domenica 17 marzo 2019

Contratto di governo, la formula è fallita




La politica non sembra ma ha una sua sacralità. La presenza nel suo tempio di una profanità, per quanto ben nascosta e mimetizzata, salta subito agli occhi dei suoi fedeli.
Da quando tra il M5S e la Lega è nato il “governo del contratto”, per la prima volta in Italia – prima si era sempre parlato di governi di più o meno larghe intese, di alleanze tattiche, di transizione, di scopo, ecc. ecc. – è apparso chiaro che si trattava di una novità. Del resto gli stessi protagonisti, i 5S soprattutto, lo accreditavano come il governo delle “cose mai viste” in un continuo paragonarsi ai precedenti governi, nella formula “mentre gli altri, noi”.
Lo scrittore politico Filippo Ceccarelli si sarà felicemente ispirato proprio a questa formula nell’intitolare il suo libro “Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua”. Ecco, la vera formula di governo 5S-Lega è proprio “dei questi qua”, come a sottolinearne l’assoluta mancanza di colore politico o come a marcarne la distanza  “da quelli là”, i politici della prima e seconda repubblica.
Alla formula del contratto, un po’ anche per nobilitarla in qualche modo, si è voluto dare una dimensione populistica, peraltro ben accetta ai protagonisti. I quali, come pirandelliani personaggi in cerca d’autore, se ne sono calzati immediatamente. Vedi il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale si è subito presentato come l’avvocato del popolo, nemmeno fosse uno di quegli avvocati della rivoluzione francese, un Robespierre, un Desmoulins. Anche se dopo, più che porsi tra il governo e il popolo in difesa di quest’ultimo, si è accomodato in una più modesta posizione tra i due vice, in difesa del suo mandante Di Maio.
Ci poteva pure stare questo nuovo arricchimento dell’inedita formula. In fondo tutti nel mondo ci riconoscono il merito di reinventare all’occorrenza la politica. Dietro le parole, però, ci sono i fatti. Nel contratto non è scritto: noi abbiamo raggiunto un’intesa su ogni singola cosa da realizzare, ma noi parti contraenti abbiamo stabilito di fare queste cose come ognuna delle due parti le ha promesse al suo elettorato, queste a me e queste a te. Io non m’impiccio delle cose tue e tu non t’impicci delle cose mie. E il popolo italiano? Quello ha votato e tanto gli basta!
Può un governo, che abbia la pretesa di durare per l’intera legislatura, attenersi rigorosamente a quanto sottoscritto nel contratto? Salvini, che la sa più lunga di Di Maio, ha fatto finta di crederci, sapendo che dopo sarebbe venuto il “bello”. Per Di Maio, invece, quel che è venuto dopo è stato il “brutto” della situazione. I litigi tra i due nascono e si consumano in questa diversa visione della politica: flessibile per Salvini, rigida per Di Maio. Ovvio che abbia buon gioco Salvini perché la politica è appunto flessibilità.    
Il contratto 5S-Lega, con le approvazioni incrociate, fa pensare ad una spartizione di ambiti di potere e di soluzioni, senza offesa, da patto mafioso. Diviso il potere delle cose da fare in mandamenti ciascuno realizza le cose sue nel proprio senza che l’altro ci metta il becco. Così, invece di trovare un’intesa sulla Tav, sulla Fornero, sul reddito di cittadinanza, sulla tassa piatta, sull’immigrazione, sulla sicurezza e via contrattando, i due soggetti politici-boss, si sono spartito il potere mandamentale: io faccio quel che mi pare su questi punti benché tu non li condivida, in cambio io ti lascio fare le tue cose che io non condivido. Così, catafottendosene (Camilleri copyright) dei rispettivi elettorati, ovvero dei loro tanto adorati popoli.
Ad avere la peggio in termini di consenso non potevano che essere i 5S, i quali sono nati per non spartire niente con nessuno, all’insegna dell’antipolitica. Ovvio che nel momento in cui il M5S ha dovuto concedere alla Lega alcuni punti il suo popolo in parte è rimasto deluso, in parte si è arrabbiato.
Era inevitabile che prima o poi si sarebbe arrivati allo scontro. Il punto è arrivato con la Tav. In un paese normale, governato perfino da ministri corrotti ma competenti e capaci, dotati del senso dello Stato, si realizzerebbe senza problemi. Ci sono degli accordi internazionali approvati dal Parlamento, i lavori preparatori per l’inizio dello scavo del tunnel che deve congiungere Torino a Lione sono stati iniziati da anni, si devono fare i bandi con le imprese, ci sono i finanziamenti europei… E, allora, che si aspetta? C’è che nel contratto di governo la Tav è prevista, ma come ridiscussione: “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell'applicazione dell'accordo tra Italia e Francia". Questo dice il contratto. Perciò pacta sunt servanda, dicono con parole loro i 5S. Se il capo dell’altro mandamento fa il furbo, perché il suo popolo la Tav la vuole senz’altro, deve sapere che si ritorceranno contro tante altre cose che gli sono state concesse solo per rispettare il contratto. “Bada, Salvini – ha detto Di Maio – che per il caso Diciotti deve ancora votare il Senato, perciò, regolati”. E Salvini, che tanto sa che la Tav prima o poi si farà, si è regolato, accettando la soluzione provvisoria di congelare la questione fino alle elezioni europee del 26 maggio.
Le opposizioni hanno ragione a denunciare il fallimento del governo e soprattutto della formula contratto. Questo, infatti, prevede sempre che le parti contraenti siano sovrane, che non debbano rispondere a nessuno delle loro scelte. Ma in politica non è così. Non c’è rappresentanza che non debba dar conto. Se di questo se ne impipa, prima o poi ne paga le conseguenze. In politica come in natura il corso delle cose non lo puoi cambiare, perché sia l’una che l’altra si riprendono ciò che appartiene loro: la natura si riprende il territorio, la politica i voti e dunque il potere.       

