giovedì 27 settembre 2018

Ma c'è ancora la legge in Italia?




A sentire Di Maio e Salvini sembra che in Italia non ci sia più legge. Di fronte al “popolo”, al suo bene, alla soluzione dei suoi problemi, cessa tutto. Ripetono la parola “italiani” in una breve dichiarazione di un minuto più di quanto non facesse Almirante in un comizio di un’ora.
Per leghisti e cinquestelle siamo in presenza di un “popolo-dio” e come nel medioevo i crociati gridavano deo lo vult, alle obiezioni che vengono loro mosse i due vice-presidenti rispondono: il popolo lo vuole, noi gliel’abbiamo promesso e guai a chi ci impedirà di farci mantenere la promessa! Come se il nuovo esecutivo, detto del cambiamento, non avesse l’obbligo comunque di muoversi e di agire all’interno di un quadro costituzionale e delle leggi vigenti.
E’ stato forse abolito in Italia il sistema politico-giudiziario, per cui dei gruppi politici al potere agiscono come truppe di occupazione, che rispettano solo le leggi del  “paese di provenienza”?  
Renzi rischia di essere stato l’ultimo fesso d’Italia. Tale appare oggi per aver chiesto due anni fa il referendum per una castigatissima riforma della Costituzione! Avrebbe potuto strafottersene, come stanno facendo ora Di Maio e Salvini.
Il loro modo di fare è tipico dei periodi di anarchia, quando non c’è più legge, non c’è chi la fa rispettare e comanda il più forte, sentendosi legittimato dal favore popolare, l’alfa e l’omega delle loro preoccupazioni.
I due hanno giurato davanti al Presidente della Repubblica di rispettare la Costituzione. Pensavano forse che fosse tutto uno scherzo, un atto puramente formale, un maquillage?
In una democrazia, quando un governo si accorge di non poter mantenere le promesse elettorali fatte dai suoi esponenti politici, benché fatte in un sistema di macroscopico voto di scambio, non deve sentirsi colpevole di uno sgarro, ma responsabilmente ridimensiona il suo programma, fa quello che può fare o semplicemente lascia. Insistere a voler fare a tutti i costi quanto promesso non è concepibile. Ci sta che un politico o un governo si sbagli, si faccia male i conti, fallisca in tutto o in parte. Quel che conta non è l’interesse del singolo politico o di una classe politica, ma del Paese nel suo insieme.
Crolla il ponte Morandi a Genova. La colpa è subito di Autostrade, a cui si vuol togliere subito la concessione, obbligarla a pagare la ricostruzione del ponte ed escluderla dal parteciparvi. Un’esecuzione sul posto! Quante volte abbiamo sentito persone nei bar ragionare in questo modo? Se fossi io gli toglierei le concessioni e li costringerei a pagare tutto; così imparano! Di Maio e Salvini sono come gli avventori del bar dello sport, né più né meno.
Noi, che i bar li frequentiamo per il caffè o il gelato, ci chiediamo: ma non c’è più una legge che regola simili situazioni?
A chi obietta a Di Maio e Salvini che Autostrade potrebbe fare ricorso al Tar, la risposta è di un’arroganza degna del peggior modo di essere mafiosi. Dicono: lo faccia, intanto paghi e taccia! Non diversa la risposta per i ricorsi per il taglio dei vitalizi ai parlamentari. Intanto glieli abbiamo tagliati, facciano pure ricorso!
Il Ministro dell’Economia Tria dice che non ci sono i soldi per fare tutto quello che i due neogiacobini vogliono. Tria è un signor professore universitario di economia. Di Maio è un signor nessuno. Neppure se dovesse avere il cento per cento dei voti sarebbe mai qualcuno. Ma intanto dice: un Ministro dell’Economia serio deve saper trovare i soldi. Dunque Tria non è serio; si metta da parte! Il portavoce del Presidente del Consiglio, Rocco Casalino, laureatosi all’Università del Grande Fratello, ha detto che i funzionari del Ministero dell’Economia boicottano le iniziativfe del governo.
Ma dove stiamo? In quale organizzazione di evasi ci troviamo? Qui non si tratta di essere pro o contro il populismo, che è solo un modo di pensare e di operare ma sempre nel perimetro della legge, bensì di una sistematica e pragmatica ignoranza dei comportamenti politici e delle procedure amministrative. Preoccupa non la loro presunta sicurezza di essere nel giusto, inteso come legale, quanto il loro non voler considerare che le questioni nel nostro Paese si devono regolare con le leggi esistenti. Non si chiedono neppure se una cosa la possono fare o meno. E se qualcuno glielo dice, è pronta la risposta: non possiamo fare questo? beh, noi intanto lo facciamo; poi si vedrà.
Questo percorso potrebbe portarci fuori strada. Attenzione, per ora è solo una parte politica che intende muoversi a prescindere dalle leggi! Nel momento in cui altri si rendono conto della bagarre, allora potrebbero ricorrere tutti a sistemi e a metodiche più politicamente spicciative e redditizie. Il che, fuor dal linguaggio più castigato, vorrebbe dire che ai loro modi disinvolti di ignorare la legge si potrebbero contrapporre modi altrettanto disinvolti, per non dire del tutto illeciti. A la guerre comme à la guerre!
Prima o poi questi due signori si troveranno a dover fare una duplice serie di conti. Immancabilmente con le leggi dello Stato da una parte e col loro “popolo-dio” dall’altra. Il quale – lo sappiamo per tantissimi precedenti avvenuti nella storia – quando si sente tradito o raggirato o si accorge che il leone a cui credeva di essersi affidato è solo un asino allora si trasforma in un mostro di ingratitudine e di ferocia.
Non vogliamo evocare scenari apocalittici, peraltro improponibili per una lunga serie di motivi, ma questo governo ci sta abituando ad un modo di far politica del tutto fuori dalle regole e per certi aspetti dalle leggi. Dove potremmo arrivare ce lo dobbiamo chiedere.
L’arroganza di Di Maio e la prepotenza di Salvini, al di là se possono o meno nel breve termine sortire effetti positivi, stanno producendo guasti alla politica e alla società che potrebbero essere assai gravi per la credibilità dello Stato di diritto e della democrazia. 

