domenica 20 luglio 2014

Berlusconi: assoluzione piena e giustizia ubriaca


I giudici della Corte d’Appello di Milano hanno assolto Silvio Berlusconi dalle accuse di concussione e di prostituzione minorile, nel cosiddetto processo Ruby, per le quali era stato condannato in primo grado a sette anni. Il fatto non sussiste per la concussione, il fatto non costituisce reato per la prostituzione minorile, peraltro non provata. Questo il succo della questione.
Mo’ – dico io – si può vivere in un paese dove la giustizia si propone con simili aberranti sentenze? Qui non siamo in presenza di un processo che nel secondo grado di giudizio ha avuto a disposizione elementi di giudizio che non aveva avuto nel primo grado; qui siamo con gli stessi elementi, né di più né di meno. Ne sapremo di più quando saranno pubblicate le motivazioni della sentenza.
Allora, che cosa è cambiato? Nel merito, niente. Lo stesso bicchiere, una volta è stato visto mezzo pieno; un’altra volta, mezzo vuoto, anzi vuoto del tutto.
Sono cambiate, però le circostanze, almeno tre: la situazione politica generale ormai avviata a destinazioni diverse da quella di un anno fa; l’accusato ormai politicamente fottuto; la corte composta non più da donne ma mista a prevalenza maschile. Se a tutto questo aggiungiamo che la Procura di Milano è in preda ad una guerra di tutti contro tutti, con accuse reciproche incredibili e inconcepibili in un paese civile, il quadro è completo.
Dice: e questo, che c’entra? C’entra. Nello spirito di Papa Francesco, anche i giudici devono osservare il Vangelo: non vedere perciò la pagliuzza nell’occhio dell’altro, quando nel proprio si ha una trave.
Chi ancora non aveva capito – la mamma dei ritardati mentali ormai è l’unica in Italia ad essere sempre incinta – beh, ormai ha capito che la giustizia nel nostro paese è un’arma politica, come neppure negli stati totalitari accade.
Ma una simile giustizia è veramente un’arma politica? Se lo è, qualcuno la deve impugnare. Oppure è semplicemente malata? Probabile che siano vere tutte le ipotesi, perché è difficile che un’ipotesi possa essere così prevalente sulle altre, c’è sempre in casi simili un concorso di cause.
Non è difficile, oggi come oggi, giungere a identificare chi brandisce la giustizia come un’arma. Ne sono pieni i giornali, specialmente i non allineati, come “Il fatto quotidiano”, “Libero” e “il Giornale”. E’ pure vero, però, che questa giustizia è affetta da tutte le manie tipiche di cui soffrono i soggetti megalomani, con sindromi di onnipotenza, compiacenti e compiaciuti di fare tutto e il suo contrario pur di dimostrare che al di sopra di sé non c’è nessuno. Si pensi ai Tar, che annullano interi esami di stato, mettendo in discussione il lavoro di professionisti, qualche volta anche seri e certamente non inferiori professionalmente ai magistrati, solo perché in un verbale manca una parola o una virgola. E’ appena il caso di ricordare che ormai in Italia i concorsi in magistratura spesso vengono annullati per una serie di vergognose irregolarità, fra cui la conoscenza delle tracce prima della stessa prova e l’evidente reato di plagio dei candidati “futuri padreterni” in quanto giudici.
Ora, questa giustizia non ha accertato, a proposito del processo Ruby, l’inesistenza dei fatti in rubrica, anzi li ha ribaditi; ha detto però che le sporcaccionate di Berlusconi non hanno avuto niente a che fare coi reati di concussione e di prostituzione.
Va da sé che i cittadini italiani sono sconcertati sia per la prima sentenza, sia per la seconda. Se valesse anche oggi la ragion politica – quella seria e coerente – Berlusconi dovrebbe essere sacrificato sull’altare della credibilità di uno Stato, che forse, a questo punto, ha più bisogno di credibilità che di Pil.
Cosa potrebbe accadere dopo questa sentenza après-saison? Berlusconi esce rafforzato. Potrebbe essere tentato di rialzare la testa, di ribadire la sua insostituibilità al vertice di uno schieramento politico che ormai si avviava ed è avviato al raggiungimento di una nuova dimensione politica, di recuperare addirittura sogni quirinalizi. La prima cosa che è stata sparsa ai quattro venti è che si va avanti con le riforme nello spirito del Nazareno, inteso come patto tra Renzi e Berlusconi.
Appare allora chiaro che la prima sentenza, di condanna, serviva a rottamare un politico ancora forte, mentre la seconda, di assoluzione, serve a restituire al rottame efficienza e forza, per continuare a sostenere lo stesso processo politico.
Tutto questo va a scapito di chi oggi, dentro e fuori la maggioranza di governo, tenta di percorrere una strada diversa. Soprattutto è penalizzato il centrodestra, ridotto al ruolo di valvassino nel neofeudalesimo politico italiano.
Bisogna avere una bella faccia tosta o vivere fuori dal mondo per dire, come ha fatto Pierluigi Battista sul “Corriere della Sera” di sabato, 19 luglio, che tutti dovrebbero essere contenti, perché la seconda sentenza, di assoluzione, ribadisce il principio-cardine dello Stato di diritto secondo cui si è innocenti fino a sentenza definitiva. E non dovrebbero «essere scontenti – secondo l’ineffabile uomo del “Corriere” – tutti quelli che hanno virtuosamente negato di aver voluto mischiare vicende giudiziarie e vicende politiche». Per Battista questa sentenza celebra, insomma, ancora una volta, i fasti della nostra giustizia. Incredibile!

