domenica 9 ottobre 2016

Papa Ratzinger si racconta


Joseph Ratzinger va verso i novant’anni; ha avuto un ictus e non vede dall’occhio sinistro; ha una grafia minuta e da sempre scrive a matita, stenografando. I suoi libri hanno ancora un successo straordinario nel mondo. La trilogia del suo “Gesù” è fondamentale per gli studiosi di cristologia. Più che al culto mariano è legato a Gesù: “La venerazione di Maria mi ha segnato – dice – ma mai disgiunta da quella per Gesù Cristo, bensì al’interno di essa”.
Nel suo ultimo libro-intervista Benedetto XVI. Ultime conversazioni, curato da Peter Seewald, uscito in Germania col titolo Letzte Gespräche nel 2016 per la Droemer Verlag e in Italia per la Garzanti, ma distribuito anche dal “Corriere della Sera”, egli si racconta in lungo e in largo, apparentemente in libertà, ma sempre molto abbottonato e protetto dal suo tratto agostiniano. Spesso, alle domande dell’intervistatore, ride divertito e compiaciuto.
“Agostino – dice – lotta con sé stesso, anche dopo la conversione, ed è questo che rende la sua esperienza tanto bella e drammatica”. E’ la sua stessa condizione, nella quale è maturata la sua decisione di lasciare il soglio pontificio; ma anche quella del dopo.
Una decisione spontanea – assicura – senza nessuna pressione esterna, “perché non bisogna lasciare quando si è sotto pressione”; “Alle richieste non ci si deve piegare, naturalmente. E’ per questo che nel mio discorso ho sottolineato che io agivo liberamente”; “Sono convinto che non si sia trattato di una fuga, e sicuramente non di una rinuncia dovuta a pressioni esterne, che non esistevano”. Parole sue! Ma questo riguarda il suo percorso di fede.
Nella storia il discorso è diverso. Ratzinger lascia per motivi di salute: “Anche il medico mi disse che non avrei dovuto attraversare l’Atlantico. […] Per me era chiaro che avrei dovuto dimettermi in tempo perché il nuovo papa andasse a Rio [per la Giornata Mondiale della Gioventù]”. Esclude che abbia mai costituito un problema per la Chiesa: “che io fossi, per così dire, il problema della Chiesa non lo ritenevo allora né lo ritengo oggi”.
La sua è una scelta che viene da lontano. “Fede e ragione – dice – sono i valori in cui ho riconosciuto la mia missione e per le quali la durata del pontificato non era importante”. Esclude addirittura che potesse essere dissuaso dal dimettersi: “dentro di me ero certo di doverlo fare, e quando è così, uno non lo si può dissuadere”.
Non sempre è convincente. Non convince, per esempio, l’entrare e uscire dalla dimensione spirituale, il voler conciliare l’opportunità di lasciare per motivi di salute con motivazioni di fede, il suo scendere dalla croce dimettendosi e il suo diversamente restare, il funzionalismo della carica col mandato divino attraverso lo Spirito Santo. Non convince quando afferma che lui si è dimesso in un momento tranquillo della chiesa: “uno non può dimettersi quando le cose non sono a posto, ma può farlo solo quando tutto è tranquillo”. La cronaca del suo tempo lo smentisce. Soprattutto non convince sull’astio dei tedeschi nei suoi confronti: “In Germania […] alcune persone cercano da sempre di distruggermi”. A Berlino, nel settembre del 2010, fu accolto male. 
Quando non convince, tuttavia, lo mette in conto. “In questo mondo – dice – il messaggio di Cristo è uno scandalo iniziato con Cristo stesso. Ci sarà sempre contraddizione, e il papa sarà sempre segno di contraddizione. E’ una sua caratteristica distintiva, ma ciò non significa che deve morire sotto la mannaia”. 
Convince certamente quando parla distante dalla sua esperienza. “La Chiesa è in movimento – afferma – è dinamica, aperta, con davanti a sé prospettive di nuovi sviluppi”. E dunque è stato un bene il cambio con l’arrivo di Bergoglio, che ha portato “una nuova freschezza in seno alla Chiesa, una nuova allegria, un nuovo carisma che si rivolge agli uomini”.
Su uno degli aspetti più controversi della Chiesa, centralismo romano e localismi, pur approvando “che le Chiese locali siano il più possibile autonome e vitali, senza bisogno di assistenza da parte di Roma”, ribadisce che “è importante anche che [esse] restino aperte le une verso le altre e anche verso il ministero petrino, perché altrimenti è facile che prevalga l’elemento politico, nazionale, e si crei un impoverimento culturale” e che “non è possibile fare a meno del ministero petrino e del ministero dell’unità”. 
Nel suo lungo percorso di docente è importante e significativo il suo esordio, che non fu affatto facile. Su di lui si incentrarono non pochi sospetti, addirittura di eresia. Accadde quando, in seguito alla sua esperienza di cappellano a Bogenhausen, pubblicò nel 1958 l’articolo “I nuovi pagani e la Chiesa” e quando sostenne a Frisinga l’esame di abilitazione alla libera docenza. Fu per lui un’autentica umiliazione, lo superò non senza contrasti; ebbe la sensazione di trovarsi “sull’orlo di un baratro”. E tuttavia quell’esperienza la visse come una prova di vita importante. “Credo che per un giovane sia pericoloso bruciare una tappa dietro l’altra ricevendo sempre e solo elogi”. Aveva ottenuto il dottorato, ora l’abilitazione. Tutto molto in fretta. “Era giusto – dice – che subissi quell’umiliazione”. Ma anche dopo non gli fu facile l’avvio accademico e spesso entrò in conflitto coi suoi colleghi in teologia. Insomma, letti con un minimo di dietrologia, contrasti e difficoltà hanno un significato diverso e forse mettono in una luce diversa le sue dimissioni da papa.
Personaggio amletico o, come lui ama dirsi, agostiniano, Ratzinger è incerto, dubbioso; ricorda il nostro Petrarca del Secretum, agostiniano pure lui. Che fosse incerto lo dimostra perfino nell’uso della matita anziché della penna: “Scrivevo così da ragazzo e mi è rimasta l’abitudine. La matita ha il vantaggio che si può cancellare. Quando scrivo con l’inchiostro, ciò che è scritto è scritto”.
Ma, nonostante le difficoltà e le incomprensioni, la carriera di accademico di Ratzinger passa di successo in successo, Bonn, Münster, Tubinga, Ratisbona; poi la carriera religiosa con la nomina di vescovo a Monaco.
La sua affermazione più importante e decisiva fu quando chiamato dal Cardinale Josef Frings, prima scrisse nel 1961 per suo conto la relazione di Genova, “Il Concilio e il pensiero moderno”, con la quale si dava l’imput al Concilio e per la quale Giovanni XXIII si congratulò, e poi teologo ufficiale del Concilio Vaticano II.  Nel 1977 fu nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga da Paolo VI; poi cardinale e infine Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede (ex Sant’Uffizio) a Roma, nominato da Giovanni Paolo II. Il 19 aprile del 2005 fu eletto papa col nome di Benedetto XVI.
Il 28 febbraio del 2013 si chiude, con le sue dimissioni, il cerchio della sua straordinaria carriera, iniziata nelle difficoltà e nelle incomprensioni e finita in altrettante difficoltà e incomprensioni.