domenica 26 agosto 2018

Tra ponti che crollano e migranti che invadono




Il disastro di Genova del 14 agosto, crollo del ponte Morandi, ha dimostrato quanto non c’era bisogno di dimostrare. Siamo un popolo di sciattoni, di furbastri e di infingardi. Quel ponte scricchiolava da tempo, era già stato rattoppato. Uno studio del Politecnico di Milano appena qualche mese prima ne aveva diagnosticato i mali. Lo sapevano tutti che era a rischio crollo.
Ma come fare? Chiudere quel ponte per i lavori di riparazione o di rifacimento significava privare la città di un percorso assolutamente indispensabile e insostituibile per chissà quanto tempo. Senza quel ponte la città è divisa in due, le sue attività paralizzate, il danno economico enorme. Dunque, tiriamo avanti fidando nella buona stella.
Ora, bisogna dire che la buona stella in Italia è tradizionalmente molto generosa. Ma non c’è stella che non abbia un limite, che non faccia pagare alla fine il troppo elargito con una spaventosa catastrofe. Ed è quanto avvenuto. 
Allora i problemi sono due, entrambi riconducibili alla politica. Uno è più tecnico e particolare, l’altro più amministrativo e generale. Chi avrebbe dovuto provvedere al controllo e apportare gli opportuni interventi? Autostrade, che è la società privata responsabile, o lo Stato con i suoi organismi? L’altro rimanda più direttamente alla politica, avendo dovuto per tempo la città di Genova dotarsi di un percorso alternativo per non rimanere paralizzata dall’inagibilità del ponte per chiusura temporanea per riparazioni o per improvvise e imponderabili cause naturali.
Come sempre accade, si è scatenata una battaglia sulle responsabilità del disastro, trasformatosi in occasione per fare vendetta di veri e presunti avversari politici, non badando minimamente al danno che si sarebbe prodotto all'immagine del Paese. Pur di vedere i nemici nella polvere non si è badato a spese. E’ storia vecchia.
Si punisca Atlantia, la società che controlla Autostrade in Italia; si puniscano i Benetton che hanno il 30% delle azioni di Atlantia, rei – a detta del vice-presidente del Consiglio Di Maio, di aver foraggiato il Pd in campagna elettorale. Via la concessione ad Autostrade! Non si compri più nulla dai Benetton. Una tragedia nazionale è stata trasformata in una campagna propagandistica senza eguali. Diversi sì, i Cinquestelle, ma nel peggio degli italici vizi.
Dimentichi i nuovi Robespierre che gli italiani costruiscono grandi opere in tutto il mondo e che sputtanarli, come hanno fatto Di Maio e compagni, è alto tradimento consumato nei confronti della Nazione. Dimentichi che i Benetton sono un marchio di eccellenza nel campo della moda e della produzione di indumenti e che invitare a non comprare più i loro prodotti equivale a far fallire una delle più importanti aziende del Made in Italy.
Ma, a prescindere dalla tenuta di quel ponte e dai controlli mancati, possibile che una città come Genova per anni e anni non abbia mai pensato di provvedersi di percorsi alternativi?
Lo stava facendo. Da qualche anno aveva in progetto la costruzione della cosiddetta Gronda, autentica alternativa al ponte che ormai stava per superare i limiti di età. Era stato costruito nella seconda metà degli anni Sessanta.
E chi si era opposto alla Gronda? Sentite! Sentite! Quel grande uomo di Beppe Grillo, che solo qualche tempo prima, per ostacolarne la costruzione, aveva detto che il ponte Morandi non sarebbe mai crollato. Che cazzo capisce un comico ormai giunto anche lui a fine vita e privo anche lui, peggio del ponte Morandi, di controlli?
Chi si opponeva erano i Cinquestelle, come si oppongono a tutte le grandi opere, alle grandi infrastrutture. E chi ha urlato più di tutti per il crollo del ponte? I Cinquestelle, che, probabilmente, hanno pensato di giocare d’anticipo e prima di essere accusati hanno accusato a loro volta.
Dicono e fanno quel che vogliono i Cinquestelle approfittando di non avere nessuna opposizione credibile, col Paese frastornato dalla crisi europea e intento a tifare Salvini per il suo impegno antimmigrazione. A proposito della quale c’è da trasecolare a sentire i Pd e Forza Italia in difesa di una politica migratoria fallimentare, contro cui si è espresso il popolo italiano il 4 marzo scorso. Nessuna proposta alternativa ma pietismi e buonismi da fatebenefratelli, non da politici responsabili di fronte al più grave problema avuto dall’Italia in tutta la sua storia repubblicana, ma da pax christi e da charitas. Che sono istituzioni importantissime e nobilissime finché parlano i loro veri rappresentanti; diventano maschere quando parlano gli impostori della politica.
Nessun senso di orgoglio nazionale di fronte alle continue provocazioni dell’Europa, che continua a scaricare sul nostro Paese tutte le responsabilità di una migrazione che nessuno vuole ma che nessuno vuole fermare veramente.
Questo governo deve inventarsi l’opposizione al suo interno. Di fatto ci sono quattro ministeri che operano ognuno per conto proprio senza nessun coordinamento. Il Ministero dell’Interno adotta una politica di durezza e di rigore per respingere i migranti, contro cui agisce il Ministero della Difesa le cui navi vanno a raccoglierli in mare, che poi il Ministero di Giustizia obbliga a farli sbarcare e quello degli Esteri ricorda che anche noi siamo stati migranti. Finché non arrivano i preti a dire: ce li prendiamo noi. Come se i preti in Italia costituissero un altro Stato! 

