giovedì 15 agosto 2019

Purché il popolo non conti nulla




Nel nostro sgangherato mondo politico abbiamo due Mattei, l’uno e l’altro hanno una < e > in più. In realtà sono due matti.
Prendiamo il Matt[e]o Salvini. Era al governo da poco più di un anno, dove aveva strafatto ad libitum; aveva fatto crescere a dismisura il suo partito nei sondaggi, era diventato il personaggio più popolare d’Italia. E va bene che era anche il più amato e il più odiato. C’era gente che per arrivare a lui avrebbe percorso l’Italia a piedi. Ed altra, cristianissima, che sarebbe diventata turca per i suoi baciamenti pubblici a cristi e madonne. Quel povero Di Maio lo vedevi e ti veniva da piangere, mesto; anzi, sforzatamente gaio, era la maschera di Pierrot. Aveva iniziato con un partitone, era ridotto ad un partitino. Sondaggi, voi direte; ma i sondaggi oggi sono più credibili delle previsioni metereologiche, che pure si sbagliano di pochissimo. Se si sbagliano!
Che voleva di più Salvini? Voleva votare dall’oggi al domani, come se in Italia non ci fossero una Costituzione e delle leggi, che impongono tempi e procedure e tanti tanti avversari che si buttano come falchi sulla preda.
Dice Conte, il giubilato, col quale Salvini sostiene ancora di aver lavorato benissimo, che nel colloquio avuto a quattr’occhi gli ha detto papale papale: i sondaggi mi danno un vantaggio che io voglio capitalizzare subito. Posto che le cose siano andate così – in politica non credere a quel che dicono è un imperativo kantiano – che voleva Salvini, che Conte lo aiutasse nella sua mattana (da Matteo)?
E l’altro Matt[e]o, il Renzi, che da sempre ha ostacolato ogni accordo fra il Pd e i Cinquestelle, minacciando perfino scissioni, che fa? Altra mattana (sempre da Matteo)! Dice: bisogna fare subito un governo coi Cinquestelle, in disaccordo col suo segretario Zingaretti, il quale precipitosamente aveva detto che bisognava andare subito a votare.
Insomma una tromba d’aria – mettiamola così – al termine della quale chi prima era bianco si ritrova nero; e chi prima era nero si ritrova bianco. Chi era al governo sfiducia il governo, ovvero sfiducia se stesso, e chi era all’opposizione vota masochisticamente la fiducia al governo e si condanna a stare qualche anno altro all’opposizione. Il rovesciamento totale delle parti. Ad un certo punto si sono messi anche a farsi i dispetti. Prima Di Maio vuole tagliare 345 parlamentari e poi andare a votare, come se le due cose potessero stare come lunedì e martedì! Poi, quando il Matt[e]o Salvini capisce la provocazione dice: va bene, tagliamo i parlamentari e poi votiamo. Ma l’altro non ci sta e rilancia: tagliamo anche gli stipendi… E così, tra una mattana e l’altra, nel caldo torrido di una estate che gli annali patrii tramanderanno ai posteri come la più calda e politicamente la più sciocca, si è andati avanti fino all’incartamento della crisi.
E tutto questo perché? Per tenere il popolo lontano dalla politica. Il grande assente in tutta questa tragicomica vicenda è lui, il popolo, che in una sana democrazia dovrebbe essere sempre il punto di riferimento, il terminale di tutto. E’ vero che per dettato costituzionale il Presidente della Repubblica prima di sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni, deve verificare se in Parlamento è possibile un’altra maggioranza, ma questo non può mai avere il solo scopo di escludere il popolo dalla partita, peraltro con dichiarazioni esplicite da parte della gran parte dei soggetti politici. Non si deve votare per impedire che vinca Salvini. Ma se il popolo la pensa in questo modo, come gli si può andare contro? Ma in Italia strafottersene del popolo è regola mai scritta ma la sola rispettata fra scritte e non scritte.
Prendiamo l’immigrazione irregolare. Il popolo italiano in materia è categorico: non vuole che l’Italia diventi il paese refugium populorum, una balcanizzazione di razze e di religioni, a parte le degenerazioni del fenomeno, comprese le cooperative che sugli immigrati hanno fatto guadagni enormi nell’era presalviniana.
Il popolo è nel torto? E’ nella ragione? Se è nel torto una classe dirigente seria dovrebbe convincerlo a cambiare opinione. Invece non riesce che a piagnucolare indistinti e generici pietismi, mentre i poteri dello Stato sono gli uni contro gli altri: esecutivo contro giudiziario; e così i ministeri: interni contro trasporti e contro difesa. In questo modo il Paese appare al mondo lacerato e confuso. Che fanno gli altri paesi? La Germania gli immigrati irregolari li ammanetta, li seda, li mette sull’aereo e li riporta nei loro paesi di provenienza.  Il popolo italiano si riconosce in queste metodiche e non certo in quelle predicate dai suoi rappresentanti. Perciò il popolo italiano non deve votare, non deve democraticamente darsi il governo che vuole. Il Matt[e]o Renzi è stato badoglianamente esplicito: impedire che il popolo voti per impedire che Salvini vinca le elezioni! Una democrazia simile può anche non correre rischi sudamericani, dato che siamo in contesti geopolitici differenti, ma non può che tirare a campare in un modus vivendi popolo-istituzioni di reciproca strafottenza.
Un paese dove si ha paura del voto è destinato al disordine crescente, alle incertezze assunte a regime. Riflettiamo: se pure si volesse considerare il fenomeno “Salvini” una degenerazione della democrazia e del costume politico – e per certi aspetti lo è – ci si dovrebbe chiedere da dove e come è nato e cresciuto e riconoscere con onestà intellettuale che è figlio proprio di quel disordine e di quelle incertezze di cui si diceva, che producono fenomeni sempre più gravi e sempre meno gestibili.

