giovedì 18 ottobre 2018

Un anno fa la scomparsa di Donato Valli




Il 18 ottobre dell’anno scorso se ne andava Donato Valli, nella sua Tricase, dove era tornato a vivere da qualche tempo.
Lo conobbi al mio primo anno d’Università, quando era fra gli assistenti di Aldo Vallone con Ennio Bonea e Luigi Manna e lavorava alla Biblioteca centrale dell’Università, poi con insegnamento di Bibliografia e Biblioteconomia. La sua ambizione era la cattedra di italianistica, che avrebbe conseguito un po’ di anni dopo. All’epoca aveva già prodotto importanti saggi su Girolamo Comi, Luigi Fallacara, Clemente Rebora, Umberto Saba e Piero Bigongiari, raccolti nel volume Saggi sul Novecento poetico italiano in una collana diretta da Aldo Vallone e Mario Marti. Un libro che Vallone ci avrebbe fatto studiare per l’esame di Letteratura Moderna e Contemporanea.
Per la malattia che lo aveva colpito negli ultimi anni aveva un po’ abituato l’ambiente culturale salentino e gli amici alla sua assenza da eventi e iniziative, nelle quali per decenni era stato protagonista assoluto. Mario Spedicato aveva cercato di coinvolgerlo nelle iniziative della Società di Storia Patria, senza mai riuscire a vincere le resistenze della signora Enza, che intorno al suo Donato aveva steso una rete di solida protezione. E, tuttavia, la notizia della sua morte destò in tutti dolore e commozione.
Valli è stato il dominus della cultura salentina per circa un cinquantennio, dagli anni Settanta del Novecento fino agli inizi degli anni Dieci del Duemila. Dalla Biblioteca provinciale alla cattedra universitaria di Letteratura Moderna e Contemporanea, dalla codirezione de L’Albero dell’Accademia Salentina di Lucugnano al Rettorato, alla Biblioteca Salentina di Cultura, alla Società di Storia Patria, attraverso studi critici pubblicati con editori locali e nazionali, sui più importanti autori italiani, convegni di studio, conferenze, presentazioni di libri e di mostre, non solo nello specifico della critica letteraria. Ne sono testimonianza i tre volumi Aria di casa, in cui ricorrono in gran parte i suoi interventi per così dire extra moenia, per indicare scritti e discorsi fatti per le più varie circostanze fuori dell’ufficialità accademica. Un esempio di docente universitario aperto alla società e alle pubbliche istituzioni; un signore ed un amico che non sapeva mai dire di no.
Ebbe per sodali e collaboratori studiosi di altissima elevatura, da Aldo Vallone a Mario Marti, da Oreste Macrì all’insubre Maria Corti, da Nicola G. De Donno a – negli ultimi anni – Antonio Lucio Giannone e Carlo Alberto Augieri.
Resta a tutt’oggi il critico e lo storico di Girolamo Comi per eccellenza, di cui ha curato l’opera poetica e di cui custodiva il Diario di Casa, che avrebbe dovuto pubblicare cinquant’anni dopo la di lui morte, a partire da quest’anno, essendo morto il poeta-barone nel 1968.
Valli è stato un esempio di intellettuale integralisticamente organico, avendo volto la sua azione culturale alla promozione della sua terra, valorizzandone risorse umane e materiali. Un’opera, che ha attraversato il suo impegno di critico letterario ed è andata oltre. Tre i punti fondamentali del suo straordinario vissuto: la produzione critica, il Rettorato decennale, nel corso del quale l’Università si è arricchita di nuove facoltà, uscendo da una fase di formazione, e la sua disponibilità ad offrire il suo contributo a quanti glielo chiedessero, sia per una presentazione di libro, sia per l’organizzazione di un evento.
Se avesse avuto anche maneggio politico – era cattolico e dunque democristiano – avrebbe potuto raggiungere traguardi assai più alti, a cui forse lui non voleva neppure arrivare. La politica, infatti, la viveva con molto disagio, ma allo stesso tempo ne era attratto, forse per il ricco ambiente tricasino in cui viveva, dove c’erano i Codacci Pisanelli e i De Benedetto, l’uno ministro della Repubblica, l’altro presidente della Provincia. La politica l’avrebbe vissuta anche con sofferenza estrema, per le note vicissitudini giudiziarie nelle quali si ritrovò per la sua buona fede. In una lettera, che non cito testualmente per non perdere tempo a trovarla, poiché non ricordo l’anno, confessò che le scorrettezze in politica non sono solo di chi le compie ma anche di chi le vede e non le denuncia; e si doleva di non averlo fatto quando avrebbe dovuto. Ma era anche un uomo pratico e sapeva che nella vita non si può inciampare ad ogni pietra.
Aveva un carattere che appariva burbero. Solo un meccanismo di difesa, il suo. Dietro la scorza c’era una persona cordialissima e profondamente umana, che sapeva apprezzare anche quello che non condivideva se gli riconosceva giustezza di propositi e di ragioni.
Il suo ricordo, unitamente a quello di tanti altri dell’ambiente, Vallone, Politi, Marti, Macrì, Rizzo, Donato Moro, De Donno, Pisanò, ci richiama ad una realtà, quella delle forme di cultura letteraria, che non è più la stessa di prima. Gli studi letterari stanno cedendo terreno agli studi storiografici, sociologici, politici ed economici. L’irruzione invasiva dei socials e di altre tecnologie della comunicazione ha cambiato il costume, i rapporti, gli interessi. La cultura letteraria si è ristretta sempre più in una ridotta, in cui i pochi sopravvissuti vivono come nella Fortezza Bastiani. La percezione è che la cultura letteraria non è più l’élite dell’intellighenzia, ma una forma residuale di un mondo che sta precipitosamente cambiando. Forse il Salento non avrà più una stagione letteraria come quella che ha caratterizzato il Novecento. Ma le sue figure più imponenti, e fra queste Donato Valli, restano esempi e richiami di difficile elusione e lasciano ben sperare.