venerdì 15 marzo 2019

Primarie Pd, ma non è solo questione di uomini




Le Primarie del Pd del 3 marzo hanno fatto registrare un trend di calo rispetto alle precedenti. Un milione e ottocentomila elettori, tuttavia, coi tempi che corrono, sono tanti. Lo spettacolo ai gazebo, con la gente in fila per votare, ha avuto un effetto rigenerante. La percentuale del vincitore, Zingaretti, intorno al settanta per cento, è rassicurante. Habemus papam! E non è davvero poco.
Al di là del metodo discutibile di una simile consultazione – se ne parla dalla sua introduzione nel 2005 – e degli effetti che questa performance politica avrà in prospettiva, consideriamola nell’immediato. Oggi, si sa, tutto scorre velocemente e tutto cambia nel volgere di poco tempo. Previsioni non se ne possono fare.
Nell’immediato il mezzo (le primarie) si è rivelato essere il messaggio (successo politico), un po’ secondo la formula di MacLuhan per la comunicazione. Un partito, il Pd, che sembrava spento, con la testa abbassata a guardarsi le punte dei piedi, ha rialzato la testa, guarda avanti, con rinnovata volontà di riscatto. Il mezzo miracolo c’è stato. E lo si nota anche nell’interesse che ha suscitato attraverso i media nel paese. Il che significa che la politica ha bisogno dei suoi riti, della sua fisiologia, della comunicazione, delle discussioni, del confronto, del voto. Un risultato tanto più importante quanto più intorno regnano il vuoto e pseudoconsultazioni di nessuna credibilità. Mi riferisco ai pochissimi che votano sulla piattaforma Rousseau, nella più grigia opacità, con la pretesa di essere maggioranza e di determinare anche scelte importanti per tutto il paese.
Detto questo non si può non considerare la risposta che il rigenerato Pd intende dare agli elettori; soprattutto che cosa è e dove vuole andare. Prima del voto i tre candidati alla segreteria, Zingaretti, Martina e Giachetti, più o meno dicevano le stesse cose, ovvero non dicevano nulla, specialmente su quei temi sensibili che gli erano costati il crollo elettorale: immigrazione, sicurezza, sudditanza all’Europa. Si limitavano ad attaccare episodicamente il governo ora per un provvedimento ora per un altro, ora per un’espressione di Salvini ora per una gaffe di Toninelli, senza mai proporre alcunché di chiaro e di positivo, sia in termini tattici di alleanze che in termini strategici di traguardi. E se polemica facevano la circoscrivevano agli affari loro interni. Vedi Giachetti nei confronti di D’Alema e compagni.
Ora è tempo che si parli di prospettive. Il che non è facile; di sicuro è più roba per commentatori e analisti. La situazione politica italiana è assai complicata con tre schieramenti che per giungere a formare un governo è ragionevole pensare che due debbano allearsi e lasciare il terzo a fare l’opposizione. Con chi si alleerebbe il Pd? E per fare che cosa?