martedì 13 agosto 2019

Salvini: tramontate stelle...




Come certe stelle di Natale, belle e rigogliose all’apparenza ma prive di radici, che venditori disonesti ti vendono e che durano giusto il tempo da Natale a Santo Stefano, così i Cinquestelle sono durati giusto un anno e sono seccati. Del resto erano stati propinati al popolo italiano da un comico cialtrone che si è fatto strada mandando affanculo tutti, gli stessi che oggi vorrebbe mettere insieme per scacciare i barbari. Così dice lui, subito ripreso dai media nazionali come se avesse suggerito chissà quale formula alchemica per fabbricare l’oro.
L’evocazione dei barbari di Grillo fa pensare ai Longobardi. E a chi se no? Ovvero alla Lega. Ma non è stato lui ad imbarbarire l’ambiente politico italiano? Ah, dimenticavo, un comico recita solo una parte, oggi di qua domani di là. Fesso chi gli crede. Strafesso chi lo segue.
Quando si è con l’acqua alla gola e la soluzione ti viene da un comico hai solo la consolazione di affogare ridendo. Questa è la situazione dell’Italia.
Fino alla vigilia dell’8 agosto, giorno in cui Salvini ha chiesto a Conte di mettersi da parte, tutti dicevano che il governo non c’era da tempo e che si doveva staccare la spina, metafora per dire che si doveva formalizzare la crisi. Tutti, tranne i Cinquestelle. Pour cause, perché da nuove elezioni essi non avevano da sperare nulla ma da temere assai. Ma già il giorno dopo, il 9 agosto, molti si sono rimangiato quanto avevano sostenuto fino al giorno prima. Contrordine, come ai tempi dei trinariciuti del partito comunista: tutti insieme a fare un governo pur che fosse per impedire la deriva plebiscitaria pro Salvini. Il pericolo è da ciellenismo, spiego: da liberazione nazionale, per i più giovani, che non conoscono la storia.
Siamo alle solite: ieri Berlusconi, oggi Salvini. Gli italiani hanno bisogno di sentirsi in pericolo; e se il pericolo non c’è deve essere inventato. Son tornate le mobilitazioni, i bellacciao, le minacce, gli insulti, le aggressioni, che giornalisti idioti definiscono “cosa bella a vedersi”. I tolleranti per eccellenza sono diventati intolleranti di ripiego, o piuttosto il vero: gli intolleranti di nascita si son tolti la maschera e sono apparsi per quello che sono.
Che strano paese, il nostro! Gli stessi, che sparavano a zero sui politici di professione, sulla casta, si rivelano più cinici e più furbi di Andreotti. Penso al machiavellino Renzi, che si fa promotore di massammurre antileghiste; a Grillo, che vorrebbe una Santa Comica Alleanza per sbarrare il passo al duce Salvini. Penso all’ex magistrato Grasso, che addirittura suggerisce di non votare la sfiducia a Conte. Qui in Italia, comici o magistrati, son tutti politici nati.
Si dice: perché Salvini ha voluto la crisi alla vigilia delle vacanze e l’accelerazione verso nuove elezioni? Dice Zingaretti: fugge dalle responsabilità della manovra finanziaria. Altri aggiungono: teme che vengano fuori compromissioni serie con il russiagate italiano, su cui sta indagando la magistratura e prima o poi qualcosa verrà fuori. Ma sì, ci sta tutto. La politica è un minestrone fatto con tutto quello che si rimedia in cucina. E in Italia, grazie a Dio, abbiamo una cucina fornitissima.
I sospetti, del resto, sono fondati. Da dove prende trenta/quarantamila miliardi il governo per fare fronte alle regole europee in tema di programmazione economica? I soldi se l’è squagliati col reddito di cittadinanza e con la quota cento. E’ da quando è nato questo governo che si dice che la sua morte sarebbe avvenuta in ottobre, alla resa dei conti pubblici.
E non è vero che l’affare con la Russia, in cui sono coinvolti uomini molto vicini a Salvini, è un gravissimo episodio, che finora il maggior interessato ha cercato di esorcizzare e di banalizzare chiedendo a dritta e a manca: dove sono i rubli, i dollari, gli euro e perfino i sesterzi di questo affare? 
Da questo orizzonte piatto è emerso solo il presidente Conte, quello che sarebbe dovuto apparire senza infamia e senza lode. Conte, invece, ha dimostrato di tenere la testa alta e la schiena diritta in un ambiente politico da calcio storico fiorentino. E’ stato il volto dignitoso dell’Italia nel consesso europeo e all’occorrenza ha saputo trarre perfino profitto. Lo ha fatto scongiurando la procedura d’infrazione. Ha più volte cercato di trovare un punto di sintesi tra i due vice Di Maio-Salvini inconcilianti. Perfino sulla Tav, esponendosi ad affermarla, ha cercato di bilanciare il No del suo partito. Un pasticcio d’accordo; ma che poteva fare? Se pure lui, capo del governo, si fosse detto contrario, avrebbe dovuto poi dimettersi di fronte ad un parlamento che era favorevole.  
Poteva impedire che i due partiti della ditta si esprimessero in disaccordo sulla nomina della Presidente della Commissione Europea. Forse avrebbe evitato che la reciproca avversione dei due partiti si presentasse in maniera così plastica. Ma non dobbiamo dimenticare che i Cinquestelle, da quando si son resi conto di smottare sempre più in basso a vantaggio della Lega, hanno cercato di fare qualcosa per arginare il precipizio, assumendo atteggiamenti contrari ai loro amici-nemici di governo. Così, tanto per essere diversi e contro. A quel punto Conte si è ricordato di essere un grillino. E se l’è ricordato quando è andato in conferenza stampa a riferire quanto gli aveva detto Salvini: te ne devi andare perché voglio capitalizzare il vantaggio elettorale che i sondaggi mi accreditano. Probabilmente i termini del colloquio erano stati diversi, anche se il senso era quello, ma Conte, di fronte all’inevitabile, ha ripreso con orgoglio gli abiti del suo partito, stella tra le stelle. Purtroppo per lui, cadenti.