Giuro che alla lettura di simili untuose parole, mi son tenuto con due mani afferrato alla sedia per non ritrovarmi col culo per terra, scivolato per tanto profluvio di materiale oleoso.

domenica 13 luglio 2014

Dopo la processione sacrilega, Mezzogiorno "sospeso a divinis"


A Oppido Mamertina in provincia di Reggio Calabria i fanti, leggi Carabinieri, si sono stancati di scherzare coi santi, leggi Madonna delle Grazie. Quando la processione del 2 luglio si è fermata davanti alla casa di un anziano boss della ‘ndrangheta per il rituale inchino di rispetto, i carabinieri si sono allontanati. E che diamine! I santi – si sa – sono infinitamente misericordiosi, ma i fanti! Sono militari e rappresentano lo Stato, che dispone di  misericordia limitata.
Posta così, la questione sembra quasi una cosa da don Camillo e Peppone in salsa calabra. Ma così non è. La cosa rischia di aprire o di riaprire vecchi contenziosi tra Stato e Chiesa, rischia di creare questioni nella Chiesa stessa.
Che cosa è accaduto, infatti, quest’anno a Oppido Mamertina che già non fosse accaduto negli anni precedenti o che non accada abitualmente in tanti altri paesi del Mezzogiorno d’Italia? Niente. La processione, cui partecipano tra le tante autorità anche i Carabinieri, si è fermata davanti alla casa di un anziano malato, bisognoso di assistenza e di preghiere, che si dà il caso essere anche un vecchio boss, ergastolano, agli arresti domiciliari per motivi di salute. Si è ripetuta un’usanza tra devozione e costume popolari che si perde nella notte dei tempi. Ci si chiede: in questo caso verso il malato o verso il boss? Probabilmente verso entrambi, dato che questa usanza vuole che la processione di un Santo particolarmente generoso di grazie, come è la Madonna eponima, si fermi davanti alla casa del sofferente per intercedere in suo favore presso il Padreterno. Come a dire: «vedi, signor Domineddio, noi qui sulla terra ci inchiniamo a questa persona perché la riteniamo meritevole di rispetto umano e di grazia divina».
Ma quest’anno il maresciallo dei carabinieri della locale stazione ha detto “non ci sto” e ha abbandonato la processione coi suoi sottoposti, riprendendo la scena “crimine”.
Un bel gesto, che, nell’anno in cui si celebra il bicentenario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri acquista un significato particolare, anche se si presta ad una serie di considerazioni.
Domanda: lo Stato ha voluto prendere le distanze dalla Chiesa, con cui non può condividere atti di misericordia infinita, o lo Stato si è assoggettato alla Chiesa che di recente, col Papa e con alcuni vescovi calabro-siciliani, ha assunto nei confronti delle organizzazioni mafiose una posizione di ferma condanna? Non si può non collegare l’episodio, infatti, alle recenti parole di scomunica del Papa nei confronti dei mafiosi.
Domanda che ne gemma un’altra: chi comanda in Italia, la Chiesa o lo Stato? Deve essere chiaro che le Forze Armate dello Stato non devono farsi coinvolgere in usanze di devozione popolare della Chiesa che possono sconfinare in reati di oltraggio alle istituzioni. Nelle processioni i Carabinieri non possono essere solo di parata; se hanno anche una funzione di ordine pubblico allora devono entrare nella gestione dell’evento. Nel caso i due aspetti, parata-ordine, non sono conciliabili, i Carabinieri non devono partecipare. Si incominci finalmente a concretizzare la separazione netta tra Stato e Chiesa, anche in simili aspetti marginali, ma non meno importanti e significativi. 
I cittadini italiani laici non possono che plaudire di fronte al gesto del maresciallo dei Carabinieri se è stato compiuto per protesta nei confronti di una Chiesa che ha esigenze diverse da quelle dello Stato; essi, però, hanno ragione di querelarsi se i Carabinieri, sempre per ordine ricevuto, hanno preso le distanze in linea con le decisioni del Papa, dando l’impressione di dipendere dalla Chiesa. Il problema, infatti, prima non si era mai posto.
I cittadini italiani cattolici devono fare un esame di coscienza. Devono decidersi da che parte stare: dalla parte della legge di Dio e delle usanze religiose, che portano perfino ad omaggiare un boss, o dalla parte della legge dello Stato che colpisce i boss, sani o malati che siano, e li condanna?
La chiesa, locale e romana, deve interrogarsi sul fenomeno nella sua dimensione tradizionale e sulle ultime esternazioni del Papa e di alcuni vescovi siciliani e calabresi. E qui il problema si complica. La Chiesa non può sovrapporsi allo Stato, altri sono i suoi compiti; e ciò sia nel bene che nel male. In specifico, l’interruzione temporanea del cerimoniale relativo ai sacramenti del battesimo, della prima comunione, della cresima e del matrimonio, per evitare che con padrini e compari si rafforzino i legami sociali mafiosi, e la sospensione delle processioni potrebbero fare più male che bene alla tenuta sociale, alla Chiesa stessa.

