domenica 14 febbraio 2016

Diritti umani, ripensare la destra


La destra, intesa genericamente come insieme di valori e di stile di vita, in Italia è perdente, in dipendenza anche da una più ampia crisi della destra europea. Non la destra economica, s’intende, che ancora impera sovrana, ma quella immateriale che trova ragioni e suggestioni in un preciso statuto culturale. Ammettere di essere perdente non significa ammettere di avere torto. E’ lo spirito del tempo, lo Zeitgeist. Che non è una cosa piovuta dal cielo, ben inteso, ma preparata da uomini e da eventi abbastanza identificabili.
Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi c’è stata un’inversione di tendenza, che ha via via spazzato dalla cultura e dal costume ogni idea di conservazione e di tradizione. Le idee-forza di quella destra erano sul piano politico tutte nel primato dell’insieme, ovvero dello Stato, della Nazione, della Società, le tre grandi sintesi umane. Sul piano dell’individuo le idee-forza erano i miti della forza, della bellezza, del successo, della gerarchia.
L’inversione di tendenza ha aperto sul piano politico ad un processo di frantumazione giuridica, con un crescendo di autonomie locali; sul piano individuale ha portato se non all’esaltazione, alla comprensione e al recupero di ogni individualità, comunque fosse: debole, brutta, svantaggiata, in una visione di uguaglianza generale: non uno dopo l’altro, ma uno accanto all’altro; orizzontalità per verticalità.
Questa trasformazione è figlia di una cultura radicale, mista di socialismo e liberalismo, che ha avuto elaborazione e diffusione nel mondo. Campioni di questa cultura sono pensatori come Karl Popper (società aperta) e Zygmunt Bauman (società liquida), per citarne solo alcuni tra i più noti. L’una e l’altra, benché calibrate sull’esistente, danno l’idea della trasformazione e del dinamismo e costituiscono il supporto ideologico di ogni individualismo in una cornice sempre più fragile di società e di stato. Oggi, in ragione di un simile pensiero, è mutato il concetto di giusto. E’ giusto ciò di cui io, individuo, sento il desiderio o la necessità, qui ed ora. Ciò che mi piace non solo è lecito, ma se non mi viene concesso io lo rivendico come un diritto. Mi sottometto al denaro solo perché mi consente di soddisfare le mie esigenze, primarie secondarie superflue; ma davanti a me individuo non conta lo Stato, non conta la Società, non conta la Nazione: io sto prima di tutto. Quasi un comandamento! 
A questo processo di arretramento dell’insieme non è estranea la Chiesa, dove è avvenuto, in questi ultimi tempi, un trapasso che ha del traumatico.
“Come si riconosce ciò che è giusto?” si chiedeva papa Benedetto XVI nel suo discorso al Reichstag di Berlino il 22 settembre 2011, meno di cinque anni fa. Rispondeva: “Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. […] riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione”.
C’è sentore di una simile idea di giusto oggi nella Chiesa di papa Francesco? Il giusto di papa Francesco si limita alla natura, ovverossia all’apparente e all’immediato, che non possono essere che fisici e secolari. Papa Francesco non si è limitato a togliere la correlazione tra natura e ragione, a rompere l’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, ha cancellato la ragione. In Francesco non c’è un solo richiamo alla spiritualità, alla razionalità, alla prospettiva. Per lui non c’è che il presente e il soddisfacimento dei bisogni immediati dell’uomo.
C’è sempre una ragione nelle cose del mondo: papa Benedetto XVI che lascia – non si sa quanto spontaneamente – per papa Francesco è la dimostrazione storica e la rappresentazione plastica della sconfitta di un modo di intendere la vita. La Chiesa in questo passaggio ha voluto esserci. Il silenzio di Francesco sulle grandi questioni bioetiche è più di una indicazione di strada da percorrere. E’ la presa d’atto di una sconfitta. Una sconfitta di quella Chiesa che si è sempre riconosciuta nella conservazione e nella tradizione dei valori spirituali e universali.
Nel Parlamento italiano si fa oggi un gran parlare su una legge (unioni civili). Ma si discute inutilmente! Essa è già nella testa della gente, nella realtà delle cose, si colloca nella filiera dei diritti individuali. Dal divorzio all’aborto, dalle unioni civili alle coppie di fatto, dalle adozioni indiscriminate agli uteri in affitto e alle gravidanze multigestibili, ogni cosa va verso il riconoscimento, come le acque di un fiume vanno naturalmente al mare.
Si tratta di una battaglia che la destra, anche quella moderata, anche quella cattolica, ha perso e non si avvede neppure che l’ha persa.
Nel momento in cui un moderato o un conservatore si guarda bene dall’esprimere pubblicamente nei confronti di certi comportamenti e di certe situazioni quanto esprimeva fino a qualche anno fa, ipso facto ammette la sconfitta. Ci sono casi illustri di pentiti, collaboratori d’ingiustizia: Gianfranco Fini, che disse che lui un figlio ad un professore omosessuale non l’avrebbe mai affidato; ai Dolce & Gabbana, che osarono distinguere tra omosessualità privata e omosessualità ostentata; al pastificio Barilla, che in una pubblicità disse che avrebbe continuato sempre a produrre per la famiglia tradizionale. Tutti a scappare con la coda fra le gambe, per motivi banali e profani, chi per non perdere voti (Fini), chi per non perdere soldi (Dolce & Gabbana, Barilla).