domenica 14 ottobre 2018

Governo: dopo il voto di scambio, il ricatto




In Italia, da sempre luogo di sperimentazioni politiche, si sta affermando in maniera continua e pacchiana un nuovo modo di far politica. Intesa, questa, non come soluzione dei problemi del Paese, ma come processo di conquista di consenso elettorale. Il cosiddetto populismo nasce proprio di qui. Se tu vuoi il consenso dell’elettore devi parlare e agire come l’elettore parla e se potesse agirebbe pure. Tante espressioni volgari, arroganti, tracotanti, continuamente ripetute da Salvini e in maniera più soft da Di Maio, lasciano cogliere lo scarto tra le parole e il perché del loro uso. Come se chi le pronuncia volesse far capire che, pur potendo usare un modo diverso di esprimersi, usa quello apposta perché di maggiore effetto con la gente.
Ovvio che dietro le parole ci sono i fatti, ci dovrebbero essere i fatti. Le tre grandi promesse del governo pentaleghista sono abrogazione della legge Fornero sulle pensioni, abbassamento delle tasse con la flattax e il reddito di cittadinanza. Tre obiettivi che, stando al far di conto, come da sempre funzionano le cose, sono irraggiungibili, salvo che non si voglia far precipitare il Paese nel disastro di qui a poco. Ma – dice Salvini, il più ostinato a volere l’abrogazione della Fornero – più dicono che questa legge non si tocca e più io la tocco.  Che ricorda il ritornello di quella canzoncina del bambino discolo: ma io che sono Carletto, la faccio nel letto, per fare un dispetto a mamma e papà. Mamma e papà siamo noi, paese Italia.
A dire il vero un po’ di infantilismo in quel Salvini c’è. Forse bisognerebbe prevedere per il futuro un’équipe di psicologi nei più importanti palazzi del potere.
Di Maio fa lo stesso: più si cerca di far capire che il reddito di cittadinanza, oltre che impossibile per mancanza di soldi, è una grandissima minchiata e più lo pone come condizione per non far cadere il governo e tornare al voto. Che, secondo lui, significherebbe un autentico plebiscito per il suo partito.
Siamo in presenza, almeno dai modi usati, di autentici boss della malavita: o fai questo o per te è la fine. Dopo il voto di scambio di massa, ora il ricatto di massa.
Il buon Bernardone – se è lecito un riferimento colto in questo mondo di barbari felicemente incolti – era un mercante di Assisi; pagò un riscatto a quei tempi importante per riavere il figlio Francesco che era stato catturato dai perugini, ma quando si accorse che questo prendeva soldi e merci dalla bottega per distribuirli a quanti si trovavano a passare di lì, lo cacciò via, per evitare il fallimento. Perché delle due l’una: o il lavoro, fonte di crescita e di progresso, o lo sperpero che è l’inizio del disastro. L’esempio riporta al XII secolo, ma non è cambiato nulla. Dare denari, che peraltro non ci sono, a persone per non farle lavorare, in nome di un malinteso senso di giustizia distributiva, è una serie di dannosissime balordaggini. Dice: ma lo ha promesso in campagna elettorale. E, allora? Siccome deve mantenere la promessa è lecito buttare il Paese in una rovina, che inevitabilmente finirà per coinvolgere in primis proprio quelli che si era voluto favorire? Se così dovesse accadere questi due signori si stanno candidando al Premio Masaniello.
Ci sono poi, ma il poi non ha affatto significato temporale, quelli che, pur oggi in minoranza, non ne vogliono sapere di fare la fine che si paventa. Siamo in democrazia, è vero, e dovremmo rispettare le regole del gioco. Se hanno vinto degli scellerati, dovremmo accodarci alle loro scelleratezze? Ma qui è in gioco la sopravvivenza di un Paese che ha raggiunto da tempo un buon livello di progresso e di benessere, a cui legittimamente non si vuole rinunciare. Quando è in gioco il benessere conseguito si ha ragione anche di non essere pedissequo osservatore di leggi suicide.
La situazione non è per niente facile. Si tratta di salvare la faccia a chi si vanta di averla messa per ottenere certi risultati e nello stesso tempo salvare la condizione generale del Paese, che non può rinunciare ad alcune condizioni acquisite: l’Europa e l’Euro, garanti della nostra condizione di Paese avanzato.
E’ una difficile impresa, nella quale le persone più autorevoli, ad iniziare dal Presidente della Repubblica Mattarella, si preoccupano anche di salvare la faccia alla democrazia mentre cercano di esercitare la loro moral suasion nelle due direzioni. 
L’obiettivo è di stemperare le tre grandi mete di questo governo: aggiustare e non abrogare la legge Fornero, estendere la flattax che già esiste per alcune categorie, rimpinguare il reddito di inclusione. Non sarebbe una sconfitta per il governo, ma mezza sì; mentre per il Paese sarebbe una mezza vittoria. 
Chiudere questa prima partita con un pareggio non sarebbe male. Per vincere o per perdere c’è sempre tempo.         

