sabato 21 marzo 2020

I giorni del coronavirus 3



Martedì, 10 marzo. Torno a Galatina per dare gli ultimi ritocchi a “Presenza”. Per strada, ad un semaforo, fermo col rosso, guardo nello specchietto retrovisore; vedo un tale solo in macchina, aveva la mascherina sul volto e i guanti di lattice blu. C’è chi se ne frega del coronavirus, ma c’è anche chi pensa di averlo nella pochette.
All’Editrice si parla delle ultime disposizioni governative in materia di antivirus. Scarichiamo da Internet il modulo per l’autocertificazione da esibire alle autorità se ci fermano per strada; me ne prendo un po’ di copie. In pratica, prima di partire per una località esterna devi dotarti di due autocertificazioni, una per l’andata e l’altra per il ritorno. Per strada non mi ferma nessuno, ma c’erano pattuglie e posti di blocco.

Come impone il governo, i bar devono stare aperti dalle 6 alle 18. Il mio Caffè Italia chiude alle 18 per la prima volta nella sua lunga storia, dal 1932. I vigili con la mascherina sul viso girano il paese in macchina con l’altoparlante per comunicare ai cittadini le nuove disposizioni governative.

Nei negozi di maggiore frequentazione si entra a due per volta. Mi dicono che anche all’Eurospin si entra e si esce a gruppi di cinque per volta per evitare che alle casse si formino file e che cresca il rischio di contagio.

L’Amministrazione Comunale ha istituito il servizio a domicilio per le persone anziane, disabili o affette da particolari patologie in collaborazione con l’Associazione della Protezione Civile “Falchi del Salento” di Taurisano. Le persone interessate potranno ricevere la spesa e i prodotti farmaceutici su loro richiesta.

Mercoledì, 11 marzo. Mi ha fatto impressione stamattina vedere persone per strada con la mascherina. La portano quasi tutti gli esercenti e i commercianti. Alcuni la mascherina quando parlano se l’abbassano per farsi capire meglio, proprio quando dovrebbero averla sulla bocca. Roba da matti.
Non ci sono in giro venditori di frutta e verdura, pare che i vigili abbiano fatto delle multe.
Sono stato dal mio consulente per ritirare la mia cartellina fiscale; non mi hanno fatto salire su al primo piano a prendermela, me l’hanno scesa loro. E’ vietato – mi hanno detto. Bah, non so quanto vero!
Intanto le autorità continuano a dare messaggi contraddittori. Per un verso hanno creato uno stato di quarantena diffuso e per un altro rassicurano senza fondamento. Per esempio, non si trovano mascherine e loro invitano a dotarcene. Poi c’è sempre qualcuno che dice che la mascherina non serve a niente, basta tenersi a distanza.
I negozi di alimentari sono quasi tutti presi d’assalto. Stamattina nel negozio dove compro il latte gli scaffali erano semivuoti, e non si tratta di un supermercato tra i più importanti del paese. E le autorità che dicono? State tranquilli, i negozi di generi alimentari sono sempre aperti e ben forniti.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Tg2 delle 13,00 ha detto che il governo ha stanziato 25 mld di Euro per fare fronte alla crisi, 20 a debito, e che l’Europa si è dimostrata benevola nei nostri confronti. Anche l’opposizione è soddisfatta: Avete visto? – hanno detto Salvini e Meloni – il governo è venuto sulle nostre posizioni!

Intanto crescono i contagi e i morti, non solo in Italia. Le atmosfere mi ricordano la poesia di Arnaldo Fusinato “Le ultime ore di Venezia”: “il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca”, che i miei coetanei ricorderanno dai banchi delle Elementari. Il tricolore, che sventola dappertutto, su ringhiere, balconi e finestre, ha uno strano significato di bandiera bianca.

Continuano le rivolte nelle carceri, con morti e feriti, fra cui agenti della Polizia Penitenziaria. Le autorità fanno sapere che i morti, ben dodici, tutti detenuti, sono per overdose avendo abusato di farmaci e metadone dopo essersene appropriati. Si sarebbero “suicidati”. Tossicodipendenti incalliti in genere sanno fare buon uso del metadone. A Foggia sono evasi una settantina di detenuti, fra cui alcuni criminali pericolosi.

Sera – I telegiornali riportano la dichiarazione del direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus che ormai il coronavirus è pandemia.

