sabato 24 febbraio 2018

4 marzo: quali rischi per l'Italia




Il presidente della Commissione Europea Juncker non ha sbagliato diagnosi sull’Italia, dicendosi preoccupato che le elezioni del 4 marzo possano non esprimere un governo stabile e mettere in difficoltà l’Unione, ha sbagliato a dirla. In politica a volte fanno più danno le parole dei fatti.
Lo vediamo tutti che la situazione italiana alla vigilia del voto, più che preoccupante, è allarmante. Che poi convenga nascondere la preoccupazione o l’allarme è un altro discorso. Gli europei sanno – lo disse tempo fa il commissario per gli affari economici Pierre Moscovici – che gli italiani sono come i gatti, cadono sempre in piedi. Noi italiani abbiamo confidato sempre nel nostro stellone.
Interferenza negli affari di un altro paese? Sì e no. Sì, se consideriamo l’Italia un paese sovrano, libero e indipendente, alla maniera primonovecentesca; no, se consideriamo l’Italia un membro importante e condizionante dell’Unione Europea, come effettivamente è e dal quale nessuno più vuol tornare indietro. 
Le tre “forze” politiche, che, stando ai sondaggi, vanno per la maggiore nella prospettiva elettorale sono l’alleanza del Centrodestra (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia), che potrebbe vincere le elezioni; il Movimento 5 Stelle, che potrebbe risultare il partito più votato; e il Pd, che è al governo con un manipolo di ministri che non dispiacciono, compreso evidentemente il premier Gentiloni.
Che cosa rende improbabile una soluzione? Il Centrodestra ha un leader, Silvio Berlusconi, che non è candidabile per le note vicende giudiziarie e dunque è fuori gioco. Chi c’è al suo posto? Boh! Non si sa. Non si dice. Forse non c’è. E già una simile situazione è paradossale. Si corre per vincere le elezioni e sul traguardo non si presenta nessuno. Vogliamo credere che nelle segretissime stanze di Berlusconi un qualche nome circoli; ma i cittadini che devono votare non avrebbero il diritto di saperlo?  E’ un fatto che non lo sappiano. Che Salvini dica, come del resto fa la Meloni, il presidente sono io non rassicura perché se per accordi presi ad esprimere il presidente è il partito che prenderà più voti, con ogni probabilità sarà Forza Italia, che sulla questione, come si è detto, per il momento glissa.
Il Movimento 5 Stelle ha un leader e un popolo; in mezzo niente. Fra gli uomini più prossimi a lui che potrebbero esprimere qualche nome importante per il governo ce ne sono forse due o tre, non di più. E gli altri? Non si sa. Di Maio dice che ormai ha la squadra del governo e addirittura si è fatto ricevere al Quirinale per fare i nomi al Presidente. Cosa insolita. Non è mai accaduto che un leader abbia riferito al Presidente della Repubblica i nomi dei ministri addirittura prima del voto. Ruffianismo politico? Forse, con gente simile ne abbiamo viste di peggio. Una forma di sondaggio del tutto in linea con un movimento fatto di incompetenti e direi di ignoranti. Un grande paese come l’Italia è in predicato di cadere nelle loro mani!
Il Pd sembra avvantaggiarsi da questa situazione. E’ al governo, ha alcuni ministri che, anche per il vuoto esistente nelle altre forze politiche, sono rassicuranti. Ma ha un altro problema. Lo Statuto del partito prevede che è il segretario, dunque Renzi, ad essere il candidato presidente dell’eventuale governo. E Gentiloni, che raccoglie ogni giorno sempre più consensi? Nel Pd si sta riproponendo un antico duello democristiano, che ci riporta ai tempi di Moro e Fanfani. Dunque nemmeno nel Pd, il popolo che lo vota, sa come andrà a finire la partita del premier.
Per motivi diversi le tre forze politiche tengono all’oscuro i propri elettorati. Tutti sperano che accada nei fatti quello che tutti escludono a parole, e cioè che Pd e Forza Italia prendano i voti per fare una maggioranza di governo. A quel punto andrebbe bene anche un Gentiloni bis con una presenza significativa di ministri forzitalisti.
Quanto potrebbe durare un simile esito è materia di chiromanti. Nel frattempo sia Berlusconi che Renzi dicono che se non ci saranno i numeri per fare un governo che garantisca una certa stabilità bisognerà breviter tornare al voto, possibilmente con un altro sistema elettorale, concepito in modo tale che le elezioni diano un risultato chiaro. Il che significa che il nuovo parlamento e l’eventuale governo dovrebbero approvare una legge elettorale, che, in Italia, è cosa pressoché lunare.
Di fronte ad un simile scenario non c’è chi non si preoccupi. In Europa avvertono di più i rischi perché l’Unione ne subirebbe le conseguenze senza nulla poter fare per evitarle. Soprattutto temono che a vincere le elezioni siano quelli del Movimento 5 Stelle, che finora non sono riusciti a tranquillizzare nessuno. Anzi! Tutti gli scandali accaduti, dai falsi versamenti ai massoni e agli indagati, dimostrano per l’ennesima volta che si tratta di dilettanti allo sbaraglio, che non conoscono neppure la creta con cui vogliono fare i càntari. Di Battista, il piacione, continua a dire che se gli italiani continuano a dar loro fiducia, nonostante tutto quello che di negativo in questi ultimi tempi li ha riguardati, un motivo ci deve pur essere. A Di Battista si può ritorcere contro la battuta del “rincoglioniti”.
Ma con le battute non si va né lontano né vicino. L’Italia è giunta al capolinea. Le truppe elettorali del Movimento 5 Stelle sono frutto dei vaffanculo di un comico rancoroso. Ha fatto presa perché oggi esiste un elettorato tra i 18 e i 48 anni, quindi consistente, che è vuoto di valori e di contenuti, cresciuto all’insegna del tutto è lecito e del tutto a tutti. Non è un caso che una delle battaglie più insistite del Movimento è il reddito di cittadinanza.
Consola solo il fatto che s’avvicina l’epilogo di un’epoca, indispensabile per ricominciare. I grillini appartengono al passato; con loro si chiude un lungo periodo di politica anche importante. Il futuro sarà di gente assai diversa da loro.  Siamo o no come i gatti?