E’ un libro, questo, che non aggiunge granché al già conosciuto di questo controverso papa, ma, avendone data egli stesso l’autorizzazione a pubblicarlo, costituisce un documento essenziale per gli studiosi e gli storici. 

domenica 2 ottobre 2016

Nessuno dice che Renzi le ha buscate


Chi ha seguito per circa tre ore la maratona del confronto televisivo Renzi-Zagrebelsky su “La Sette”, la sera di venerdì, 30 settembre, sulla riforma costituzionale, su cui il popolo italiano il 4 dicembre si dovrà pronunciare in referendum, ha avuto la possibilità di rendersi conto senza ombra di dubbio di come effettivamente stanno le cose. Condotto da Enrico Mentana, che si rivela sempre meno adeguato a simili dibattiti, il confronto si è risolto in una sonora sconfitta per il fronte del SI e in un ko personale tremendo per Renzi. Il quale ha fatto la fine di Icaro, avvicinandosi troppo al sole della cultura giuridica è precipitato con le penne liquefatte. Ai serrati, puntuali ragionamenti del Professore, ex presidente della Corte Costituzionale, Renzi dapprincipio ha opposto slogan su argomenti diversi da quelli esposti dal suo interlocutore, come a voler cambiare discorso, e poi via via ha offerto uno spettacolo da ragazzo svogliato che non vuole seguire le lezioni: irritazione, impazienza, stanchezza, sguardi rivolti altrove, smorfie, gesti defatiganti. Mentana è stato perfino scorretto nel far iniziare il confronto da Renzi e nel farglielo concludere; ma è stato inutile.
Zagrebelsky, contrario alla riforma renziana, sostiene il ed convinto che dopo si potrà fare una riforma migliore. Colto e sicuro di sé, egli non ha avuto nessuna difficoltà ad ammettere che qualche cosa buona nel progetto renziano c’è; per esempio, il ridimensionamento delle competenze delle regioni, che in tutti questi anni hanno speso male fiumi di soldi, non sono state capaci per difetto di progettualità di spendere fondi europei, perdendoli in favore di altri Paesi, ed hanno impedito la realizzazione di opere importanti con le loro lungaggini e i loro veti. Per dire, che quando si fa un confronto serio si può riconoscere all’avversario anche le sue ragioni, senza per questo tradire la propria causa.
Sui grandi problemi posti dalla riforma il buio di chi l’ha fatta e voluta è totale. Renzi non ha voluto rispondere su alcune fondamentali obiezioni di carattere tecnico. La sua risposta è stata sempre elusiva, sommaria, generica, infastidito dall’invito del professore di guardare alla riforma nella sua essenza e nella sua collocazione nel tempo invece di vederla nell’immediato.
Che cosa potrebbe accadere con questa riforma, che si lega indissolubilmente alla legge elettorale dell’”Italicum” – gli ha chiesto Zagrebelsky – se, invece di Renzi, capo del governo diventa una persona meno sensibile alla democrazia? Dall’altra parte risposte di una pochezza intellettuale preoccupante: noi l’abbiamo fatta, gli altri in trent’anni non sono riusciti; non c’è un solo articolo che modifichi le prerogative del capo di governo; è del tutto inventata la preoccupazione di una deriva autoritaria e via di questo passo. E hai voglia a fargli capire che c’è una questione di cultura politica sul modo di intendere la democrazia! Renzi si è rivelato del tutto incapace di tenersi in piedi su un terreno diverso da quello del suo quotidiano.
E ancora: come può un Senato composto da sindaci e consiglieri regionali, con tutto il carico di lavoro che questo comporta per loro, svolgere una mole enorme di compiti che la riforma gli attribuisce? Zagrebelsky ha cercato di fargli capire che non è materialmente possibile. Renzi ha risposto senza “rispondere”: ma se funziona in Francia e in Germania, perché non può funzionare da noi? Controreplica di Zagrebelsky: perché in quei Paesi le cose stanno diversamente. E Renzi? Imperterrito a dire che, siccome in Francia e in Germania funziona, funzionerà anche da noi. Come diceva Totò: a prescindere.
Non c’è stato nessun vero confronto sugli articoli 57, 70 e 117, che sono tra i più dibattuti, perché, benché pressato da Zagrebelsky con puntuali e serrati ragionamenti, Renzi ha fatto come Ettore inseguito da Achille intorno alle mura di Troia: scappava. Ha scantonato, ha tentato più volte i soliti slogan, appena appena frenati dalla consapevolezza di avere di fronte non un altro politico, su cui comodamente rovesciare colpe e incoerenze, ma un professore che sosteneva le ragioni senza avere nessun interesse di parte.
Zagrebelsky ha ribadito due concetti fondamentali. Il primo è che occorre una costituzione che garantisca certe libertà politiche indipendentemente da chi c’è al governo. Le libertà non sono graziose concessioni soggettive, ma garanzie oggettive. Il secondo è che ogni costituzione è come un abito che non può non tenere conto di chi lo indossa. Ha fatto un esempio efficacissimo: l’abito più perfetto indossato da persona con difetti fisici finisce per assumere le forme della persona. Di qui l’importanza di intervenire a sanare i difetti, in questo caso, della società italiana.
E’ apparso, però, con grande evidenza un contrasto che io credo insanabile tra un modo di far politica in maniera spiccia, come vorrebbe Renzi, anche per stare alle esigenze dei tempi e delle situazioni odierne (Europa, globalizzazione, crisi internazionali), e un modo di intendere la politica come continuo confronto, dibattito, lavorìo, nel rispetto di tutte le parti in causa; modo di far politica che, a dire il vero, è lento e oggi confligge con la rapidità dei tempi. Insomma, una riedizione dell’eterno paragone tra la cicala e la formica.
Credo che su questo terreno si giochi non solo la riforma costituzionale ma la politica in genere nella sua dinamicità. Questa riforma, tuttavia, a dire di Zagrebelsky e dei sostenitori del , non velocizza la decisione, ma addirittura la complica, v. art. 70 sui rapporti tra le due camere su alcune questioni di comune competenza. Essa, però, concentra più potere nelle mani del presidente del consiglio. E se pure non c’è un solo articolo che preveda per lui maggiori poteri, per il combinato disposto legge elettorale-riforma costituzionale, possono verificarsi casi in cui piccole maggioranze decidano cose importantissime. Renzi, per esempio, è convinto che con la riforma s’innalza il quorum per eleggere il Presidente della Repubblica; ma Zagrebelsky ha cercato di fargli capire che c’è differenza tra due terzi di componenti e due terzi di presenti. Niente! Renzi o non capisce o fa finta di non capire.

