venerdì 25 ottobre 2019

Grillo: voto agli anziani no, ai sedicenni sì




Rivoluzioni grilline. Il grillismo si sta rivelando sempre più un impasto di becerume popolare furbo e irresponsabile, accolto da una caterva di infingardi che ipocritamente si nascondono dietro virtù volterriane. C’è perfino gente che ritiene Grillo una risorsa della democrazia. Ci sono esperti, perfino accademici, che si sono autopromossi a suoi esegeti e spiegano puntualmente le sue stronzate come una volta i filosofi spiegavano il concetto di sostanza e i giuristi quello di sovranità.
Grillo è partito una ventina d’anni fa come comico con vocazione politica. E fin qui nihil novi. Da che mondo e mondo i comici battono sempre quella strada. Qui i fessi sono a piantagioni, ha pensato. Evviva, quando è tempo si miete! Infatti, puntualmente ripreso dai media e diffuso, è diventato propositivamente politico, in un crescendo di violenza e volgarità. Ne è nato un movimento, cosiddetto Cinque Stelle, che ha conquistato il consenso degli italiani ed è andato al potere. Le sue orde, che avrebbero dovuto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno all’olio si sono fatte sardine pur di starci dentro. Luigi Di Maio, sedicente capo ma è solo in seconda e più tempo passa scala, dice: siamo postideologici, stiamo con chiunque pur di stare. Avesse avuto un po’ più di scuole avrebbe detto Hic sumus et hic manebinus optime, come era uso quando i politici di un certo livello occupavano il posto che ora occupa lui. Ma il senso lo ha reso benissimo anche con parole sue. Dice che sarà al governo per altri dieci anni, con chiunque, more meretricio, pur di stare. Lui dice: per fare. In realtà per gestire il potere, pur non avendo né arte né parte. I grillini stanno nei ministeri come in automobili che vanno da sé.
Se cinque stelle vuol dire cinque questioni o cinque temi, il numero è riduttivo. In Italia temi e questioni sono più numerosi delle stelle di Negroni. Un cielo di stelle! Ma a parte la dimensione vera dei mali che ci sono nel nostro paese, le stelle grilline dovrebbero essere almeno sei. La sesta sono loro, il loro capo, la loro incompetenza, la loro ottusa e inconsapevole prevaricazione.
Quel potere, così violentemente attaccato da Grillo, si sta rivelando lo stesso di sempre e chi prima lo attaccava, sia pure in maniera sconcertante, oggi non sa che fare. Non resta loro che dire apertamente: scusate, abbiamo sbagliato, siamo come tutti, coi vaffanculo rovesciati, o fingersi totalmente scemi. Grillo ha scelto una via di mezzo, offrendo di sé l’equivoca raffigurazione di un rimbambito ad angolo giro. Oggi si finge fesso. E che altro può fare, dopo i disastri che ha provocato?
Fra le ultime trovate del vecchio buffone, ormai agli sgoccioli del compos sui, due fanno davvero pensare quanto ingiusta fosse la società di un tempo che per molto meno internava in manicomio dei poveretti. Una, travestitosi da jocker ha fatto l’elogio del caos e poi quasi subito dopo ha lanciato la più stravagante delle stronzate. Due, ha detto che bisognerebbe togliere il voto agli anziani, dato che essi non sanno vedere oltre se stessi, dimenticandosi, fra l’altro, di controllare la sua carta d’identità. C’è un rapporto tra l’elogio del caos, il voto ai sedicenni e l’esclusione dal voto degli anziani? E’ innegabile.
Il caos è stata la solita provocazione di Grillo per introdurre la proposta. Ora se è il caso o meno di dare il voto ai sedicenni ci sta pure che se ne parli; proporre di toglierlo agli anziani è da codice penale e da pedate con scarpe chiodate in culo, come quelle con cui una volta Palmiro Togliatti voleva prendere Alcide De Gasperi.
Grillo in buona sostanza propone di abolire il suffragio universale, violando tutte le dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino di tutto il mondo, compresa la Costituzione italiana. Essa già agli artt. 2 e 3 riconosce “i diritti inviolabili dell’uomo”, tra questi il diritto di voto, che l’art. 48 così precisa: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. […] Il diritto di voto non può essere limitato”. Quale democrazia può oggi negare il suffragio universale senza negare se stessa e far precipitare la società a tempi d’antico regime?
Ma c’è un altro aspetto dell’incredibile trovata grillina, quello del razzismo. Se è razzista il tifoso che allo stadio alza il braccio al saluto romano o fa buu al calciatore nero della squadra avversaria, se è razzismo offendere o burlarsi di un diverso, che cosa è la proposta di togliere il voto a milioni di cittadini solo perché essi hanno raggiunto una certa età? Ecco, Grillo vuole mettere un limite ad un diritto che la Costituzione impedisce espressamente (art. 48).
Eppure nessuno si allarma, nessuno chiede interventi dall’alto, dove risiede la vigile scolta della Costituzione. Sembra che valga il criterio di chi uccide: ucciderne uno è assassinio, ucciderne cento in guerra è un atto di eroismo, meritevole di medaglie. Così in politica: negare un diritto ad una persona è reato, negarlo a centinaia e a milioni è una proposta intelligente.
Si vuole passare dai Consigli degli Anziani di una volta ai Consigli dei Cachielli oggi. Un’involuzione che lasciata scorrere come processo normale, addirittuta progressivo verso un presunto miglioramento, finiremo per doverci affidare all’intelligenza artificiale dei robot. Una prospettiva sicuramente da preferire a quella di Beppe Grillo. 

