sabato 24 marzo 2018

Cinquestelle, benvenuti nel paese normale




La politica è così, à la guerre comme à la guerre. Ma se il modo di dire famoso per significare spregiudicatezza di comportamenti, colpi bassi, scorrettezze e tradimenti, viene applicato al Movimento 5 Stelle che da quasi dieci anni si propone come diverso dalla vecchia politica, allora un commentino bisogna farlo. S’incomincia col prendere atto di ciò che tutti sapevano, tranne loro; o facevano finta di non saperlo. E cioè, che in politica certi passaggi sono obbligati, saranno pure sporchi e puzzolenti, ma sono obbligati.
Il passaggio del “peccato”, in questo caso, quale è? Nel mettersi insieme con un’altra forza politica all’indomani del voto se si vuole copulare qualcosa, ovvero esercitare un minimo di potere e poter realizzare in tutto o in parte il proprio programma. Siamo alla solita rottura delle uova per poter fare la frittata. Le poltrone tanto vituperate dai Cinquestellati – ma a dire il vero essi non hanno mai detto di voler governare in piedi! – sono state anche per loro oggetto di spartizione e trattative varie.
I due presidenti di Camera e Senato sono stati eletti, uno del M5S, Roberto Fico, alla Camera; l’altro di Fi, Maria Elisabetta Alberti Casellati, al Senato. Post nubila Phoebus, verrebbe di dire. Salvini ha ragione di ostentare contentezza, perché è riuscito a far eleggere un parlamentare dello schieramento di centrodestra e per di più prima donna a diventare presidente del Senato. Della serie che non sempre chi sbandiera femminismo dalla mattina alla sera – ah, Boldrini Boldrini! – in concreto poi riesce a produrre qualcosa di femminista. Il centrodestra, bollato molto spesso come antifemminista, zitto zitto e piano piano ha realizzato un colpo storico. Per merito suo la seconda carica dello Stato è donna, che, in circostanze d’emergenza, potrebbe anche ricoprire la carica di Presidente della Repubblica. Del resto era stato il centrodestra, con Berlusconi, a portare in politica il maggior numero di donne. E, a dire il vero, oggi esse lo ripagano con una lealtà non sempre osservata dai suoi collaboratori maschi. La rinuncia alla candidatura alla presidenza del Senato di Anna Maria Bernini, proposta da Salvini, va portata ad esempio di lealtà e di correttezza. Il che non è poco in un mondo in cui mors tua vita mea.  
Ora incomincia la corsa a Palazzo Chigi. Chi del Dimmi e Dammi sarà il nuovo premier? Alla vigilia del voto due erano le ipotesi più gettonate. Premesso che i Cinquestelle sarebbero stati il partito più votato, le due ipotesi erano una l’intesa Forza Italia-Pd, l’altra M5S-Lega.  La prima presupponeva la vittoria di Forza Italia all’interno della coalizione di Centrodestra e una sconfitta meno catastrofica del Pd; la seconda, la vittoria della Lega nel Centrodestra. Si è verificata la seconda, anche per il tonfo del Pd. Salvini ha superato Berlusconi ed è diventato, secondo accordi presi, capo della coalizione; il Pd, non si capisce su quale altro colle romano vuole riparare, se esclude l’Aventino.
Il postelezioni ha confermato la leadership di Salvini, che si è dimostrato tanto spregiudicato quanto conciliante. Come ha saputo giungere alla elezione dei due presidenti del Parlamento lo dimostra. Nel gioco stretto di quei giorni spazio e tempo per concordare mosse e contromosse non ce n’erano. Di qui il suo colpo di mano, che, a fronte del rifiuto del forzista Paolo Romani alla Presidenza del Senato da parte del M5S e addirittura del rifiuto di Di Maio di incontrarsi con Berlusconi, ha sbloccato lo stallo, proponendo motu proprio la Bernini, mandando su tutte le furie Berlusconi che, a caldo, ha detto: basta, la coalizione non esiste più. Poi la ricomposizione di tutto, come di sopra riportato.
Come si svolgerà il corso della storia da lunedì in poi non è dato saperlo né prevederlo. Ma quel che possiamo dire, con un pizzico di soddisfazione, è che il M5S è di fatto arrivato nel paese reale, che è anche quello normale. Non più, almeno per ora, minchiate alla Beppe Grillo o alla Alessandro Di Battista, ma comportamenti ragionati. Sperando, lo diciamo per interesse civico, che poi riserveranno tutto il loro rigore alle scelte operative che sapranno fare se riusciranno ad andare al governo, con Di Maio protagonista o co-protagonista. Il Paese non è stato mai così ansioso di vedere se l’ennesima sfida dei buoni e capaci, degli onesti e dei preparati, sortirà gli esiti sperati.    