lunedì 12 agosto 2019

Salvini e la Costituzione "violata"




E’ accaduto anche per il Decreto Sicurezza bis, per il quale si è gridato alla violazione della Costituzione e in specifico dell’art. 10, che al 3° comma così recita: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Pur senza essere dei costituzionalisti si capisce benissimo che il dettato ha due momenti diversi: il principio e l’applicazione. Se fosse bastato solo il principio non ci sarebbe stato bisogno dell’aggiunta applicativa “secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Perché i due momenti? Per il semplice fatto che le realtà politiche cambiano e non si può elaborare una costituzione per ogni cambio di realtà. Nel 1947 i padri costituenti pensarono a quegli stranieri che, essendo cittadini di stati nei quali non fossero garantite le libertà democratiche, potessero trovare asilo politico in Italia. Facciamo degli esempi: gli italiani stessi durante il regime fascista; in tempi a noi più vicini i cileni durante la dittatura di Pinochet; i greci durante la dittatura dei colonnelli. In casi simili gli stranieri, a cui dare asilo politico, non sarebbero che poche centinaia di persone, a voler esagerare, migliaia. E’ impensabile che l’intera popolazione di uno stato dittatoriale si possa sversare in un altro, così solo per un principio costituzionale di quest’altro.
Il contesto in cui è maturato il Decreto Sicurezza bis è completamente diverso da quello in cui operarono i costituenti; essi non pensarono davvero ad immigrazioni di massa. Come perfino i più convinti sostenitori dell’accoglienza generalizzata ammettono, anche se poi tendono a minimizzare, a seconda della necessità argomentativa, siamo in presenza di un evento biblico, di un fenomeno trasmigratorio di portata enorme, ai limiti dell’inarrestabilità. La percentuale degli stranieri in Italia è aumentata nel corso di questi ultimi anni, fino a raggiungere al 1° gennaio di quest’anno 5.255.503 unità, una percentuale dell’8,7%. Non è poca se si pensa che fino a pochi anni fa era molto più bassa. E c’è da dire che in genere i dati ufficiali sono sempre incerti per difetto rispetto alla situazione reale.
Chi sostiene l’accoglienza “senza se e senza ma” accusa quelli che la vogliono impedire di fare leva sulla paura della gente, artatamente creata. A parte il fatto che la paura è un ottimo meccanismo di difesa, c’è che non di paura si tratta ma di comprensibile preoccupazione. L’Italia aperta ad ogni forma di accoglienza rischia di ritrovarsi di qui a non molto nelle stesse condizioni di disordine e di terrorismo in cui sono Inghilterra e Francia.
Gli stranieri che arrivano in Italia hanno diverse motivazioni, non solo politiche ma anche economiche. Fatti salvi i comunitari, i quali hanno libera circolazione, gli altri vengono per lo più dall’Asia e dall’Africa, per avere condizioni di vita diverse da quelle dei loro paesi di provenienza. Sono soggetti che fatti arrivare in Italia, accolti e regolarizzati senza nessun limite, all’insegna del Christus vincit Christus regnat – lo dico col massimo rispetto – potrebbero di qui a non molto cambiare completamente l’identità dell’Italia, balcanizzarla, non più cristiana ma multireligiosa con forte accentuazione islamica dato che la maggior parte di questi stranieri sono musulmani. E i musulmani non hanno mai avuto con noi cristiani un grande amore. Basti pensare che mentre la chiesa cristiana accoglie li accoglie come fratelli, nei loro paesi i cristiani vengono uccisi e bruciati vivi nelle chiese. Se la storia non è acqua fresca dovrebbe pur insegnare qualcosa.
Si dirà: il mondo va nella direzione del multiculturalismo. Ma, pur non escludendolo, è del tutto legittimo cercare di contenerne o frenarne la portata. I compianti Oriana Fallaci e Giovanni Sartori, per fare due esempi, erano contrari; e non erano personaggetti da nulla. E’ sempre accaduto nella storia: c’è chi spinge, chi si accoda e chi si oppone. La grande differenza fra i precedenti governi di centrosinistra e il governo attuale, a forte connotazione leghista, sta proprio nel fatalismo degli uni di cavalcare l’onda della multietnicità, tanto è inevitabile!, fino a proporre lo Jus soli, e la consapevole resistenza dell’altro che cerca di difendere l’identità nazionale minacciata, pur conoscendo i limiti dei provvedimenti.
C’è un altro aspetto, concreto, che dovrebbe indurre tutti a trovare una soluzione fuori dalle personali convinzioni di ragione o di fede, ed è che mai si può aprire il paese ad un’accoglienza indiscriminata e illimitata. Chi pensa di poterlo sostenere mente o non si rende conto, forse accecato dall’antipatia per questo o quel politico. Antipatia del tutto legittima ma inopportuna quando è in gioco un problema assai più vasto e importante di una probabile crescita elettorale, a volte insignificante nelle dinamiche politiche del momento.
E’ veramente sconcertante vedere fior di intellettuali arrampicarsi sugli specchi più scivolosi pur di sostenere cose contrarie a quanto afferma Salvini, diventato il nemico numero uno del genere umano. Vederli aggrovigliarsi nei loro stessi ragionamenti, che vanno da una sorta di pietismo pseudoreligioso a banalizzazioni laiche, è mortificante per tutti.
Il problema dell’immigrazione clandestina non è cosa da risolvere con gli appelli del papa – per quanto comprensibili possano essere – o con le necessità coscienziali di ciascuno, ma con la politica, che cerca sempre di declinare i principi morali e religiosi con l’utile e il benessere materiali dei cittadini e del Paese.
In Italia, invece, ci sono cristiani, convinti e straconvinti – almeno così dicono! – che sarebbero capaci di farsi turchi pur di contrastare Salvini e i suoi provvedimenti, specialmente da quando quello, cinicamente e furbescamente, non fa che baciare cristi e madonne.