Il dibattito politico seguito al 4 marzo 2018 ha dimostrato che Renzi aveva ragione ad escludere qualsiasi ipotesi di intesa col M5S. Che cosa avrebbe potuto o potrebbe tenere insieme questi due soggetti politici? Ma altrettanto improbabile è un’alleanza del Pd con qualche spezzone del centrodestra. Non certo con la Lega di Salvini. Ma neppure con Forza Italia di Berlusconi. E, allora? Aspettiamo tutti il Congresso di questo partito per cercare di vedere dove ci possono portare gli ultimi eventi, in una situazione in cui persistono molte incertezze. Le ripetute dichiarazioni di non belligeranza di Renzi non lasciano presagire disponibilità di accordi.
Intanto sono tornati a farsi sentire i soliti artisti e intellettuali che ruotano attorno al partito e che di politica non hanno mai dimostrato di capire nulla. Si son sentiti importanti esponenti di questa intellighenzia tornare a parlare di immigrazione e di sicurezza con gli stessi temi e toni di prima della batosta elettorale. Non vogliono rendersi conto che c’è un paese che non la pensa come loro.
La politica di Salvini può non piacere alle anime più sensibili dei dem per la forma con cui viene presentata e soprattutto per i contenuti, lontani dalla concezione cristiana e solidaristica della vita, inconciliabili con lo spirito europeistico dominante. Ma se il paese nella sua maggioranza la pensa in un certo modo su taluni problemi, un partito democratico che si propone di vincere le elezioni, che fa? Delle due l’una. O cerca di elaborare proposte che vadano incontro al popolo senza tradire la propria visione della vita, una sintesi chiara e comprensibile che convinca la gente che è necessario e conveniente andare in quella direzione; oppure fa come già si torna a fare, predica accoglienza senza limiti, jus soli ed altre cose simili, che finora sono costate il consenso elettorale. Così si ritorna al punto di partenza. E allora la crisi è assai più grave di come la si immagina, poiché appare di tutta evidenza che la democrazia per come oggi funziona non sarebbe adeguata a far corrispondere alla volontà del popolo una giusta e adeguata élite rappresentativa. Sarebbe cessata definitivamente la stagione di quando la rappresentanza politica riusciva a guidare l’elettorato dove  riteneva fosse più opportuno, quando era l’élite ad indicare e il popolo a seguire. Se oggi accade il contrario, il popolo impone e l’élite lo segue, può essere che non ci siano politici all’altezza o che il sistema non funzioni più; o entrambe le cose. Il problema non cambia, resta da trovare il punto d’incontro. Le élite non possono governare con le bugie, il popolo non può pretendere che si governi senza competenze e capacità.
Ad uscire da una simile situazione dovrebbero concorrere i partiti o i movimenti moderati, che per loro natura tendono a conciliare. Ma dovrebbero farlo con uno spirito nuovo e soprattutto senza le vecchie contrapposizioni dell’altro secolo, quando ben altra era la situazione politica e culturale.  Il Pd, che è l’unico partito rimasto del vecchio sistema politico, ha il compito gravoso e difficile di fare delle scelte coraggiose, prima fra tutte quella di uscire dall’equivoco di partito di centro che va a sinistra, come De Gasperi battezzò la Democrazia Cristiana nel dopoguerra.  Non fosse altro che per il fatto che oggi la sinistra è come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.           

