giovedì 13 febbraio 2020

L'Anpi e la verità storica




L’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) ha ragione ad impennarsi contro la commemorazione delle vittime delle violenze slave in danno degli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1943 e il 1945. Quelle vittime, in quanto prodotte dal comunismo slavo con l’appoggio di quello italiano, rimandano ad una parte politica sommariamente definita fascista, che oggi, a dire degli anpisti, ha rialzato la testa e contende l’esclusivismo vittimistico, che tanta rendita finora ha prodotto alle sinistre.
Quelle vittime, pur in difetto di documentazione completa, si possono quantificare in 4/5mila, che, sommate alle 350mila costrette a lasciare le loro case e le loro terre, cacciate dalla “pulizia etnica” slava e non difese dai nuovi governanti italiani, danno l’idea di una dimensione biblica. Vittime negate o nascoste per decine e decine di anni dall’establishment politico italiano arcocostituzionale nonostante le insistenze per ricordarle di una sola parte politica, quella appunto che rimanda sempre alla destra sommariamente definita fascista.
Ha ragione l’Anpi perché qui si scoperchia il pentolone delle verità nascoste, delle rendite fasulle di bugie e mistificazioni che hanno costruito una verità storica che voleva essere granitica e che rischia invece di andare in frantumi.
Quest’anno l’Anpi si è particolarmente distinta con iniziative che vanno da convegni e pubblicazioni a dichiarazioni estemporanee di suoi rappresentanti sparsi in tutta Italia, allo scopo di chiarire una volta per tutte che se violenze ci furono da parte degli slavi nei confronti degli italiani, violenze e soprusi c’erano stati prima da parte degli italiani nei confronti degli slavi. Dunque, un pareggio di violenze e tutti in pace. C’è stato perfino chi ha dato del maleinformato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per aver ricordato quelle tragiche vicende.
Il fatto che un po’ dappertutto ci siano state prese di posizione e dichiarazioni anpiste contro il “Giorno del Ricordo”, delle vittime infoibate per intenderci, significa che è partito da una centrale l’ordine di dire no a riconoscimenti paritari, nella più bella tradizione comunista degli ordini e dei contrordini. Ne tragghiamo la lezione: le vittime del fascismo non possono essere equiparate alle vittime del comunismo, senz’altra ragione se non quella che ricorda il gallo Brenno a Roma: vae victis!
Ma c’è un’altra più profonda ragione di quella per così dire propagandistico-utilitaristica, di lucro politico; c’è che gli eredi del comunismo non ci stanno a far apparire i loro padri finalmente per quello che erano, senza voler generalizzare: barbari i partigiani slavi, traditori della patria e del proprio sangue i partigiani italiani.
E’ accaduto anche a Lecce, dove gli anpisti hanno avuto parole negazioniste verso l’intitolazione di una via a Norma Cossetto, la cui tragica vicenda – fu torturata violentata e uccisa – non può non mettere in chiaro di che pasta fossero i partigiani, quelli che oggi si insiste ad associare a Bella ciao, ovvero ad una visione falsificante della storia, ad una sorta di edulcurato pseudoromanticismo, tutto languore e sacrificio estremo “sotto l’ombra d’un bel fior”. Quel fiore negato alle migliaia di italiani infoibati, cioè uccisi e scaraventati nelle foibe, molti ancora vivi mentre precipitavano.
Ma hanno ragione anche perché commemorare le vittime delle foibe, delle popolazioni giuliane, istriane e dalmate, italianissime, sicuramente più di tante altre popolazioni italiche, significa attingere colpe e responsabilità e scoprire che Palmiro Togliatti, capo mitico dei comunisti italiani, ordinò ai partigiani delle Brigate Garibaldi di obbedire ai partigiani slavi e di sparare su quanti in Italia, fascisti o antifascisti che fossero, si opponevano alle mire espansionistiche di Tito. Capitò ai partigiani bianchi della Osoppo, che furono eliminati solo perché non vollero sottostare agli ordini di Tito e dei suoi valvassini italiani e si opposero all’occupazione di territori italiani da parte degli slavi. Fosse stato per quei partigiani e comunisti italiani, la Jugoslavia poteva penetrare in Italia fino a Udine e oltre.
Certo, fa effetto oggi, benché quei comunisti non ci siano più, sapere chi in Italia ha combattuto per la patria propria e chi per la patria degli altri e vedere come tanti santi della chiesa comunista altro non furono che volgari traditori in nome di un comunismo che oggi fa vergognare più che indignare.
Hanno ragione gli anpisti ad allarmarsi. Sta a vedere – pensano – che ora quelli di destra ci rubano il mestiere e così finisce il monopolio degli olocausti, su cui abbiamo costruito tanti successi elettorali e politici.
Allora, cerchiamo di essere onesti. Norma Cossetto non è un nome qualsiasi, è un nome caro al fascismo. Fu imprigionata, torturata e uccisa perché figlia di un pezzo grosso del fascismo di quelle contrade, perché rifiutò di rinnegare la sua fede politica e la sua famiglia e di aggregarsi ai partigiani. Inutile negare certe evidenze. La questione dei confini orientali dell’Italia e di quel che accadde in quelle terre negli anni 1943-45, se messa in libertà, non può che arrecare danno all’immagine della sinistra. Intitolare luoghi pubblici a quelle vittime lievita il loro ricordo e nello stesso tempo perpetua la vergogna dei responsabili. L’Anpi lo sa benissimo, è stata sempre materia sua.
Per evitare una simile condizione l’Anpi dovrebbe convincersi che è tempo di guardare a quegli eventi con onestà e condivisa pietas. Altro è il discorso storiografico, che deve continuare in altre sedi, come è giusto che sia, ma sempre all’insegna della verità e non dell’utilità politica.   