domenica 19 agosto 2018

Diario d'agosto: 1. Fuci fuci a lle talare



Diario d’agosto

1. Fuci fuci a lle talare

Piove quasi ogni giorno verso le due pomeridiane in questo agosto 2018. Tuoni e lampi minacciano acquazzoni. Poi piogge qua e là, in alcune parti del paese sì e in altre no.
E’ piovuto tanto anche a giugno: piogge ben più consistenti. Una stagione balorda. I fichi sugli alberi si sono aperti come fiori carnivori con bocche vermiglie spalancate. Guai a mangiarne! Ti assale l’acidità allo stomaco.
Il clima mi ha ricordato certe estati della mia fanciullezza, quando d’estate era un fuci fuci a lle talare. Avevamo i telai pieni di filze di tabacco appese per essiccarlo in una campagna a duecento metri da dove abitavamo d’estate.
In quella campagna c’era una chiesa sconsacrata di proprietà della chiesa. Noi, che l’avevamo in affitto, la adibivamo a rifugio. Era, invece, un’importante testimonianza paleocristiana. Vallo a sapere! Oggi completamente demolita, non si sa da chi e perché.
Era intitolata a San Donato (cappedda te Santu Tunatu), in realtà il titolo spettava a San Antonio Abate, il santo del fuoco. L’equivoco del nome dipendeva dal fatto che si trovava al confine fra due contrade, Santu Tunatu e Sant’Antoni. Non escludo che quelli che abitavano in territorio di Sant’Antoni la chiamassero diversamente da noi che abitavamo a Santu Tunatu.
C’era stato in passato tutto un complesso abitativo contiguo alla chiesetta, già allora diroccato. Prova che aveva conosciuto tempi migliori.
Era stata costruita con materiali poveri, raccolti in loco, alla base e agli angoli aveva autentici megaliti informi. Un contrafforte era stato costruito di recente all’esterno a rafforzare la parete laterale sud-est perché non cedesse alla spinta.
Sull’ingresso vi era una bifora murata. Un piccolo campanile a vela in alto poggiava sull’estremità destra. La campana non c’era più. Il tetto a spiovente era coperto da embrici a capriata. All’interno la copertura era a cannicciata, poggiava su un asse centrale e su assi laterali di legno. Pochi fregi.
A destra, entrando, c’era una colonnina monolite in pietra leccese con su una vaschetta, era la pila dell’acqua santa o forse un rudimentale battisterio. In fondo nell’abside semicircolare con volta a cupola l’altare a tre pezzi, tipo dolmen, due pezzi laterali di sostegno e uno orizzontale da piano. L’abside, rivolta a oriente, era affrescata con Dio Pantocrator, che dava l’idea di un abbraccio al mondo. Le pareti laterali lo stesso, ma non ricordo più i santi e le scene, che si vedevano e non si vedevano per lo stato di degrado dell’intonaco.
A sinistra, poco prima dell’altare c’era l’ossario, una botola con una chianca per coperchio, che noi ragazzini spostavamo per curiosarci dentro. In pieno imperversare della Spagnola nel 1918 aveva funto da lazzaretto.
Quando la lasciammo noi, verso la metà degli anni cinquanta, la chiesa venne trasformata dai nuovi affittuari in una casupola nella quale tenevano tutti gli attrezzi di campagna ed anche le bestie, un mulo e delle pecore. Le pareti furono picchettate per far aderire un nuovo intonaco e coperte da uno strato di calce. Rimase in piedi fino agli anni ottanta, poi giù com’altrui piacque.
In quella chiesa mettevamo al sicuro in fretta e furia e talare te tabbaccu per preservarle dalla pioggia. Guai se il tabacco, durante il processo di essicazione, si bagnava! Alla consegna veniva scartato e bruciato. E addiu fatica te nn’annu!
Ma l’acqua d’estate è bugiarda e isterica. A momenti pensi che ti debba sotterrare con un diluvio, poi tutto si risolve in breve con quattro gocce svogliate. Ma non mancano forti acquazzoni che lasciano il segno nelle campagne con muretti a secco che si sbriciolano e alberi sradicati.
Qualche minuto dopo che avevamo messo dentro il tabacco ecco che riusciva il sole, prepotente, bruciante. Ed era ancora un fuci fuci a lle talare, per riesporle al sole. A volte si andava e veniva due tre volte in questo fuci fuci tra sole e pioggia.