domenica 3 marzo 2019

Io i Cinquestelle li ho conosciuti in un'altra vita




Io i cinquestelle li ho conosciuti in una mia precedente vita, allora si chiamavano missini; gli stessi che oggi sono sgravati da orpelli nostalgici, duceschi, fascisti. Il papà di Di Maio era missino, e non solo come semplice elettore; il papà di Di Battista lo era e lo è ancora, anzi questo si autodefinisce “fascista”. Moltissimi che oggi votano M5S o sono ex missini o figli di ex missini. Alcuni importanti intellettuali missini, penso a Marco Tarchi e a Pietrangelo Buttafuoco, oggi guardano ai cinquestelle con simpatia. Nei paesi, dove tutti conoscono tutti, è ancor più facile rendersi conto di questo fenomeno di trasmutazione.
Ora i missini hanno sempre oscillato tra destra e sinistra, esattamente come il fascismo storico fu, secondo la famosa distinzione defeliciana, regime e movimento.
Gli eredi del fascismo salodiano – nominazione mai rifiutata – erano sistematicamente esclusi da alleanze politiche e perciò erano particolarmente risentiti e aggressivi nei confronti degli altri; ma quando potevano allearsi perfino coi comunisti, in regime di partitocrazia, lo facevano senza tanti complimenti. Il caso siciliano, la famosa giunta regionale milazziana (1958), non è il solo nella storia della Repubblica.
Per non andare troppo lontano, anche a Taurisano ci fu un’esperienza del genere tra il 1968 e il 1970, quando, per far cadere un’amministrazione democristiana, tutti gli altri si misero insieme, democristiani dissidenti, comunisti, socialisti e missini. A Ruffano, uno dei più radicali missini della provincia, Ennio Licci, entrò a far parte come vicesindaco di una giunta che comprendeva anche comunisti (1991). Di casi simili ce ne saranno stati in Italia chissà quanti.
Non solo a livello di alleanze amministrative, dove poteva prevalere l’opportunità del momento, ma anche a quello più genuino di mentalità. A Taurisano ricordo, nella mia breve e marginale esperienza politica nel Msi, che i consiglieri comunali missini negli anni sessanta volevano mettere nel programma per le elezioni amministrative l’istituzione di un panificio comunale per far pagare alla gente meno caro il pane, che a quel tempo era quasi appannaggio esclusivo di un forno gestito da un parente del sindaco democristiano. Io ero perplesso. Ma come, osservavo, non sono i comunisti che vogliono comunizzare, che combattono il libero mercato? Che c’entriamo noi con simili iniziative? Mi si obiettava che era una misura che andava verso il popolo e che faceva crescere il consenso.
I cinquestelle si sono imposti soprattutto come gli incorrotti e gli incorruttibili, quelli che non cambiano mai, che non tradiscono la causa, che fanno giustizia di qualsiasi ingiustizia, con atteggiamenti verbali radicali e violenti. Si sono imposti come quelli della democrazia diretta, dell’uno vale uno. Molte di queste cose erano già presenti nell’armamentario politico e ideologico dei missini. Del resto, non erano essi gli eredi, duri e puri, del fascismo di Salò?
Soprattutto sul piano temperamentale le affinità tra missini e cinquestelle sono sorprendenti. Anche il transito di molti missini dal dipietrismo di mani pulite va collocato in quest’ottica.
Molti ricorderanno i comizi di Almirante, nel corso dei quali il segretario missino, peraltro figlio d’arte, infilava esilaranti attacchi caricaturali nei confronti degli uomini di regime, dai democristiani ai comunisti, dai socialisti ai repubblicani e ai liberali. I comizi di Almirante erano uno spettacolo. Ad ascoltarlo si organizzavano pullman da tutti i paesi. Il suo linguaggio non era violento e volgare come quello di Grillo, ma puntava a screditare e a delegittimare gli avversari per lo stesso fine strategico: convincere la gente dell’inadeguatezza degli avversari prima dell’attacco politico vero e proprio.
Passare da Almirante a Grillo, dal Msi al M5S, non è stata un’impresa difficile; anzi, a ben riflettere, è stato come uno scivolare dall’opposizione al potere, dopo gli sconquassi inclinati di tangentopoli e il berlusconismo. Una deriva che è stata favorita dal crollo dei valori tradizionali e da una più diffusa ignoranza dei giovani, sempre più lontani dai libri e sempre più incollati ai social.
Imparagonabili sul piano dell’estremismo violento, missini e cinquestelle sono molto vicini sul piano della contestazione radicale. Non più scontri fisici con gli avversari, ma intolleranza nei confronti di qualsiasi dissidenza interna. Chi non sta nella linea viene espulso. Non diversamente accadeva nel Msi, dove il dissenso veniva interpretato come tradimento. Non ho mai assistito a congressi del Msi, a livello provinciale, che non finissero a mazzate, perché si faceva presto a degenerare.
Anche il famoso o famigerato contratto del governo Cinquestelle-Lega denota una visione tutt’altro che democratica. Un conto è, infatti, accordarsi sulla soluzione di ogni singolo problema in maniera compromissoria, rinunciando a qualcosa, un altro è fondare il contratto sulla realizzazione di cose non condivise, ma concesse all’altra parte solo perché l’altra parte concede a te di farne altre, nei confronti delle quali ha lo stesso rapporto di non condivisione. Del tipo: tu mi permetti di chiudere i porti ai migranti ed io ti concedo di chiudere i cantieri agli speculatori; e siccome tu non mi consenti di chiudere la Tav, io non ti cosento di fare le autonomie regionali. Sarebbe stato più politico che avessero trovato punti di convergenza su ciascuno dei problemi.  
Spesso l’errore che si fa nelle analisi politiche dei nostri giorni è il non voler prendere atto che sono mutate tante categorie e che molti punti di riferimento certi non esistono più. Nonostante le differenze, che ci sono e sono evidenti, cinquestelle e lega fondano sul populismo le loro intese. Un populismo non più tattico, come quello di Berlusconi, ma strategico, che rimanda ad esperienze politiche per ora tutte da definire.      

