domenica 17 gennaio 2021

Crisi di governo o crisi di sistema?

 

Tanto tuonò che piovve. Questa volta è andata così. Non se ne era certi. I protagonisti della politica italiana sono in-credibili, nel senso che non sono credibili. Questa volta non si capisce davvero perché Matteo Renzi abbia voluto sfilarsi dal governo, al di là di alcune ragioni nell’immediato comprensibili e più o meno condivisibili. All’interno di una coalizione è normale fare dei rilievi, sollevare delle questioni, avanzare delle proposte. Tutto questo è nell’ordine delle cose democratiche. Ma quando si toglie l’appoggio ad una maggioranza governativa allo scopo di far cadere il governo di cui si fa parte, peraltro nel pieno di una crisi sanitaria senza precedenti da un secolo a questa parte, come è la pandemia da Covid, allora non si capisce.

Allora, per capire qualcosa, occorre cambiare il registro: lasciare quello della razionalità e del buonsenso e adottare quello dell’isterismo, del calcolo personale, del machiavellismo, quello dei personalismi, sempre narcisistici.

Ad una prima lettura, conosciuti anche gli scambi di improperi fra i protagonisti – “Conte tornerà a fare il professore” e di rimando “noi Renzi lo asfaltiamo” – la questione si presenta assurda. Mettiamoci dalla parte di Renzi. Lui dice che non preclude a nessuno di guidare un nuovo governo e lascia intendere che è pronto a riprendere la partita. Ma un altro governo, guidato o meno da Conte, stanti le parti in causa che ci sono, che garanzia dà di solidità, di sveltezza, di efficienza, tutte qualità che Renzi continua ad invocare? Nessuna, in realtà. Non è possibile che un asino da un giorno all’altro si metta a volare. Ma, intanto, Renzi è fermamente convinto che un governo con questo Parlamento è ancora possibile, meglio, peggio o uguale a quello di prima non ha importanza.

Non resta che considerare la sortita di Renzi come un tentativo di guadagnare la centralità della scena nell’ipotesi di sommovimenti nello scenario politico. Il suo partito, Italia viva, doveva raggiungere una dimensione importante, una percentuale a doppia cifra, naviga invece su un 2-3 % dell’elettorato secondo i sondaggi. Le cose – pensa – non potrebbero mai andare peggio di così, facciamo perciò un po’ di scompiglio, qualche cosa succederà.

Quel che lui non vuole di certo è il ritorno alle urne. E non vuole che si voti anzitempo perché è convinto che in quel caso la destra vincerebbe le elezioni. Lo pensa e lo dice, come se fosse una cosa normale. Stando ai sondaggi, infatti, la coalizione di centrodestra è maggioritaria nel paese. Allora c’è da porsi una domanda, molto semplice e ingenua. Un vero democratico, quale Renzi si professa, e non solo lui in verità, nel momento in cui si accorge che la maggioranza nel paese non è più quella parlamentare, non dovrebbre essere il primo a dire: signori, la volontà del Paese è mutata, è giusto, è democratico, che le si dia la possibilità di assumersi l’onore del governo del Paese. Invece no. Invece Renzi e tutti gli altri, chi esplicitamente come fa lui e chi più tacitamente, non vogliono che si voti perché non si realizzi il più democratico degli eventi: un cambio di maggioranza per volontà diretta dell’elettorato. E tutto questo come si concilia con lo spiruito democratico? Non si concilia! In politica ci sono leggi universali, democrazia o non democrazia, una è che chi ha il potere non vuole cederlo e chi non ce l’ha lo vuole conquistare. Allora la chiave non è la democrazia, ma il potere.

A fronte di quanto sta accadendo – scriviamo sabato 16 gennaio – gli scenari che si aprono non promettono nulla di buono. Già si parla di una specie di partito dei “responsabili” o, come li si è voluti nobilitare, dei “costruttori”, in una parola dei voltagabbana, dei trasformisti, degli emarginati chi per un motivo chi per un altro, chi per sua libera volontà e chi per condanna essendo stato espulso dal suo partito. Un governo del genere, se fosse possibile, sarebbe peggio di quello di prima. Renzi lo sa e difatti sta cercando di riconciliarsi, sia pure in maniera generica e confusa, andando a sbattere contro il diniego di Pd e M5S, offesissimi dall’iniziativa renziana.

