sabato 7 novembre 2020

Convivere con il Covid, ma alle sue condizioni

 

Col Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (Dpcm) del 2 novembre, il 13° dall’inizio dell’epidemia, si è certificato che col Covid 19 non è possibile convivere; o per lo meno si può, ma come piace a lui, non come piacerebbe a noi. Si pensava che sarebbero bastate le mascherine, il distanziamento, il gel e tutte le precauzioni suggerite. Non è così. Il virus è troppo invadente, diffusivo, fagocitante. Se gli dai una mano, ti prende il braccio e poi pian piano il resto. La metafora spiega la ragione per la quale politici ed esperti, dopo aver assicurato per mesi e mesi che non si sarebbe mai giunti ad un altro confinamento, per intenderci lockdown, puntuali invece lo hanno decretato, sono stati costretti a decretarlo. Come si è giunti a tanto, però, non viene detto. Solo colpa del virus o ci sono altre colpe da addebitare? La risposta è sottintesa, per pudore, per non dire che durante i mesi estivi si è lasciato vivere tutti alla menefotto, mentre il governo centrale e i governatori delle regioni nulla hanno fatto, con qualche eccezione, per affrontare la seconda ondata. Di colpe dunque da ripartire ce n’è che ce n’è. I responsabili della cosa pubblica hanno fatto i conti senza l’oste? Non lo si può neppure dire quando si ha a che fare con persone che non sanno vivere che alla giornata. Non sanno prevedere, pianificare, organizzare. All’oste, nel nostro paese, non si pensa neppure o si spera che muoia mentre si sbafa.

Le elezioni regionali di settembre segnano da questo punto di vista uno spartiacque di umore popolare. Dove si è votato, i governatori uscenti sono stati arcipremiati (Zaia, Toti, De Luca, Emiliano), caterve di voti, proprio per la loro politica del laissez faire, per la quale gli elettori si sono dimostrati riconoscenti. Se invece di votare a settembre si fosse votato in questi giorni, fra ottobre e novembre, ci sarebbe da scommettere che gli stessi non se la sarebbero cavata allo stesso modo. Le proteste di piazza di Napoli, di Milano, di Torino, di Firenze, di Palermo e di tante altre città dimostrano che la gente è nera per l’insipienza del governo che, come nulla fosse, ha scaricato sul paese, sulla gente, le conseguenze delle sue tristi incapacità. Il che non esime da responsabilità anche quei cittadini che si sono abbandonati a feste e festini.

Questo secondo confinamento darà il colpo di grazia all’economia, travolgerà molti operatori, e metterà in crisi settori importanti del lavoro e dell’arte; farà diminuire il Pil e aumentare il debito pubblico. I ristori, se pure ci saranno, non potranno mai risarcire convenientemente produttori e commercianti per quello che perdono. Non è solo questione di cifre. Per non parlare della scuola, per la quale si fa finta di credere alla bontà della didattica a distanza. Roba da ridere! Come se il processo educativo di un bambino o di un giovane fosse fatto di messaggi frammentati e per di più ricevuti male in un rapporto di solitudine e lontananza. Ci saranno a breve i diplomati e i laureati del tempo del Covid, come negli anni Quaranta del secolo scorso ci furono i diplomati e i laureati del tempo di guerra.

Il Paese è stato diviso in tre zone, gialla arancione rossa, che nulla hanno a che fare con la tradizionale suddivisione geografica, Nord Centro Sud. Si parla di 21 parametri con cui il governo ha stabilito se una regione era da zona gialla (regione a rischio moderato) o arancione (regione con elevato livello di rischio) o rossa (regione con gravi criticità di rischio). Ma se si capisce perfettamente la distinzione dettata dal rischio contagio, indice di trasmissione, ricettività degli ospedali, ecc., si capisce di meno o non si capisce affatto come ciascuna regione sia stata compresa nella zona di “caratterizzazione”, per i tanti criteri inclusivi o esclusivi. Per questi parametri può star dentro, per questi altri resta di fuori! Ma il di più, come si dice, è del maligno. Succede sempre così: quando si vuole sottilizzare troppo si nasconde sempre la magagna. Tanto era valso fare un lockdown per tutti, senza fare i soliti figli e figliastri.

Negli ultimi quindici giorni precedenti il Dpcm, c’erano regioni, come Campania, Lazio e Toscana, che erano fra le più indiziate di confinamento, dunque zona rossa, in base proprio alle criticità di rischio di contagio. Queste regioni si ritrovano inaspettatamente in zona gialla, la meno sacrificata dalle restrizioni. Di qui le proteste e le lamentele dei vari governatori delle regioni in zona arancione (Puglia e Sicilia) e in zona rossa (Lombardia, Piemonte, Valle D’Aosta, Calabria). Il pugliese Emiliano ha taciuto, ma il siciliano Musumeci è arrabbiatissimo.