venerdì 16 marzo 2018

16 marzo, quarant'anni dopo




Ci sono fatti nella vita che ti segnano profondamente al punto che ti bloccano l’orologio dell’esistenza come accade ad un contachilometri quando lo schianto dell’auto contro un ostacolo lo inchioda all’ultima velocità. Il rapimento di Aldo Moro del 16 marzo 1978 è uno di quei fatti.
Quella mattina, ero appena uscito dal Caffè Italia a Taurisano, avevo messo in moto la mia 126 e mi accingevo a fare marcia indietro per uscire dal parcheggio quando un amico di lontano mi fece segni come a volermi parlare. Abbassai il finestrino.
“Il giornale radio ha appena detto che a Roma è stato rapito Aldo Moro e uccisi gli uomini della sua scorta”. Rimasi incredulo e istintivamente accesi l’autoradio: tutto vero! Erano le 10 ed io dovevo andare a scuola, prendevo servizio alla terza ora.
A scuola, Professionale Femminile di Taurisano, in via Roma, già sapevano tutto. Si sospesero le lezioni. Le ragazze furono riunite in una stanza grande che fungeva da palestra coperta e lì, secondo quanto aveva disposto il Preside della sede centrale di Nardò, si parlò del tragico evento.
Per quanto scioccante, la notizia era nelle atmosfere tragiche di quegli anni. La sorpresa fu tanta solo perché riguardava un personaggio così alto e importante. Da almeno dieci anni l’Italia viveva una situazione incandescente. Dopo il Sessantotto studentesco con tutto il disordine provocato, ci furono gli scioperi degli operai e poi le stragi, da quella del 12 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura a Milano, alle successive, e poi ai rapimenti e ai ferimenti di giudici, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, funzionari, in un crescendo di angoscia e di paura.
Le Brigate Rosse avevano dichiarato guerra allo Stato borghese e imperialista, servo degli americani. Come sempre accade in situazioni del genere, l’una parte genera quella opposta. Le sigle di associazioni terroristiche di sinistra e di destra si moltiplicarono, mentre si percepiva, sia pure confusamente, il ruolo che avevano i servizi segreti in molte imprese criminali che venivano attribuite agli anarchici e ai fascisti. Insomma si aveva il sospetto che ci fosse in Italia il tentativo di impedire una svolta a sinistra, che avrebbe potuto avere conseguenze internazionali, cambiando i rapporti di forza nell’ambito della “guerra fredda” fra i due blocchi americano e sovietico, attraverso la destabilizzazione del potere, apparentemente fatta dalle forze eversive di sinistra e di destra, in sostanza dal potere politico attraverso i servizi di sicurezza, che, quando non fu più possibile negare, furono detti “deviati”.
Il rapimento di Moro non fu un evento-chiodo, nel senso che accadde e finì lì, ma continuò per 55 giorni, fino al 9 maggio con la restituzione del suo cadavere, chiuso nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani, a Roma, tra la sede del Pci e quella della Dc, simbolicamente in mezzo. Furono 55 giorni di stillicidio, con le lettere che Moro scrisse ai più importanti dirigenti del partito per convincerli a cedere alle Brigate Rosse, usando argomentazioni in forme che dall’altra parte si ostinavano a considerare come estorte o come frutto di una mente che ormai non era più compos sui. Fino al tragico epilogo.  