Il Pd, che pure aveva avanzato critiche sull’immobilismo del governo, è più preoccupato di prima. Un governo Conte ter sostenuto dai responsabili-costruttori-trasformisti sarebbe assai peggiore di quello di prima e sta cercando di introdurre nel dibattito qualche improbabile garanzia di discontinuità. Da parte sua il partito dei responsabili-costruttori-trasformisti incomincia a puntare i piedi e a rivendicare tutta l’importanza della sua azione sostenitrice. Ha detto Clemente Mastella, il nocchiero di fatto di questo partito: attenzione, “noi siamo responsabili, ma non fessi”, temendo di essere raggirati dalla coalizione governativa. Questo pseudopartito, “suggerito” da un’espressione del Presidente Mattarella, avente tutt’altra valenza e significato, pretende di essere considerato nella dinamica governativa una componente vera e propria. Ergo, per farla a spiccioli, pretende delle poltrone. Niente per niente, nessuno fa niente. E i “responsabili”, appunto, non sono fessi!

sabato 9 gennaio 2021

Se tuona non è detto che piova

I nostri politici ci hanno abituati a tutto, ma proprio a tutto. Tanto che non solo ormai non crediamo se non vediamo ma neppure se tocchiamo. Siamo più scettici di San Tommaso, l’apostolo. Renzi sembrava Giove che con le saette in mano minacciava di sotterrare l’Olimpo. Sembrava, per tornare alla metafora della pioggia, che stesse per precipitare un acquazzone devastante, tanti erano i tuoni contro il governo Conte. E gli altri a dirgli: ma che vuoi un'altra poltrona al governo?, te la diamo, anzi, te ne diamo due, basta che la smetti di far casini. E quello: a me poltrone!, ma se io rinuncio pure a quelle che ho già! E così per settimane. Probabilmente Renzi mira a far cadere il governo Conte ma non allo scioglimento delle camere. Mira ad un governo in cui la parte del leone la farebbe lui, sia per i meriti di aver fatto cadere Conte e sia per le prospettive, che non sarebbe del tutto peregrino identificare in ritorni a ricongiungimenti in un Pd diversamente chiamato o, come direbbero i critici letterari, desemantizzato.  

Al momento in cui scriviamo [h. 15,30 del 9 gennaio] sappiamo che ieri notte c’è stato un confronto nella maggioranza ai limiti della rottura, intendiamoci non delle nostre scatole, già abbondantemente rotte, ma fra la maggioranza e l’opposizione interna, nel senso che stavano per separarsi. Non è facile indovinare che cosa accadrà. Renzi se ne sogna una al minuto secondo. Come Conte sta per accondiscendere alle sue richieste ecco che quello se ne sogna un’altra. L’ultima è il ponte sullo Stretto di Messina. E ti pareva che non sarebbe balzato fuori dal cilindro renziano anche il ponte sullo stretto! Ma questo, a dire il vero, non comporta grandi impegni, basta dire sì, poi saprà Dio a chi dare i guai. Del ponte sullo stretto si parla dai tempi di Mussolini e forse anche da prima. Sembrava quasi fatto con Berlusconi. Ora Renzi sulla scìa dei grandi italiani che prima dicono e poi rinunciano al ponte si è infilato pure lui. Il ponte sullo stretto politicamente non costa nulla, basta dire di volerlo. Non per caso Beppe Grillo, praticone come è, lo volle attraversare a nuoto lo stretto di Messina, quasi a dire: se non lo si attraversa così…campa ponte, come campa cavallo che l’erba cresce.

A questo punto sarebbe meglio per tutti, quanto meno più decoroso, che si andasse a nuove elezioni a giugno, tempo limite prima che inizi il semestre bianco, quando le camere non si possono sciogliere più.

Secondo alcuni osservatori politici, poco disinteressati a dire il vero, non sarebbe male se si votasse, perché la situazione di oggi porterebbe ad un confronto fra due schieramenti: uno di centrosinistra, compreso il Movimento Cinque Stelle, e uno di centrodestra. E non sarebbe tanto scontato il confronto (Paolo Mieli sul “Corriere della Sera del 9 gennaio). Si sarebbe riproposto, seguendo un percorso del tutto imprevisto fino a poco tempo fa, il bipolarismo dei tempi di Prodi-Berlusconi. Sì, ma dopo perché i centrosinistri dovrebbero trovare l’accordo che ora non riescono a trovare? Posto che vincessero le elezioni! E il centrodestra sarebbe veramente così coeso da garantire un governo coerente stanti differenze notevoli fra la cosiddetta destra moderna ed europea di Berlusconi e la destra sovranista di Salvini-Meloni?