sabato 10 agosto 2019

Salvini rublizzato e il governo a dondolo




Per le cose di Dio il sospetto è peccato, per le cose di Cesare il sospetto è d’obbligo, tanto più quanto è fondato su una serie di inoppugnabili dati di verità. Le cose di Cesare – si sa – sono la politica, i soldi, il potere. Quelle di Dio forse non le sa più neppure il papa.
La questione morale in Italia è precipitata a prima di Tangentopoli, quando i magistrati, nonostante l’imperversare della corruzione denunciata, si grattavano la pancia all’ombra del Muro di Berlino. Nello specifico della trattativa dei leghisti con faccendieri russi del settore petrolio per avere finanziamenti alla Lega (si parla di 65 mln di Euro) i dati dai quali partire sono almeno tre. Primo, l’incontro per definire l’affare c’è stato: ci sono immagini e intercettazioni. Secondo, all’incontro hanno partecipato due uomini della Lega, Gianluca Savoini (amico ed ex portavoce di Salvini e presidente dell’Associazione Lombardia-Russia) e Gianluca Meranda, più un terzo, il consulente bancario Francesco Vannucci, già dirigente della Margherita. Terzo, Savoini non era di passaggio o un avventuriero imbucato negli incontri ufficiali del governo italiano con quello russo, ma uomo organico della Lega e del Ministero dell’Interno, regolarmente accreditato. Savoini ha una storia e una condizione di assoluto legame con la Lega e con Salvini.
Dopo il maldestro tentativo di dire “Savoini chi?” Salvini ha dovuto ammettere che il personaggio era conosciutissimo e che era un uomo della Lega. Il coinvolgimento di Salvini nell’affare è dunque geometrico. Dati i due cateti, va da sé l’ipotenusa. I giudici dovranno indagare, approfondire, accertare legami e soprattutto se il tentativo di far soldi ha avuto o meno un esito. Ma sul piano politico di elementi per sospettare di Salvini ce ne sono a sufficienza. Ricordiamo che per molto meno si sono dimessi diversi ministri in questi ultimi anni, sia dei governi di centrodestra sia dei governi di centrosinistra. E non parliamo degli anni eroici di Mani Pulite, quando il “non poteva non sapere” e la presunzione di colpevolezza erano regole da applicare ad ogni indagato.
Il caso è grave, tuttavia non è serio, direbbe Ennio Flaiano. Savoini davanti ai giudici si è avvalso della facoltà di non rispondere. Lo stesso in buona sostanza ha fatto Salvini di fronte al Parlamento, non presentandosi affatto. Al suo posto è andato il Presidente del Consiglio Conte, il quale ha detto quel poco che sapeva e che già si sapeva, anche perché il Ministro dell’Interno, che è Salvini, non gli aveva fornito tutte le informazioni richieste.
Nel frattempo Salvini non è rimasto con le mani in mano. Ha minimizzato, scherzato sui rubli, ha ricordato che di rubli veri e accertati ne hanno presi tanti i padri del Pd di oggi, ovvero quelli del Partito comunista inchiodandoli alla formula nazionalpopolare del furbo pecca e minchia paga. Poi la campagna di distrazione di massa con il caso dei bambini di Bibbiano, che è sì una questione gravissima e serissima ma che assai poco ha a che fare con la politica.
Sul piano giudiziario è marginale sapere chi ha avuto interesse a sollevare il caso delle intercettazioni della famosa trattativa al Metropol di Mosca. Se proprio volessimo rispondere, potremmo farlo come suggerivano gli antichi romani: “cui prodest?” e ipotizzare che sono stati gli americani, non proprio felicissimi della politica filoputiniana di Salvini. Ma questo, ripeto, è marginale.  
Non è affatto marginale, invece, la politica di Salvini pro Russia. L’Italia è un paese inserito in un sistema di alleanze per il quale favorire un paese come la Russia può voler dire venir meno da parte di alcuni esponenti del governo agli obblighi che abbiamo verso l’Europa e la Nato. E questo è preoccupante. L’excusatio di Conte secondo cui la politica del governo è una cosa quella di ogni componente politica del governo un’altra non sta né in cielo né in terra. I politici che sono anche membri del governo non possono stare con la Nato e nello stesso tempo flirtare coi suoi nemici. E’ una politica puttanesca, se si può dire; e quelli che la fanno ne sono i degni rappresentanti.
Di fronte alle assurdità che quotidianamente accadono nella politica italiana la gente si chiede: il governo cade o non cade? Si fa strada sempre più una via di mezzo: non cade ma non sta nemmeno in piedi, semplicemente dondola. Che, tradotto, può voler dire che seppure cade, anche formalmente, è difficile che si vada a nuove elezioni; tutt’al più ad un nuovo esecutivo da formare con materiali raccogliticci in Parlamento. Che sarebbe un diverso dondolare. Questa soluzione, che sembra più squittita che ruggita, è la più conveniente al Pd, che avrebbe l’opportunità di due successi. Uno, di dire al governo giallo-verde di aver fallito. Due, di potersi proporre come il ritorno alla normalità democratica dopo le stravaganze populiste e sovraniste.
Prospettiva, questa, che trova qualche credibilità negli addetti ai lavori, i quali credono che quanto accade in politica è come un indumento stagionale, da togliersi di dosso e reindossare all’occorrenza. Evidentemente non è così. Eventi ed elettorato decidono. Le masse di voti date a Berlusconi, a Renzi, ai 5Stelle ed oggi anche a Salvini, sono frutto di questo combinato disposto che è sempre nuovo: eventi-elettori. I voti presi, perciò, non vanno e vengono, come ai tempi del frigorifero di Andreotti. Vanno senza ritorno. L’elettorato è liquido e assume la forma del recipiente che trova. Il recipiente è quel combinato a cui si faceva riferimento.
Forza Italia e Pd continuano a dire le stesse cose dei “bei tempi andati”, come se nel frattempo non fosse accaduto nulla e il Paese avesse la nostalgia di loro. Può essere che il Paese abbia nostalgia, ma proprio di loro no. Se ne facciano una ragione.