mercoledì 30 gennaio 2019

Leggi Fascismo e intendi 5 Stelle. Il libro di Antonio Scurati "M il figlio del secolo"




Quando termini la maratona della lettura del libro di Antonio Scurati, M il figlio del secolo (Bompiani, 2018, pp. 840) ti viene di dire “salute!”. E’ davvero lungo, anche se non stancante, e alletta al proseguo una volta che l’hai iniziato. L’autore lo ha definito romanzo, forse perché non se l’è sentita di chiamarlo per quello che in fondo è, un libro di storia, sia pure raccontato con le figure retoriche di significato e di stile tipiche della narrativa. Ma si può leggere anche come un saggio politico. Diciamo che è un libro multigenere.
I fatti sono tutti veri, sono dispositio ed elocutio che ricadono nelle scelte del narratore. Di queste regole della retorica classica Scurati si rivela il solito talentuoso maestro. Quasi a confermare quanto narra, volta per volta indica in epigrafe un personaggio, un luogo ed una data. Così titola i capitoletti e li fa seguire da alcuni documenti a riscontro: brani di discorsi, di articoli di giornale, dichiarazioni.
Se l’autore aveva un intento non dichiarato, oltre a quello indicato nel titolo, si può dire che sia riuscito a raggiungerlo, anche se qua e là ha seminato un po’ di inesattezze storiche. Gliele ha rilevate Ernesto Galli Della Loggia in un articolo apparso sul Corriere della Sera del 14 ottobre 2018. Errori di nessuna incidenza sulla tenuta, anche storiografica, mende irrilevanti, che trovano giustificazione nel fatto che l’autore è un romanziere e non uno storico.
Ma perché questo libro di narrativa-storia-politica? Se fosse stato veramente e solo per narrare la presa del potere di Mussolini non ne sarebbe valsa la pena. Ci sono migliaia di libri di specialisti che lo hanno già fatto, alcuni in maniera egregia. C’è che l’autore lascia passare un messaggio senza mai adombrarlo ma prepotente, insistente, ingombrante. Il messaggio è questo: bada gente che quando un Paese non ne può più, allora ricorre a… Mussolini nel dopoguerra, a… Beppe Grillo nel dopopartitocrazia. 
Nel 1922 Mussolini conquista il potere e lo rafforza col discorso del gennaio del 1925, dopo il delitto e la crisi Matteotti, perché l’Italia è invivibile e ingovernata, in preda ad una guerra civile scatenata dai socialisti che minacciano di fare in Italia quel che i comunisti hanno fatto in Russia. Il materiale umano che implementa il fascismo è di risulta, è feccia, avanzi di galera che neppure la morte in guerra ha voluto per sé nonostante la loro baldanza ed esposizione: volontari, arditi, disadattati a qualsiasi ordine sociale, autentici criminali col gusto della violenza gratuita e irridente, dediti all’alcool, alle puttane, all’avventura quotidiana. Il loro motto è “sangue e sperma”. Il peggio, insomma, che potesse esprimere la società del tempo. E come fu possibile? Lo fu – sostiene Scurati – perché gli italiani non ne potevano più di una classe politica, imbelle, incapace, lontana dalla realtà del Paese; si diede al più forte.
M5S e Lega non sono nemmeno alla lontana i fascisti del ’22; ma nemmeno l’Italia di oggi è quella del ’22. Specialmente i Cinque Stelle, con qualche eccezione, risultano personaggi politicamente improvvisati; ma a votarli è stato un Paese stanco di una classe politica, assai più presentabile, ma anche ormai inadeguata a capire e a rappresentare una società decisamente mutata.
Il fascismo conquistò il potere con la violenza dei fatti; il grillismo con la violenza delle parole. Il paragone ci sta, anche se il fascismo non fu soltanto quello che Scurati dice e il M5S non può essere identificato col fascismo, comunque inteso. Certo, qualche analogia non manca. Del resto gli stessi Cinque Stelle hanno detto più volte che è una fortuna per la democrazia essere stati loro a guidare la giusta reazione del Paese anziché gli arrabbiati e violenti dell’estremismo politico.  
Nel “romanzo” di Scurati emergono due grandi uomini soli, due giganti: Mussolini per un verso, Matteotti per un altro. Sia per l’uno che per l’altro l’autore non nasconde la sua simpatia, benché i due fossero diversissimi. Mussolini era solo in mezzo ad una sfrangiata di collaboratori ai limiti della gestibilità. Egli stesso più volte ebbe a ricordar loro che gli italiani potevano al massimo tollerare un Duce, non di più. Matteotti era solo in mezzo ad una imponente folla di socialisti e lavoratori, organizzati in leghe e circoli, che finirono per disperdersi, mimetizzarsi e nascondersi dopo le violenze da loro stessi scatenate. Situazioni che non sorprendono, ma che fanno riflettere! “L’ammirazione e la paura – diceva Mussolini – sono sempre un po’ parenti”.
Non fosse altro che per questo, il libro di Scurati andrebbe letto anche se di pagine ne avesse avute il doppio di quelle che ha.

