mercoledì 21 agosto 2019

Il sole d'agosto gli ha dato alla testa




Se c’è un aspetto che indulge alla comprensione nello sconsiderato colpo di sole di Salvini dell’8 agosto è l’aver liberato le maschere di questo nostro allegro paese tenute nascoste dal pudore e dall’ipocrisia. Nulla di nuovo nemmeno all’ombra di un parlamento che ne ha viste di tutti i colori, figurarsi sotto il sole agostano. Sorprende solo la fulmineità con cui tutti sono usciti allo scoperto come se stessero aspettando da chissà quanto tempo l’occasione per sprizzar fuori come atleti che allo sparo dello starter schizzano dai blocchi di partenza in una gara di velocità.
Velocissimi sono stati i vari lideroni e liderini a mostrarsi diversi da quello che erano prima o, meglio, di come prima apparivano. Una vera gara di trasformismo che ricorda il celebre Leopoldo Frègoli, il trasformista che fra Ottocento e Novecento si esibì nei teatri di tutto il mondo in fulminei cambi d’abito e di parte. Nomen omen, ché a fregare nel nostro caso hanno mirato tutti. Frègoli gareggiava col tempo, questi qua tra di loro, goffi e impudichi.
Chi se l’immaginava un Matteo Renzi, da sempre avverso al M5S invocare subito un accordo col partito di Grillo? E chi poteva immaginare un Grillo, inventore dei vaffa ai vecchi della schifosissima casta, invocare subito un accordo col Pd, il partito di Bibbiano, per arginare i “barbari” della Lega? Chi, un Prodi, uscito dal museo delle cere, a invocare l’alleanza dell’Ursula con Pd-M5s-Fi, come se fosse una sua invenzione? Chi, uno Zingaretti, che non vuole un accordo provvisorio col M5s ma non ne disdegna uno di legislatura? E se questi sono i capi, ve li immaginate i loro codazzi di grandi, medi, piccoli e piccolissimi cortigiani? C’è da ridere fino a pestarsi i cabbasisi (Camilleri copyright), a vederli tutti indaffarati e sudaticci a cercare nuovi look politici fingendo tutti di crederci. Le risate saranno triplicate e di più quando non passerà molto tempo e tutti dovranno riprendere la maschera dismessa, dato che il volto di ciascuno non si sa dove sia andato a finire e ciascuno se l’è dimenticato perfino com’era.
Non fosse per altro, grazie Salvini per lo spettacolo provocato!
Ma come non c’è festa senza qualche lacrima di pianto e lutti senza un po’ di riso, come non basta una lacrima a cancellare la gioia di una festa e non c’è risata a cancellare la tristezza di una tragedia, così rimuoviamo il riso e cerchiamo di capire dove si vuole andare o piuttosto come si vuole uscire da una situazione che sembra una farsa ma è purtroppo una tragedia.
La prima considerazione che viene di fare è che comunque si posizioni il M5s, col Pd o di nuovo con la Lega, deve dire addio al < movimento > che fu. Il M5s, a differenza di tutte le altre maschere, che non hanno mai negato di essere tali, aveva la pretesa di non essere una maschera, ma il volto vero di un progetto rivoluzionario che faceva della sua diversità la cifra della sua credibilità. Nel momento in cui pure lui si dispone ad alleanze con chiunque pur di…, di fatto decreta la sua diversità e dunque la sua credibilità.