domenica 5 agosto 2018

Grido d'allarme del giornalismo salentino alla VII Edizione del Premio "Antonio Maglio"




La settima edizione del Premio giornalistico “Antonio Maglio”, svoltasi sul piazzale davanti al “Museo Messapico” ad Alezio, la sera di sabato, 4 agosto, è stata anche l’occasione per fare il punto sullo stato del giornalismo nazionale, minacciato da una crisi che per certi versi è strutturale, in seguito al diffondersi di mezzi di informazione, i social, assai più diffusi e preferiti dal pubblico, e da una classe politica che è sempre più insofferente della stampa e di ogni corpo intermedio che filtri e medi tra lei e il pubblico. Una situazione che non rassicura la politica italiana e che con la minaccia alle sue classiche istituzioni, partiti-sindacati-giornali, mette in discussione il futuro della stessa democrazia.
Variamente argomentata, questa crisi è emersa dalla relazione dell’On. Giacinto Urso, Presidente del Premio, e dagli interventi di Nicola Marini, Presidente Emerito e Tesoriere dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, e del Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa Raffaele Lorusso.
L’intervento di Alessandro Barbano, a cui è andato il “Premio alla Carriera”, che di recente ha dovuto lasciare la direzione de “Il Mattino” di Napoli, dopo sei anni, ha dato alle riferite argomentazioni la testimonianza di un mondo, quello del giornalismo, sempre più alla mercé “del mercato”, ovvero degli editori e dei politici che impongono e revocano scelte a seconda degli interessi del momento. Barbano, che sulla sua vicenda si è espresso con dignità ed equilibrio, ha ricordato Maglio nel suo essere stato un insuperato direttore e ha voluto ribadire che all’insegna del suo esempio continuerà nella carriera di giornalista. Che – ha voluto dire con fermezza – non è affatto conclusa.
La manifestazione, tuttavia, condotta da Marcello Favale e dagli interventi-blitz di Adelmo Gaetani, si è svolta ad altissimo livello ma soprattutto nella serenità e nella gioia di ricordare figure indimenticabili, come quella dell’intestatario del Premio Antonio Maglio, di cui è stata letta una lettera della figlia Manuela, e di Alessandro Leogrande, di recente scomparso, a cui era stato assegnato il Premio nella sua prima edizione nel 2012. Toccanti le parole della lettera di ringraziamento della madre.
Il Primo Premio di quest’anno è stato assegnato a Giulio Mola, barese di cinquant’anni, per l’inchiesta sul calcio minorile “Quelli che pagano per un contratto…”, apparsa sul quotidiano  “Il Giorno” di Milano, in cui mette a nudo i retroscena di un mondo, quello del calcio minorile, in cui si verificano fenomeni ai limiti dell’assurdo e del criminoso.
I due secondi premi sono andati a Elisa Forte e Andrea Gabellone. La Forte sul quotidiano torinese “La Stampa” ha svolto l’inchiesta “Noia, rabbia, solitudine: com’è dura la vita dei bambini geniali”, sui bambini molto dotati e vivaci, a cui la scuola italiana non sa e non riesce a dare accoglienza e giusta valorizzazione. Gabellone è stato premiato per il reportage sull’immigrazione “Al confine della realtà” apparso sul quotidiano “il Manifesto”, in cui racconta la disgraziata vita degli immigrati in talune realtà italiane di confine (Bardonecchia) fra oggettive difficoltà di inserimento e proibitivi tentativi di attraversare il confine con la Francia.  
Riconoscimenti straordinari sono andati a taluni protagonisti del giornalismo salentino che nel corso degli anni hanno realizzato e condotto testate giornalistiche ormai affermate e di prestigio. Una targa è andata a Nicola Apollonio per i quarant’anni del suo mensile “Espresso Sud” e a Ugo Buccarella, Loris Coppola e Nicola Ricci per i venti anni del settimanale di informazione e tempo libero “Salento in tasca”.
Ma non solo giornalismo. Da quest’anno il Premio ha voluto attenzionare il mondo dell’imprenditoria e del lavoro. Una targa speciale è stata assegnata a Benedetto Cavalieri, titolare dell’omonimo pastificio magliese, giunto a celebrare il centesimo anno dalla fondazione. Stesso riconoscimento è andato a Giuseppe Coppola, operatore nel campo della viticoltura e del turismo.
Molti premi sono andati ai premiati. Oltre alla tradizionale “trozzella” e un “quadretto” raffigurante un tronco d’olivo del fotografo Longo, confezioni di prodotti tipici della nostra economia: vini, olio, pasta, caffè; ovviamente delle aziende che col “Premio” hanno un rapporto particolarmente contiguo.  
Molte le personalità presenti alla cerimonia, fra cui il Sindaco di Alezio Andrea Vito Barone, che ha fatto istituzionalmente gli onori di casa, e alcuni amministratori dei comuni vicini. Il Prefetto Carlo Schilardi, che di recente ha ricevuto dal Ministero un incarico a Napoli, ha chiuso la cerimonia, dando appuntamento all’anno prossimo.