Quella mattina il governo Andreotti doveva ricevere la fiducia alla Camera e per la prima volta i comunisti l’avrebbero votata, un altro passo, dopo quello della non sfiducia, verso la loro entrata nel governo. L’incontro Dc-Pci era considerato una sorta di mostro politico, ideato proprio da Moro, il quale, come già aveva fatto nel 1964, quando convinse i suoi che era giusto e importante fare il centrosinistra coi socialisti, ora li aveva convinti che era giusto e importante allargare ai comunisti. Perplessità e paura da una parte e dall’altra. I democristiani si erano lasciati convincere ancora una volta dal loro profeta. Ad essere maligni, che in politica, è del tutto normale, la gran parte dei democristiani cedeva volentieri alle lusinghe del potere, specialmente quando si paventava una imminente perdita dello stesso. Moro li convinse che era, questa, una eventualità non proprio remota, come dimostravano i risultati nelle ultime elezioni, che avevano ridotto il distacco a soli quattro punti di percentuale. I comunisti, da parte loro, non si fidavano e già avevano minacciato di non votare la fiducia in presenza nel governo di ministri dei quali non avevano stima alcuna.  
Ma più di tutti contrari all’apertura al Pci erano gli Stati Uniti d’America, che già in precedenza, col loro segretario di stato Henry Kissinger, avevano avuto modo di manifestare la loro contrarietà. Agli americani Moro non piaceva. Ma anche la Russia sovietica guardava con sospetto questo avvicinarsi del partito comunista all’area di governo e lo valutavano come una sorta di tradimento, dal quale sarebbe derivato loro un danno politico nel confronto con lo storico avversario americano.
La fine tragica che avrebbe fatto Moro ha rimosso nei politici e negli osservatori, per una sorta di pietas nei suoi confronti, quello che egli ha rappresentato realmente nella Dc e nel Paese. Si è molto discusso se annoverarlo fra gli statisti o considerarlo un politico molto abile nel condurre la sua parte politica al potere e farla restare il più a lungo possibile. Distinzioni oziose, probabilmente, visto che gli statisti sono dei politici; meno oziose, se considerando lo specifico, ci accorgiamo che in lui il senso dell’individuo e della società ha prevalso sul senso dello Stato.
Va detto tuttavia che quando il proprio Stato è inserito in un’alleanza all’interno della quale occupa un posto secondario e la sua politica estera è per la massima parte dettata dalla potenza leader, nel nostro caso quella americana, si può anche spendere la propria abilità di politico in contesti più interni. La situazione italiana presentava delle anomalie, una di queste era proprio Moro, con la sua politica verso l’inclusione dei comunisti nel governo. I quali da qualche tempo, con Enrico Berlinguer, l’omologo rosso di Moro, rivendicavano libertà da Mosca. In Italia si cercava un incontro politico malvisto da entrambe le potenze antagoniste. Era necessario interrompere il processo.
Una delle affermazioni morotee più famose era che a succedere alla Dc sarebbe stata la Dc stessa. E questo, a ben vedere, era possibile solo se si fosse evitato un confronto diretto ad excludendum – o noi o voi – e si fosse riusciti ad attrarre nell’area del potere l’avversario più forte del momento: noi e voi. In questa maniera la Dc poteva succedere a se stessa.
A quarant’anni da quel tragico giorno-evento la situazione dell’Italia, in rapporto con l’esterno, non è cambiata di molto; è molto cambiata all’interno. Del mondo partitocratico, di cui Moro era protagonista indiscusso, non c’è più niente. A far parlare ancora di quel mondo sono proprio i misteri della sua tragica fine.   