Per converso gli altri, quelli dal pedigree ideologico, dalle nobili ascendenze, che vantavano un’identità politica e che rimproveravano al M5s di essere un’accozzaglia di avventurieri senza arte né parte, nel momento in cui tutti fanno a gara per averlo come compagno, di fatto rinunciano alla propria identità e s’accozzagliano come possono. Sembrano tante Lady Chatterly che fanno la fila per farsi il guardiacaccia. Il livello è unico ed è quello dei grillini. E gli ex grillini, i duri e puri, scoprono che è perfino bello trasgredire, che certe amicizie convengono più di altre e che il popolo alla fine non si sa dove stia e con chi stia. Già, perché c’è anche un trasformismo del popolo, che ora riversa voti a caterve su Renzi, ora su Grillo, ora su Salvini, così a brevi periodi di distanza.
Questa carnevalata estiva segna davvero un momento cruciale nella storia politica di questo paese. Il M5s, criticabilissimo quanto vogliamo, costituiva un’apertura, una speranza, diciamo un’utopia. Pur nato dal più becero populismo e dallo più stomachevole demagogismo, specialmente per chi lo aveva fondato, un comico straricco che ora imita con le sue residenze lo psiconano Berlusconi, opponendo alla villa San Martino di Arcore quella di Bibbona, era un elemento di novità che avrebbe potuto creare situazioni diverse nel paese, costringere gli altri a rifare i conti con se stessi, a chiedersi se per caso non avessero sbagliato e non ritenessero di correggersi per mettersi in linea con chi costituiva, nel caso del M5s, una proposta di rigenerazione. Questa disponibilità del M5s ad unirsi con chiunque decreta la fine di un percorso, nel quale, a dire il vero, ci credevano soltanto i suoi sostenitori e forse pochi altri. Ma era importante che ci credessero. Ora non ci crede più nessuno.
La figuraccia di Salvini, con le sue accelerazioni e frenate improvvise, non solo ridimensiona un leader che con tutti i suoi difetti dava a una certa Italia la speranza di un cambiamento, ma potrebbe far riprecipitare la Lega alla sua dimensione bossiana, al prima i Padani!, a riportare l’Italia alla crisi della cosiddetta seconda repubblica. Il che ci fa registrare un ritorno al vecchio establishment postdemocristiano e postcomunista, con l’aggravante che non c’è più un credibile partito che ne assicuri l’esercizio politico. Il Pd, infatti, è lacerato in molte anime; alle tradizionali, democristiana e comunista, si è aggiunta quella liberale di Calenda.
Quanto alla destra, ormai ridottasi ad un’ipotesi elettorale senza prospettive, vince le elezioni ma non costituisce una proposta di governo unitaria. Forza Italia rischia di consumarsi come un cero votivo. E FdI, senza la Lega e Fi, è poco più di un fiammifero.     