domenica 7 ottobre 2018

Il mondo sottosopra di Silvestro Seccato




Silvestro Seccato, pensionato da qualche anno, in buona salute, persona di garbo e sensata, abitudinario fino all’ossessione, avverte una  certa inquietudine. Dalla televisione ha appreso che in giro ci sono malintenzionati che cercano i bensensati e gli abitudinari per torcer loro il collo.
Ha paura. E’ un timido. Il suo motto è stato sempre: piegati giunco, che passa la piena. Pensa di adeguarsi al nuovo corso di cose; in fondo, che gli costa? Provaci, Silvestro! Ed incomincia subito dai primi gesti domestici.
Ecco, dice, ora mi verifico nella condizione voluta dal nuovo ordine, pardon, disordine delle cose. Sono un malsensato…sono un malsensato…sono un malsensato. Bisogna iniziare proprio così, col ripetersi ciò che si vuole diventare.
Le scarpe estive dismesse, dove le metto? Naturalmente nella scarpiera. Ma no! Son proprio un fesso. Questo è buonsenso, se lo sa il grillino o il leghista sono fottuto; mo le metto nel frigorifero. Ecco, accanto alle mozzarelle…ah, già, le mozzarelle non possono stare nel frigorifero; le metto sotto il cuscino del divano. Meno male che mi son ravveduto in tempo. E le scarpe che ho ai piedi? Già, ma queste cazzo di scarpe come me le son messe? Guarda un po’, la destra al piede destro e la sinistra al piede sinistro. Da non crederci, sono proprio un inguaribile benpensante. Cerco guai, senza avvedermene. Ma se me le scambio di piede, come faccio a camminare? Sarà una tortura. Mo ci provo. Caracolla…saltella…come camminasse sulle spine.
Esce e…peggio non gli poteva andare! S’imbatte in un corteo in favore degli onesti “prima di tutto”. Li guarda ai piedi, hanno tutti le scarpe al posto giusto. Chiede prudentemente a uno che se ne sta in disparte preoccupato. Ma non dovrebbero portare le scarpe al contrario? No, almeno questo lo capiscono, gli risponde quello. Ma camminano in maniera ordinata! Sì, ma non per scelta, sono come pecore, si muovono d’istinto. Ma non sembrano degli scalmanati! No, sono perfettamente clonati, uno uguale all’altro. Ma se ci vedono, si accorgono che siamo quelli di…prima, ci aggrediscono… E noi cerchiamo di non farci notare. Si risolleva un po’. C’è ancora qualcuno che …ragiona. Ecco, un’altra parola sbagliata, che è meglio non pensare proprio.
Torna a casa, ma la porta è chiusa. Dall’interno la moglie gli grida di entrare dalla finestra, è più in linea col cambiamento. Sì, dal comignolo come la befana!, le risponde e subito si porta la mano alla bocca come a strozzarsi la battuta di buonsenso. Poi si sobbarca a fatica, ha una certa età. Ma non lo deve neppure pensare. Dicono che perfino la condizione di anziano è nel mirino dei malsensati. Va in cucina; ma non c’è più il frigorifero. La moglie – ah, le donne, sono sempre più preveggenti – ha pensato bene di metterlo dove prima c’era il barbecue in giardino, sotto il grande albero di noce. E il barbecue? Boh, vedremo. Avrà pensato che almeno il giardino non lo si può spostare dove vogliono gli antibensensati. Ma, allora, ha benpensato? Sorte nostra, se lo vengono a sapere chi ci salverà?  Gli viene un dubbio: dove avrà sistemato il letto? Rientra in casa. Cerca la camera da letto, ma non la trova, al suo posto c’è il garage.
Carlettaaa, mi dici come faccio ad entrare la macchina in questo nuovo garage? Ma, caro, non la devi entrare, sei proprio irrecuperabile. La lasci fuori, il vecchio garage è la nuova camera da letto, le vecchie gomme consumate sono i materassi e quelle vecchie batterie esauste i cuscini. Sapessi che piacere!
Il povero Silvestro è smarrito, non capisce più niente. Gli viene dentro come una bolla d’acqua. Si precipita nel bagno. Bagno? Al posto del water e del bidè c’è il barbecue. E tutt’intorno gli attrezzi da giardinaggio.
Come hai fatto a cambiare tutto così in fretta, Carlaaa? Ma perché urli? Mi son fatta aiutare dai Di Peio, sai, il papà e la mamma del nuovo sottosegretario ai giochi di quartiere, quello delle cinque stelle. E loro ti hanno aiutata? Certo, vedessi che partecipazione! Non facevano un passo senza ricordarmi dei grandi benefici del cambiamento.
Ha come l’impressione di un incubo. A forza di sentire tutte le sere in televisione urlare sulla Fornero, sul reddito di cittadinanza, sulla riduzione delle tasse, sui migranti, sulla ricostruzione del ponte a Genova, sul governo del cambiamento, sulle opposizioni che non ci sono, Renzi Martina Zingaretti…ma vaffanculo, non riesce più a distinguere la realtà dal sogno. E si mette a sperare che sia davvero un sogno per indigestione di …cazzolate. Da Cazzola!