giovedì 16 maggio 2019

L'Italia, paese dell'assurdo




Sempre più mi convinco di due cose, in sé esclusive. Per un verso sono fermamente convinto della bontà dell’Europa, anche se presenta non poche malformazioni rispetto al mio ideale che coltivo fin da quando ero giovane, per un altro che noi italiani non abbiamo niente a che fare con lei, anche se non difettiamo di doti straordinarie di popolo. Va a finire che non siamo noi a volercene uscire ma che sarà l’Europa a metterci alla porta.
Oggi le forze, una volta euroscettiche, predicano dalla mattina alla sera la loro fede europeistica. Propaganda elettorale? Anche! Ma sono del parere che esse siano sincere. E’ comodo essere pro e contro allo stesso tempo.
In quale altro paese d’Europa è possibile essere europeisti ed antieuropeisti come accade in Italia? Meglio cumannari ca futtiri dice un proverbio siciliano. E’ superato o vuol dire che noi altri italiani stiamo oltre i siciliani. Cerchiamo da sempre di fare una cosa e l’altra.
In quale paese del mondo i politici capaci sono ladri e gli incapaci sono classe dirigente? Sarebbe come, per usare un mito, Minerva non fosse nata dalla testa ma dal culo di Giove.
In quale paese due partiti diversi e per certi aspetti oppositivi si mettono d’accordo, fanno un contratto e governano nna mmìe nna ttìe, salvo poi a scannarsi per arranfare voti a destra e a sinistra come i ragazzini di una volta i confetti dietro i cortei nuziali?
In quale paese la magistratura aspetta le elezioni per scatenarsi contro gli uni e in difesa, sia pure di risulta, degli altri?
In quale paese un cardinale di santa romana chiesa si trasforma in don Camillo, toglie i sigilli di un impianto elettrico per far tornare la luce in uno stabile occupato abusivamente da quattrocento famiglie, senza che lo Stato incominci a far sloggiare gli abusivi e ad arrestare il cardinale con tutta la berretta cardinalizia?
In quale paese i politici, di maggioranza e di opposizione, fanno a gara a spaventare i cittadini? Gli uni esagerando pericoli di invasione migratoria e insicurezza pubblica per giustificare provvedimenti forti, gli altri esagerando difficoltà economico-finanziarie per profetizzare sventure e fallimenti e paventando il fascismo per delegittimare persone che semplicemente non la pensano come il pensiero unico vorrebbe.  Inventandosi gli uni e gli altri insieme, maggioranza e opposizione, cinque milioni di poveri per dilapidare sostanze ben altrimenti spendibili.
In quale paese del mondo molte famiglie si sono divise in due per poter avere due redditi di cittadinanza invece di uno?
In quale paese per anni si lascia che dei giovinastri prendano di mira un povero cristiano fino a portarlo a morte nell’annacamento totale delle istituzioni?
In quale paese si lasciano i cittadini in balìa del cyberbullismo che ti scova in casa, ti insulta, ti minaccia, ti augura ogni male?
In quale paese si picchiano i medici negli ospedali e i professori a scuola?
In quale paese un servizio pubblico come quello postale non assicura più il recapito della corrispondenza, un ospedale non assicura il ricovero, un treno non assicura l’arrivo a destinazione, milioni di lavoratori autonomi non pagano in tutto o in parte le tasse?
Forse ce ne sono altri paesi dove accadono queste cose, ma c’è da dubitare che si tratti di paesi europei dalle Alpi in su. 
Intendiamoci, non è che tutte queste disgraziatissime cose non ti facciano neppure respirare come il metterle insieme potrebbe far pensare. Ma chi può dire che non siano tutte vere e quotidianamente riprese dalle cronache dei giornali, cartacei e televisivi? Chi può dire che non gettino nello sconforto la parte migliore del paese?
Sì, siamo un popolo anche di virtù; ed è per questo che ancora ci teniamo abbarbicati come la speranza nel vaso di Pandora alla civiltà europea. C’è gente che lavora e produce ricchezza, che assicura ancora un discreto funzionamento di settori importanti del paese. Ma la resistenza, purtroppo incomincia a vacillare e non è un caso che ciò stia accadendo in concomitanza con lo sbraco generale di questi ultimi tempi.