sabato 17 febbraio 2018

Mattarella scuote gli italiani: votate!




Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella continua a ripetere da qualche tempo che è importante che il 4 marzo gli italiani vadano a votare. C’è nel suo invito una motivazione d’ufficio; ma c’è anche una sollecitazione politica. E’ suo precipuo interesse che il risultato elettorale venga prodotto da una consistente partecipazione popolare. «L’Italia ha una tradizione di ampia partecipazione. – ha detto in una recente intervista alla “Famiglia Cristiana” – Una sua forte diminuzione costituirebbe il sintomo di un indebolimento della fiducia nelle istituzioni comuni e quindi uno stato di salute meno florido della democrazia».
E’ difficile dire quanto il Presidente senta florido lo stato di salute della democrazia; ma prendiamolo come ottimismo della speranza.
Certo è che un governo fondato su una scarsa partecipazione elettorale è politicamente “delegittimato” ab ovo, per quanto formalmente ineccepibile. Anzi, proprio il rapporto debolezza reale-ineccepibilità formale renderebbe più grave la crisi.
Si tratta di inviti, dal tono quasi accorato, che si configurano come autentici appelli. Rimaniamo all’invito a votare, che condividiamo in toto e che ci fa fare alcune considerazioni. La prima è che spesso nella storia è accaduto che delle minoranze, particolarmente motivate e agguerrite, sono riuscite a prevalere su maggioranze adagiate e rinunciatarie. Quando questo è accaduto sono seguiti periodi di confusione e di crisi spesso sfociate nella paralisi politica.
La partita, allora, appare giocarsi fra motivati e delusi. Se a votare andranno soprattutto i motivati, che sono gli arrabbiati dell’antipolitica, può accadere che il governo che andrà a formarsi dopo le elezioni sia costituito da persone molto motivate ma poco preparate. Il rischio c’è; ed è bene che se ne rendano conto i delusi che non votano.
Qui occorre essere chiari. I cittadini che rinunciano ad essere elettori compiono una scelta gravissima; essi si autodeclassano, si condannano da sé ad essere dei perieci, cittadini cioè privi dei diritti politici, ridotti ad una condizione di semischiavitù. Che simile condizione sia spontanea o imposta, in questa circostanza conta poco. Conta che una gran massa di cittadini, circa la metà degli aventi diritto al voto, si taglia gli attributi civili.
Ha detto Mattarella nella riferita intervista che «la responsabilità verso la nostra comunità nazionale – la Repubblica – ricade anzitutto, e in misura prevalente, su chi ha chiesto e ottenuto di assumere compiti istituzionali ma essa si pone anche su ciascuno di noi cittadini, chiamati a far la nostra parte, nei ruoli propri, per il bene comune». Vero!
Aggiungiamo un tocco di concretezza. I delusi, come i motivati, hanno bisogno del governo, delle istituzioni, dei servizi. Se devono spostarsi da un luogo all’altro, per piacere o per lavoro, hanno bisogno dei mezzi che funzionino; se sono ammalati, hanno bisogno degli ospedali dove curarsi; se hanno dei figli, hanno bisogno delle scuole per educarli e formarli; se subiscono un torto, hanno bisogno della giustizia; e via di seguito. Se non votano e dunque non incidono sulla vita del Paese, non per questo sono esenti dalle ricadute del voto degli altri. Essi si sottomettono agli altri, col rischio di sottomettersi a persone che in questo momento non danno garanzie, per quanto animati da buoni propositi.
Oggi è diffusa la percezione che la forza politica che potrebbe avvantaggiarsi dell’astensionismo degli altri sia costituita da personale impreparato. Probabile che si esageri, meno probabile che la preoccupazione sia del tutto infondata. Che accadrebbe se questa forza politica dovesse andare al potere? Per rispondere basterebbe il proverbio popolare “chi lascia la strada vecchia e prende la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova”. Anche questo è populismo.
Ma c’è un mito assai più convincente per i più raffinati. Fetonte, figlio di Febo, il dio che guidava il Carro del Sole, chiese al padre di affidargli il Carro per verificare, guidandolo, se fosse veramente figlio suo, dato che correvano voci che non lo fosse. Il padre glielo cedette. Conseguenza? Non seppe guidarlo. Il Carro si rovesciò seminando sulla Terra fuoco e fiamme, a rischio della catastrofe universale.
Oggi l’Italia è piena di figli di Febo. Non ci sono più i partiti e meno ancora le ideologie. Quando gli uni e le altre entrarono in crisi ci fu una sorta di evviva generale. Tutti si sentirono più liberi, più leggeri. Fu, invece, una iattura, perché senze le idee e senza l’organizzazione non si va da nessuna parte.
Ne ha approfittato Beppe Grillo, un comico risentito col mondo, che ha dato vita alla più incredibile e grottesca delle rappresentazioni. La sua sembra quasi la vendetta di un rigoletto offeso e umiliato. Con lui, un’azienda fantomatica, la “Casaleggio”, che sfrutta la situazione sotto il profilo politico ed economico. Dietro si è formata una lunghissima processione formata da persone che si sentono defraudate e perciò rancorose.
I delusi dalle precedenti esperienze politiche – parlo dei cittadini – sono come annichiliti e stanno come in attesa che succeda qualcosa. Ma, in politica, non succede niente che non sia determinato dall’impegno comune. Se vogliono che la situazione migliori o non peggiori devono darsi da fare; devono votare. Sbagliato pensare che peggio di così non si possa stare.
Questa volta in gioco non c’è una scelta fra due strade entrambe percorribili, magari una più scomoda dell’altra: una delle due potrebbe portare al disastro.
Chi vota determina una scelta, ma anche chi non vota la determina e ne è responsabile. Con la differenza che chi non vota nulla ha fatto per costruire il meglio o per evitare il peggio.  Di qui l’importanza di votare e di essere protagonisti. Di qui il senso dell’appello di quanti amano la politica anche quando questa è odiosa, perché l’alternativa è l’antipolitica, che, per quanto più attrattiva, è assai peggiore. 