Ma paradossalmente chi dovrebbe gioire per essere stato più garantito da rischi contagio grazie alle imposte restrizioni si lamenta di più. Non si percepisce ancora correttamente la pericolosità del virus, a nessun livello e si continua a considerarlo un male minore rispetto alla prospettiva di rimanere senza lavoro e senza reddito. Morire per morire, tanto vale morire di virus anziché di fame. A dirlo durante il primo lockdown fu proprio Renzi, interpretando il comune sentire popolare. Si ha l’impressione che alla gravità del virus e alla sua diffusione non si creda neppure tanto perfino ai più alti livelli. Ne sono prova i difformi pareri degli scienziati.

Questo secondo lockdown, in parte mascherato da diversi livelli di restrizioni – più alto il rischio di contagio più dure le restrizioni, come ha spiegato Conte – sicuramente influirà negativamente perfino sulla salute psichica delle persone, facendole ammalare di depressione o le renderà più cattive ed aggressive. Si spera solo, ma forse unicamente per non bere nell’amaro calice tutto d’un fiato, che la curva delle infezioni di qui a breve cali. Se così non dovesse essere – e nulla fa pensare che lo sia – dovremmo armarci tutti di pazienza e di coraggio e incamminarci nel tunnel di questi sei mesi di viaggio che ci restano di qui alla prossima primavera, consci tutti che se ne usciamo o non ne usciamo è merito o colpa anche dei nostri comportamenti singoli.    

domenica 1 novembre 2020

Perché un governo di unità nazionale no?

 

 

Disgraziati, sono stati dei disgraziati. Hanno avuto cinque mesi di tempo per preparare quanto era necessario per fare fronte alla seconda ondata di Covid. Ci riferiamo a quanti per tutta l’estate ci hanno detto che la seconda ondata era improbabile, ma che comunque era necessario non abbassare la guardia, mentre spiagge e discoteche erano piene quanto neppure negli anni precedenti lo erano state. E si poteva capire il perché. La gente usciva da tre mesi di confinamento, di chiusura, di proibizioni; e, come accade in casi simili, la libertà riconquistata non poteva che essere celebrata in maniera sfrontata, quasi di rivalsa di fronte alle costrizioni subite. E tutti si sono dati alla pazza gioia, perfino alcuni scienziati che hanno fatto passare, in lite coi loro colleghi Cassandre che non erano del loro parere, l’idea che il virus non esisteva più e che se pure esisteva non faceva più male. Sappiamo come funziona, lo conosciamo, lo teniamo sotto controllo. Così dicevano politici e scienziati. Non tutti, a dire il vero. Ma si sa, alla gente piace sempre di più l’ipotesi più comoda.

Ora allo sciogliersi della neve, come s’usa dire in un proverbio paesano, ecco la realtà. Il Covid è tornato e circola alla grande. Conseguenza è che tutti sono contro tutti. Né sorprende che alla partita si siano inseriti i rivoltosi, tra i più vari, con veri e propri moti di guerriglia urbana in varie città. Si è detto subito per delegittimarli che si è trattato di moti pilotati dalla camorra, dagli ultras di calcio, dai centri sociali, dai fascisti. Probabilmente è così. E’ da mettere in conto. Quando mai nelle insorgenze e nelle rivolte non c’è stata la presenza di criminali e profittatori? Il Sud Italia fu annesso anche con l’apporto della camorra. Che anche questa volta sia accaduto è normale. Ciò non toglie che alla base delle proteste ci siano ragioni sacrosante che interessano i cittadini più laboriosi, i commercianti, gli operatori delle più varie attività produttive e culturali, che con le restrizioni dei Dpcm praticamente devono chiudere bottega e precipitare nella fame più nera. E poi ci sono i poveri derelitti delle periferie urbane, che approfittano per dare addosso al potere e a chi sta bene.

Irrita soprattutto i cittadini il fatto che il governo adotti provvedimenti restrittivi ad alcune componenti sociali ed economiche, vedi tutto il mondo della ristorazione, dello sport e della cultura, dove il contagio se pur ci fosse sarebbe assai meno di tante altre parti, mentre non ha fatto e non fa nulla per evitare che gli assembramenti sui mezzi di trasporto diventino i luoghi del contagio più diffuso. Mezzi di trasporto sì, ma di Covid! I cittadini vanno convincendosi che le autorità governative, mentre nascondono le loro colpe e difendono le loro poltrone, infieriscono contro alcune categorie e scaricano le colpe sui soliti fascisti e centri sociali, camorristi e spacciatori.

Nel migliore dei casi dicono che in fondo da noi non accade nulla di diverso da quel che accade in tanti altri paesi europei, che anzi da noi la situazione è migliore. Beh, a parte che l’aver compagni al duol non scema affatto la pena, come si dice per autoconsolarsi, c’è che il governo non ha fatto nulla per affrontare il ritorno autunnale della pandemia. In un paese serio chi avrebbe dovuto provvedere e non ha provveduto quanto meno dovrebbe mettersi da parte o far sedere allo stesso tavolo del governo quell’opposizione tenuta testardamente lontana, come a difendere posizioni che vanno ben oltre il pubblico interesse e il pubblico bene.

