domenica 21 agosto 2016

Salento, paradiso e inferno del turismo


I quotidiani locali, dal “Nuovo Quotidiano di Puglia” alla “Gazzetta del Mezzogiorno”, non fanno che esaltare l’enorme afflusso di turisti nel Salento, con titoli che mettono in risalto le bellezze e le meraviglie di luoghi una volta finibusterre. Molte delle loro pagine sono dedicate, come è opportuno che sia, alla bella stagione, al numero crescente di forestieri, alla presenza di big del mondo dello spettacolo e dello sport. Molte altre pubblicazioni periodiche fanno altrettanto, fornendo calendari di feste patronali, concerti, spettacoli e sagre. All’apparenza tutto sembra bello e buono, utile e importante. Ma è così? Il dubbio è retorico: si vede e si sente quello che accade.
Non sono un operatore turistico né un esperto di economia e non so immaginare la consistenza dell’incremento finanziario dovuto all’incredibile concorso di gente, che viene da ogni parte d’Italia e perfino dall’Europa a divertirsi dalle nostre parti. A quanto si legge in riferimento anche ad altre regioni non è tutto oro quello che luccica. Sicuramente gli operatori economici del settore e forse non solo quelli ci guadagnano; se poi il guadagno abbia anche una ricaduta sul territorio e sulla gente che vi abita stabilmente è un altro discorso. Ho il sospetto che molto di questo guadagno sia solo apparente e per di più indistribuibile. Penseranno le agenzie specializzate a qualificarlo come bianco e come nero e a stabilire quanto sia il bianco e quanto il nero.
Quel che è certo e immediato è che i cittadini residenti, quelli che non entrano né direttamente né indirettamente negli affari turistici, subiscono soltanto e vengono deprivati del loro ambiente, delle loro opportunità di vita, di riposo, di ordine, di vivibilità. Nelle località di mare – e il Salento è una penisoletta stretta e lunga – la gente del posto non dorme più perché si fa musica fino alle due di notte e oltre. In molte località sono arrivati sindaci giovani, che “capiscono” le nuove generazioni, quelle che stanno più di qua che di là, e le loro esigenze. Le vecchie, che, al contrario,  stanno più di là che di qua, finché campano campano! Il paradiso vacanziero inizia nel periodo estivo per gli altri, per i turisti, per i forestieri; per i residenti è l’inferno. 
Aumenta il disagio che si vive nei luoghi, che, naturalmente dimensionati per un certo trend di vita, improvvisamente sono sottoposti ad autentiche aggressioni. La qualità dell’ambiente scade; i prodotti rincarano, diventano proibitivi. Mangiare pesce d’estate? Occorre essere pazzi solo al pensarlo! La possibilità di muoversi e accedere al mare è pressoché impossibile, se l’andare a farsi il bagno è un piacere. Se, invece, è un volersi tuffare in un ingorgo di auto, col rischio di fare incidenti, prego, accomodarsi! L’autoscontro è iniziato! Il carnaio delle spiagge è assicurato.
Il Salento, terra di bellezza paesaggistica, sospende per tre mesi i suoi “spettacoli naturali”. L’invasione – così è chiamata dai media – non consente soste. Chi è fermo è perduto!
Perché gioire di tanto sprofondare? Risposta: ma perché con la gente di fuori arrivano i soldi e coi soldi si riempiono i ristoranti e gli alberghi, le spiagge e i negozi. Coi soldi si migliora il territorio, che così viene attrezzato meglio e ha servizi sempre migliori ed efficienti. In verità non si vede e non si sente niente di tanti benefici. Al contrario: si avverte un’invivibilità diffusa, uno stress derivante non dal lavoro, dalla produzione e dal progresso, ma dal godimento improvvisato, diffuso, invasivo di gente che viene e va senza lasciare traccia di positività. Ci sono località dove sono proliferati i “B&B”, dove si affittano perfino i sottoscala e i garage, dove si dorme sui marciapiedi senza essere neppure dei migranti.
D’estate ti “conviene” non ammalarti; ti “conviene” non aver nulla da fare; ti “conviene” entrare in letargo per svegliarti verso settembre. Ma questo è un altro discorso. I dipendenti pubblici hanno diritto alle ferie come tutti i lavoratori; la gran parte sceglie luglio e agosto. Le strutture pubbliche sono aperte – ci mancherebbe altro – ma quanto al funzionamento, lasciamo stare. Non si vede un postino in giro nemmeno fosse la figurina del “feroce saladino”. Vigili urbani, servizi d’ordine, sporadici e lenti, pressoché inesistenti.
Il frastuono del traffico, della folla, delle discoteche, delle sagre – ce ne sono migliaia, sorte dalle più stravaganti circostanze del passato – e l’impazzimento festaiolo hanno però una grande funzione rimbambitrice, che ubriaca e stordisce.
La gente salentina non si accorge più della tragedia ambientale del disseccamento degli ulivi. Ormai si convive con la Xylella. Interi oliveti sono seccati. Alberi secolari, autentici monumenti, sono lì nelle campagne a testimoniare l’assurdo di un popolo che vede intorno a sé il divertimento e il godimento più sfrenati mentre lui muore, mentre assiste alla morte di se stesso, come se di fronte avesse uno specchio. Lo spettacolo è spettrale, grottesco. La Xylella è la metafora della peste e dei suoi effetti disinibitori. Il paesaggio muore e tutt’intorno si canta, si balla, si fa festa. Tanto in genere accadeva nei periodi del diffondersi delle pestilenze: dobbiamo morire e perciò diamoci alla pazza gioia, bando alle convenzioni e ai buoni costumi!
Geremiadi? Forse. Il progresso o il cambiamento – chiamiamolo pure come vogliamo – è inevitabile e ognuno lo gestisce come può e come sa. Ma, di fronte al conformismo di gaudenti ignari e di coloro che si sono arresi pensando che sono i tempi e che ben poco si può fare, tacere è omissione di verità, è nascondere quel minimo di coscienza critica che è rimasto. Non già per trovare consolazione, ma perché testimoniare è un atto di civiltà oltre che un dovere intellettuale.