martedì 7 gennaio 2020

La scomparsa di Rossano Marra



La scomparsa di Rossano Marra, direttore de “il Galatino”, mi è giunta come un fulmine. Me l'ha data Gigi Stefanizzi dell’Editrice Salentina stamattina, 7 gennaio, giorno di ripresa del lavoro dopo le festività. Chiedevo di “Presenza”, se era pronta, se avrei potuto andare a ritirarla; e, invece, ho avuto la sconvolgente notizia che Rossano non era più con noi; deceduto nella notte per un infarto fulminante. Ci eravamo visti fino alla vigilia di Capodanno, io per chiudere il numero di “Presenza”, lui quello de “il Galatino”. C’incontravamo spesso all’Editrice. Lo conobbi quando “il Galatino” era diretto da Zefferino Rizzelli e lui lo accompagnava in tipografia. Tante volte si finiva al bar per un caffè, prima con Mario e poi con Biagio Stefanizzi. Ci lasciavamo sempre con la sua simpatica battuta sul mio essere ancora più a sud di lui, essendo io di Taurisano. Era gioviale, ironico, aveva la battuta pronta; ma era buono e sincero. La morte improvvisa non è mai banale: lo ha tolto all’amicizia e agli affetti, ma lo ha proposto al ricordo speciale di chi lo ha conosciuto. Addio, Rossano!