Un’ultima annotazione: i giornali il giorno dopo si son ben guardati dal dire che Renzi le ha prese di santa ragione da Zagrebelsky. E si capisce perché: sono tutti dei leccaculo.    

domenica 25 settembre 2016

Aldo Moro, il perché d'una tragedia


La tragica morte di Aldo Moro, rapito a Roma il 16 marzo 1978 e ucciso il 9 maggio successivo, ha fatto passare in secondo piano la sua nascita, il 23 settembre 1916, e perfino la sua vita. Quasi che quest’uomo, che tanta parte ebbe nella politica nazionale per circa trent’anni e che tanto fece parlare di sé, non fosse mai “nato”; come se fosse soltanto “morto”. Il 1° centenario della sua nascita acquista perciò una particolare rilevanza, perché gli restituisce intera la sua esistenza, che fu quella di uomo di studio, di politica e di governo. Bene hanno fatto a Maglie, sua città natale, a commemorarlo prevalentemente come giurista. Troppo ancora brucia la sua vicenda politica. Troppi sono ancora gli aspetti oscuri e troppi gli interrogativi. Troppe le ferite non ancora rimarginate.
Ma, quando si parla di lui, fuori da una sede istituzionale, è inevitabile riferirsi al politico, perché il Paese è così che lo ricorda. Non il giorno della sua morte ma il giorno del suo rapimento è una di quelle date che segnano un confine nella vita di ciascuno.
Quel giorno, poco dopo le 10,00, mi accingevo ad andare a scuola, la sede staccata dell’IPF di Taurisano. Avevo appena preso il caffè al bar e messo in moto la mia 126; stavo per uscire dal parcheggio, quando un amico mi fece segno di volermi dire qualcosa. “Hai saputo? – mi disse – a Roma hanno rapito Moro e massacrato i cinque uomini della sua scorta. Lo ha detto poco fa la televisione”. La notizia mi lasciò senza parole, forse non accennai neppure a sorpresa.
In auto non seppi pensare ad altro. Moro era per la mia parte politica, il Msi, un nemico più che un avversario. Leggevo assiduamente “il Borghese”; gli articoli di politica del suo direttore Mario Tedeschi lo avevano preso a bersaglio. Più volte Moro aveva escluso in maniera categorica che mai la Dc avrebbe fatto intese o alleanze con la destra.
In politica ci sono avversari e ci sono nemici. Gli avversari sono quelli che pur avendo posizioni diverse ti riconoscono la legittimità di esistere e di concorrere alla vita politica; e considerano l’alternarsi al potere un fatto del tutto normale. I nemici sono quelli che chiudono nei tuoi confronti qualsiasi ipotesi di legittimità politica e considerano una tua eventuale ascesa al potere come una catastrofe per il Paese, da evitare a tutti i costi. La destra era per Moro un nemico; ma per la destra il nemico era Moro. Teneva sempre a ricordarlo, Moro, a volte in maniera odiosa, essendo stato lui fascista e avendo partecipato più volte ai Littoriali della Cultura per assurgere ai vertici dell’intellighenzia del regime. E tuttavia l’evento in sé del suo rapimento era troppo sconvolgente per lasciarmi indifferente. Ogni ragionamento politico a quel punto venne meno. Troppi erano gli aspetti drammatici del Paese.
Quando arrivai a scuola, già lo sapevano tutti. Dalla centrale di Nardò era arrivata per telefono una circolare con l’ordine di sospendere le lezioni e di parlare dell’accaduto. Il tempo per prendere pochi appunti e per tracciare un breve profilo di Moro alle ragazze riunite nella palestra. Ricordo che ne parlai come se la vittima fosse l’Italia, anche perché nel rapimento era stata massacrata la scorta, ben cinque uomini dello Stato, e fatto oltraggio ad una delle sue massime istituzioni. Nessun giudizio e nessun commento sull’uomo di parte, il quale – dissi – avrebbe avuto sicuramente dalla storia quanto gli spettava. Mi sembrò di averlo massimamente rispettato, pensando a Napoleone Bonaparte, per cui Manzoni nel “Cinque Maggio” aveva affidato ai posteri l’ardua sentenza di dire se era stata “vera gloria” quella del grande corso. Qualche anno dopo il giornalista Italo Pietra intitolò allo stesso modo la sua biografia su Moro. Non so quanto fossi riuscito a fare il professore senza parte in quella circostanza. Una collega mi disse: parli come un politico.