giovedì 27 settembre 2018

Ma c'è ancora la legge in Italia?




A sentire Di Maio e Salvini sembra che in Italia non ci sia più legge. Di fronte al “popolo”, al suo bene, alla soluzione dei suoi problemi, cessa tutto. Ripetono la parola “italiani” in una breve dichiarazione di un minuto più di quanto non facesse Almirante in un comizio di un’ora.
Per leghisti e cinquestelle siamo in presenza di un “popolo-dio” e come nel medioevo i crociati gridavano deo lo vult, alle obiezioni che vengono loro mosse i due vice-presidenti rispondono: il popolo lo vuole, noi gliel’abbiamo promesso e guai a chi ci impedirà di farci mantenere la promessa! Come se il nuovo esecutivo, detto del cambiamento, non avesse l’obbligo comunque di muoversi e di agire all’interno di un quadro costituzionale e delle leggi vigenti.
E’ stato forse abolito in Italia il sistema politico-giudiziario, per cui dei gruppi politici al potere agiscono come truppe di occupazione, che rispettano solo le leggi del  “paese di provenienza”?  
Renzi rischia di essere stato l’ultimo fesso d’Italia. Tale appare oggi per aver chiesto due anni fa il referendum per una castigatissima riforma della Costituzione! Avrebbe potuto strafottersene, come stanno facendo ora Di Maio e Salvini.
Il loro modo di fare è tipico dei periodi di anarchia, quando non c’è più legge, non c’è chi la fa rispettare e comanda il più forte, sentendosi legittimato dal favore popolare, l’alfa e l’omega delle loro preoccupazioni.
I due hanno giurato davanti al Presidente della Repubblica di rispettare la Costituzione. Pensavano forse che fosse tutto uno scherzo, un atto puramente formale, un maquillage?
In una democrazia, quando un governo si accorge di non poter mantenere le promesse elettorali fatte dai suoi esponenti politici, benché fatte in un sistema di macroscopico voto di scambio, non deve sentirsi colpevole di uno sgarro, ma responsabilmente ridimensiona il suo programma, fa quello che può fare o semplicemente lascia. Insistere a voler fare a tutti i costi quanto promesso non è concepibile. Ci sta che un politico o un governo si sbagli, si faccia male i conti, fallisca in tutto o in parte. Quel che conta non è l’interesse del singolo politico o di una classe politica, ma del Paese nel suo insieme.
Crolla il ponte Morandi a Genova. La colpa è subito di Autostrade, a cui si vuol togliere subito la concessione, obbligarla a pagare la ricostruzione del ponte ed escluderla dal parteciparvi. Un’esecuzione sul posto! Quante volte abbiamo sentito persone nei bar ragionare in questo modo? Se fossi io gli toglierei le concessioni e li costringerei a pagare tutto; così imparano! Di Maio e Salvini sono come gli avventori del bar dello sport, né più né meno.
Noi, che i bar li frequentiamo per il caffè o il gelato, ci chiediamo: ma non c’è più una legge che regola simili situazioni?