venerdì 6 dicembre 2019

Paura e odio: la forza delle parole




Le due parole che circolano maggiormente nella propaganda politica da un po’ di tempo a questa parte in Italia sono “paura” e “odio”: due sentimenti non due fatti, anche se sono sentimenti che producono fatti. Il che la dice lunga sulla crisi della politica dei nostri tempi. A farne uso sono tutte le forze politiche, di sinistra e di destra.
Le forze antisalviniane, a cui recentemente si è aggiunta quella delle cosiddette “sardine”, fenomeno apparentemente spontaneo ma di chiara matrice ideologica di sinistra, in cui antifascismo e antirazzismo costituiscono assi portanti, ne hanno fatto spada e usbergo. In buona sostanza la propaganda delle forze politiche di sinistra, istituite o spontanee che siano, si concentra sulla persona di Matteo Salvini, capo della Lega e leader indiscusso, per il momento, del cartello di centrodestra, considerata tout court destra estrema, fascista e reazionaria.
Come si giustificano queste due parole? Prendiamo “paura”. Secondo il centrosinistra (Pd, Iv, Leu) Salvini miete successi per via della sua tambureggiante propaganda contro l’immigrazione, sbandierata come un’invasione che contaminerebbe a lungo andare la civiltà occidentale e cristiana fino a farle perdere i caratteri suoi propri. I migranti toglierebbero agli italiani spazi e opportunità vitali, come casa e lavoro. Egli spaventa la gente, esagerando gli aspetti di maggiore impatto, evocando terroristi islamici e trafficanti di uomini, mentre punta il dito contro i responsabili di casa nostra, ovvero contro le forze di centrosinistra, paventando un disastro nazionale. Di risulta egli si propone come l’eroe che scongiura la minaccia, come un Cid Campeador da reconquista. Stando a quasta narrazione, con la “paura” Salvini ha conquistato il favore degli italiani e potrebbe conquistare il potere politico.
Correlata a “paura”, secondo la formula anti Salvini, è “odio”. A motivare il capo della Lega, secondo i suoi avversari politici, sarebbe l’odio nei confronti dei diversi, dei migranti, dei rom, degli stranieri in genere. Odio che egli trasmetterebbe a quelle componenti del popolo tradizionalmente più suggestionabili e manipolabili. 
In realtà Salvini, come i politici in genere, non crea niente, ma utilizza quello che già c’è nella gente e, esagerandolo, lo trasforma in una formidabile arma di propaganda. Che politico sarebbe se non riuscisse ad intercettare i sentimenti della gente e a trasformarli in risorse politiche? La “paura” derivante dai migranti non l’ha inventata lui; semplicemente lui l’ha enfatizzata. Così l’ “odio”. Esso esiste già di suo, è un sentimento popolare. Sarebbe bello che non esistesse, ma esiste! Se “paura” e “odio” non esistessero e fossero frutto solo della sua propaganda, il popolo lo spernacchierebbe, come ha sempre fatto con gli sbruffoni alla miles gloriosus di plautiana memoria.  
Ma queste due parole, “paura” e “odio”, non vanno a beneficio esclusivo di Salvini. Il capo della Lega da beneficiario diventa vittima delle stesse quando sono usate dai suoi avversari del centrosinistra contro di lui.