martedì 13 febbraio 2018

Sanremo 2018, di meraviglia in meraviglia




Ormai siamo abituati: ogni anno Sanremo raggiunge record di ascolti. Probabilmente è vero, ma in un mondo di bugiardi e di imbroglioni dubitare necesse est.
Qualche volta Sanremo piace e qualche volta no, come è normale per tutti gli spettacoli del mondo. Come è normale che ogni anno si escogiti qualcosa di nuovo per meravigliare i telespettatori: è di Sanremo il fin la maraviglia / chi non sa far stupir vada alla striglia. Sembra questa ormai la regola, ripresa dal buon Marino. Che non è il bravo critico Bartoletti, ma Giambattista, poeta del Seicento.
Ma Sanremo va visto sempre, è questa la sua vera forza, perché è l’evento più importante dell’anno; in esso c’è il paese intero coi suoi gusti, coi suoi cambiamenti, coi suoi umori, con le sue stravaganze. Criticare Sanremo è criticare l’Italia; osannarlo è osannare l’Italia.
Per circa una settimana non si pensa ad altro, neppure se l’altro è una campagna elettorale che fa il paio in tutto e per tutto con la manifestazione canora. Di Battista ha detto che gli italiani sono rincoglioniti se non capiscono che devono votare Movimento 5 Stelle. Mi ricordo che così dicevano i missini di chi non votava il Msi; l’avrà sentita da suo padre.
Fermo restando che Sanremo è il festival della canzone italiana per nome e per antonomasia, quest’anno abbiamo assistito ad un rovesciamento dei ruoli: non più i cantanti protagonisti con i presentatori a curare lo svolgersi delle esibizioni in maniera discreta, elegante, precisa, imparziale, starei per dire professionale, alla Mike Bongiorno o alla Pippo Baudo; ma proprio i cosiddetti presentatori ad esibirsi in maniera continua ed eccessiva, con i concorrenti relegati in secondo piano. Immaginiamo una partita di calcio, dove non sono i calciatori i protagonisti, ma l’arbitro, i segnalinee, i giudici di porta e quelli del Var, che si esibiscono in palleggi, corse, entrate a gamba tesa e poi spinte e falli tra di loro, tra un pezzetto e l’altro di partita dei calciatori. Se tanto accadesse, dopo qualche risata, il pubblico scenderebbe in campo e li prenderebbe a…calci. Nel calcio! A Sanremo passa tutto per cosa buona, anzi ottima.
Il direttore artistico, Claudio Baglioni, bravo cantante degli anni Sessanta-Settanta, si è proposto come showman con esiti sconcertanti. Sembrava un malato convalescente in cerca di un po’ di Sustenium per recuperare condizione e colorito. In linea era in linea col…grigio delle istituzioni; sembrava il pendant di Gentiloni. Il bravo Pierfrancesco Favino ha fatto di tutto per fare il comico, ma per far ridere occorre avere altra faccia. L’unica che era nei suoi abituali panni era Michelle Hunziker: verbosa, irrequieta, pierinesca, un po’ sbadata e decisamente kitsch. Orride alcune sue mises. In quella specie di bouquet fasciata di fiori sembrava una dissepolta viva.
Si fa fatica a ricordare qualche canzone. Nelle orecchie insistono frasi e parole che indulgono alla spensieratezza: stiamo tutti bene, come va come va, il congiuntivo, passame er sale. E’ l’Italia che rassicura, che mette tutti d’accordo. Perfino gli irregolari di una volta, come Elio e le storie tese, si sono convertiti al sentimentalismo rabbonitore.
Sanremo, una volta, era anche denuncia dei mali italiani, in forma ironica, ma pur sempre denuncia. Ora pare che stiamo tutti bene. Fosse vero!
A rappresentare l’Italia dei nostri giorni, chi meglio dello Stato sociale, inteso come lo Stato sociale vero e lo Stato sociale gruppo musicale che ha concorso? Italia invasa da stranieri, ospedali chiusi, tribunali a singhiozzo, persone che si dividono sui migranti e si affrontano sulle piazze, treni buoni che vengono venduti e vecchi e laidi lasciati a deragliare su binari rotti o a scontrarsi su binari unici. Una vita in vacanza dovrebbe far riaprire i manicomi. Cristo, che pena la vecchietta a vederla volteggiare e piroettare su quelle zampette di gallina! La Guardia di Finanza controlli caso mai prende l’assegno pensionistico di accompagnamento. Non si sa mai!
I competenti diranno che non ho capito niente. E non lo escludo. Ma c’è niente da capire in questo paese? Oh, sì; ci sarebbe molto da capire Ma spettacoli come quello di Sanremo 2018 servono anche a non far pensare, perché se poco poco uno pensa si mette ad urlare: riportami a casa perché ho paura di me. A casa?
Arrivedorci, Sanremo, alla prossima…meraviglia!