Talchè la domanda che viene di porci è perché di fronte alla confusione, all’inefficienza, agli scontri tra politici prima ancora che tra manifestanti e forze dell’ordine, non si provvede a correggere la rotta: fare un governo di unità nazionale, con obiettivi e tempi precisi, per poi andare a nuove elezioni? Tutti sostengono che sarebbe necessario che maggioranza di governo e opposizione si mettessero d’accordo e cooperassero per il bene del paese. Ma, diciamo la verità, a chi interessa, politicamente parlando, che maggioranza e opposizione collaborino? A nessuno. Nel momento in cui maggioranza e opposizione collaborano ipso facto cessa la democrazia, il dibattito, la politica. Si resterebbe, invece, nella ratio politica se si unificassero le due parti in un unico soggetto politico: un governo di unità nazionale. Tutti avrebbero ragione di impegnarsi per il meglio e ad emergenza finita proporsi all’elettorato. Soluzioni del genere non sono mancate neppure nella storia italiana più recente, vedi il governo Monti, ideato e realizzato dal Presidente Napolitano.

Se tanto non accade ci deve essere una ragione. La ipotizziamo anche perché è talmente ovvia che il non farlo sarebbe come un’omissione dolosa. Chi oggi detiene il potere vuole conservarlo fino alla nuova elezione del Presidente della Repubblica, che per Pd & compagni è un obiettivo irrinunciabile, una sorta di linea del Piave. Sicché il paese paga le conseguenze nefaste della politica intesa come mors tua vita mea: il potere ce l’ho io e me lo tengo. Chi potrebbe intervenire e trovare una soluzione è il Presidente della Repubblica. Come si sa, esso nel nostro ordinamento ha un ruolo importantissimo, specialmente in determinate circostanze. Facciamo un esempio. Se nell’agosto del 2019, dopo la sortita di Salvini, comunque la si voglia considerare, il Presidente della Repubblica avesse privilegiato la situazione politica del paese, stravolta rispetto alle elezioni precedenti, invece di arroccarsi al rispetto formale della soluzione parlamentare e conservare una situazione non più rispondente alla realtà politica, non avrebbe commesso nulla di anormale, entrambe le scelte essendo nella dinamica politica corretta. Accade spesso che tra situazione formale e situazione sostanziale si creino degli scarti. Ecco, allora, quando e come il Presidente della Repubblica ha un forte potere di intervento. Ancora oggi, se partisse da lui, attraverso le vie costituzionalmente rispettate, l’iniziativa di favorire un governo di unità nazionale, di fronte alla grave emergenza Covid, nessuno potrebbe gridare allo scandalo. Del resto, una figura come quella del Presidente della Repubblica, super partes e fortemente tesa al bene del paese reale, se non ci fosse bisognerebbe crearla. Fuori da questa soluzione c’è l’inutile scontro fra maggioranza e opposizione, le quali si scaricano reciprocamente le responsabilità della mancata collaborazione e si rinfacciano, sapendo di mentire, atteggiamenti precostituiti.     

venerdì 23 ottobre 2020

Terrorismo islamico: l'Europa deve difendersi

 

Il terrorismo islamico produce in Europa e nel mondo martiri per un verso e vigliacchi per un altro, qualche vittima e caterve di pusillanimi. Non nascondiamocelo. Per una vittima, sono milioni i vigliacchi che tacciono o si limitano a manifestare in massa. Occorrerebbe recuperare il senso personale del coraggio e allontanare da sé quel calcolo egoistico del tanto a me non succede o peggio ancora tanto in Italia non può accadere. E’ l’Occidente cristiano che viene colpito: è l’Occidente cristiano che deve reagire. Se uno, dunque, non vuole sentirsi vigliacco, certo non gli appare scritto in fronte, deve predisporsi al martirio o battersi. Che non significa necessariamente ricorrere a mezzi estremi di difesa o di attacco personali, ma impegnarsi perché la politica del suo paese utilizzi i suoi strumenti di potere per sventare la minaccia, faccia leggi ad hoc e le faccia rispettare, nel più puro spirito laico. L’indifferenza, come spesso si vede in Italia, o il piccolo calcolo, tanto qui non accade, sono segni di pusillanimità e di resa.