Era ormai da anni che le Brigate Rosse compivano imprese di questo genere, ma mai per colpire così in alto e così spettacolarmente. Gli uomini della Rai, sul posto c’era Paolo Frajese e in studio Bruno Vespa, ne parlarono con la voce rotta dalla commozione, incapaci di osservare e riferire le cose con quella distanza che è tipica di ogni professione esercitata ad un certo livello.
Seguirono 55 giorni, poi il 9 maggio la consegna del cadavere di Moro, lasciato in una R4 rossa nelle vicinanze di Piazza del Gesù e di via delle Botteghe Oscure, le storiche sedi dei due partiti, Dc e Pci, che erano stati i due piloni che Moro avrebbe voluto unire con un ponte, per il bene – diceva – dell’Italia e degli italiani. Se allora non fu il caso a combinare tanti simboli, sicuramente fu un occulto regista.
L’Italia si accorse di essere sul fondo del baratro. Moro non era amato e negli ambienti politici, democristiani compresi, era malvisto. Negli ultimi vent’anni, passo dopo passo, aveva portato il Paese a sinistra, prima coi socialisti; poi con governi di “non sfiducia” e di “solidarietà nazionale” coi comunisti. Operazioni viste con preoccupazione soprattutto all’estero, negli ambienti occidentali, perché si temeva che i comunisti al governo avrebbero potuto alterare i rapporti nella cosiddetta “guerra fredda” tra paesi liberaldemocratici della Nato, di cui l’Italia faceva parte, e quelli comunisti del Patto di Varsavia, egemonizzati dalla Russia sovietica, a cui da sempre il Pci guardava come alla sua stella polare. Il cammino verso sinistra era durato circa vent’anni, dal 1960, ultima esperienza di centrodestra, con Fernando Tambroni, al varo del IV governo Andreotti nel 1978, che Moro, da Presidente della Dc, aveva fortemente voluto.
La manovra politica di quei governi era oggettivamente sospetta: si andava a sinistra per l’abbraccio coi comunisti con un capo del governo, Giulio Andreotti, che era di destra e uomo di fiducia della chiesa. Le destre italiane e occidentali paventavano la “repubblica conciliare” e lo spostamento più a Est del confine. La cosa non piaceva né agli Americani né ai Sovietici per contrapposti ma coincidenti interessi. Gli Americani temevano di perdere le basi in Italia, fondamentali nel rapporto di forza con l’Est comunista, i Sovietici temevano di perdere una pedina importante come il Pci, che poteva smarrirsi nelle more del democratismo capitalista e reazionario. Erano anni di “guerra fredda” e la caduta del Muro di Berlino appariva come un’assurdità.
D’altra parte la marcia italiana a sinistra non aveva portato grandi benefici al Paese. Il boom economico degli anni Sessanta era frutto delle politiche precedenti, degli aiuti americani, del grande esodo e delle rimesse degli emigranti. E a partire dal Sessantotto il Paese à scosso da numerose minacce, politiche e sociali: contestazione studentesca, attentati e formazioni terroristiche di destra e di sinistra, scioperi in continuazione, l’allargamento della base sociale del brigatismo rosso “né con le brigate rosse né con lo stato”. C’era qualcosa che Moro non capiva, che a Moro sfuggiva. C’era che quel mondo, a cui lui guardava nella prospettiva di conquistarlo alla democrazia parlamentare, non ne voleva sapere e si era posto in guerra dichiarata; c’era che alla grande maggioranza degli italiani la sua politica di inclusione dei comunisti non piaceva e meno ancora piaceva all’Occidente liberale e all’Oriente comunista.  