domenica 15 ottobre 2017

Amministrazione a Lecce tra sentenze e sospensioni




Nel giro di due giorni l’Amministrazione comunale leccese è passata da una sentenza del Tar, che restituiva al centrodestra la sua iniziale maggioranza consiliare (17 seggi), al “contrordine” del Consiglio di Stato che ha sospeso la sentenza, in attesa del pronunciamento definitivo che avverrà presumibilmente a breve, lasciando per ora al “suo” posto l’attuale maggioranza di centrosinistra.
Ma davvero finirà l’altalena? Una cosa è l’augurio, un’altra la realtà delle cose e dei comportamenti. Alla sentenza del Tar, che azzoppava il Sindaco, qualche consigliere di centrodestra era già disposto a fargli da stampella. Lo abbiamo letto sui giornali.
Intanto va detto subito, forte e chiaro, che il pasticcio è stato provocato dal cosiddetto voto disgiunto. E’, questo, per dirla con Paolo Villaggio, una delle più grandi cagate che si possano ideare e fare. Chi lo ha ideato è il solito furbastro legislatore italiano, che, pur di imbrogliare le cose più semplici, è capace di inventarsi mostruose assurdità. L’elettore che ricorre al voto disgiunto è evidente che non sa votare. Il voto è sempre uno, non può essere che ontologicamente uno. Come posso votare due volte, una pro e l’altra contro? Sarebbe come se in una partita Juventus-Inter un tifoso tifi per entrambe le squadre. Si dirà: ma si vota per cose diverse. No, si vota per una sola cosa: il governo cittadino. Che non è un mostro a due teste. Se io voglio che governi il centrodestra voto i suoi uomini come facenti parte di un blocco unico, aventi ruoli diversi; e lo stesso vale se voglio al governo il centrosinistra. L’assemblaggio, pezzi di destra più pezzi di sinistra, in politica non funziona.
Non ci fosse stato il voto disgiunto, Lecce avrebbe oggi un’Amministrazione senza problemi di “confini”. Dal giorno dopo il ballottaggio, che vedeva prevalere Salvemini su Giliberti, non si fa invece che pensare a carte bollate e ad avvocati.  
Mi chiedo: dov’è la bontà del voto disgiunto? Ovvio che lo stesso discorso vale a parti invertite. Non vivo la realtà politico-amministrativa leccese; ne parlo perché le questioni politiche mi appassionano. Non parlo perciò per spirito di appartenenza, anche perché faccio fatica a capire chi nel consesso cittadino leccese di oggi sono i “miei”. Li conosco così poco! Una volta i miei, senza virgolette, li riconoscevo anche fossero all’altro capo dell’Italia.
Il voto disgiunto è come andare nello stesso tempo a scirocco e a tramontana ed è altamente diseducativo. Esso, infatti, abitua l’elettore al trasformismo politico, principio di doppiezza e di superficialità, tipico dei politici. I quali, probabilmente, nei loro vizi vogliono coinvolgere gli elettori, secondo l’abitudine tipica di certi mascalzoni che, per eliminare la distanza dalle persone perbene, coinvolgono quanti ne capitano a tiro nei loro loschi affari. E così tutti mascalzoni, nessun mascalzone. Non voglio dire che tutti i politici sono mascalzoni, dico solo che tra di essi c’è una mentalità diffusa di poter fare tutto e il contrario di tutto pur di raggiungere un qualche obiettivo, che si commisura allo spessore di ciascuno.
Nella recente legge elettorale nazionale, detta Rosatellum, secondo ormai il gusto invalso delle trovate nugatorie anche per le cose serie, approvata alla Camera, ci sono nefandezze di forma e di sostanza, come da tanti evidenziato, ma non c’è il voto disgiunto. E questa, cosa buona è. Vi figurate se la maggioranza degli elettori votasse nel proporzionale in un modo e nel maggioritario (uninominale) in un altro? Ve l’immaginate il casino?
L’Amministrazione leccese rischia di avere un lungo periodo di incertezze, anche se, come è auspicabile, il Consiglio di Stato trova il tempo e il modo per mettere punto all’assegnazione definitiva dei seggi, magari confermandone la maggioranza a Salvemini.
La situazione che si è venuta a determinare è piuttosto confusa, potrebbe vedere l’opposizione di centrodestra confrontarsi-incontrarsi per un verso con la maggioranza di centrosinistra e per un altro, al suo interno, con se stessa. Un saggio lo ha già dato con la questione del filobus, che, a quanto pare, il centrodestra non vuole più di quanto non lo voglia il centrosinistra.
Ad elezioni anticipate non vuole andare nessuno; meno degli altri quelli del centrodestra, che hanno bisogno di tempo per fare chiarezza tra di loro e ricompattarsi su programmi e organigrammi nuovi. Per questo hanno bisogno di tempo e di occasioni per ritrovarsi. Da questo punto di vista la situazione amministrativa di tirare a campare in prospettiva potrebbe giovare di più al centrodestra.