sabato 10 marzo 2018

4 marzo 2018: non ha vinto nessuno!




Non si capisce davvero perché i media e gli stessi politici, presunti vincitori (M5S e Lega) e sicuramente sconfitti (Pd e sinistre varie), insistono a parlare di vincitori, ai quali spetterebbe il compito di fare un governo. Il Pd, partito sicuramente sconfitto, ha assunto un comportamento da grande offeso ed è profondamente dispiaciuto come chi si è finalmente reso conto di non essere stato capito e ingiustamente punito. Di qui il suo broncio e il tirarsi fuori: avete vinto voi, fatelo voi il governo, noi stiamo all’opposizione. Atteggiamento solo in parte condivisibile, perché tutti sanno, compresi gli stessi uomini del Pd, che gli altri non hanno vinto, hanno solamento aumentato il voto degli elettori e ingrossato la loro rappresentanza in Parlamento ma non sono in grado di fare un governo. E chi non è in grado di raccogliere il frutto di una vittoria non si può dire che abbia vinto. Non si può dire neppure che sia una vittoria di Pirro; semplicemente è una non vittoria.
Insistere da parte del Pd nel dire a M5S e Lega: unitevi, dato che avete dei punti in comune, è solo una trovata propagandistica, un po’ cinica, che dai partiti si estende al Paese. E’ di tutta evidenza che tra i due partiti, entrambi populistici, ci sono notevoli differenze ideologiche e programmatiche e si trovano in situazioni diverse. Il M5S è il solo responsabile di se stesso, la Lega è in una coalizione dalla quale non può prescindere.
Il Presidente Mattarella si trova a risolvere un bel busillis, senza avere la determinazione di alcuni suoi predecessori, tipo Scalfaro o Napolitano, i quali al momento debito seppero tirare fuori le doti necessarie. Così almeno si dice; io aspetterei prima di trarre conclusioni affrettate. Ammonisce Guicciardini che “quando sei in partiti difficili [in difficoltà di scelta] o in cose che ti sono moleste, allunga e aspetta quanto puoi, perché quello spesso ti illumina o ti libera”. Or si vedrà la nobilitate sua! Il momento è, infatti, molto delicato e difficile.
Quel che stupisce in questo paese è l’insistenza su certi errori. Un errore imperdonabile, che ancora si coltiva, è il considerare il M5S con benevola tolleranza, quale hanno certi genitori nei confronti del figlio piccolo un po’ discolo. Taluni suoi comportamenti se fossero compiuti da altri verrebbero censurati dalla mattina alla sera come inqualificabili gesti di antidemocrazia e riempirebbero le piazze di cortei antifascisti.
L’ultima trovata grillina è di mettere la museruola ai suoi nuovi parlamentari, i quali potranno parlare solo dopo essere stati “istruiti”. Pare, questo, un comportamento di forza politica libera e democratica? E dove stiamo? Non faccio paragoni sudamericani per non offendere quella gente, che ha un’altra storia e un’altra educazione politica. In Italia o si è liberi o si è schiavi.
Fin dal suo esordio, a suon di vaffanculo – già all’epoca doveva essere fermato – questo partito ha dimostrato di essere un’anomalia politica. Averlo tollerato è indice di impotenza oggettiva o di cattiva coscienza politica da parte dell’establishment, che si rende conto di aver procurato danni al paese e non ha la forza per reagire con fermezza. Se pure questa è la ragione della eccessiva tolleranza nei confronti di questo partito, ora che ha una dimensione preoccupante e una forza epidemica – la gente lo vota alla cieca – è giunto il momento di mettere le cose politiche in chiaro. O si adegua alla Costituzione o va combattuto con determinazione in ogni modo e in tutti i settori del confronto politico.  Se poi c’è gente in questo paese che si dice antifascista un minuto sì e un minuto no e poi nei fatti condivide e accetta la coazione etica e politica, le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi.
Ho l’impressione, tuttavia, che il M5S non abbia alcuna voglia di governare il Paese; neppure questa volta. Probabile che, propaganda a parte, non si sentano ancora preparati. Oggi non trova sponde. Ma c’era bisogno di molta intelligenza per capire che senza le sponde politiche non si va da nessuna parte? Il M5S paga per la sua stessa natura; quella natura che gli ha consentito di diventare il primo partito d’Italia. Che è come dire che la sua forza elettorale è la sua debolezza politica. Di Maio ha detto che se faranno un governo senza di loro, è un insulto alla democrazia e comunque tanto di guadagnato, perché aumenterebbero il consenso. Forse! Tanto accadrebbe se l’epidemia continuasse; ma la storia qualche volta insegna che anche le pestilenze più diffuse e longeve prima o poi si esauriscono e torna la salute.  
Azzardiamo anche noi una soluzione, sia pure provvisoria. Questo solo oggi è possibile, ciò che è destinato a scadere domani o dopodomani. Se il Presidente Mattarella non dovesse trovare la soluzione con una delle due forze politiche presunte vincitrici, allora potrebbe “commissariare” il governo, dare l’incarico ad un uomo da lui ritenuto all’altezza del compito per l’ordinaria amministrazione e nel frattempo fare una nuova legge elettorale, questa volta ad hoc, non per non far vincere nessuno, come il Rosatellum, ma per far vincere qualcuno.     