Ecco, in questo suo non capire come effettivamente stavano le cose in Italia e nel mondo è chiuso il fallimento politico del suo progetto e si consuma il suo dramma personale. 

domenica 18 settembre 2016

Pietà per i disgraziati, requiem per la società


La vicenda di quella ragazza, innominabile, che dopo essersi fatta riprendere mentre faceva l’amore e inviato agli amici l’impresa, si è suicidata quando si è accorta di essere diventata irrecuperabilmente l’oggetto di scherno e di vergogna virali su tutto il web, è uno di quei messaggi anticipatori di rovina che una volta si attribuivano agli dei e che gli umani leggevano nelle viscere degli animali.
Mettiamola così. Pietà per quella povera disgraziata. Che gli dei, in considerazione della sua tragedia, passino su ogni giudizio e la mettano in uno dei loro paradisi.
Ma l’episodio, triste e oltremodo sconfortante, che mette in crisi la fiducia nel genere umano, è niente se confrontato al contesto in cui è stato trattato dal tribunale mediatico. Tutti in “soccorso” – si fa per dire – di quella ragazza e nessuno che abbia speso mezza parola per condannare l’episodio in sé: il farsi riprendere in un atto sessuale, con dovizie di commenti, e diffonderne il film. Un atto incredibile, che oggi purtroppo, in epoca di esaltazioni gay, di travestiti, di pedofilia diffusa, di scambi di coppia, di aberrazioni e degenerazioni di ogni tipo, è semplicemente normale. Di più, non è normale che qualcuno si indigni. L’improvvido passa per fascista, nazista, razzista e tanti altri di inappellabile condanna sociale.
Neppure la chiesa osa più parlare di peccati, di continenza, di rispetto del proprio corpo e del proprio spirito, della propria famiglia. La chiesa, specialmente come la interpreta Francesco, è un’agenzia sindacale e politica. Gli uomini possono fare tutto quello che vogliono: Dio non si stanca di perdonare. Dio! E gli uomini, che hanno il dovere di guidare il gregge verso Dio, che fanno, lo lasciano pascolare nella più assoluta deresponsabilità di se stessi e degli altri?
La desacralizzazione del sesso e di ogni elemento di intimità spacciata per liberazione dell’individuo da ogni tabù; la possibilità tecnologica di fare quel che si vuole accompagnata da leggi cosiddette garanti dei diritti umani; il progressivo scivolamento verso forme di animalità istintuale e brutesca: sono tutti elementi che stanno uccidendo la società. La stanno colpendo nei suoi organi vitali, nelle sue connessioni di tenuta: la cultura, la civiltà, la tradizione.
L’attacco all’individuo e alla società parte da lontano. Alcuni anni fa, primi anni Sessanta, incomiciarono i governanti di centrosinistra ad attaccare la scuola. Troppo esclusivista – dissero – e troppo selettiva. Erano arrivati da poco i socialisti, affamati di giustizia sociale e, come poi avrebbero dimostrato, di soldi e di arricchimenti illeciti. Non potendo tutti diventare bravi, facciamoli tutti diventare mediocri e nulli. Non potendo essere tutti probi, diventiamo tutti ladri e farabutti. Oggi c’è circa il 50 per cento di analfabeti funzionali, persone che sanno leggere e scrivere ma non sanno se leggono il senso di quello che hanno letto e, quanto a scrivere, non vanno oltre le loro minchiate da facebook e waths-app; sono tutti prodotti di quella scuola. Queste persone, che morale propria e che etica possono avere?
Si continua a girare attorno ad una tragedia, che è la risultanza di cinquant’anni di diseducazione individuale e sociale. La stampa e i tecnici del diritto, avvocati e giudici, dicono che non si può fare niente dopo aver diffuso sul web un documento; impossibile fermarne la diffusione. Allora, quale migliore risposta da dare a simili pericoli sociali se non quella di colpire quanti capitano, con piccoli o grandi casi di diffusione di immagini o scritti diffamanti e indecorosi, in modo da castigarli ed esporli ad esempio perché altri si guardino bene dal fare la stessa cosa? Invece, niente. Le cose stanno così e ognuno si arrangi.
Quella povera ragazza aveva perfino tentato di bloccare ciò che non poteva più essere fermato; non solo non era riuscita ma addirittura veniva condannata a pagare parte delle spese. E’ a questo punto che, novella Emma Bovary, ha deciso di togliersi la vita, di pagare per qualcosa di cui era senza dubbio responsabile, ma con l’attenuante, solo formalmente generica, di trovarsi a vivere in una società senza regole, senza valori, senza legge. Sì, senza legge, perché di fronte alle tecnologie della comunicazione di oggi, sempre in progress, la legge si trova del tutto impreparata a fronteggiarne gli abusi e le devianze.

Un caso, quella povera ragazza, che deve far pensare non poco chi oggi ha un minimo di capacità di amministrare una società ormai sfuggita di mano e in balìa di forze incontrollabili. Col suo gesto estremo, forte, quella ragazza ha riscattato un gesto di debolezza. Questa società, che ha creato le condizioni di ogni sbandamento e la perdita di ogni valore, quando si decide a compiere qualche gesto di riscatto? Come su un piano inclinato precipitiamo verso il baratro, nell’ignoranza e nell’allegria. Quella ragazza è morta, ma il vero requiem è per la società che l’ha indotta a perdersi e a uccidersi.