domenica 13 ottobre 2019

Il governo del come fare i soldi



Tra le stravaganti ragioni che avrebbero indotto Matteo Salvini a farsi protagonista di una delle meno comprensibili crisi di governo che si siano mai verificate in Italia ce n’è una che lascia ancor più perplessi. Si è detto che Salvini ha avuto paura di affrontare la manovra economica di fine 2019, annunciata da tutti come il momento della verità di un governo, 5S-Lega, che aveva speso moltissimo per Quota 100 e Reddito di Cittadinanza ed ora non sapeva come trovare 23mld per evitare l’aumento dell’Iva. Salvini, insomma, se la sarebbe fatta sotto e avrebbe preferito filarsela per non affrontare una situazione che sembrava proibitiva.
Francamente è una spiegazione troppo infantile e spicciativa, benché tra i suoi sostenitori ci fosse uno come Massimo Cacciari, fine pensatore ed esperto amministratore, essendo stato sindaco di Venezia. Intanto il governo non era formato dal solo Salvini e del successo o dell’insuccesso della manovra ne avrebbero risposto collegialmente. E poi, davvero il governo Conte “uno” sarebbe stato meno abile del governo Conte “due”? Ne dubitiamo.
Giuseppe Conte, appena dopo il varo del suo nuovo governo, quando ancora aveva il vestito del precedente, è uscito in televisione e ha annunciato di aver trovato i 23mld di euro per scongiurare l’aumento dell’Iva. Era come uno che si era allontanato per cercare un oggetto smarrito e, avendolo ritrovato, lo annunciava trionfante e felice. Eureka!
E’ venuto spontaneo di pensare: ma dove cazzo li ha trovati 23mld, dove li aveva? In realtà i soldi ancora non esistevano, esistevano i rubinetti dai quali farli scorrere. Da che mondo è mondo, monarchie o repubbliche, dittatori o democraticissimi presidenti, quando lo Stato ha bisogno di soldi i suoi responsabili ricorrono alle tasse, aumentando le vecchie e inventandosene di nuove, fino alla patrimoniale, che di tutte è la più diretta e odiosa. Essa, infatti, colpisce il patrimonio immobiliare e finanziario dei cittadini, indipendentemente da quanto essi guadagnino col proprio lavoro. Lo fa in maniera brutale, semplicemente prendendosene una parte in percentuale, come fanno rapinatori e scippatori. I politici sanno che parlare di patrimoniale non conviene per non perdere il consenso dei ceti medi, quelli che nel bene e nel male in Italia sono elettoralmente decisivi. E quando non possono fare a meno dal ricorrerivi la chiamano diversamente. In Italia, per esempio, di patrimoniali ce ne sono già due, c’è l’Imu e c’è l’imposta di bollo.  
Dove Conte avrebbe dunque trovato i 23mld per scongiurare l’aumento dell’Iva? Probabilmente i suoi esperti ricercatori di soldi “nascosti” erano già a lavoro per mettere insieme se non proprio tutti i 23mld almeno la gran parte, in modo da potergli far dire vittorioso: ce l’abbiamo fatta. In realtà questi soldi non erano in nessun cassetto ma erano nei rubinetti dai quali farli scorrere, ovvero le tasche degli italiani. Ci sono imposte e imposte, ci sono tasse e tasse. Il non aver aumentato l’Irpef e alcune altre tasse più immediatamente percebili non significa aver rinunciato a tutta una serie di prelievi, che altro non sono che le inflazionatissime mani nelle tasche dei cittadini. Se ne sono sentite tante in proposito: tasse sulle merendine, tasse sui telefonini, tasse sui biglietti d’aereo, aumento del prelievo fiscale dalle vincite dei giochi di Stato e via cercando e ricercando. Alla fine i cittadini saranno tartassati; e quel che non pagano a olio pagano a grano, secondo un vecchio modo di dire popolare.
Si dirà: sempre meglio che l’aumento dell’Iva, che avrebbe provocato guasti più seri all’economia. Sì, ma non dite, signori politici, con insistenza psittacistica, “non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”, perché dirlo non è solo una bugia ma un’offesa all’intelligenza della gente. Il cittadino fa presto ad accorgersi che i conti alla fine non quadrano.
Il guaio è che queste tasse non saranno sufficienti a risolvere il problema, perché comunque sempre di danaro promesso si tratta. E’ come una volta facevano certi agricoltori che compravano e s’indebitavano promettendo ai creditori che avrebbero pagato alla raccolta. Lo Stato non ha i soldi, prevede che li possa raccogliere. Il governo, perciò, ha bisogno di avere credito in Europa; ha bisogno cioè di poter pagare non coi soldi ma con altre cambiali, probabilmente da rinnovare alla scadenza. Il vento europeo ora volge in suo favore, sono tutti di “famiglia” sinistrorsa. Ci si augura che quel vento possa volgere anche in favore dei cittadini, anche di quelli incazzatissimi con Salvini.

giovedì 19 settembre 2019

Di Battista: Robin Hood o don Chisciotte?