Sarebbe, infatti, come cedere alle organizzazioni mafiose tradizioni di grande civiltà, di convivenza, di solidarietà. Cos’altro resterebbe da cedere alla mafia, i cortei funebri? Si strapperebbe il tessuto sociale proprio in quel doppiofondo di robusta tela che maggiormente tiene. Qui non è più lo Stato che rischia – peraltro è già abbondantemente sconfitto se riesce a malapena a compensare l’acqua malavitosa che imbarca attraverso le falle con quella che riesce a buttar fuori col secchiello della magistratura – ma la Chiesa. Essa, infatti, con questo Papa si sta ponendo più come autorità secolare che come guida spirituale. Il Papa, che scomunica i mafiosi, che non perdona i corrotti, che danna i ricchi, finirà per essere un partito politico, che per definizione è parte di un tutto e divide invece di unire, disgrega invece di aggregare. Esattamente il contrario di quel che deve fare la Chiesa. Ci riecheggiano ancora nelle orecchie le parole di Giovanni Paolo II ai mafiosi in Sicilia: pentitevi! Verrà un giorno il giudizio del Signore!  Questo è parlar da Papa. 

domenica 6 luglio 2014

Caro Vendola, creda a me, il Medioevo è un deodorante


Nichi Vendola è una persona eccessiva. Non è estremista e neppure radicale. Semplicemente incontinente. Lo è in ogni sua manifestazione pubblica, dalla politica alla cultura. Del suo privato non dico; non è lecito dire. Sono fatti suoi.
Sabato, 28 giugno, nel corso del Gay pride a Lecce, un mezzo flop con poco più di un migliaio di manifestanti, si è esibito in una serie di eccessi verbali contro chi non aveva ritenuto opportuno, magari anche non condividendo, partecipare alla sfilata degli omosessuali in festa. Li ha chiamati ignoranti, intolleranti; ha detto che queste persone puzzano di medioevo.
Premesso che il Medioevo – io lo scrivo con la lettera maiuscola – non puzza, anzi è uno straordinario deodorante giunto fino a noi e andrà oltre in saecula saeculorum, come non puzza nessun periodo della storia, è aberrante pensare che chi non condivide un modello di vita, un modello sociale debba, solo per questo, meritarsi ogni sorta di contumelia. Per di più da un uomo pubblico. E’ aberrante che non si voglia riconoscere ad altri di avere nei confronti degli omosessuali un rapporto di stima e di affetto personali ma di non condivisione delle loro aspirazioni che vanno a modificare una concezione della vita semplicemente diversa e che ognuno ha il diritto di avere e di coltivare. Insomma chi non è con gli omosessuali in tutto e per tutto merita la gogna. Se il trand continuerà, in un futuro non molto lontano, chi non è omosessuale è un troglodita da tenere chiuso in qualche gabbia che elementi come Vendola immaginano di poter realizzare.