domenica 11 settembre 2016

Tutti poveri, per Francesco è meglio


Ha detto papa Francesco domenica, 4 settembre, nel dichiarare santa Madre Teresa di Calcutta, che quella donna, parlando all’Onu, fece sentire la sua voce ai potenti della terra “perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini, dinanzi ai crimini! – ha ripetuto – della povertà creata da loro stessi”. Sicché tutti quelli a cui Madre Teresa si rivolse in quell’occasione, secondo papa Francesco, erano dei criminali, relativamente alle colpe che avevano nell’aver creato la povertà. Un’accusa, che pure a volerla considerare politica e non penale, non ne attenua la gravità. Un Capo di Stato – il papa è il capo dello Stato Città del Vaticano – ha giudicato criminali tutti i capi di Stato della terra, in quanto potenti e creatori di povertà. Per fortuna nessuno ci fa più caso a questo nuovo “picconatore”, che, dell'altro, Cossiga, ha nome e piccone. Papa Francesco è simpaticamente e bonariamente sopportato. Così è fatto… Voleva dire… Francesco è il papa del voleva dire.
Chi non ha l’obbligo dell’obbedienza, non ci sta. Chi al “voleva dire” preferisce il “detto”, sapendo che un papa non può mettere uno scarto tra quello che dice e quello che vorrebbe dire, non ci sta. Denuncia senz’altro le grossezze di questo come di altri capi di Stato, come di altri uomini pubblici. L’aspetto religioso non interessa. Chi è laico e un po’ ghibellino è sempre pronto a raccogliere sfide e a rispondere a minacce, da qualunque parte provengano. La parte di don Chisciotte, in ultima analisi, è preferibile a quella di don Abbondio.
Ormai questo papa ha indossato gli abiti del rivoluzionario sudamericano, alla Zapata, alla Pancho Villa, ad uno dei tanti caudillos, che hanno caratterizzato quelle lontane regioni della terra. Lo Spirito Santo lo ha voluto a Roma, ai palazzi vaticani, che lui ha rifiutato per una assai più modesta Santa Marta. Ma c’è una bella differenza tra Francesco e fare il Francesco.
Duole tornare su questo Francesco che qualcuno ha pensato che si sarebbe trovato tra i lupi, ma le cose che dice con più o meno regolare scadenza sono così gravi che ignorarle comporta peccato se non verso Dio – che teoricamente dovrebbe stare con lui – verso la verità e la storia. I lupi? Si sono dileguati. Francesco azzanna più di loro.
Non è neppure il caso di parlare di populismo. E perché mai dovrebbe fare il populista un papa? Lui non s’aspetta consensi e voti. Lui quel che dice e fa, lo dice e lo fa per se stesso, magari per un irrinunciabile esibirsi in vanità di comportamenti. Accade, è umano che accada. Francesco è un lussurioso, gode nel sentirsi osannato dalle turbe di questa globalizzazione che ha scavalcato con violenza l’ecumenismo cattolico. I suoi nemici non sono i musulmani o i protestanti, gli ortodossi e gli ebrei; i suoi nemici sono i ricchi e i potenti. Lui non fa guerre di religione o di civiltà; fa guerre sociali, in originalità di intenti. Se potesse, farebbe jacqueries.
La differenza tra Francesco, infatti, e tutti i rivoluzionari finora conosciuti è che non vuole affatto che tutti diventino ricchi, cosa impossibile a verificarsi, ma che tutti diventino poveri. E’ la povertà, secondo lui, la cifra dell’umanità. La ricchezza – Marx, Proudhon e compagni alla mano – è un furto, è un susseguirsi di furti; è furto elevato a sistema. Che poi da questo sistematico rubare, da questo sottrarre ad altri per accumulare ricchezza siano nati il benessere diffuso, lo sviluppo tecnologico, il progresso sociale, quali si vedono in tanta parte del mondo, a Francesco non interessa. Per lui è inaccettabile che ancora ci siano ricchi e poveri. Sarebbe capace di rinunciare a tutto quel che l’uomo ha fatto sulla terra, dopo la cacciata dal paradiso terrestre, strade, città, ospedali, scuole, trasporti, progressi scientifici, tecnologie avanzate, pur di non vedere un solo ricco, un solo potente sulla terra. La sua presenza è, in quanto risvolto di povertà, un crimine. Il vero male, per Francesco, non è la povertà, è la ricchezza; perché essa produce la povertà, è condizione di povertà: dunque, un male assoluto.
Sarebbe assai interessante usare per capire Francesco la psicanalisi. Ci deve essere qualcosa di non razionale nella sua visione della storia. Intendiamoci, di papi la chiesa ne ha avuti tanti e di tanti tipi: questo, dunque, con gli altri! E francamente non riteniamo neppure di condannare certe sue sortite: criticare sì, condannare no.
Ma criticare un papa che ha una sua particolare visione delle cose comporta inevitabilmente la condanna di chi per compito laico non dovrebbe accodarsi, non dovrebbe assecondarlo, ma puntualmente denunciarne le sortite. Invece assistiamo ad un coro o di silenzi o di lodi.

Senza insistere su una materia per certi aspetti anche delicata, perché investe la sfera dello spirito, diciamo solo che ad atteggiamenti insoliti non c’è nulla di male a rispondere in maniera insolita. Abbiamo forse dimenticato che nella storia ci sono stati dei coraggiosi che hanno pagato con la vita le loro critiche al papa? O la storia, men che essere magistra vitae, non è neppure ancilla, disciplina degna di essere quanto meno conosciuta?   

