20 marzo 2021
Così parlo Draghi
Stava incominciando a farsi strada la narrazione di un Draghi silente, con commenti da parte di chi non ha condiviso la nascita del suo governo piuttosto acidi e beffardi. E, invece, nel giro di pochi giorni Draghi ha parlato. Lo ha fatto il 12 marzo al centro vaccinale di Fiumicino, il 18 marzo al cimitero di Bergamo per commemorare le vittime da Covid e nella conferenza stampa di venerdì sera, 19 marzo. Nelle tre circostanze ha confermato il suo stile, sobrio ed essenziale, le sue vedute di sostanziale pragmatismo. Ha mantenuto la promessa: prima fare e poi parlare. Un modo, questo, rivoluzionario in un ambiente solitamente fatto di annunci, di slogan e di propaganda, come è quello italiano.
Il suo linguaggio è stato schietto e aderente alle cose indicate, cioè ha chiamato le cose col loro nome, dando l’impressione quasi di incapacità di parlare obliquamente. A proposito delle cartelle esattoriali ha detto che si tratta di condono, parola in genere tabù per i politici italiani, ma ha anche aggiunto che si è fatto ciò che si poteva fare per il bene dei cittadini interessati e del Paese, mediando con quanti, Lega e Forza Italia, avrebbero preteso che l’abbattimento fosse più generalizzato ed esteso. E a chi gli chiedeva delle impuntature di Salvini, l’ex Presidente della Bce rispondeva con una lezione di galateo politico. Quando si è in una coalizione di diversi ognuno deve saper rinunciare con buon senso ad una porzione delle proprie convinzioni di bandiera. Gli otto anni passati alla Banca centrale europea gli hanno sicuramente affinato l’abilità di mediare fra spinte e interessi diversi, per trovare l’interesse dell’istituzione, ovvero di tutti.
Sul più spinoso problema del vaccino AstraZeneca, sospeso per tre giorni in seguito ad alcune morti per trombosi e poi riammesso, ha sostenuto le ragioni della sospensione, ma non, come vogliono certe accuse, per accodarsi agli interessi della Germania bensì per opportunità dopo quanto era successo. La stessa Germania, che è stata la prima a chiedere agli altri governi europei la sospensione, ha agito secondo Draghi nell’interesse della popolazione e non per reconditi motivi. Cosa si poteva fare a quel punto? Spesso lamentiamo la mancanza in Europa di una visione comune delle cose, ma quando qualche volta ce l’abbiamo, ecco che ci dimostriamo nostalgici dell’essere divisi. Draghi ha rassicurato gli italiani che lui stesso si farà il vaccino AstraZeneca come già se l’è fatto suo figlio in Inghilterra, per confermarne la sicurezza e l’efficacia.
Forse sulla vicenda AstraZeneca è stato, però, meno convincente. La sospensione, infatti, se pure non è partita per interessi tedeschi, ma su questo permangono legittimi sospetti, è stata un errore, non dell’Italia ma dell’Europa. Che poteva mai rispondere l’Ema (Agenzia europea del farmaco), se non di ribadire quanto già si sapeva del vaccino? Dunque si è perso solo tempo e si è rafforzato nei cittadini il sospetto che questo vaccino è di serie b e che comunque comporta dei rischi. L’Ema, infatti, è stata esplicita: i benefici superano i rischi. Dunque i rischi ci sono. Dire che ogni farmaco procura effetti collaterali e ha controindicazioni non convince del tutto, perché un conto è assumere un medicinale quando se ne ha bisogno in presenza di una malattia conclamata un altro è assumerlo per prevenirne una, che può giungere e può anche non giungere. Ma è importante che i cittadini si facciano il vaccino anche per spirito di solidarietà di “gregge” perché non solo si premuniscono singolarmente dal virus ma contribuiscono a creare le condizioni per sconfiggerlo nel Paese. La vaccinazione di massa a questo mira.
Queste sortite di Draghi con i primi provvedimenti governativi (nuovo Comitato tecnico scientifico, decreto sostegni) provano con sufficiente visibilità che c’è stata quella tanto invocata discontinuità rispetto al governo precedente. Non è solo questione d’immagine. Draghi si è dimostrato risoluto e risolutivo, come lo ebbe a definire Mario Monti, quando ha stoppato l’esportazione di vaccini all’Australia e ha detto che se con l’Europa le cose non dovessero procedere bene nell’acquisizione dei vaccini provvederemo da soli aprendo anche al russo Sputnik. Inequivocabile è stato nel liquidare il Mes, che tanto ha fatto parlare nei mesi passati; e quando ha ribadito, a proposito dello scontro Usa-Russia, la nostra appartenenza all’europeismo e all’atlantismo.
Poi, anche lui si è fatto sedurre dagli annunci: ad aprile 500mila vaccinazioni al giorno e le scuole saranno le prime a riaprire. Vedremo!