domenica 20 dicembre 2015

Cristiani e musulmani nel paese "fai da te"


In questo nostro Paese, lasciato allo spontaneismo più diffuso e alle iniziative più strampalate ed estemporanee, accade di tutto; c’è da aspettarsi di tutto.
A Pontoglio, comune in provincia di Brescia, il Sindaco di centrodestra Alessandro Seghezzi, ha aggiunto sotto le due targhe d’ingresso al paese una terza targa, in cui si avvisa che trattasi di «Paese a cultura Occidentale e di profonda tradizione Cristiana» e che «Chi non intende rispettare la cultura e le tradizioni locali è invitato ad andarsene». Già la seconda targa traduceva Pontoglio in “Pontoi”, a dire che in quel paese si è bilingui, italiano e dialetto bresciano, da intendersi, questo, di pari dignità comunicativa. E’ come se all’ingresso del mio paese, Taurisano, si aggiungesse una seconda targa per tradurlo nel dialetto “Tarusanu”. E perché, poi? L’italiano ci va stretto? Sarebbe forse assai più opportuno che questi neonazionalisti di Pontoglio e dintorni curassero di più l’italianità del loro essere geografico, politico e culturale, invece di chiudersi nelle gabbie dell’incomprensione.
Ma, dopo le prese di posizione di sconsiderati dirigenti scolastici di impedire a scuola lo svolgimento delle tradizioni natalizie cristiane per non offendere chi cristiano non è, ma, senza ipocrisie, in riferimento esclusivo ai musulmani, c’era da aspettarsi che alle cretinate di una parte si contrapponessero cretinate dall’altra. Anzi, doppie cretinate.
Errore rinunciare alle proprie tradizioni, millenarie, nella presunzione o nella paura di offendere degli stranieri, i quali non hanno mai chiesto finora di non essere offesi, né si sono mai lamentati di esserlo stati da un presepe o da un concerto di canti natalizi. Perché creare un problema quando non ne esistono i presupposti?  Già, perché? Perché si è fessi! Verrebbe di dire.
Ancor più grave – e qui mi riferisco al Sindaco di Pontoglio – quando dai ad intendere di avere tu un problema dalla presenza di migranti, i quali hanno tutto il diritto di essere musulmani o d’altro credo. Non solo il problema non esiste, ma inventarselo per angustiarsi e minacciare è ancora più da fessi.
Ricordo che tra gli anni Cinquanta e i Sessanta del Novecento l’Europa era piena di migranti italiani. Ce n’erano in Svizzera, in Francia, in Germania, in Olanda, in Belgio. E nella maggior parte erano lombardi, emiliani, friulani, veneti. C’erano pure i meridionali, i quali finirono per essere chiamati “cìncali” omologati ai settentrionali che, giocando a morra nei ristoranti, si facevano notare per come pronunciavano il cinque: <cinq>. Per cui tutti gli italiani erano <cìncali>, un diminutivo per indicare piccoli italiani; come noi abbiamo chiamato anni addietro i <vu’ cumprà>, dall’approccio con cui i venditori ambulanti di origine africana si proponevano.
A scuola nei primi anni Sessanta – frequentavo la scuola pubblica a Berna – nella mia classe c’erano un campano della provincia di Avellino, due salentini (io e un ragazzo di Aradeo) e un piemontese della provincia di Alessandria. Nell’ora di religione, che cadeva nella prima di ogni lunedì, noi cattolici entravamo un’ora dopo, perché la religione che si osservava in quella scuola era protestante. Nessuno si sentiva offensore e nessuno si sentiva offeso.
E’ ben vero che noi italiani rispettavamo tutto quello che c’era da rispettare, pubblico e privato; e gli svizzeri nei nostri confronti erano tolleranti nella rigorosa tutela delle loro cose, morali e materiali. La cultura, quando non è solo somma di saperi e di nozioni, aiuta e anzi promuove la convivenza.
Ora gli italiani del Nord si sono arricchiti, stanno bene, molto meglio di quelli del Sud – a parte qualche problema economico passeggero – si sono insuperbiti, hanno la puzza sotto il naso, dicono allo straniero: se non rispetti il mio Dio te ne vai. Fino a ieri o all’altro ieri certe cose le dicevano perfino a noi meridionali: non si affittano camere ai meridionali.
C’è in questa gente, per molti altri aspetti ammirevole, una sorta di tendenza ad una giustizia fai da te, ad un rifiuto di accettare le regole della nazione, che non può ragionare in alcun modo come il sindaco di Pontoglio. Lo Stato interloquisce con altri Stati, deve porre domande e deve dare risposte assai più importanti e responsabili.
Si dirà: oggi esiste un problema, che è sbagliato far finta che non esiste; ed è quello di una società che va sempre più multiculturalizzandosi senza una guida sicura da parte delle istituzioni. Voglio dire che l’immigrazione è un fenomeno molto serio, sia per i risvolti economici sia per quelli politici e culturali. Sarebbe una tragedia se diventasse serio anche per l’ordine pubblico.