domenica 18 agosto 2019

Salvini e il colpo di sole dell'8 agosto




Che cosa abbia potuto spingere Matteo Salvini l’8 agosto a chiedere al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di mettersi da parte per andare a nuove elezioni non può essere stato che un colpo di sole, anche se tra i raggi martellanti di quei giorni di canicola agostana di motivazioni pseudorazionali ne circolavano, sconnesse da un disegno politico ponderato. Salvini deve essersi sentito come quei pugili che vengono sollecitati dai loro tifosi a dare il colpo del ko all’avversario in difficoltà. Chi erano i suoi tifosi? Quelli della Lega, la gente delle spiagge, gli intraprendenti operatori economici che pensano che fare i politici sia come fare gli imprenditori, né più né meno; delusi e scatenati dalla mancata approvazione delle autonomie differenziate delle loro regioni e dalla mancata flattax. Ma i politici che vogliano comportarsi come bottegai conviene che ruinorno direbbe Machiavelli.
Da mesi, almeno dalla campagna per le Europee e conseguente risultato elettorale, un giorno sì e l’altro pure, c’era chi sollecitava a staccare la spina, metafora del politichese nostrano per significare la fine traumatica del governo. Ma a ridosso di simili motivi sopraggiungeva forte la dissuasione per mancanza di alternative parlamentari, dato per scontato – ma non per l’assolato Salvini evidentemente – che alle urne non si sarebbe andati nel migliore dei casi se non dopo aver percorso l’iter costituzionale, che non è esattamente come passare dall’oggi al domani.
Salvini deve aver pensato: sono tutti e forse più di me per elezioni anticipate, ciascuno per un suo motivo. Lo sono Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il Pd nei tre corni Zingaretti-Calenda-Renzi esclude accordi col M5S. Il M5S è annichilito dalla disfatta elettorale e dalle prospettive per nulla promettenti. Gli altri, i cespugli: Leu e + Europa, non contano un fico neppure verde. Ergo: Mattarella scioglie il Parlamento e il 13 ottobre si va a votare.
Ma ecco la realtà. Tutte quelle forze politiche, singolarmente prese, che erano per le elezioni anticipate, si ritrovano improvvisamente più o meno compatte in un nuovo fronte ciellenista, da liberazione nazionale, tutte insieme per combattere il comune nemico, quello dei “pieni poteri”, il mattatore del Papeete. Fatta eccezione per i due partiti di destra, FI e FdI, che hanno continuato ad invocare le urne, tutti gli altri hanno cambiato parere, questo sì dall’oggi al domani.
E’ apparso subito che il gesto di Salvini è stato improvvido proprio per le ragioni che nei mesi precedenti suggerivano di non mettere in crisi il governo per mancanza di chiare vie d’uscita. Ora tutti si affidano alla saggezza e all’imparzialità del Presidente della Repubblica. Ci sono quelli che, come Renzi e Grasso, sono disposti a tagliarsi gli attributi – se ne hanno ancora! – per impedire le elezioni anticipate. Ci sono altri, come Zingaretti, che operano un distinguo fra un governicchio da evitare e un governo di legislatura, forse perché furbescamente pensano che sia difficile farlo, e chi, come Calenda, che minaccia scissioni nell’ipotesi di un accordo Pd-M5S. Ma ci sono altri ancora, i nostalgici del governo giallo-verde, e fra questi lo stesso Salvini, peraltro assai pentito dal gesto inconsulto dell’8 agosto, che sarebbero per una riedizione del governo e far passare la crisi come una passeggera febbre da caldo estivo. Chi è inchiodato alle urne subito, senza se e senza ma, sono quelli di Forza Italia e Fratelli d’Italia, che Salvini non ha tanto entusiasmo di riabbracciare peraltro davanti ad un notaio.
Uno degli aspetti più miserabili di questa crisi di governo è l’approvazione del taglio di 345 parlamentari, che allarga ancor più la forbice tra rapprentanti e rappresentati, mentre dà l’idea che in Italia tutto si salva con una bella scoppola al ceto politico. Per i 5 Stelle è una conquista decisiva, un successone, che potrebbero spendere alla grande coi loro sostenitori, una sorta di Vercingetorige dietro il carro di Cesare. Ma è possibile farlo questo taglio dal quale non nasce niente se non la soddisfazione di cui sopra? Salvini, che ha capito che non si può fare, stando come stanno le cose, ha detto che è d’accordo. Ma sì facciamolo pure questo cazzo di taglio, che sarà mai? Ma di rimando i 5 Stelle gli hanno detto che chi vota la sfiducia a Conte di fatto impedisce che il taglio dei parlamentari si faccia, spostando tutto al voto di sfiducia.
Qualcosa di nuovo potrebbe venir fuori il 20-21 agosto, quando Conte farà le sue dichiarazioni al Senato e il giorno dopo alla Camera.
In attesa di novità le ipotesi sul tavolo sono quattro. La prima è che Salvini e Di Maio dicano abbiamo scherzato, ora ci rimettiamo insieme e siamo più forti di prima.
Seconda, espletati gli adempimenti costituzionali, ossia consultazioni, incarichi esplorativi e quant’altro, si arrivi allo scioglimento delle Camere.
Terza, un governo di soli Pentastellati con appoggi esterni arcobaleno, magari presieduto da Di Maio, con Conte alla Commissione Europea.
Quarta, un governo di coalizione Pd-M5S con velleità di legislatura. E’ possibile tutto, anche se, a voler uscire da bizantinismi e ciellenismi fuori stagione, la soluzione più diretta e democratica è far decidere il popolo. Adattando alla bisogna quel che diceva Vanini, un filosofo non finito proprio bene per quello che diceva, si può dire che quanto più ci si allontana dal popolo tanto più ci si avvicina all’imbroglio. Può essere che alla fine Mattarella si faccia una tantum vaniniano e mandi tutti a votare.