Non sono le grandi epoche storiche a puzzare, men che meno il Medioevo, dieci secoli in cui si viveva, pur nelle difficoltà storiche, nell’ordine costituito dalla natura e dalla storia. Certamente c’erano uomini che puzzavano; così come ci sono ancora oggi persone che puzzano, come ci sono state e ci saranno in ogni epoca. Queste persone sono riconoscibilissime. Non sono quelle che hanno una concezione della vita fondata su dei valori da difendere coerentemente in confronto aperto e leale con gli altri; ma sono quelle che hanno la pretesa di essere depositarie dell’unico e solo giusto e che dimostrano, ove ne avessero la forza, di imporlo agli altri in tutti i modi possibili: con l’offesa diretta (intollerante, ignorante, puzzone), col ricatto ideologico (se tu avessi un figlio gay che diresti?),  con la discriminazione e l’emarginazione (chi non la pensa in un certo modo non è degno di essere considerato una persona civile) e via di questo passo. Persone simili puzzano, sono sempre puzzate dalla preistoria ad oggi.
Vendola e i tipi come lui – non intendo riferirmi agli omosessuali tout court – non vivono il rapporto con se stessi in maniera tranquilla; sono disperati. Ostentano sicurezza, orgoglio di essere quello che sono, cercano di mistificare, ce l’hanno coi diversi, in questo caso i normali (si può dire? lo dico solo per esigenza comunicativa). In realtà si odiano, si disprezzano; vorrebbero contagiare gli altri, giungere ad eliminare ogni sorta di differenza; si comportano come lebbrosi che non tollerano che altri non abbiano la lebbra. Ecco perché non possono accettare che altri non partecipino alle loro sfilate e li minacciano e ingiuriano.
Quando Vendola fu eletto per la prima volta alla presidenza della Regione Puglia si ebbe ragione anche di esserne soddisfatti. Un omosessuale dichiarato può anche giungere alla presidenza della repubblica. Che male o che bene c’è? E’ un fatto normale. Ma un omosessuale che voglia violare l’esistenza di un bambino adottandolo per divenirne padre innaturale è cosa che si può anche non condividere, senza per questo essere esposto a pubblico ludibrio. Che non si condivida l’omosessuale che si esibisce in pubblico in atti osceni è un fatto normale. Che non si condivida il Gay pride è un fatto decisamente normale. Perché lo devono condividere tutti? Che ci siano quelli che considerano i Gay pride delle indecorose manifestazioni è perfettamente normale. Per quale ragione devono essere tutti d’accordo? C’è gente a cui non piace il carnevale, altra a cui non piace il calcio, altra ancora a cui non piace la ricotta forte. E, allora? Si vuole ridurre l’umanità ad una sorta di gregge?
Se Vendola non fosse così disperante e disperato dovrebbe apprezzare le persone coerenti, ancorché con lui in disaccordo. Piuttosto dovrebbe avere delle riserve nei confronti di altre che, come l’ex sindaco di Bari Michele Emiliano, si dicono sulla strada della conversione. Per carità, ognuno può convertirsi quando e come vuole, ma se poi ci sono sufficienti motivi – e quelli elettorali sono più che sufficienti – per ritenere la conversione strumentale, finalizzata, allora quanto meno bisogna nutrire un minimo di diffidenza. La democrazia non può essere la Tav di ogni pretesa socialmente nefasta, ancorché appagante sul piano individuale o delle minoranze; e se lo è o lo diventa, peggio per lei. Rinunciare a qualcosa nella vita è una prova di forza, non di debolezza: naturae non artis opus est.