Fino a qualche tempo fa da noi si aveva ragione a gioire per la scelta fatta negli anni Sessanta di non industrializzare il territorio per non subire quello che hanno subito il Tarantino e il Brindisino. Ma ora siamo in presenza di un altro tipo di industrializzazione, quello dell’invasione godereccia, della massa gaudente, dell’industria del divertimento selvaggio, priva di regole e impiantata in spazi sempre meno adeguati e vivibili. L’inquinamento, quale che sia, è nefasto.

domenica 14 agosto 2016

Cardini: L'iphone e il paradiso di Allah


L’ultimo libro di Franco Cardini L’iphone e il paradiso di Allah, Roma, Castelvecchi, 2016, pp. 140, raccoglie alcuni suoi testi pubblicati sul blog “Minima Cardiniana” dal 5 giugno 2015 al 6 marzo 2016, e prende il titolo di uno di essi. Temi ricorrenti: Islam, Mediterraneo, Medio Oriente, terrorismo islamico. E’ un libro polemico e gli insulti nei confronti di chi è di diverso parere si sprecano. Mal toscano non mente. Per lui non c’è nessuna guerra di civiltà, come dicono quelli che fantasticano o farneticano, e chi predica di chiudere le frontiere per evitare di far giungere in Occidente terroristi è un imbecille. Perché «la globalizzazione, nella e della quale viviamo tutti, significa anzitutto impossibilità di chiudere le frontiere; tanto più che gli attentatori di solito ci arrivano dall’interno di esse» (p. 13). D’altra parte il pericolo islamista esiste. «È comunque un fatto che gli attentati ci siano stati e che ci si debba aspettare ancora qualcosa del genere, magari peggiore» (p. 13); ma con l’Islam non c’entra, l’Islam è altra cosa. «Va da sé comunque che nulla va sottovalutato, nulla o il meno possibile lasciato al caso» (p. 21). Minimizzare ma non trascurare sembra il suo motto. Le uniche armi che possediamo contro questo “fantomatico” nemico sono: «intelligence, infiltrazione, informazione corretta, massima collaborazione tra musulmani e non musulmani contro il comune avversario terrorista, mantenimento della calma e svolgimento di una normale, serena vita civile nelle nostre città» (p. 81). Insomma una questione di polizia, avendo fiducia massima nella polizia.
Cardini dice molte cose, altre le lascia intendere. Condivido più quello che lascia intendere che quello che dice, quando non fa evidentemente spiegazioni professorali, sulle quali non c’è assolutamente nulla da obiettare.
Egli parte da una premessa, che è la descrizione essenziale dell’universo islamico, per dimostrare che non tutti gli islamici la pensano allo stesso modo e che essi sono così diversi che alcuni la guerra la fanno non solo ai cristiani dell’Occidente ma anche ad altri islamici per ragioni interne. Sicché, se non vogliamo sparare nel mucchio, per l’Islam che non c’entra ci dobbiamo tenere gli attentati dell’Islam che c’entra; perché c’è Islam e Islam.
Ma di quante componenti è fatta la galassia islamica? Cardini spiega. La prima distinzione è fra sunniti e sciiti; i sunniti a loro volta si dividono in quattro scuole principali: i malikiti, gli shaifi’iti, gli hanbaliti, gli hanafiti; poi ci sono i salafiti che derivano dai mu’taziliti, e i wahhabiti.   Gli sciiti, a loro volta, si distinguono in duodecimani, i settimimani, tra cui gli zaiditi, gli ismailiti, i fatimidi, i nizari; collegati agli ismailiti sono i drusi; ai duodecimani si collegano gli alawiti; e infine i kharigiti. Insomma qualcosa come una dozzina di correnti. «Ci sarebbero molte altre cose da dire – conclude l’autore in premessa – ma queste poche nozioni di partenza possono bastare per avviare un discorso che dovrebbe permettere di orientarsi» (p. 9).
Orientarsi per dove o per cosa? Cardini si pone extra partes, ribadisce che l’attacco islamista non è solo contro l’Occidente cristiano ma anche contro altri islamici, i quali quando vengono colpiti non soffrono meno di noi. Compassione tanto nobile quanto ovvia!
«Lo scontro di civiltà – dice Cardini – è reale solo nelle architetture ideologico-politiche di qualche teorico islamista e nelle non innocenti “ricostruzioni” esegetico-pubblicistiche di quelli che da noi fantasticano di musulmani che vorrebbero portarci via “la vita o l’anima”» (p. 13).
Poi quasi banalizza la consistenza del Califfo: «Poche migliaia di fanatici di varia provenienza musulmana, col pittoresco contorno di alcuni foreign fighters occidentali e un buon gruppo di quadri del vecchio esercito sunnita, socialista e praticamente ateo dell’esercito di Saddam Hussein: sono queste le forze armate del califfo» (p. 14).
Cardini, insomma, si pone sulla stessa linea della chiesa cattolica e della politica occidentale e italiana in particolare nel banalizzare il pericolo islamista. Lo fa per fini nobili: non farsi prendere dal panico, non cadere nella provocazione, non commettere gesti dalle conseguenze irreparabili, difendere la pace, «individuare una sintesi che tuttavia non sia omologazione, che salvi le differenze e le specificità» (p. 72). Se fosse possibile, evviva Cardini!
Complicato districarsi tra le cause di questa crisi che lo studioso toscano espone e spiega non senza ricondurre colpe alle potenze occidentali e lasciando trasparire una certa “simpatia” per l’Islam in generale e perfino per chi nell’Occidente sceglie di immolarsi per Allah avendo come alternativa il possesso di un iphone, nello squallore di quel che offre oggi la situazione italiana (pp. 22-24). Ma l’Italia non è tutta Scampia! E tra l’iphone e Allah c’è molto altro, per fortuna!
Considerazioni amare e suggestive, quelle di Cardini, che non danno prospettiva alcuna all’emergenza terroristica. Nessuno in Occidente pensa ad una guerra con l’Islam di tipo classico, con movimenti di truppe, carri armati, cacciabombardieri, sottomarini e corazzate, come la si è vista nelle ultime due grandi guerre mondiali. C’è anche questo, evidentemente, ma per quanto ci riguarda la “guerra” è di altro tipo: oggi un attentato qua, domani uno là; oggi fatto in un modo, domani in un altro e qua e là attentati isolati, magari compiuti da “malati di mente”, come fanno passare molti attentatori singoli e a volte improvvisati, come quello di Monaco di Baviera. La gravità di questa guerra sta proprio nella sua diversità e indefinibilità.
In questa guerra “urbana”, che Cardini preferisce allo “scontro di civiltà” armato, da evitare al punto da invocare l’uscita dell’Italia dalla Nato (p. 59), le persone non sono soldati e vengono colpite come tanti cappuccetti rossi nel bosco. E’ gente che sta lavorando in redazione, sta assistendo ad un concerto, sta andando a lavorare, sta celebrando una festa nazionale, è in un ristorante a mangiare, sta per prendere l’aereo o il treno. Il terrorismo islamico vuol terrorizzare non l’Occidente, che può sembrare una entità astratta, ma gli occidentali, le persone fisiche, le quali non devono sentirsi mai al sicuro, nemmeno in casa, come quel poliziotto e la sua compagna raggiunti e uccisi in casa a Parigi. Cardini fa quasi pensare che tutto questo sia inevitabile, che a parte le precauzioni dei servizi di sicurezza altro non si possa fare; il prezzo da pagare per la “sua” sintesi.
D’accordo nel fare di tutto e di più per evitare lo “scontro di civiltà”, che è fuori dalla nostra cultura, ma non è secondario che i governi difendano i loro cittadini. Per questo devono mettere in essere misure immediate e in prospettiva per la loro sicurezza. Prima e fondamentale mossa dei governi occidentali è impedire che delle realtà nazionali, non ancora del tutto compromesse, come l’Italia, si facciano invadere dai musulmani, quali che siano i motivi della loro venuta in Europa, per non diventare ciò che sono la Francia, la Gran Bretagna e il Belgio, dove gli attentatori stanno già al di qua delle frontiere. La politica dell’accoglienza dei migranti musulmani rischia non tanto di portare oggi in casa dei terroristi, ma di produrne chissà quanti domani. Cardini è del parere che a questo non ci siano antidoti; di più: che la società multietnica e multirazziale, con tutte le conseguenze che conosciamo, sia l’approdo fatale a cui tendiamo. Ma, attenzione – sembra voler dire Cardini – non parliamo di invasione, bensì di normale processo storico.