Alessandro Di Battista ha postato su fb una dura filippica contro il Pd, che, a prescindere dalla condivisione o meno, in tutto o in parte, riapre la questione del Movimento 5 Stelle, del governo Conte bis e dell’uscita di Renzi dal Pd, dove il furbastro ha lasciato diversi suoi “pali”. Renzi si è comportato alla grande: ha messo in sicurezza Parlamento e Governo e poi ha fatto le parti: questo a me e questo a te al povero Zingaretti, che continua a dire di non aver capito.
Di Battista, invece, ha capito perfettamente. Ha detto che il Pd è il partito più ipocrita d’Europa, con cui mai e poi mai i grillini avrebbero dovuto allearsi. E’ un soggetto politico del quale non fidarsi. Considera questo partito il vero responsabile del degrado della politica italiana. Ricorda che il M5S è nato con una funzione storica, quella di annientare il sistema di cui il Pd è centrale. Non vuole destabilizzare – dice Di Battista – ma intanto mena botte da orbi. Che in lui ci sia anche, consapevolmente o inconsapevolmente, la delusione per le mancate elezioni anticipate, che gli avrebbero permesso di rientrare in Parlamento, è comprensibile. Ciò non sminuisce il suo attacco.
Quali conseguenze potrà avere nel Movimento questa autentica spedizione punitiva in perfetto stile squadristico, ancorché Di Battista sia un solitario cavaliere senza macchia e senza paura?
Domani, 20 settembre, i grillini voteranno sulla piattaforma Rousseau se essere o meno d’accordo sulla proposta del loro capo politico, Luigi Di Maio, neo ministro degli Esteri, di candidare in Umbria per il Presidente della Regione uno o una della società civile in concorso con quanti vorranno unirsi alla sua elezione (patto civico). In parole povere, la proposta di Di Maio è la stessa lanciata giorni fa da Zingaretti e in un primo momento respinta da Di Maio. Ora l’ha fatta sua con qualche variante e chiama i suoi ad esprimersi. Sorvoliamo sull’appropriazione indebita della proposta. Di Maio può sempre dire che non è la stessa, che quella di Zingaretti era politica e che la sua è civica. La sostanza non cambia: si cerca la fusione degli elettorati. Addio diversità grillina!
Perché è importante quanto ha detto Di Battista sul Pd? Per la sua novità? Nient’affatto! Di Battista dice queste cose da sempre. A dire il vero, queste cose le hanno sempre dette i grillini, tutti i grillini Ma ora tutto è cambiato. Nicola Morra, il presidente della Commissione Antimafia, ha ribadito che effettivamente il Pd è il partito più ipocrita, ma l’alleanza con lui l’hanno voluta i grillini. Essi dicono di non essere né di destra né di sinistra e che perciò possono stare con chi è di destra e con chi è di sinistra, indifferentemente. Con gli ipocriti pure? Evidentemente sì, purché i grillini facciano le cose che da sempre intendono fare. Ma intanto ieri i loro destri-sinistri hanno negato l’arresto del deputato Sozzani di Fi. E, allora, come la mettiamo? Se continua così, e non c’è davvero di che convincersi del contrario, i grillini finiranno per essere testimoni volontari del perpetuarsi della solita politica democristiana e postdemocristiana, di cui il Pd è simbolo e sostanza.
Lo stesso Grillo dovrà prendere atto che il Movimento non è proprio tutto votato a contrastare Salvini, che a fronte dei veri nemici, quelli del Pd, è uno col quale si è anche governato per quasi un anno e mezzo e realizzato cose nient’affatto scontate.
Grillo sarà costretto a riconoscere che Di Battista ha ragione, salvo che non abbia lui stesso decretato la fine del Movimento. Cosa non del tutto peregrina, se si pensa che il Movimento è nato da una sua arrabbiatura quando gli fu impedito di partecipare alle primarie del Pd un po’ di anni fa. Una specie di odio-amore il suo: odio per un po’ di anni finché non si è preso la rivincita ed oggi amore ritrovato. Lo scopo di impedire a Salvini di “impadronirsi” dell’Italia con “pieni poteri” è in realtà una colossale bufala, che non regge ad un minimo di raziocinio. Non dimentichiamo che Grillo più volte si è espresso contro l’immigrazione in termini salviniani e peggio. Ora, improvvisamente, è diventato evangelico. Non sarà che stia facendo di tutto per salvare il figlio dall’accusa di stupro?
Ora, se la sortita di Di Battista non è una voce nel deserto, domani i grillini dovrebbero sotterrare la proposta di Di Maio sotto una valanga di NO. Se invece passerà anche questa, come probabilmente accadrà, vuol dire che il Movimento non c’è più come la pancia dopo una cura dimagrante e che Di Battista è un incastigato ex missino, per eredità paterna, ancora convinto che in Italia le cose possano veramente cambiare. L’eterno destino di chi si crede un Robin Hood e finisce per essere un don Chisciotte!