sabato 3 marzo 2018

L'antifascismo c'è, il fascismo potrebbe




Le tante manifestazioni antifasciste che hanno caratterizzato la campagna elettorale hanno avuto più un carattere di isterismo che di sincero impegno politico. L’isterismo – si sa – nasce in presenza di una realtà non gradita e contro cui non si sa che fare; è figlio dell’impotenza, ovvero è l’esito di una lotta interiore quando si sa di aver prodotto un male che si dice di aver sempre combattuto.
Non c’è dubbio che il fascismo, comunque declinato, politico o sociale, è nemico della democrazia; ma quando essa si accorge di averlo lei stessa prodotto, con le sue politiche sbagliate e produttive di insicurezza e malessere sociali, dà in escandescenze e quasi per esorcizzarne la causa se la prende con l’effetto. Poi, per allontanare da sé la responsabilità, s’inventa la crociata antifascista, facendo passare il fascismo per un invasore, giunto da chissà dove e per colpa di chissà chi, secondo la crociana metafora del popolo degli Hyksos. (Per necessità di comunicazione si adopera un lessico politico convenzionale, non necessariamente condiviso o condivisibile).
Non pare che si possa giudicare diversamente l’allarmatissimo ritorno di antifascismo diffuso, che, dalle suburre dei centri sociali fino ai colli fatali più alti, ha invaso il Paese.
Ma la percezione di un nuovo fascismo si avverte in Italia. Negarlo non serve, anche se serve di meno enfatizzarlo e ingigantirlo. Serve capirlo nella sua specificità e soprattutto evitarlo.
Esso consiste in un fascismo che, forme esteriori a parte, non ha i caratteri né di quello storico (Pnf) né di quello nostalgico (Msi). Il primo nacque nelle trincee della Grande Guerra e nel disordine politico creato nel dopoguerra dalla minaccia bolscevica. A Roma come a Mosca era il grido di chi occupava le fabbriche di Torino e di Milano e le campagne della pianura padana. Il secondo fu una consegna morale, prima ancora che politica, solo per lealtà e onore, nei confronti di chi aveva scelto di combattere pur sapendo di perdere. Dunque, testimonianza forte sul piano morale, sterile su quello politico.
Il fascismo, contro cui oggi il sistema si sta producendo col chiasso delle piazze, è frutto di una realtà politica e sociale che ha radici nella democrazia, nei suoi fallimenti e nelle sue contraddizioni oltreché nelle sue malefatte spicciole e quotidiane, che tanto hanno gonfiato il movimento di Grillo, che pure fascismo appare, ancorché inconsapevole e buffo.
Il modo come la democrazia italiana ha gestito finora i rapporti dell’Italia con l’Europa, il modo in cui amministra la ricchezza degli italiani e soprattutto l’immigrazione investono non tanto le scelte, che possono essere sempre giuste o sbagliate, comunque correggibili, ma la stessa natura del sistema democratico che si trova di fronte o a privilegiare il proprio popolo, garantendogli sicurezza e benessere, a danno però dei propri valori di accoglienza, di solidarietà e di apertura, o a privilegiare questi valori, ritenendoli irrinunciabili, e penalizzare il proprio popolo. Questo, nel momento in cui si vede trascurato o abbandonato nel malessere e nel disordine, reagisce e crea problemi per così dire di natura fascista o eversiva.
La domanda è: può la democrazia assicurare al suo popolo sicurezza e benessere nel rispetto dei propri valori?  
Una simile domanda non sembra aver tormentato le forze democratiche di governo di questi ultimi anni. Nei confronti dell’Europa i governi italiani hanno dimostrato di avere un complesso di soggezione, di cui la perdita della sede dell’Agenzia del Farmaco, è una delle tante prove. Nei confronti delle attività produttive hanno innalzato la soglia fiscale fino a farla diventare impossibile; ne è scaturito per un verso l’indebolimento delle aziende che versano le tasse e per un altro l’evasione di chi le tasse o non vuole o non può pagarle.
Con i migranti le cose sono andate anche peggio. Per un verso i governi che si sono succeduti hanno accolto i migranti, per essi hanno speso miliardi, senza assicurare loro un bel nulla, lasciandoli infestare le nostre città e rafforzare le associazioni criminali già esistenti, facendo finta di non sapere che queste persone devono mangiare, bere, dormire ed esercitare tutte le funzioni fisiologiche di un essere umano. Con chi vuole il governo che la gente se la pigli quando vede le nostre piazze, le nostre strade, le nostre periferie piene di queste persone, che fanno tutte le sopraddette necessità all’aperto, che rendono sporco e insicuro il Paese? E, ad un altro livello culturale, chi non si rende conto che lasciare tante persone all’avventura, ad arrangiarsi alla meno peggio, non è accoglienza, ma è solo irresponsabilità, ipocrita generosità per un verso e cinica strafottenza per un altro? C’è da meravigliarsi se, dopo tanta attesa, la gente perde la pazienza e diventa per così dire fascista?
Occorre un apologo. Conoscevo un professionista, molto bravo, che si era ammalato di fegato perché beveva in maniera smodata ed eccessiva. Si fece fare il trapianto, che peraltro non è cosa facile. Riuscì benissimo. Il fegato malvagio, fascista – mi si consenta la metafora paragonante – fu asportato e sostituito con un fegato buono, democratico. Ma quell’amico riprese a bere e ammalò il nuovo fegato, che ancora una volta da buono e democratico divenne malvagio e fascista; finì per andarsene dal creatore che lo aspettava per dirgli quanto era stato imprevidente e incontinente. Avere una concezione naturalistica della politica e della società significa imparare a comportarsi dalla natura. Machiavelli lo insegnava. E tuttavia in Italia sembra che si siano persi il buonsenso e i sani suggerimenti dei maestri del pensiero e della storia che si apprendevano a scuola.
Si è parlato nei tumultuosi giorni della campagna elettorale di sciogliere tutti quei movimenti che si rifanno in maniera diversa al fascismo (Casa Pound, Forza Nuova). E dall’altra parte, da Fratelli d’Italia, si è suggerito di sciogliere i centri sociali. Bene, sciogliamoli pure, gli uni e gli altri. E dopo? Se si continuerà a produrre malessero politico, disagio sociale, disservizio diffuso, piragnismo fiscale, gli stessi fenomeni sono pronti a riproporsi in forme più esasperate e pericolose, da una parte e dall’altra. E l’antifascismo continua ad essere rendita elettorale.