martedì 29 gennaio 2019

Si è spenta a 94 anni Giulia Licci. La poetessa "bambina" di Ruffano




L’inverno inclemente di quest’inizio d’anno si è portato via Giulia Licci, la poetessa “bambina” di Ruffano. Si è spenta il 26 gennaio. Aveva 94 anni e da tempo ci deliziava con le sue periodiche eleganti plaquette di poesia, tutte rigorosamente fatte uscire a primavera, tra il marzo e il maggio, fino all’ultima dell’anno scorso intitolata Il Pitòn.  Quasi tutte presso l’editore GRedizioni di Besana in Brianza.
Sembrava giocare e sognare, lei, fin dai titoli. Perciò “bambina”. Solo per citarne alcuni: Ciondolino (2004), Boccioletto (2005), Il micino (2008), Camillo (2012), Piripicchio ladro (2013), Il pizzicato (2014). Parlava ai grandi col linguaggio dei piccoli, inventando parole di efficace suggestione fonico-simbolica. Interessante lo studio critico sulla sua poesia di Nicola G. De Donno, pubblicato come prefazione alla raccolta Il branco del 1996, versione forse più veritiera della famigerata casta. Il poeta e critico magliese ne evidenziò gli aspetti satirici ed etici e ne studiò gli aspetti formali e stilistici. Distintivo il suo ottonario con rime a caso, che rafforza l’idea dello scherzo.
La sua poesia non era solo divertissement. Tale poteva sembrare. In lei c’era impegno civile e a tratti militanza. Irridenti le sue metafore anticorruzione politica, efficace la sua difesa dell’ambiente, dolci e sognanti le sue contemplazioni della natura. Nella sua poesia ricorrevano temi culturali e sociali importanti, svolti in forme ricercate ed erudite, che mettevano distanza dalla poesia qualunquistica dei nostri tempi. Il femminismo, per esempio, In libertà (2015) con la copertina di Samantha Cristoforetti dedicato alla cugina Nadia. L’antirazzismo, con I Ròm (2000).
Colta e raffinata – era una professoressa di lettere – ha dedicato raccolte alla cultura di ogni tempo, con richiamati echi scolastici: Nel paese di Marino [Giambattista] (2001), In libreria (omaggio a Manzoni) (2009), Il cugin di don Rodrigo (2010), Lemme lemme… (Omaggio a D’Annunzio) 2011), Monte Ida (2017). Esteta della parola e dell’immagine, cantava le bellezze naturali e artistiche: Pour la France (2006), Napoli (2007).
La sua poesia aveva attratto l’attenzione di critici importanti tanto da figurare ormai nei repertori e nelle storie letterarie salentine. Nel 1998 l’editore milanese Scheiwiller la consacrò poetessa tra le più importanti del Novecento pubblicandone la raccolta, Poesie (1942-1998), nella sua “all’insegna del pesce d’oro” con la stessa prefazione di De Donno.
Solo in questi ultimi trent’anni ha avuto significativi, ma non adeguati, riconoscimenti. La sua vita appartata, praticamente chiusa e isolata, non le ha consentito di avere la visibilità che meritava, ma che lei – a dire il vero – non gradiva.
Beffardo e dispettoso con lei questo 2019, che non le ha consentito un’ultima plaquette. Ma, chissà…la primavera non è ancora cominciata e potrebbe riservarcene una postuma.