domenica 17 marzo 2019

Contratto di governo, la formula è fallita




La politica non sembra ma ha una sua sacralità. La presenza nel suo tempio di una profanità, per quanto ben nascosta e mimetizzata, salta subito agli occhi dei suoi fedeli.
Da quando tra il M5S e la Lega è nato il “governo del contratto”, per la prima volta in Italia – prima si era sempre parlato di governi di più o meno larghe intese, di alleanze tattiche, di transizione, di scopo, ecc. ecc. – è apparso chiaro che si trattava di una novità. Del resto gli stessi protagonisti, i 5S soprattutto, lo accreditavano come il governo delle “cose mai viste” in un continuo paragonarsi ai precedenti governi, nella formula “mentre gli altri, noi”.
Lo scrittore politico Filippo Ceccarelli si sarà felicemente ispirato proprio a questa formula nell’intitolare il suo libro “Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua”. Ecco, la vera formula di governo 5S-Lega è proprio “dei questi qua”, come a sottolinearne l’assoluta mancanza di colore politico o come a marcarne la distanza  “da quelli là”, i politici della prima e seconda repubblica.
Alla formula del contratto, un po’ anche per nobilitarla in qualche modo, si è voluto dare una dimensione populistica, peraltro ben accetta ai protagonisti. I quali, come pirandelliani personaggi in cerca d’autore, se ne sono calzati immediatamente. Vedi il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale si è subito presentato come l’avvocato del popolo, nemmeno fosse uno di quegli avvocati della rivoluzione francese, un Robespierre, un Desmoulins. Anche se dopo, più che porsi tra il governo e il popolo in difesa di quest’ultimo, si è accomodato in una più modesta posizione tra i due vice, in difesa del suo mandante Di Maio.
Ci poteva pure stare questo nuovo arricchimento dell’inedita formula. In fondo tutti nel mondo ci riconoscono il merito di reinventare all’occorrenza la politica. Dietro le parole, però, ci sono i fatti. Nel contratto non è scritto: noi abbiamo raggiunto un’intesa su ogni singola cosa da realizzare, ma noi parti contraenti abbiamo stabilito di fare queste cose come ognuna delle due parti le ha promesse al suo elettorato, queste a me e queste a te. Io non m’impiccio delle cose tue e tu non t’impicci delle cose mie. E il popolo italiano? Quello ha votato e tanto gli basta!
Può un governo, che abbia la pretesa di durare per l’intera legislatura, attenersi rigorosamente a quanto sottoscritto nel contratto? Salvini, che la sa più lunga di Di Maio, ha fatto finta di crederci, sapendo che dopo sarebbe venuto il “bello”. Per Di Maio, invece, quel che è venuto dopo è stato il “brutto” della situazione. I litigi tra i due nascono e si consumano in questa diversa visione della politica: flessibile per Salvini, rigida per Di Maio. Ovvio che abbia buon gioco Salvini perché la politica è appunto flessibilità.    
Il contratto 5S-Lega, con le approvazioni incrociate, fa pensare ad una spartizione di ambiti di potere e di soluzioni, senza offesa, da patto mafioso. Diviso il potere delle cose da fare in mandamenti ciascuno realizza le cose sue nel proprio senza che l’altro ci metta il becco. Così, invece di trovare un’intesa sulla Tav, sulla Fornero, sul reddito di cittadinanza, sulla tassa piatta, sull’immigrazione, sulla sicurezza e via contrattando, i due soggetti politici-boss, si sono spartito il potere mandamentale: io faccio quel che mi pare su questi punti benché tu non li condivida, in cambio io ti lascio fare le tue cose che io non condivido. Così, catafottendosene (Camilleri copyright) dei rispettivi elettorati, ovvero dei loro tanto adorati popoli.
Ad avere la peggio in termini di consenso non potevano che essere i 5S, i quali sono nati per non spartire niente con nessuno, all’insegna dell’antipolitica. Ovvio che nel momento in cui il M5S ha dovuto concedere alla Lega alcuni punti il suo popolo in parte è rimasto deluso, in parte si è arrabbiato.
Era inevitabile che prima o poi si sarebbe arrivati allo scontro. Il punto è arrivato con la Tav. In un paese normale, governato perfino da ministri corrotti ma competenti e capaci, dotati del senso dello Stato, si realizzerebbe senza problemi. Ci sono degli accordi internazionali approvati dal Parlamento, i lavori preparatori per l’inizio dello scavo del tunnel che deve congiungere Torino a Lione sono stati iniziati da anni, si devono fare i bandi con le imprese, ci sono i finanziamenti europei… E, allora, che si aspetta? C’è che nel contratto di governo la Tav è prevista, ma come ridiscussione: “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell'applicazione dell'accordo tra Italia e Francia". Questo dice il contratto. Perciò pacta sunt servanda, dicono con parole loro i 5S. Se il capo dell’altro mandamento fa il furbo, perché il suo popolo la Tav la vuole senz’altro, deve sapere che si ritorceranno contro tante altre cose che gli sono state concesse solo per rispettare il contratto. “Bada, Salvini – ha detto Di Maio – che per il caso Diciotti deve ancora votare il Senato, perciò, regolati”. E Salvini, che tanto sa che la Tav prima o poi si farà, si è regolato, accettando la soluzione provvisoria di congelare la questione fino alle elezioni europee del 26 maggio.
Le opposizioni hanno ragione a denunciare il fallimento del governo e soprattutto della formula contratto. Questo, infatti, prevede sempre che le parti contraenti siano sovrane, che non debbano rispondere a nessuno delle loro scelte. Ma in politica non è così. Non c’è rappresentanza che non debba dar conto. Se di questo se ne impipa, prima o poi ne paga le conseguenze. In politica come in natura il corso delle cose non lo puoi cambiare, perché sia l’una che l’altra si riprendono ciò che appartiene loro: la natura si riprende il territorio, la politica i voti e dunque il potere.       