mercoledì 18 settembre 2019

Lo Stato del Grillo...il Marchese




I sostenitori della democrazia parlamentare, dal suo pontefice massimo ai sacerdoti ai diaconi ai sagrestani ai chierichetti alle perpetue, dovrebbero spiegare agli italiani com’è possibile che un partito, in questo caso il Pd, perda le elezioni e poi si ritrovi al governo nazionale; e perfino ai massimi livelli delle istituzioni europee: presidenza del parlamento (Sassoli) e commissario per l’economia (Gentiloni). Un trionfo assoluto, neppure se avesse stravinto le elezioni.
Non si suoni il disco graffiato che in una democrazia parlamentare le maggioranze si fanno in Parlamento e finché è possibile farne una non si va a nuove elezioni. Questo l’abbiamo capito tutti. Non è il meccanismo che non si capisce, del resto abbastanza chiaro; quel che non si capisce è come si continui a considerare democratico un processo che porta al rovesciamento della ratio stessa della democrazia, secondo la quale chi vince governa, chi perde sta all’opposizione. Qui siamo in presenza di una situazione rovesciata: chi ha vinto è all’opposizione, chi ha perso governa. Se tanto ci dà tanto si è autorizzati a pensare che forse qualcosa in questa democrazia o negli uomini che la rappresentano non va. E forse sarebbe il caso di rivedere alcune cose dell’una e degli altri. Partiamo prima di tutto dalla comprensione del fenomeno.
In buona sostanza non è un partito che oggi è al governo, nonostante abbia perso le elezioni, mi riferisco al Pd, ma il cosiddetto establishment, cioè quell’insieme di élite che dominano nei vari settori del Paese, che quel partito ha egemonizzato e inglobato. Parimenti ha fatto l’establishment nel momento in cui, accorgendosi che il Pd non è più sufficiente, ha egemonizzato e inglobato il M5S, che pure era nato espressamente contro di lui e che nel 2013 aveva resistito alle sue lusinghe. Il Moloch ha avuto ancora una volta ragione dei suoi apprendisti stregoni che volevano scalzarlo.
L’establishment è il vero “partito dello Stato”, una sorta di partito “unico”, che per fas et nefas si perpetua al potere. Così Ernesto Galli della Loggia ce lo spiega in un suo articolo sul “Corriere della Sera” del 12 settembre, Il Paese dei trasformismi: “Sotto l’etichetta della «difesa della Costituzione» i Democratici sono diventati … il vero partito delle élite  della penisola, quello che ne raccoglie in misura maggiore il consenso elettorale (basta vedere come votano i quartieri bene delle grandi città). I Dem sono il partito dell’europeismo ortodosso e dell’atlantismo ufficiale, di tutte le magistrature, dell’alta burocrazia, della «Civiltà cattolica» e delle altre gerarchie della Chiesa, dei «mercati», del vasto stuolo dei professionisti della consulenza e degli incarichi pubblici ad personam, dei vertici dei sindacati, delle forze armate e degli apparati di sicurezza, nonché  dell’assoluta maggioranza di coloro che operano nel settore dell’elaborazione delle idee e del consenso (letterati di successo,  accademici con ambizioni più ampie, giornalisti, pubblicitari, gente del cinema, addetti di rango alla comunicazione di ogni tipo). In senso proprio può dirsi che oggi il Pd è per antonomasia il «partito dello Stato»”.  E ancora: “Ovviamente il «partito dello Stato» e dell’establishment non può che avere un rapporto particolare con il capo dello stesso”, che è “da molti anni il vero dominus incontrastato (anche perché di fatto incontrastabile) di tutte le dinamiche politiche oltre che in vari modi dell’accesso alle maggiori cariche pubbliche”.