Certo, occorre ammettere che oggi essere gay non è un fatto scandaloso e drammatico come anni fa, grazie alle battaglie fatte da tante associazioni e da persone coraggiose, ma bisogna anche considerare che la prospettiva incomincia a preoccupare. Non è la prima volta nella storia che gli eccessi finiscono per azzerare importanti conquiste. Oggi nei confronti dei gay si è tolleranti, si può e si deve giungere a non considerarli neppure come diversi, ma se si spinge per la totale condivisione di ogni loro pretesa fino a considerare chi dissente da matrimoni e adozioni un reprobo la reazione potrebbe esplodere di qui a qualche tempo. Ci sono dei valori irrinunciabili, che appartennero al Medioevo e apparterranno al futuro dell’umanità. Chi pensa che la partita dell’umanità si giochi nell’arco di una vita o che certe conquiste o perdite siano definitive non ha capito niente della storia.

giovedì 3 luglio 2014

Il Salento terra effeminata


Se essere ricchi di cultura-spettacolo è uguale ad essere effeminati, esserlo di cultura-pensiero è uguale ad essere virili? Mah!
Prendiamola alla larga. La sera di mercoledì, 18 giugno, al Must di Lecce, al termine della presentazione del romanzo di Vittorio Bodini “Il fiore dell’amicizia”, di recente riproposto da Besa, nel corso della quale avevano conversato Teo Pepe e Antonio Lucio Giannone, prese la parola il mio amico Valentino De Luca e disse alcune cose; due, in particolare.
La prima. Disse che della manifestazione presente la stampa non aveva dato adeguata informazione e che lui lo aveva appreso per caso leggendo il “Quotidiano” in un bar. In verità la stampa quotidiana ne aveva abbondantemente parlato fin dal giorno prima: “Quotidiano”, “Gazzetta del Mezzogiorno”, “Corriere del Mezzogiorno”. Teo Pepe gli fece simpaticamente osservare che forse sarebbe meglio che non per caso leggesse il “Quotidiano” ma per buona abitudine comprandolo. Allora Valentino – ed è la seconda che disse – virò di bordo: sì, ma perché la mattina radio e televisioni, quando fanno la rassegna stampa, saltano le informazioni sulla cultura?
E qui ebbe proprio ragione.  Chi fa radio e televisione salta a piè pari le notizie relative a fatti ed eventi culturali. Si prese l’applauso.
Ma lo spunto polemico di Valentino è assai più degno dell’applauso per alcune lievitazioni. Nei confronti della cultura, nella fattispecie della cultura fondata sulla scrittura, anche i giornali stampati fanno gli schizzinosi, gli spilorci; le dedicano cascami di pagina, rimasugli di colonne, stringati annunci. Così anche nei confronti delle arti figurative; addirittura peggio per gli studi storici e politici.  Mentre si dà ampio spazio alla cultura dello spettacolo: teatro, cinema, musica leggera, canzonette, spesso con commenti e interviste nei giorni successivi. Ovvio che qualcuno potrebbe anche replicare che non è così o addirittura che nel campo della cultura scritta si produce così poco di qualità che non è davvero il caso di sprecare spazio per minchiatine di nessun valore, tutto sommato autoappaganti o autofrustranti, a seconda dei casi. 