Il suo non pare neppure “buonismo”, piuttosto un attendismo prudente, una sorta di eduardiana ha da passà a nuttata per gli aspetti negativi; e per gli aspetti positivi la convinzione che si possa convivere con i musulmani nell’Occidente cristiano, purché il cristianesimo non venga ostentato troppo, per non offendere i…conviventi.  

domenica 7 agosto 2016

La Raggi a Roma e la caduta delle stelle


Quanto sta accadendo a Roma dopo l’insediamento del nuovo sindaco Virginia Raggi del M5S dimostra una serie di cose, molte delle quali si sospettavano. I rifiuti per strada, il conflitto di interessi dell’assessore all’ambiente Paola Muraro già consulente milionaria dell’Ama (l’azienda che gestisce i rifiuti a Roma), l’impossibilità di operare a prescindere da uomini e sistemi del più recente passato, l’imbarazzo del Movimento nel doversi difendere come la casta – e non siamo che agli inizi – sono avvisaglie assai significative e gravi.
Ma che vi aspettavate – potrebbero dire Grillo e sostenitori – la bacchetta magica, la trasformazione con un colpetto di una zucca in una carrozza?
Evidentemente no. Ma la stessa obiezione si potrebbe fare a loro: che vi credevate di arrivare a cambiare uomini e cose dall’oggi al domani, di raddrizzare le zampe ai cani, che madre natura ha così fatto? I profeti disarmati ruinorno diceva Machiavelli. E i grillini, a parte le buone e belle intenzioni, sono disarmati: non hanno esperienza politica e quella della storia politica del paese o non la conoscono o la rifiutano come cosa nefanda.
Ci sono situazioni che hanno bisogno di tempo, di molto tempo per essere cambiate, posto che ci siano uomini e mezzi giusti per farlo. Quando i grillini si renderanno conto che per tentare di cambiare davvero è necessario scendere a patti con altre forze politiche e magari costringerle a operare diversamente da prima, allora finiranno di sentirsi gli inviati di Zaratustra. Fino a quando sono gli inviati di Grillo non vanno oltre i “vaffanculo”, più o meno sboccati o eufemistizzati dalla buona educazione.
La storia insegna – ma si fa per dire – che un partito o un movimento, quando pretende di stare solo al governo di una realtà, complicata per giunta, o opera in regime autoritario o ruina, sempre per usare categorie e verbi machiavelliani. Non credo che i grillini possano governare città grandi o piccole con sistemi autoritari e meno ancora il paese intero, al cui governo si sono ormai candidati.
E’ pur vero che il Movimento dopo le elezioni del 2013 e l’invito di Bersani a partecipare al governo del paese, secondo una consolidata prassi politica che risale al connubio Cavour-Rattazzi fino al compromesso storico di Moro-Berlinguer, rifiutò e anzi assunse un atteggiamento irridente nei confronti del leader del Pd ma anche di tutto l’ambiente politico italiano. Fu sicuramente quella la politica del “vaffanculo” dettata da Grillo, ma fu anche il primo punto di un infilarsi in un vicolo cieco. La ghigliottina delle espulsioni di chi non sta nei dettami del Movimento ricorda la ben più affilata ghigliottina di Robespierre e citoyens. Non per niente i grillini amano chiamarsi “cittadini”, come i socialcomunisti amavano chiamarsi “compagni” e i fascisti “camerati”. Cosa che dà il senso di un movimento esclusivo, fortemente coeso e chiuso.  
Il caso di Parma, col sindaco Pizzarotti, prova due cose: che si può anche governare con flessibilità e onestà; che il Movimento non tollera la flessibilità ed espelle chi non sta sui binari rigidi delle regole dettate da non si sa chi e perché. Pizzarotti è stato espulso.
Altro è il caso Torino, dove la sindaca Chiara Appendino ha registrato la prima scoppola con il trasferimento a Milano del Salone del Libro, uno dei fiori all’occhiello dell’ex capitale d’Italia. Può essere che dall’anno venturo di “Saloni del Libro” se ne faranno due, ma è indubbio che quello di Torino perderà l’esclusiva e l’importanza.
Cosa c’entra il Sindaco Appendino? Può darsi che non c’entri affatto, ma può darsi anche che l’indisponibilità del Movimento a condividere scoraggi gli imprenditori, che preferiscono andare e investire altrove, dove si può discutere e trattare non necessariamente per fare cose poco pulite.  
Il Movimento 5 Stelle insomma, alla prova dei fatti, sta evidenziando tutte le difficoltà, interne ed ambientali. Le più importanti sono però quelle interne, che si traducono in incapacità amministrativa. Si consideri che a Roma il sindaco Ignazio Marino dovette lasciare, nonostante avesse alle spalle un partito come il Pd, proprio per sua intrinseca incapacità politica.