Le istituzioni finora hanno reagito – penso a Macron in Francia – con un insignificante slogan, “l’islamismo non passerà”, che in buona sostanza significa che bisogna convivere col terrorismo come si convive col Coronavirus. C’è e, siccome non lo si può eliminare, occorre conviverci. Con l’aggravante che mentre per il Coronavirus si spera nel vaccino, per il terrorismo islamico semplicemente si dispera. Convivere col terrorismo perciò significa che da un momento all’altro si può essere decapitati per strada come accadde in Olanda qualche anno fa al regista Theo van Gogh per aver fatto un film sulle donne e l’Islam o come è accaduto in Francia in tempi più recenti ai redattori della rivista Charlie Hebdo o ai cittadini ignari di Berlino o di Nizza investiti da un camion lanciato contro di loro mentre facevano spese per Natale o passeggiavano sul boulevard. Le modalità cambiano, le ragioni e gli effetti purtroppo no: nessuno deve sentirsi al sicuro. Per essere colpiti non è necessario rendersi autore di un presunto insulto all’Islam, come nel caso di Van Gogh e Charlie Hebdo, ma è sufficiente essere parte di una realtà percepita come ostile, espressione di una civiltà da colpire e abbattere per la sua identità. D’altra parte dove l’islamismo regna sovrano si attaccano le chiese cristiane, si incendiano e si spara sui fedeli.

L’ultima efferata esecuzione pubblica, con la decapitazione in Francia di un professore, Samuel Paty, reo di aver fatto vedere in classe ai ragazzi le caricature di Maometto pubblicate dalla rivista Charlie Hebdo allo scopo di far capire che cosa a volte significhi la libertà di pensiero, potrebbe legittimare una perdita di pazienza, un basta ad un fenomeno che si sta protraendo da diversi anni. Se l’opinione pubblica, per ora incline alla sopportazione, dovesse spostarsi su posizioni più oltranziste sarebbero guai seri per tutti.  

Quando il mondo non sopporta più e perde la pazienza, si arriva a conseguenze che potrebbero comportare rimedi più gravi milioni di volte del male. Ma non si può neppure far finta di niente dando risposte evasive, generiche, scontate, di normale amministrazione, come possono essere indagini giudiziarie per colpire i colpevoli. Certo, si devono fare anche quelle. Un attacco terroristico non è un reato qualsiasi alla persona. Chi muore per quell’attacco non può essere considerato una normale vittima e l’autore del gesto criminoso un normale assassino, motivato o da forti ragioni personali o da futili motivi. La vittima di un atto terroristico islamista è il simbolo di tutta una nazione, di tutta una religione, di tutta una civiltà. A Parigi non è stato colpito un professore, ma la scuola, la libertà di insegnamento, l’intera comunità nazionale, la civiltà europea. La risposta non può essere dunque che collettiva, comunitaria, istituzionale, e deve trovare elaborazione ed esecuzione nei poteri dello Stato. Se le istituzioni non si assumono per tempo la responsabilità di dare risposte concrete finiscono per lasciare alla furia popolare l’incarico di farlo. Anche qui tutto diventa simbolico. Se uno si arma e se ne va in giro a sparare sui primi migranti, presumibilmente islamici che incontra, come è già accaduto, è simbolo di una collettività che ha perso la pazienza contro i portatori di minaccia terroristica; di rispondere al terrorismo con un altro terrorismo. Una simile eventualità è da scongiurare, perché sarebbe il trionfo della barbarie, il ritorno ad uno stato di natura.

Per difendersi dal terrorismo islamico non c’è che un modo. Cercare di ridurre quanto più possibile l’ingresso nei nostri paesi di gente che non ne condivide le leggi, considerando che per gli islamici le leggi dello Stato sono le leggi di Dio. E’ questo un punto dirimente: per noi un conto è Dio un altro lo Stato. Se un non credente offende il mio Dio in un modo qualsiasi io mi posso tutt’al più indignare e scandalizzare, ma non vado oltre. Se un islamico si sente offeso da una vignetta su Maometto – meglio non offendere mai la sensibilità religiosa di nessuno, comunque, per principio! – e ricorre all’eliminazione di chi l’ha fatta o ne condivide il gesto, semplicemente non doveva stare in Europa, significa che le nostre autorità hanno fatto male a farlo entrare o ancora peggio ad illudersi di regolarizzarlo. A questo punto il credente islamico deve capire di essere incompatibile con le leggi del paese che lo ospita e se ne deve andare in grazia del Dio di tutti. Se insiste a rimanere in Europa diventa ipso facto un islamista, che all’occorrenza colpisce o condivide chi colpisce il presunto nemico della sua religione.

Al punto in cui siamo occorre una iniziativa forte, tendente ad una bonifica generale, eseguita con criteri di legge, senza caccia alle streghe ma neppure alla carlona. L’Europa, che già fece male a non inserire nella sua Costituzione le radici cristiane, deve prendere atto dei rischi a cui sta esponendo i suoi abitanti.   

venerdì 14 agosto 2020

In morte di Bruno Stifani

 

Bruno Stifani

 

se n’è andato. Lascia dentro di noi, amici fraterni, un vuoto incolmabile. Lo segue quella moltitudine di persone, di cose, di affetti, che in genere caratterizza l’esistenza di chi riesce, nella modestia e nel garbo, a rappresentare un’epoca di vita, nella quale tanti altri sono coinvolti.