sabato 30 settembre 2017

In Germania ha vinto il "populismo"


In Germania il tanto vituperato “populismo” ha dato una lezione di democrazia. Contro alcune politiche di Angela Merkel, che pure è l’Angela Merkel, non è mica Matteo Renzi – non so se mi spiego – per esempio in tema di immigrazione e di matrimoni gay, quella parte del popolo più tradizionalista e conservatore ha espresso il suo malumore. Vogliamo chiamarlo populismo? Chiamiamolo. Fatto sta che lo ha fatto nell’unico modo consentito in democrazia: col voto.
Evviva, allora, il voto che concede opportunità politiche! Evviva i populisti che hanno saputo cogliere l’occasione!
Per la prima volta al Bundestag entrano un centinaio di parlamentari dell’estrema destra dell’Afd (Alternative für Deutschland).
“Si salvi chi può” pare essere il grido dei democratici puri e purissimi, tedeschi e non. Invece non è successo niente di allarmante. Prima di tutto è sbagliato associare questo nuovo partito ai nazisti. Farlo per propaganda è perdonabile; farlo per convinzione no. Il nazismo, con cui i tedeschi hanno saputo fare i conti molto meglio di quanto non abbiamo saputo fare noi italiani col fascismo, è qualcosa di completamente diverso per una lunga serie di motivi. Dice: hanno esaltato il comportamento dei soldati tedeschi nelle due guerre mondiali. E non hanno fatto bene? Per caso i tedeschi non si sono comportati da buoni soldati? I tedeschi sono abituati ad obbedire sia che facciano la guerra sia che facciano la pace. Esaltare la loro obbedienza e il loro coraggio è rafforzare la germanicità, quell’elemento di coesione che rende una moltitudine di uomini un popolo fiero di essere tale.
In Germania, come del resto in Italia, moltissimi tacciono in ossequio al politicamente corretto, ma non sono affatto d’accordo a sentir denigrare sistematicamente i propri connazionali dei periodi nazista e fascista. Dovremmo finirla di considerare quanto si fece in quegli anni, nel bene e nel male, opera del nazismo o del fascismo. Tutto fu fatto dal popolo tedesco in Germania, dal popolo italiano in Italia. Questo vale anche per oggi. Certo, allora si governava perseguendo dei fini, oggi si governa perseguendone altri. Il che dipende da numerosi fattori, storici soprattutto. Ma il fascismo in Italia e il nazismo in Germania furono opera del popolo italiano e del popolo tedesco in un particolare periodo della loro storia.
Gli allarmismi lasciano il tempo che trovano. Possiamo stare tutti “tranquilli”: un nuovo fascismo, se dovesse riproporsi sotto altro nome e sotto altre vesti, non chiederà permesso a nessuno per imporsi. La storia è fatta così, piaccia o non piaccia.
Ma torniamo al populismo, che, in Germania, ora vuole condizionare democraticamente la politica del governo stando all’opposizione.
E’ scontato che la Merkel farà un nuovo governo senza i socialdemocratici di Schulz, che hanno pagato il prezzo più alto in queste votazioni. Si sa che quando al governo ci sono due alleati, il più debole è destinato a soccombere. In passato era toccato ai liberali.
Farà un’altra Grosse Koalition con liberali e verdi e sarà giocoforza cambiare qualcosa nella politica immigratoria e aperta alle più audaci esperienze di nuove forme famigliari o pseudofamigliari, se non vorranno che i populisti si rafforzino ulteriormente.
Non sarà facile per la Cancelliera tedesca, perché i verdi rivendicheranno il timbro della loro presenza al governo. Si troverà tra l’incudine dei suoi alleati verdi e il martello dei suoi oppositori esterni dell’A-Fau-De. Dipenderà da chi la spunta. Se i verdi non riusciranno, come probabilmente non riusciranno, ad imporre la loro politica di aperture, faranno la fine dei socialdemocratici; si assottiglieranno alle prossime votazioni. Se riusciranno, il populismo, chiamiamolo così, diventerà sempre più forte; e la cura dimagrante la faranno i Cristiano-democratici.
Un altro problema per la Merkel è la contrapposizione di liberali, suoi alleati, e socialdemocratici, ora suoi oppositori. Specialmente in politica economica hanno visioni diverse. Ma non sarà facile per i socialdemocratici opporsi ad una politica, nella quale hanno avuto tanta parte negli anni passati.