A chi obietta a Di Maio e Salvini che Autostrade potrebbe fare ricorso al Tar, la risposta è di un’arroganza degna del peggior modo di essere mafiosi. Dicono: lo faccia, intanto paghi e taccia! Non diversa la risposta per i ricorsi per il taglio dei vitalizi ai parlamentari. Intanto glieli abbiamo tagliati, facciano pure ricorso!
Il Ministro dell’Economia Tria dice che non ci sono i soldi per fare tutto quello che i due neogiacobini vogliono. Tria è un signor professore universitario di economia. Di Maio è un signor nessuno. Neppure se dovesse avere il cento per cento dei voti sarebbe mai qualcuno. Ma intanto dice: un Ministro dell’Economia serio deve saper trovare i soldi. Dunque Tria non è serio; si metta da parte! Il portavoce del Presidente del Consiglio, Rocco Casalino, laureatosi all’Università del Grande Fratello, ha detto che i funzionari del Ministero dell’Economia boicottano le iniziativfe del governo.
Ma dove stiamo? In quale organizzazione di evasi ci troviamo? Qui non si tratta di essere pro o contro il populismo, che è solo un modo di pensare e di operare ma sempre nel perimetro della legge, bensì di una sistematica e pragmatica ignoranza dei comportamenti politici e delle procedure amministrative. Preoccupa non la loro presunta sicurezza di essere nel giusto, inteso come legale, quanto il loro non voler considerare che le questioni nel nostro Paese si devono regolare con le leggi esistenti. Non si chiedono neppure se una cosa la possono fare o meno. E se qualcuno glielo dice, è pronta la risposta: non possiamo fare questo? beh, noi intanto lo facciamo; poi si vedrà.
Questo percorso potrebbe portarci fuori strada. Attenzione, per ora è solo una parte politica che intende muoversi a prescindere dalle leggi! Nel momento in cui altri si rendono conto della bagarre, allora potrebbero ricorrere tutti a sistemi e a metodiche più politicamente spicciative e redditizie. Il che, fuor dal linguaggio più castigato, vorrebbe dire che ai loro modi disinvolti di ignorare la legge si potrebbero contrapporre modi altrettanto disinvolti, per non dire del tutto illeciti. A la guerre comme à la guerre!
Prima o poi questi due signori si troveranno a dover fare una duplice serie di conti. Immancabilmente con le leggi dello Stato da una parte e col loro “popolo-dio” dall’altra. Il quale – lo sappiamo per tantissimi precedenti avvenuti nella storia – quando si sente tradito o raggirato o si accorge che il leone a cui credeva di essersi affidato è solo un asino allora si trasforma in un mostro di ingratitudine e di ferocia.
Non vogliamo evocare scenari apocalittici, peraltro improponibili per una lunga serie di motivi, ma questo governo ci sta abituando ad un modo di far politica del tutto fuori dalle regole e per certi aspetti dalle leggi. Dove potremmo arrivare ce lo dobbiamo chiedere.
L’arroganza di Di Maio e la prepotenza di Salvini, al di là se possono o meno nel breve termine sortire effetti positivi, stanno producendo guasti alla politica e alla società che potrebbero essere assai gravi per la credibilità dello Stato di diritto e della democrazia. 