Torniamo alla “paura”. Non è meno tambureggiante ed ossessiva la campagna del centrosinistra nell’inculcare nel popolo la paura del fascismo. La destra e Salvini in particolare sono presentati come un pericolo per la democrazia, giungendo a speculare perfino su una frase infelice sui “pieni poteri”, quasi che Salvini fosse Annibale alle porte di Roma. E’ bensì vero che questa è una “paura” di ritorno ogniqualvolta s’affacci un uomo politico un po’ più determinato dei soliti. Lo si paventava per Craxi, lo si è paventato per Berlusconi, lo si paventa oggi per Salvini, per non parlare dei continui “al lupo! al lupo!” dei comunisti al tempo della partitocrazia. Fascisti erano di volta in volta Scelba, Tambroni, Fanfani.
In realtà il fascismo non è cosa che si tiene nel cassetto e lo si utilizza da un giorno all’altro come un tagliacarte o un temperamatite. La paura del fascismo funziona ancora, anche se oggi in maniera meno consapevole e più verbosa. Il fatto che di tanto in tanto venga fuori la scoperta di un covo di nazisti, a cui si dà puntualmente un’importanza mediatica esagerata, non altera il reale pericolo delle nostre istituzioni, che sono ben salde. In altri paesi europei la situazione è ancora più grave, anche se dappertutto sotto controllo.  
Anche l’ “odio”, assai meno predicato ma assai più espresso, è utilizzato dal centrosinistra contro gli avversari di destra. Per scongiurare che Salvini vincesse le elezioni i partiti di centrosinistra quest’estate si sono alleati, senza nessun altro motivo, coi loro antagonisti del Movimento Cinque Stelle. Non si sono neppure preoccupati di squalificarsi davanti al Paese con capriole politiche da saltimbanchi pur di raggiungere l’obiettivo tattico di impedire le elezioni. La parola d’ordine era ed è: bisogna impedire che Salvini elegga il Presidente della Repubblica. Perciò: durare! durare! durare! fino alla meta. Può accadere tutto e più di tutto, ma la legislatura deve proseguire. L’insistenza dell’obbiettivo getta una pesante ombra di sospetto di parzialità non tanto sulla persona del Presidente, oggi Sergio Mattarella, domani un altro, quanto sull’istituzione medesima, che viene ipotizzata come riserva di potere. L’avversione per Salvini ha inventato un’emergenza democratica in presenza di una normale situazione politica del tutto fisiologica. Che cosa è tutto questo se non odio ad personam? 
La mobilitazione delle “sardine” è figlia di quest’odio, indipendentemente se all’origine è stato o meno un movimento spontaneo. Se fosse spontaneo sarebbe ancora peggio, di più risalterebbe l’effetto dell’odio antisalviniano dei suoi avversari. “La destra ha diritto di parlare ma non ha diritto di ascolto” vanno gridando le “sardine” per le piazze d’Italia. Oh che bella democrazia, Madama Doré.
E’ certo importante che nella vita di un Paese ci siano sempre dei riferimenti aggreganti cui far ricorso nei momenti di difficoltà. La Resistenza, l’antifascismo, l’antirazzismo lo sono. Dubito però che questo sia uno di quei momenti. Di certo c’è che di “paura” e di “odio” si stanno nutrendo sia la destra che la sinistra. 