Giuseppe Conte ha firmato un nuovo decreto più stringente, come anticipato un paio di giorni fa. Sospese tutte le attività commerciali al dettaglio, chiusi bar e ristoranti. Le aziende potranno continuare a lavorare ma ad alcune condizioni. Chiusi anche gli uffici pubblici, ad eccezione di poste e banche. Aperti farmacie e parafarmacie, tabaccai ed edicolanti, stamperie e poligrafici. Operativi anche gli artigiani, come idraulici e meccanici.

Domattina valuterò se ritirare “Presenza” che dovrebbe essere pronta. In fondo posso aspettare, il numero è di marzo-aprile. Sono stato preveggente a farlo doppio.

Giovedì, 12 marzo. Bar e negozi chiusi, come da Decreto del Presidente del Consiglio. E quelli, la cui apertura è consentita, in realtà hanno ridotto il tempo di apertura.

Il calciatore della Juventus Rugani è risultato positivo al coronavirus. Ne parlavano vicino all’edicola, ma era anche sulla prima pagina di tutti i giornali.

Telefono all’Editrice, il giornale sarebbe pronto domani. Vedremo. Ne approfitto per confezionare la spedizione degli scritti di don Roberto Muraglia per il Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto.

Sento dalla strada il mio fruttivendolo che col suo furgoncino carico di frutta e verdura chiama i clienti. Ma non era proibito?
Nelle farmacie si entra due per volta. Anche negli uffici postali si entra a numero limitato. Così mi è parso stamattina passando da Corso Vanini dove c’è l’Ufficio Postale.

Sera – Mi chiama una mia sorella da Berna. Vuole sapere come stiamo. Segue sempre Rai Uno e sa perfettamente come vanno le cose in Italia. Mi ha detto che anche lì in Svizzera accadono le stesse cose. Non si trova più disinfettante. Un medico le ha detto che può procurarselo strizzando un paio di limoni in un litro d’acqua, che è perfino meglio. Lei, che è presidente di un gruppo di persone, una specie di associazione di anziane e vedove, ha avuto l’ordine di sospendere qualsiasi attività sociale. Erano abituate a riunirsi a festeggiare compleanni e onomastici e a giocare a carte.

giovedì 19 marzo 2020

I giorni del Coronavirus 2



Domenica, 1 marzo. A quanto pare il “paziente zero”, cioè quello che avrebbe portato il coronavirus in Italia, sarebbe giunto da noi dalla Germania o dalla Francia. Non si capisce bene. Sta di fatto che il primo caso verificatosi è stato il 17 novembre in Cina. Da noi il virus avrebbe iniziato a circolare ben prima che il “paziente uno” si presentasse all’ospedale, il che è accaduto il 21 febbraio. Ma in Germania o in Francia, quando?

Mercoledì, 4 marzo. Le disposizioni delle autorità di non frequentare luoghi affollati noi le disattendiamo regolarmente. All’Università stamattina c’erano frotte di ragazzi, si muovevano come mandrie. In un bar di Casarano, mentre aspettavo un amico, una persona anziana diceva ad un’altra: stanno facendo un gran parlare di questo coronavirus, in fondo si tratta di una normale influenza. Ma guarda un po’ come cazzo recepisce le cose la gente!

Giovedì, 5 marzo. Intanto il Comune ha riempito i muri di manifesti per suggerire come comportarsi per evitare contagi secondo le disposizioni ministeriali. Per richiamare l’attenzione dei passanti ne sono stati incollati tre/quattro uno accanto all’altro, ricoprendo ampie superfici di muri.

Venerdì, 6 marzo. Mattinata a Galatina per iniziare il nuovo numero di “Presenza”, di marzo-aprile. Si respira un’aria di preoccupazione in tipografia. Ad Aradeo ci sono due positivi, un  parrucchiere e la moglie; un altro a Copertino, è un infermiere dell’ospedale. Un altro a Melendugno: un avvocato andato con la famiglia a Venezia per il carnevale, se n’è tornato infetto. Osservare le disposizioni delle autorità è difficile per un popolo anarchico e indisciplinato quale è l’italiano. Si consiglia di non salutarsi con la stretta di mano, ma lo si fa normalmente, salvo poi esorcizzare il gesto con una battuta. Sui social imperversano le barzellette, come quella del bambino che starnutisce e nel farlo nell’incavo del braccino fa il gesto dell’ombrello; o come quella di un altro bambino che si avvicina barcollando alla mamma ma appena sente che è tornato lo zio dalla Cina fa una giravolta e scappa via manco Mennea.