   Cittadino esemplare, insegnante serio e impegnato, atleta primeggiante in tanti sport, politico coerente e rigoroso. Riusciva ad essere un leader con l’esempio, senza mai imporsi ma con le prestazioni sul campo e i comportamenti di vita sempre misurati e rispettosi.

   “Presenza” lo ha avuto da sempre al suo fianco. Ora ne propone il nome e la figura alla cittadinanza perché ne abbia felice grata memoria.

 

Taurisano, 11 agosto 2020

 

Il Direttore

lunedì 13 luglio 2020

I giorni del Coronavirus 36



Mercoledì, 20 maggio. La situazione. In Italia: casi totali 226.699 (+ 813), attualmente positivi 65.129 (- 1.424), guariti 129.401 (+ 2.075), deceduti 32.169 (+ 162). In Puglia: attualmente positivi 1.941 (- 54), guariti 1.982 (+ 62), deceduti 473 (+ 2). E’ una situazione in discesa ma con lievi alti e bassi, cresce il numero dei contagiati, specialmente in Lombardia.

Torno a tagliarmi i capelli dopo quattro mesi. Mi aspetta alle 14,00 il mio parrucchiere Carlo Branca a Torre S. Giovanni. E’ da anni che io i capelli me li taglio su appuntamento ogni mese. Il lungo periodo di quarantena me li ha cresciuti in maniera insopportabile, mi vanno negli occhi, in testa sembro avere un casco. Molti se li sono tagliati da sé – almeno, così dicono – e fra questi il filosofo Massimo Cacciari, che peraltro li ha nerissimi e dice che così sono naturali. A Cacciari filosofo ci sarebbe da credere, a Cacciari personaggio, nemmeno per sogno. Del resto la barba gli è decisamente incanutita. 

Ho il vago presentimento che le cose si metteranno male. Come era prevedibile lo sciogliete le righe è stato inteso come un liberi tutti di strafottersene e di fare quel che pare e piace. Le autorità continuano a lanciare messaggi di prudenza. Ranieri Guerra, il vice direttore dell’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ieri sera a “Di Martedì” su “La Sette” parlava di un virus mostro, che attacca i più deboli non solo ai polmoni ma in tutti gli organi vitali, specialmente quelli già attinti da sofferenza. 

Non si sa come e quando questa epidemia sia sorta in Cina e di lì diffusasi nel mondo e non credo che mai si saprà; ma, a prescindere da ogni considerazione, c’è che sta come una prova generale di ciò che potrebbe accadere se una potenza mondiale decidesse di attaccare e sconfiggere una potenza nemica liberando un virus micidiale. La Cina, che pure è il paese dove si è verificato il trapasso del virus dall’animale all’uomo, ha subito meno danni di molti altri paesi, compresi gli Stati Uniti d’America. Quali potrebbero essere, a questo punto, gli esiti di un conflitto mondiale? Un paese si prepara a difendersi dal virus che poi libera e diffonde nel mondo, sicché quando dappertutto infuria l’epidemia il paese che lo ha liberato e diffuso è il più protetto. E’ un’ipotesi nient’affatto peregrina. A ben riflettere è quanto è accaduto col Covid-19. Che Trump abbia ragione? 

Giovedì, 21 maggio. La situazione. In Italia: casi totali 227.364 (+ 665), attualmente positivi 62.752 (- 2.377), guariti 132.282 (+ 2.881), deceduti 32.330 (+ 161). In Puglia: attualmenrte positivi 1.902 (- 39), guariti 2.027 (+ 45), deceduti 478 (+ 5). Situazione  pressoché stabile.

Telefono alla Credem per un appuntamento. Non risponde. Tutte le disgrazie della terra le istituzioni, sia le pubbliche che le private, le scaricano sui poveri cittadini, ognuno dei quali poi si vendica sul primo suo simile che gli capita. Nel famoso Dpcm dell’8 marzo si disse che le banche e gli uffici postali rimanevano aperti al servizio del cittadino. Nei fatti non è stato così. Sia le banche che gli uffici postali sono “aperti” con le virgolette. In pratica le virgolette, necessità grafica per significare la dissonanza dalla normalità, si traducono in comportamenti di chiusura e di respinzione. Le banche non effettuano più molte delle operazioni che prima normalmente effettuavano, come prelievi e bonifici, mentre sono aperte solo di mattina e ricevono per appuntamento, salvo che quando telefoni per fissarlo non rispondono. Non parliamo degli uffici postali, che offrono uno spettacolo, con le code all’esterno, da questuanti. Invece di aumentare il personale e raddoppiare i tempi, hanno diminuito gli uni e dimezzato gli altri. Tanto, a loro che cazzo importa? Ci sono i fessi, i soliti immarcescibili fessi!