martedì 3 dicembre 2019

Italia: chi odia chi




Sembra che in questi ultimi tempi la parola odio, usata come accusa all’avversario politico sia la più corrente nell’universo mondo della comunicazione in Italia.
Naturalmente senza i buoni e i cattivi non ci sarebbe né amore né odio. I buoni dicono di predicare amore, accoglienza, tolleranza. I cattivi sono quelli che queste cose non le accettano, non le vogliono, non le considerano come importanti al vivere civile. I primi sono quelli che vogliono accogliere quanti emigranti arrivano, pronti, carte in mano, a dar loro la cittadinanza italiana, che una volta chiamavano jus soli ed ora jus culturae. Non solo i pro emigranti, di amorosi sensi sarebbero dotati in esclusiva i cosiddetti antirazzisti, dove per razzismo s’intende qualunque forma anche scherzosa di distinzione antropologica. I cattivi, invece, che vorrebbero impedire ai migranti addirittura di partire dai loro paesi, sono razzisti, antisemiti, sessisti e odiatori professionali. Esemplificando, gli uni sarebbero di sinistra e gli altri di destra. La narrazione che passa è questa.  Ma chi ha dato agli uni la patente di buoni e agli altri quella di cattivi? Se fosse per la fisiognomica qualche problema di identificazione si porrebbe. Fra Salvini e Cuperlo, per esempio, chi dei due pare il buono e chi il cattivo?
Gruber di “Otto e mezzo”, la buona, ha invitato la sera di sabato, 23 novembre, una certa ragazzuola, presunta leaderina del movimento delle sardine: un’altra buona. Appariva civettuola e sapientina, di che cosa non era dato sapere, dato che non riusciva a fare nessun riferimento che fosse riconducibile ad un concetto politico. I tanti pearcing che portava alle orecchie erano surrogati del nulla. Gruber se la coccolava come preziosità assoluta e la difendeva dal giornalista Borgonovo de “La Verità”, il malvagio, il quale invece faceva ragionamenti concreti e chiedeva risposte manco se si fosse trovato di fronte ad una come la Thatcher.
Capisco la Gruber; e capisco anche Fabio Fazio, altro buono, che alla puntata di domenica, 24 novembre, di “Che tempo che fa”, ha invitato l’eroina tedesca Carola Rackete, altra buona, quella che violò il blocco navale italiano pur di far passare la nave dei migranti e farli sbarcare, in barba ai cattivi.
La Gruber, Fazio, le sardine, la Rackete: un trionfo di bontà! Sono i campioni dell’anti-odio. Ma nei confronti di chi legittimamente non la pensa come loro cosa esprimono? A ben considerare, odio doppio.
Su un qualsiasi dizionario della lingua italiana, alla voce “odioso”, si legge: “che suscita sentimenti di odio e di ostilità”. Dunque ci sono gesti che sono espressione di odio e producono essi stessi odio…di ritorno. Verrebbe di dire, evangelicamente, chi di odio ferisce di odio perisce.
Ci si mettono anche i preti. Il cardinale Zuppi di Bologna ha pubblicato un libro intitolato “Odierai il prossimo tuo”, ovvio non un suggerimento ma un allarme antifrastico, come a dire “non lo devi odiare”. Ma i preti, in fondo, fanno il loro mestiere; solo che farebbero bene, ogni tanto, a chiedersi: e se accogliessimo tutti quelli che vengono da noi, che accadrebbe? Forse se lo chiedono pure, ma confidano nei cattivi alla Salvini, i quali troverebbero sempre il modo di impedirlo. Perché c’è anche questo nell’eterna lotta tra chi predica il bene a prescindere, come i preti, e chi è costretto dalle necessità della vita a compiere azioni rubricabili come “cattiverie”: questi ultimi con le loro azioni consentono ai primi di farsi belli e continuare a predicare bene.
Qualche prete la fa perfino di fuori. Don Massimo Biancalani, parroco nella chiesa di Vicofaro a Pistoia, appena dopo messa ha invitato i fedeli a cantare Bella ciao, iniziando lui ad intonarla. Immagino che lo abbia fatto pure lui per combattere l’odio. Strano modo di predicare l’amore mentre di fatto si produce odio. Ci sarà pure una differenza tra Bella ciao e Tu scendi dalle stelle, o no? Ci sarà pure una qualche differenza tra la casa di tutti, quale la chiesa è, e una sezione di partito, cioè di una parte di gente, o no?
Ora, sembra che in pochi giorni il movimento cosiddetto delle sardine possa essere la soluzione, l’antidoto all’odio. Ne abbiamo viste tante, ma tante, da non venirci più neppure di scrollare le spalle. I girotondi di qualche anno fa dovevano far riaccendere la spenta sinistra e recuperare il primato perduto. Poi venne il Popolo viola con altrettante intenzioni rigeneratrici. Non successe niente, perché la politica non la fanno quattro istruiti brontoloni andando a passeggio e giocando ai girotondi. Dopo sono arrivati i grillini, che sembravano assai più determinati e consistenti, figli dei vaffanculo di un comico rancoroso per essere stato snobbato dal suo partito, quel Pd, col quale oggi vorrebbe fondersi. Già, proprio così. I grillini nati per annientare il sistema, di cui il Pd è perno, ora si stanno prodigando per salvare, proprio loro, quel sistema.
Queste sardine – ma non mancano neppure le scorfane, basta vedere chi vi partecipa – si sospetta vengano dalla pesca di qualcuno – di Prodi? – ma non riesco ad immaginarmi un Prodi pescatore di sardine. Sta di fatto che il proliferarsi delle manifestazioni sardinesche dall’un capo all’altro del Paese fa pensare che già qualcuno stia cercando di approfittarne e siccome il movimento è dichiaratamente anti Salvini, questo qualcuno è il Pd. Non sarà Prodi, non sarà Bersani, non sarà Cuperlo; ma qualcuno ci sarà dietro, davanti o a lato. Solo che, per quante giravolte facciano, difficilmente potranno far cambiare orientamento ad un Paese che ha grosse emergenze e grossi problemi da affrontare e risolvere.