Riconoscere la sconfitta per la destra – e direi anche per la Chiesa – può essere il primo atto di un riesame di coscienza. Oggi si conoscono i guasti di una società che si è piegata al verbo del consumismo e del nichilismo borghesi, svendendo i valori dello spirito e della legge; e perciò si va verso un altro tipo di società. Più che giusto! Ma quali guasti saranno provocati da una società basata su valori individuali, esasperati fino all’inverosimile? Non lo sappiamo. Potremmo ipotizzarli. Per certi aspetti ne vediamo le avvisaglie. Ogni modello produce dei guasti, ha le sue degenerazioni. Solo quando si avvertirà l’esigenza di rimettere ordine nelle cose si potrà ripartire. Allora la destra potrà tornare a dire la sua. Senza voler restaurare, perché nel frattempo già troppe cose saranno cambiate; ma neppure senza rinnegare, perché i valori di fondo non scambiano di colore né perdono di sostanza. Si tratta di trovare la strada di una nuova aristocrazia dello spirito.   

domenica 7 febbraio 2016

Trivellazioni nell'Adriatico, Renzi teme i referendum


Sembra che la modernità in Italia, nel Mezzogiorno soprattutto, debba sempre risolversi in un dilemma: o il lavoro e il benessere economico da una parte o la salute in povertà dall’altra. Il caso Ilva a Taranto ha sbattuto in faccia alle persone questa drammatica realtà: o l’occupazione e il cancro o la disoccupazione e la fame. Come se in mezzo non ci fosse altro. Così è pure per le trivelle alla ricerca del petrolio nell’Adriatico.
La trivellazione del fondo marino eseguita a regola d’arte, come si dice, non dovrebbe rappresentare minaccia alcuna per l’ambiente. Ma si sa che l’incidente, l’imprevisto può sempre accadere; e con l’imprevisto bisogna fare i conti, prima non dopo, perché le conseguenze potrebbero essere disastrose. L’incidente accaduto nel 2010 nel Golfo del Messico con lo sversamento in mare di enormi quantità di petrolio e l’inquinamento delle coste della Florida, in seguito all’inabissamento di una piattaforma petrolifera della British Petroleum, ha messo in sacrosanto allarme il mondo.
Non voglio dire che noi in Italia siamo più soggetti ad “imprevisti” che in altre parti del pianeta, ma non possiamo non riconoscere che molto spesso da noi le decisioni si prendono a cuor leggero, se non addirittura con spirito truffaldino e, a disastro compiuto, non si sa né chi le ha prese né come né perché. Di acciaierie, tanto per fare un esempio, ce ne sono tante in Europa, eppure non producono i disastri che hanno prodotto in Italia. Allora…
E’ di tutta evidenza che la politica deve preoccuparsi sia del lavoro e del benessere economico, sia della salvaguardia dell’ambiente e della salute dei cittadini. Di qui la necessità di dire sì o no solo dopo aver studiato la cosa in ogni suo aspetto e in ogni sua conseguenza, come del resto vuole la legge. Qualsiasi struttura produttiva in un contesto paesaggistico, urbano o naturale, deve essere valutata in rapporto alle due necessità, considerate non come esclusiva l’una dell’altra, ma come coesistenti. Laddove non è possibile garantire la salute dei cittadini occorre rinunciare a qualsiasi impianto industriale, fino a quando non si trovano i giusti rimedi preventivi. La salute prima di tutto! E’ massima degli antichi.
In Italia nel 1987 abbiamo bocciato con un referendum il nucleare (80,6 %) non perché non avessimo bisogno di energia ma perché l’installazione di centrali nucleari poteva costituire catastrofi. Ce lo aveva detto l’anno prima il disastro di Chernobyl in Ucraina. Poi sappiamo che centrali nucleari ci sono in molti paesi d’Europa, perfino confinanti col nostro. Il che conferma che progresso e salute non si escludono l’un l’altra, laddove le cose si fanno come Dio comanda.
Ora siamo alle prese con l’ennesima minaccia ambientale. Il governo Renzi ha dato la concessione alla multinazionale Petroceltic Italia a fare delle prospezioni nel mare Adriatico nei pressi delle isole Tremiti per vedere se nella zona c’è petrolio.
Ha tenuto conto il Ministero per lo Sviluppo Economico che in quella parte di mare c’è un Parco Naturale? Ha tenuto conto dell’impatto ambientale e dei rischi che si possono correre? Abbiamo ragione di dubitarne. Infatti sia il governo, per bocca del ministro Federica Guidi, sia i dirigenti italiani della multinazionale in questione, hanno cercato di spostare il problema, minimizzando: ma si tratta solo di prospezioni, non è il caso di allarmarsi. Ma si “prospetta” a che scopo? Gli esperti hanno spiegato che perfino le prospezioni procurano dei danni all’ecosistema. In un articolo apparso sul “Nuovo Quotidiano di Puglia” (13 gennaio 2016) il prof. Ferdinando Boero, docente di Zoologia e Biologia Marina all’Università del Salento, ha detto che “le prospezioni si basano sull’emissione di fortissimi impulsi sonori che hanno sicuramente impatti sui cetacei (delfini, balene e capodogli) e probabilmente anche sul resto della fauna. Le prospezioni non sono qualcosa di innocuo, e già violano la Direttiva Marina dell’Unione Europea” (Le leggi dell’ecologia e le leggi dell’economia, 13 gennaio 2016). Ma, a parte ciò – a parte solo per esigenza retorica – una volta accertato che il petrolio c’è, che si fa, buonasera e grazie e si smonta tutto? Era solo curiosità? Via, cerchiamo di essere seri!
A fronte del referendum contro le trivellazioni, già ammesso dalla Corte Costituzionale, il governo cerca di perdere tempo. Alcuni quesiti sono stati disinnescati da Renzi col cambiamento nella legge di stabilità di norme afferenti la materia, due altri sono oggetto di conflitto di attribuzione davanti alla Consulta. Ed è notizia di oggi, sabato, 6 febbraio, che il Ministero dello Sviluppo Economico ha detto stop alle trivellazioni in mare davanti alle coste dell’Abruzzo, ma non nel Canale di Sicilia e alle Isole Tremiti, dove il limite delle dodici miglia non è garantito.
E’ probabile che il provvedimento del Ministero miri a disinnescare la mina referendaria. Si sa che al governo i referendum sono indigesti. Ma i referendum si devono fare, perché deve essere chiara la volontà dei cittadini su un problema così serio.

