mercoledì 18 settembre 2019

Lo Stato del Grillo...il Marchese




I sostenitori della democrazia parlamentare, dal suo pontefice massimo ai sacerdoti ai diaconi ai sagrestani ai chierichetti alle perpetue, dovrebbero spiegare agli italiani com’è possibile che un partito, in questo caso il Pd, perda le elezioni e poi si ritrovi al governo nazionale; e perfino ai massimi livelli delle istituzioni europee: presidenza del parlamento (Sassoli) e commissario per l’economia (Gentiloni). Un trionfo assoluto, neppure se avesse stravinto le elezioni.
Non si suoni il disco graffiato che in una democrazia parlamentare le maggioranze si fanno in Parlamento e finché è possibile farne una non si va a nuove elezioni. Questo l’abbiamo capito tutti. Non è il meccanismo che non si capisce, del resto abbastanza chiaro; quel che non si capisce è come si continui a considerare democratico un processo che porta al rovesciamento della ratio stessa della democrazia, secondo la quale chi vince governa, chi perde sta all’opposizione. Qui siamo in presenza di una situazione rovesciata: chi ha vinto è all’opposizione, chi ha perso governa. Se tanto ci dà tanto si è autorizzati a pensare che forse qualcosa in questa democrazia o negli uomini che la rappresentano non va. E forse sarebbe il caso di rivedere alcune cose dell’una e degli altri. Partiamo prima di tutto dalla comprensione del fenomeno.
In buona sostanza non è un partito che oggi è al governo, nonostante abbia perso le elezioni, mi riferisco al Pd, ma il cosiddetto establishment, cioè quell’insieme di élite che dominano nei vari settori del Paese, che quel partito ha egemonizzato e inglobato. Parimenti ha fatto l’establishment nel momento in cui, accorgendosi che il Pd non è più sufficiente, ha egemonizzato e inglobato il M5S, che pure era nato espressamente contro di lui e che nel 2013 aveva resistito alle sue lusinghe. Il Moloch ha avuto ancora una volta ragione dei suoi apprendisti stregoni che volevano scalzarlo.
L’establishment è il vero “partito dello Stato”, una sorta di partito “unico”, che per fas et nefas si perpetua al potere. Così Ernesto Galli della Loggia ce lo spiega in un suo articolo sul “Corriere della Sera” del 12 settembre, Il Paese dei trasformismi: “Sotto l’etichetta della «difesa della Costituzione» i Democratici sono diventati … il vero partito delle élite  della penisola, quello che ne raccoglie in misura maggiore il consenso elettorale (basta vedere come votano i quartieri bene delle grandi città). I Dem sono il partito dell’europeismo ortodosso e dell’atlantismo ufficiale, di tutte le magistrature, dell’alta burocrazia, della «Civiltà cattolica» e delle altre gerarchie della Chiesa, dei «mercati», del vasto stuolo dei professionisti della consulenza e degli incarichi pubblici ad personam, dei vertici dei sindacati, delle forze armate e degli apparati di sicurezza, nonché  dell’assoluta maggioranza di coloro che operano nel settore dell’elaborazione delle idee e del consenso (letterati di successo,  accademici con ambizioni più ampie, giornalisti, pubblicitari, gente del cinema, addetti di rango alla comunicazione di ogni tipo). In senso proprio può dirsi che oggi il Pd è per antonomasia il «partito dello Stato»”.  E ancora: “Ovviamente il «partito dello Stato» e dell’establishment non può che avere un rapporto particolare con il capo dello stesso”, che è “da molti anni il vero dominus incontrastato (anche perché di fatto incontrastabile) di tutte le dinamiche politiche oltre che in vari modi dell’accesso alle maggiori cariche pubbliche”.