domenica 22 luglio 2018

Trattativa Stato-mafia: Borsellino deve morire




Il 26° anniversario della strage di via D’Amelio a Palermo, avvenuta il 19 luglio 1992, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta, è stato anticipato di pochi giorni dalla deposizione da parte della Corte d’Assise di Caltanissetta delle motivazioni della sentenza del processo quater, quello dei depistaggi (30 giugno). 1.865 pagine in cui i giudici spiegano perché le indagini su quel terribile atto di guerra della mafia contro lo Stato furono depistate da settori dello Stato stesso. Ed è coinciso con le motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Palermo (19 luglio), che conferma che la trattativa Stato-mafia ci fu ed ebbe come effetto l’accelerazione della strage di via D’Amelio. Condannati, come non poteva non accadere, i soli militari coinvolti. I politici dell’establishment? Alcuni morti, altri moribondi; poi il solito Marcello Dell’Utri, refugium peccatorum, e l’ex Ministro degli Interni Nicola Mancino, il quale non poteva …pagare per tutti. Ma la verità acclarata di queste due sentenze è che lo Stato sa essere criminale quando lo ritiene “necessario”.
Che lezione deve trarre il popolo italiano da quest’altra tristissima vicenda? Se invece di vivere in un paese democratico vivessimo in una dittatura, probabilmente la magistratura non sarebbe giunta alle conclusioni a cui è giunta e cioè che a depistare le indagini sulla strage sono stati uomini delle stesse istituzioni.
Ma la domanda d’obbligo per chi ancora non ha il cervello in umido è per conto di chi hanno agito i depistatori? Cui prodest? si chiedevano i latini. A chi ha giovato la morte di Borsellino e a chi sono giovati i depistaggi per non giungere a sapere chi è stato e perché?
La risposta è scontata. La trattativa con quel che segue ha giovato alla mafia; ma la mafia non è tale se non ha agganci organici agli apparati delle istituzioni. Senza questi agganci non si può parlare di mafia.
Certo non basta la colpevolezza di un questore o di qualche ufficiale dei Carabinieri per dire che lo Stato ha tradito se stesso, che Borsellino è stato ucciso con la complicità dello Stato. Ma il caso Borsellino giunge in Italia dopo molti altri gravissimi eventi terroristici, a partire dal caso Mattei dell’ottobre 1962, in cui quando non è stata affermata la presenza dello Stato non è stata nemmeno esclusa o nelle fasi esecutive dei misfatti o nei successivi depistaggi.
Si sa che la mafia ricorre all’eliminazione degli ostacoli che le impediscono di operare nel malaffare e nel potere quando non ha altri metodi e quasi sempre dopo averli esperiti tutti. La soluzione traumatica è l’extrema ratio.
La lezione che si può trarre dalla vicenda Borsellino è devastante. Per un verso si conferma che una parte dello Stato, deviata si dice, è organica alla mafia in forme stabili e continuative. Dal caso Mattei ad oggi sono trascorsi 56 anni, sono tanti, sono troppi per non avere il timore che il male di cui è affetto lo Stato è cronico e sempre pronto a riacutizzarsi. Per un altro il sospetto che nell’affare Borsellino sia implicata la politica in una delle sue più importanti evoluzioni degli ultimi cinquant’anni, ci fa pensare che questa nostra democrazia, che si sputtana al punto di dire papale-papale di essere lei stessa colpevole dei mali di cui soffre il paese, non è più da preferire ad occhi chiusi ad una dittatura solo perché questa occulta le malefatte e lei no. Per non giungere all’assai più deprimente conclusione che una dittatura si può macchiare di nefandezze quanto si vuole, ma non lo fa mai in combutta con un soggetto, come la mafia, che è per definizione e storia nemica dello Stato.  Si può tollerare che lo Stato non riesca per debolezza a fronteggiare la mafia, ma non si può tollerare che diventi esso stesso mafia al punto da determinare svolte politiche con metodi e materiali mafiosi. Il Paese non può porsi di fronte ad una scelta tra una democrazia mafiosa e una dittatura che almeno garantisce la tenuta dello Stato.
Quando ciò accade gli esiti potrebbero essere terribili. Da cittadini non ce lo auguriamo, ma non possiamo neppure cedere al ricatto di un “soggetto” che, nonostante processi su processi, sentenze su sentenze, alla fine rimane sempre inconoscibile e perciò irresponsabile.