Sera. In edicola trovo un manualetto del “Corriere della Sera”: 50 domande sul Corona Virus. Gli esperti rispondono. E’ semplice e ben articolato, istruttivo e pratico.

Sabato, 7 marzo. Ore 9,15 – telefono al mio dottore, gli chiedo se è disponibile per una breve conversazione sul coronavirus, sì insomma, per un’intervista. Ci diamo appuntamento per le 10. Puntuale viene. Parliamo per una buona mezz’ora. Mi spiega come comportarsi se si avvertono sintomi sospetti: si telefona al proprio medico, che non viene a visitarti, ma per telefono ti fa il triage, ossia ti gestisce la fase sintomatica con farmaci e comportamenti indicati, se le cose peggiorano allora, sempre tramite il tuo medico, si fa intervenire il 118 per farti il tampone.

Il governo incomincia ad adottare provvedimenti seri, segna le zone rosse in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, dove ci sono focolai d’infezione, da e in quelle zone non si esce e non si entra.

Scoppiano rivolte nelle carceri. I detenuti protestano contro il divieto dei colloqui coi parenti. La rivolta coinvolge più di venti carceri, praticamente tutta l’Italia penitenziaria.

Domenica, 8 marzo. Incredibile! Davanti ad una caffetteria, a Taurisano, verso sera una cinquantina di giovani, maschi e femmine, sono addossati come sardine uno sull’altro in uno spazio non più ampio di otto-dieci metri; festeggiano la festa della donna e se ne fottono del coronavirus e del governo!

Lunedì, 9 marzo. Ai funerali di F.B., morto a 83 anni, non sono state date le condoglianze ai famigliari con la solita stretta di mano. C’era l’avviso sui manifesti. E’ il primo caso a Taurisano di esenzione per evitare affollamenti. Qualche giorno fa a S. Marco in Lamis, in provincia di Foggia, a causa proprio delle condoglianze ad un funerale sono rimaste contagiate un po’ di persone. Il morto – lo si è saputo dopo –  era positivo al coronavirus.

Sulle porte delle chiese i parroci hanno esposto l’avviso che per ottemperare alle disposizioni ministeriali il Vescovo ha sospeso le cerimonie religiose in tutta la diocesi.

Il governo, per arginare il ritorno di massa dei meridionali residenti nel Nord – ne sono arrivate migliaia – ha preso nuovi provvedimenti, ha nordizzato il Sud. Non ci sono più zone rosse ma tutta l’Italia è zona protetta, non ci si può spostare da un paese all’altro se non per comprovati motivi che devono essere di assoluta necessità.

In farmacia non ci sono mascherine.

La Cancelliera Merkel ha detto che l’epidemia contagierà il 60% della popolazione tedesca. Se così dovesse accadere, allora la situazione sarebbe davvero drammatica.

Cresce e si aggrava la rivolta nelle carceri. Si protesta anche per il sovraffollamento e si chiede l’indulto. Era prevedibile che quella del divieto dei colloqui era solo la causa scatenante.

martedì 17 marzo 2020

I giorni del Coronavirus 1




Domenica, 23 febbraio. A Milano da qualche giorno è arrivata un’epidemia dalla Cina, si tratta di un nuovo coronavirus, dello stesso ceppo della Sars (2002-03) e della Mers (2013).

Un tale, due giorni fa, sentendosi male con gravi difficoltà respiratorie, si è presentato al Pronto Soccorso di un ospedale milanese: ne era infetto senza saperlo.

In Italia due coniugi cinesi anziani, in visita nel nostro Paese per turismo, sono da giorni in terapia intensiva nella clinica dell’Istituto Spallanzani di Roma, infetti dal coronavirus, rischiano di morire.

Questo virus imperversa in Cina da qualche settimana o forse da mesi nella provincia dell’Hubei, che ha per capitale Wuhan, la città da dove l’epidemia è partita, ora tutta in quarantena coi suoi circa sessanta milioni di abitanti.
Si dice che il virus sia passato dal pipistrello al serpente, che in Cina è pasto abituale come da noi il pollo, e dal serpente all’uomo. Il virologo italiano Roberto Burioni dell’Università San Raffaele di Milano ne è certo. Ma c’è chi sospetta altro, per esempio che il virus sia stato “liberato” apposta o per errore in un qualche laboratorio di ricerca. Roba da film. 
E’ stato chiamato dall’OMS Covid-19 (Co per corona, vi  per virus, d per disease ‘malattia’ e 19 perché essa è emersa nel 2019).
Figurarsi da quanto tempo il virus era in circolazione e per le autorità cinesi era come se non esistesse! Oppure, come qualcuno sospetta, se ne sono state zitte, pensando di poterlo gestire senza molto clamore. Non c’è dubbio che se la malattia è nata nel 2019, i cinesi hanno dato l’allarme in forte colpevole ritardo.