giovedì 15 agosto 2019

Purché il popolo non conti nulla




Nel nostro sgangherato mondo politico abbiamo due Mattei, l’uno e l’altro hanno una < e > in più. In realtà sono due matti.
Prendiamo il Matt[e]o Salvini. Era al governo da poco più di un anno, dove aveva strafatto ad libitum; aveva fatto crescere a dismisura il suo partito nei sondaggi, era diventato il personaggio più popolare d’Italia. E va bene che era anche il più amato e il più odiato. C’era gente che per arrivare a lui avrebbe percorso l’Italia a piedi. Ed altra, cristianissima, che sarebbe diventata turca per i suoi baciamenti pubblici a cristi e madonne. Quel povero Di Maio lo vedevi e ti veniva da piangere, mesto; anzi, sforzatamente gaio, era la maschera di Pierrot. Aveva iniziato con un partitone, era ridotto ad un partitino. Sondaggi, voi direte; ma i sondaggi oggi sono più credibili delle previsioni metereologiche, che pure si sbagliano di pochissimo. Se si sbagliano!
Che voleva di più Salvini? Voleva votare dall’oggi al domani, come se in Italia non ci fossero una Costituzione e delle leggi, che impongono tempi e procedure e tanti tanti avversari che si buttano come falchi sulla preda.
Dice Conte, il giubilato, col quale Salvini sostiene ancora di aver lavorato benissimo, che nel colloquio avuto a quattr’occhi gli ha detto papale papale: i sondaggi mi danno un vantaggio che io voglio capitalizzare subito. Posto che le cose siano andate così – in politica non credere a quel che dicono è un imperativo kantiano – che voleva Salvini, che Conte lo aiutasse nella sua mattana (da Matteo)?
E l’altro Matt[e]o, il Renzi, che da sempre ha ostacolato ogni accordo fra il Pd e i Cinquestelle, minacciando perfino scissioni, che fa? Altra mattana (sempre da Matteo)! Dice: bisogna fare subito un governo coi Cinquestelle, in disaccordo col suo segretario Zingaretti, il quale precipitosamente aveva detto che bisognava andare subito a votare.
Insomma una tromba d’aria – mettiamola così – al termine della quale chi prima era bianco si ritrova nero; e chi prima era nero si ritrova bianco. Chi era al governo sfiducia il governo, ovvero sfiducia se stesso, e chi era all’opposizione vota masochisticamente la fiducia al governo e si condanna a stare qualche anno altro all’opposizione. Il rovesciamento totale delle parti. Ad un certo punto si sono messi anche a farsi i dispetti. Prima Di Maio vuole tagliare 345 parlamentari e poi andare a votare, come se le due cose potessero stare come lunedì e martedì! Poi, quando il Matt[e]o Salvini capisce la provocazione dice: va bene, tagliamo i parlamentari e poi votiamo. Ma l’altro non ci sta e rilancia: tagliamo anche gli stipendi… E così, tra una mattana e l’altra, nel caldo torrido di una estate che gli annali patrii tramanderanno ai posteri come la più calda e politicamente la più sciocca, si è andati avanti fino all’incartamento della crisi.
E tutto questo perché? Per tenere il popolo lontano dalla politica. Il grande assente in tutta questa tragicomica vicenda è lui, il popolo, che in una sana democrazia dovrebbe essere sempre il punto di riferimento, il terminale di tutto. E’ vero che per dettato costituzionale il Presidente della Repubblica prima di sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni, deve verificare se in Parlamento è possibile un’altra maggioranza, ma questo non può mai avere il solo scopo di escludere il popolo dalla partita, peraltro con dichiarazioni esplicite da parte della gran parte dei soggetti politici. Non si deve votare per impedire che vinca Salvini. Ma se il popolo la pensa in questo modo, come gli si può andare contro? Ma in Italia strafottersene del popolo è regola mai scritta ma la sola rispettata fra scritte e non scritte.
Prendiamo l’immigrazione irregolare. Il popolo italiano in materia è categorico: non vuole che l’Italia diventi il paese refugium populorum, una balcanizzazione di razze e di religioni, a parte le degenerazioni del fenomeno, comprese le cooperative che sugli immigrati hanno fatto guadagni enormi nell’era presalviniana.
Il popolo è nel torto? E’ nella ragione? Se è nel torto una classe dirigente seria dovrebbe convincerlo a cambiare opinione. Invece non riesce che a piagnucolare indistinti e generici pietismi, mentre i poteri dello Stato sono gli uni contro gli altri: esecutivo contro giudiziario; e così i ministeri: interni contro trasporti e contro difesa. In questo modo il Paese appare al mondo lacerato e confuso. Che fanno gli altri paesi? La Germania gli immigrati irregolari li ammanetta, li seda, li mette sull’aereo e li riporta nei loro paesi di provenienza.  Il popolo italiano si riconosce in queste metodiche e non certo in quelle predicate dai suoi rappresentanti. Perciò il popolo italiano non deve votare, non deve democraticamente darsi il governo che vuole. Il Matt[e]o Renzi è stato badoglianamente esplicito: impedire che il popolo voti per impedire che Salvini vinca le elezioni! Una democrazia simile può anche non correre rischi sudamericani, dato che siamo in contesti geopolitici differenti, ma non può che tirare a campare in un modus vivendi popolo-istituzioni di reciproca strafottenza.
Un paese dove si ha paura del voto è destinato al disordine crescente, alle incertezze assunte a regime. Riflettiamo: se pure si volesse considerare il fenomeno “Salvini” una degenerazione della democrazia e del costume politico – e per certi aspetti lo è – ci si dovrebbe chiedere da dove e come è nato e cresciuto e riconoscere con onestà intellettuale che è figlio proprio di quel disordine e di quelle incertezze di cui si diceva, che producono fenomeni sempre più gravi e sempre meno gestibili.