Quale indicazione dà lo Stato per gestire il processo senza che questo se ne vada per sue direzioni? Nessuna. Nella più bella tradizione italica si lascia che tutto scorra spontaneamente. Non so se si tratti di una scelta calcolata o di una condizione immodificabile o inevitabile. Sta di fatto che lo Stato, mentre lascia che l’immigrazione faccia il suo corso senza alcun limite e senza alcun freno, non aiuta né le nostre istituzioni né i cittadini ad accogliere i migranti; né riconosce ai migranti diritti e doveri ben definiti. Così da un lato le città si riempiono di moschee abusive e adattate in locali di fortuna, incontrollate e incontrollabili, da un altro si permette a dirigenti scolastici e a sindaci di prendere iniziative, in un senso o nell’altro, ma sempre discutibili quando non vietabili e sanzionabili.     

mercoledì 16 dicembre 2015

Il fallimento delle banche: un altro paradosso italiano


Il cosiddetto decreto salva-banche adottato dal governo il 22 novembre scorso è un capolavoro di italianità. Di fatto ha dichiarato fallite quattro banche (Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Banca Marche, Carichieti e Cassa di Risparmio di Ferrara) per poter salvare – hanno detto quelli del governo – i correntisti e migliaia di posti di lavoro. Salvare cioè la parte sana di quelle banche tagliando e buttando quella malata. Peccato che nella parte malata c’erano 140.000 risparmiatori, i quali hanno perso 430 milioni di Euro. Pare che 12.500 di essi non hanno speranza alcuna di recuperare i soldi avendo investito in obbligazioni subordinate.
Addentrarsi nel complicato mondo della finanza, delle azioni, dei titoli, delle quote, delle obbligazioni subordinate e di altre finanziarità, è arduo – a quanto è dato capire – perfino per gli esperti. Tra i risparmiatori vittima del fallimento delle suddette banche ci sarebbero, infatti, perfino dei loro dipendenti, dei funzionari, che avrebbero dovuto sentire la puzza di bruciato prima dell’incendio.
L’assurdità della manovra del governo sta nel fatto che le istituzioni preposte ad impedire il fallimento, ovvero a che la situazione giungesse al fallimento, Banca d’Italia e Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) dipendono dal governo e avrebbero dovuto tenere sotto controllo la situazione per impedire che accadesse quello che poi è accaduto. Insomma il governo ha fatto fallire col suo decreto salva-banche le banche che avrebbe dovuto impedire che fallissero.
E’ la democrazia, bellezza! Pur non essendo un fanatico della democrazia, direi: è l’Italia, bellezza! Ma come possono accadere cose simili senza che alla fine ci siano dei responsabili ai quali far pagare le colpe del disastro? A dare colore, tipicamente italico, c’è che la Banca dell’Etruria aveva come vice-presidente il padre del Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi e tra i funzionari di vertice della banca il fratello della Boschi e tra i dipendenti la cognata (della Boschi sempre).
Oggi quelli del governo se ne escono con la Commissione parlamentare d’inchiesta, istituto che non ha mai combinato nulla di buono in Italia; come se l’istituzione di questa commissione fosse la panacea di ogni male.
I cittadini devono sapere che una banca fallisce come una qualsiasi azienda: spende soldi che non riesce a far rientrare. Queste banche hanno prestato danaro ad imprenditori amici, senza accertarsi delle loro condizioni di solvibilità e di restituzione. A questo s’aggiunga pure qualche altra spesa eccessiva, come assunzioni di personale o investimenti fallimentari. La Banca d’Italia e la Consob avrebbero dovuto controllare e intervenire. Cosa che hanno fatto quando ormai le gatte erano gravide e non c’era più nulla da fare, se non commissariarle e accelerare il fallimento, prima che entrasse in vigore la nuova norma di adeguamento comunitario col 2016, il cosiddetto bail-in, in base al quale sono le stesse banche a tirar soldi per salvare le banche in difficoltà o fallite, non più lo Stato. Se non ci fosse stato il decreto governativo del 22 novembre scorso che ha stabilito in 2,3 miliardi di Euro il fondo per salvare le quattro banche, di soldi nel 2016 ne sarebbero occorsi molti di più, circa 13 miliardi.
Un pasticcio che è già complicato raccontare. Tagliamo il nodo gordiano riportando la questione nella sua normalità, che uno Stato serio dovrebbe garantire.
Le banche non sono dei casinò dove si va a giocare, col rosso e col nero: si punta e si rischia, si perde e si vince. Le banche sono degli istituti garantiti in cui un cittadino va a mettere al sicuro i risparmi di una vita. Si dà il caso, invece, che quando un risparmiatore va in banca a depositare i suoi soldi,  incontra un funzionario, un impiegato che gli dice: ma perché questi soldi non li metti a frutto acquistando titoli, azioni o obbligazioni? Così alla fine dell’anno invece di una miseria di interessi potrai avere molto di più. Immagino che l’altro obietti: ma siamo sicuri che sarà così? Sicuri? Replica il bancario, certissimi!
Più o meno è questo il dialogo che si ripete come una liturgia tra cittadino risparmiatore e bancario. Il quale, per poter avere il premio di produzione dalla sua banca, convince il cittadino ad investire i suoi soldi in titoli e obbligazioni.
Intendiamoci, nessuno vuole criminalizzare questi signori. Non sono essi che concedono prestiti ad amici che non restituiscono poi i soldi e fanno fallire la banca. Sono i loro superiori. Essi, però, finiscono per essere complici involontari – almeno così ci piace pensare – perché, se no, saremmo davvero nell’ambito di vere e proprie organizzazioni a delinquere.
Complicità involontarie, prestiti avventati, intrecci politici, autorità disattente o interessate costituiscono un intreccio diabolico, dalle cui spire i cittadini vengono soffocati. Che oggi qualcuno cerchi di buttare la colpa agli stessi cittadini, tacciandoli di consapevole azzardo e perciò vittime di se stessi, è davvero enorme. 
Il rischio oggi è grosso. I cittadini, infatti, stanno perdendo fiducia nel sistema bancario e pensano davvero di cucire i soldi risparmiati nel materasso, trasformando danaro attivo in “pecunia otiosa”. Se tanto dovesse verificarsi sarebbe la fine del progresso e la morte della società della produzione e dei consumi. La “pecunia otiosa” infatti è tipica delle società povere e chiuse, quali erano quelle del medioevo, quando, in mancanza di danaro, i commerci avvenivano nella corte e col baratto. 