Volere per forza governare all’insegna dell’esclusivismo onestista è un errore che potrebbe avere effetti peggiori del consociativismo e dell’affarismo politico. Se il Movimento dovesse fallire per patente incapacità dei suoi uomini e dei suoi criteri, potrebbe essere l’ultima delusione politica di questo paese, prima di un ritorno al pragmatismo giorno per giorno.      

domenica 31 luglio 2016

Abbracciamo pure i musulmani in chiesa, ma...


In Francia, dopo la barbara uccisione del povero parroco, Jacques Hamel, fedeli cattolici e fedeli musulmani hanno deciso di stare insieme e partecipare in chiesa alla santa messa. Solo per domenica 31 luglio? E come pregheranno insieme, date liturgie completamente differenti?
Subito c’è stata l’emulazione dei cattolici e dei musulmani italiani. Speriamo bene. Quando altro non c’è da fare, è giusto perfino tentare il paradossale. Il cardinale Bagnasco si è detto contento. Nessuno vuole la guerra e nessuno ha da guadagnare dal radicalizzarsi di uno scontro che purtroppo è in atto.
L’evento, però, non deve farci andar troppo lontano con la fantasia e deve farci tenere i piedi per terra. Lo scontro religioso – non so come diversamente chiamarlo – non riguarda tanti buoni islamici che si trovano in Europa nelle più varie condizioni, ma una classe dirigente islamistica (Daesh o Isis, come la si vuol chiamare) che è convinta di dover abbattere il regno degli infedeli, che siamo noi europei. Accusati noi di essere andati in casa loro in tempi neppure tanto lontani e di aver disegnato la carta politica delle loro popolazioni, dicendo: qui dovete stare voi, e qui voi altri.
Non è il caso di addentrarci nel groviglio delle ragioni, vicine e lontane, di questa contrapposizione, diciamo soltanto che noi non siamo estranei e lo dimostra il fatto che agli atti di guerra rispondiamo con atti di guerra. Alcuni di questi atti sono sotto gli occhi di tutti, come i bombardamenti, altri sono più nascosti ma altrettanto efficaci. La guerra, insomma, è inutile negarlo, c’è. Gli stessi terroristi islamici giustificano i loro atti come vendicativi delle bombe che i nostri aerei lanciano sui loro correligionari in tutta l’area dell’Iraq e della Siria. Noi la combattiamo con cacciabombardieri e droni, per quello che vediamo e sappiamo; loro con attacchi terroristici, improvvisi e imprevedibili.
E’ ovvio che il noi sta per noi occidentali, non per noi italiani, che invece continuiamo a raccogliere musulmani dal mare e portarceli in casa.
Il punto vero è come risolvere la guerra delle redazioni giornalistiche, dei ristoranti, delle promenades, dei concerti, delle chiese. Servizi segreti, agenti in strada ed altri strumenti di prevenzione e repressione non bastano; anzi, il più delle volte non sono adeguati. Tanto soprattutto in quei paesi, come Francia e Belgio, dove ormai la società si è così intrecciata che il terrorista può essere anche lo studente, il compagno di scuola del figlio, il fidanzato della figlia o della nipote e via discorrendo.
La differenza tra i nostri attacchi e i loro sta nel fatto che loro sono avvertiti e in qualche modo possono mettersi al riparo dalle bombe; noi no, siamo esposti sempre e dappertutto: in treno o in pizzeria, sulla spiaggia o in ufficio. Insomma, per farla breve, noi non dobbiamo schivare una pallottola o una bomba, ma una pioggia di pallottole o di bombe perfino mentre stiamo in un bar. I terroristi si vedono quando ormai è troppo tardi. Il terrorismo è devastante per questo.
Si capisce perfettamente allora che il pregare insieme in chiesa o in una moschea è un bel gesto, ma non serve a combattere il terrorismo, che in chiesa arriva per farti la festa.
In Europa ci sono paesi più presi di mira di altri. La Francia e il Belgio, per esempio; ma tutti possiamo essere colpiti. Ma se c’è una differenza tra noi italiani e i francesi o i belgi è perché da noi la società ha una identità ancora più forte e riconoscibile. Ebbene, come ci stiamo comportando? Esattamente come non ci dovremmo comportare e cioè cercando di diventare come francesi e belgi e dunque essere esposti come loro. Il nostro governo sta facendo di tutto per trasformare anche l’Italia in un paese multietnico con tutte le conseguenze che vediamo nel mondo, Stati Uniti d’America in primis, dove ormai in certi momenti è guerra civile. Come definire le tante morti di giovani neri uccisi dalla polizia anche per cose da niente? Come definire gli agguati ai poliziotti da parte dei neri, che li attaccano per vendicare i loro “fratelli” uccisi dai poliziotti bianchi?
La risposta che dovremmo dare al terrorismo islamico è in due tempi. Il primo è quello di stare alla massima allerta per prevenire attacchi. E questo è compito tecnico che spetta ai servizi di sicurezza, ricorrendo anche a premi a chi si rende utile in questa caccia, come suggeriva Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” di sabato, 30 luglio, che proponeva di mettere taglie sui terroristi. Il secondo è politico, consiste nel ridurre al minimo la componente straniera, ivi comprendendo anche la diversità di religione, anzi soprattutto di religione se essa è quella musulmana.
Questa religione, è appena il caso di puntualizzarlo, a differenza di altre, trova nei suoi testi i motivi per guerre di conquista e di sterminio degli infedeli. E’ la componente più radicale di questa religione; ma è sufficiente per far saltare il mondo. Non è la prima volta che simili tentativi di conquista sono stati effettuati con la conseguenza di lunghe e cruente guerre. Minimizzare il pericolo non serve, anzi è deleterio. Il che non significa che siamo al punto di “armiamoci e partiamo”, ma non possiamo neppure escludere in maniera assoluta l’opzione militare, mentre si cercano tutte le vie politiche e diplomatiche, commerciali e finanziarie per giungere ad una ricomposizione. Cosa, questa, che comporta una nuova sistemazione di tutta l’area interessata, con nuove egemonie e nuovi equilibri.