Il 2 febbraio scorso l’Istituto Spallanzani di Roma poteva far sapere all’Italia e al mondo di aver isolato il virus. Quarti, noi italiani,  dopo cinesi, francesi e australiani.

Il governo italiano aveva già bloccato i viaggi per e dalla Cina alla fine di gennaio. A quanto pare il malcapitato nostro connazionale, detto “paziente uno”, si sarebbe incontrato con un amico che era stato in Cina e avrebbe contagiato quanti ne ha incontrati nei giorni successivi al suo rientro a Milano. Subito il contagio si è diffuso.

Le autorità consigliano di non frequentare luoghi affollati, di lavarsi spesso le mani e di non portarsele agli occhi, al naso e alla bocca.

Ma noi meridionali c’entriamo col coronavirus? Ci sentiamo sempre un’altra Italia, noi del Sud, nel bene e nel male.

Sabato, 29 febbraio. I contagi crescono e anche i morti. Dicono che muoiono soprattutto gli anziani che hanno patologie gravi pregresse; non morirebbero per il coronavirus ma col coronavirus. Siamo i soliti giocolieri di parole, esperti in “trufferie”, come le chiamava Manzoni. Autore, questo, che, insieme a Boccaccio, è citatissimo in questi giorni per via della peste, così ben narrata nei loro libri immortali. Le autorità evidentemente sdrammatizzano per non gettare il paese nel panico.

Intanto qui da noi, nel Salento, è come se nulla fosse. Le autorità dicono che non dobbiamo frequentare luoghi affollati, che dobbiamo stare ad una distanza di un metro l’uno dall’altro, ma intanto al bar ogni giorno siamo in cinque-sei intorno ad un tavolo a stretto contatto di gomito. Ci irroriamo reciprocamente di goccioline, sperando che non siano coronavirali o coronaviresche. Qui al Sud, la cosa, non la stiamo prendendo sul serio. 