Il fatto è che la crisi che stiamo attraversando è di sistema; è crisi politica. Non si può più sperare di risolverla con improbabili alchimie. Se consideriamo il centrosinistra non tardiamo ad accorgerci che le differenze fra le sue varie componenti sono quasi impercettibili, più che altro a distinguere il Pd dal Leu sarebbero solo questioni di mentalità, di carattere, e ovviamente di poltrone. Del resto prima erano insieme, come insieme era pure Renzi e la sua Italia, detta “viva” ma di fatto nata e rimasta rachitica. Più marcate le differenze fra i centrodestri, che neppure stando all’opposizione sono d’accordo tutti i giorni. Berlusconi ha già ampiamente dimostrato che quando si chiede “responsabilità” lui è il primo sia a chiederla che ad offrirla. 

I giorni o forse le ore che seguiranno ci diranno se il tanto tuonò che piovve è smentito dai comportamenti dei nostri politici, i quali ormai non li trovi mai dove li lasci. L’altra sera stavano per rompere? Nulla vieta che avessero trovato l’Attak giusto per tirare avanti alla meno peggio. Del resto fra un’ipotesi di rottura ed elezioni anticipate e una di tirare a campare, andreottianamente, potrebbe spuntarla quest’ultima.

 

domenica 3 gennaio 2021

Chi minaccia in politica poi le busca

03.01.2021. Matteo Renzi continua a minacciare il governo. Se non fate quello che vi abbiamo chiesto lasceremo la maggioranza. Conte non si lascia intimidire e gli risponde: se lasci il governo mi presento in Parlamento e do il via alla questua. Sembra che si sia giunti al termine di un conflitto a forza di minacce: se tu fai questo io faccio quest’altro, mentre si attende che il minacciante faccia la prima mossa. Da spettatori siamo tutti molto interessati alla sfida, per quanto gli sfidanti siano ben poco importanti, due pesi piuma che si atteggiano a pesi massimi. Non che due pugili piuma non siano rispettabili, sì ma a condizione di sapere di essere dei pesi piuma; se pensano di essere dei pesi massimi la cosa non funziona. Da cittadini siamo molto preoccupati perché la situazione è molto delicata e le questioni dirimenti sono tra le più importanti: Recovery fund e Servizi segreti. Come dire: questione economica, vitale per la ripresa del Paese; e sicurezza nazionale in una fase di incertezze e di preoccupanti scenari internazionali.  

Conte è abituato alle acchiature e ci prova per la terza volta. Nell’ultima è stato aiutato proprio da Renzi, il quale gli indicò il luogo dove l’avrebbe potuta trovare…e fu il governo cosiddetto giallo-rosso, che non c’entra a niente né coi colori della Roma né con quelli del Lecce. Non dovette nemmeno scavare più di tanto, era a fior di terra come le patate. In Italia, quando non ci sono contenuti per indicare un evento o un fatto, si ricorre ai colori. E come chiamarlo se no un governo di tal fatta? Dire Conte bis non era aderente alla realtà perché col precedente non aveva niente a che fare, essendo le forze politiche che lo componevano assai diverse, anzi diametralmente opposte. Come fosse possibile un’operazione del genere lo si capisce soltanto in considerazione del fatto che l’Italia è la patria del parlamento più trasformista d’Europa. Che a tanto si fosse giunti proprio coi più ostili a monovre del genere, i Cinque Stelle, probabilmente lo si deve all’effetto karma, una sorta di nemesi storica. Una forza politica maggioritaria lascia una maggioranza e ne fa un’altra per essere cocciutamente contraria alla precedente, avendo come alleati i nemici più acerrimi: i Dem e i neocomunisti di Leu. Se veramente fosse il popolo a decidere avrebbe innalzato una ghigliottina in pubblica piazza. Il popolo, invece, ormai è abituato a non c’entrare, in barba al dettato costituzionale che lo ritiene depositario di sovranità.

Che cosa spera di ottenere Renzi da questa ondata di Covid politico anti-Conte? Critici nei confronti del governo sono pure i Dem, ma questi non si spingono a minacciare e a lanciare ultimatum, aspettano che le pere maturino e cadano da sé.

Di ragioni Renzi ne ha. Conte vorrebbe fare con i miliardi del Recovery fund un replay della crisi sanitaria pandemica: creare cabine di regia e taske-force per amministrare i 209mld di Euro, tagliando fuori di fatto i ministeri e i partiti politici. Pare una cosa da niente? A me francamente pare una cosa molto seria e preoccupante. La delega ai Servizi segreti – dice Conte – gli spetta in quanto Presidente del Consiglio. E chi lo nega, ma gli spetta è scritto sulla carta, non è un obbligo. La questione è politica. Non può un signor nessuno, venuto dal nulla, avere un potere così smisurato. E poi la sua insistenza a tenersela stretta incomincia a far sorgere qualche sospetto. Che teme? La delega ai Servizi segreti può benissimo andare ad altra persona senza per questo violare la legge, è una questione di opportunità politica. Lo sanno tutti questo, ma solo lui, Renzi, è uscito allo scoperto, mentre gli altri hanno scelto l’attesa di quello che potrebbe succedere.