Io che ho le fissazioni dello storico, per deformazione professionale – ho insegnato storia per quarant’anni – mi chiedo: ma tra cento-duecento anni o quando fosse, nell’ipotesi tanto disgraziata quanto remota che tutto venisse distrutto e rimanessero intatti e leggibili solo i nostri quotidiani, che conoscenza dei nostri tempi avrebbero i posteri? Penserebbero che ai nostri tempi non c’erano scrittori di letteratura, di storia e di politica e che la cultura si esauriva in canti e suoni e qualche rappresentazione. Come se un marziano, giunto sulla Terra avesse incontrato solo me prima di tornarsene dalle sue parti; ai suoi direbbe: sono stato sulla Terra e colà gli uomini non sono più alti di un metro e cinquanta, hanno baffi, pizzo e becco, capelli spettinati, dimostrano dubbia età. Questo accadrebbe. Un’ingiustizia per il mio amico Valentino e per tanti altri, più alti, più belli e più giovani di me.  
E, infatti, la giornalista del “Corriere della Sera” Manuela Mimosa Ravasio, in un servizio apparso su “Sette” del 23 maggio scorso, nel quadro di uno “Speciale Viaggi”, è giunta alla conclusione che «Il Salento oggi è terra effeminata votata al divertimento». Non le si può dare torto. Il Salento, per quello che mostrano i media, è l’Eden dei suoni, dei canti, delle danze, del teatro, di location per film, di sagre, di feste paesane, del “chi vuol esser lieto sia”.
Lasciamo lusco e brusco: il tema lo richiede. A mio avviso il Salento ha finalmente trovato il suo tempo, contenuti e forme, per realizzarsi appieno secondo i suoi caratteri di fondo. Siamo portati per tradizione alla scrittura e alla stampa. Non vorrei scomodare Adamo ed Eva, che probabilmente non erano di queste parti; ma voglio citare Ennio e Pacuvio. Lecce è stata da sempre per numero di testate giornalistiche a ridosso delle grandi realtà nazionali; grandi avvocati e oratori, parlatori e conversatori. Ma, pur notati e apprezzati nel resto d’Italia – penso ai principi del foro – mai hanno raggiunto i vertici raggiunti dalle nuove forme di cultura. Quale poeta o scrittore, scienziato o artista del passato leccese e salentino può essere paragonato per successo conseguito a Carmelo Bene, a Emma Marrone, ad Alessandra Amoruso, a Dolcenera, ai Sud Sound System ai Negramaro, a Edoardo Winspeare? Situazioni imparagonabili. Giornali e televisioni hanno creato le condizioni perché il Salento finalmente producesse i suoi migliori artisti, le sue migliori forme di cultura, quasi tutte riconducibili allo spettacolo.
Ma se pure tutto ciò fosse vero – e lo è – non è tutto quello che il Salento produce. C’è un Salento nascosto; un Salento che è oscurato perché non si sintonizza con la cultura di massa, che è quella della musica, delle canzoni, dei balli. C’è un Salento frivolo ed effeminato, se così si può dire, votato al divertimento; ma c’è anche un Salento più serioso e laborioso, che produce nell’editoria, che crea nel lavoro, che disegna, dipinge, scolpisce, progetta, pensa e scrive di politica, di storia, di filosofia, di sociologia.
Pettini – dirà qualcuno – per teste pelate; e perciò non hanno mercato. Ragione per la quale i media non se ne occupano più di tanto. E’ per questo che i forestieri oggi si fanno un’idea unidimensionale del Salento.