martedì 13 agosto 2019

Salvini: tramontate stelle...




Come certe stelle di Natale, belle e rigogliose all’apparenza ma prive di radici, che venditori disonesti ti vendono e che durano giusto il tempo da Natale a Santo Stefano, così i Cinquestelle sono durati giusto un anno e sono seccati. Del resto erano stati propinati al popolo italiano da un comico cialtrone che si è fatto strada mandando affanculo tutti, gli stessi che oggi vorrebbe mettere insieme per scacciare i barbari. Così dice lui, subito ripreso dai media nazionali come se avesse suggerito chissà quale formula alchemica per fabbricare l’oro.
L’evocazione dei barbari di Grillo fa pensare ai Longobardi. E a chi se no? Ovvero alla Lega. Ma non è stato lui ad imbarbarire l’ambiente politico italiano? Ah, dimenticavo, un comico recita solo una parte, oggi di qua domani di là. Fesso chi gli crede. Strafesso chi lo segue.
Quando si è con l’acqua alla gola e la soluzione ti viene da un comico hai solo la consolazione di affogare ridendo. Questa è la situazione dell’Italia.
Fino alla vigilia dell’8 agosto, giorno in cui Salvini ha chiesto a Conte di mettersi da parte, tutti dicevano che il governo non c’era da tempo e che si doveva staccare la spina, metafora per dire che si doveva formalizzare la crisi. Tutti, tranne i Cinquestelle. Pour cause, perché da nuove elezioni essi non avevano da sperare nulla ma da temere assai. Ma già il giorno dopo, il 9 agosto, molti si sono rimangiato quanto avevano sostenuto fino al giorno prima. Contrordine, come ai tempi dei trinariciuti del partito comunista: tutti insieme a fare un governo pur che fosse per impedire la deriva plebiscitaria pro Salvini. Il pericolo è da ciellenismo, spiego: da liberazione nazionale, per i più giovani, che non conoscono la storia.
Siamo alle solite: ieri Berlusconi, oggi Salvini. Gli italiani hanno bisogno di sentirsi in pericolo; e se il pericolo non c’è deve essere inventato. Son tornate le mobilitazioni, i bellacciao, le minacce, gli insulti, le aggressioni, che giornalisti idioti definiscono “cosa bella a vedersi”. I tolleranti per eccellenza sono diventati intolleranti di ripiego, o piuttosto il vero: gli intolleranti di nascita si son tolti la maschera e sono apparsi per quello che sono.
Che strano paese, il nostro! Gli stessi, che sparavano a zero sui politici di professione, sulla casta, si rivelano più cinici e più furbi di Andreotti. Penso al machiavellino Renzi, che si fa promotore di massammurre antileghiste; a Grillo, che vorrebbe una Santa Comica Alleanza per sbarrare il passo al duce Salvini. Penso all’ex magistrato Grasso, che addirittura suggerisce di non votare la sfiducia a Conte. Qui in Italia, comici o magistrati, son tutti politici nati.
Si dice: perché Salvini ha voluto la crisi alla vigilia delle vacanze e l’accelerazione verso nuove elezioni? Dice Zingaretti: fugge dalle responsabilità della manovra finanziaria. Altri aggiungono: teme che vengano fuori compromissioni serie con il russiagate italiano, su cui sta indagando la magistratura e prima o poi qualcosa verrà fuori. Ma sì, ci sta tutto. La politica è un minestrone fatto con tutto quello che si rimedia in cucina. E in Italia, grazie a Dio, abbiamo una cucina fornitissima.
I sospetti, del resto, sono fondati. Da dove prende trenta/quarantamila miliardi il governo per fare fronte alle regole europee in tema di programmazione economica? I soldi se l’è squagliati col reddito di cittadinanza e con la quota cento. E’ da quando è nato questo governo che si dice che la sua morte sarebbe avvenuta in ottobre, alla resa dei conti pubblici.
E non è vero che l’affare con la Russia, in cui sono coinvolti uomini molto vicini a Salvini, è un gravissimo episodio, che finora il maggior interessato ha cercato di esorcizzare e di banalizzare chiedendo a dritta e a manca: dove sono i rubli, i dollari, gli euro e perfino i sesterzi di questo affare? 
Da questo orizzonte piatto è emerso solo il presidente Conte, quello che sarebbe dovuto apparire senza infamia e senza lode. Conte, invece, ha dimostrato di tenere la testa alta e la schiena diritta in un ambiente politico da calcio storico fiorentino. E’ stato il volto dignitoso dell’Italia nel consesso europeo e all’occorrenza ha saputo trarre perfino profitto. Lo ha fatto scongiurando la procedura d’infrazione. Ha più volte cercato di trovare un punto di sintesi tra i due vice Di Maio-Salvini inconcilianti. Perfino sulla Tav, esponendosi ad affermarla, ha cercato di bilanciare il No del suo partito. Un pasticcio d’accordo; ma che poteva fare? Se pure lui, capo del governo, si fosse detto contrario, avrebbe dovuto poi dimettersi di fronte ad un parlamento che era favorevole.  
Poteva impedire che i due partiti della ditta si esprimessero in disaccordo sulla nomina della Presidente della Commissione Europea. Forse avrebbe evitato che la reciproca avversione dei due partiti si presentasse in maniera così plastica. Ma non dobbiamo dimenticare che i Cinquestelle, da quando si son resi conto di smottare sempre più in basso a vantaggio della Lega, hanno cercato di fare qualcosa per arginare il precipizio, assumendo atteggiamenti contrari ai loro amici-nemici di governo. Così, tanto per essere diversi e contro. A quel punto Conte si è ricordato di essere un grillino. E se l’è ricordato quando è andato in conferenza stampa a riferire quanto gli aveva detto Salvini: te ne devi andare perché voglio capitalizzare il vantaggio elettorale che i sondaggi mi accreditano. Probabilmente i termini del colloquio erano stati diversi, anche se il senso era quello, ma Conte, di fronte all’inevitabile, ha ripreso con orgoglio gli abiti del suo partito, stella tra le stelle. Purtroppo per lui, cadenti.

lunedì 12 agosto 2019

Salvini e la Costituzione "violata"