domenica 4 settembre 2016

Brava Lorenzin: fare figli è un dovere


L’umanità si perpetua attraverso le nascite di esseri umani. Se non si fanno figli l’umanità va ad esaurirsi e a scomparire. Non fare figli è come fare una guerra infinita fino all’annientamento di tutti gli esseri viventi. L’umanità, infatti, può scomparire in due modi: o non mettendo al mondo altri esseri umani o uccidendo quelli esistenti. A saldo zero, questo significa.
Confesso che a fare un ragionamento del genere provo vergogna perché è di una banalità assoluta. Eppure in Italia solo perché il Ministero della Salute, con la ministra Lorenzin, ha lanciato una campagna sulla fertilità di uomini e donne, è successo l’ira di Dio. Una campagna, a dirla tutto, non necessaria ma indispensabile, vista la condizione igienica, soprattutto mentale, di tanta parte della società, ormai allo stato animalesco. Si consideri quel che succede nei cosiddetti droga-party.
Gli indignatos nostrani hanno tirato fuori millanta ragioni, tutte fuori tema, come gli asili nido che non ci sono e i soldi che le famiglie non hanno. Quanto all’accusa che gli spot insultano chi non ha figli, è da ridere. Stiamo veramente cadendo nell’assurdo, sarebbe come se un professore andasse in classe e dicesse: nessuno studi, nessuno faccia niente, guai a chi dimostra di essere bravo, perché così facendo offende chi non può, non sa o non vuole studiare. Ci sono coppie che non hanno figli? Che non escano di casa quelle che li hanno!
Ma quando finirà questa ubriacatura democratica, stupida e ottusa, quanto e più della peggiore ubriacatura antidemocratica? Quando finirà questo terrorismo ideologico, che ha annientato nelle persone il minimo senso di capacità critica? 
Che cosa hanno detto le cartoline della Lorenzin, ritenute offensive e inopportune? “La bellezza non ha età. La fertilità sì”. E non è forse vero? Dove sta il motivo di tanta indignazione? Ogni tanto il governo fa qualcosa di buono e subito arrivano condanne senza precedenti. Una cattiva informazione produce l’effetto di mettere al mondo figli in età avanzata col risultato di gravi patologie del nascituro. Invece di dire: “brava la Lorenzin”, vorrebbero crocifiggerla.
“Datti una mossa, non aspettare la cicogna”. Qui il suggerimento è più cogente. Non aspettare che il figlio arrivi per caso, magari non voluto e, se non buttato via per aborto, accettato come un fastidio o addirittura una calamità. I figli bisogna volerli. Che c’è di male a ricordarlo a tante coppie italiane, che, all’età di quarant’anni e passa, di fare figli non ne vogliono sapere? E’ sconveniente ricordare loro, che, pur in difficoltà economiche, fare dei figli è dovere umano e sociale? In Italia evidentemente sì.
“La fertilità è un bene comune”. Giusto, la coppia che può generare figli possiede una risorsa importante i cui benefici ricadono sull’intera società, sull’intera nazione, sull’intera umanità. Ne è responsabile, la deve saper gestire. Chi ha un bene lo deve mettere a disposizione della società. Tanto vale sia per i beni materiali (economia) sia per quelli naturali e personali come la possibilità di dare un contributo al genere cui si appartiene, in questo caso il genere umano, o al paese di cui si è cittadini, come il paese di appartenenza nazionale.
“La Costituzione tutela la procreazione cosciente e responsabile”. Negli artt. 29-31 la Costituzione, anche se non nella formula esplicita della cartolina del “Fertility day”, favorisce il formarsi della famiglia, “come società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29) e “protegge la maternità” (art. 31). E’ sconveniente ricordarlo agli italiani, che hanno la Costituzione “più bella del mondo”? Che poi anche in questo settore le cose non funzionino alla perfezione, è un altro discorso. Ma che cosa funziona alla perfezione in Italia?
“Infezioni sessualmente trasmesse? Anche no. Difendi ogni giorno la tua fertilità”. Questa è forse la cartolina meno coerente, perché invita a fare sesso ma a premunirsi di preservativo per non riumanere contagiati e mettere a rischio la propria fertilità. L’uso del preservativo mette al riparo da infezioni ma è un invito a non fare sesso per procreare. E’ un dettaglio di incoerenza, che si può capire nel contesto di una campagna mirata non all’aumento demografico ma alla fertilità.
“Non mandare gli spermatozoi in fumo”. L’invito è rivolto agli uomini, i quali, fumando, impoveriscono la propria potenzialità procreativa. Anche qui non si tratta di una campagna contro il fumo – in tal caso dovrebbe coinvolgere anche le donne – ma in favore della fertilità.
Qualcuno di questi messaggi, che dovrebbero essere discussi come problematiche familiari e sociali al “Fertility day” del 22 settembre, crea qualche perplessità, ma in buona sostanza l’iniziativa è positiva. Lo è soprattutto in altro senso. Essa ha messo allo scoperto le vere ragioni delle donne a non volere figli. Finora hanno detto, ma continuano a dire, che non possono per ragioni economiche e sociali: il lavoro, la precarietà, il disagio di conciliare più ruoli, l’insufficienza di un solo stipendio, l’obbligo di fatto del lavoro e via di seguito. In realtà la ragione è che c’è una tendenza femminile, ma supportata dai maschi, al rifiuto della maternità come ingiustizia di genere, come una “condanna” della quale le donne si vogliono emancipare. Il modo come hanno reagito alla campagna del governo la dice lunga sulle vere ragioni. Rifiuto di genere ma anche diffusa insensibilità politica e culturale. A nessuno importa più di dare una continuità alla civiltà italiana, a perpetuare quel tipico essere italiani che nella storia ha prodotto quello che tutti sappiamo o dovremmo sapere. Non si tratta di neorazzismo. Non siamo fessi! Si tratta di rispondere produttivamente e convenientemente ad una eredità ricevuta. La vogliamo dissipare? Accomodiamoci.
Intanto, si è fatto marcia indietro. Le cartoline sono state ritirate, anche se la campagna “Fertility day” continua in altro modo. Che vogliamo? Siamo in democrazia, tutto passa attraverso il filtro del consenso. I voti sono come il carburante, si può avere una Ferrari, ma se non c’è benzina non si fa un passo. Renzi si è dissociato. L’uomo di plastilina teme di perdere altro consenso.