sabato 24 febbraio 2018

4 marzo: quali rischi per l'Italia




Il presidente della Commissione Europea Juncker non ha sbagliato diagnosi sull’Italia, dicendosi preoccupato che le elezioni del 4 marzo possano non esprimere un governo stabile e mettere in difficoltà l’Unione, ha sbagliato a dirla. In politica a volte fanno più danno le parole dei fatti.
Lo vediamo tutti che la situazione italiana alla vigilia del voto, più che preoccupante, è allarmante. Che poi convenga nascondere la preoccupazione o l’allarme è un altro discorso. Gli europei sanno – lo disse tempo fa il commissario per gli affari economici Pierre Moscovici – che gli italiani sono come i gatti, cadono sempre in piedi. Noi italiani abbiamo confidato sempre nel nostro stellone.
Interferenza negli affari di un altro paese? Sì e no. Sì, se consideriamo l’Italia un paese sovrano, libero e indipendente, alla maniera primonovecentesca; no, se consideriamo l’Italia un membro importante e condizionante dell’Unione Europea, come effettivamente è e dal quale nessuno più vuol tornare indietro. 
Le tre “forze” politiche, che, stando ai sondaggi, vanno per la maggiore nella prospettiva elettorale sono l’alleanza del Centrodestra (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia), che potrebbe vincere le elezioni; il Movimento 5 Stelle, che potrebbe risultare il partito più votato; e il Pd, che è al governo con un manipolo di ministri che non dispiacciono, compreso evidentemente il premier Gentiloni.
Che cosa rende improbabile una soluzione? Il Centrodestra ha un leader, Silvio Berlusconi, che non è candidabile per le note vicende giudiziarie e dunque è fuori gioco. Chi c’è al suo posto? Boh! Non si sa. Non si dice. Forse non c’è. E già una simile situazione è paradossale. Si corre per vincere le elezioni e sul traguardo non si presenta nessuno. Vogliamo credere che nelle segretissime stanze di Berlusconi un qualche nome circoli; ma i cittadini che devono votare non avrebbero il diritto di saperlo?  E’ un fatto che non lo sappiano. Che Salvini dica, come del resto fa la Meloni, il presidente sono io non rassicura perché se per accordi presi ad esprimere il presidente è il partito che prenderà più voti, con ogni probabilità sarà Forza Italia, che sulla questione, come si è detto, per il momento glissa.
Il Movimento 5 Stelle ha un leader e un popolo; in mezzo niente. Fra gli uomini più prossimi a lui che potrebbero esprimere qualche nome importante per il governo ce ne sono forse due o tre, non di più. E gli altri? Non si sa. Di Maio dice che ormai ha la squadra del governo e addirittura si è fatto ricevere al Quirinale per fare i nomi al Presidente. Cosa insolita. Non è mai accaduto che un leader abbia riferito al Presidente della Repubblica i nomi dei ministri addirittura prima del voto. Ruffianismo politico? Forse, con gente simile ne abbiamo viste di peggio. Una forma di sondaggio del tutto in linea con un movimento fatto di incompetenti e direi di ignoranti. Un grande paese come l’Italia è in predicato di cadere nelle loro mani!
Il Pd sembra avvantaggiarsi da questa situazione. E’ al governo, ha alcuni ministri che, anche per il vuoto esistente nelle altre forze politiche, sono rassicuranti. Ma ha un altro problema. Lo Statuto del partito prevede che è il segretario, dunque Renzi, ad essere il candidato presidente dell’eventuale governo. E Gentiloni, che raccoglie ogni giorno sempre più consensi? Nel Pd si sta riproponendo un antico duello democristiano, che ci riporta ai tempi di Moro e Fanfani. Dunque nemmeno nel Pd, il popolo che lo vota, sa come andrà a finire la partita del premier.
Per motivi diversi le tre forze politiche tengono all’oscuro i propri elettorati. Tutti sperano che accada nei fatti quello che tutti escludono a parole, e cioè che Pd e Forza Italia prendano i voti per fare una maggioranza di governo. A quel punto andrebbe bene anche un Gentiloni bis con una presenza significativa di ministri forzitalisti.
Quanto potrebbe durare un simile esito è materia di chiromanti. Nel frattempo sia Berlusconi che Renzi dicono che se non ci saranno i numeri per fare un governo che garantisca una certa stabilità bisognerà breviter tornare al voto, possibilmente con un altro sistema elettorale, concepito in modo tale che le elezioni diano un risultato chiaro. Il che significa che il nuovo parlamento e l’eventuale governo dovrebbero approvare una legge elettorale, che, in Italia, è cosa pressoché lunare.
Di fronte ad un simile scenario non c’è chi non si preoccupi. In Europa avvertono di più i rischi perché l’Unione ne subirebbe le conseguenze senza nulla poter fare per evitarle. Soprattutto temono che a vincere le elezioni siano quelli del Movimento 5 Stelle, che finora non sono riusciti a tranquillizzare nessuno. Anzi! Tutti gli scandali accaduti, dai falsi versamenti ai massoni e agli indagati, dimostrano per l’ennesima volta che si tratta di dilettanti allo sbaraglio, che non conoscono neppure la creta con cui vogliono fare i càntari. Di Battista, il piacione, continua a dire che se gli italiani continuano a dar loro fiducia, nonostante tutto quello che di negativo in questi ultimi tempi li ha riguardati, un motivo ci deve pur essere. A Di Battista si può ritorcere contro la battuta del “rincoglioniti”.
Ma con le battute non si va né lontano né vicino. L’Italia è giunta al capolinea. Le truppe elettorali del Movimento 5 Stelle sono frutto dei vaffanculo di un comico rancoroso. Ha fatto presa perché oggi esiste un elettorato tra i 18 e i 48 anni, quindi consistente, che è vuoto di valori e di contenuti, cresciuto all’insegna del tutto è lecito e del tutto a tutti. Non è un caso che una delle battaglie più insistite del Movimento è il reddito di cittadinanza.
Consola solo il fatto che s’avvicina l’epilogo di un’epoca, indispensabile per ricominciare. I grillini appartengono al passato; con loro si chiude un lungo periodo di politica anche importante. Il futuro sarà di gente assai diversa da loro.  Siamo o no come i gatti?

sabato 17 febbraio 2018

Mattarella scuote gli italiani: votate!




Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella continua a ripetere da qualche tempo che è importante che il 4 marzo gli italiani vadano a votare. C’è nel suo invito una motivazione d’ufficio; ma c’è anche una sollecitazione politica. E’ suo precipuo interesse che il risultato elettorale venga prodotto da una consistente partecipazione popolare. «L’Italia ha una tradizione di ampia partecipazione. – ha detto in una recente intervista alla “Famiglia Cristiana” – Una sua forte diminuzione costituirebbe il sintomo di un indebolimento della fiducia nelle istituzioni comuni e quindi uno stato di salute meno florido della democrazia».
E’ difficile dire quanto il Presidente senta florido lo stato di salute della democrazia; ma prendiamolo come ottimismo della speranza.
Certo è che un governo fondato su una scarsa partecipazione elettorale è politicamente “delegittimato” ab ovo, per quanto formalmente ineccepibile. Anzi, proprio il rapporto debolezza reale-ineccepibilità formale renderebbe più grave la crisi.
Si tratta di inviti, dal tono quasi accorato, che si configurano come autentici appelli. Rimaniamo all’invito a votare, che condividiamo in toto e che ci fa fare alcune considerazioni. La prima è che spesso nella storia è accaduto che delle minoranze, particolarmente motivate e agguerrite, sono riuscite a prevalere su maggioranze adagiate e rinunciatarie. Quando questo è accaduto sono seguiti periodi di confusione e di crisi spesso sfociate nella paralisi politica.
La partita, allora, appare giocarsi fra motivati e delusi. Se a votare andranno soprattutto i motivati, che sono gli arrabbiati dell’antipolitica, può accadere che il governo che andrà a formarsi dopo le elezioni sia costituito da persone molto motivate ma poco preparate. Il rischio c’è; ed è bene che se ne rendano conto i delusi che non votano.
Qui occorre essere chiari. I cittadini che rinunciano ad essere elettori compiono una scelta gravissima; essi si autodeclassano, si condannano da sé ad essere dei perieci, cittadini cioè privi dei diritti politici, ridotti ad una condizione di semischiavitù. Che simile condizione sia spontanea o imposta, in questa circostanza conta poco. Conta che una gran massa di cittadini, circa la metà degli aventi diritto al voto, si taglia gli attributi civili.
Ha detto Mattarella nella riferita intervista che «la responsabilità verso la nostra comunità nazionale – la Repubblica – ricade anzitutto, e in misura prevalente, su chi ha chiesto e ottenuto di assumere compiti istituzionali ma essa si pone anche su ciascuno di noi cittadini, chiamati a far la nostra parte, nei ruoli propri, per il bene comune». Vero!
Aggiungiamo un tocco di concretezza. I delusi, come i motivati, hanno bisogno del governo, delle istituzioni, dei servizi. Se devono spostarsi da un luogo all’altro, per piacere o per lavoro, hanno bisogno dei mezzi che funzionino; se sono ammalati, hanno bisogno degli ospedali dove curarsi; se hanno dei figli, hanno bisogno delle scuole per educarli e formarli; se subiscono un torto, hanno bisogno della giustizia; e via di seguito. Se non votano e dunque non incidono sulla vita del Paese, non per questo sono esenti dalle ricadute del voto degli altri. Essi si sottomettono agli altri, col rischio di sottomettersi a persone che in questo momento non danno garanzie, per quanto animati da buoni propositi.
Oggi è diffusa la percezione che la forza politica che potrebbe avvantaggiarsi dell’astensionismo degli altri sia costituita da personale impreparato. Probabile che si esageri, meno probabile che la preoccupazione sia del tutto infondata. Che accadrebbe se questa forza politica dovesse andare al potere? Per rispondere basterebbe il proverbio popolare “chi lascia la strada vecchia e prende la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova”. Anche questo è populismo.
Ma c’è un mito assai più convincente per i più raffinati. Fetonte, figlio di Febo, il dio che guidava il Carro del Sole, chiese al padre di affidargli il Carro per verificare, guidandolo, se fosse veramente figlio suo, dato che correvano voci che non lo fosse. Il padre glielo cedette. Conseguenza? Non seppe guidarlo. Il Carro si rovesciò seminando sulla Terra fuoco e fiamme, a rischio della catastrofe universale.
Oggi l’Italia è piena di figli di Febo. Non ci sono più i partiti e meno ancora le ideologie. Quando gli uni e le altre entrarono in crisi ci fu una sorta di evviva generale. Tutti si sentirono più liberi, più leggeri. Fu, invece, una iattura, perché senze le idee e senza l’organizzazione non si va da nessuna parte.
Ne ha approfittato Beppe Grillo, un comico risentito col mondo, che ha dato vita alla più incredibile e grottesca delle rappresentazioni. La sua sembra quasi la vendetta di un rigoletto offeso e umiliato. Con lui, un’azienda fantomatica, la “Casaleggio”, che sfrutta la situazione sotto il profilo politico ed economico. Dietro si è formata una lunghissima processione formata da persone che si sentono defraudate e perciò rancorose.
I delusi dalle precedenti esperienze politiche – parlo dei cittadini – sono come annichiliti e stanno come in attesa che succeda qualcosa. Ma, in politica, non succede niente che non sia determinato dall’impegno comune. Se vogliono che la situazione migliori o non peggiori devono darsi da fare; devono votare. Sbagliato pensare che peggio di così non si possa stare.
Questa volta in gioco non c’è una scelta fra due strade entrambe percorribili, magari una più scomoda dell’altra: una delle due potrebbe portare al disastro.
Chi vota determina una scelta, ma anche chi non vota la determina e ne è responsabile. Con la differenza che chi non vota nulla ha fatto per costruire il meglio o per evitare il peggio.  Di qui l’importanza di votare e di essere protagonisti. Di qui il senso dell’appello di quanti amano la politica anche quando questa è odiosa, perché l’alternativa è l’antipolitica, che, per quanto più attrattiva, è assai peggiore. 