Se, per giungere a questo, è bene passare anche dalle sceneggiate religiose, dagli embrassons nous, va bene; ma stiamo attenti e non sottovalutiamo ancora un pericolo che ci può essere fatale.          

domenica 24 luglio 2016

Perché NO: l'Italia e il referendum sulla riforma costituzionale


A ottobre si doveva votare per il referendum. Oggi non si è più sicuri della data, forse a novembre. Il referendum confermativo della riforma costituzionale voluta da Renzi, forte di una maggioranza parlamentare votata con una legge dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale e con un voto di fiducia, è oggi altro da quel che era un paio di mesi fa. Resta un guazzabuglio, degno della migliore italianeria. Ne parlano tutti ormai. Ma, invece di spiegare alla gente che Italia avremmo in conseguenza di quella riforma ove venisse confermata, i sostenitori insistono a spaventare gli elettori con visioni apocalittiche. I contrari non sono da meno e spaventano la gente sul versante delle libertà democratiche. A ottobre, insomma, gli italiani voteranno o spaventati e confusi, con giudizi più calibrati su ciò che non vogliono che su ciò che vogliono. E vale per sostenitori e contrari.
Chi sostiene la riforma va dal minacciare crisi al buio, con dimissioni del governo e l’impossibilità per qualche decennio di ritentare una qualche riforma, alla lusinga di risparmiare un po’ di soldi con l’abolizione degli stipendi ai senatori. Argomenti facili e di immediata comprensione sono del tipo: volete voi che ci siano due camere identiche con identici compiti? Volete voi che lo Stato paghi trecento e passa senatori del tutto inutili e dannosi all’efficienza legislativa?  Domande che hanno in sé la risposta, ovviamente negativa. La Confindustria, da sempre schierata col governo in carica secondo la nota teoria di Giovanni Agnelli senior, ha addirittura paventato la perdita di 4 punti di pil e di centinaia di migliaia di posti di lavoro. La ministra Boschi ha detto che con la riforma l’Italia combatterebbe meglio il terrorismo. Siamo alla paranoia della truffaldinità. Per fortuna non c’è un’associazione di sismologi a sostenere il governo Renzi, sarebbe capace di prevedere terremoti e maremoti su tutte le coste italiane. 
Chi è contrario, invece, oltre che esprimere giudizi trancianti, come fanno Brunetta di Forza Italia e Di Maio di M5S, la definisce “schiforma” (Travaglio), paventa tagli alla democrazia e scenari di confusione totale, con un senato, che non è abolito ma solo privato del potere politico di dare la fiducia al governo e coi cittadini ridotti a comparse elettorali, per via del combinato disposto con la legge elettorale detta Italicum. La costituzionalista prof.ssa Lorenza Carlassare ha detto che si passerebbe dal bipartitismo perfetto al bipartitismo confuso.
Ma perché non dicono, tutti, sostenitori e contrari, che cosa potrebbe essere l’Italia per effetto della riforma? Possibile che per tutti tutto si debba esaurire ad un pugno di euro o ad un pugno di voti? Senza neppure il piacere della regia di un Sergio Leone e l’interpretazione di un Clint Eastwood? A ottobre, Ramon, a ottobre! Col trucco di avere sul petto una corazza d’acciaio nascosta. Ecco, ci dicano a che serve la corazza nascosta, ovvero la metafora dei loro interessi reali.
Siamo andati a leggerci i punti più importanti di questa riforma e abbiamo scoperto cose davvero gravissime ove questa riforma dovesse essere confermata dal referendum ottobrino.
Il libro di riferimento è di parte, “Perché no”, di Marco Travaglio e Silvia Truzzi (Paper First, 2016); ma ci siamo serviti delle parti più asettiche, quelle attinenti il testo del come la Costituzione è e del come la Costituzione sarebbe se passasse il al referendum. Non mancheremo di esaminarne altri; e di altro orientamento.
1° punto importante. Siamo alla Parte II, Ordinamento della Repubblica, Titolo I, Il Parlamento, Sezione I, Le Camere. L’art. 55, “Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica” rimane identico. Ma si aggiunge “l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”; “Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”. Seguono altri compiti di carattere legislativo. E qui è la prima novità assoluta: il Senato non dà più la fiducia al governo; ha tante altre funzioni ma non quella fondamentalmente politica. 
Art. 57. I Senatori si riducono da 315 a 100, si aboliscono i senatori a vita. Solo 5 sono di nomina presidenziale e decadono dopo sette anni, quanto dura in carica il Presidente della Repubblica. 95 Senatori vengono nominati dai Consigli Regionali tra i Consiglieri eletti e tra i Sindaci dei comuni dei rispettivi territori. Godono di immunità parlamentare.
Art. 70. Il Senato può fare osservazioni all’approvazione delle leggi, che però non sono vincolanti. 
Art. 71. Può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei Deputati di procedere all’esame di un disegno di legge. Il popolo può esercitare l’iniziativa delle leggi mediante proposta di 150mila elettori (prima bastavano 50mila).
Art. 73. La Corte Costituzionale si pronuncia sulle leggi che riguardano l’elezione della Camera dei Deputati e del Senato prima della loro promulgazione su ricorso motivato presentato da almeno un quarto della Camera e da un terzo del Senato.
Art. 75. Referendum, firme di 500mila elettori o 5 Consigli Regionali. Il Referendum passa se ha votato la maggioranza degli aventi diritto; ma se le firme raccolte sono state 800mila basta la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni sempre che ad esse sia stata raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. Tanto per evitare lo scoglio del quorum.
Titolo II, Il Presidente della Repubblica. Art. 83. “Dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea. Dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti”. Non mi pare che ci sia una soglia minima di votanti. Prima, dopo il terzo scrutinio, era necessaria la maggioranza assoluta.
Art. 86. Le funzioni del Presidente della Repubblica, in sua assenza o impedimento, sono esercitate dal Presidente della Camera. Prima era il Presidente del Senato a sostituirlo.
Art. 94. Il Senato non dà più il voto di fiducia al governo; è politicamente esautorato.
Titolo V. Art. 114. Sono abolite le Province.