Basterebbe questo per rendere chiaro quanto è successo con la formazione del secondo governo Conte. Ma c’è un’obiezione importante da fare: questo partito non vince le elezioni, vince il dopoelezioni. E se le vince vuol dire che usa tutti i suoi potentissimi strumenti per vanificare la volontà del popolo. Un fatto grave, tanto più grave quanto più si rifletta sul fatto che il vecchio establishment, quello che s’incardinava nella Democrazia cristiana, le elezioni le vinceva regolarmente. Questo non riesce a vincerle in alcun modo, né regolarmente né irregolarmente. Questo le perde sistematicamente e non se ne preoccupa, tanto al potere va lo stesso, provvede Moloch a mangiarsi gli avversari, ancorché vincenti. Essi, infatti, vengono volta per volta delegittimati in nome dell’antifascismo e messi da parte. Quando nell’establishment parlano della destra, oggi leghista e salviniana, ieri forzista e berlusconiana, l’altro ieri missina e almirantiana e domani pincopalloniana, gli spaventatori di professione non parlano mai come di una normale forza politica che si avvicenda nella conduzione del Paese, ma come di Annibale alle porte di Roma, dei Turchi alla marina di Otranto, come di una catastrofe imminente. Questi signori non escludono concettualmente la destra, ma non sono mai della destra che c’è. Ricordate Montanelli? Diceva: io sono di destra, ma non di questa riferendosi a  quella reale.
Nelle due circostanze in cui la destra nonostante tutto ha raggiunto il potere, con Berlusconi prima e con Salvini dopo, in verità i suoi leader si sono prestati all’indignazione di un’ampia parte del Paese, che, pur riconoscendosi nella loro politica, non ne condivideva i comportamenti personali. Ma questo, lungi dal costituire la sostanza di una politica, riguarda la facciata; dietro ci sono i problemi del Paese, che una classe politica di sinistra cerca di risolvere in un modo e una classe politica di destra cerca di risolverli in un altro. Nessuno che abbia votato Salvini vota Zingaretti per le sconcezze del Papeete o per lo sbaciucchiamento della Madonna. Allo stesso modo non si può delegittimare una parte politica per i comportamenti del suo leader e surrettiziamente stravolgere la volontà del popolo che l’ha eletta, sostituendola con la parte minoritaria e sconfitta del Paese. Non si può applicare la regola dell’uno vale uno ad ogni maggioranza parlamentare. Ci sono maggioranze e maggioranze. Quella che tiene insieme Pd e M5S è una maggioranza numerica, un imbroglio parlamentare pur di non fare elezioni anticipate, che avrebbero aperto le porte ai barbari, come li ha chiamati Grillo il comico. La verità è che aveva ragione un altro Grillo, il Marchese, il quale, rivolgendosi ad alcuni del popolo che non si spiegavano il diverso trattamento della giustizia nei loro confronti, disse: “io so’ io e voi non siete un cazzo”. Lo stesso tra il partito dello Stato e quello del Popolo!