venerdì 15 marzo 2019

Primarie Pd, ma non è solo questione di uomini




Le Primarie del Pd del 3 marzo hanno fatto registrare un trend di calo rispetto alle precedenti. Un milione e ottocentomila elettori, tuttavia, coi tempi che corrono, sono tanti. Lo spettacolo ai gazebo, con la gente in fila per votare, ha avuto un effetto rigenerante. La percentuale del vincitore, Zingaretti, intorno al settanta per cento, è rassicurante. Habemus papam! E non è davvero poco.
Al di là del metodo discutibile di una simile consultazione – se ne parla dalla sua introduzione nel 2005 – e degli effetti che questa performance politica avrà in prospettiva, consideriamola nell’immediato. Oggi, si sa, tutto scorre velocemente e tutto cambia nel volgere di poco tempo. Previsioni non se ne possono fare.
Nell’immediato il mezzo (le primarie) si è rivelato essere il messaggio (successo politico), un po’ secondo la formula di MacLuhan per la comunicazione. Un partito, il Pd, che sembrava spento, con la testa abbassata a guardarsi le punte dei piedi, ha rialzato la testa, guarda avanti, con rinnovata volontà di riscatto. Il mezzo miracolo c’è stato. E lo si nota anche nell’interesse che ha suscitato attraverso i media nel paese. Il che significa che la politica ha bisogno dei suoi riti, della sua fisiologia, della comunicazione, delle discussioni, del confronto, del voto. Un risultato tanto più importante quanto più intorno regnano il vuoto e pseudoconsultazioni di nessuna credibilità. Mi riferisco ai pochissimi che votano sulla piattaforma Rousseau, nella più grigia opacità, con la pretesa di essere maggioranza e di determinare anche scelte importanti per tutto il paese.
Detto questo non si può non considerare la risposta che il rigenerato Pd intende dare agli elettori; soprattutto che cosa è e dove vuole andare. Prima del voto i tre candidati alla segreteria, Zingaretti, Martina e Giachetti, più o meno dicevano le stesse cose, ovvero non dicevano nulla, specialmente su quei temi sensibili che gli erano costati il crollo elettorale: immigrazione, sicurezza, sudditanza all’Europa. Si limitavano ad attaccare episodicamente il governo ora per un provvedimento ora per un altro, ora per un’espressione di Salvini ora per una gaffe di Toninelli, senza mai proporre alcunché di chiaro e di positivo, sia in termini tattici di alleanze che in termini strategici di traguardi. E se polemica facevano la circoscrivevano agli affari loro interni. Vedi Giachetti nei confronti di D’Alema e compagni.
Ora è tempo che si parli di prospettive. Il che non è facile; di sicuro è più roba per commentatori e analisti. La situazione politica italiana è assai complicata con tre schieramenti che per giungere a formare un governo è ragionevole pensare che due debbano allearsi e lasciare il terzo a fare l’opposizione. Con chi si alleerebbe il Pd? E per fare che cosa?