Sembra velleitario, infine, quanto ha detto il nostro Gentiloni, a proposito di un ruolo di equilibrio che ora avrebbe l’Italia. L’Italia? Pensiamo ad equilibrare le nostre cose!    

domenica 24 settembre 2017

Il M5S potrebbe andare al potere, ma...


Verrebbe di dire, dopo dieci anni da che il Movimento 5 Stelle è per così dire in vita, che è destinato ad arrivare prima o poi al potere secondo i suoi piani. In verità è da ridere in gran parte dei suoi protagonisti e in quasi tutte le sue manifestazioni, ad incominciare da chi ha fatto del riso la sua professione, intendo Beppe Grillo, ai tanti comportamenti che ne hanno scandito le tappe. Ultima l’elezione, si fa per dire, di Luigi Di Maio, a leader del Movimento. Da ridere anche perché Beppe Grillo gabba che si mette da parte per fare il padre nobile. Toh, un altro che vuole fare il padre nobile! Alle prime difficoltà, torna a decidere lui, come ha già fatto. Esattamente come ha fatto e fa Berlusconi,
I greci inventarono, da quei grandi maestri di pensiero e di fantasia che erano, il dio Saturno, il quale regnava incontrastato sulla Terra, ma temendo che un suo figlio potesse spodestarlo, come aveva fatto lui con Urano suo padre, appena nati i figli li ingoiava. Il banchetto finì con Giove, che la madre Rea per salvarlo andò a partorirlo lontano, su un’isola, e lo tenne nascosto. Mitologia, si dirà. Ebbene sì, ma serve, serve; serve a capire tante cose della realtà quotidiana.
Perché sono del parere che prima o poi il M5S arriverà al potere? Perché nella storia a volte si creano delle valanghe politiche e sociali che rotolano giù e non è difficile indovinare che si fermano solo quando più giù non possono andare. Il non più giù di un movimento politico è il potere. Anche il fascismo fu sottovalutato. Anche Berlusconi lo è stato. Sappiamo che cosa è stato il fascismo e che cosa è stato il berlusconismo. Dunque il grillismo, che è una valanga, potrebbe andare al potere, contro tutti i tentativi di delegittimarlo, di irriderlo, di impedirglielo da parte degli altri. Ha una sua forza ed una ragione; non viene dal nulla, viene da quella parte della società antropologicamente cambiata e perciò non compresa dall’altra.
Fin dal suo apparire come forza politica di movimento – il vaffa day ne fu il battesimo – l’establishment della politica lo ha giudicato male; gli ha detto che non potrebbe mai avere una classe politica adeguata, che è un movimento di gente senza arte né parte, che sono tutti degli incapaci. L’ultima è dello scrittore Enrico Carofiglio, che li ha definiti una “agenzia di risentiti”.
Sembra che essi diano ragione a chi li critica. Di Maio dichiara che la sua professione è di giornalista pubblicista. Pur senza entrare nel merito, c’è che fare il giornalista pubblicista non è una professione, ma una co-attività professionale. Cioè uno fa l’architetto, il professore, il medico, il ragioniere, e contemporaneamente fa il giornalista pubblicista. Di giornalisti pubblicisti, che non hanno mai scritto un articolo e non sanno neppure come si scrive, è pieno l’elenco dell’Ordine. Per molti avere il tesserino è uno status symbol, niente di più; ne hanno fatto razzìa i politici. Questo non significa che di Maio non sia in grado di fare il presidente del consiglio o il segretario nazionale del movimento, ma solo che non ha una professione. Se è importante averla è un altro discorso!
Grillo, che per età appartiene alla nostra generazione e dunque ci conosce, ce l’ha coi giornalisti, con quelli veri non con quelli alla Di Maio, e ha detto che lui vorrebbe mangiarseli per il piacere di vomitarli. Da parte loro i giornalisti il difetto ce l’hanno più in basso del piloro e avrebbero difficoltà a liberarsi del Grillo dopo averlo mangiato.  
Battute a parte, c’è tra il grillismo e la cultura politica dell’establishment, di cui la stampa è interprete, una totale incomprensione. I grillini sono diversi, appartengono ad un tipo antropologico che non è più quello di venti-trenta anni fa. Non hanno la cultura storiografica, filosofica e letteraria di una volta. Queste materie sono state penalizzate, quando non addirittura smacchiate dalle programmazioni scolastiche. La scuola da cui sono usciti è quella dell’autonomia, dell’inglese, dell’azienda, del computer, della didattica modulare, in una parola dell’ignoranza di tutto ciò che costituiva la formazione scolastica di una volta. Utilizzano il web per fare politica, come una volta si usava il microfono in piazza o la penna; il ciclostile e il volantino. La rete per loro è tutto. Una volta si facevano le assemblee e si discuteva fino a picchiarsi. I loro congressi sembrano cose incomprensibili. Con poche decine di voti molti sono giunti a Montecitorio e a Palazzo Madama. Se poi è democrazia è un altro discorso. Contro i due milioni di elettori delle primarie del Pd, che hanno eletto Renzi, loro oppongono i circa trentottomila delle loro primarie che hanno eletto Di Maio; con la differenza che quelli di Renzi erano in carne ed ossa, quelli di Di Maio erano elettronici, volatili, eterei. Nel loro movimento non c’è dibattito, non c’è confronto, chi dissente è fuori. La loro strategia è il potere nelle loro esclusive mani. Ecco perché non cercano accordi e respingono proposte di intese con altri. Si potrebbe dire che il loro è un colpo di stato strisciante lungo un percorso ai margini delle istituzioni, verso la dittatura del partito unico. Si difendono dagli attacchi senza negare le accuse che vengono loro mosse, anzi le considerano i loro pregi, i loro meriti. Come potremmo governare bene – dicono – unendoci con chi non sa che governare male? Questo oppongono.
Lo Zeitgeist è dalla loro parte. Sono figli del loro tempo; e il loro tempo è dominato dalla comunicazione elettronica. Il loro è un elettorato, per lo più giovane, che non chiede di sapere, di conoscere, ha cieca fiducia in chi lo rappresenta; insegue il miraggio di una sorta di palingenesi politica, qualcosa che garantisce l’onestà, la pulizia, l’efficienza, la crescita, la giustizia. Gli elettori del M5S  hanno prosciugato il mare, che proverbialmente stava tra il dire e il fare.
Se dopo appena dieci anni il Movimento ha circa il 30 % degli elettori – la valanga, appunto – non può che continuare a crescere nei prossimi.  