Basterebbe questo per rendere chiaro quanto è successo con la formazione del secondo governo Conte. Ma c’è un’obiezione importante da fare: questo partito non vince le elezioni, vince il dopoelezioni. E se le vince vuol dire che usa tutti i suoi potentissimi strumenti per vanificare la volontà del popolo. Un fatto grave, tanto più grave quanto più si rifletta sul fatto che il vecchio establishment, quello che s’incardinava nella Democrazia cristiana, le elezioni le vinceva regolarmente. Questo non riesce a vincerle in alcun modo, né regolarmente né irregolarmente. Questo le perde sistematicamente e non se ne preoccupa, tanto al potere va lo stesso, provvede Moloch a mangiarsi gli avversari, ancorché vincenti. Essi, infatti, vengono volta per volta delegittimati in nome dell’antifascismo e messi da parte. Quando nell’establishment parlano della destra, oggi leghista e salviniana, ieri forzista e berlusconiana, l’altro ieri missina e almirantiana e domani pincopalloniana, gli spaventatori di professione non parlano mai come di una normale forza politica che si avvicenda nella conduzione del Paese, ma come di Annibale alle porte di Roma, dei Turchi alla marina di Otranto, come di una catastrofe imminente. Questi signori non escludono concettualmente la destra, ma non sono mai della destra che c’è. Ricordate Montanelli? Diceva: io sono di destra, ma non di questa riferendosi a  quella reale.
Nelle due circostanze in cui la destra nonostante tutto ha raggiunto il potere, con Berlusconi prima e con Salvini dopo, in verità i suoi leader si sono prestati all’indignazione di un’ampia parte del Paese, che, pur riconoscendosi nella loro politica, non ne condivideva i comportamenti personali. Ma questo, lungi dal costituire la sostanza di una politica, riguarda la facciata; dietro ci sono i problemi del Paese, che una classe politica di sinistra cerca di risolvere in un modo e una classe politica di destra cerca di risolverli in un altro. Nessuno che abbia votato Salvini vota Zingaretti per le sconcezze del Papeete o per lo sbaciucchiamento della Madonna. Allo stesso modo non si può delegittimare una parte politica per i comportamenti del suo leader e surrettiziamente stravolgere la volontà del popolo che l’ha eletta, sostituendola con la parte minoritaria e sconfitta del Paese. Non si può applicare la regola dell’uno vale uno ad ogni maggioranza parlamentare. Ci sono maggioranze e maggioranze. Quella che tiene insieme Pd e M5S è una maggioranza numerica, un imbroglio parlamentare pur di non fare elezioni anticipate, che avrebbero aperto le porte ai barbari, come li ha chiamati Grillo il comico. La verità è che aveva ragione un altro Grillo, il Marchese, il quale, rivolgendosi ad alcuni del popolo che non si spiegavano il diverso trattamento della giustizia nei loro confronti, disse: “io so’ io e voi non siete un cazzo”. Lo stesso tra il partito dello Stato e quello del Popolo!