Renzi non vuole lo scioglimento del Parlamento, vuole andare dritto all’elezione del Presidente della Repubblica, ma vuole giungere in una posizione più importante che non quella di ora; e dopo a nuove elezioni, per ricavare il massimo possibile da quelli che lui considera i nuovi meriti acquisiti. La sua è un’operazione temeraria, ma nella situazione in cui si trova, col suo 3% di consensi secondo i sondaggi, che cosa può sperare? Di vivacchiare in governi in cui ha una rappresentanza proporzionale ai voti? L’uomo è ambizioso. Lo ha già abbondantemente dimostrato. Ama il rischio e ha dimostrato anche di saper accettare le conseguenze di eventuali sconfitte. Si pensi alla batosta del referendum costituzionale. Ma se lascia che le cose scivolino così senza nulla tentare, stando alle previsioni generalizzate ormai, fra non molto, le elezioni porteranno il centrodestra al potere e per lui e tutto il centrosinistra sarà la sconfitta.

Questi sono i ragionamenti che lo scenario politico attuale suggerisce di fare. Ma in politica, si sa, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Potrebbe esserci anche questa volta la possibilità di trovare un’altra maggioranza in Parlamento che faccia a meno dei voti renziani. Di “responsabili” nascono, si nutrono e muoiono le maggioranze politiche in Italia. Allora si verificherebbe quanto già abbiamo visto quando un altro Matteo, Salvini, minacciò Conte di far fuori il suo governo certo che si sarebbe andati a nuove votazioni. Non fu così. Potrebbe non essere così neppure questa volta e per Renzi sarebbe un chi di spada ferisce di spada perisce.  

domenica 27 dicembre 2020

Le tonsille di Conte

Ci sono ghiandole nell’organismo umano che a volte possono infiammarsi e marcire e perciò conviene asportarle. Senza di esse, però, l’organismo perde un meccanismo di difesa importante. È il caso delle tonsille, per esempio, che hanno una funzione protettiva dell’apparato respiratorio. Così in politica. Ci sono soggetti che danno fastidio per il loro modo di fare, ma se non ci fossero la politica perderebbe una sua particolare funzione, quella di avere delle spie per accorgersi che le cose non vanno e correggersi per tempo.

Renzi è uno di questi soggetti. È una delle tonsille del governo. I suoi ultimatum a Conte non sono piaciuti ad alcuni, diciamo della parte postdemocristiana del Pd e del M5S. Non è questo il modo di criticare costruttivamente, hanno eccepito i suoi alleati di maggioranza. Probabilmente non hanno torto. Ma se non ci fossero i tipi come Renzi tutto sarebbe melassa o …Zingaretti. Il quale ha la grazia di parlare e parlare senza dire nulla neppure da annotare sul taccuino del più volenteroso dei cronisti politici.

Dunque, che vuole Renzi? I maligni della parte governativa dicono qualche altra poltrona, forse quella dei Servizi segreti, che però Conte non è intenzionato a mollare. Chissà poi perché! I benigni della sua parte dicono invece che vuole che il governo faccia… il governo attraverso i suoi ministri e che non vengano create cabine di regia o task force.

Quali che siano le motivazioni vere appare chiaro che tutte queste strutture create dal governo, cabine di regia e cose simili, potrebbero oggettivamente trasformarsi in nascondigli per chi veramente ha il potere e non vuole però assumersi la responsabilità e dunque rispondere di quanto accade, specialmente se le cose vanno male.

Probabilmente la verità sta nel mezzo, nel senso che Renzi, nonostante ripeta questa volta faccio sul serio, facendo intendere che potrebbe far cadere il governo, alla fine si accontenterà di qualche altra poltrona e di una situazione nella sostanza immutata ma nella forma edulcorata secondo i suoi dettami. Basterebbe, per esempio, cambiare nome alla cabina di regia per gestire il Recovery fund, alias 209mld di Euro, con lui o uno dei suoi in pole position. Le parole in politica a volte sono risolutive.

Renzi sarebbe più credibile se in corso non ci fossero emergenze molto gravi come l’infuriare della seconda ondata di Covid con minaccia di una terza e la campagna vaccinazione, pur tralasciando l’incognita di trovare in Parlamento una terza maggioranza in questa legislatura o peggio ancora andare a nuove elezioni. In effetti sia l’una che l’altra ipotesi non reggerebbero alla prova dei fatti. Salvini dice: faremo un governo di centrodestra più quanti vorranno venire. La Meloni è stata chiara: no ai transfughi. Alla fine, perciò, molto probabilmente, tutto si accomoderà fino alla prossima renzata.