domenica 26 agosto 2018

Tra ponti che crollano e migranti che invadono




Il disastro di Genova del 14 agosto, crollo del ponte Morandi, ha dimostrato quanto non c’era bisogno di dimostrare. Siamo un popolo di sciattoni, di furbastri e di infingardi. Quel ponte scricchiolava da tempo, era già stato rattoppato. Uno studio del Politecnico di Milano appena qualche mese prima ne aveva diagnosticato i mali. Lo sapevano tutti che era a rischio crollo.
Ma come fare? Chiudere quel ponte per i lavori di riparazione o di rifacimento significava privare la città di un percorso assolutamente indispensabile e insostituibile per chissà quanto tempo. Senza quel ponte la città è divisa in due, le sue attività paralizzate, il danno economico enorme. Dunque, tiriamo avanti fidando nella buona stella.
Ora, bisogna dire che la buona stella in Italia è tradizionalmente molto generosa. Ma non c’è stella che non abbia un limite, che non faccia pagare alla fine il troppo elargito con una spaventosa catastrofe. Ed è quanto avvenuto. 
Allora i problemi sono due, entrambi riconducibili alla politica. Uno è più tecnico e particolare, l’altro più amministrativo e generale. Chi avrebbe dovuto provvedere al controllo e apportare gli opportuni interventi? Autostrade, che è la società privata responsabile, o lo Stato con i suoi organismi? L’altro rimanda più direttamente alla politica, avendo dovuto per tempo la città di Genova dotarsi di un percorso alternativo per non rimanere paralizzata dall’inagibilità del ponte per chiusura temporanea per riparazioni o per improvvise e imponderabili cause naturali.
Come sempre accade, si è scatenata una battaglia sulle responsabilità del disastro, trasformatosi in occasione per fare vendetta di veri e presunti avversari politici, non badando minimamente al danno che si sarebbe prodotto all'immagine del Paese. Pur di vedere i nemici nella polvere non si è badato a spese. E’ storia vecchia.
Si punisca Atlantia, la società che controlla Autostrade in Italia; si puniscano i Benetton che hanno il 30% delle azioni di Atlantia, rei – a detta del vice-presidente del Consiglio Di Maio, di aver foraggiato il Pd in campagna elettorale. Via la concessione ad Autostrade! Non si compri più nulla dai Benetton. Una tragedia nazionale è stata trasformata in una campagna propagandistica senza eguali. Diversi sì, i Cinquestelle, ma nel peggio degli italici vizi.
Dimentichi i nuovi Robespierre che gli italiani costruiscono grandi opere in tutto il mondo e che sputtanarli, come hanno fatto Di Maio e compagni, è alto tradimento consumato nei confronti della Nazione. Dimentichi che i Benetton sono un marchio di eccellenza nel campo della moda e della produzione di indumenti e che invitare a non comprare più i loro prodotti equivale a far fallire una delle più importanti aziende del Made in Italy.
Ma, a prescindere dalla tenuta di quel ponte e dai controlli mancati, possibile che una città come Genova per anni e anni non abbia mai pensato di provvedersi di percorsi alternativi?
Lo stava facendo. Da qualche anno aveva in progetto la costruzione della cosiddetta Gronda, autentica alternativa al ponte che ormai stava per superare i limiti di età. Era stato costruito nella seconda metà degli anni Sessanta.
E chi si era opposto alla Gronda? Sentite! Sentite! Quel grande uomo di Beppe Grillo, che solo qualche tempo prima, per ostacolarne la costruzione, aveva detto che il ponte Morandi non sarebbe mai crollato. Che cazzo capisce un comico ormai giunto anche lui a fine vita e privo anche lui, peggio del ponte Morandi, di controlli?
Chi si opponeva erano i Cinquestelle, come si oppongono a tutte le grandi opere, alle grandi infrastrutture. E chi ha urlato più di tutti per il crollo del ponte? I Cinquestelle, che, probabilmente, hanno pensato di giocare d’anticipo e prima di essere accusati hanno accusato a loro volta.
Dicono e fanno quel che vogliono i Cinquestelle approfittando di non avere nessuna opposizione credibile, col Paese frastornato dalla crisi europea e intento a tifare Salvini per il suo impegno antimmigrazione. A proposito della quale c’è da trasecolare a sentire i Pd e Forza Italia in difesa di una politica migratoria fallimentare, contro cui si è espresso il popolo italiano il 4 marzo scorso. Nessuna proposta alternativa ma pietismi e buonismi da fatebenefratelli, non da politici responsabili di fronte al più grave problema avuto dall’Italia in tutta la sua storia repubblicana, ma da pax christi e da charitas. Che sono istituzioni importantissime e nobilissime finché parlano i loro veri rappresentanti; diventano maschere quando parlano gli impostori della politica.
Nessun senso di orgoglio nazionale di fronte alle continue provocazioni dell’Europa, che continua a scaricare sul nostro Paese tutte le responsabilità di una migrazione che nessuno vuole ma che nessuno vuole fermare veramente.
Questo governo deve inventarsi l’opposizione al suo interno. Di fatto ci sono quattro ministeri che operano ognuno per conto proprio senza nessun coordinamento. Il Ministero dell’Interno adotta una politica di durezza e di rigore per respingere i migranti, contro cui agisce il Ministero della Difesa le cui navi vanno a raccoglierli in mare, che poi il Ministero di Giustizia obbliga a farli sbarcare e quello degli Esteri ricorda che anche noi siamo stati migranti. Finché non arrivano i preti a dire: ce li prendiamo noi. Come se i preti in Italia costituissero un altro Stato! 