giovedì 24 gennaio 2019

Con Giancarlo Minicucci dieci anni di collaborazione al Quotidiano




Giancarlo Minicucci, ex direttore di Quotidiano ed ex vice del Messaggero, se n’è andato mercoledì mattina, 23 gennaio. Era stato ricoverato all’ospedale di Tricase qualche giorno prima. Non era anzianissimo, aveva 67 anni e stava bene. Un malore, infarto probabilmente.
Nel 2009 aveva lasciato la direzione del Quotidiano e tornato al Messaggero di Roma come vicedirettore; ma aveva scelto di rimanere da noi, andando a risiedere a Roca. Amava la bellezza di quei luoghi, il silenzio e la pace che vi regnano.
Lo conobbi agli inizi del 2000. Non sapevo neppure che c’era stato il cambio di direzione al Quotidiano. Lui era stato nominato alla fine del 1999, in sostituzione di Giulio Mastroianni, ma di fatto dei due vicedirettori Alessandro Barbano e Adelmo Gaetani, che avevano diretto egregiamente il giornale negli ultimi anni. In tempi difficili! Una storia che andrebbe raccontata.
Col passaggio del Quotidiano al gruppo editoriale Caltagirone si uscì dalla crisi e cominciò per il giornale leccese una nuova vita. Fu proprio sotto la direzione di Minicucci che il “Quotidiano” sarebbe diventato “Nuovo Quotidiano di Puglia”, avrebbe aperto una redazione a Bari e recuperato alla grande lettori, spazi di mercato e credibilità.
Io collaboravo alle pagine culturali da qualche mese. Teo Pepe mi aveva invitato a farlo. Poi anche Barbano per la politica, in assoluta libertà – mi disse – con l’unica raccomandazione di evitare guai giudiziari. All’epoca ero impegnato su diversi fronti: la scuola (insegnavo al Tecnico Commerciale di Casarano), “Voce del Sud” settimanale di Leonardo Alvino, e “Presenza”, il mio mensile di politica cultura attualità. Un bel po’ da fare ce l’avevo, ma accettai di buon grado.
Agli inizi di quel 2000 avevo inviato al giornale un articoletto sull’iniziativa di Mario De Cristofaro di far stampare e distribuire nelle edicole il calendario di Mussolini per l’anno nuovo, in risposta ad un breve intervento chiuso in un riquadro a firma G.M., in cui si stigmatizzava l’annuale appuntamento editoriale “fascista”. Non sapevo che a scriverlo fosse stato il nuovo direttore. Rilevavo l’esagerato allarme. Il giorno dopo ricevetti una telefonata, piuttosto perentoria. “Sono il direttore di Quotidiano, non ha letto quel che ho scritto in merito al calendario di Mussolini? Le sembra una bella cosa entrare in polemica col direttore del proprio giornale?”. Gli risposi che non sapevo che l’avesse scritto lui e che la mia attenzione era stata attratta per confidenza visiva, quella sigla poteva essere la mia. Gli dissi che non l’avrei scritto se avessi saputo ma che non avrei cambiato opinione sulla innocuità dell’iniziativa di De Cristofaro.
Fu quello il nostro incontro, il nostro conoscerci. Poi ci saremmo visti tante volte, su in redazione, all’Avio Bar nei pressi del giornale o da Open di Mauro Ciliberti su TeleRama. Ci volevamo bene. Mi chiamava di tanto in tanto per sapere che pensavo dei fatti della politica e se era o meno il caso di intervenire. Qualche volta intervenivo e qualche volta no. Una libera e rispettosa collaborazione, durata dieci anni.
Agli inizi del 2009 ci fu al “Quotidiano” il cambio di direzione: via Minicucci e arrivo di Claudio Scamardella, l’attuale direttore. Salutai sul mio blog Minicucci. In fondo con lui andava via un decennio di bella e importante collaborazione. Il giornale era un’altra cosa rispetto a dieci anni prima ed io, hegeliano come sono, la spiegazione l’avevo a portata di mano. Se tanto dava tanto il merito era stato anche suo, forse soprattutto suo, ma anche dei vicedirettori, della redazione e dei collaboratori esterni.
Minicucci mi telefonò per ringraziarmi. Fu l’ultima volta che ci parlammo e ci salutammo. Quel saluto valse anche per il Quotidiano.