Venerdì, 22 maggio: 90° del Coronavirus. La situazione. In Italia: casi totali 228. 006 (+ 642), attualmente positivi 60.960 (- 1.792), guariti 134.560 (+ 2.278), deceduti 32.486 (+ 156). In Puglia: attualmente positivi 1.839 (- 63), guariti 2.096 (+ 69), deceduti 478 (=). Situazione decisamente migliorata. 

Chiudo oggi questo diario, dopo 90 giorni. Avverto una sorta di normalità, più che altro dovuta alla ripetitività di quanto accade. Normalità ben lontana dalla normalità vera, precoronavirale; una normalità che non fa pensare a nulla che tu non abbia già pensato il giorno prima. Perciò, concentriamoci su altro, se ci è possibile.

In banca oggi, dalla Credem, mi sono ancora una volta innervosito. Tutte queste cazzo di precauzioni, limitazioni, impedimenti come si giustificano? Cosa c’entrano le banche con la pandemia? Perché andare in banca per appuntamento e solo per motivi d’urgenza? D’urgenza! E che significa? Perché in alcuni giorni si possono fare alcune operazioni e in altri no? Perché la chiusura di pomeriggio? Mi è venuto in mente un vecchio proverbio: a ttiempu te peste nc’è ci si spoja e nc’è ci se veste. Siccome è improbabile che le banche si spoglino, sono delle puttane che fanno tutto iperprotette, sicuramente si vestono. Più di quanto già siano vestite!

mercoledì 8 luglio 2020

I giorni del Coronavirus 35



Domenica, 17 maggio. La situazione. In Italia: casi totali 224.760 (+ 875), attuali positivi 70.187 (- 1.883), guariti 122.810 (+ 2.605), deceduti 31.763 (+ 153). In Puglia: attuali positivi 2.104 (- 77), guariti 1.807 (+ 83), deceduti 463 (+ 2). Situazione decisamente tranquillizzante. Speriamo bene.

Incidente ieri sera nei pressi dell’Associazione Culturale “Pietre vive” tra il Comandante dei Vigili Urbani e alcuni soci che vi stazionavano vicino. All’invito del Comandante di allontanarsi per evitare assembramenti, tutti se ne sono andati, tranne G.P., il quale è rimasto seduto sulla panchina. Al rinnovato invito di andarsene, quello si è rifiutato, di qui la richiesta dei documenti e siccome non li aveva in tasca sono finiti a casa, dove, a quanto pare, a G.P. è stata fatta la multa. Probabilmente era stata segnalata ai Vigili l’abitudine di alcuni di fermarsi vicino all’Associazione per chiacchierare con altri che non sono soci. 

E’ morto Gigi Baglivo. Aveva 78 anni. Uomo simbolo di un’epoca, quella andata dall’adolescenza alla maturità. Lui era la piazza intesa nella maniera più piena e articolata: frequentazione, associazionismo, amicizia, lavoro, politica, pubblica amministrazione, svago, sport, tifo. Era tifosissimo dell’Inter. Era geometra e lo studio lo aveva avuto in due locali centralissimi in Corso Umberto I, all’altezza di Piazza Castello. Aveva un’impresa edile, che ha gestito fino a non moltissimi anni fa. Non c’era evento che non lo vedesse fra i suoi protagonisti. In gioventù era stato un buon calciatore, rapido ed estroso grazie ad un fisico minuto e scattante. I suoi campionati più importanti li aveva giocati nel Poggiardo nella seconda metà degli anni Sessanta; poi nel Taurisano, dove ha fatto anche l’allenatore. Essersene andato in un momento in cui ai suoi funerali non hanno potuto partecipare che poche persone, contate, per evitare assembramenti pericolosi per il Coronavirus, è stata una “scorrettezza” del destino, un’entrata a gamba tesa. Per lui ci sarebbe stato ben altro accompagno. Ma sono sicuro che tutto il suo mondo gli è stato vicino e lo ha accompagnato anche questa volta.

Lunedì, 18 maggio. La situazione. In Italia: casi totali 225.435 (+ 675), attualmente positivi 68.351 (- 1.836), guariti 125.176 (+ 2.366), deceduti 31.908 (+ 145). In Puglia: attualmente positivi 2.017 (- 87), guariti 1.892 (+ 85), deceduti 470 (+ 7). Situazione che continua a far sperare nella normalizzazione.

Da oggi si riapre. Negozi, bar, ristoranti, pizzerie, parrucchieri, estetisti, palestre. Ma è proprio una riapertura? Chiamiamola così. In effetti parte delle restrizioni continua ad esserci. Si ha l’obbligo di mascherina e soprattutto del distanziamento fisico, che rende alienante l’uscita, fastidiosa la vita di relazione. Posso incontrare gli amici, ma quanti e in che condizioni? Possiamo stare seduti allo stesso tavolo del bar? Sì, ma non in più di due e almeno alla distanza di un metro, che non è impossibile ma che è anche aleatorio dato che il distanziamento non è rigido. Le persone si muovono, si avvicinano, si allontanano a seconda di un “vento” fisiologico non governabile. Ma, comunque, meglio dei due mesi trascorsi in clausura. A me personalmente la riapertura cambia poco. Posso andare finalmente dal parrucchiere. E poi? 