E’ accaduto anche per il Decreto Sicurezza bis, per il quale si è gridato alla violazione della Costituzione e in specifico dell’art. 10, che al 3° comma così recita: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Pur senza essere dei costituzionalisti si capisce benissimo che il dettato ha due momenti diversi: il principio e l’applicazione. Se fosse bastato solo il principio non ci sarebbe stato bisogno dell’aggiunta applicativa “secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Perché i due momenti? Per il semplice fatto che le realtà politiche cambiano e non si può elaborare una costituzione per ogni cambio di realtà. Nel 1947 i padri costituenti pensarono a quegli stranieri che, essendo cittadini di stati nei quali non fossero garantite le libertà democratiche, potessero trovare asilo politico in Italia. Facciamo degli esempi: gli italiani stessi durante il regime fascista; in tempi a noi più vicini i cileni durante la dittatura di Pinochet; i greci durante la dittatura dei colonnelli. In casi simili gli stranieri, a cui dare asilo politico, non sarebbero che poche centinaia di persone, a voler esagerare, migliaia. E’ impensabile che l’intera popolazione di uno stato dittatoriale si possa sversare in un altro, così solo per un principio costituzionale di quest’altro.
Il contesto in cui è maturato il Decreto Sicurezza bis è completamente diverso da quello in cui operarono i costituenti; essi non pensarono davvero ad immigrazioni di massa. Come perfino i più convinti sostenitori dell’accoglienza generalizzata ammettono, anche se poi tendono a minimizzare, a seconda della necessità argomentativa, siamo in presenza di un evento biblico, di un fenomeno trasmigratorio di portata enorme, ai limiti dell’inarrestabilità. La percentuale degli stranieri in Italia è aumentata nel corso di questi ultimi anni, fino a raggiungere al 1° gennaio di quest’anno 5.255.503 unità, una percentuale dell’8,7%. Non è poca se si pensa che fino a pochi anni fa era molto più bassa. E c’è da dire che in genere i dati ufficiali sono sempre incerti per difetto rispetto alla situazione reale.
Chi sostiene l’accoglienza “senza se e senza ma” accusa quelli che la vogliono impedire di fare leva sulla paura della gente, artatamente creata. A parte il fatto che la paura è un ottimo meccanismo di difesa, c’è che non di paura si tratta ma di comprensibile preoccupazione. L’Italia aperta ad ogni forma di accoglienza rischia di ritrovarsi di qui a non molto nelle stesse condizioni di disordine e di terrorismo in cui sono Inghilterra e Francia.
Gli stranieri che arrivano in Italia hanno diverse motivazioni, non solo politiche ma anche economiche. Fatti salvi i comunitari, i quali hanno libera circolazione, gli altri vengono per lo più dall’Asia e dall’Africa, per avere condizioni di vita diverse da quelle dei loro paesi di provenienza. Sono soggetti che fatti arrivare in Italia, accolti e regolarizzati senza nessun limite, all’insegna del Christus vincit Christus regnat – lo dico col massimo rispetto – potrebbero di qui a non molto cambiare completamente l’identità dell’Italia, balcanizzarla, non più cristiana ma multireligiosa con forte accentuazione islamica dato che la maggior parte di questi stranieri sono musulmani. E i musulmani non hanno mai avuto con noi cristiani un grande amore. Basti pensare che mentre la chiesa cristiana accoglie li accoglie come fratelli, nei loro paesi i cristiani vengono uccisi e bruciati vivi nelle chiese. Se la storia non è acqua fresca dovrebbe pur insegnare qualcosa.
Si dirà: il mondo va nella direzione del multiculturalismo. Ma, pur non escludendolo, è del tutto legittimo cercare di contenerne o frenarne la portata. I compianti Oriana Fallaci e Giovanni Sartori, per fare due esempi, erano contrari; e non erano personaggetti da nulla. E’ sempre accaduto nella storia: c’è chi spinge, chi si accoda e chi si oppone. La grande differenza fra i precedenti governi di centrosinistra e il governo attuale, a forte connotazione leghista, sta proprio nel fatalismo degli uni di cavalcare l’onda della multietnicità, tanto è inevitabile!, fino a proporre lo Jus soli, e la consapevole resistenza dell’altro che cerca di difendere l’identità nazionale minacciata, pur conoscendo i limiti dei provvedimenti.
C’è un altro aspetto, concreto, che dovrebbe indurre tutti a trovare una soluzione fuori dalle personali convinzioni di ragione o di fede, ed è che mai si può aprire il paese ad un’accoglienza indiscriminata e illimitata. Chi pensa di poterlo sostenere mente o non si rende conto, forse accecato dall’antipatia per questo o quel politico. Antipatia del tutto legittima ma inopportuna quando è in gioco un problema assai più vasto e importante di una probabile crescita elettorale, a volte insignificante nelle dinamiche politiche del momento.
E’ veramente sconcertante vedere fior di intellettuali arrampicarsi sugli specchi più scivolosi pur di sostenere cose contrarie a quanto afferma Salvini, diventato il nemico numero uno del genere umano. Vederli aggrovigliarsi nei loro stessi ragionamenti, che vanno da una sorta di pietismo pseudoreligioso a banalizzazioni laiche, è mortificante per tutti.
Il problema dell’immigrazione clandestina non è cosa da risolvere con gli appelli del papa – per quanto comprensibili possano essere – o con le necessità coscienziali di ciascuno, ma con la politica, che cerca sempre di declinare i principi morali e religiosi con l’utile e il benessere materiali dei cittadini e del Paese.
In Italia, invece, ci sono cristiani, convinti e straconvinti – almeno così dicono! – che sarebbero capaci di farsi turchi pur di contrastare Salvini e i suoi provvedimenti, specialmente da quando quello, cinicamente e furbescamente, non fa che baciare cristi e madonne.