Ma, invocati dai comitati promotori per lo svolgimento in un unico giorno con le Amministrative (Election day), anche per il risparmio di trecento milioni di euro, i referendum sono osteggiati perché si teme possano influire sul voto politico degli elettori. Esprimersi contro le trivellazioni in mare è in un certo senso esprimersi contro chi le ha autorizzate o chi potrebbe ancora autorizzarle, ossia il governo. E questo Renzi non lo sopporta. Non teme l’inquinamento del mare e delle coste italiane; teme il referendum contro.        

domenica 31 gennaio 2016

Renzi, il fastidioso, e gli altri


Il vento – si sa – cambia direzione; ancor più, di questi tempi, quando è metafora politica. Onestà intellettuale impone di registrare i suoi cambiamenti. Abbiamo più volte stigmatizzato che nei confronti di Renzi la stampa moderata ha avuto sempre un occhio di riguardo, non riprendendone mai gli eccessi offensivi quando non comici e caricaturali. Allo stesso modo registriamo l’inversione di tendenza, che sta prendendo consistenza dopo le intemerate di Juncker.
Paolo Mieli, sul “Corsera” di lunedì, 25 gennaio, è stato abbastanza esplicito nell’editoriale d’apertura “La politica (sbagliata) dei toni alti”. Un excursus storico, che, dopo aver toccato la questione scottante dei giorni nostri, a proposito dei vanti che Renzi butta come coriandoli di carnevale, conclude: “per quel che riguarda i nostri successi, il ruolo nuovo che abbiamo conquistato nel consesso internazionale, aspettiamo che siano gli altri a prenderne atto. Le lodi che ci diamo da noi, valgono poco, anzi niente”. 
E sempre sullo stesso giornale Paolo Valentino riferisce di un diplomatico Ue, rimasto anonimo, che pur riconoscendo a Renzi di aver “probabilmente ragione sul 70 % delle cose che dice”, sbaglia a fare la guerra a tutti, perché essa non paga e usare con i partner europei lo stesso linguaggio che usa coi suoi avversari in Italia è del tutto improprio e crea problemi di comprensione e conclude che “Renzi non ha un pensiero strategico sull’Europa, che considera quasi altro da sé”.
Anche Massimo Cacciari e in parte anche Ezio Mauro, ospiti di Lilly Gruber a “Otto e Mezzo”, lunedì, 25 gennaio, hanno avuto parole di critica per Renzi, rottamatore di uomini ma non di pratiche politiche (Cacciari).
Perfino dopo l’incontro Renzi-Merkel di venerdì, 29 gennaio, i commenti non sono stati benevoli nei confronti del nostro presidente del consiglio; e anzi più di uno ha adombrato qualche rischio per l’Italia, che potrebbe rimanere isolata in Europa.
Insomma, s’incomincia a parlare di Renzi seriamente, senza piaggerie e senza silenzi. Se si continuerà, si vedrà; per ora prendiamone atto.  
Apripista di questa inversione critica nei confronti di Renzi non c’è dubbio che è stata l’Europa. Dove l’«unto» di Napolitano si è fatto riconoscere per quello che è: un “noisy boy”, un ragazzo chiassoso, rumoroso, invadente; in una parola, fastidioso. A Firenze, nella sua Firenze, i tipi come lui li chiamano “bombardini”. Lo sanno anche i suoi vicini di casa. Voglio dire, non è che in Italia non è stato capito subito chi è; ma è stato un po’ assecondato e un po’ giustificato. Quanto colpevolmente è un altro discorso. In fondo, a chi giova mandare tutto a carte quarantotto quando nei paraggi non c’è nulla in alternativa?  Renzi è quello che è, un bombardino, ma intorno a lui non c’è altro.