Non so se essere effeminati e votati al divertimento sia proprio un complimento; mi viene di negarlo e di pensare piuttosto ad altri attributi. Il guaio è che avere questi attributi conta poco se poi non si riesce a mostrarli.

domenica 29 giugno 2014

L'Italia e i Mondiali, è fallito il calcio multiuso


Al Mondiale di Calcio è finita come doveva finire. Espulsi per non aver giocato. Giocare al calcio significa correre con la rabbia in corpo per buttare il pallone dentro la porta avversaria. Che lo butti dentro un nero o un bianco non conta nulla, l’importante è fare goal. Anche i più digiuni di calcio lo hanno capito dopo aver visto tante altre squadre nazionali giocare. Noi no; noi in campo passeggiavamo, camminavamo, incerti come chi, smarrito in una grande città, non sapesse orientarsi per trovare la strada di casa. 
Ma la miserrima fine degli Azzurri ha marcato l’ennesima débâcle nazionale, voglio dire dell’intera nazione. “Fuori dai Mondiali. Un caso nazionale” ha titolato in prima pagina il “Corriere della Sera” di mercoledì, 25 giugno, tradendo un retropensiero. Attraverso il calcio volevamo fare altro, probabilmente, con l’operazione Balotelli, esibire la nostra politica di integrazione. Di questo si è trattato. E’ inutile girarla: siamo rimasti vittime delle nostre storiche ipocrisie, della nostra incapacità di essere seri, moderatamente e criticamente aperti, senza spalancamenti o abbattimenti di porte.
Il simbolo di quest’ultima furbata andata a male s’incentra sul calciatore di colore più discusso della storia del calcio italiano. Doveva essere lui a far trionfare gli Azzurri; è stato lui a farci perdere la faccia: lui, la rappresentazione plastica dell’Italia multirazziale, multietnica, del Paese migliore del mondo in fatto di accoglienza.
La commistione calcio-politica era già prima. Nelle sigle della Rai create per i Mondiali i ragazzi e le ragazze che palleggiavano, piroettando, erano quasi tutti di colore, tutti con la maglia azzurra; sembrava che in Italia non ci fossero più bambini e ragazzi bianchi. Si dirà: nell’ideazione non erano italiani, erano brasiliani, come il Cristo Redentore in maglia azzurra dall’alto del Corcovado. Ma il messaggio era un altro: coi Mondiali di Calcio l’Italia voleva far passare l’immagine di un’Italia nuova, aperta al mondo, chiusa alla storia e alla tradizione nazionali. L’ostinatezza di puntare su un giocatore come Balotelli da parte del Commissario Tecnico Prandelli, in ciò sostenuto dalla grancassa mediatica, è la prova che non sempre veniva mandato in campo per ragioni tecniche. E’ stato riconosciuto dallo stesso Prandelli. Il quale dovrebbe dire a questo punto quali altri condizionamenti e quali altre pressioni ha subito e da chi per mettere in campo una squadra da marcia della pace o da escursione di boy-scout piuttosto che da calciatori degni di quattro titoli mondiali, di un titolo olimpico e di un titolo europeo. “Il fatto è – ha detto in una breve dichiarazione dopo la sconfitta col Costa Rica – che certe squadre quando giocano lo fanno con lo spirito nazionalista, che a noi è estraneo”. Questo ha detto il tecnico che non ha impiegato poi nemmeno un’ora a dimettersi dopo la figuraccia rimediata sul campo con l’Uruguay.  
Ma scaricare tutte le colpe su Balotelli, esibirlo a testa all’ingiù nel suo Piazzale Loreto, è ancor più indegno di ogni altra cosa detta e pensata. Non si può incolpare una persona per quello che è. Balotelli ha dimostrato di essere un talento calcistico autentico ma anche un soggetto labile, con grossi problemi di inserimento e di adattamento. Una persona del genere andava lasciata ai fatti suoi. Una squadra di calcio, a qualsiasi livello, non può essere un’équipe di assistenti sociali. A Balotelli si è chiesto quello che lui non poteva dare. Nemo dat quod non habet, dicevano i latini. Già, ma noi dobbiamo dimenticare anche i latini se veramente vogliamo diventare il Paese più aperto del mondo.
Cacciati dal Mondiale, tutti si sono scagliati contro questo giocatore che non ha lesinato, a sua volta, accuse all’Italia e agli Italiani. “Gli Africani – ha detto – stanno più avanti di voi Italiani veri. In Africa non si tradisce un fratello”. Non gli si può dare torto. L’orgoglio di appartenenza, come la classe, non è acqua. Almeno in questo bisogna dargli atto di una maturità invidiabile.
Ma in Italia è così e non è detto che per saperlo occorra conoscere la storia. Bastano episodi come una sconfitta al calcio perché certe verità emergano in tutta la loro bruttezza e crudezza. Non si era tutti entusiasti fascisti durante il fascismo; tutti ostinatamente antifascisti dopo? E non è accaduta la stessa cosa con comunisti e anticomunisti, democristiani e antidemocristiani, socialisti e antisocialisti, berlusconiani e antiberlusconiani? E non accadrà così con  renzismo e antirenzismo?
Aspettiamo, aspettiamo; e vedremo! Già tanti che erano ostili a Renzi, anche del suo stesso partito, ora gli stanno accanto, lo difendono, lo lodano, lo esaltano. Per cui le cose che dicono e che fanno non sono criticamente meditate, ma rispondono a pulsioni emotive di comodo immediato. Proprio come Prandelli, che in quattro anni non si è mai sognato di dire: signori, una squadra si fa per vincere, con criteri tecnici; ogni altro criterio deve rimanere fuori, se non mi consentite di fare il mio lavoro come ritengo giusto, tanti saluti e grazie. No, non l’ha mai detto, perché, tutto sommato, il modo conventuale di fare le cose in Italia finisce per deresponsabilizzare, per lavarsi le mani al momento opportuno.