domenica 13 dicembre 2015

Renzi e la Leopolda


Alla VI edizione della sua invenzione politica, a Firenze, Renzi ha detto che senza la Leopolda non sarebbe diventato capo del governo, che non ci sarebbe stato quel cambio politico generazionale che è sotto gli occhi di tutti. L’orgoglio delle proprie imprese in politica è comprensibile. Quanto però un successo politico dipenda da esse o da un insieme di circostanze diverse è assai più complesso dimostrarlo; ma diamo a Renzi quel che è di Renzi. Oggi è l’uomo politico italiano più importante, con una prospettiva assai più importante del suo trascorso. La Leopolda - ha detto - è il futuro. La Leopolda, insomma, come il socialismo, il fascismo, il comunismo: un sistema di idee e di fatti epocale. Bum!
Renzi, però, esagerazioni a parte, sembra l’uomo giusto nel momento giusto. Se così non la pensassi non sarei quell’hegeliano che mi son sempre professato. Nell’era dei social, del chiacchiericcio mediatico, dei ciarlatani e degli uomini di plastica, Renzi è un simbolo prima ancora di essere un rappresentante; un prodotto più che un artefice.
Questo non significa che è positivo tutto quello che fa; piuttosto che non ha competitori, che è come un concorrente in pista senza avversari, che arriva primo e ultimo al traguardo. Fa quello che fa perché nessuno lo contrasta, lo condiziona, lo sminuisce, lo costringe al compromesso. D’Alema, Bersani, Cuperlo, Fassina, Civati, Vendola sono neige d’antan, per dirla col Villon, quello della ballata degli impiccati.
La Leopolda non è un partito e non è una corrente del partito cui Renzi appartiene. Lo ha detto chiaro e tondo. Ipse dixit. E, allora, che cos’è? Pare una bolla d’aria, una “trovata” propagandistica, tra il pubblicitario e il politico. Un altro segno dei tempi, prima o poi qualcuno le darà l’importanza che non ha. 
Passiamo al concreto. E’ la politica estera renziana – in verità evanescente fino alla mortificazione – che spiega ogni altra politica di questo governo, da quella economica a quella scolastica, da quella della sicurezza a quella delle stesse riforme. Quando Renzi si incontra coi suoi omologhi europei e mondiali lo vediamo in disinvolta conversazione con essi e in amichevoli pacche sulle spalle, sorrisi e scambi di battute. Sembra quasi che tutti lo cerchino; tutti gli sorridono, lo coccolano, come in genere si fa con l’ultimo arrivato, il figlio piccolo di famiglia. Si compiace a fare il cacanido. Ovvio, la televisione seleziona le immagini e mostra quello che conviene, che fa propaganda.
Quando torna in Italia fa la voce grossa: noi non bombardiamo e quelli che lo fanno sbagliano, non sanno neppure che cosa bombardano e perché; l’Europa non ha una strategia. L’Europa non ci deve dire quello che dobbiamo o non dobbiamo fare.
Beh, concediamogli pure il contentino. Non ci costa niente. Ma ammettiamo anche che uno come Renzi, il boy-scout nazionale, oggi come oggi fa al caso nostro: chi vuole la guerra in Italia? Ma stiamo scherzando? La posizione del governo esprime alla perfezione il punto di vista più diffuso nel Paese. Ma da qui a dire che l’Italia è in prima linea, come fanno Renzi e compagni, che dopo gli Stati Uniti è il Paese che ha più militari in missioni all’estero, ne corre. Il nostro disimpegno andrebbe spiegato, senza vergognarsi, senza pezze propagandistiche che fanno male, senza ruffianismi con i paesi da dove vengono i migranti, ai quali non si prendono le impronte come vogliono le norme europee. L’Italia è come papa Francesco la vuole: una chiesa da campo, prima accogliamo e curiamo e poi, se è il caso o se c’è tempo, certifichiamo l’identità.
La nostra politica estera è sostanzialmente ruffiana e mira ad un trattamento di favore perfino dai terroristi. Ai quali si dice o si fa capire che noi non siamo come i Francesi, come i Russi, come gli Inglesi, come gli Americani; noi siamo brava gente: basta che c’è la salute.
Renzi perciò fa davvero al caso. Non c’è che dire. La stampa lo asseconda. Perfino quella più ostile ormai tace e se pure accenna a qualcosa di spiacevole, lo fa col preservativo anti-Salvini, sparando in premessa contro la destra impresentabile.
Il decreto salva-banche, fatto per salvare le quattro banche fallite, è la prova più lampante di un Paese, che, senza o con Renzi, non cambia. Le banche semplicemente non dovrebbero fallire. C’è una legge del 1926 che le mette tutte sotto il controllo della Banca d’Italia. Se falliscono è perché qualcuno o più di uno ha delle responsabilità; e pertanto dovrebbe pagare. I risparmiatori, furbi o fessacchiotti, non dovrebbero essere truffati. In banca non si va come al Casino a puntare, se esce rosso vinco se esce nero perdo. In banca si va a mettere al sicuro i propri risparmi nell’eventualità di un bisogno, di un’esigenza, nella prospettiva di realizzare qualcosa per i figli. Che governo è quello che lascia alla mercé di ladri e truffatori i cittadini, provveduti o meno che siano? Il decreto salva-banche del governo doveva anzitutto tutelare gli interessi dei risparmiatori. Non devono essere sempre i cittadini ignari a pagare per le manchevolezze delle istituzioni. Invece, ancora una volta, propaganda: col decreto abbiamo salvato migliaia di posti di lavoro. Tra i posti di lavoro salvati ci sono quelli di quegli impiegati che hanno truffato i risparmiatori con le obbligazioni inadatte facendo perdere loro i risparmi di una vita.
Col decreto salva-banche è stata salvata, con le altre tre, anche la banca di cui è vicepresidente il padre della ministra per le riforme, Elena Boschi. Dove starebbe la panacea renziana se in Italia accadono esattamente le stesse cose che sono sempre accadute? Dove il nuovo uomo della provvidenza?
La “buona scuola” è l’altra solenne minchiata, per come noi salentini e siciliani intendiamo il termine; ossia una volgare presa in giro. Propaganda bella e buona: un provvedimento di tipo economico fatto passare per provvedimento educativo e formativo. E’ la più grande infornata di massa di insegnanti mai avuta in Italia. Gli effetti si vedranno a breve.
La politica economica del governo, nonostante il fiume di soldi che Renzi ha messo in circolo, non raggiunge neppure un punto in percentuale. Ha detto il sociologo Giuseppe De Rita, presidente del Censis, che l’Italia è sospesa, che è una cosa un po’ penosa dover valutare una ripresa economica fiacca basata sugli zero virgola.