Tutto risolto allora? Nient’affatto. Renzi non è il problema vero. Il problema vero è il governo che non è in grado di governare, che non sa che direzione prendere perfino nelle cose di ordinaria amministrazione. Lo ha dimostrato con i vari dippicciemme, scaduti prima ancora di essere capiti dalla gente. La questione di accentrare il potere dando ad intendere di decentrarlo sta caratterizzando questo governo in maniera decisamente negativa.

Sulla questione della cabina di regia, perciò, non si dovrebbe cedere. Non si capisce perché il governo, che per Costituzione ha tutti gli organi e mezzi per governare, “rinunci” a farlo e delega a cabine di regia o a task force. Se i ministeri non sono in grado di gestire le emergenze, che ci stanno a fare? Basterebbe l’apparato a portare avanti la baracca. Ormai è chiaro a tutti che quel Conte, che sembrava così impacciato fra i suoi due iniziali angeli custodi, Salvini e Di Maio, oggi è talmente scaltrito che senza mai dirlo o farlo capire avoca a sé poteri che Salvini, che pure accennava a pieni poteri, fra un mojto e l’altro, si sognava di poter avere.

Sul Recovery fund ci sono legittime attese. Si parla di un’occasione unica per sistemare un po’ di cose in Italia sia per il recupero del pregresso, vedi sanità, sia per la modernizzazione, vedi fra l’altro la digitalizzazione oltre all’economia green e circolare. Al momento, però, e il tempo passa anche velocemente, siamo in ritardo su molte cose. Rischiamo, se non dovessimo trovare la via maestra per tempo, di giungere malconci ad avere – se li avremo – i primi soldi europei.

Ecco perché Renzi ha ragione di porre il problema ma si ha legittima paura che non riesca che a dare ragione ai suoi avversari interni e accontentarsi di poco perché le circostanze non consentono di rilanciare il gioco come si dovrebbe. Ovviamente la partita è doppia, non ha il solo aspetto di Renzi e gli altri, che potrebbe concludersi con un pareggio, ma anche e soprattutto del governo e del Paese, che sarebbe più decisiva. L’epilogo temporaneo della questione di Renzi lascia aperta la questione del Paese, che continua ad essere malgovernato in una situazione resa difficile e complicata dal perdurare dell’emergenza Covid, che impedisce alla politica di fare i movimenti e le scelte necessari. 

domenica 20 dicembre 2020

Quanto ci costano i diciotto marinai liberati

I giornali non hanno saputo dare molte spiegazioni sul rilascio da parte del generale libico Haftar, signore di Bengasi, dei nostri marinai catturati manu militari insieme alle loro navi tre mesi fa da alcune motovedette libiche. I più vicini alla maggioranza giallorossa o comunque non ostili al governo dicono che tutto sommato ci è andata bene e che il rilascio non ci è costato molto, a parte lo scomodamento di due importanti istituzioni come Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri. Gli oppositori, invece, si sono limitati a gioire per il ritorno a casa dei prigionieri, ma hanno avanzato serie riserve sull’operazione. “Viva l’Italia” ha concluso l’amicus-hostis Renzi e…più non disse.

Conte e Di Maio sono andati a rendere omaggio al generale Haftar, che, siccome non è riconosciuto dalla comunità internazionale, è un fuorilegge che mina l’unità della Libia e mette a rischio la pace in tutta l’area. Ma, che volete, è la realpolitik! Se volevamo i nostri marinai a casa per Natale dovevamo, se non proprio calarci le brache, profondere qualche inchino, con le mani entrambe rigorosamente sulle natiche, accompagnato da qualche promessa e chissà cos’altro. Queste sono faccende di cui non si viene mai a capo. Può essere che gli abbiano promesso la restituzione degli scafisti libici da noi arrestati ma solo dopo la formalità di un processo. Siamo uno stato di diritto noi. La forma, almeno questa, va rispettata. Si vedrà a breve che cosa accadrà.

Un’altra domanda che viene di farci è questa: sarebbe stato espressamente richiesta dal generale libico la presenza pure di Conte oppure questo ha pensato bene di unirsi alla missione pur di evitare l’incontro con Renzi per la verifica di governo, già precedentemente fissato? Bah, misteri della politica italiana, sempre complicata anche nelle situazioni più semplici. Ormai la tenuta del governo si misura sui giorni. Aver evitato l’incontro chiarificatore o guastatore con Renzi, ridotto poi a pochi minuti quando c’è stato, Conte si è garantito altri giorni. Mo’ rimandiamo, poi si entra in zona Covid, poi, poi…se ne riparlerà a dopo le festività natalizie e chissà se nel frattempo non accadrà qualcos’altro ad allungare ancora la durata.   