lunedì 9 settembre 2019

Quanto conta il popolo in una democrazia parlamentare




La crisi di governo conclusasi col ritorno al potere del Pd, ormai da anni partito cardine dell’establishment, ha dimostrato quanto conti il popolo in una democrazia parlamentare. Giova ricordare quanto la Costituzione della Repubblica gli riconosce. All’art. 1 si legge che “La sovranità appartiene al popolo”, che è chiamato a votare ogni cinque anni per il rinnovo delle Camere (art. 60) salvo che non accada prima per lo scioglimento anticipato delle stesse (art. 88).
Qui per popolo si vuole indicare più che l’insieme di individui cittadini di uno stato la sua componente di base, le cui aspirazioni attivistiche danno vita al populismo.
Il popolo, dunque, vota, E’ così che esercita la sua sovranità. Quella sua componente populistica può vincere le elezioni, ma non necessariamente va al potere e neppure riesce ad influenzarlo. A volte la sua volontà è prevaricata dalla componente che si riconosce nell’assetto politico-istituzionale, tendenzialmente conservativa. Può accadere che l’establishment, temendo il voto anticipato del popolo, ne impedisce l’esercizio, risolvendo la crisi con una raccogliticcia maggioranza parlamentare. Che – sia detto per inciso – è formalmente corretta, ma quando non lo è altrettanto politicamente si risolve per un fraudolento escamotage antipopulistico.  
Come può accadere? In un sistema elettorale proporzionale o misto, come è oggi il nostro, è possibile che in Parlamento si formi un’alleanza di sconfitti che mette all’angolo chi, pur avendo vinto le elezioni, non è in grado di governare da solo.
La situazione politica italiana, nella circostanza del secondo governo Conte, è arrivata ad un punto limite: la legittimazione di ogni capriola politica pur di trovare i numeri in Parlamento e impedire di votare. Con l’aggravante che a questo si accompagni una politica in controtendenza con quanto indica e chiede il popolo. Oggi, attraverso i sondaggi, si può seguire l’elettorato nei suoi umori e nelle sue tendenze con attendibile riscontro.
Facciamo un esempio per capire. Una delle criticità più forti e insistenti, da qualche anno in qua, è la sicurezza, messa in discussione dall’immigrazione, ossia da quell’invasione lenta e costante che di qui ad una decina di anni potrebbe modificare in maniera decisiva l’Europa e i suoi singoli paesi.
L’establishment cerca di tener calmo il popolo con pietismi e bugie. Che volete che siano poche migliaia di poveri disgraziati a fronte di un paese di sessanta milioni di abitanti? Oppure con scene di toccante umanità, a volte confezionate ad arte: come si può rimanere insensibili di fronte a tanta sofferenza? Un problema biblico, epocale, viene così stemperato in figurine deamicisiane.
E’ chiaro a tutti che alla maggioranza del popolo italiano l’immigrazione non piace. Ha torto? Ha ragione? Non conta: è il popolo!
Populismo e antipopulismo, come si può arguire, non sono affatto ideologie, sono modi di essere e di sentire. Ed è sbagliato associarli sic et simpliciter alla destra o alla sinistra. Tant’è che il popolo si riconosce, a seconda dei tempi e delle problematiche in atto, ora nella destra, ora nella sinistra, ora nel qualunquismo. Nell’immediato dopoguerra il populismo, specialmente quello socialcomunista, era di sinistra; oggi in gran parte è di destra, mentre il M5s ha comportamenti qualunquistici.
I populisti ragionano così: c’è un problema, noi, popolo, indichiamo le nostre istanze dando il nostro voto ad una classe politica di cui ci fidiamo. Quando questa volontà viene disattesa, sia pure con pezze costituzionali e all’insegna di un presunto superiore fine, come può essere l’antifascismo, semplicemente si impedisce al popolo di esercitare il suo potere o la sua influenza.
Ora, è vero che la Costituzione dice al suo art. 1 che la sovranità del popolo va esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ma questo non può giungere mai fino al paradosso di mistificarne l’assunto e di negarne la titolarità, trasferendola dal popolo ad una rappresentanza che del popolo non ha nessuna considerazione. La forma non può mai prevaricare la sostanza; se accade si pone un grave fatto politico. Quando Romano Prodi, campione dell’establishment e principe dell’antipopulismo, dice “una legge elettorale non è fatta per fotografare il Paese, ma per dargli una maggioranza di governo possibilmente stabile” (Corsera del 4 settembre 2019), esprime un pensiero anche condivisibile ma nello stesso tempo tradisce tutta la sua lontananza dal popolo reale: a me non interessa come è fatto il popolo o che vuole, a me interessa il potere “possibilmente stabile”.
Dopo la caduta del primo governo Conte, c’erano due vie: una, prioritaria, cercare una maggioranza politica in Parlamento; l’altra, conseguente, fare elezioni anticipate. L’una e l’altra erano formalmente ineccepibili, ma, mentre la prima era del tutto incentrata sull’establishment, la seconda si ancorava al popolo ed era quella che nella sostanza rispondeva alle istanze del paese. Averla impedita non è stato un colpo di stato, ma un colpo politico, del tutto legittimo dal punto di vista formale, che, però, in sostanza ha impedito ad una parte politica, la populistica, di esercitare un suo diritto, di cogliere un successo nel momento in cui poteva riuscirci. La maggioranza che si è formata in Parlamento non era una maggioranza politica, ma numerica, composta al solo scopo di impedire le elezioni, riconoscentesi unicamente nel comune intento di danneggiare l’avversario.Lo hanno detto loro stessi. Una bravata politica!  Che rischia di produrre non pochi guasti nel sentire democratico della gente, che nelle istituzioni non vede trasparenza e rispetto ma trame e imbrogli.