Renzi non è Berlusconi, odiato a morte da democratici di ogni risma, in Italia e in Europa. L’odio che si è attirato finora Renzi, paradossalmente dai suoi stessi compagni di partito, almeno quelli di sinistra, è tutto in quel suo essere una sorta di caricatura di capo di governo, una sorta di peluche che però morde e graffia. Non si sottovaluti l’immagine in politica. Renzi, nonostante ostenti disinvoltura, tradisce un certo impaccio; come chi si trovi in una certa situazione e avverta una certa inadeguatezza. A questo aggiungasi quel modo di essere tipico dei toscani, i quali sono convinti di essere dispensati dal comportarsi secondo un modello condiviso e pensano che debbano essere gli altri ad adeguarsi a loro; un po’ come fanno con la lingua, che è l’italiano perché è il toscano.  
Quelli che gli stanno attorno, in una sorta di cerchio magico, lo sanno meglio degli altri, ma lasciano fare e dire perché sono interessati ognuno alla propria carriera; hanno capito di essere una cordata e che se cade lui trascina tutti gli altri.
Ormai lo hanno capito anche quelli che non sono del suo partito, del cosiddetto centrodestra e, ultimi ma non ultimi, i verdiniani di Ala. Tenerlo in piedi e fingere di essere d’accordo conviene.  
Renzi dice che se fallirà con la sua riforma elettorale, abbandonerà la politica. Altra minchiata! Viene di chiedersi: e che farà? Non risulta di aver abbandonato un’attività lavorativa, né piccola né grande; non risulta essere un professionista in carriera. Risulta davvero difficile trovare tra i tanti capi di governo dall’Unità d’Italia in poi uno culturalmente e professionalmente come lui. Abbiamo espresso sempre fior di intelligenze e di capacità; e perfino i politici di professione, quelli che non venivano dalle università o dalle istituzioni, alla Craxi, per esempio, erano di ben altra statura.
Il problema politico del momento purtroppo s’avvita intorno a Renzi. Ci sono tanti, oggi in Italia, dai trenta ai quarant’anni, che non hanno conosciuto il dibattito vero della politica, che in Renzi vedono un modello, uno che finalmente le cose le dice e le fa, e snocciolano le riforme e perfino le riformette e gli slogan. Dicono: finalmente! Non hanno termini di paragone, non conoscono il passato, né prossimo né remoto. Lo esaltano per aver detto che i furbetti del cartellino saranno licenziati entro 48 ore, ma non ricordano che quando solo pochissimi anni fa una legge contro i fannulloni la fece Brunetta Renzi e compagni oltre che dirsi scettici, oltre che ad irriderla, la osteggiarono e votarono contro.

Questa è l’Italia di oggi, fatta di soggetti senza memoria, né corta né lunga. Sono digiuni di informazioni come anoressici. Non sanno e non vogliono sapere, perché in tasca hanno tutte le risposte, una strisciata sul display dello smartphone e sanno vita, morte e miracoli di tutti, salvo a dimenticare tutto appena riposto in tasca l’apparecchio. Allora, perché studiare, perché imparare? Non c’è bisogno. Sono talmente sazi di nulla che non hanno capito che la cultura è qualcosa che va oltre l’erudizione, i saperi; la cultura sono i saperi lievitati. La cultura è ciò che resta dopo aver imparato tanto e dimenticato tutto. Non sanno neppure questo. E la memoria non l’hanno esercitata per nulla, ed ecco perché dimenticano il giorno dopo le cose sentite e viste il giorno prima. Questa gente rappresenta il futuro dell’Italia. E Renzi ne è il campione.     