In un primo momento è stato detto che i nostri marinai erano stati trattati bene, poi si è saputo altro. Si è saputo, per testimonianza diretta resa, che sono stati perfino picchiati, minacciati e sbattuti da una prigione all’altra, tenuti costantemente in ansia di poter essere giustiziati. Insomma sarebbero stati trattati malissimo quando già i cento giorni di prigionia non fossero bastati. E noi che facciamo?

Di fronte ad una simile situazione, che figura hanno fatto i nostri due magni rappresentanti delle istituzioni? Ora che sanno come veramente sono stati trattati i nostri marinai, che cosa ha in mente di fare il governo? Probabilmente nulla. Tutto è bene quel che finisce bene, si dice, salvo ad intendersi su cosa significhi bene. Se significa il ritorno a casa dei prigionieri, ci uniamo al coro e gridiamo evviva. Se, invece, ci preoccupiamo, primo che episodi simili non abbiano più a verificarsi, secondo che si salvi almeno la faccia di fronte all’ennesimo bullo internazionale che rimane impunito, allora non ci siamo.

Tra uno stato di diritto ed uno stato che si salva per le formalità da rispettare c’è lo Stato senza predicati, quello che fa valere sempre la ragione e la giustizia. Se i nostri pescatori quando sono stati catturati erano in acque libiche, allora non devono più sconfinare perché mettono in pericolo se stessi e mettono in disagio il Paese che comunque li deve tutelare. Se, invece, i nostri erano in acque internazionali, allora Haftar deve pagare. L’atto compiuto dai suoi è un atto di pirateria; e i pirati già li combatteva Roma in tutto il Mediterraneo ai tempi di quando Cesare era poco più di un ragazzo. Si può e si deve discutere sul prezzo, ma che debba pagare dovrebbe essere assodato. E non si dica che i tempi sono diversi e che certe cose non si possono più fare. La Gran Bretagna, di fronte alle pretese francesi, ha schierato a difesa delle sue acque territoriali la flotta, meno di una settimana fa.

Se da parte nostra consideriamo chiuso l’incidente con Haftar come se nulla fosse successo, allora di fronte all’ennesimo schiaffo subito rispondiamo con la promessa tacita di porgere l’altra guancia. Che è pur sempre religiosamente da cristiani, ma nella realtà politica delle cose è semplicemente da fessi e da pavidi.

 

lunedì 14 dicembre 2020

Se una pioggia di miliardi...

Generalmente si pensa che guadagnare dei soldi sia molto difficile e che spenderli sia invece molto facile. Punti di vista. Ecco, c’è un punto di vista che rovescia quanto detto: se a “guadagnarli” e a “spenderli” è una pubblica amministrazione o addirittura il governo nazionale. In questo caso può essere facile avere i soldi, difficile spenderli, specialmente se parliamo del governo italiano nello specifico della pandemia da Covid 19. Ci si potrebbe ritrovare nell’assurdo di avere i soldi e di non saperli spendere.

L’Italia, grazie al Recovery fund (Fondo di recupero) potrebbe trovarsi nel prossimo biennio, 2021-2022, sotto una pioggia di miliardi di Euro, più di 200. Un’enormità. Gli esperti dicono che si tratta di un’opportunittà per il nostro Paese importantissima, da segnare una svolta nel processo di modernizzazione. L’Europa ci è sempre venuta incontro. “Questa volta – dicono Fabrizio Barca e Mario Monti (due che se ne intendono) – ci dà tre stimoli in più: 1) l’invito a condividere con gli altri Paesi un disegno comune (verde, digitale, riduzione delle disuguaglianze); 2) ingenti risorse finanziarie per realizzarlo e per innestarlo nei bilanci nazionali; 3) un metodo nuovo sotto due profili cruciali: a) non più solo investimenti, ma anche riforme; b) un dispositivo di rimborsi delle spese in base all’esibizione non semplicemente dei pagamenti effettuati, ma anche della prova della realizzazione delle azioni programmate e soprattutto dei loro risultati in termini di benessere economico e sociale” (Corsera del 13.12.2020). Ne discende dunque la necessità per il nostro governo di approntare un Recovery plan (Piano nazionale di Ripresa e Resilienza) all’insegna di due principi come forse non abbiamo mai fatto in precedenza in questo nostro Paese: “il linguaggio dei risultati e la grammatica della gestione” (Barca-Monti). Una rivoluzione nel Paese in cui è sempre bastato avere a posto le carte.