Probabilmente questo governo durerà quanto vuole, paradossalmente anche oltre la normale scadenza, se lo vuole, perché la politica è morta e quei pochi politici che ancora sono in giro sono impresentabili, spaventapasseri in una landa deserta. Deserta perfino di passeri, dato che l’astensionismo degli elettori non sembra fermarsi.

domenica 6 dicembre 2015

Cambiare parere su Renzi si può, anche in peggio


Eugenio Scalfari ha compiuto atto di ravvedimento su Matteo Renzi e si è con lui sposato. Lo ha fatto da Lilly Gruber, compare di nozze Paolo Mieli, mercoledì sera, 2 dicembre, nella chiesa de “La Sette”. Ha detto: ritengo che governare da solo sia un errore e Renzi governa da solo; il fatto che abbia intorno uno staff di venti persone non dice niente perché queste sono tutte persone sue senza volontà politica propria. Poi ha aggiunto: ora però mi correggo, siccome in Europa i capi dell’esecutivo dei paesi più importanti governano da soli, allora è inevitabile che lo faccia pure lui. Al limite – ha concluso – bisognerebbe creargli dei contrappesi istituzionali. Più o meno questa la base del matrimonio Scalfari-Renzi.
Ora, è sempre bene che qualcuno, accortosi di aver sbagliato, si ravveda e lo dica pubblicamente. Gli fa onore. Ma, nel caso in specie, è lecito chiedersi: c’era bisogno di una simile arrampicata sugli specchi? Prima Scalfari non lo sapeva che in Europa altri governano da “soli”, dalla Merkel ad Hollande, a Cameron? E non sa che mentre per quei paesi è normale, avendo altri sistemi politici, altra tradizione; per noi resta un’anomalia, che non trova giustificazione se non nella crisi politica che stiamo attraversando? Una crisi che non è determinata soltanto dalla mancanza di uomini politici di un certo valore, ma soprattutto dall’involuzione democratica che stiamo subendo per aver ceduto all’Unione pezzi di sovranità e vanificato pezzi della Costituzione.
L’Europa, per certi aspetti, va sempre più feudalizzandosi. Carlo Magno, imperatore del Sacro Romano Impero, se la vedeva coi singoli signori a cui aveva assegnato il feudo; a loro chiedeva uomini e soldi per l’occorrenza. Così l’Unione Europea ha bisogno di avere un solo interlocutore per paese, tratta solo con lui; gli altri, neppure sa che esistono. E’ una questione di funzionalità del sistema. Questo ha necessariamente sminuito il ruolo dei partiti all’interno dei vari sistemi politici e l’incidenza dei loro uomini. Di fronte a questo processo, le politiche nazionali sono in crisi e crescente è l’impoverimento politico. E’ la fase – chissà quanto lunga! – della de-ideologizzazione. Matteo Renzi, in quanto uomo politico post-ideologizzato, fa al caso. Bisogna riconoscerlo. 
Torniamo a Scalfari. Il perché di questo suo poco convincente “ravvedimento” è che “la Repubblica”, di cui Scalfari è stato fondatore e di cui tuttora è editorialista, da gennaio sarà diretta da Mario Calabresi. Il cambio di direttore in un giornale così importante, nel quarantennale della fondazione, non può essere senza cause e senza conseguenze. La causa è che il giornale deve cambiare rotta, le conseguenze è che deve attestarsi sulle posizioni di Renzi, deve diventare cioè uno strumento di potere di Renzi. Scalfari, dopo un momento di disapprovazione per non essere stato neppure interpellato sul successore di Ezio Mauro, si è adeguato. Quel che dice in proposito Paolo Mieli non conta niente. Ormai lo sanno perfino le moquettes dei suoi salotti che è il monsignore della cultura politica italiana.
Resta tuttavia il problema Renzi, liquidato dai suoi detrattori in maniera troppo sommaria, per via di quel suo proporsi che fa scarto tra il suo essere e il suo rappresentare. Non appare proprio come un ciuco in cattedra, ma come un imberbe che si comporta come il più anziano dei saggi; irrita come vedere la Gioconda coi baffi. Un fatto, prima ancora che di ragione, di pelle.
Ci sono motivi oggi per cambiare parere su Renzi, a parte le “ragioni” di Scalfari e i baffi della Gioconda? Cambiare parere forse no, ma approfondire il dissenso o aprire al consenso forse sì.
In verità, e per la mancanza di uomini forti in campo e per le circostanze di cui si diceva, Renzi va dimostrando sempre più di saperci fare; concilia l’utile del consenso con la bontà dei provvedimenti. E’ un furbo fortunato; e anche questo irrita.
Da quando promise i famosi ottanta euro a chi percepiva un reddito inferiore ad una certa soglia – promessa mantenuta, che gli procurò uno straordinario successo elettorale alle Europee del 2014 – ha continuato con la politica dell’elargizione, che sul piano pubblico ha avuto un impatto straordinariamente efficace. Renzi è l’uomo che ha fatto entrare l’esercito degli insegnanti precari, ammantando un’operazione di puro opportunismo socio-elettorale come la riforma della “buona scuola”. Ha promesso e dato 500 euro ad ogni insegnante per l’aggiornamento. Ora promette di dare 500 euro ad ogni ragazzo che compie diciott’anni. Sembra l’uomo della beneficienza, una sorta di Paperon de’ Paperoni improvvisamente convertito allo scialo.
Ma quali le ragioni vere di tanta prodigalità? Anzitutto i soldi non ce l’ha e per averli sta spogliando il paese di tutto: chiude province, ospedali, reparti ospedalieri, tratte ferroviarie, tribunali, corti d’appello, declassa porti, mette in crisi strutture pubbliche importanti come musei e biblioteche. Sta riducendo il paese ad uno scheletro, mentre costringe le Regioni a tagliare servizi o ad imporre tasse. In secondo luogo, appare di tutta evidenza che le sue iniziative non hanno nulla di samaritano, rispondono invece a logiche economiche. Dei sei milioni di pensionati sotto i mille euro mensili non si preoccupa; eppure si tratta di persone indigenti, di anziani malati e bisognosi di assistenza e di cure. Egli punta decisamente sui giovani e ad essi lega la ripresa economica. Ha individuato dei punti strategici, ad effetto domino, uno ricadente sull’altro. Immette denaro in certi settori della società col chiaro intento di aumentare i consumi e i…voti. L’aumento dei consumi incrementa la produzione; essa produce posti di lavoro ed assunzioni e quindi nuova moneta sul mercato. L’aumento dei voti gli consente di governare per chissà quanti anni ancora. L’esercito dei precari a scuola, ancor più delle “mance” – così le chiamano i suoi avversari dell’opposizione –, è il segno di questa politica. La scuola renziana può essere solo peggiore di quella precedente. L’anno scolastico è da poco iniziato e già sono emerse le prime falle organizzative.