domenica 19 agosto 2018

Diario d'agosto: 1. Fuci fuci a lle talare



Diario d’agosto

1. Fuci fuci a lle talare

Piove quasi ogni giorno verso le due pomeridiane in questo agosto 2018. Tuoni e lampi minacciano acquazzoni. Poi piogge qua e là, in alcune parti del paese sì e in altre no.
E’ piovuto tanto anche a giugno: piogge ben più consistenti. Una stagione balorda. I fichi sugli alberi si sono aperti come fiori carnivori con bocche vermiglie spalancate. Guai a mangiarne! Ti assale l’acidità allo stomaco.
Il clima mi ha ricordato certe estati della mia fanciullezza, quando d’estate era un fuci fuci a lle talare. Avevamo i telai pieni di filze di tabacco appese per essiccarlo in una campagna a duecento metri da dove abitavamo d’estate.
In quella campagna c’era una chiesa sconsacrata di proprietà della chiesa. Noi, che l’avevamo in affitto, la adibivamo a rifugio. Era, invece, un’importante testimonianza paleocristiana. Vallo a sapere! Oggi completamente demolita, non si sa da chi e perché.
Era intitolata a San Donato (cappedda te Santu Tunatu), in realtà il titolo spettava a San Antonio Abate, il santo del fuoco. L’equivoco del nome dipendeva dal fatto che si trovava al confine fra due contrade, Santu Tunatu e Sant’Antoni. Non escludo che quelli che abitavano in territorio di Sant’Antoni la chiamassero diversamente da noi che abitavamo a Santu Tunatu.
C’era stato in passato tutto un complesso abitativo contiguo alla chiesetta, già allora diroccato. Prova che aveva conosciuto tempi migliori.
Era stata costruita con materiali poveri, raccolti in loco, alla base e agli angoli aveva autentici megaliti informi. Un contrafforte era stato costruito di recente all’esterno a rafforzare la parete laterale sud-est perché non cedesse alla spinta.
Sull’ingresso vi era una bifora murata. Un piccolo campanile a vela in alto poggiava sull’estremità destra. La campana non c’era più. Il tetto a spiovente era coperto da embrici a capriata. All’interno la copertura era a cannicciata, poggiava su un asse centrale e su assi laterali di legno. Pochi fregi.
A destra, entrando, c’era una colonnina monolite in pietra leccese con su una vaschetta, era la pila dell’acqua santa o forse un rudimentale battisterio. In fondo nell’abside semicircolare con volta a cupola l’altare a tre pezzi, tipo dolmen, due pezzi laterali di sostegno e uno orizzontale da piano. L’abside, rivolta a oriente, era affrescata con Dio Pantocrator, che dava l’idea di un abbraccio al mondo. Le pareti laterali lo stesso, ma non ricordo più i santi e le scene, che si vedevano e non si vedevano per lo stato di degrado dell’intonaco.
A sinistra, poco prima dell’altare c’era l’ossario, una botola con una chianca per coperchio, che noi ragazzini spostavamo per curiosarci dentro. In pieno imperversare della Spagnola nel 1918 aveva funto da lazzaretto.
Quando la lasciammo noi, verso la metà degli anni cinquanta, la chiesa venne trasformata dai nuovi affittuari in una casupola nella quale tenevano tutti gli attrezzi di campagna ed anche le bestie, un mulo e delle pecore. Le pareti furono picchettate per far aderire un nuovo intonaco e coperte da uno strato di calce. Rimase in piedi fino agli anni ottanta, poi giù com’altrui piacque.
In quella chiesa mettevamo al sicuro in fretta e furia e talare te tabbaccu per preservarle dalla pioggia. Guai se il tabacco, durante il processo di essicazione, si bagnava! Alla consegna veniva scartato e bruciato. E addiu fatica te nn’annu!
Ma l’acqua d’estate è bugiarda e isterica. A momenti pensi che ti debba sotterrare con un diluvio, poi tutto si risolve in breve con quattro gocce svogliate. Ma non mancano forti acquazzoni che lasciano il segno nelle campagne con muretti a secco che si sbriciolano e alberi sradicati.
Qualche minuto dopo che avevamo messo dentro il tabacco ecco che riusciva il sole, prepotente, bruciante. Ed era ancora un fuci fuci a lle talare, per riesporle al sole. A volte si andava e veniva due tre volte in questo fuci fuci tra sole e pioggia.

domenica 5 agosto 2018

Grido d'allarme del giornalismo salentino alla VII Edizione del Premio "Antonio Maglio"