mercoledì 28 agosto 2019

Un governo di perdenti e di nemici




Il governo Pd-5Stelle, che si è voluto frettolosamente mettere in piedi pur di evitare lo scioglimento delle Camere, è composto da due partiti perdenti e tra di loro acerrimi nemici, che ha l’atto di concepimento da un’accoppiata formidabile di circostanze assolutamente imprevedibili: la minchiata di Salvini di staccare la spina al governo Conte e la furbata di Matteo Renzi di cambiare parere sull’accordo del Pd coi Cinquestelle. Salvini è rimasto intronato dagli effetti dell’improvvida sua stessa sortita, non sa più quello che dice e farfuglia. Renzi invece sa: ho cambiato parere sull’accordo coi Cinquestelle per il bene del Paese impedendo la deriva Salvini nel caso di elezioni anticipate. Legittima motivazione che non esclude, però, l’altra, assai più vera e personale; ha cambiato parere perché le elezioni gli avrebbero fatto perdere il controllo dei gruppi parlamentari del Pd, ora a lui per la gran parte riconoscenti e devoti. Se ci fossero state le elezioni anticipate, questa volta le liste le avrebbe fatte Zingaretti, magari con lo stesso criterio di Renzi; e Renzi sarebbe rimasto fottuto.
Se questo era il governo stabile e di prospettiva, chiesto dal Presidente Mattarella, allora è possibile pure vedere il sole a mezzanotte. Mai in Italia si è visto un accordo così “innaturale”, ma è pur vero che in Italia quando si grida al lupo fascista “si scopron le tombe e si levano i morti”. Onestamente il lupo fascista, inventato dai Dem, ha trovato proprio in Salvini il suo più forte accreditore. Ubriacato da risultati elettorali esaltanti (Europee) e da sondaggi più che promettenti (37%), Salvini è giunto a dire, come un fesso, “voglio i pieni poteri” e si è comportato come quei monarchi orientali di una volta, i quali si concedevano tutto fra bagordi e stordimenti vari. Magari voleva dire una cosa assai più limitata, circoscritta alla sicurezza, dato che spesso per fermare le navi piene di emigranti, entrava in conflitto col ministro dei trasporti Toninelli e con la ministra della difesa Trenta; ma, qualunque cosa avesse voluto dire, l’espressione, oltre che di per sé infelice, si è prestata all’insurrezione generale contro il pericolo fascista, vero o falso che fosse. Lo sdegno nei suoi confronti è aumentato in Italia e in Europa.
Probabile che l’insofferenza contro Salvini e la decisione di mettere in moto qualcosa che lo ridimensionasse o lo mettesse fuori causa abbia avuto inizio proprio di lì, dalla sua incontinenza, di parole e di comportamenti. E’ stato un errore di valutazione il suo pensare che le istituzioni e chi le rappresenta ad ogni livello siano degli appendirobe. Invece hanno un cervello e un cuore e il dovere di intervenire. E’ legittimo perciò pensare che la decisione di buttare giù il governo Conte sia stata in qualche modo indotta.
Negli ultimi mesi Conte era in stretto rapporto col Quirinale, spesso andava a riferire e ovviamente a sentire. Il suo appoggio a Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea, fuori dallo spirito del governo gialloverde, molto probabilmente gli è stato suggerito. Si consideri che l’unico punto di contatto fra i due partiti del governo era il comune sentire antieuropeistico. Eluderlo non poteva essere che una provocazione. Lo stesso Salvini, resosi conto di aver agito precipitosamente, non valutando le insidie che potevano esserci, dopo aver tentato ripetutamente di riallacciare i rapporti coi Cinquestelle, ha sempre più insistito sul ribaltone, che a suo dire era preparato da tempo. E se era preparato da tempo, perché lui non se n’è accorto e non si è preoccupato di vedere da dove e da chi partiva? La verità è che in situazioni del genere si ragiona inevitabilmente su sospetti e supposizioni, cercando tuttavia di ancorarli ad una logica. Salvini non poteva sapere dell’agguato che lui stesso si stava tendendo con le sue mani; ma è pur vero che questo agguato c’era.
Il paese ha dimostrato sempre più insofferenza per il leader della Lega. Lo hanno aspettato dovunque per contestarlo in maniera sempre crescente e pericolosa. Le sue visite alle spiagge del sud, in Campania, in Calabria, in Puglia e in Sicilia si sono trasformate in sollevazioni popolari, con striscioni ai balconi e contestazioni anche violente in piazza.
Se perciò c’è stata una presa di coscienza seguita da alcune iniziative per dire basta a Salvini è del tutto legittima, direi obbligata. Che poi le iniziative per bloccarlo siano passate da comportamenti discutibili dimostra solo che la politica non è tutta quella che si vede e che si sente. C’è un’altra politica, altrettanto forte ed efficace che non si vede e non si sente, ma agisce come quei corsi d’acqua sotterranei che erodono fino ad erompere.
Questo governo, che vede il ritorno del centrosinistra, mentre il Paese si è espresso nelle ultime consultazioni europee e amministrative sempre più decisamente a destra, non ha radici nel Paese; è un governo che non risponde alle aspettative dell’Italia che lavora e che produce. Poi, evidentemente, c’è il popolo, che avrebbe diritto di dire la sua in condizioni di tranquillità e di fiducia nelle istituzioni. Impedirglielo con ragioni o sotterfugi non è un bel fare per la democrazia. Dopo la caduta del governo, sia pure per ciò che è sembrato un capriccio di Salvini, era del tutto scontato che si dovesse andare ad elezioni anticipate. Il rispetto della Costituzione doveva essere solo una presa d’atto formale, essendo evidente che in Parlamento non c’erano le condizioni per trovare una nuova maggioranza politica. E se tanto lo possono smentire i numeri di una maggioranza parlamentare che poi si è trovata, di certo non lo può smentire l’imbroglio di un governicchio solo per impedire che il popolo votasse. 