sabato 10 agosto 2019

Salvini rublizzato e il governo a dondolo




Per le cose di Dio il sospetto è peccato, per le cose di Cesare il sospetto è d’obbligo, tanto più quanto è fondato su una serie di inoppugnabili dati di verità. Le cose di Cesare – si sa – sono la politica, i soldi, il potere. Quelle di Dio forse non le sa più neppure il papa.
La questione morale in Italia è precipitata a prima di Tangentopoli, quando i magistrati, nonostante l’imperversare della corruzione denunciata, si grattavano la pancia all’ombra del Muro di Berlino. Nello specifico della trattativa dei leghisti con faccendieri russi del settore petrolio per avere finanziamenti alla Lega (si parla di 65 mln di Euro) i dati dai quali partire sono almeno tre. Primo, l’incontro per definire l’affare c’è stato: ci sono immagini e intercettazioni. Secondo, all’incontro hanno partecipato due uomini della Lega, Gianluca Savoini (amico ed ex portavoce di Salvini e presidente dell’Associazione Lombardia-Russia) e Gianluca Meranda, più un terzo, il consulente bancario Francesco Vannucci, già dirigente della Margherita. Terzo, Savoini non era di passaggio o un avventuriero imbucato negli incontri ufficiali del governo italiano con quello russo, ma uomo organico della Lega e del Ministero dell’Interno, regolarmente accreditato. Savoini ha una storia e una condizione di assoluto legame con la Lega e con Salvini.
Dopo il maldestro tentativo di dire “Savoini chi?” Salvini ha dovuto ammettere che il personaggio era conosciutissimo e che era un uomo della Lega. Il coinvolgimento di Salvini nell’affare è dunque geometrico. Dati i due cateti, va da sé l’ipotenusa. I giudici dovranno indagare, approfondire, accertare legami e soprattutto se il tentativo di far soldi ha avuto o meno un esito. Ma sul piano politico di elementi per sospettare di Salvini ce ne sono a sufficienza. Ricordiamo che per molto meno si sono dimessi diversi ministri in questi ultimi anni, sia dei governi di centrodestra sia dei governi di centrosinistra. E non parliamo degli anni eroici di Mani Pulite, quando il “non poteva non sapere” e la presunzione di colpevolezza erano regole da applicare ad ogni indagato.
Il caso è grave, tuttavia non è serio, direbbe Ennio Flaiano. Savoini davanti ai giudici si è avvalso della facoltà di non rispondere. Lo stesso in buona sostanza ha fatto Salvini di fronte al Parlamento, non presentandosi affatto. Al suo posto è andato il Presidente del Consiglio Conte, il quale ha detto quel poco che sapeva e che già si sapeva, anche perché il Ministro dell’Interno, che è Salvini, non gli aveva fornito tutte le informazioni richieste.
Nel frattempo Salvini non è rimasto con le mani in mano. Ha minimizzato, scherzato sui rubli, ha ricordato che di rubli veri e accertati ne hanno presi tanti i padri del Pd di oggi, ovvero quelli del Partito comunista inchiodandoli alla formula nazionalpopolare del furbo pecca e minchia paga. Poi la campagna di distrazione di massa con il caso dei bambini di Bibbiano, che è sì una questione gravissima e serissima ma che assai poco ha a che fare con la politica.
Sul piano giudiziario è marginale sapere chi ha avuto interesse a sollevare il caso delle intercettazioni della famosa trattativa al Metropol di Mosca. Se proprio volessimo rispondere, potremmo farlo come suggerivano gli antichi romani: “cui prodest?” e ipotizzare che sono stati gli americani, non proprio felicissimi della politica filoputiniana di Salvini. Ma questo, ripeto, è marginale.  
Non è affatto marginale, invece, la politica di Salvini pro Russia. L’Italia è un paese inserito in un sistema di alleanze per il quale favorire un paese come la Russia può voler dire venir meno da parte di alcuni esponenti del governo agli obblighi che abbiamo verso l’Europa e la Nato. E questo è preoccupante. L’excusatio di Conte secondo cui la politica del governo è una cosa quella di ogni componente politica del governo un’altra non sta né in cielo né in terra. I politici che sono anche membri del governo non possono stare con la Nato e nello stesso tempo flirtare coi suoi nemici. E’ una politica puttanesca, se si può dire; e quelli che la fanno ne sono i degni rappresentanti.
Di fronte alle assurdità che quotidianamente accadono nella politica italiana la gente si chiede: il governo cade o non cade? Si fa strada sempre più una via di mezzo: non cade ma non sta nemmeno in piedi, semplicemente dondola. Che, tradotto, può voler dire che seppure cade, anche formalmente, è difficile che si vada a nuove elezioni; tutt’al più ad un nuovo esecutivo da formare con materiali raccogliticci in Parlamento. Che sarebbe un diverso dondolare. Questa soluzione, che sembra più squittita che ruggita, è la più conveniente al Pd, che avrebbe l’opportunità di due successi. Uno, di dire al governo giallo-verde di aver fallito. Due, di potersi proporre come il ritorno alla normalità democratica dopo le stravaganze populiste e sovraniste.
Prospettiva, questa, che trova qualche credibilità negli addetti ai lavori, i quali credono che quanto accade in politica è come un indumento stagionale, da togliersi di dosso e reindossare all’occorrenza. Evidentemente non è così. Eventi ed elettorato decidono. Le masse di voti date a Berlusconi, a Renzi, ai 5Stelle ed oggi anche a Salvini, sono frutto di questo combinato disposto che è sempre nuovo: eventi-elettori. I voti presi, perciò, non vanno e vengono, come ai tempi del frigorifero di Andreotti. Vanno senza ritorno. L’elettorato è liquido e assume la forma del recipiente che trova. Il recipiente è quel combinato a cui si faceva riferimento.
Forza Italia e Pd continuano a dire le stesse cose dei “bei tempi andati”, come se nel frattempo non fosse accaduto nulla e il Paese avesse la nostalgia di loro. Può essere che il Paese abbia nostalgia, ma proprio di loro no. Se ne facciano una ragione.