I soldi in arrivo non sono tutti guadagnati, con o senza le virgolette, ma in parte ricevuti a fondo perduto ed altri in prestito, nell’un caso e nell’altro si tratta comunque di somme da spendere con oculatezza e a condizioni cogenti. Occorrono piani dettagliati per scadenze precise. Per capire, perfino un privato qualsiasi se si rivolge ad una banca per un prestito, deve dimostrare l’attendibilità del progetto d’investimento e dare tutte le garanzie di restituzione. Nel nostro caso è la “mamma” Europa che ci viene incontro in seguito alla congiuntura pandemica. Non si tratta di provvedimenti solo per il nostro paese, avendo noi una bella faccia, come pensiamo di avere, ma per tutti gli stati che fanno parte dell’Unione e che si trovano variamente in crisi. A noi è stata data la fetta più grossa, il 28 % dell’intero fondo, che è di 672,5 mld.. Mamma o non mamma, i soldi che ci danno dobbiamo saperli spendere bene e alla data stabilita li dobbiamo restituire.

Date queste premesse, il governo deve dotarsi di una struttura che rediga i piani e che sappia poi spendere i soldi entro le date convenute. Questo nostro governo è nelle richieste condizioni? Per quasi unanime giudizio, esclusi i diretti interessati del governo, non lo è. Non lo dicono solo gli osservatori politici di entrambe le tendenze, ma anche gli stessi politici protagonisti con le loro parole e i loro comportamenti.

La componente maggiore, il M5S, sta franando da anni e si riduce sempre più nei numeri, che pure sono importanti in Parlamento, ma soprattutto sta venendo meno come visione comune delle cose, come propositi politici strategicamente condivisi. Se quella dei Cinque Stelle doveva essere una rivoluzione, come dicevano, non c’è di loro chi non si sia già accorto che si è finiti nella più squallida paludosa restaurazione. Le altre componenti della maggioranza, per ragioni diverse, sono scontente e divise. Il Pd rimprovera al Capo del Governo di avocare troppo a sé tutto tanto da evocare i famigerati pieni poteri. L’Iv di Renzi fa lo stesso e minaccia di uscire dal governo e di farlo cadere se ancora questo insiste sulla cabina di regia, la struttura che dovrebbe gestire i soldi del Recovery fund. Il Leu, per la sua inconsistenza, che parli o non parli è lo stesso.

È di tutta evidenza che la maggioranza non è in grado di dare risposte precise nei tempi precisi e chiede l’aiuto dell’opposizione, forte anche delle sortite del Presidente della Repubblica che invitano all’unità e alla collaborazione. Ma l’opposizione è divisa anche lei. La Lega è propensa a collaborare, Fratelli d’Italia no, mentre Forza Italia, che sembrava la più vicina al governo si è defilata. Ciò che era ieri oggi non vale e domani chi lo sa! Questa è la situazione, mentre si ritiene sempre più vicina l’ipotesi di elezioni, in presenza però di una pandemia in agguato di ondate, che sconsiglia assembramenti di qualsiasi portata, compresi gli elettorali, e l’urgenza della vaccinazione di massa.

Corriamo il rischio di arrivare alle scadenze per forza d’inerzia senza nessuna specifica preparazione. Già sono emersi i primi disaccordi sull’entità delle somme da spendere per i singoli settori. Le finite entro le quali stanno i soldi del Recovery fund sono il 31 luglio 2022 (assegnazione delle gare per le opere da realizzare) e 31 luglio 2026 (collaudo delle opere stesse). Non osservare queste scadenze potrebbe farci perdere i finanziamenti.

A fronte della situazione solo un governo di unità nazionale, sospese tutte le ostilità, potrebbe farcela. Purtroppo è altrettanto vero che una simile soluzione è ben lontana. Pur considerando le abbaiate di Renzi solo appunto abbaiate, non si capisce come possa fare un governo come quello di Giuseppe Conte a soddisfare impegni da far tremare le vene e i polsi al Paese nel bel mezzo di una emergenza sanitaria, che, stando a quanto dicono gli esperti, potrebbe durare ancora per un bel po’.

Entriamo così negli anni Venti di questo secolo con le vele afflosciate, tutti verso una stessa meta: i soldi; ma ognuno con propositi e forse appetiti diversi. In questo caso di certo c’è solo la deriva per il Paese e forse la galera per qualcuno.    