E il Papa? Non pervenuto. Non si occupa di queste cose. Anzi, ricordiamo quel che disse: donne, non fate figli come conigli! Altro che crescete e moltiplicatevi.           

domenica 28 agosto 2016

Terremoto: con lieve moto in un momento annulla


Sono 291 le vittime del terremoto che alle ore 3,36, nel cuore della notte, di mercoledì 24, ha sconvolto il centro-Italia, colpendo quattro regioni: Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo, e radendo al suolo intere cittadine e frazioni, fra cui Accumoli e Amatrice. Noto in tutto il mondo questo piccolo centro per i suoi spaghetti, detti appunto all’amatriciana. Un sisma di magnitudo 6.0, a quattro chilometri dalla superficie, ha sprofondato la terra al suo epicentro (Accumoli) di 20 cm.. 238 sono le persone estratte vive dalle macerie, molte miracolosamente.
La gente è stata colta nel sonno. Tante famiglie distrutte, irrimediabilmente spezzate. I sopravvissuti si ritrovano senza ambiente domestico, affettivo, sociale, senza nulla; materialità e immaterialità perse per sempre. Un ricominciamento di vita per i sopravvissuti, che è memoria di morte e di solitudine. Piccole storie strazianti: il padre scava con le mani e trova il figlio morto, un giovane andato a stare coi nonni per qualche giorno. Bambini salvati dalla nonna, protetti col suo corpo. Giovani donne si sono trovate in quei paesini per stare coi nonni. Emigranti ritornati a casa perfino dall’estero per qualche giorno di ferie, per respirare l’aria della propria terra, gustarne i sapori e le atmosfere. Tanti bambini morti hanno lasciato il vuoto nei fratellini o sorelline scampati. E poi i casi di chi doveva andar via ma si era intrattenuto per la sagra dell’amatriciana che si doveva svolgere la domenica di quella terribile settimana. Eventi del genere racchiudono la vita con tutte le sue casualità, qualche volta fortunose, qualche altra fatalmente penalizzanti.
I media sono stati per giorni e giorni interamente sulla tragedia, informando non solo su dati tecnici, storici, politici; ma riferendo i tantissimi casi umani, raccontati dai protagonisti.
La risposta delle istituzioni e della gente è stata ammirevole. I cani, di grande aiuto nell’ascoltare il grido degli ancori vivi da sotto le macerie e nello scavare per raggiungerli. Uno è rimasto a vegliare accanto alla bara del suo padrone. Soggetti e circostanze che si ripetono in tragedie simili. Ha guastato la ripetitività di certe espressioni propagandistiche delle massime autorità dello Stato: non lasceremo solo nessuno; ricostruiremo i centri devastati così come erano. Ovvietà che forse fanno qualche piccolo effetto nell’immediato, ma che poi diventano espressione del non saper che dire e che fare davanti allo scempio che ogni tanto la natura riserva agli uomini. La leopardiana “dura nutrice…/ Con lieve moto in un momento annulla / In parte, e può con moti / Poco men lievi ancor subitamente / Annichilare in tutto”. Così il marchigiano Leopardi, che conosceva bene la sua terra e la sua storia, nella Ginestra. Il poeta sapeva quanto fosse violenta la natura.
Ma dai tempi del Leopardi ad oggi è passata tanta acqua sotto i ponti. Nel mondo sono stati trovati molti rimedi per evitare i disastri provocati dai sismi. Tecniche di costruzione antisismiche sono adottate in tante parti del mondo più tecnologicamente avanzato e politicamente pià attento; e, aggiungerei, meno corrotto e superficiale. In Italia, ancora niente. E perfino laddove si dice che siano state ricostruite o restaurate strutture con accorgimenti antisismici, basta una scrollatina della terra e tutto vien giù. E’ successo anche questa volta nei centri colpiti. Un campanile, restaurato solo qualche anno fa con criteri antismici, è crollato sulle case vicine uccidendo chi vi abitava. E’ arrivata, come sempre, puntuale, l’indagine giudiziaria, la messa sotto accusa per disastro colposo; iniziative, anche queste scontate, che non portano a nulla. Ne abbiamo viste tante, perfino più stravaganti nelle motivazioni, come l’accusa agli scienziati incapaci di prevedere il terremoto dell’Aquila. Il Procuratore di Rieti è stato laconico: violenza della natura, incuria umana, sottolineando che quanto si è visto con l’ultimo terremoto era quanto si era giù visto nei precedenti.
Ricostruire tutto com’era prima? Così si disse anche dell’Aquila, città assai più importante dei piccoli comuni e delle piccolissime frazioni interessate dall’ultimo disastro, e tutti vediamo che così non è stato e non è dopo sette anni da quel tragico 6 aprile del 2009, dove simbolicamente si era frantumata perfino la scritta del palazzo del governo che campeggiava sull’edificio.

Il governo ha già stanziato 50mln di euro; nulla, rispetto a quel che serve. Gli esperti hanno quantificato in centinaia di miliardi di euro la spesa per la messa a norma antisismica di tutti gli edifici pubblici in Italia (scuole, ospedali, istituzioni, chiese, musei, siti archeologici) e in molti altri miliardi per gli edifici privati. Cifre che scoraggiano al solo pensiero di poterle avere a disposizione; che fanno pensare peraltro a “generose” lievitazioni per le aziende chiamate a realizzare i lavori, per politici e faccendieri che ruotano attorno. Sciacalli, un po’ più attenti e sofisticati dei tanti che in questi giorni si sono aggirati e si aggirano nelle case distrutte per rubare quel che i loro proprietari vi hanno lasciato. Anche questa è l’Italia!