martedì 13 febbraio 2018

Sanremo 2018, di meraviglia in meraviglia




Ormai siamo abituati: ogni anno Sanremo raggiunge record di ascolti. Probabilmente è vero, ma in un mondo di bugiardi e di imbroglioni dubitare necesse est.
Qualche volta Sanremo piace e qualche volta no, come è normale per tutti gli spettacoli del mondo. Come è normale che ogni anno si escogiti qualcosa di nuovo per meravigliare i telespettatori: è di Sanremo il fin la maraviglia / chi non sa far stupir vada alla striglia. Sembra questa ormai la regola, ripresa dal buon Marino. Che non è il bravo critico Bartoletti, ma Giambattista, poeta del Seicento.
Ma Sanremo va visto sempre, è questa la sua vera forza, perché è l’evento più importante dell’anno; in esso c’è il paese intero coi suoi gusti, coi suoi cambiamenti, coi suoi umori, con le sue stravaganze. Criticare Sanremo è criticare l’Italia; osannarlo è osannare l’Italia.
Per circa una settimana non si pensa ad altro, neppure se l’altro è una campagna elettorale che fa il paio in tutto e per tutto con la manifestazione canora. Di Battista ha detto che gli italiani sono rincoglioniti se non capiscono che devono votare Movimento 5 Stelle. Mi ricordo che così dicevano i missini di chi non votava il Msi; l’avrà sentita da suo padre.
Fermo restando che Sanremo è il festival della canzone italiana per nome e per antonomasia, quest’anno abbiamo assistito ad un rovesciamento dei ruoli: non più i cantanti protagonisti con i presentatori a curare lo svolgersi delle esibizioni in maniera discreta, elegante, precisa, imparziale, starei per dire professionale, alla Mike Bongiorno o alla Pippo Baudo; ma proprio i cosiddetti presentatori ad esibirsi in maniera continua ed eccessiva, con i concorrenti relegati in secondo piano. Immaginiamo una partita di calcio, dove non sono i calciatori i protagonisti, ma l’arbitro, i segnalinee, i giudici di porta e quelli del Var, che si esibiscono in palleggi, corse, entrate a gamba tesa e poi spinte e falli tra di loro, tra un pezzetto e l’altro di partita dei calciatori. Se tanto accadesse, dopo qualche risata, il pubblico scenderebbe in campo e li prenderebbe a…calci. Nel calcio! A Sanremo passa tutto per cosa buona, anzi ottima.
Il direttore artistico, Claudio Baglioni, bravo cantante degli anni Sessanta-Settanta, si è proposto come showman con esiti sconcertanti. Sembrava un malato convalescente in cerca di un po’ di Sustenium per recuperare condizione e colorito. In linea era in linea col…grigio delle istituzioni; sembrava il pendant di Gentiloni. Il bravo Pierfrancesco Favino ha fatto di tutto per fare il comico, ma per far ridere occorre avere altra faccia. L’unica che era nei suoi abituali panni era Michelle Hunziker: verbosa, irrequieta, pierinesca, un po’ sbadata e decisamente kitsch. Orride alcune sue mises. In quella specie di bouquet fasciata di fiori sembrava una dissepolta viva.
Si fa fatica a ricordare qualche canzone. Nelle orecchie insistono frasi e parole che indulgono alla spensieratezza: stiamo tutti bene, come va come va, il congiuntivo, passame er sale. E’ l’Italia che rassicura, che mette tutti d’accordo. Perfino gli irregolari di una volta, come Elio e le storie tese, si sono convertiti al sentimentalismo rabbonitore.
Sanremo, una volta, era anche denuncia dei mali italiani, in forma ironica, ma pur sempre denuncia. Ora pare che stiamo tutti bene. Fosse vero!
A rappresentare l’Italia dei nostri giorni, chi meglio dello Stato sociale, inteso come lo Stato sociale vero e lo Stato sociale gruppo musicale che ha concorso? Italia invasa da stranieri, ospedali chiusi, tribunali a singhiozzo, persone che si dividono sui migranti e si affrontano sulle piazze, treni buoni che vengono venduti e vecchi e laidi lasciati a deragliare su binari rotti o a scontrarsi su binari unici. Una vita in vacanza dovrebbe far riaprire i manicomi. Cristo, che pena la vecchietta a vederla volteggiare e piroettare su quelle zampette di gallina! La Guardia di Finanza controlli caso mai prende l’assegno pensionistico di accompagnamento. Non si sa mai!
I competenti diranno che non ho capito niente. E non lo escludo. Ma c’è niente da capire in questo paese? Oh, sì; ci sarebbe molto da capire Ma spettacoli come quello di Sanremo 2018 servono anche a non far pensare, perché se poco poco uno pensa si mette ad urlare: riportami a casa perché ho paura di me. A casa?
Arrivedorci, Sanremo, alla prossima…meraviglia!