domenica 24 gennaio 2016

Monicelli, Scola e la commedia all'italiana


Si fece un gran parlare celebrativo quando cinque anni fa morì Mario Monicelli, lanciandosi da una finestra dell’ospedale in cui era ricoverato. Si è fatto un gran parlare celebrativo in questi giorni per la morte di Ettore Scola. Due maestri del cinema italiano, di quel particolare genere, la commedia all’italiana, che tanto successo di pubblico e di critica ha avuto, grazie anche a degli interpreti straordinari che sarebbe troppo lungo qui elencare. Qualcuno ha detto perfino che con la scomparsa di Scola questo genere è finito. Forse altri sono d’accordo, con dispiacere; a me, sicuramente, è venuto di pensare: magari fosse davvero finita, la commedia all’italiana! Non la commedia in quanto rappresentazione, ma la “commedia” reale, quella rappresentata. La commedia all’italiana è l’Italia.
I film di Monicelli e di Scola erano divertenti, comici, paradossali, grotteschi. Più che trasfigurare la realtà la raccontavano tale e quale, con qualche esagerazione per motivi scenici, ma in modo sostanzialmente rispondente. Qualche altra volta era la realtà che faceva aggio sulla pur fervida fantasia dei suoi cantori. Certi personaggi di quel cinema e certi episodi li potevi conoscere e vivere benissimo nella realtà. Erano e sono, per esemplificare, gli italiani di Churchill che “vanno ad una partita di calcio come se andassero in guerra e alla guerra come ad una partita di calcio”.
Ci siamo tutti divertiti guardando quei film, non solo di Monicelli e di Scola, ma anche di Fellini, di Comencini, di Risi e via commediando. Essi hanno così ben raccontato la realtà italiana da accreditare l’immagine di un’Italia burlona, godereccia, approssimativa, incapace di concepire con serietà il mondo, la vita. E’ stata tanto commedia da rendere improbabile l’ipotesi che in questo paese ci potesse essere pure la tragedia.
Intendiamoci, non è stata una cosa recente, da legare alla democrazia politica, anche se l’antifascismo l’ha ampiamente giustificata e nutrita; già lo era prima. Siamo stati i maestri della commedia dell’arte, sì o no? Diciamo che è una nostra tendenza.
Tutti questi grandi registi e sceneggiatori si erano formati durante il fascismo e in quell’ambiente chiuso si erano tanto gonfiati di temi comici – gonfiati perché non potevano esprimerli liberamente – che, a libertà conquistata, è saltato il tappo alla botte. Un’esplosione, anche, per certi aspetti, vendicativa. Tu, fascismo, hai voluto per anni dare dell’Italia un’immagine seria, impegnata, drammatica, tesa alla conquista del mondo? Ebbene, questa è la risposta: siamo soltanto da ridere! La tua immagine era falsa e ha portato alla tragedia della guerra; la nostra immagine è quella vera e ha portato a fare dell’Italia – ci verrebbe da dire – quel paese da ridere che “tutto il mondo ci invidia”. C’è un film, proprio di Ettore Scola, “Una giornata particolare”, che è la copertina del contrasto tra un’Italia tesa verso orizzonti di grandezza (Mussolini) e un’altra stesa sulla deboscia (Mastroianni).
Monicelli, con “La Grande Guerra” e con “Le rose del deserto”, ha voluto ridicolizzare perfino le grandi tragedie del popolo italiano. Gadda, dopo aver visto “La Grande Guerra”, lui che era stato al fronte e sapeva perfettamente che cosa era stato quella guerra, rimase sconcertato e usò espressioni durissime nei confronti di Monicelli. Si può anche ridere e far ridere di certe situazioni; ma come si fa a gettare tutto nel tritacarne della risata, del comico e del grottesco? Come si può utilizzare tragedia per produrre commedia, trasformare gridi di dolore in fragore di risate? Occorrerebbe un minimo di rispetto, che questi signori – i maestri – non hanno avuto per niente e per nessuno.
La conseguenza di un simile cinema è l’immagine di un’Italia ridanciana, cialtrona, priva del senso dell’etica sociale, della cittadinanza, così bene interpretata da Vittorio Gassman, quello dei “Soliti ignoti”, de “Il sorpasso” e de “L’armata Brancaleone”. Non è che quest’Italia sia stata prodotta dalla commedia – ben inteso – esisterebbe se pure questa commedia non esistesse. Non la commedia ha prodotto l’Italia, semmai è il contrario.  
Il punto è un altro. Ed è che mentre nella realtà accadono le stesse cose che si rappresentano in commedia, magari anche più fantasiose – mi viene di pensare a quel tipo in mutande che va a timbrare per poi tornarsene a letto, ai tanti falsi ciechi, falsi sordi, falsi zoppi – a nessuno viene in mente che certe cose viste al cinema fanno ridere, ma nella realtà fanno piangere. A nessuno viene in mente di stabilire un nesso tra la commedia all’italiana e la tragedia all’italiana. La commedia, in quanto rappresentazione di una realtà balorda e cialtrona, è poi la causa delle tante tragedie reali: la mancata sorveglianza delle norme di sicurezza nei posti di lavoro, i casi Ilva e ThyssenKrupp, i suicidi di tanti imprenditori falliti, il fallimento delle banche, le fabbriche di prodotti nocivi, l’abusivismo selvaggio, la corruzione diffusa, le morti negli ospedali per causa degli ospedali, gli scontri ferroviari, i vigili urbani ammalati in massa la notte di capodanno, gli ingorghi delle autostrade in piena tempesta di neve. La commedia all’italiana, mentre ha nascosto le tragiche conseguenze di un certo modo di intendere e vivere la vita, ha dato del Paese l’immagine ad una dimensione.