 

domenica 24 novembre 2019

Dopo i grillini, le sardine; e poi?




Pur di fare un dispetto a Salvini i media italiani, democratici e antifascisti, fanno di tutto. La Gruber di “Otto e mezzo” ha invitato la sera di sabato, 23 novembre, una certa ragazzuola, il cui nome non ricordo più bene – Sparacino? – presunta leaderina del movimento delle sardine. Appariva civettuola e sapientina, di che cosa non si sa, dato che non riusciva a fare nessun riferimento che fosse riconducibile ad un concetto politico. I tanti pearcing che portava alle orecchie erano surrogati del nulla. La Gruber se la coccolava come preziosità assoluta e la difendeva dal giornalista Borgonovo de “La Verità”, il quale invece faceva ragionamenti concreti e chiedeva risposte manco se si fosse trovato di fronte ad una come la Thatcher.
Capisco la Gruber; e capisco anche Fabio Fazio che alla puntata di domenica, 24 novembre, a “Che tempo che fa”, ha invitato l’eroina tedesca Carola Rackete, quella che violò il blocco navale italiano pur di far passare la nave dei migranti e farli sbarcare.
C’è in corso in Italia una sorta di campagna anti-odio. Cosa buona è! Ma se vado sul dizionario della lingua italiana del De Mauro, alla voce “odioso” trovo scritto: “che suscita sentimenti di odio e di ostilità”. Dunque ci sono gesti che provocano odio. Come si può, allora, essere contrari all’odio quando lo si produce? Non si chiede Fazio se quell’invitare una persona come la Carola possa suscitare in una buona parte degli italiani sentimenti di odio e di ostilità? Non se lo chiede, anzi lo fa apposta, perché il suo obiettivo è di provocare a chi non la pensa come lui un colpo di sdegno, di ira e di…odio, per poi denunciarlo. Ah, dimenticavo, c’è l’audience, ma in casi simili la riterrei secondaria.
Esigenze giornalistiche a parte, che pure hanno la loro importanza, nei due casi, ma si può estendere ad altri, si coglie una deliberata volontà da parte dei conduttori impegnati e militanti di strumentalizzare propagandisticamente persone e fatti contro Salvini. Il mostro, che i più attenti e subdoli suggeriscono di non chiamare fascista ma pericoloso demagogo. Forse perché hanno capito che scomodare il fascismo potrebbe essere controproducente, dato l’immarcescibile fascino che il “male assoluto” esercita ancora sulle folle.
Ci si mettono anche i preti. Il cardinale Zuppi di Bologna ha pubblicato un libro intitolato “Odierai il prossimo tuo”, ovvio non un suggerimento ma un allarme antifrastico, come a dire “non lo devi odiare”. Ma i preti, in fondo, fanno il loro mestiere; solo che farebbero bene, ogni tanto, a chiedersi: e se accogliessimo tutti quelli che vengono da noi, che accadrebbe? Forse se lo chiedono pure, ma confidano nei cattivi alla Salvini, i quali troverebbero sempre il modo di impedirlo. Perché c’è anche questo nell’eterna lotta tra chi predica il bene a prescindere, come i preti, e chi è costretto dalle necessità della vita a compiere azioni rubricabili come “male”: questi ultimi con le loro azioni consentono ai primi di farsi belli e continuare a predicare bene.
Qualche prete, però, la fa di fuori. Don Massimo Biancalani, parroco nella chiesa di Vicofaro a Pistoia, appena dopo messa ha invitato i fedeli a cantare Bella ciao, iniziando lui ad intonarla. Immagino che lo abbia fatto pure lui per combattere l’odio. Strano modo di predicare l’amore mentre di fatto si produce odio. Ci sarà pure una differenza tra Bella ciao e Tu scendi dalle stelle, o no? Ci sarà pure una qualche differenza tra la casa di tutti, quale la chiesa è, è una sezione di partito, cioè di una parte di gente, o no?
Ora, sembra che in pochi giorni il movimento cosiddetto delle sardine, il sardinismo, possa essere la soluzione, l’antidoto al mostro. Ne abbiamo viste tante, ma tante, da non venirci più neppure di scrollare le spalle. I girotondi di qualche anno fa dovevano far riaccendere la spenta sinistra e recuperare il primato perduto. Poi venne il Popolo viola con altrettante intenzioni rigeneratrici. Non successe niente, perché la politica non la fanno quattro istruiti brontoloni andando a passeggio e giocando ai girotondi. Dopo sono arrivati i grillini, che sembravano assai più pericolosi, figli dei vaffanculo di un comico rancoroso per essere stato snobbato dal suo partito, quel Pd, col quale oggi vorrebbe fondersi. Già, proprio così. I grillini nati per annientare il sistema, di cui il Pd è perno, ora si stanno prodigando per salvare, proprio loro, quel sistema.
Queste sardine – ma non mancano neppure le scorfane – si sospetta vengano dalla pesca di qualcuno – di Prodi? – ma non riesco ad immaginarmi un Prodi pescatore di sardine. Sta di fatto che il proliferarsi delle manifestazioni sardinesche dall’un capo all’altro del Paese fa pensare che già qualcuno stia cercando di approfittarne e siccome il movimento è dichiaratamente anti Salvini, questo qualcuno è il Pd. Non sarà Prodi, non sarà Bersani, non sarà Cuperlo; ma qualcuno ci sarà dietro, davanti o a lato. Solo che, per quante giravolte facciano, difficilmente potranno far cambiare orientamento ad un Paese che ha grosse emergenze e grossi problemi da affrontare e risolvere. Lo vedono tutti che da una parte c’è il carnevalismo giocoso dei nullapensanti – di politico, s’intende! – e dall’altra la gente che lavora e produce e che su famiglia, nazione e società ha le idee molto chiare.