lunedì 26 agosto 2019

I forni non portano fortuna ai Cinquestelle




La situazione dei Cinquestelle nella circostanza della crisi di governo e della sua eventuale soluzione è apparentemente privilegiata rispetto a quella di altri in quanto ha due possibilità, o accordarsi col Pd o riaccordarsi con la Lega. E’ la politica dei due forni, come si dice con una metafora collaudata fin dalla prima repubblica. Appare tuttavia fatalmente rovinosa. I Cinquestelle, già abbastanza cotti nel precedente forno leghista, potrebbero finire di cuocersi nel forno dem. Fuor di metafora, il M5s ha perso molto della sua carica primigenia, per intenderci dei tempi in cui  umiliava Bersani in streaming, e le sue prospettive oggi sono tali che non può scegliere il bene maggiore ma casomai il male minore. E questo non sta né nell’uno né nell’altro forno, ma lontano dai forni, ovvero nell’affrontare le elezioni subito. Vedrebbe diminuire i suoi voti e i suoi seggi in parlamento, ma potrebbe recuperare una parte di credibilità persa e ricominciare su alcuni punti particolarmente identitari, se così si può dire per un movimento che si è caratterizzato proprio per la sua mancanza di identità. Potrebbe dire al suo elettorato: in quindici mesi abbiamo fatto delle cose buone e degli errori; ridateci la fiducia per dimostrare di saper continuare a fare cose buone e di aver imparato ad evitare gli errori.
L’accordo col Pd nel segno della discontinuità, formula dem, con cambio di premier e abolizione di alcuni provvedimenti in tema di immigrazione e sicurezza, sarebbe per i Cinquestelle come un’ammissione di colpevolezza e di incapacità, confligge con la loro formula, che è di sostanziale continuità. E’ in questo dilemma continuità-discontinuità che si consuma il tentativo di accordo fra il più scafato dei partiti italiani e il più atipico movimento populista.
Perché i Cinquestelle non continuino ad essere colpevoli ed incapaci i Dem propongono loro un governo assieme. Si sa che i Dem si ritengono gli unici “unti” dal signore: loro, i capaci, gli onesti, i puri, sani per sé e curativi per gli altri.
Per i Cinquestelle non dovrebbe essere difficile veder chiaro. Non è passato un secolo, ma appena dieci anni, da quando essi sono nati e si sono affermati proprio contro quelli coi quali oggi potrebbero fare un governo. Se i Dem sono l’acquasanta, il M5s è il diavolo, o viceversa.
Peraltro i Dem non sono cambiati, sono gli stessi di sempre, con un pizzico di spocchia in più in presenza del fallimento del governo degli altri, di quelli che avrebbero dovuto realizzare il cambiamento. Se i Cinquestelle dovessero fare il governo coi loro più ostinati avversari, coi loro nemici storici, finirebbero per suicidarsi, arriverebbero alle prossime elezioni ai minimi termini. La levata di scudi di alcuni loro rappresentanti, Di Battista e Paragone, interessi personali a parte, che pure ci sono, che si oppongono a qualsiasi intesa coi Dem, dimostra come nel Movimento si coltiva ancora l’ambizione della diversità e l’aspirazione a cambiare il paese. Come cambiarlo il paese con chi ha contribuito a renderlo così com’è? Al limite si potrebbe solo risolvere qualche piccolo problema di normale amministrazione. La base, inoltre, si è scatenata contro simile prospettiva.
L’alternativa, tuttavia, non lascia tranquilli. Il riaccordo con la Lega, proposto da una parte dei Cinquestelle, dopo il tornado estivo di Salvini, suscita non poche perplessità. Tutti i no detti dai Cinquestelle diventerebbero dei sì? O la Lega ritirerebbe tutte le sue proposte non condivise? I problemi che c’erano prima della caduta del governo molto probabilmente resterebbero anche dopo. Forse Salvini diventerebbe più prudente e riflessivo e Di Maio starebbe più attento e guardingo. Ma in buona sostanza il nuovo governo gialloverde sarebbe copia conforme al precedente, con qualche ministro sostituito. Ci sarebbe, inoltre, l’ostacolo Conte, che, data la sua avversione alla Lega, avrebbe qualche difficoltà a riproporsi alla guida. Nel suo discorso “catilinario” in Senato del 20 agosto, fra i tanti errori fatti, c’è quello madornale di rompere in maniera anche personale con Salvini e la Lega, dimostrando scarsa dimestichezza con le cose politiche. Mai essere ultimativi in politica.
L’opzione voto anticipato, che è poi la soluzione giusta per tutti, sarebbe per il M5s una via d’uscita importante. E’ vero che si vedrebbe ridimensionato, ma con un bagaglio notevole di esperienze acquisite ed una classe dirigente cresciuta e scaltrita. Ci sarebbe un ricompattamento ed una ripartenza su una base comune ritrovata.
E’ inutile nascondere la confusione che regna oggi nel Movimento coi diversi leader che si dividono su tutto, perfino sull’opportunità di contarsi sulla piattaforma Rousseau per decidere se fare o non fare l’accordo col Pd o se lasciare Conte alla guida di un eventuale nuovo governo.
E’ realistico constatare che dopo l’esperienza governativa il M5s è ridimensionato, non solo nel numero ma anche nella carica propositiva. Sa che non si può governare da soli e che con gli altri occorre fare non un contratto ma un patto politico per riconoscersi su un comune programma di legislatura. In difetto non sarebbe una tragedia, anzi, tornare all’opposizione potrebbe giovare. Ma con l’appreso come viatico! 

domenica 25 agosto 2019

E se la sinistra sconnessa tornasse al potere?