Per somma sintesi, questa è la riforma costituzionale. Per essa non si può dire che la montagna abbia partorito un topolino solo perché di topolini ce ne sono una figliata. Francamente se le cose che accadono rispecchiano i tempi in cui accadono – ed è così – questa riforma costituzionale è una boiata. E lo è tanto più quanto la si combina col disposto della legge elettorale detta Italicum, entrata in vigore il 1° luglio. Il combinato produce qualcosa che non solo lede i diritti politici dei cittadini, ma trasforma la Repubblica in uno stato di fatto presidenziale. Una boiata che tale si è rivelata appena si è capito che così votando si consegna il paese al Movimento 5 Stelle. Il che è contro la legge prima della politica, che vuole che chi ha il potere tenda a conservarlo e chi non ce l’ha tenda a conquistarlo. Non esiste chi, avendo il potere, lo regali a chi non ce l’ha. Se tanto accade, allora davvero siamo nelle mani di Dio.

domenica 17 luglio 2016

L'italicum? Neonato e neomorto!


Ricordate che diceva Renzi fino a prima delle votazioni amministrative del 5-19 giugno? Diceva che l’Italicum, la nuova legge approvata l’anno scorso, con decorrenza dal 1° luglio di quest’anno, non si toccava per nessuna ragione. Ebbene, a pochi giorni di distanza le cose sono cambiate. L’Italicum così com’è non va. E’ lo stesso Renzi che lo vuole cambiare. L’imbarazzo tra i renziani è diffuso; non così tra le altre forze politiche.
Per capire soccorre Dante. Il sommo poeta nel VI del Purgatorio, a proposito di leggi nella sua Firenze, diceva in maniera ironica: “fai tanto sottili / provvedimenti, ch’a mezzo novembre / non giugne quel che tu d’ottobre fili”. Ovvero: sono così ben congegnate le tue leggi che non durano neppure un mese.
Oggi noi siamo ancora più ingegnosi dei fiorentini del tempo di Dante. Non per nulla è il momento di un suo concittadino, Matteo Renzi. Eppure una legge non dura neppure il tempo di essere applicata una prima volta. Difatti il neonato Italicum è già cadavere. La ragione è semplice e immediata: prima conveniva a Renzi e sconveniva agli altri, al M5S più di tutti che gli stava ad una tacca, dopo i ballottaggi del 19 giugno, che hanno premiato il M5S, le cose si sono rovesciate. L’Italicum è pericoloso, potrebbe consegnare il governo del paese al M5S. Questione di opportunità. E bisogna proprio avere la faccia tosta, come quelli del Pd, per dire agli altri quel che andrebbe detto a loro; anzi, quel che i cittadini dovrebbero dire a tutti.
Ma, al di là della sua convenienza o sconvenienza, l’Italicum è la riproposizione del Porcellum (la precedente legge elettorale, dichiarata incostituzionale dalla Consulta) sciacquato in una pila ad hoc costruita. Dà a chi prende il 40 % dei voti al primo turno o un voto in più nel ballottaggio un numero eccessivo di parlamentari, sì da rendere una comparsata il ruolo dell’opposizione per tutto il tempo della legislatura. Si dice: occorre garantire la governabilità. Ma chi la invoca come interesse prioritario del governare fa finta di non sapere che ci sono regimi che la garantiscono assai meglio e di più. Erdogan in Turchia, per esempio. Putin in Russia, per esempio. 
L’Italicum va cambiato come va cambiata la riforma costituzionale che dovremmo promuovere o bocciare a ottobre col referendum. Si deve andare in questa direzione perché nel giro di pochi mesi tutto è in discussione. Ma i cambiamenti da apportare non dovrebbero rispondere ad esigenze particolari e del momento; sarebbe necessario che guardassero avanti e fuori dai propri interessi. Il che probabilmente non accadrà, perché è legge politica che chi ha il potere cerchi di conservarlo e chi non lo ha cerchi di conquistarlo. Perciò Renzi non sarà così ingenuo da far passare una legge che gli sottragga la cadrega. Si spera solo che venga indotto o costretto a fare qualcosa che vada oltre l’interesse del momento.
Da sempre i più avveduti politologi dicono che il sistema elettorale è decisivo per conquistare o perdere il potere attraverso il voto. Ma se chi ha il potere – ed oggi il potere dura pochissimo – si preoccupa solo di fare leggi che gli garantiscano la sua conservazione nell’immediato, si è punto e daccapo. Occorre che si adoperi per l’elaborazione e l’approvazione di una legge che fatta a ottobre, per tornare al divin poeta, non duri fino a metà novembre e soprattutto che garantisca a tutte le forze politiche in gara, almeno alle maggiori, pari opportunità di vincere le elezioni. Si pensi almeno al dopodomani. Per farla breve, se una legge non ha ampiezza, respiro e profondità contraddice se stessa; vale quanto una legge ad personam.
Certo, la crisi dei partiti e del loro sistema elettorale e di potere, che sembrava avviata a soluzione con il rimescolamento politico e ideologico degli anni Novanta, si è addentrata nella sua fase più profonda e più pericolosa. Stupisce la disinvoltura con cui i commentatori politici e i politologi trattano quella che sembrerebbe l’uscita dal tunnel, ovvero il Movimento 5 Stelle. Questa soluzione – per così dire! – in verità getta il paese nell’incertezza e nel caos perché a tutt’oggi non si capisce chi faccia certe scelte; come e perché le faccia. La cosiddetta rete o la democazia diretta attraverso di essa è solo allo stadio di percezione da parte delle forze politiche e dei loro studiosi. E’ sicuramente un passo avanti rispetto a prima, a quando un Fassino diceva a Grillo di farsi un partito e di scendere in campo; ma resta pur sempre una “bestia” sconosciuta, che si presenta nella forma più allettante, quella appunto della democrazia diretta che con un clic consente a ogni cittadino di dire la sua e di partecipare.