sabato 12 dicembre 2020

C'era una volta Natale *

Saltano pure i detti, ormai. Pasqua e Natale con chi vuoi, gli ultimi giorni coi tuoi. Quasi quasi non ce lo ricordavamo più. È stata la regola fino a quando non è arrivato questo stramaledetto Covid 19, che obbliga a stare dove puoi e con chi puoi, laddove il “puoi” dipende dall’ultimo dipiciemme. Gialli, arancioni, rossi. I politici locali, ormai ridotti a raccoglitori di voti, si lamentano, si sentono discriminati, come se non ci fosse in ballo un pericolo maledettamente serio ma la distribuzione di pacchi dono. Quanto stiamo vivendo da circa un anno è cosa cui non eravamo men che abituati neppure a immaginare. Ci sentivamo garantiti da certe minacce. Viviamo nell’era dell’intelligenza artificiale, che volete che ci faccia un virus? Era così poco innocua la parola “virus” che spesso il medico di famiglia che ti veniva a visitare per un qualche raffreddore o principio di diarrea, per sdrammatizzare, ti rassicurava “non è nente, sta girando un virus”, come se entrasse dalla porta e uscisse dalla finestra. Oggi la parola si contende il primato di preoccupazione con altre assai più perniciose. E tuttavia l’avvicinarsi di Natale ci porta in altre atmosfere, che la modernità non ha del tutto sfrattato dal nostro immaginario. Non potendocelo più permettere, abbiamo recuperato il senso di un evento straordinario.

Le feste di fine anno erano un’occasione irripetibile, una sorta di rituale che affondava le radici dove con la mente l’uomo non può arrivare. Era così, e basta. Le famiglie si congiungevano da ogni parte del mondo in ogni parte del mondo. Era come se si vivesse dodici mesi per quell’ultimo appuntamento finale. Era un arrivo per un’altra partenza. Molti lavoratori che venivano dall’estero, dalla Svizzera e dalla Germania soprattutto, erano gastarbeiter, stagionali. Sarebbero ripartiti a marzo con la nuova stagione. Erano perciò stracarichi di roba. Si può dire che portassero con sé l’inverosimile, tutto il loro mondo della quotidianità di vita e di lavoro. Come facessero, era da non credere.

Altri tempi, si dirà; ed è così. Oggi non esiste più quel tipo di migrazione. Noi italiani siamo in tutti i paesi europei, spesso da cittadini con uno status consolidato, siamo a casa anche stando all’estero. I moderni mezzi di comunicazione hanno cambiato il modo di tenersi in relazione e in vicinanza. Ma Natale è pur sempre Natale, oggi come ieri o forse come l’altro dell’altro ieri.

Mi ricordo, ragazzino, alla Centrale di Milano nei primi anni Sessanta. Io, migrantino, fra masse di migranti in movimento. Dovevi stare attento a non essere travolto dalla gente, che sembrava come spinta di qua e di là da un vento turbinoso. Scene da Inferno dantesco. I convogli erano presi d’assalto per accaparrarsi il posto. Ondate di passeggeri passavano da un binario all’altro violando le prescrizioni di non attraversare i binari, appena l’altoparlante annunciava che il treno per Lecce, per Napoli, per Palermo, era in arrivo sul binario ics e ipsilon. Raggiungere il binario giusto prima degli altri significava assicurarsi un posto fino a casa. I treni partivano ogni mezz’ora. I vagoni arrivavano pieni già in stazione. Si passavano oggetti e persone dai finestrini. Bambini ma anche adulti, soprattutto donne, li facevano salire dai finestrini, e c’era chi rimaneva mezza di dentro e mezza di fuori agitando le gambe nello sforzo di guadagnare con le braccia il fondo dello scompartimento. Si vedevano mucchi di valigie semoventi tanto il portatore era coperto e nascosto. E voci…e voci incrociarsi, raggiungere l’orecchio del destinatario come per calamita. Scene che non dimentichi per il resto della vita, perché in nessun volto si vedeva un minimo di sorriso, di serenità, ma tutti erano stravolti, tesi, spaventati, angosciati. Le valigie occupavano scompartimenti, corridoi e perfino le ritirate. Non mancavano le scortesie, cui seguivano litigi; ma per fortuna erano pochi e si ricomponevano subito. Si passava la notte a giocare a carte sulle stesse valigie come fossero un tavolino e sedie. La gente vedeva nell’altro un se stesso bisognoso di essere compreso e rispettato. 

Raggiungere, finalmente, la meta dell’ultima stazione era un’autentica avventura, che solo la grande gioia di riabbracciare i tuoi ripagava dalla fatica e dall’ansia. E via, a trovare il noleggiatore paesano, che con la sua millecquattro fiat prolungata carica dentro di dieci-dodici persone e di sopra con il doppio di valigie e pacchi ed abbassata fino a sembrare senza ruote, ti portava a casa. E lì trovavi i tuoi sull’uscio coi vicini che ti attendevano in festa e in lacrime. Era Natale, vagliò!

* Già apparso su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 10 dicembre 2020 col titolo  "Natale con chi puoi...a causa del Covid"