Per me la clausura continua. Che esco a fare? Al bar non posso sostare come ho fatto per tutta la mia precedente vita. Fuori, sul marciapiede, devo stare attento a che non si fermi qualcuno e dare l’impressione di un assembramento, incorrendo in qualche reprimenda di vigili o di carabinieri. Allora resto a casa e non sapendo che fare leggo. Per fortuna ho una ricca biblioteca, provvista anche di romanzi della narrativa italiana e straniera. A pomeriggio ho letto il romanzo di Beppe Fenoglio, Una questione privata, considerato la prima importante opera dello scrittore piemontese. Un bel racconto, una prosa leggera, un vocabolario simbolico e soprattutto una narrazione della Resistenza fuori da intenti elogiativi, di giudizi di parte. E’ straordinario come l’autore riesca da una questione, appunto privata, trarre un bellissimo racconto, che, dato l’argomento, non può non coinvolgere i lettori oltre il dato letterario. 

Martedì, 19 maggio. La situazione. In Italia: casi totali 225.886 (+ 451), attualmente positivi 66.553 (- 1.798), guariti 127.326 (+ 2.150), deceduti 32.007 (+ 99). In Puglia: attualmente positivi 1.995 (- 22), guariti 1920 (+ 28), deceduti 471 (+ 1). Situazione in netto miglioramento.

Dalla finestra della mia stanza da letto, alzando la tapparella, ho visto i primi fiori del melograno. Mi ha fatto una bella impressione, un saluto, che mi ha riportato ai “bei vermigli fior” del Carducci. Speriamo che quest’anno mantenga i frutti, avendo io fatto liberare il terreno circostante da un albero di washingtonia che stava facendo tutt’intorno tabula rasa, perfino delle erbacce.

Questa riapertura non mi convince, forse perché c’è qualcosa in me che è morto definitivamente. E’ morto il mio costume di vita, le mie abitudini, il mio stare fra la gente a parlare, a chiacchierare, una frequentazione funzionale al mio giornale; è morto il mio antidoto contro la mia congenita ipocondria. Senza la gente non può sopravvivere nessuna iniziativa socializzante. E quel che è stato il mio mondo non credo che tornerà mai più. Occorrono forse degli anni, che io evidentemente non ho davanti. Anche in questo avvertire una fine, che per legge di natura è prossima, mi rende triste, inquieto, alienato da quella lama di vita che mi resta. Intorno non vedo motivi, men che di gioia, di consolazione.  

Oggi è toccato alla Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino. Cercavo Il partigiano Johnny di Fenoglio e non avendolo trovato, con mio sommo nervosismo – non trovo mai quello che cerco! –, ho preso Bufalino. Amo la narrativa siciliana. Questo romanzo l’ho trovato in sintonia con questi nostri tristi giorni dell’epidemia. Leggo: “Sai come si dice, nel mio dialetto, dare il contagio? Ammiscari, si dice. Cioè mescolare, mescolarsi con uno. Significa ch’è un travaso di sé nell’altro”.  La Rocca in Sicilia è un sanatorio dove vivono in attesa del peggio i malati di tubercolosi. La loro condizione è di chi sa di dover morire; e chi sa di dover morire, è già morto. Tutto quello che fanno e che pensano gli ospiti di quel sanatorio appartiene alla morte, perfino quei gesti e quei comportamenti che vogliono essere tenaci legami alla vita. Non mancano i personaggi della trasfigurazione siciliana, vere maschere espressionistiche, come il direttore del sanatorio, un medico che accredita la sua nobiltà con un inutile lunghissimo nome: Mariano Grifeo Cardona di Canicarao.

sabato 4 luglio 2020

I giorni del Coronavirus 34



Giovedì, 14 maggio. La situazione. In Italia: casi totali 222.104 (+ 888), attualmente positivi 78.457 (- 2.809), guariti 112.541 (+ 3.502), deceduti 31.106 (+ 195). In Puglia: attuali positivi 2.322 (- 99), guariti 1.566 (+ 106), deceduti 460 (+ 4). Situazione decisamente mgliorata. Si va verso la normalizzazione?