giovedì 13 febbraio 2020

L'Anpi e la verità storica




L’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) ha ragione ad impennarsi contro la commemorazione delle vittime delle violenze slave in danno degli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1943 e il 1945. Quelle vittime, in quanto prodotte dal comunismo slavo con l’appoggio di quello italiano, rimandano ad una parte politica sommariamente definita fascista, che oggi, a dire degli anpisti, ha rialzato la testa e contende l’esclusivismo vittimistico, che tanta rendita finora ha prodotto alle sinistre.
Quelle vittime, pur in difetto di documentazione completa, si possono quantificare in 4/5mila, che, sommate alle 350mila costrette a lasciare le loro case e le loro terre, cacciate dalla “pulizia etnica” slava e non difese dai nuovi governanti italiani, danno l’idea di una dimensione biblica. Vittime negate o nascoste per decine e decine di anni dall’establishment politico italiano arcocostituzionale nonostante le insistenze per ricordarle di una sola parte politica, quella appunto che rimanda sempre alla destra sommariamente definita fascista.
Ha ragione l’Anpi perché qui si scoperchia il pentolone delle verità nascoste, delle rendite fasulle di bugie e mistificazioni che hanno costruito una verità storica che voleva essere granitica e che rischia invece di andare in frantumi.
Quest’anno l’Anpi si è particolarmente distinta con iniziative che vanno da convegni e pubblicazioni a dichiarazioni estemporanee di suoi rappresentanti sparsi in tutta Italia, allo scopo di chiarire una volta per tutte che se violenze ci furono da parte degli slavi nei confronti degli italiani, violenze e soprusi c’erano stati prima da parte degli italiani nei confronti degli slavi. Dunque, un pareggio di violenze e tutti in pace. C’è stato perfino chi ha dato del maleinformato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per aver ricordato quelle tragiche vicende.
Il fatto che un po’ dappertutto ci siano state prese di posizione e dichiarazioni anpiste contro il “Giorno del Ricordo”, delle vittime infoibate per intenderci, significa che è partito da una centrale l’ordine di dire no a riconoscimenti paritari, nella più bella tradizione comunista degli ordini e dei contrordini. Ne tragghiamo la lezione: le vittime del fascismo non possono essere equiparate alle vittime del comunismo, senz’altra ragione se non quella che ricorda il gallo Brenno a Roma: vae victis!
Ma c’è un’altra più profonda ragione di quella per così dire propagandistico-utilitaristica, di lucro politico; c’è che gli eredi del comunismo non ci stanno a far apparire i loro padri finalmente per quello che erano, senza voler generalizzare: barbari i partigiani slavi, traditori della patria e del proprio sangue i partigiani italiani.
E’ accaduto anche a Lecce, dove gli anpisti hanno avuto parole negazioniste verso l’intitolazione di una via a Norma Cossetto, la cui tragica vicenda – fu torturata violentata e uccisa – non può non mettere in chiaro di che pasta fossero i partigiani, quelli che oggi si insiste ad associare a Bella ciao, ovvero ad una visione falsificante della storia, ad una sorta di edulcurato pseudoromanticismo, tutto languore e sacrificio estremo “sotto l’ombra d’un bel fior”. Quel fiore negato alle migliaia di italiani infoibati, cioè uccisi e scaraventati nelle foibe, molti ancora vivi mentre precipitavano.