domenica 8 luglio 2018

Populismo o ruspantismo, sempre Salvini è




Forse sbaglio o forse no se attribuisco a Matteo Salvini, capo della Lega, vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro dell’Interno, l’esclusiva di un certo cafonismo politico, un misto di populismo e di ruspantismo, di cui lo stesso si compiace e si gloria. Diffuso, è diffuso, ma non al livello raggiunto da lui.
Roberto Fico, esponente di spicco dei Cinquestelle, anima di sinistra del Movimento, Presidente della Camera, non scherza neppure lui quanto ad atteggiamenti irrituali e cafoneschi. Basti pensarlo con le mani in tasca, comu nnu pampasciune, mentre la banda suona l’Inno Nazionale in una pubblica cerimonia in Sicilia.
Ma, che ce ne siano altri, come Salvini o quasi o peggio, nell’essere irriguardosi o insofferenti o ignari dell’etichetta, cambia poco per quanto stiamo per dire. Che non è solo questione di cafonaggine, ma anche di autentica visione prepolitica delle istituzioni.
La sentenza della Corte di Cassazione, in base alla quale alla Lega vanno sequestrati i danari fino all’estinzione del debito di 49mln di euro che ha nei confronti dello Stato in seguito ai fondi pubblici di finanziamento ai tempi di Umberto Bossi, è stata colta da Salvini come un attacco della magistratura alla democrazia, un’aggressione alla Lega e pertanto lo stesso ha deciso di rivolgersi al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per avere giustizia. Come in Turchia – ha detto – vogliono eliminare il più forte partito politico del Paese.
E l’alleato Cinquestelle? Un po’ d’imbarazzo per Luigi Di Maio nel dire che dopotutto è una questione vecchia, dei tempi di Bossi. Vecchia nel merito, d’accordo, ma nel modo come la sta gestendo Salvini è di oggi, è di un partito che sta al potere e in posizione anche di punta.
Ora è di tutta evidenza l’infantilismo di un simile comportamento. E’ come se un bambino, che crede di aver ricevuto un torto dalla sua maestra, minaccia di dirlo alla mamma o al papà. Loro sì che te la faranno pagare!
Che può fare Mattarella? Niente, perché non può fare niente. Non può un Presidente della Repubblica intervenire in alcun modo. Ci mancherebbe altro! Qualsiasi studente di scuola media inferiore sa che lo Stato di Diritto si qualifica per la divisione dei poteri. Evidentemente Salvini non ha studiato neppure i principi più elementari di questo grande traguardo della civiltà giuridica. Non stiamo parlando di Montesquieu o di Locke o di Tocqueville, ma semplicemente della nostra stessa Costituzione.
Se Salvini, in un moto di stizza, a tanto si è esposto è perché coerentemente coi suoi quotidiani gesti di ruspantismo, ha pensato che Mattarella potesse intervenire in un modo qualsiasi a trargli il ragno dal buco, escluso che a lui si sia rivolto per avere un finanziamento una tantum a fondo perduto.
Ma tu guarda a che cazzo di condizioni siamo arrivati!
Di fronte alle giuste rimostranze di quasi tutto l’ambiente politico, alleato Cinquestelle compreso, Salvini ha fatto marcia indietro. Non andrò da Mattarella a piangermi addosso per le ingiustizie che sta subendo la Lega dalla magistratura, ma a raccontargli le cose belle che ho fatto e sto facendo al Ministero dell’Interno. Parole che se non sono di sfottò sono di ironia irrispettosa se consideriamo che Mattarella è da sempre critico verso la politica delle espulsioni e dei porti chiusi a proposito dei migranti. Cose belle le considera lui! Ma Mattarella?
La quaestio salviniana pone problemi in parte vecchi e in parte nuovi. Vecchi, perché in fondo la pratica del sottobanco c’è sempre stata. Salvini può aver pensato: Mattarella non potrà formalmente intervenire, ma potrà sempre servirsi della sua moral-suasion per ammorbidire la magistratura o a non esigere il debito o a ratealizzarlo. Facciamo pure noi dell’ironia, quasi fosse una cartella da rottamare. Nuovi, perché il rivendicato cambiamento di questo governo – in verità più dei Cinquestelle che della Lega – sta naufragando nel peggiore dei modi.
Fin qui di cambiamento si è visto poco. Invece aumentano i casi di peggioramento del vecchio, a cui un Grillo, sempre incredibile, dà del suo con le sue straminchiate: le buche a Roma non ci sono, la Xylella non esiste e via con questi Sim-Sala-Bim, da autentico esorcista o illusionista da baraccone.
L’Italia ci mette poco, dopo aver assaggiato un po’ del “nuovo”, a reclamare il vecchio: arridatece er Puzzone! 
Nessun riferimento a Berlusconi. Ma nel centrodestra s’incomincia ad avere qualche mal di pancia. Che Berlusconi, come diceva Fabrizio De Andrè, possa dare oggi buoni consigli perché non più in grado di dare cattivi esempi può essere, quel che conta però è che un ambiente umano, importante per quantità e qualità, ci riferiamo al centrodestra, non può continuare a riconoscersi, sia pure con tutti i distinguo di questo mondo, in un’élite politica, la Lega, che con la destra ha poco a che fare. L’apertura di credito di Berlusconi a Salvini probabilmente durerà fino alle Europee del 2019, poi accadrà sicuramente qualcosa, che non ci vuole molto a capire trattarsi della rottura della più bizzarra alleanza politica della pur bizzarra politica italiana: essere alleati di una forza che è al governo mentre si fa opposizione a quel governo.