lunedì 9 settembre 2019

Quanto conta il popolo in una democrazia parlamentare




La crisi di governo conclusasi col ritorno al potere del Pd, ormai da anni partito cardine dell’establishment, ha dimostrato quanto conti il popolo in una democrazia parlamentare. Giova ricordare quanto la Costituzione della Repubblica gli riconosce. All’art. 1 si legge che “La sovranità appartiene al popolo”, che è chiamato a votare ogni cinque anni per il rinnovo delle Camere (art. 60) salvo che non accada prima per lo scioglimento anticipato delle stesse (art. 88).
Qui per popolo si vuole indicare più che l’insieme di individui cittadini di uno stato la sua componente di base, le cui aspirazioni attivistiche danno vita al populismo.
Il popolo, dunque, vota, E’ così che esercita la sua sovranità. Quella sua componente populistica può vincere le elezioni, ma non necessariamente va al potere e neppure riesce ad influenzarlo. A volte la sua volontà è prevaricata dalla componente che si riconosce nell’assetto politico-istituzionale, tendenzialmente conservativa. Può accadere che l’establishment, temendo il voto anticipato del popolo, ne impedisce l’esercizio, risolvendo la crisi con una raccogliticcia maggioranza parlamentare. Che – sia detto per inciso – è formalmente corretta, ma quando non lo è altrettanto politicamente si risolve per un fraudolento escamotage antipopulistico.  
Come può accadere? In un sistema elettorale proporzionale o misto, come è oggi il nostro, è possibile che in Parlamento si formi un’alleanza di sconfitti che mette all’angolo chi, pur avendo vinto le elezioni, non è in grado di governare da solo.
La situazione politica italiana, nella circostanza del secondo governo Conte, è arrivata ad un punto limite: la legittimazione di ogni capriola politica pur di trovare i numeri in Parlamento e impedire di votare. Con l’aggravante che a questo si accompagni una politica in controtendenza con quanto indica e chiede il popolo. Oggi, attraverso i sondaggi, si può seguire l’elettorato nei suoi umori e nelle sue tendenze con attendibile riscontro.
Facciamo un esempio per capire. Una delle criticità più forti e insistenti, da qualche anno in qua, è la sicurezza, messa in discussione dall’immigrazione, ossia da quell’invasione lenta e costante che di qui ad una decina di anni potrebbe modificare in maniera decisiva l’Europa e i suoi singoli paesi.
L’establishment cerca di tener calmo il popolo con pietismi e bugie. Che volete che siano poche migliaia di poveri disgraziati a fronte di un paese di sessanta milioni di abitanti? Oppure con scene di toccante umanità, a volte confezionate ad arte: come si può rimanere insensibili di fronte a tanta sofferenza? Un problema biblico, epocale, viene così stemperato in figurine deamicisiane.
E’ chiaro a tutti che alla maggioranza del popolo italiano l’immigrazione non piace. Ha torto? Ha ragione? Non conta: è il popolo!
Populismo e antipopulismo, come si può arguire, non sono affatto ideologie, sono modi di essere e di sentire. Ed è sbagliato associarli sic et simpliciter alla destra o alla sinistra. Tant’è che il popolo si riconosce, a seconda dei tempi e delle problematiche in atto, ora nella destra, ora nella sinistra, ora nel qualunquismo. Nell’immediato dopoguerra il populismo, specialmente quello socialcomunista, era di sinistra; oggi in gran parte è di destra, mentre il M5s ha comportamenti qualunquistici.
I populisti ragionano così: c’è un problema, noi, popolo, indichiamo le nostre istanze dando il nostro voto ad una classe politica di cui ci fidiamo. Quando questa volontà viene disattesa, sia pure con pezze costituzionali e all’insegna di un presunto superiore fine, come può essere l’antifascismo, semplicemente si impedisce al popolo di esercitare il suo potere o la sua influenza.
Ora, è vero che la Costituzione dice al suo art. 1 che la sovranità del popolo va esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ma questo non può giungere mai fino al paradosso di mistificarne l’assunto e di negarne la titolarità, trasferendola dal popolo ad una rappresentanza che del popolo non ha nessuna considerazione. La forma non può mai prevaricare la sostanza; se accade si pone un grave fatto politico. Quando Romano Prodi, campione dell’establishment e principe dell’antipopulismo, dice “una legge elettorale non è fatta per fotografare il Paese, ma per dargli una maggioranza di governo possibilmente stabile” (Corsera del 4 settembre 2019), esprime un pensiero anche condivisibile ma nello stesso tempo tradisce tutta la sua lontananza dal popolo reale: a me non interessa come è fatto il popolo o che vuole, a me interessa il potere “possibilmente stabile”.
Dopo la caduta del primo governo Conte, c’erano due vie: una, prioritaria, cercare una maggioranza politica in Parlamento; l’altra, conseguente, fare elezioni anticipate. L’una e l’altra erano formalmente ineccepibili, ma, mentre la prima era del tutto incentrata sull’establishment, la seconda si ancorava al popolo ed era quella che nella sostanza rispondeva alle istanze del paese. Averla impedita non è stato un colpo di stato, ma un colpo politico, del tutto legittimo dal punto di vista formale, che, però, in sostanza ha impedito ad una parte politica, la populistica, di esercitare un suo diritto, di cogliere un successo nel momento in cui poteva riuscirci. La maggioranza che si è formata in Parlamento non era una maggioranza politica, ma numerica, composta al solo scopo di impedire le elezioni, riconoscentesi unicamente nel comune intento di danneggiare l’avversario.Lo hanno detto loro stessi. Una bravata politica!  Che rischia di produrre non pochi guasti nel sentire democratico della gente, che nelle istituzioni non vede trasparenza e rispetto ma trame e imbrogli.