mercoledì 20 novembre 2019

Non c'è ragione di osteggiare gli ebrei




Davvero non riesco a capire perché ancora oggi ci siano tanti italiani di destra che si ostinano a discriminare e insultare gli ebrei, come se avessero un bisogno compulsivo di colpire un bersaglio, a prescindere da ogni motivazione. Eppure la storia del fascismo, a cui questi italiani guardano con simpatia, a proposito degli ebrei, parla chiaro. Escluso l’obbrobrio delle leggi razziali, tra fascismo ed ebrei ci sono interessanti connessioni empatiche.
“Il Popolo d’Italia”, il quotidiano fondato da Benito Mussolini il 15 novembre del 1914, aveva sotto la testata la scritta in un primo momento “quotidiano socialista”, successivamente “quotidiano dei combattenti e dei produttori”. Ora, lasciamo il primo periodo, quando Mussolini si sentiva ancora un socialista e pensava di rivolgersi ai suoi vecchi compagni. Il giornale, quando si riconobbe una più chiara coscienza di identità e di collocazione, sottotitolò la testata con la scritta che faceva riferimento a due categorie sociali ben precise: “combattenti” e “produttori”. Ad essi Mussolini si rivolgeva per dare inizio alla sua impresa politica. Non c’è fascista, che tale venga considerato o che tale si consideri, che ancora oggi non condivida la vicinanza a combattenti e produttori o che in essi non si riconosca.
Nel fascismo, fin dalla prima ora, come è noto, ci furono molti ebrei. Erano ebrei italiani, ma non per questo meno ebrei o meno italiani di altri. La stessa amante e ninfa egeria di Mussolini, Margherita Sarfatti, era ebrea. Averli perseguitati fu un tragico errore oltreché un’ingiustizia colossale, dato che essi avevano dato un contributo notevole sia al Risorgimento italiano, sia alla Grande Guerra e sia all’avvento del Fascismo. Lo stesso Giorgio Almirante, che era stato segretario di redazione del periodico razzista “Difesa della Razza” e poi capo di gabinetto del Ministero della Propaganda a Salò, riconobbe l’errore in più di un’occasione e lo argomentò nel suo libro “Autobiografia di un fucilatore”.  
La storia degli ebrei, dalle origini allo Stato d’Israele, è una storia di combattenti e di produttori. Ovunque si siano trovati a risiedere essi hanno fatto la ricchezza del paese ospite. E’ vero che nella storia sono stati sempre perseguitati, per via di certi loro comportamenti ritenuti odiosi, che sarebbe troppo lungo in questa sede elencare e spiegare, ma è altrettanto vero che persecuzioni ed espulsioni sono state sempre l’inizio di impoverimento di quei paesi che le hanno praticate nei loro confronti. Tanta borghesia della Mitteleuropa era ebrea. L’Europa stessa senza gli ebrei non è riconoscibile.
Ne consegue che per i fascisti italiani, che tali vengano considerati o che tali si considerino, gli ebrei, in quanto combattenti e produttori, non possono che essere ammirati. La loro democrazia è una sovrastruttura, per dirla con Carlo Marx, perché essi non possono prioritariamente che combattere e produrre. E’ il loro vivere, la democrazia è il loro filosofari.
Perché, allora, chi ama lo spirito del combattente e del produttore, come i fascisti dicono di amare,  tratta gli ebrei come dei nemici, come dei diversi, come dei pericolosi sovvertitori della propria civiltà da perseguitare? In che cosa gli ebrei si differiscono dagli altri europei? Non vivono essi nei paesi europei da bravi e laboriosi cittadini? Non hanno trasformato essi in pochi anni un pezzo di deserto in uno Stato democratico sul modello occidentale come lo sono in Europa l’Italia, la Francia, la Germania e tanti altri? Non costituiscono un unicum nella loro regione abitata da popoli islamici a regime dittatoriale?
Sugli ebrei gravano irrazionali sentimenti di invidia e di gelosia. Sono loro invidiati il successo e la ricchezza, l’intelligenza e la tenacia, la perseveranza nel perseguire un obiettivo che è di progresso e di miglioramento in ogni settore. Ebrei sono stati e sono tanti banchieri e imprenditori, scienziati e filosofi, scrittori e artisti, professori d’università e ricercatori; essi eccellono in virtù proprio di una volontà superiore, intellettuale e caratteriale, che li spinge all’impegno estremo.
Io non credo che per fermare l’odio antisemita occorrano leggi speciali e commissioni a presidio. Nei loro confronti c’è un odio di origine e alimentazione islamica, nei confronti del quale gli europei cristiani poco o nulla possono fare, oltre l’applicazione delle leggi vigenti in ciascun paese. Ma l’odio che proviene dall’estremismo di destra, o diversamente chiamato fascista, è del tutto ingiustificato, anzi assurdo. Non in ragione di considerazioni umanitarie – anche, evidentemente! – ma perché gli ebrei sono – starei per dire – dei buoni “fascisti”, sono dei buoni italiani, sono dei bravissimi professionisti, degli ottimi imprenditori e uomini di studio, di scienza e di affari. Gli italiani di destra non dovrebbero disprezzarli, ma ammirarli e considerarli della loro famiglia politica e sociale.