domenica 16 dicembre 2018

Matteo Renzi: divulgatore allusivo




Matteo Renzi, ex sindaco di Firenze, ex presidente della provincia di Firenze ed ex presidente del consiglio, il rottamatore-rottamato, sorprende ancora. La sera di sabato, 15 dicembre sul Canale Nove, il canale di Crozza, è andata in onda la prima puntata del documentario “Firenze secondo me”. E’ un percorso che Renzi, alla maniera di Alberto Angela, fa nella sua Firenze, per spiegare “che cosa questa città ha ancora da dire e da dare a noi cittadini del presente”.
I risultati Auditel dicono che è stato un flop perché a seguire il programma sono stati 367mila spettatori (1,8 dello share).
A me francamente è piaciuto e non lo dico perché mi ritrovo in quella parte di share che lo ha seguito, ma soltanto perché quello che pensano gli altri m’interessa solo per ragioni di studio.
Mi spiego.  Renzi è un politico che non fa mai niente per niente e neppure per quello che dice di fare. Dunque è legittimo pensare che, mostrando Firenze e dicendo che cosa questa città ha ancora da dire e da dare”, egli abbia voluto riferirsi allusivamente a se stesso, per dimostrare che lui ha ancora tanto da dire e da dare. Fin qui la lettura è abbastanza scoperta. La scuola italiana, soprattutto attraverso la storia della letteratura e dell’arte rende gli italiani un po’ fiorentini, nel senso che  c’è in ogni professionista che esca da indirizzi umanistici una componente di toscanità e in specifico di fiorentinità. Ognuno in quel che vede e sente cerca di vedere e di sentire altro: per visibilia ad invisibilia. E’ la formula già del simbolismo medievale, di cui Firenze è specchio, fin dal maestro Brunetto Latini.
Renzi maestro di retorica. Ma Renzi è anche allegoria del politico, che, accusato ed emarginato, cerca di riconquistare la scena e lo fa prima di tutto emarginendo gli altri a sua volta – vedi il suo ostentato disinteresse per il congresso del suo partito – e poi dando loro una lezione di cultura e di colloquialità.
Egli sa che oggi come oggi in Italia, su questo piano, ci sono davvero pochi competitors. Chi? Salvini o Di Maio? Fico o la Castelli? La Lezzi o Toninelli? Via, siamo alle scuole di recupero o alle serali!
Firenze non è solamente molto bella ma è un’enciclopedia del dìscere e del docère. A noi interessa, in questa sede, soprattutto la chiave politica, non certo per Firenze ma per la sua insolita e straordinaria guida: Renzi, appunto.
Due gli episodi particolarmente significativi di questa prima puntata. Il primo si lega ad un dipinto del Botticelli, che si trova negli Uffizi, intitolato Calunnia. In questo dipinto ogni figura rappresenta allegoricamente un vizio umano, nella fattispecie sono rappresentate per figure tutte le componenti che producono la calunnia: ignoranza, sospetto, rancore, invidia, frode. Chi giudica è Re Mida, che allegoricamente ha le orecchie d’asino. Renzi non ha dubbi: quel quadro descrive come meglio non si potrebbe la realtà politica dei giorni nostri, quando per danneggiare una persona si ricorre alle cosiddette fake-news. Come non vedere nella rappresentazione botticelliana la vicenda sua, personale e famigliare, di Renzi dico e della sua sodale Elena Boschi, anche lei calunniata negli ultimi tempi del suo governo?
Renzi rivendica orgogliosamente la sua fiorentinità, ergo la sua superiorità culturale. Io posso dirvi chi siete, cari avversari, nei modi e nelle forme che più mi piacciono, mentre voi siete condannati all’insulto diretto e al turpiloquio. Viene di pensare al Marchese del Grillo: io so’ io e voi non siete un cazzo!
L’altro episodio, edificante, politicamente fondato è quello della cosiddetta Elettrice Palatina, ovvero Anna Maria Luisa de’ Medici (1667-1743), figlia del Granduca Cosimo III e moglie del Principe Elettore del Palatinato Giovanni Carlo Guglielmo I. Questa, alla sua morte, donò alla città di Firenze la sua immensa collezione artistica col vincolo della inalienabilità. Renzi vede in quel gesto un grande progetto politico, quello che oggi chiamiamo di turismo culturale, che è fonte di ricchezza. I tempi hanno dato ragione all’ultima discendente dei Medici. Un monito – secondo Renzi – ai politici di oggi (gli altri, ovviamente!), i quali non solo non sanno vedere nel futuro ma neppure conoscono le risorse culturali del passato, rimasti all’irridente carmina non dant panem.  
Un discorso intelligente, quello di Renzi, fatto da una persona abile, che in ogni caso non ci fa superare tutte le nostre riserve sul personaggio arrogante e presuntuoso. Un simile discorso non poteva piacere a più di quanti è piaciuto. Vedremo alla seconda puntata che ci dirà.