La politica, sebbene arte del possibile, dovrebbe partire sempre dalla realtà; e questa, piaccia o non piaccia, è sempre cosa fatta. Purtroppo in Italia c’è un’intera classe dirigente, quella di centrosinistra, ex democristiani di sinistra ed ex comunisti per lo più, che pretende di possedere una sua realtà da imporre al popolo nella presunzione che sia la migliore possibile e che il popolo sia, per definizione, incapace di pensare e di agire per il meglio. Peccato che in democrazia ci sia un passaggio fondamentale: la volontà del popolo, che si esprime con il voto o attraverso i sondaggi di opinione, diventati sempre più attendibili, che consentono di saggiare umori e tendenze dell’elettorato. Il popolo non dice direttamente questo lo voglio e questo no, ma individua quei politici che sanno interpretare la sua volontà e di essi si fida fino a prova contraria. Così ci sono partiti e uomini che alle elezioni vengono premiati e partiti e uomini che vengono penalizzati. Il discrimine sta nella connessione col popolo. I connessi avanzano, gli sconnessi retrocedono. Quale altra spiegazione dare alla crisi della sinistra in Italia?
La conseguenza della sconnessione sinistra-popolo ha determinato l’insorgere del grillismo, con variabili populiste e sovraniste. Movimenti anti establishment, anti casta e ostili alla politica intesa come “cosa loro”, sono sorti in Italia in questi ultimi vent’anni. Questi movimenti godono del favore del popolo e taluni loro provvedimenti legislativi ne interpretano la volontà in merito ad alcune problematiche, sicurezza in primis. La politica dei porti chiusi, i decreti sicurezza, che tanto hanno fatto e fanno inorridire il centrosinistra, sono espressione della volontà popolare. Il popolo lo vuole come nel medioevo alle crociate: Deo lo vult.
Invece, cosa accade? Stiamo assistendo in questi giorni di crisi di governo a incredibili insistenze. Il centrosinistra, penalizzato nelle ultime votazioni, proprio a causa della perduta connessione col popolo, piuttosto che cambiare registro, è tornato ad insistere su alcune politiche, in specifico sull’immigrazione e sulla sicurezza. Nei dibattiti televisivi e negli interventi sui giornali i suoi rappresentanti non fanno che parlare di una realtà che non esiste, senza mai nominare il popolo e i suoi bisogni, quando è di tutta evidenza che l’unica realtà esistente è quella che s’incentra nel popolo elettore. Quel che dicono è accademia, compresa la pretesa pedagogica della classe dirigente, secondo cui non i politici devono capire e seguire il popolo, ma il popolo deve capire e seguire i politici. Per cui se arrivano in continuazione migranti è giusto accoglierli per ragioni umanitarie, a prescindere da quanti sono e dalle conseguenze che ne deriveranno, di stravolgimento etnico, sociale, culturale, religioso, identitario del paese. Per cui se in casa ti entrano di notte dei ladri piuttosto che difenderti armi in pugno è più civile pregarli di avere pietà, di prendere quel che vogliono e di risparmiare i malcapitati.
Ora, il popolo italiano non è d’accordo con una simile politica di resa e lo ha dimostrato votando per la Lega di Salvini, consentendogli di raggiungere il doppio dei consensi nel giro di poco più di un anno di politiche per così dire populistiche. Vedi sondaggi e risultati alle Europee del 26 maggio.
Sbaglia il popolo ad attestarsi su posizioni salviniane? Mettiamo di sì per comodità di ragionamento o per convinzione. Ma che democrazia sarebbe quella che manifestamente mettesse il governo, nell’ipotesi di un ritorno del Pd, contro i desiderata del popolo, aprendo i porti e abolendo i decreti sicurezza? Perché il popolo dovrebbe capire una classe dirigente che a sua volta non vuol capire il popolo e anzi opera in totale dissenso? Il centrosinistra non lo ha sconfitto Salvini, lo ha sconfitto l’elettorato dando il voto a chi meglio è riuscito a sintonizzarsi con lui. I decreti sicurezza, che ora i Dem vorrebbero abolire, come una delle condizioni per fare un governo coi Cinquestelle, sono strumenti di difesa del popolo, non sono elargizioni di un folle, di un esagitato, di un fanatico baciamadonne.
Prima dell’avvento di Salvini, per i precedenti governi di centrosinistra, l’Italia nulla poteva fare per arginare i flussi migratori. Si diceva che purtroppo con tante migliaia di chilometri di coste che ha l’Italia doveva subire per condizione naturale. E mentre la Francia ci riportava indietro di notte gli immigrati, l’Austria minacciava di costruire muri al confine, la Spagna sparava addirittura contro gli immigrati, la Germania con tecniche, di cui solo lei è capace, li riportava indietro, noi italiani, solo noi, dovevamo subire. Poi è arrivato Salvini e sia pure con qualche forzatura ha dimostrato di poter fermare i flussi fino a ridurli di più del novanta per cento. Sarà un caso, ma da quando sono entrati in vigore i decreti sicurezza sono diminuite le rapine in casa e non c’è stato nessun far west, come il centrosinistra aveva paventato.
Si dirà: il popolo finisce sempre per subire la propaganda di chi è al governo. La destra lo spaventa per giustificare la politica della durezza; la sinistra rassicura e minimizza per giustificare il non intervento. Ma, al di là della propaganda, c’è la realtà innegabile, la sola che convince il popolo.
Ora, nel momento in cui, in seguito alla caduta del governo gialloverde, si prospetta il ritorno del centrosinistra al potere, che fanno i Dem? Tornano a predicare accoglienza e abolizione dei decreti sicurezza, in breve tornano ad una politica ampiamente condannata dal popolo. E quel che è più grave è che si vorrebbe impedire al popolo di tornare al voto e passare il governo a chi ha perso le elezioni e perciò è senza legittimazione popolare.