Quel che conta per Renzi è che ci sono centinaia di migliaia di consumatori e di elettori in più. La sua è una politica che abbaglia ma non illumina; speriamo che non accechi. 

domenica 29 novembre 2015

Musulmani e "musulmani" li abbiamo in casa


Cerco, servendomi di un precedente storico, di far capire quanto sia pericolosa la faccenda musulmana per gli europei e per la pace mondiale.
Una delle più gravi aberrazioni di tutti i tempi è stata la soluzione finale dei nazisti contro gli ebrei. I nazisti avevano torto a considerare nemici gli ebrei; si trattava di una fisima ideologica che peraltro avevano ereditato da altre culture europee. Il nazismo con la violenza e la propaganda fece credere ai tedeschi che gli ebrei erano nemici della Germania, che l’avevano invasa e che ne opprimevano il popolo. Non era vero, perché gli ebrei tedeschi erano tedeschi a tutti gli effetti, avevano lavorato e prodotto, studiato e combattuto per la Germania; ma la sensazione per i tedeschi fu quella di avere in casa il nemico. Il resto lo conosciamo.
Senza entrare nel merito della vicenda, in sé esecrabilissima, è proprio la sensazione di sentirsi oppressi da una popolazione straniera che spinge a reazioni estreme e terribili.
Che farà l’Europa quando si sentirà davvero invasa e oppressa dai musulmani? E qui stiamo parlando di un’oppressione assai più concreta e più motivata, perché mentre gli ebrei in Germania avevano radici profonde, erano pacifici e laboriosi e nella crema del popolo tedesco una componente importante era costituita da ebrei, i musulmani in Europa portano morte e spavento.
A mio modestissimo avviso ci stiamo avviando verso un’altra soluzione finale. Ciò accadrà quando gli stati europei saranno costretti, per la sicurezza delle loro popolazioni, a stroncare i mali estremi dell’islamismo ricorrendo ad estremi rimedi.
Invasione e oppressione musulmane sono già in essere. Esse sono di due tipi, per un verso il terrorismo dei combattenti musulmani, che fa stragi e modifica il modo di vivere degli europei, per un altro la conquista di spazi fisici e morali sempre più ampi da parte dei cosiddetti musulmani moderati. Nell’uno e nell’altro caso si avverte sempre più la presenza e la minaccia di una forza straniera e ostile. Non c’è da meravigliarsi se prima o poi ci sarà la reazione. Essa sarà partorita dalla stessa Europa. Nella storia il necessario arriva sempre puntuale.
E veniamo a noi. In Italia non ci sono stati finora attentati. Merito dei nostri servizi di intelligence? Mettiamola così. Ma si potrebbe anche dire che noi ad ogni livello stiamo bene attenti a non irritare i musulmani. Se così fosse, non sarebbe una cosa ignominiosa, ma sulla quale bisogna riflettere.
Si dice che Renzi è un “disertore” perché non si è schierato con gli alleati europei nella lotta all’Isis. Se Renzi è un disertore, voglio farmi male e dico che lo siamo tutti noi. Non diciamo fesserie, a noi la guerra non piace nemmeno a pronunciarla, figurarsi a farla. E le esperienze belliche, da un secolo a questa parte, ci hanno scottate le carni. Quindi, lasciamo stare.
Ma, in questo nostro “prudente” tirarci indietro, stiamo esagerando; stiamo andando oltre le aspettative degli stessi musulmani. Oggi, non solo abbiamo paura di frequentare certi luoghi dove si ritiene più probabile che avvengano attentati, non solo ogni mucchiu, come dice un proverbio salentino, ci pare turchiu (ogni cespuglio ci sembra un turco), retaggio delle invasioni e delle stragi subite dai turchi, ma stiamo rinunciando ad essere noi stessi da noi stessi, senza cioè che nessuno ce lo dica, ce lo ordini, ce lo imponga.