martedì 19 novembre 2019

Vittorio Feltri e l'Alto Adige: bastonato dalle donne




Chi ha assistito all’ennesima indecorosa performance di Vittorio Feltri domenica sera, 17 novembre, a “Non è l’Arena” di Massimo Giletti, ha provato non solo il consueto disgusto per il turpiloquio che questo signore usa impunemente a tutte le ore e a tutte le trasmissioni, ma anche alla sua impensabile sortita filoaustriacante sull’appartenenza dell’Alto Adige, altrimenti detto alla tedesca Südtirol, in polemica con due signore, le onorevoli Michela Biancofiore e Nunzia De Gerolamo, che ne difendevano l’italianità. Una cosa inimmaginabile.
Come può uno che ha diretto per anni “il Giornale” di Forza Italia, dando un contributo notevole al neonazionalismo, al successo di questo partito e dei suoi rappresentanti, contro ogni ragionevole posizione argomentativa, difendere l’assurda pretesa di dover cedere una parte del territorio italiano ad un paese straniero? All’Austria, poi!
Le due onorevoli signore, in un primo momento con molto garbo, poi con forza, cercavano di convincere Feltri di essere in errore nel difendere la consigliera regionale altoatesina Eva Klotz della Südtiroler Heimatbund, la quale insiste nel sostenere che l’Alto Adige è terra austriaca, che lei non si sente italiana ma austriaca e che pertanto l’Alto Adige va restituito all’Austria. Per Feltri la Klotz, figlia di un terrorista altoatesino, ha ragione quando mette in essere provocazioni contro persone, luoghi e oggetti italiani. Alle rimostranze della Biancofiore, che ricordava a Feltri che l’Italia aveva vinto una guerra, questi rispondeva che erano “cazzate”, che la successiva invasione degli italiani dell’Alto Adige era insopportabile e la mandava “regolarmente” affanculo.
Ora, va bene che in Italia, per il quieto vivere si fa tutto e all’occorrenza più di tutto. Lasciamo stare la Klotz, che sarà pure italiana per lo stato civile, ma è austriaca di sangue (si può dire?). Ma che per Vittorio Feltri la Grande Guerra sia stata una cazzata è davvero enorme. Che lo dica in una trasmissione assai seguita in tutta Italia in un orario di massimo ascolto è ancor più grave e dimostra la tracotanza di un soggetto impunito che a questo punto è indegno di essere considerato cittadino italiano. Come scusarlo, che era ubriaco o peggio?
Non si sono ancora spenti gli echi della celebrazione del Centenario della Grande Guerra che un italiano, non uno qualsiasi, appena uscito da un’osteria, ma un direttore di diversi quotidiani a tiratura nazionale, con notevole incidenza mediatica su una gran parte del pubblico italiano di destra, si permette di offendere il Paese nella sua globalità, nelle sue memorie e nei suoi sentimenti più sacri. Considera invasione il trasferimento legittimo di alcuni italiani che hanno liberamente deciso di andare a vivere e a lavorare in quella terra italianissima fino a prova contraria.
Non vogliamo fare retorica e, per comodità di ragionamento, consideriamo sobrio Feltri. E, allora, gli chiediamo: ci vuole tanto a capire che a torto o a ragione quando si conclude una guerra di tali dimensioni occorre per forza accettarne i deliberata? L’Italia, che la successiva guerra l’ha persa, ha dovuto cedere l’Istria e la Dalmazia in maniera anche drammatica e per certi aspetti criminale. Il popolo italiano se n’è fatto una ragione ed oggi in quei luoghi, che ancora “parlano” la nostra lingua e che esprimono la nostra civiltà, si vive bene, d’amore e d’accordo fra confinanti. Feltri non lo capisce questo? Deve avere grossi problemi allora questo signore, che è tenuto ancora a dirigere un quotidiano, che si propone ogni giorno ai lettori italiani “gratificandoli” il più delle volte del suo rosario di parolacce e di cafonate, di ostentato disprezzo per il restante mondo dei derelitti. Tali considera tutti quelli che non hanno come lui il suo status economico e sociale.
Invano ho cercato nei giornali del giorno dopo qualche presa di posizione, niente! E, invece, bisognerebbe incominciare a non far passare mai lisce offese simili. Quanto meno il Presidente della Repubblica dovrebbe trovare il modo di far giungere a questo signore e all’Ordine dei Giornalisti lo sdegno di tutto il popolo italiano. Dimostrare a lui e a quanti come lui dovessero abbandonarsi a simili stravaganti nefandezze che ci sono dei limiti oltre i quali non è più questione di libertà di pensiero ma di come si può pensare la propria libertà e quella degli altri, incominciando ad avere rispetto del proprio Paese e della sua Storia.