sabato 24 agosto 2019

Crisi governativa: nel bailamme delle finzioni




Sembra che il Presidente Mattarella abbia parlato a sordi. La sua raccomandazione di giovedì sera, 22 agosto, rivolta a tutti – e al Paese per conoscenza – al termine dei due giorni di consultazioni, di essere chiari e solleciti nei cinque giorni di proroga concessi, si è persa nelle nebbie delle finzioni e delle furbate dei protagonisti, chiamiamoli così, della crisi governativa. Il primo giorno è passato inutilmente, tra dichiarazioni e smentite, fakenew  e soprattutto messaggi obliqui.
L’incontro di venerdì, 23 agosto, tra Nicola Zingaretti, segretario Pd, e Luigi Di Maio, capo dei Cinquestelle, si è concluso con un nulla di fatto. Anzi, peggio, perché i due interlocutori hanno messo delle condizioni non per accordarsi ma per precludere qualsiasi accordo.
Zingaretti ha proposto discontinuità rispetto al dimesso governo gialloverde, e Di Maio, anche su suggerimento di Beppe Grillo, ha risposto o con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi o niente. Zingaretti non ha risposto niente, ma qualcosa che gli somiglia per perdere tempo.
Ma pare modo di incontrarsi per raggiungere una via d’uscita dalla crisi? La verità è che né l’uno né l’altro intendono veramente accordarsi, perché sanno di essere non a capo di partiti coesi ma di bande che tirano ognuna dalla propria parte.
Pd e Cinquestelle, dopo le Europee, sanno di essere due partiti sconfitti. Perché continuano ad usare la spocchia, l’uno (Pd) di una supposta superiorità culturale e l’altro (M5s) di una rivendicata purezza civile? Non dovrebbero abbassare le ali e volare terra terra, anzi stare coi piedi per terra?
Zingaretti, dopo aver preteso la chiusura di uno dei due forni dei Cinquestelle – niente fornicazioni segrete con la Lega – ha dovuto subire l’ennesimo attacco della sua opposizione interna, quella di Renzi, maestro anche a gettare il sasso e a nascondere la mano. La minaccia di scissione nel caso di fallimento delle trattative coi Cinquestelle, allo scopo di evitare il voto anticipato, in seguito alle condizioni inaccettabili che sarebbero state poste da Gentiloni, è stata una messinscena, altro che disobbedienza di un suo allievo a tener spento il cellulare a lezione. Se non voleva che quelle parole non si sapessero Renzi semplicemente non le avrebbe dette. E’ stato un messaggio che doveva giungere con efficacia a chi poi è giunto. Ed ha dimostrato che il Pd è lontanissimo dalla propagandata compattezza.
Da parte loro i Cinquestelle non sono meno disuniti. Il canto delle sirene della Lega di rifare insieme il governo gialloverde non è affatto da sottovalutare. Intanto il loro dissidio interno è aperto e solare. Di Battista e Paragone lo hanno detto apertamente: meglio con la Lega che col Pd; se no, meglio ancora il voto.
Massimo Franco sul “Corriere della Sera” di sabato, 24 agosto, ha detto una verità grande quanto Montecitorio e Palazzo Madama messi assieme: “La sensazione è che quasi nessuno riesca a andare oltre il tornaconto personale”.
Matteo Salvini si è reso conto del disastro che ha combinato ed ecco perché ripete che bisogna fare l’impossibile pur di evitare che il governo torni nelle mani del Pd, disposto perfino ad offrire Palazzo Chigi a Di Maio e lui a tenersi fuori dal governo. Una presa di coscienza la sua che in altri tempi, neppure lontanamente paragonabili ai nostri, quando si aveva il coraggio dei gesti estremi di fronte al fallimento, portava ad un dignitoso e virile suicidio. Bruto e Cassio non esitarono a farlo a Filippi. La Filippi di Salvini è una data: l’8 agosto, quando ha comunicato a Giuseppe Conte di voler mettere in crisi il governo.
Sul fronte del centrodestra si continua col mantra delle elezioni anticipate, che, a dire il vero, sembrerebbe la via più scontata. Senonché il centrodestra è ben lontano dall’essere un soggetto politico coeso. Anzi, oggi, lo è molto meno rispetto alle elezioni del 2018, quando Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, non erano passati dal “tradimento” di Salvini, che finiva nel contratto coi Cinquestelle. 
Questa crisi è davvero bestiale nella sua intempestività e nella sua sconclusionatezza. Basti considerare che, a differenza di una normale crisi, che in genere è preceduta dai motivi, questa è seguita dai motivi, con cui i leghisti cercano di limitare gli effetti devastanti.  Non che tutto prima filasse alla perfezione o che già non si fosse parlato di mettere fine ad un governo che non riusciva più ad essere operativo, ma non si era verificato nulla di particolare che la giustificasse qui e ora. La situazione ingarbugliata che è seguita lo dimostra.
La fretta di concluderla quanto prima non giova alla sua soluzione. Che potranno dire di preciso e di positivo martedì, 27 agosto, gli stessi che Mattarella ha sentito cinque giorni prima in preda a confusione e a indeterminatezza?
Può essere che proprio questa mancanza di direzione alternativa al voto anticipato sia la migliore e più efficace per indurre Mattarella a sciogliere le Camere e a procedere a nuove elezioni. Salvo che anche Mattarella non sia preso da ripensamento e metta su un governo istituzionale per gli adempimenti più immediati.