Io non credo che si possa tollerare, fin d’ora, senza aspettare altro tempo, che dei dirigenti scolastici, con la pretesa ragione di non offendere la sensibilità religiosa di chi cristiano non è – è palese il riferimento esclusivo ai musulmani – impediscano di praticare la religione cristiana a scuola, togliendo i crocefissi dalle aule, e impedendo la tradizione del presepe. Questi signori – si fa per dire – sono assolutamente inadeguati, non voglio dire altro, a svolgere il compito per il quale sono oggi strapagati; e nella maggior parte dei casi sono dei professori falliti e infingardi, diventati dirigenti con concorsi farsa. Chi lo dice ha quarant’anni di insegnamento negli istituti superiori e nei licei; e ne ha conosciuti che ne ha conosciuti! Non conosco il dirigente scolastico Marco Parma, dell’Istituto comprensivo Garofani di Rozzano in provincia di Milano, l’eroe laico che ha vietato di festeggiare il Natale nella sua scuola per non offendere i musulmani, e dunque non so chi sia. Ma le ragioni addotte ai suoi provvedimenti anticristiani puzzano di cacca, in ogni senso. Pare che abbia rimesso il mandato. Non ci sarebbe da meravigliarsi se invece fosse stato costretto a farlo. In ogni caso, plaudiamo.
L’assurdo è che mentre il Presidente della Repubblica Mattarella, il Presidente del Consiglio Renzi, Hollande, la Merkel, Obama, Cameron e tutti insistono nel mantra che dobbiamo fare quello che abbiamo sempre fatto, e cioè cantare, ballare, gioire, riempire gli stadi, i ristoranti, i teatri, mangiare e bere e fare i gaudenti secondo il nostro costume di divertirci ed essere felici, per non darla vinta a chi ci vuole spav entare e far cambiare vita, degli oscuri dirigenti scolastici, ma dal potere enorme, ci dicono che non possiamo più essere cristiani se non di nascosto, nelle catacombe di casa.
Questa rinuncia alla propria cultura, ai propri costumi, alla propria identità per non offendere la sensibilità di stranieri, che dovrebbero inserirsi proprio attraverso la condivisione delle nostre leggi e della nostra cultura, è aberrante; è qualcosa che va combattuta subito e stroncata immediatamente, senza pietà e misericordia. Lo Stato non deve preoccuparsi di sembrare autoritario se dirama, attraverso i suoi ministeri, disposizioni ad estendere il nostro essere italiani ed europei anche osservando le nostre abitudini religiose. E se ci sono dei dirigenti scolastici e dei professori che non condividono, essi se ne devono andare, devono fare un altro lavoro; ma non possono in alcun modo sottrarsi a dei doveri civici, morali, e non voglio dire patriottici per non apparire inutilmente vintage.
Nella mia esperienza di vita ho vissuto e studiato a Berna per due anni, dai quindici ai diciassette anni; frequentavo la scuola pubblica e il giorno che c’era religione, sempre la prima ora, siccome lì erano protestanti, noi cattolici entravamo in classe l’ora successiva. E comunque eravamo tutti cristiani.

Oggi il vero pericolo che corriamo noi in Italia non è tanto quello degli attentati fragorosi e sanguinosi, che pure c’è, ma quello portato in maniera subdola, silenziosa, strisciante, di questi pseudoilluministi, che ammantano di nobili propositi la loro rivoltante pusillanimità.          