Il dibattito politico seguito al 4 marzo 2018 ha dimostrato che Renzi aveva ragione ad escludere qualsiasi ipotesi di intesa col M5S. Che cosa avrebbe potuto o potrebbe tenere insieme questi due soggetti politici? Ma altrettanto improbabile è un’alleanza del Pd con qualche spezzone del centrodestra. Non certo con la Lega di Salvini. Ma neppure con Forza Italia di Berlusconi. E, allora? Aspettiamo tutti il Congresso di questo partito per cercare di vedere dove ci possono portare gli ultimi eventi, in una situazione in cui persistono molte incertezze. Le ripetute dichiarazioni di non belligeranza di Renzi non lasciano presagire disponibilità di accordi.
Intanto sono tornati a farsi sentire i soliti artisti e intellettuali che ruotano attorno al partito e che di politica non hanno mai dimostrato di capire nulla. Si son sentiti importanti esponenti di questa intellighenzia tornare a parlare di immigrazione e di sicurezza con gli stessi temi e toni di prima della batosta elettorale. Non vogliono rendersi conto che c’è un paese che non la pensa come loro.
La politica di Salvini può non piacere alle anime più sensibili dei dem per la forma con cui viene presentata e soprattutto per i contenuti, lontani dalla concezione cristiana e solidaristica della vita, inconciliabili con lo spirito europeistico dominante. Ma se il paese nella sua maggioranza la pensa in un certo modo su taluni problemi, un partito democratico che si propone di vincere le elezioni, che fa? Delle due l’una. O cerca di elaborare proposte che vadano incontro al popolo senza tradire la propria visione della vita, una sintesi chiara e comprensibile che convinca la gente che è necessario e conveniente andare in quella direzione; oppure fa come già si torna a fare, predica accoglienza senza limiti, jus soli ed altre cose simili, che finora sono costate il consenso elettorale. Così si ritorna al punto di partenza. E allora la crisi è assai più grave di come la si immagina, poiché appare di tutta evidenza che la democrazia per come oggi funziona non sarebbe adeguata a far corrispondere alla volontà del popolo una giusta e adeguata élite rappresentativa. Sarebbe cessata definitivamente la stagione di quando la rappresentanza politica riusciva a guidare l’elettorato dove  riteneva fosse più opportuno, quando era l’élite ad indicare e il popolo a seguire. Se oggi accade il contrario, il popolo impone e l’élite lo segue, può essere che non ci siano politici all’altezza o che il sistema non funzioni più; o entrambe le cose. Il problema non cambia, resta da trovare il punto d’incontro. Le élite non possono governare con le bugie, il popolo non può pretendere che si governi senza competenze e capacità.
Ad uscire da una simile situazione dovrebbero concorrere i partiti o i movimenti moderati, che per loro natura tendono a conciliare. Ma dovrebbero farlo con uno spirito nuovo e soprattutto senza le vecchie contrapposizioni dell’altro secolo, quando ben altra era la situazione politica e culturale.  Il Pd, che è l’unico partito rimasto del vecchio sistema politico, ha il compito gravoso e difficile di fare delle scelte coraggiose, prima fra tutte quella di uscire dall’equivoco di partito di centro che va a sinistra, come De Gasperi battezzò la Democrazia Cristiana nel dopoguerra.  Non fosse altro che per il fatto che oggi la sinistra è come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.