Noi sappiamo, invece, che non c’è solo quell’Italia, ce n’è un’altra, quella dei grandi imprenditori che hanno creato marchi di assoluto universale prestigio in ogni campo, c’è il cosiddetto Made in Italy in tutte le sue declinazioni; e perfino nel cinema ci sono i grandi registi di storie serie, belle, problematiche, edificanti: i Rossellini, gli Antonioni, gli Zeffirelli, i Visconti, i Rosi, i Bertolucci, i Taviani. Con tutto il rispetto per i “maestri” che si divertono a propagandare le miserabilità degli italiani, noi preferiamo chi ci fa riflettere sulle cose serie della vita e ci consente di essere, nonostante tutto, orgogliosi di essere italiani, capaci di indignarci e di arrabbiarci. Non dal riso ma dal dolore nascono le grandi imprese. E se non è ipotizzabile incrementare il dolore, non è sensato provocare il riso, quando c’è solo da riflettere e agire.       

mercoledì 20 gennaio 2016

Il Padreterno ha perso la pazienza


      Il Padreterno ha perso la pazienza,
      dopo tanta fatica a far le cose
      diverse per non essere noiose,
      gli uomini in forza di giurisprudenza

      vogliono abolire ogni differenza.
      Niente papà e mamma, sposi e spose,
      maschi e femmine, garofani e rose,
      perfino notte e giorno all’occorrenza.

      E’ un secondo peccato originale,
      ha gridato dall’alto il Padreterno,
      un vero scatafascio generale.
     
      Ed ha mandato giù un nuovo inferno,
      dove non c’è più luce che distingua
      e vano è l’occhio, inutile la lingua.   