mercoledì 28 agosto 2019

Un governo di perdenti e di nemici




Il governo Pd-5Stelle, che si è voluto frettolosamente mettere in piedi pur di evitare lo scioglimento delle Camere, è composto da due partiti perdenti e tra di loro acerrimi nemici, che ha l’atto di concepimento da un’accoppiata formidabile di circostanze assolutamente imprevedibili: la minchiata di Salvini di staccare la spina al governo Conte e la furbata di Matteo Renzi di cambiare parere sull’accordo del Pd coi Cinquestelle. Salvini è rimasto intronato dagli effetti dell’improvvida sua stessa sortita, non sa più quello che dice e farfuglia. Renzi invece sa: ho cambiato parere sull’accordo coi Cinquestelle per il bene del Paese impedendo la deriva Salvini nel caso di elezioni anticipate. Legittima motivazione che non esclude, però, l’altra, assai più vera e personale; ha cambiato parere perché le elezioni gli avrebbero fatto perdere il controllo dei gruppi parlamentari del Pd, ora a lui per la gran parte riconoscenti e devoti. Se ci fossero state le elezioni anticipate, questa volta le liste le avrebbe fatte Zingaretti, magari con lo stesso criterio di Renzi; e Renzi sarebbe rimasto fottuto.
Se questo era il governo stabile e di prospettiva, chiesto dal Presidente Mattarella, allora è possibile pure vedere il sole a mezzanotte. Mai in Italia si è visto un accordo così “innaturale”, ma è pur vero che in Italia quando si grida al lupo fascista “si scopron le tombe e si levano i morti”. Onestamente il lupo fascista, inventato dai Dem, ha trovato proprio in Salvini il suo più forte accreditore. Ubriacato da risultati elettorali esaltanti (Europee) e da sondaggi più che promettenti (37%), Salvini è giunto a dire, come un fesso, “voglio i pieni poteri” e si è comportato come quei monarchi orientali di una volta, i quali si concedevano tutto fra bagordi e stordimenti vari. Magari voleva dire una cosa assai più limitata, circoscritta alla sicurezza, dato che spesso per fermare le navi piene di emigranti, entrava in conflitto col ministro dei trasporti Toninelli e con la ministra della difesa Trenta; ma, qualunque cosa avesse voluto dire, l’espressione, oltre che di per sé infelice, si è prestata all’insurrezione generale contro il pericolo fascista, vero o falso che fosse. Lo sdegno nei suoi confronti è aumentato in Italia e in Europa.
Probabile che l’insofferenza contro Salvini e la decisione di mettere in moto qualcosa che lo ridimensionasse o lo mettesse fuori causa abbia avuto inizio proprio di lì, dalla sua incontinenza, di parole e di comportamenti. E’ stato un errore di valutazione il suo pensare che le istituzioni e chi le rappresenta ad ogni livello siano degli appendirobe. Invece hanno un cervello e un cuore e il dovere di intervenire. E’ legittimo perciò pensare che la decisione di buttare giù il governo Conte sia stata in qualche modo indotta.
Negli ultimi mesi Conte era in stretto rapporto col Quirinale, spesso andava a riferire e ovviamente a sentire. Il suo appoggio a Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea, fuori dallo spirito del governo gialloverde, molto probabilmente gli è stato suggerito. Si consideri che l’unico punto di contatto fra i due partiti del governo era il comune sentire antieuropeistico. Eluderlo non poteva essere che una provocazione. Lo stesso Salvini, resosi conto di aver agito precipitosamente, non valutando le insidie che potevano esserci, dopo aver tentato ripetutamente di riallacciare i rapporti coi Cinquestelle, ha sempre più insistito sul ribaltone, che a suo dire era preparato da tempo. E se era preparato da tempo, perché lui non se n’è accorto e non si è preoccupato di vedere da dove e da chi partiva? La verità è che in situazioni del genere si ragiona inevitabilmente su sospetti e supposizioni, cercando tuttavia di ancorarli ad una logica. Salvini non poteva sapere dell’agguato che lui stesso si stava tendendo con le sue mani; ma è pur vero che questo agguato c’era.
Il paese ha dimostrato sempre più insofferenza per il leader della Lega. Lo hanno aspettato dovunque per contestarlo in maniera sempre crescente e pericolosa. Le sue visite alle spiagge del sud, in Campania, in Calabria, in Puglia e in Sicilia si sono trasformate in sollevazioni popolari, con striscioni ai balconi e contestazioni anche violente in piazza.
Se perciò c’è stata una presa di coscienza seguita da alcune iniziative per dire basta a Salvini è del tutto legittima, direi obbligata. Che poi le iniziative per bloccarlo siano passate da comportamenti discutibili dimostra solo che la politica non è tutta quella che si vede e che si sente. C’è un’altra politica, altrettanto forte ed efficace che non si vede e non si sente, ma agisce come quei corsi d’acqua sotterranei che erodono fino ad erompere.
Questo governo, che vede il ritorno del centrosinistra, mentre il Paese si è espresso nelle ultime consultazioni europee e amministrative sempre più decisamente a destra, non ha radici nel Paese; è un governo che non risponde alle aspettative dell’Italia che lavora e che produce. Poi, evidentemente, c’è il popolo, che avrebbe diritto di dire la sua in condizioni di tranquillità e di fiducia nelle istituzioni. Impedirglielo con ragioni o sotterfugi non è un bel fare per la democrazia. Dopo la caduta del governo, sia pure per ciò che è sembrato un capriccio di Salvini, era del tutto scontato che si dovesse andare ad elezioni anticipate. Il rispetto della Costituzione doveva essere solo una presa d’atto formale, essendo evidente che in Parlamento non c’erano le condizioni per trovare una nuova maggioranza politica. E se tanto lo possono smentire i numeri di una maggioranza parlamentare che poi si è trovata, di certo non lo può smentire l’imbroglio di un governicchio solo per impedire che il popolo votasse. 