Quel che è insopportabile di questa condizione è lo stare continuamente in apprensione di essere colpito non si sa da chi, né come né dove. La gente ormai va in giro con la mascherina, anche quando la persona è sola o comunque distanziata, come quando va in bicicletta o su uno scooter o addirittura in macchina. Si ha la sensazione di un pericolo imminente, una sorta di contagio psicologico, più autentico e pesante di quello virale. La mascherina è diventata un capo di vestiario che si indossa la mattina come una maglietta o una camicia. Io ho quasi una repulsione a indossarla. Lo faccio dopo che alcuni esercenti mi hanno rimproverato. Ne capisco le ragioni. Personalmente la posso pensare come voglio, ma non posso coi miei gesti condizionare gli altri. Ma quel vedere tanta gente con la mascherina andare in giro per conto proprio, senza nessuna vicinanza, mi inquieta. Possibile che la gente pensi che il virus stia nell’aria, a distanza da altre persone, in aperta campagna, in bicicletta o sullo scooter? Se così fosse non solo non dovremmo uscire di casa per nessun motivo ma avere la mascherina anche in casa per non contagiare o venire contagiati dai famigliari. 

Venerdì, 15 maggio. La situazione. In Italia: casi totali 223.096 (+ 992), attuali positivi 76.440 (- 2.017), guariti 115.288 (+ 2.747), deceduti 31. 368 (+ 262). In Puglia: attuali positivi 2.253 (- 69), guariti 1.643 (+ 77), deceduti 461 (+ 1). Situazione generale peggiorata rispetto a ieri, più contagi e meno guariti. Sostanzialmente stabile in Puglia.

Mancano pochi giorni al fatidico 18 maggio, giorno dell’apertura di negozi, bar e ristoranti, della fine dell’autocertificazione. Finalmente liberi? Francamente sento aumentare in me l’angoscia di questa specie di apertura. Liberi di uscire, ma per andare dove? Non si può andare al bar per prendere un caffè con qualche amico, non si può stare neppure fermi ad aspettare che arrivi il giornale la mattina in presenza di due-tre altri che come te aspettano. Bisogna avere la mascherina, perché se non ce l’hai rischi che qualcuno ti mandi affanculo. Come saranno le giornate in libertà? Saranno sicuramente peggio di quelle passate in clausura, almeno sapevi che dovevi stare in casa. Ma poter uscire e non sapere dove andare, a fare che cosa, a stare con chi, mi sembra assurdo. Cresce in ognuno, che non abbia un’occupazione, l’ansia del nulla, la noia assoluta, l’alienazione completa. Cui potrebbe aggiungersi qualche dato infettante in rialzo a farti crescere la paura.

C’è una nuova normalità, che purtroppo non è quella di prima. E’ incredibile come la gente si stia assuefacendo ad una vita che ha dell’assurdo. O forse sono io l’incredibile! l’assurdo! Che sia un disadattato lo so da sempre. Mi dà fastidio perfino un nuovo segnale stradale che mi modifichi il percorso giornaliero. Ma non pensavo che mi sarei trovato a vivere una situazione simile. Per me è la morte civile. Non incontrare la gente, gli amici, non poter partecipare ad eventi, praticamente impossibili con tutte le norme di sicurezza, di distanziamento, di mascherine e di chissà quali altri marchingegni del cazzo, per me è come stare in carcere, anzi peggio. In carcere ti puoi anche abituare, a questa cazzo di vita è assai più difficile.  

Sabato, 16 maggio. La situazione. In Italia: casi totali 223.885 (+ 789), attualmente positivi 72.070 (- 4.370), guariti 120.205 (+ 4.917), deceduti 31.610 (+ 242). In Puglia: attualmente positivi 2.181 (- 72), guariti 1.724 (+ 81), deceduti 461 (=). Situazione in miglioramento, ma è presto per fare il bilancio delle prime due settimane di fase due.

Il problema ora è trovare una normalità, che non può essere quella di prima. Non dico, infatti, ri-trovare la normalità. Se tanto è possibile per un minimo di routine quotidiana, non è più possibile per le attività che costituivano la qualità della vita. Niente più attività culturali pubbliche, niente più intrattenimenti, niente eventi culturali, presentazioni di libri, conferenze, convegni, mostre, dibattiti. Anche “Presenza”, in difetto di incontri anche normali di socialità, rischia di perdere la sua ragione di esistere. Dopo una settimana dalla spedizione dell’ultimo numero, ho solo ricevuto quattro o cinque telefonate di merito. In genere, prima, seguivano una decina di giorni di interesse, di dibattiti, di conversazioni sui suoi contenuti. Se un giornale non crea “rumore” vuol dire che o è morto lui o sono morti i lettori.  

Anche la Società di Storia Patria rischia la crisi. Sono in corso diverse iniziative editoriali, ma con le disposizioni emergenziali, mascherine e distanziamenti fisici, che possibilità c’è di portarle a compimento? Immagino che le difficoltà di incontrarsi, di programmare e di organizzare continueranno anche dopo la cosiddetta fase due bis. Le attività socializzanti, finché dura la crisi – e durerà a quanto pare fino alla fine del 2021, quando si potrà avere il vaccino -possono considerarsi sospese almeno all’ottanta per cento.