domenica 1 luglio 2018

Governo L-5S: dai buoni a nulla ai capaci di tutto




Due dei tanti cavalli di battaglia cavalcati da Leghisti e Cinquestelle erano in campagna elettorale i migranti e i vitalizi degli ex parlamentari. Sui migranti Salvini, nel dopoelezioni, ha costruito la sua egemonia mediatica pour cause, essendo il problema dei migranti urgente, continuo e a costo zero. Sui vitalizi i Cinquestelle stanno cercando di recuperare visibilità. Sulla tassa piatta (Lega) e sul reddito di cittadinanza (Cinquestelle) per ora si soprassiede; sono cose che costano l’iradidio.
Intanto la benzina sta per raggiungere quota due euro a litro; sono aumentate le tariffe di luce, gas e acqua. Aumenta la sofferenza dei bilanci famigliari, ma nessuno dice niente! La nostra è una società affetta da immunodeficienza acquisita.
La politica è una corte medievale con al centro un buffone che si diverte a prendere per il culo il sovrano, ossia il popolo, con le sue minchiate, delle quali non finisce di compiacersi. E niente; anzi, peggio! Alle sue trombate mentali si scatena un putiferio di dotti che si mettono a fare chiose ed esegesi, quasi a parlare fosse stato Ratzinger. Machiavelli s’ingaglioffiva giocando a tric-trac all’Albergaccio di San Casciano; i suoi omologhi di oggi s’ingaglioffiscono al seguito di Beppe Grillo.
C’è un governo, cosiddetto legastellato o pentaleghista – cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia – che sia in campo nazionale che in quello internazionale si comporta come se non ci fossero né princìpi giuridici né leggi. Così voglio e così faccio.
Sui migranti per anni abbiamo rispettato i trattati con gli altri paesi europei, anche se questo ci ha danneggiati. Colpa dei nostri governi che avevano stipulato e rinnovato il Trattato di Dublino, che ci obbligava ad accogliere in Italia quanti ne arrivavano, mentre gli altri paesi europei facevano finta di non vedere il grande complotto di scafisti e navi Ong che d’accordo facevano servizio di linea dalle coste africane all’Italia e intanto respingevano alle loro frontiere quanti, per gli accordi Schengen, avevano diritto di lasciare l’Italia per un altro paese europeo a loro scelta. Come dire: ci portavano i migranti che dovevamo accogliere in quanto primo paese di approdo, mentre loro li respingevano. Si fossero almeno astenuti dalle loro ipocrite missioni filantropiche! Invece, doglia e cazzinculo. Machiavelli avrebbe dettto: conviene allo Stato rispettare Dublino, Schengen? No! E allora pacta non sunt servanda.
E come abbiamo reagito col nuovo governo? Alla Machiavelli! Dublino o non Dublino, voi in Italia non attraccherete più con le navi cariche di migranti. Al cinismo degli altri abbiamo risposto da teppisti di mare e di terra. Intendiamoci, bisognava mettere fine alle false lacrime degli altri nei confronti di un’Italia lasciata sola a salvare l’onore dell’Europa. Sti cazzi!
In questo siamo riusciti almeno a creare una situazione nuova, dalla quale se non verrà fuori la soluzione ideale dei migranti, potrebbe essere l’inizio di un miglioramento.