domenica 22 novembre 2015

La Chiesa tra Jerusalem celeste e Babilonia infernale


Con papa Francesco non doveva accadere; invece è accaduto. Lo scandalo dei documenti trafugati e pubblicati in due libri è come un treno che viaggia su un binario predisposto per l’alta velocità. Sono documenti riservati che riguardano le attività amministrative del Vaticano. Ma il profano dei soldi si intreccia col sacro dei sacramenti ed è difficile separare le due cose.
Le anomalie incominciarono durante il Sinodo sulla famiglia. Da noi – disse papa Francesco in apertura – non è come nel parlamento, qui non si fanno compromessi.
Chiara l’antifona: metteva le mani avanti il Papa perché tutto si svolgesse nell’ordine da lui desiderato e sortisse il risultato da lui sperato; un risultato che tutti sapevano qual era, che in tanti però erano intenzionati a non fargli raggiungere.
Il Sinodo per la famiglia ha di fatto spaccato la Chiesa. Si è visto quel che è successo, mentre il Sinodo era in svolgimento, un prete omosessuale ha esibito il suo compagno, tredici cardinali hanno scritto una lettera al Papa facendola conoscere alla stampa perché non si transigesse sui sacramenti, poi la rivelazione di una presunta – presunta? – malattia del Papa. Insomma, non è accaduto nel Sinodo quel che accade in parlamento; è accaduto di peggio.
Alla fine Francesco l’ha spuntata con un solo voto in più della maggioranza richiesta, facendo ricordare agli italiani certi voti in Senato durante i governi Prodi e Berlusconi, quando il governo aveva l’anima tra i denti e aveva bisogno di un voto in più e alcuni senatori a vita, ancorché moribondi, con tutto il rispetto, si presentavano in aula per darglielo.
Diciamola tutta. Che dei cattolici divorziati possano accedere ai sacramenti pare anche a noi, miscredenti, cosa buona. Che colpa può avere un coniuge se l’altro è un fetentone, al punto da rendere impossibile la convivenza? Perché, allora, non consentirgli di avvicinarsi al Signore, nel quale crede e nel quale ripone la speranza di una vita più serena? Ma sappiamo tutti che i sacramenti per la religione cristiana non sono disponibili a revisioni, come lo sono i regolamenti condominiali. Concedere la comunione ad un divorziato o ad una divorziata sarebbe come se il vescovo di quella diocesi pronunciasse per l’uno una sentenza di assoluzione  e per l’altra di condanna; o viceversa.
Lo scandalo cosiddetto Vatileaks 2 è una cosa diversa, ben più seria e ben più grave, come lo ha ammesso perfino il Presidente della Cei cardinal Bagnasco. I due libri usciti in contemporanea, Avarizia di Emiliano Fittipaldi, e Via Crucis di Gian Luigi Nuzzi, che pubblicano e spiegano i documenti trafugati, veicolano mali così gravi che è improbabile si possa dire di loro che non tutti vengono per nuocere. Questi mali nuocciono, altro che.
Il Papa, pur visibilmente amareggiato, ha ostentato sicurezza. Ma se è vero che rappresenta la tanto attesa rivoluzione della chiesa cattolica, una sorta di Fidel Castro o di Che Guevara della situazione, dove sono i barbudos? Se avanza – se è vero che avanza – perché i suoi vescovi, i suoi cardinali non lo seguono? Si ha l’impressione che tutti abbiano paura di seguirlo forse perché incominciano a credere che la sua esperienza pontificia possa volgere al termine a breve o che la sua più volte conclamata riforma non porti a nulla.
Lui, da quel politico che è – lo è per istinto, come ogni buon politico – l’ha messa sul… politico. Vogliono impedirmi di portare a termine la riforma della Chiesa, ma non mi fermeranno. Sembra Renzi quando se la piglia coi gufi.
Non so se questo Papa sia colto o meno, raffinato o meno. A vederlo e a sentirlo non si direbbe. Lo si sente poco citare i padri della Chiesa. Mai che citi Paolo, mai che citi Agostino o Tommaso. Agostino soprattutto gli sarebbe utile, in particolare il De Civitate Dei. Dove Agostino spiega che l’impero romano non cade per colpa dei cristiani, come pure si diceva, ma perché qualsiasi struttura che non si conformi alla Civitas Dei è destinata a finire, prima o poi. Se la Chiesa di Pietro o di Francesco, di Benedetto o di Giovanni, di Paolo o di Pio o di chiunque altro non finisce, è perché rispetta le due dimensioni, si conforma alla Jerusalem celeste per gli affari spirituali ma fa i conti con la Babilonia infernale per quelli materiali. Nel momento in cui Francesco riduce la Chiesa  ad una sola dimensione, nell’illusione di trasferire sulla Terra la Città celeste, avvia un processo di disfacimento della Città terrena, che è condizione dell’altra. E’ mondano il lusso dell’attico del cardinal Bertone esattamente quanto Santa Marta di Francesco, quanto la Porziuncola di Francesco, quello d’Assisi, l’uno, l’altra e l’altra indulgono alla materialità: o per il fasto e il lusso, o per la povertà e l’indigenza.
Non è peccato sedere su un trono d’oro, è peccato distruggere quel trono, se questo è utile alla salvezza materiale e spirituale degli uomini tutti.
Quel che si percepisce, propaganda a parte, è che il papato di Francesco non è la correzione di un cammino sbagliato concluso da Benedetto XVI con le sue dimissioni – fatto estremamente grave! –  ma un’altra fase di travaglio per la Chiesa. Ad un papa dimissionario è seguito un papa missionario; ma il Papa non deve essere né l’uno né l’altro. Una missione peraltro tutta politica. Francesco non parla di peccati, ma di reati. Il suo orizzonte è sindacale, se si mettesse in tuta sarebbe da preferire alla Camusso. L'ultima è di questi giorni: gli insegnanti sono operai malpagati, lo Stato non ha interesse per l'educazione. 
Ci ritroviamo con un papa che ha trasferito nel cuore dell’Occidente europeo e cristiano le arretratezze sudamericane, da intendersi non solo nella loro dimensione materiale, ma anche e soprattutto spirituale.

Lo slogan “una chiesa povera per i poveri” è un colossale nonsense. Per essere utili ai poveri bisogna essere ricchi. Io in Chiesa non vado, ma vado con la Chiesa quando aiuta concretamente i poveri, ammonisce i potenti, tuona contro i violenti, condanna i malvagi e dice chiaramente all’individuo ciò che è peccato da ciò che non lo è. La Chiesa deve fare la Chiesa. Per questo le destino il mio otto per mille; nonostante i tanti abati di Montecassino!   