Ma può funzionare la loro strategia? Oggi non è più di moda studiare gli scrittori di politica, ma se andiamo a vedere quel che dicevano ci accorgiamo che le categorie politiche, i comportamenti sono gli stessi, ieri come oggi. Un esempio? Benedetto Croce apriva così il suo saggio “Etica e politica”: “Chiunque, conducendo vita operosa, deve piegare altri a suoi collaboratori o è costretto a toglierseli d’accanto perché d’impaccio all’opera che esercita”.  Prima di far fuori Fico Grillo ha letto Croce? C’è da dubitarne. Ma il riferimento è importante per capire che al di là delle parole e dei mezzi, con cui i grillini potrebbero andare al potere, c’è la realtà con cui dovrebbero poi fare i conti. Una realtà, che, come la storia insegna, alla fine vince, piega le più forti resistenze e trasforma anche le più pure intenzioni nei più laidi risultati. E’ successo sempre. Perché non dovrebbe succedere ancora?

domenica 10 settembre 2017


Si avverte in Italia un’inquietante voglia di dividerci. Ogni circostanza è buona: sui migranti, sul fascismo, sul Nord leghista e sul Sud borbonico. Questioni, più che divisive, laceranti; riguardano il presente, il passato e il futuro del nostro Paese.
Partiamo dai migranti, dal presente che diventerà futuro. Non so se questo papa, che s’intitola a Francesco, sappia che le strade dell’inferno spesso sono lastricate da buone intenzioni. Dico non so, per dire, perché un papa fesso non è mai esistito, neppure quel Celestino V, oltraggiato da Bonifacio VIII e poi da Dante, che lo incolpa di essersi fatto oltraggiare. Né mi sembra una buona intenzione quella di trasformare l’Italia in un bordello multietnico. Di recente ha pontificato sullo jus soli perché il Parlamento italiano lo approvi al più presto. Non ha detto esplicitamente jus soli, ma che tutti gli esseri umani hanno diritto da subito alla nazionalità. Francesco parla per come sono i giorni, da un “buona sera” all’altro.
La nazionalità a tutti? E chi la nega? Il punto è perché dare la nazionalità italiana a chi nasce in Italia da mamma che s’ingravida in Africa o in Asia e viene a figliare da noi apposta per avere subito una serie di diritti che neppure gli italiani hanno in concreto. Ma non è tanto questione di diritti, che poi si traducono in beni e servizi materiali, quanto di questioni assai più complesse. Più etnie generano conflitti; il mondo ne è pieno. Qualche anno fa il politologo Giovanni Sartori scrisse un saggio sulla società multietnica, per dimostrarne i rischi, nazionali e sociali.
I sostenitori dell’accoglienza senza se e senza ma dicono che con la nazionalità da subito per i bambini che nascono in Italia si favorirebbe l’integrazione e si eviterebbe il terrorismo. Non erano forse cittadini francesi bene integrati i massacratori di Charlie Hebdo e del Bataclan? Non erano cittadini belgi ben integrati i terroristi dell’aeroporto di Bruxelles? Non erano cittadini spagnoli ben integrati i terroristi di Barcellona?
Mentre dunque con lo jus soli prepariamo un futuro di italiani tra di loro diversi e potenzialmente conflittuali, vengono tirate fuori vecchie storie, che, ove mai dovessero veramente raggiungere un certo livello di asprezza, aprirebbero stagioni da… libera Dio!
Nel Nord Italia, in Lombardia e nel Veneto, si terranno il 22 e il 23 di ottobre dei referendum per l’autonomia. E’ storia vecchia: i lombardo-veneti vogliono che i loro soldi vengano trattenuti nelle loro regioni e reclamano lo status di regione a statuto speciale, come la Sicilia, la Sardegna, la Valle d’Aosta, il Trentino e il Friuli. E’ un brutto segnale che incuba processi pericolosi per la tenuta del Paese.