venerdì 23 agosto 2019

Mattarella irritato dall'indeterminatezza dei politici




Lo si leggeva nel volto la sera del 22 agosto quando, al termine delle consultazioni, il Presidente della Repubblica Mattarella, comunicava le “conclusioni” dei due giorni di colloqui con le forze politiche. Era deluso dall’inconcludenza di quasi tutti gli ospiti della crisi, i quali si erano detti disposti a fare un governo o andare a nuove elezioni, che era come affermare una banalità assoluta. Che altro si può fare in una crisi? Soprattutto i Cinquestelle, che, come un anno e mezzo prima, dopo aver snocciolato una lunga sequela di cose che vorrebbero fare hanno concluso che chiunque le avesse condivise avrebbe potuto contattarli per fare un accordo di governo. Una sorta di annuncio commerciale: un AAA cercasi. Chi s’aspettava un’indicazione con chi preferibilmente quelle cose si potevano fare rimaneva deluso, se non proprio seccato. Proprio per questa indeterminatezza, per non chiamarla irresponsabile dilettantismo, Mattarella, dopo aver richiamato tutti al senso di responsabilità e ricordati i gravi adempimenti del Paese anche in esposizione internazionale di questa ultima parte di anno, ha concesso una proroga di altri cinque giorni. Appuntamento a martedì mattina 27 agosto.
Le opzioni in campo sono due: governo M5s-Pd o riedizione di un governo M5s-Lega. Mattarella ha escluso governi cosiddetti istituzionali. Altre ipotesi non se ne vedono.
La prima opzione è stata determinata dall’abile e fulminea azione di Matteo Renzi. Il quale, da sempre contro ogni intesa col M5s, ha colto subito l’occasione, pur di evitare elezioni anticipate, di considerare non solo come fattibile un simile governo ma indispensabile per non lasciare il Paese alla deriva salviniana, considerata la maxima iniuria. E’ in effetti l’azione di Renzi il colpo vero di questa crisi. Non fosse stato per questa insospettabile sua piroetta si sarebbe andati dritti dritti al voto anticipato. Naturalmente Renzi non è preoccupato solo della deriva salviniana ma anche di perdere il controllo sui gruppi parlamentari del suo partito, oggi nelle sue mani. La qual cosa accadrebbe con le liste approntate dalla segreteria Zingaretti, a lui ostile.
La seconda opzione, altrettanto insospettabile, è un governo-riedizione gialloverde. Ideatore, questa volta, è Matteo Salvini, che in risposta al blitz di Renzi, ha risposto con un contro blitz. Chi poteva immaginare che dopo aver provocato la rottura e la crisi fosse poi suggeritore e promotore della stessa formula di governo? Ma tant’è. Di fronte all’eventualità che si formasse un governo di sconfitti, M5s-Pd, con grave nocumento per lui come leader, per la sua Lega, per il suo Nord e per il Paese intero, Salvini ha fatto la contromossa.
Ma non meno indeterminata e contraddittoria è la posizione degli altri. Berlusconi parla di un centrodestra che non esiste. Esiste, e come!, fanno osservare i politici di Fi, basti vedere come opera negli enti locali. Ma un governo centrale non è la stessa cosa. Le divergenze fra Fi e FdI e Lega sono rimarcate da questi ultimi, che nelle loro ipotesi Fi non la tengono neppure in considerazione.Fi è una forza liberale, FdI e Lega due forze sovraniste. Fratelli d’Italia inoltre è per votazioni subito. La Lega, invece, si è detta disponibile a rifare il governo col M5s. E, allora, di quale centrodestra parliamo?
Fuori dagli addetti ai lavori, ovvero dei politici, gli osservatori sono ancor più confusi. Abbiamo ascoltato studiosi come Carlo Revelli e Michele Ainis (In Onda di giovedì, 22 agosto) affermare che in situazioni confuse non bisogna ricorrere al voto e che, senza dirlo esplicitamente, bisogna imporre una linea, che, se pure è formalmente costituzionale, quella di una maggioranza parlamentare numerica, politicamente non lo è perché in direzione opposta a quella che si teme il popolo elettore possa avere. E’ una tendenza fondamentalmente antidemocratica e nello specifico attuale di parte, in favore di chi fa di tutto per impedire che la Lega torni al governo, da sola o in compagnia. Il fatto che la Costituzione stabilisca il voto ogni cinque anni non significa che non si possa votare quando la situazione lo richiede. “Il Presidente della Repubblica – dice l’art. 88 – può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”. E, se pure la politica è l’arte del possibile, e dunque del discutibile, non si può ignorare un preciso disposto della Costituzione, che peraltro non precisa quante volte si può votare e a che distanza di tempo in caso di crisi.
Come andrà a finire è un rebus con indicazioni depistanti. Quel che appare chiaro è che c’è un paese legale, che grosso modo si può identificare col centrosinistra, dai Radicali ai Liberi & Uguali, passando dal Pd o per una sua parte, contrario a che si voti per vari motivi, che valgono per alcuni e non valgono per altri. Emma Bonino ha fatto presente che votando con l’attuale sistema non ci sarebbe posto che per cinque formazioni (M5s, Lega, Pd, Fi e FdI) gli altri sarebbero esclusi non riuscendo a superare la soglia di sbarramento. E poi c’è un paese reale, che vuole votare non riconoscendosi nell’attuale maggioranza parlamentare.
Le varie situazioni esaminate in questa breve carrellata, politiche-parlamentari-costituzionali, ci fanno capire come questa crisi aperta in maniera inopinata in un periodo in cui i bioritmi non producono né azioni né scelte ponderate, è davvero complicata. Si capisce, allora, perché Mattarella sia rimasto non solo deluso, ma col suo permesso, anche un po’ irritato dai comportamenti dilatori ed elusivi degli attuali politici.