domenica 15 novembre 2015

Le stragi di Parigi e il suicidio dell'Europa


Prepariamoci i fazzoletti per le nostre lacrime, le garze per fasciare le nostre ferite, le casse per chiudere i nostri corpi martoriati. Prima o poi i terroristi dell’Isis colpiranno anche l’Italia. E’ tutto nell’ordine delle cose. Siamo su un piano inclinato, senza guide e senza freni. Siamo un paese simbolo. E se pure stiamo bene attenti a non abbandonarci ad imprudenze di tipo militare, alla Hollande o alla Cameron, non possiamo tirarci fuori da un sistema politico di cui facciamo parte integrante.  
A Parigi il terrorismo islamico, che alcuni negano o minimizzano, su cui c’è gente che fa della satira e dell’ironia – per sdrammatizzare, si dice – la sera di venerdì, 13 novembre 2015, ha mostrato il volto più protervo e micidiale: ha provocato in attacchi simultanei in punti diversi, circa centotrenta morti, più di trecentocinquanta feriti, alcuni molto gravi. Questa è guerra!
Non una bomba, collocata silenziosamente e di nascosto in un angolo buio di una sala d’attesa di una stazione o di un aeroporto, no: bombe, spari e grida che Allah è grande. Scene che ricordano l’arrivo di pistoleri a cavallo in certi film western di quando eravamo bambini tra grida e spari per terrorizzare gli abitanti.
Hanno colpito i luoghi dello svago occidentale: i ristoranti, lo stadio, il teatro-dancing, i simboli del nostro costume di uomini liberi e spensierati. Hanno voluto far sapere, questi nuovi guerrieri della notte, che la colpa era di Hollande per aver autorizzato i bombardamenti in Siria. Hanno detto che ora tocca all’America, all’Inghilterra, all’Italia. E c’è bisogno che ce lo dicano?
E noi? Noi abbiamo risposto con le solite geremiadi, mentre le nostre navi continuano a stare nel Mediterraneo a raccogliere altri migranti. E questo che c’entra? penserà qualcuno. C’entra, c’entra, perché tra quei migranti potrebbero esserci dei terroristi; e se pure non ce ne fossero al presente potrebbero esserci in futuro. La storia di questi ultimi anni ha dimostrato che ci saranno. I terroristi di oggi sono figli o nipoti dei migranti di ieri. I terroristi di domani sono i migranti di oggi.
Guai a dire che è in atto una guerra di civiltà! Faremmo loro un favore! E poi, che guerre di civiltà? Che pericolo possono portare tante donne, tanti bambini, tante persone affamate, infreddolite, mezzomorte? Sono tutte brave persone, innocue, che di qui a qualche anno saranno la salvezza della nostra economia. Che tra quella gente si possa nascondere il germe futuro del terrorismo neppure a pensarlo. Una volta bastava la favolistica o la saggezza antica a metterci in guardia da certi pericoli. Un contadino raccoglie una vipera mezzomorta per il freddo, la riscalda e la rianima e quella per prima cosa lo morde e lo uccide: vipera agricolae beneficium maleficio rependit. Il solito latinorum, penserà qualcuno. Ebbene sì! Serve per capire che quanto sta accadendo da una ventina di anni a questa parte in Occidente e nell’Europa è la prova del fallimento di un modello politico e sociale basato sull’ottimismo illuminista, cristiano e democratico: lo stato multietnico.
Ce ne siamo resi conto ormai; ma possiamo fare ben poco. Il nostro sistema economico, fondato sulla produzione e sul consumo, non può finire. Il tasso di crescita demografico in Europa è zero; abbiamo bisogno di lavoratori/consumatori per alimentare la produzione. Se non è possibile averne di nascita indigena, prendiamoli dall’Africa, dall’Asia. Non è importante che siano cristiani, che siano bianchi, purché abbiano braccia per lavorare e stomaco per consumare. Un po’ come il gatto di Deng Xiaoping: non importa il colore, l’importante che acchiappi il topo. Se poi tra mille immigrati consumatori ce ne saranno dieci, venti, trenta che saranno sollecitati dal loro richiamo identitario, pazienza! Ogni cosa ha un costo! Non si può fermare la storia.
Siamo giunti ormai – i segnali ci sono tutti – alla fine di una stagione, di una grande stagione: quella della democrazia. Abbiamo conosciuto l’assolutismo e le sue degenerazioni, la chiesa e le sue degenerazioni, il liberismo e le sue degenerazioni, il comunismo e le sue degenerazioni, il fascismo e le sue degenerazioni; siamo alle degenerazioni della democrazia. Sono in essere tutte le sue debolezze, le sue incertezze, le sue impotenze, le sue contraddizioni. Essa produce in ossequio alla sua ideologia i pericoli dai quali non sa poi difendersi se non negando se stessa. L’insistere a dire che non è una guerra di civiltà la dice lunga sulla sua condizione di saper valutare la realtà delle cose. Non vuole ammettere per non essere costretta ad accettare o la resa o la negazione di se stessa.
A Parigi, l’altra sera, è apparso chiaramente che ormai è in corso il suicidio dell’Europa civile e democratica. La stessa che per settant’anni ha vissuto all’insegna della lotta ad ogni forma di chiusura e di oppressione, all’insegna dei diritti umani senza distinzione alcuna, certa che la strada del benessere deve essere assicurata a tutti senza minimamente pensare a contropartite, a rischi, a regressioni. L’Europa, oggi nel mirino del terrorismo islamico, è una povera malata che crede di star bene e che per difendere il suo stato di benessere non ha alcun bisogno di scomodarsi minimamente. Chi la colpisce è qualche ingrato, qualche malvagio isolato che si può fermare con i normali strumenti di polizia; qualche pazzo che non può essere confuso con fedi religiose, con iddii, tutti peraltro ritenuti legittimi.
Non per nulla c’è stato chi alla televisione ha suggerito a tutti di uscire di casa, di andare nei bar, nei ristoranti, negli stadi, a ballare, a mangiare, a divertirsi, come se nulla fosse, perché dimostrare di aver paura, standosene chiusi in casa, vorrebbe dire ai terroristi dell’Isis che hanno vinto loro.

Già, proprio così: agli atti di guerra rispondiamo con atti di svago. Che la gente muore, è solo un piccolo insignificante dettaglio.