Ma hanno ragione anche perché commemorare le vittime delle foibe, delle popolazioni giuliane, istriane e dalmate, italianissime, sicuramente più di tante altre popolazioni italiche, significa attingere colpe e responsabilità e scoprire che Palmiro Togliatti, capo mitico dei comunisti italiani, ordinò ai partigiani delle Brigate Garibaldi di obbedire ai partigiani slavi e di sparare su quanti in Italia, fascisti o antifascisti che fossero, si opponevano alle mire espansionistiche di Tito. Capitò ai partigiani bianchi della Osoppo, che furono eliminati solo perché non vollero sottostare agli ordini di Tito e dei suoi valvassini italiani e si opposero all’occupazione di territori italiani da parte degli slavi. Fosse stato per quei partigiani e comunisti italiani, la Jugoslavia poteva penetrare in Italia fino a Udine e oltre.
Certo, fa effetto oggi, benché quei comunisti non ci siano più, sapere chi in Italia ha combattuto per la patria propria e chi per la patria degli altri e vedere come tanti santi della chiesa comunista altro non furono che volgari traditori in nome di un comunismo che oggi fa vergognare più che indignare.
Hanno ragione gli anpisti ad allarmarsi. Sta a vedere – pensano – che ora quelli di destra ci rubano il mestiere e così finisce il monopolio degli olocausti, su cui abbiamo costruito tanti successi elettorali e politici.
Allora, cerchiamo di essere onesti. Norma Cossetto non è un nome qualsiasi, è un nome caro al fascismo. Fu imprigionata, torturata e uccisa perché figlia di un pezzo grosso del fascismo di quelle contrade, perché rifiutò di rinnegare la sua fede politica e la sua famiglia e di aggregarsi ai partigiani. Inutile negare certe evidenze. La questione dei confini orientali dell’Italia e di quel che accadde in quelle terre negli anni 1943-45, se messa in libertà, non può che arrecare danno all’immagine della sinistra. Intitolare luoghi pubblici a quelle vittime lievita il loro ricordo e nello stesso tempo perpetua la vergogna dei responsabili. L’Anpi lo sa benissimo, è stata sempre materia sua.
Per evitare una simile condizione l’Anpi dovrebbe convincersi che è tempo di guardare a quegli eventi con onestà e condivisa pietas. Altro è il discorso storiografico, che deve continuare in altre sedi, come è giusto che sia, ma sempre all’insegna della verità e non dell’utilità politica.   

martedì 7 gennaio 2020

La scomparsa di Rossano Marra



La scomparsa di Rossano Marra, direttore de “il Galatino”, mi è giunta come un fulmine. Me l'ha data Gigi Stefanizzi dell’Editrice Salentina stamattina, 7 gennaio, giorno di ripresa del lavoro dopo le festività. Chiedevo di “Presenza”, se era pronta, se avrei potuto andare a ritirarla; e, invece, ho avuto la sconvolgente notizia che Rossano non era più con noi; deceduto nella notte per un infarto fulminante. Ci eravamo visti fino alla vigilia di Capodanno, io per chiudere il numero di “Presenza”, lui quello de “il Galatino”. C’incontravamo spesso all’Editrice. Lo conobbi quando “il Galatino” era diretto da Zefferino Rizzelli e lui lo accompagnava in tipografia. Tante volte si finiva al bar per un caffè, prima con Mario e poi con Biagio Stefanizzi. Ci lasciavamo sempre con la sua simpatica battuta sul mio essere ancora più a sud di lui, essendo io di Taurisano. Era gioviale, ironico, aveva la battuta pronta; ma era buono e sincero. La morte improvvisa non è mai banale: lo ha tolto all’amicizia e agli affetti, ma lo ha proposto al ricordo speciale di chi lo ha conosciuto. Addio, Rossano!