Una cosa è certa. I nuovi mezzi di comunicazione hanno cambiato i modi e i tempi di far politica. Ormai la rivoluzione è sotto gli occhi di tutti. Chi non sa fare uso dei socials è come l’analfabeta di un tempo e perciò viene escluso. Il problema che si pone oggi è che la democrazia deve consentire a tutti la partecipazione; deve fare in modo che una parte dei cittadini prevalga su un’altra solo perché ha dei mezzi che l’altra non ha o non sa usare. La rete è l’avvenire – ma forse è il caso di dire che è già il presente – della democrazia? Allora bisogna vedere quanto essa sia effettivamente democratica, se garantisce tutti i tradizionali elementi costitutivi della democrazia: universalità di diritto e di fatto, trasparenza, correttezza, libertà, discussione. Fino ad ora abbiamo visto un Grillo che è andato avanti a forza di “vaffanculo” e un’azienda privata, la “Casaleggio & Associati”, che ha gestito la partecipazione al Movimento. Troppo poco e troppo inquietante, per non dire troppo rivoltante. 

lunedì 11 luglio 2016

Cari Austriaci, onoriamo insieme Cesare Battisti


Ricordare Cesare Battisti ad un secolo dalla morte (12 luglio 1916) significa evocare atmosfere “antiche”. Un po’ di anni fa, prima che l’Inno di Mameli s’imponesse davvero come l’inno nazionale per tutte le circostanze, il canto degli italiani più conosciuto ed eseguito era La leggenda del Piave o La canzone del Piave o semplicemente Il Piave, autore il compositore napoletano E. A. Mario (1884-1961). Fu composto o meglio completato a guerra conclusa e vinta: “e la vittoria sciolse le ali al vento” (novembre 1918).
Chi scrive ha frequentato le elementari nella prima metà degli anni Cinquanta del secolo scorso. Allora non c’era manifestazione pubblica o cerimonia scolastica che non iniziasse con questo canto, che già alle prime note faceva venire i brividi. “Il Piave mormorava…”. Altri tempi! Perfino le bande musicali, ingaggiate per le feste patronali, concludevano la serata, a notte fonda, prima del finimento dei fuochi artificiali, con “l’esercito marciava / per raggiunger la frontiera  / e far contro il nemico una barriera”.
C’era – ma che dico, c’è! – un passaggio verso la fine del canto in cui si citano tre personaggi martiri della causa nazionale italiana: Guglielmo Oberdan (1858-1882), Nazario Sauro (1880-1916) e Cesare Battisti (1875-1916), evocati per fali “partecipare” al giubilo nazionale per la “Vittoria”. Erano cittadini di nazionalità austriaca, perché nati in territori che a quel tempo facevano parte dell’impero asburgico; ma erano convintamente italiani, fino al sacrificio estremo. Oberdan, triestino, chiamato alle armi, disertò quando l’Austria per il disposto del Trattato di Berlino invase la Bosnia; e nel 1882 cercò di organizzare un attentato contro Francesco Giuseppe in visita a Trieste. Scoperto, fu processato e condannato a morte. Gli altri due, istriano Sauro, trentino Battisti, scelsero nella Grande Guerra di combattere per l’Italia e perciò catturati sul campo di battaglia dagli austriaci, furono processati e condannati a morte per alto tradimento. Stessa sorte subirono altri, tra cui l’istriano Fabio Filzi, che fu impiccato lo stesso giorno e nello stesso luogo di Cesare Battisti.
Per noi ragazzini erano delle figure famigliari e mitiche insieme, a forza di cantare: “e tra le schiere furon visti / risorgere Oberdan, Sauro, Battisti”.
Dei tre il personaggio più complesso è sicuramente Battisti, perché fu un politico di prim’ordine, consigliere a Innsbruck e deputato al parlamento di Vienna, un giornalista e un uomo di pensiero e di azione. Il quale si autoaccusò di tutto quel che gli austriaci gli contestarono per dimostrare che lui non aveva tradito, ma perseguito il suo essere italiano da sempre. Socialista, fondò e diresse a Trento vari giornali (Tridentum, Il Popolo, Vita Trentina) e per un certo periodo, tra febbraio e settembre del 1909, ebbe tra i collaboratori un certo Benito Mussolini e fu egli stesso suo collaboratore. Questi, socialistissimo, colà inviato come segretario della locale Camera del Lavoro e direttore de “L’Avvenire dei Lavoratori”.
Cesare Battisti fu un eroe per noi italiani, un traditore per gli austriaci. Oggi, purtroppo, è quasi sconosciuto, almeno in Italia, perché nelle scuole non se ne parla quasi mai. Che dicono di lui oggi in Austria o nel Trentino lo ignoro; mi farò informare dai miei amici trentini, da Marco Albertazzi, titolare della casa editrice “La Finestra”, che qualche anno fa ripubblicò gli “Scritti politici” di Battisti e gli “Scritti trentini” di Mussolini, generosamente regalatimi.