La settima edizione del Premio giornalistico “Antonio Maglio”, svoltasi sul piazzale davanti al “Museo Messapico” ad Alezio, la sera di sabato, 4 agosto, è stata anche l’occasione per fare il punto sullo stato del giornalismo nazionale, minacciato da una crisi che per certi versi è strutturale, in seguito al diffondersi di mezzi di informazione, i social, assai più diffusi e preferiti dal pubblico, e da una classe politica che è sempre più insofferente della stampa e di ogni corpo intermedio che filtri e medi tra lei e il pubblico. Una situazione che non rassicura la politica italiana e che con la minaccia alle sue classiche istituzioni, partiti-sindacati-giornali, mette in discussione il futuro della stessa democrazia.
Variamente argomentata, questa crisi è emersa dalla relazione dell’On. Giacinto Urso, Presidente del Premio, e dagli interventi di Nicola Marini, Presidente Emerito e Tesoriere dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, e del Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa Raffaele Lorusso.
L’intervento di Alessandro Barbano, a cui è andato il “Premio alla Carriera”, che di recente ha dovuto lasciare la direzione de “Il Mattino” di Napoli, dopo sei anni, ha dato alle riferite argomentazioni la testimonianza di un mondo, quello del giornalismo, sempre più alla mercé “del mercato”, ovvero degli editori e dei politici che impongono e revocano scelte a seconda degli interessi del momento. Barbano, che sulla sua vicenda si è espresso con dignità ed equilibrio, ha ricordato Maglio nel suo essere stato un insuperato direttore e ha voluto ribadire che all’insegna del suo esempio continuerà nella carriera di giornalista. Che – ha voluto dire con fermezza – non è affatto conclusa.
La manifestazione, tuttavia, condotta da Marcello Favale e dagli interventi-blitz di Adelmo Gaetani, si è svolta ad altissimo livello ma soprattutto nella serenità e nella gioia di ricordare figure indimenticabili, come quella dell’intestatario del Premio Antonio Maglio, di cui è stata letta una lettera della figlia Manuela, e di Alessandro Leogrande, di recente scomparso, a cui era stato assegnato il Premio nella sua prima edizione nel 2012. Toccanti le parole della lettera di ringraziamento della madre.
Il Primo Premio di quest’anno è stato assegnato a Giulio Mola, barese di cinquant’anni, per l’inchiesta sul calcio minorile “Quelli che pagano per un contratto…”, apparsa sul quotidiano  “Il Giorno” di Milano, in cui mette a nudo i retroscena di un mondo, quello del calcio minorile, in cui si verificano fenomeni ai limiti dell’assurdo e del criminoso.
I due secondi premi sono andati a Elisa Forte e Andrea Gabellone. La Forte sul quotidiano torinese “La Stampa” ha svolto l’inchiesta “Noia, rabbia, solitudine: com’è dura la vita dei bambini geniali”, sui bambini molto dotati e vivaci, a cui la scuola italiana non sa e non riesce a dare accoglienza e giusta valorizzazione. Gabellone è stato premiato per il reportage sull’immigrazione “Al confine della realtà” apparso sul quotidiano “il Manifesto”, in cui racconta la disgraziata vita degli immigrati in talune realtà italiane di confine (Bardonecchia) fra oggettive difficoltà di inserimento e proibitivi tentativi di attraversare il confine con la Francia.  
Riconoscimenti straordinari sono andati a taluni protagonisti del giornalismo salentino che nel corso degli anni hanno realizzato e condotto testate giornalistiche ormai affermate e di prestigio. Una targa è andata a Nicola Apollonio per i quarant’anni del suo mensile “Espresso Sud” e a Ugo Buccarella, Loris Coppola e Nicola Ricci per i venti anni del settimanale di informazione e tempo libero “Salento in tasca”.
Ma non solo giornalismo. Da quest’anno il Premio ha voluto attenzionare il mondo dell’imprenditoria e del lavoro. Una targa speciale è stata assegnata a Benedetto Cavalieri, titolare dell’omonimo pastificio magliese, giunto a celebrare il centesimo anno dalla fondazione. Stesso riconoscimento è andato a Giuseppe Coppola, operatore nel campo della viticoltura e del turismo.
Molti premi sono andati ai premiati. Oltre alla tradizionale “trozzella” e un “quadretto” raffigurante un tronco d’olivo del fotografo Longo, confezioni di prodotti tipici della nostra economia: vini, olio, pasta, caffè; ovviamente delle aziende che col “Premio” hanno un rapporto particolarmente contiguo.  
Molte le personalità presenti alla cerimonia, fra cui il Sindaco di Alezio Andrea Vito Barone, che ha fatto istituzionalmente gli onori di casa, e alcuni amministratori dei comuni vicini. Il Prefetto Carlo Schilardi, che di recente ha ricevuto dal Ministero un incarico a Napoli, ha chiuso la cerimonia, dando appuntamento all’anno prossimo.