La lotta mediatica per apparire meglio e di più, fomentata dalle opposizioni contro Lega e Cinquestelle, ha indotto Roberto Fico, Presidente della Camera, a riproporre la questione dei vitalizi degli ex parlamentari e di lì forse a rivedere tutta la normativa delle pensioni pregresse. Incredibile! Anche la tua, vecchio pensionato, che hai votato Cinquestelle per tenere contento tuo figlio o qualche tuo nipote e che pensavi di essere al riparo.
In un paese, che si è sempre vantato patria del diritto, parte proprio dalla fonte del legislativo, il Parlamento, un provvedimento che viola uno dei più forti e indiscussi principi, quello della non retroattività delle leggi. Che i Cinquestelle lo facciano, come si dice, per propaganda politica in vista delle Europee del 2019 o perché effettivamente convinti di fare giustizia di alcuni privilegi poco conta.
Le pensioni quantificate col sistema retributivo erano perfettamente legali e riguardavano tutti i lavoratori. Quindi, privilegio perché? C’erano forse categorie che non godevano dello stesso sistema? Ora, la situazione economico-finanziaria del Paese è cambiata. E’ stato introdotto il sistema contributivo. Ma l’introduzione di una novità non può far rivedere la situazione ante quem. E’ contro il più elementare principio giuridico.
Siamo nelle mani di autentici filibustieri. I Cinquestelle dicono: quello dei vitalizi non è un diritto acquisito ma un furto a cui bisogna mettere fine. E come? Pulendosi il culo con la legge? I masaniello in Italia hanno fatto sempre una brutta fine. A questi guappi bisogna ricordare il monito liturgico adattatto alla bisogna: Memento, homo, quia Rentius es et in Rentium reverteris!
Non c’è una sola voce autorevole che abbia il coraggio di assumere una posizione in difesa dei principi giuridici e delle leggi in vigore. Tutti fanno il calcolo dell’opportunità o meno di intervenire. Una volta gli anziani sedevano in consiglio, oggi non solo sono stati estromessi ma non riescono neppure ad immaginare di poter svolgere un ruolo fuori. Autentici analfabeti funzionali, perfino i più illuminati sono schiavi del politicamente corretto. Magari se ne stessero zitti! Parlano per aggiungere danno al danno.
E’ vero che gli educatori oggi se la passano male – vediamo continuamente professori derisi e svillaneggiati dagli studenti e picchiati dai genitori – ma la dignità del proprio Status non dovrebbe mai essere messa da parte. Quando mai un vegliardo ha avuto paura di farsi sentire?
Finora i nuovi governanti, che hanno fondato il loro successo sulla credenza popolare che i vecchi erano dei buoni…a nulla, nel senso che erano persone perbene e competenti ma incapaci di risolvere alcunché, hanno dimostrato di essere discoli e incompetenti ma capaci …di tutto, nel senso di violare perfino le più elementari regole della buona educazione e dell’etichetta e di fare strame del diritto e delle leggi.
Se dovessi scegliere l’icona del nuovo ordine di cose, sceglierei Fico, il Presidente della Camera, che ascolta l’inno nazionale con le mani in tasca. A me da bambino dissero che stare con le mani in tasca davanti ad una persona di rispetto era comportamento da facchino; oggi, che non si deve offendere più nessuno, non dico questo a Fico, mi limito a dirgli almeno di non soffiarsi il naso con le mani in una prossima circostanza.