domenica 17 gennaio 2016

Renzi e il liscio e busso di Juncker


Il Presidente della Commissione Europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, fortissimamente sponsorizzato dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, perfino contro i veti e le minacce dell’inglese David Cameron, ha detto a Matteo Renzi di finirla di offendere i membri della Commissione, di non capire per quale motivo lo faccia e soprattutto di non attribuirsi meriti che non sono suoi, come quello di aver introdotto la flessibilità nei bilanci.
“L’ho introdotta io – ha ripetuto più volte Juncker – non lui: c’est moi, c’est moi”. Insomma, una bella lavata di capo, fuori dal politically correct, come non se ne vedeva una da tempi immemorabili. In diplomazia complimenti e salamelecchi non contano nulla; destano preoccupazione e fanno male le parole toste e dirette, proprio perché inusuali. In compenso mettono in chiaro molte cose.
Detta alla paesana, la sparata di Juncker contro Renzi suona così: smettila di parlare a cazzo e non fare la mosca cocchiera.
La qual cosa a noi italiani non piace. Juncker è pur sempre una sorta di Quisling, lì posto per eseguire ordini e fare gli interessi di altri; e Matteo Renzi è pur sempre il Presidente del Consiglio italiano che fa gli interessi del suo paese, sia pure in modi discutibili.
Si può legittimamente ipotizzare che dietro Juncker ci sia la Merkel, che di questi tempi non se la passa bene. Il Ministro italiano dell’Economia Padoan ha replicato, portando qualche elemento di chiarezza. Sì, è vero – ha detto – la flessibilità è stata introdotta dalla Commissione perché non poteva introdurla che lei, ma già se n’era parlato durante il semestre di presidenza italiana.
E Renzi? Ha replicato da par suo, offendendo, questa volta i suoi connazionali predecessori. “Non ci lasciamo intimidire – ha detto – l’Europa ha finito di telecomandare l’Italia”. Capito? Amato, D’Alema, Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, e perché no, Ciampi, Napolitano, tutti portaordini della Commissione Europea. Del resto, quando dice che l’Italia non si presenta più in Europa col cappello in mano, dà dell’accattone o del servo a quanti lo hanno preceduto. Cosa che ha costretto lo stesso Napolitano, giorni fa, a dirgli garbatamente che sbaglia ad offendere politici e tecnici italiani in Europa, i quali si sono sempre comportati con dignità ed efficienza.
Ma la lezione di Juncker ce la siamo strameritata anche noi; noi dico, popolo italiano. Da anni Renzi non fa che andare a ruota libera. A volte gioca con le parole, cerca la battuta come se stesse in un bar a litigare con tifosi avversari. Un modo disinvolto e stravagante di comportarsi di un Presidente del Consiglio; carica invece che dovrebbe sempre informarsi a compostezza di linguaggio e di comportamenti.
Di presidenti del consiglio più o meno della sua età l’Italia ne ha avuti altri e di certo non si comportavano come lui, che sembra giocare a fare per certi aspetti il Mussolini del XXI secolo e per certi altri il Berlusconi d’Oltrarno, producendo una caricatura da fare invidia a Checco Zalone e a Maurizio Crozza.
I nostri commentatori, invece di mettere in evidenza e perfino di stigmatizzare le esibizioni di Renzi, si profondono in complimenti, esaltando la sua abilità comunicativa. In Italia si chiama così l’offesa e l’arroganza: abilità comunicativa! Renzi è un genio della comunicazione - dicono. Insomma noi italiani copriamo di elogi chi ci insulta e ci raggira per giunta. Ma che bravo quel Renzi, ci ha fottuti! Salvo poi a distanza di anni a passare al dileggio e alla condanna. E’ il solito vizio italico dell’adulazione, che una volta trovava ragione nelle corti – “l’arte che qui da noi s’industria e cole” diceva l’Ariosto – e che oggi conferma che non c’è proprio niente da fare, peggio che voler raddrizzare le gambe ai cani.
Ma, parole a parte – Juncker in altra occasione aveva fatto l’elogio di Renzi – la presa di posizione del Presidente della Commissione Europea ha messo in evidenza i non buoni rapporti tra l’Italia e gli altri paesi dell’Unione Europea.  Qui occorre vedere se non sono buoni perché il governo italiano è mal rappresentato – cosa non del tutto peregrina – o se giustamente il governo italiano difende gli interessi del suo paese dalle spire soffocanti europee, nel sospetto che viga in Europa il principio del “due pesi e due misure”: quel che è possibile fare per la Germania, non lo può fare l’Italia. Gli esempi non mancano, dall’impossibilità di salvare l’Ilva ai tre miliardi dati alla Turchia per frenare il flusso di migranti verso la Germania, al gasdotto che dalla Russia porterebbe il gas in Germania lasciando fuori i paesi dell’Europa orientale, dalla Polonia alla Grecia.
Ma tutto questo c’entra relativamente col modo di comunicare di Renzi, che è compulsivamente offensivo e perciò inadeguato a garantire chiarezza di posizioni e di interessi in un ambiente così disarticolato e complesso come è quello europeo. Il risultato del suo linguaggio è di far passare dalla ragione al torto.
Che Renzi cerchi con certe battute di togliere terreno da sotto i piedi dei suoi avversari politici italiani, nell’ipotesi di un voto anticipato al 2017, non basta a giustificarlo.
D’altra parte, responsabilmente, bisogna riconoscere che ogni volta che ci dobbiamo adeguare alle direttive europee in Italia è il caos. L’ultimo lo fa registrare l’organizzazione del lavoro dei medici negli ospedali. Il nostro indiscutibile talento ad arrangiarci confligge con quello, tutto nordeuropeo, della pianificazione e del rispetto delle norme. Questo lo dobbiamo capire tutti in Italia, senza strumentalizzazioni.
Juncker, con la sua intemerata, ha comunque evidenziato alcuni altri aspetti, come il difficile momento che sta attraversando l’Europa e la crisi di consensi della Merkel in seguito alla sua infelice apertura illimitata ai profughi siriani. C’è del nervosismo, questo è certo, e Juncker lo ha dimostrato passando il liscio e busso all’incauto nostro Presidente del Consiglio. Renzi, da perfetto impunito, continuerà a parlare a cazzo e a fare la mosca cocchiera, tanto in Italia lo aspetta la solita claque di fottuti allegri.