giovedì 16 maggio 2019

L'Italia, paese dell'assurdo




Sempre più mi convinco di due cose, in sé esclusive. Per un verso sono fermamente convinto della bontà dell’Europa, anche se presenta non poche malformazioni rispetto al mio ideale che coltivo fin da quando ero giovane, per un altro che noi italiani non abbiamo niente a che fare con lei, anche se non difettiamo di doti straordinarie di popolo. Va a finire che non siamo noi a volercene uscire ma che sarà l’Europa a metterci alla porta.
Oggi le forze, una volta euroscettiche, predicano dalla mattina alla sera la loro fede europeistica. Propaganda elettorale? Anche! Ma sono del parere che esse siano sincere. E’ comodo essere pro e contro allo stesso tempo.
In quale altro paese d’Europa è possibile essere europeisti ed antieuropeisti come accade in Italia? Meglio cumannari ca futtiri dice un proverbio siciliano. E’ superato o vuol dire che noi altri italiani stiamo oltre i siciliani. Cerchiamo da sempre di fare una cosa e l’altra.
In quale paese del mondo i politici capaci sono ladri e gli incapaci sono classe dirigente? Sarebbe come, per usare un mito, Minerva non fosse nata dalla testa ma dal culo di Giove.
In quale paese due partiti diversi e per certi aspetti oppositivi si mettono d’accordo, fanno un contratto e governano nna mmìe nna ttìe, salvo poi a scannarsi per arranfare voti a destra e a sinistra come i ragazzini di una volta i confetti dietro i cortei nuziali?
In quale paese la magistratura aspetta le elezioni per scatenarsi contro gli uni e in difesa, sia pure di risulta, degli altri?
In quale paese un cardinale di santa romana chiesa si trasforma in don Camillo, toglie i sigilli di un impianto elettrico per far tornare la luce in uno stabile occupato abusivamente da quattrocento famiglie, senza che lo Stato incominci a far sloggiare gli abusivi e ad arrestare il cardinale con tutta la berretta cardinalizia?
In quale paese i politici, di maggioranza e di opposizione, fanno a gara a spaventare i cittadini? Gli uni esagerando pericoli di invasione migratoria e insicurezza pubblica per giustificare provvedimenti forti, gli altri esagerando difficoltà economico-finanziarie per profetizzare sventure e fallimenti e paventando il fascismo per delegittimare persone che semplicemente non la pensano come il pensiero unico vorrebbe.  Inventandosi gli uni e gli altri insieme, maggioranza e opposizione, cinque milioni di poveri per dilapidare sostanze ben altrimenti spendibili.
In quale paese del mondo molte famiglie si sono divise in due per poter avere due redditi di cittadinanza invece di uno?
In quale paese per anni si lascia che dei giovinastri prendano di mira un povero cristiano fino a portarlo a morte nell’annacamento totale delle istituzioni?
In quale paese si lasciano i cittadini in balìa del cyberbullismo che ti scova in casa, ti insulta, ti minaccia, ti augura ogni male?
In quale paese si picchiano i medici negli ospedali e i professori a scuola?
In quale paese un servizio pubblico come quello postale non assicura più il recapito della corrispondenza, un ospedale non assicura il ricovero, un treno non assicura l’arrivo a destinazione, milioni di lavoratori autonomi non pagano in tutto o in parte le tasse?
Forse ce ne sono altri paesi dove accadono queste cose, ma c’è da dubitare che si tratti di paesi europei dalle Alpi in su. 
Intendiamoci, non è che tutte queste disgraziatissime cose non ti facciano neppure respirare come il metterle insieme potrebbe far pensare. Ma chi può dire che non siano tutte vere e quotidianamente riprese dalle cronache dei giornali, cartacei e televisivi? Chi può dire che non gettino nello sconforto la parte migliore del paese?
Sì, siamo un popolo anche di virtù; ed è per questo che ancora ci teniamo abbarbicati come la speranza nel vaso di Pandora alla civiltà europea. C’è gente che lavora e produce ricchezza, che assicura ancora un discreto funzionamento di settori importanti del paese. Ma la resistenza, purtroppo incomincia a vacillare e non è un caso che ciò stia accadendo in concomitanza con lo sbraco generale di questi ultimi tempi.