Di Battisti e di tanti altri personaggi dalle vicende controverse, bisognerebbe parlare sempre, perché la storia non deve cambiare i connotati a nessuno, ma neppure far cadere nessuno in oblio. Essa è veramente utile quando offre elementi per valutare la realtà politica che cambia. Oggi noi e gli austriaci siamo o dovremmo essere europeisticamente connazionali; e il nostro Battisti – nostro di italiani e di austriaci, di francesi e belgi ecc.  –  andrebbe visto non come eroe e neppure come traditore, fermo restando che fu un uomo di grande carattere, di grande coraggio e di estrema coerenza.
Noi italiani dovremmo capire le ragioni degli austriaci quando lo considerarono un traditore e gli austriaci le ragioni nostre nel considerarlo un eroe. Per sforzarci di capire oggi gli austriaci nel loro astio contro Battisti, riflettiamo sulla nostra irritazione per il cattivo gusto di alcuni personaggi importanti, italiani di nazionalità ma austriaci di appartenenza etnica, quando danno prova di scarso senso civico e attaccamento nazionale. Qualche anno fa il campione olimpionico di slittino, l’altoatesino Armin Zöggeler, che peraltro è un carabiniere, avrebbe detto, così riferirono i giornali, che lui l’inno nazionale italiano neppure lo conosceva. Spesso la pur brava Lilli Gruber, brava soprattutto quando scrive, di meno quando parla, italiana anche lei ma con ascendenze austriache, non si lascia sfuggire occasione per pregiarsi delle sue origini. Francamente certe espressioni e certi atteggiamenti irritano; e stiamo in una situazione completamente diversa da quella di un secolo fa. Peraltro noi dobbiamo pur riconoscere che parte del Trentino Alto Adige, il Sud Tirolo, è terra austriaca, abitata anche da italiani.
Da parte loro gli austriaci dovrebbero capire noi italiani quando si rallegrano per certe manifestazioni orgogliose di “appartenenza” all’Austria di certi cittadini italiani. Come a loro sono simpatici questi personaggi che esternano pro Austria, così a noi sono antipatici; e viceversa.  E inoltre, se non hanno dimenticato del tutto la storia, i nostri amici austriaci dovrebbero ammettere che molti territori occupati da loro e inglobati nell’Impero asburgico, appartenevano ai popoli che da sempre li abitavano. Se oggi danno ragione a chi rivendica, sia pure in modo diverso rispetto a ieri, la sua identità, dovrebbero dar ragione anche a Cesare Battisti quando questi decise di battersi per la sua patria, che non era l’Austria. Insomma, ci dovrebbe essere sempre reciproco riconoscimento di ragioni e di sentimenti. Oggi è possibile. Non lo era ieri.
Ricordo che sulla corrispondenza politica della “Giovane Italia”, organizzazione studentesca parallela al Msi, di cui negli anni Sessanta ero dirigente, si timbrava lo slogan “I confini della Patria si difendono, non si discutono”. Erano i tempi degli accordi De Gasperi-Grüber.
E già che ci siamo, restituiamo alla Lilli televisiva l’Umlaut sulla sua ; è roba sua. Ma forse lei ha ormai optato per una più conveniente italianità. E noi la abbracciamo.
E torniamo a Battisti e a Mussolini, entrambi socialisti; ma di diversa tempra, i quali in quegli anni facevano un cammino inverso. Battisti verso l’irredentismo e l’italianità, a cui dava importanza prioritaria; Mussolini, al contrario, andava verso un socialismo più autentico ed indulgeva all’internazionalismo. Nelle sue corrispondenze del periodo trentino, per “La Voce” di Prezzolini, poi pubblicate col titolo “Il Trentino veduto da un socialista”, si leggono delle cose, che un po’ sbalordiscono, tra cui che molti altoatesini non volevano affatto diventare italiani perché lo Stato sociale austriaco li faceva vivere bene, mentre quello italiano, che di sociale aveva ben poco, li avrebbe fatti vivere male.
In clima di anniversari – cento anni dalla Grande Guerra – sappiamo che quando le truppe italiane giunsero nel Trentino non furono affatto accolte da liberatrici; e i militari italiani usarono le maniere forti con le popolazioni locali.

Di fronte alla realtà dei fatti, che molto spesso è taciuta o mistificata, le valutazioni cambiano. Ed è giusto che cambino. Cesare Battisti non è più un eroe per noi italiani e neppure un traditore per gli austriaci, perché i tempi sono cambiati; oppure, se resta un eroe per noi italiani e un traditore per gli austriaci, per capirlo bene dobbiamo contestualizzare i fatti e storicizzare il personaggio. Altrimenti continuiamo a stare l’uno nell’incomprensione dell’altro.