lunedì 26 agosto 2019

I forni non portano fortuna ai Cinquestelle




La situazione dei Cinquestelle nella circostanza della crisi di governo e della sua eventuale soluzione è apparentemente privilegiata rispetto a quella di altri in quanto ha due possibilità, o accordarsi col Pd o riaccordarsi con la Lega. E’ la politica dei due forni, come si dice con una metafora collaudata fin dalla prima repubblica. Appare tuttavia fatalmente rovinosa. I Cinquestelle, già abbastanza cotti nel precedente forno leghista, potrebbero finire di cuocersi nel forno dem. Fuor di metafora, il M5s ha perso molto della sua carica primigenia, per intenderci dei tempi in cui  umiliava Bersani in streaming, e le sue prospettive oggi sono tali che non può scegliere il bene maggiore ma casomai il male minore. E questo non sta né nell’uno né nell’altro forno, ma lontano dai forni, ovvero nell’affrontare le elezioni subito. Vedrebbe diminuire i suoi voti e i suoi seggi in parlamento, ma potrebbe recuperare una parte di credibilità persa e ricominciare su alcuni punti particolarmente identitari, se così si può dire per un movimento che si è caratterizzato proprio per la sua mancanza di identità. Potrebbe dire al suo elettorato: in quindici mesi abbiamo fatto delle cose buone e degli errori; ridateci la fiducia per dimostrare di saper continuare a fare cose buone e di aver imparato ad evitare gli errori.
L’accordo col Pd nel segno della discontinuità, formula dem, con cambio di premier e abolizione di alcuni provvedimenti in tema di immigrazione e sicurezza, sarebbe per i Cinquestelle come un’ammissione di colpevolezza e di incapacità, confligge con la loro formula, che è di sostanziale continuità. E’ in questo dilemma continuità-discontinuità che si consuma il tentativo di accordo fra il più scafato dei partiti italiani e il più atipico movimento populista.
Perché i Cinquestelle non continuino ad essere colpevoli ed incapaci i Dem propongono loro un governo assieme. Si sa che i Dem si ritengono gli unici “unti” dal signore: loro, i capaci, gli onesti, i puri, sani per sé e curativi per gli altri.
Per i Cinquestelle non dovrebbe essere difficile veder chiaro. Non è passato un secolo, ma appena dieci anni, da quando essi sono nati e si sono affermati proprio contro quelli coi quali oggi potrebbero fare un governo. Se i Dem sono l’acquasanta, il M5s è il diavolo, o viceversa.
Peraltro i Dem non sono cambiati, sono gli stessi di sempre, con un pizzico di spocchia in più in presenza del fallimento del governo degli altri, di quelli che avrebbero dovuto realizzare il cambiamento. Se i Cinquestelle dovessero fare il governo coi loro più ostinati avversari, coi loro nemici storici, finirebbero per suicidarsi, arriverebbero alle prossime elezioni ai minimi termini. La levata di scudi di alcuni loro rappresentanti, Di Battista e Paragone, interessi personali a parte, che pure ci sono, che si oppongono a qualsiasi intesa coi Dem, dimostra come nel Movimento si coltiva ancora l’ambizione della diversità e l’aspirazione a cambiare il paese. Come cambiarlo il paese con chi ha contribuito a renderlo così com’è? Al limite si potrebbe solo risolvere qualche piccolo problema di normale amministrazione. La base, inoltre, si è scatenata contro simile prospettiva.
L’alternativa, tuttavia, non lascia tranquilli. Il riaccordo con la Lega, proposto da una parte dei Cinquestelle, dopo il tornado estivo di Salvini, suscita non poche perplessità. Tutti i no detti dai Cinquestelle diventerebbero dei sì? O la Lega ritirerebbe tutte le sue proposte non condivise? I problemi che c’erano prima della caduta del governo molto probabilmente resterebbero anche dopo. Forse Salvini diventerebbe più prudente e riflessivo e Di Maio starebbe più attento e guardingo. Ma in buona sostanza il nuovo governo gialloverde sarebbe copia conforme al precedente, con qualche ministro sostituito. Ci sarebbe, inoltre, l’ostacolo Conte, che, data la sua avversione alla Lega, avrebbe qualche difficoltà a riproporsi alla guida. Nel suo discorso “catilinario” in Senato del 20 agosto, fra i tanti errori fatti, c’è quello madornale di rompere in maniera anche personale con Salvini e la Lega, dimostrando scarsa dimestichezza con le cose politiche. Mai essere ultimativi in politica.
L’opzione voto anticipato, che è poi la soluzione giusta per tutti, sarebbe per il M5s una via d’uscita importante. E’ vero che si vedrebbe ridimensionato, ma con un bagaglio notevole di esperienze acquisite ed una classe dirigente cresciuta e scaltrita. Ci sarebbe un ricompattamento ed una ripartenza su una base comune ritrovata.
E’ inutile nascondere la confusione che regna oggi nel Movimento coi diversi leader che si dividono su tutto, perfino sull’opportunità di contarsi sulla piattaforma Rousseau per decidere se fare o non fare l’accordo col Pd o se lasciare Conte alla guida di un eventuale nuovo governo.
E’ realistico constatare che dopo l’esperienza governativa il M5s è ridimensionato, non solo nel numero ma anche nella carica propositiva. Sa che non si può governare da soli e che con gli altri occorre fare non un contratto ma un patto politico per riconoscersi su un comune programma di legislatura. In difetto non sarebbe una tragedia, anzi, tornare all’opposizione potrebbe giovare. Ma con l’appreso come viatico!