venerdì 6 dicembre 2019

Paura e odio: la forza delle parole




Le due parole che circolano maggiormente nella propaganda politica da un po’ di tempo a questa parte in Italia sono “paura” e “odio”: due sentimenti non due fatti, anche se sono sentimenti che producono fatti. Il che la dice lunga sulla crisi della politica dei nostri tempi. A farne uso sono tutte le forze politiche, di sinistra e di destra.
Le forze antisalviniane, a cui recentemente si è aggiunta quella delle cosiddette “sardine”, fenomeno apparentemente spontaneo ma di chiara matrice ideologica di sinistra, in cui antifascismo e antirazzismo costituiscono assi portanti, ne hanno fatto spada e usbergo. In buona sostanza la propaganda delle forze politiche di sinistra, istituite o spontanee che siano, si concentra sulla persona di Matteo Salvini, capo della Lega e leader indiscusso, per il momento, del cartello di centrodestra, considerata tout court destra estrema, fascista e reazionaria.
Come si giustificano queste due parole? Prendiamo “paura”. Secondo il centrosinistra (Pd, Iv, Leu) Salvini miete successi per via della sua tambureggiante propaganda contro l’immigrazione, sbandierata come un’invasione che contaminerebbe a lungo andare la civiltà occidentale e cristiana fino a farle perdere i caratteri suoi propri. I migranti toglierebbero agli italiani spazi e opportunità vitali, come casa e lavoro. Egli spaventa la gente, esagerando gli aspetti di maggiore impatto, evocando terroristi islamici e trafficanti di uomini, mentre punta il dito contro i responsabili di casa nostra, ovvero contro le forze di centrosinistra, paventando un disastro nazionale. Di risulta egli si propone come l’eroe che scongiura la minaccia, come un Cid Campeador da reconquista. Stando a quasta narrazione, con la “paura” Salvini ha conquistato il favore degli italiani e potrebbe conquistare il potere politico.
Correlata a “paura”, secondo la formula anti Salvini, è “odio”. A motivare il capo della Lega, secondo i suoi avversari politici, sarebbe l’odio nei confronti dei diversi, dei migranti, dei rom, degli stranieri in genere. Odio che egli trasmetterebbe a quelle componenti del popolo tradizionalmente più suggestionabili e manipolabili. 
In realtà Salvini, come i politici in genere, non crea niente, ma utilizza quello che già c’è nella gente e, esagerandolo, lo trasforma in una formidabile arma di propaganda. Che politico sarebbe se non riuscisse ad intercettare i sentimenti della gente e a trasformarli in risorse politiche? La “paura” derivante dai migranti non l’ha inventata lui; semplicemente lui l’ha enfatizzata. Così l’ “odio”. Esso esiste già di suo, è un sentimento popolare. Sarebbe bello che non esistesse, ma esiste! Se “paura” e “odio” non esistessero e fossero frutto solo della sua propaganda, il popolo lo spernacchierebbe, come ha sempre fatto con gli sbruffoni alla miles gloriosus di plautiana memoria.  
Ma queste due parole, “paura” e “odio”, non vanno a beneficio esclusivo di Salvini. Il capo della Lega da beneficiario diventa vittima delle stesse quando sono usate dai suoi avversari del centrosinistra contro di lui.
Torniamo alla “paura”. Non è meno tambureggiante ed ossessiva la campagna del centrosinistra nell’inculcare nel popolo la paura del fascismo. La destra e Salvini in particolare sono presentati come un pericolo per la democrazia, giungendo a speculare perfino su una frase infelice sui “pieni poteri”, quasi che Salvini fosse Annibale alle porte di Roma. E’ bensì vero che questa è una “paura” di ritorno ogniqualvolta s’affacci un uomo politico un po’ più determinato dei soliti. Lo si paventava per Craxi, lo si è paventato per Berlusconi, lo si paventa oggi per Salvini, per non parlare dei continui “al lupo! al lupo!” dei comunisti al tempo della partitocrazia. Fascisti erano di volta in volta Scelba, Tambroni, Fanfani.
In realtà il fascismo non è cosa che si tiene nel cassetto e lo si utilizza da un giorno all’altro come un tagliacarte o un temperamatite. La paura del fascismo funziona ancora, anche se oggi in maniera meno consapevole e più verbosa. Il fatto che di tanto in tanto venga fuori la scoperta di un covo di nazisti, a cui si dà puntualmente un’importanza mediatica esagerata, non altera il reale pericolo delle nostre istituzioni, che sono ben salde. In altri paesi europei la situazione è ancora più grave, anche se dappertutto sotto controllo.  
Anche l’ “odio”, assai meno predicato ma assai più espresso, è utilizzato dal centrosinistra contro gli avversari di destra. Per scongiurare che Salvini vincesse le elezioni i partiti di centrosinistra quest’estate si sono alleati, senza nessun altro motivo, coi loro antagonisti del Movimento Cinque Stelle. Non si sono neppure preoccupati di squalificarsi davanti al Paese con capriole politiche da saltimbanchi pur di raggiungere l’obiettivo tattico di impedire le elezioni. La parola d’ordine era ed è: bisogna impedire che Salvini elegga il Presidente della Repubblica. Perciò: durare! durare! durare! fino alla meta. Può accadere tutto e più di tutto, ma la legislatura deve proseguire. L’insistenza dell’obbiettivo getta una pesante ombra di sospetto di parzialità non tanto sulla persona del Presidente, oggi Sergio Mattarella, domani un altro, quanto sull’istituzione medesima, che viene ipotizzata come riserva di potere. L’avversione per Salvini ha inventato un’emergenza democratica in presenza di una normale situazione politica del tutto fisiologica. Che cosa è tutto questo se non odio ad personam? 
La mobilitazione delle “sardine” è figlia di quest’odio, indipendentemente se all’origine è stato o meno un movimento spontaneo. Se fosse spontaneo sarebbe ancora peggio, di più risalterebbe l’effetto dell’odio antisalviniano dei suoi avversari. “La destra ha diritto di parlare ma non ha diritto di ascolto” vanno gridando le “sardine” per le piazze d’Italia. Oh che bella democrazia, Madama Doré.
E’ certo importante che nella vita di un Paese ci siano sempre dei riferimenti aggreganti cui far ricorso nei momenti di difficoltà. La Resistenza, l’antifascismo, l’antirazzismo lo sono. Dubito però che questo sia uno di quei momenti. Di certo c’è che di “paura” e di “odio” si stanno nutrendo sia la destra che la sinistra. 