mercoledì 13 gennaio 2016

Quarto, lo "scoglio" fatale del Movimento


Ma chi li ha consigliati i tre esponenti, Di Maio, Di Battista e Fico, i più autorevoli, a quanto pare, dopo i guru Grillo-Casaleggio, del Movimento 5 Stelle? Mi riferisco alla loro apparizione in Tv, uno accanto all’altro, come le tre famose scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Mi pare che stessero pure stretti in quella specie di panchina da marciapiede ferroviario. Sembravano legati come in una cordata di montagna, come a dire il nostro destino è comune: se ha visto uno, hanno visto gli altri; se tace uno, tacciono gli altri; se ha sentito uno, hanno sentito gli altri. In poche parole, se cade uno cadono gli altri.
Siamo all’abc della politica, quella che fa diventare gigantesco il guappetto di Firenze. I tre sostenevano di non aver mai saputo niente dell’affare di Quarto, il comune del Napoletano, amministrato da una di loro, Rosa Capuozzo, balzata agli onori delle cronache nazionali per presunte infiltrazioni camorristiche nella sua elezione a sindaco; prima difesa dal Movimento e poi espulsa perché disobbediente.
Vere o non vere le infiltrazioni, veri o non veri i tentativi – ma questi ultimi sono assolutamente verosimili in terra di camorra – sulla vicenda ci sono da dire alcune cose.
La prima è che nelle regioni dove è diffusa la mafia o la camorra le elezioni sono sempre condizionate. E non solo le elezioni, ma qualsiasi attività, anche imprenditoriale, commerciale, professionale, impiegatizia. Non prendiamoci per fessi! Se io entro in un qualsiasi bar so che ci può essere un mafioso che mi offre il caffè. E io, che faccio? Gli dico: no, da te non l’accetto, oppure m’invento una scusa? L’accetto e il giorno dopo sono io a offrirlo a lui; ci sono leggi di elementare urbanità assolutamente inderogabili. Via, chi parla del Sud senza conoscerlo, venga per un corso accelerato. Dove c’è la mafia – e nel Sud, altro se c’è! – tutto viene inquinato e chi si oppone è finito, perfino materialmente. I mafiosi votano e fanno votare, come accade in ogni democrazia. Ho detto delle ovvietà, delle quali mi vergogno, tanto sono risapute in Italia e nel mondo.
La seconda è che una vicenda così scontata andava gestita diversamente. Nel Sud, salvo che uno non decida di mettersi da parte, sapendo di dover operare in un ambiente inquinato, nel momento in cui decide per l’impegno pubblico, deve prepararsi a compiere immediatamente i passi occorrenti per denunciare pubblicamente ogni tipo di “aggressione”, che prima o poi arriva.
Nel “Giorno della civetta” di Leonardo Sciascia, il Capitano dei Carabinieri Bellodi, appena arrivato a destinazione, riceve la visita di un potente del luogo che gli offre subito un bell’appartamento, altro che quelle quattro scalcinate pareti dove l’Ufficiale si era sistemato. L’Ufficiale ovviamente rifiuta.
A Quarto il Movimento 5 Stelle non ha saputo gestire la situazione. Si sono comportati tutti come dei dilettanti allo sbaraglio, o, per usare la scala dei valori sociali di Sciascia, come tanti quaquaraquà. Se così non è stato, allora viene di sospettare altro, fermo restando il cerchio delle possibili variabilità umane, tra cui la paura, che non è da sottovalutare.
Certo, il modo come cinicamente il Pd ha strumentalizzato il caso Quarto, per omologare il Movimento 5 Stelle al canone dell’immoralità pubblica, lascia veramente stupefatti. In meno di ventiquattr’ore il castello fatato del Movimento si è trasformato in un ritrovo di faccendieri. “Il Movimento non può avere il monopolio della moralità pubblica e il caso Quarto lo dimostra”. Questo il mantra di Renzi e compagni.
Un po’ è vergognoso, ma in politica è come in guerra, tutto si può. Siamo alla vigilia di importanti scadenze elettorali nelle più importanti città d’Italia, da Torino a Napoli, attraverso Milano e Roma. Azzoppare gli avversari in una corsa così difficile e incerta non dico che è lecito, ma politicamente comprensibile.
Il nostro parere sulla vicenda di Quarto è che il Movimento 5 Stelle non ha sufficienti anticorpi per gettarsi in una battaglia politica, che non è più fatta di “vaffanculi” ma di credenziali importanti per proporsi a delle realtà politiche di grande complessità amministrativa, come sono le città in cui a primavera si vota. Non bastano le intenzioni, non bastano gli entusiasmi, non bastano le rabbie covate per anni a causa delle ingiustizie e le nefandezza pubbliche, occorre avere consapevolezza dei propri mezzi nelle più varie difficoltà. Consapevolezza anche di situazioni che si possono creare, malgrado ogni onesto sforzo per evitarle.
Siamo in un paese in cui la corruzione ha mille forme e mille altre in varietà di trasformazioni. Il Movimento 5 Stelle non è una colonia di marziani, ma di italiani autentici, con tutti i loro pregi e difetti. Se non si rendono conto di questo e si ostinano maniacalmente a voler cambiare gli italiani, come a voler raddrizzare le zampe ai cani, allora finiranno come sono finiti tanti altri prima di loro, più o meno come loro animati in principio da buoni propositi.