Nel frattempo si polemizza sulle tracce del fascismo, se cancellarle o meno, e si insiste a non voler fare onestamente i conti con lo stesso. Come se non ci fosse mai stata un’Italia fascista e un popolo entusiasta di essere fascista, si vorrebbe cancellare le tracce di quell’Italia e di quel popolo; si vorrebbe cancellare la memoria di tanti italiani. I quali hanno nei confronti del fascismo idee e valutazioni assai diverse da quelle degli onorevoli Fiano e Boldrini.  Il fascismo, lo si voglia o meno ammettere, è connaturato al popolo italiano; è fuoco coperto. Se ne teme il riattizzarsi. Ma piuttosto che combatterlo con politiche adeguate, con fatti tali da convincere che la democrazia è da preferire a qualsiasi forma di fascismo, lo fanno con minacce, con leggi ammazza-memoria, con la repressione del pensiero dissenziente, ovvero con altro; sì, si potrebbe dire con metodi “fascisti”.
E’ augurabile che si riapra un nuovo fronte fascismo-antifascismo? Assolutamente no, bisogna scongiurarlo; ma per questo è necessario che la smettano i professionisti dell’antifascismo di indignarsi per una strada intitolata ad un gerarca o per un monumento su cui si legge “Mussolini Dux”. Piaccia o non piaccia, ogni nazione ha diritto ad avere una memoria storica, assai meglio se condivisa, ma bene anche se reciprocamente rispettata.
L’altro fronte che si sta riaprendo, pericolosamente, è quello del Sud borbonico contro il Nord sabaudo, diversamente definito del Sud massacrato e del Nord massacratore. Sono persone irresponsabili a volerlo riaprire. L’ultimo libro di Pino Aprile è intitolato Carnefici, che è pura istigazione all’odio. Questi “patrioti” borbonici fuori tempo massimo mischiano verità storica con opportunità politiche, rivendicazionismi confusi e incapacità di vedere le cose con un minimo di realismo. Vogliono l’istituzione di una giornata della memoria delle vittime meridionali del processo risorgimentale e neppure sanno che nel novero di quelle vittime sono comprese quelle che caddero per difendere l’unità d’Italia, trucidate dai loro eroi briganti. Essi magnificano i briganti quali eroi in difesa della loro terra e della loro civiltà e chiamano guerra contadina quella che sicuramente aveva anche questo carattere ma che era fondamentalmente guerra politica aizzata da Francesco II e dal Papa e strumentalizzata da criminali incalliti e megalomani. Essi non sanno che i discendenti più credibili di quei loro eroi oggi sono i mafiosi, i camorristi e gli ndranghetisti.
Anche la camorra ebbe nel 1860 una parte nell’impresa garibaldina, ma non si può dire che essa abbia combattuto per l’Unità d’Italia. Anche la mafia ha avuto una parte nel 1943 alla “liberazione” dell’Italia, ma non si può dire per questo che la mafia abbia combattuto per la Repubblica Italiana.
Ci sono storici seri che analizzano in tutti gli aspetti, senza nulla tralasciare, sia i fatti storici, compresi quelli dell’unificazione italiana, sia i fenomeni criminali. Hanno dimostrato che la criminalità ha avuto sempre ruoli politici, specialmente quando ci sono state crisi gravi e ha trovato l’opportunità di intrecciare i suoi interessi con quelli del Paese. Si leggano sull’argomento i libri di Francesco Benigno e di Enzo Ciconte, per citarne alcuni.

Insistere su questioni così laceranti, come italiani di sangue e italiani di suolo, autonomisti e unitaristi, fascismo-antifascismo e sud borbonico-nord sabaudo, per calcoli politici, può eccitare gli animi esarcebati degli italiani, che, travagliati da gravissime crisi di trasformazione in atto e incerti sul futuro del Paese, potrebbero trovare sfogo in contrapposizioni false, ma terribilmente laceranti e rovinose.