martedì 3 dicembre 2019

Italia: chi odia chi




Sembra che in questi ultimi tempi la parola odio, usata come accusa all’avversario politico sia la più corrente nell’universo mondo della comunicazione in Italia.
Naturalmente senza i buoni e i cattivi non ci sarebbe né amore né odio. I buoni dicono di predicare amore, accoglienza, tolleranza. I cattivi sono quelli che queste cose non le accettano, non le vogliono, non le considerano come importanti al vivere civile. I primi sono quelli che vogliono accogliere quanti emigranti arrivano, pronti, carte in mano, a dar loro la cittadinanza italiana, che una volta chiamavano jus soli ed ora jus culturae. Non solo i pro emigranti, di amorosi sensi sarebbero dotati in esclusiva i cosiddetti antirazzisti, dove per razzismo s’intende qualunque forma anche scherzosa di distinzione antropologica. I cattivi, invece, che vorrebbero impedire ai migranti addirittura di partire dai loro paesi, sono razzisti, antisemiti, sessisti e odiatori professionali. Esemplificando, gli uni sarebbero di sinistra e gli altri di destra. La narrazione che passa è questa.  Ma chi ha dato agli uni la patente di buoni e agli altri quella di cattivi? Se fosse per la fisiognomica qualche problema di identificazione si porrebbe. Fra Salvini e Cuperlo, per esempio, chi dei due pare il buono e chi il cattivo?
Gruber di “Otto e mezzo”, la buona, ha invitato la sera di sabato, 23 novembre, una certa ragazzuola, presunta leaderina del movimento delle sardine: un’altra buona. Appariva civettuola e sapientina, di che cosa non era dato sapere, dato che non riusciva a fare nessun riferimento che fosse riconducibile ad un concetto politico. I tanti pearcing che portava alle orecchie erano surrogati del nulla. Gruber se la coccolava come preziosità assoluta e la difendeva dal giornalista Borgonovo de “La Verità”, il malvagio, il quale invece faceva ragionamenti concreti e chiedeva risposte manco se si fosse trovato di fronte ad una come la Thatcher.
Capisco la Gruber; e capisco anche Fabio Fazio, altro buono, che alla puntata di domenica, 24 novembre, di “Che tempo che fa”, ha invitato l’eroina tedesca Carola Rackete, altra buona, quella che violò il blocco navale italiano pur di far passare la nave dei migranti e farli sbarcare, in barba ai cattivi.
La Gruber, Fazio, le sardine, la Rackete: un trionfo di bontà! Sono i campioni dell’anti-odio. Ma nei confronti di chi legittimamente non la pensa come loro cosa esprimono? A ben considerare, odio doppio.
Su un qualsiasi dizionario della lingua italiana, alla voce “odioso”, si legge: “che suscita sentimenti di odio e di ostilità”. Dunque ci sono gesti che sono espressione di odio e producono essi stessi odio…di ritorno. Verrebbe di dire, evangelicamente, chi di odio ferisce di odio perisce.
Ci si mettono anche i preti. Il cardinale Zuppi di Bologna ha pubblicato un libro intitolato “Odierai il prossimo tuo”, ovvio non un suggerimento ma un allarme antifrastico, come a dire “non lo devi odiare”. Ma i preti, in fondo, fanno il loro mestiere; solo che farebbero bene, ogni tanto, a chiedersi: e se accogliessimo tutti quelli che vengono da noi, che accadrebbe? Forse se lo chiedono pure, ma confidano nei cattivi alla Salvini, i quali troverebbero sempre il modo di impedirlo. Perché c’è anche questo nell’eterna lotta tra chi predica il bene a prescindere, come i preti, e chi è costretto dalle necessità della vita a compiere azioni rubricabili come “cattiverie”: questi ultimi con le loro azioni consentono ai primi di farsi belli e continuare a predicare bene.
Qualche prete la fa perfino di fuori. Don Massimo Biancalani, parroco nella chiesa di Vicofaro a Pistoia, appena dopo messa ha invitato i fedeli a cantare Bella ciao, iniziando lui ad intonarla. Immagino che lo abbia fatto pure lui per combattere l’odio. Strano modo di predicare l’amore mentre di fatto si produce odio. Ci sarà pure una differenza tra Bella ciao e Tu scendi dalle stelle, o no? Ci sarà pure una qualche differenza tra la casa di tutti, quale la chiesa è, e una sezione di partito, cioè di una parte di gente, o no?
Ora, sembra che in pochi giorni il movimento cosiddetto delle sardine possa essere la soluzione, l’antidoto all’odio. Ne abbiamo viste tante, ma tante, da non venirci più neppure di scrollare le spalle. I girotondi di qualche anno fa dovevano far riaccendere la spenta sinistra e recuperare il primato perduto. Poi venne il Popolo viola con altrettante intenzioni rigeneratrici. Non successe niente, perché la politica non la fanno quattro istruiti brontoloni andando a passeggio e giocando ai girotondi. Dopo sono arrivati i grillini, che sembravano assai più determinati e consistenti, figli dei vaffanculo di un comico rancoroso per essere stato snobbato dal suo partito, quel Pd, col quale oggi vorrebbe fondersi. Già, proprio così. I grillini nati per annientare il sistema, di cui il Pd è perno, ora si stanno prodigando per salvare, proprio loro, quel sistema.
Queste sardine – ma non mancano neppure le scorfane, basta vedere chi vi partecipa – si sospetta vengano dalla pesca di qualcuno – di Prodi? – ma non riesco ad immaginarmi un Prodi pescatore di sardine. Sta di fatto che il proliferarsi delle manifestazioni sardinesche dall’un capo all’altro del Paese fa pensare che già qualcuno stia cercando di approfittarne e siccome il movimento è dichiaratamente anti Salvini, questo qualcuno è il Pd. Non sarà Prodi, non sarà Bersani, non sarà Cuperlo; ma qualcuno ci sarà dietro, davanti o a lato. Solo che, per quante giravolte facciano, difficilmente potranno far cambiare orientamento ad un Paese che ha grosse emergenze e grossi problemi da affrontare e risolvere.