Ha detto: il mio progetto tecnico è fallito. Sicuri che era un progetto tecnico? Quattro anni di conduzione della Nazionale hanno dimostrato che non ai risultati si mirava ma a qualcosa di più politico e sociale, di più pedagogico e moraleggiante. Se è così, allora, meno male che è fallito. Perché almeno così il calcio può tornare ad essere uno sport con tutta la sua fisicità e la sua eticità, ma soprattutto con la sua più immediata finalità, che è gareggiare con onore, nella consapevolezza che si può vincere o perdere, ma senza mai perdere la faccia o perdere per ragioni, anche nobili se vogliamo, ma estranee allo sport. 

domenica 22 giugno 2014

Vittorio Bodini, i luoghi, i tempi, la noia


E’ uscito per i tipi di Besa il romanzo incompiuto di Vittorio Bodini “Il fiore dell’amicizia”, riproposto così come Donato Valli lo pubblicò la prima volta sulla rivista della Banca Popolare Pugliese nel 1983, all’epoca Banca Popolare Sud Puglia, e arricchito della prefazione di Antonio Lucio Giannone.
E’ un testo problematico, non tanto per la sua incompiutezza quanto per i contenuti che vi ricorrono e che lasciano ipotizzare improbabili sviluppi. Opere simili vanno lette così come sono. Se l’autore non ha voluto riprendere il romanzo e portarlo a conclusione o addirittura distruggerlo vuol dire che gli andava bene così; che così aveva un senso. Fatti salvi, ovviamente, tutti quei perfezionamenti tecnici e stilistici che caratterizzano le opere pronte per la stampa e che ne “Il fiore dell’amicizia” mancano. Nella discorsività narrativa che caratterizza il testo l’autore trascura qua e là dettagli importanti, stilistici e sintattici, come rilevato da Valli. Lo stesso titolo non è dell’autore. Ma di chi? Non è specificato. Ricorre nel testo: «mi parve che in quella sua domanda i nostri rapporti avessero toccato un segno più umano […], si fosse timidamente affacciato il fiore dell’amicizia» (capitolo XII, p. 123). Il punto è: qual è il senso di quest’opera lasciata in tronco?
Il romanzo, dopo un approccio decisamente centrato sull’io narrante, si sposta sul gruppo di amici, che diventa il vero protagonista, e lì si spegne come lampada in esaurimento di olio al XIV capitolo, all’ingresso di una chiesa dove va a finire misteriosamente uno della comitiva, Ruggero, seguito e guardato da due suoi amici, uno dei quali è l’autore.
Improbabile che il lettore si chieda che cosa sarebbe mai potuto accadere in un ipotetico prosieguo, se non qualche altra ragazzata, come ormai la narrazione fa presagire trascinandosi stancamente negli ultimi capitoli. Non pare un percorso di formazione. Non c’è Bildung. Fuori da quel gruppo di amici il protagonista non sembra avere altri interessi; nessuna menzione alla sua attività culturale, che pure c’era; i rapporti con la famiglia pressoché ridotti a zero; nessuna prospettiva di vita. Erano anni in cui Bodini collaborava a “La Voce del Salento”, diretta dal nonno materno Pietro Marti, gli anni del suo futurismo. Interessi culturali che Bodini, giovane tra giovani”, teneva scrupolosamente fuori del gruppo. Rimprovera aspramente l’amico Albertino che aveva rivelato a Nelly che scriveva poesie: «Perché [le] hai detto questo? E’ uno stupido scherzo di cui potevi fare a meno» (p. 69).
C’è l’autocompiacimento di un’intelligenza superiore, di un giovane che sa di essere anche più bello e più fortunato (con le donne) degli altri, ammirato e rispettato dagli altri. Sottotraccia c’è il narcisismo di un dannunzianesimo epocale. A lui certe cose non potevano capitare! Non si considerava come gli altri. «Sapevo di non essere perfetto – dice – ma nel fondo di me trovavo la sicurezza che lo sarei diventato» (p. 127).
La stessa comitiva di amici in verità non costituisce un tutto organico; fra di loro non c’è intesa, nessuna finalità di vita. Più che di amicizia Bodini ritiene che si tratti di «alleanza, non più che questo in quel nostro paese dove la vita è una guerra e chi oggi ci è accanto lo è solo per un reciproco calcolo, finché non si presentino nuove circostanze» (p. 123). 
L’esaurimento narrativo del romanzo dipende dall’assenza di ideali, di interessi comuni. Si avverte un senso di vano e di vuoto, che anticipa l’horror vacui, con cui l’autore avrebbe definito il barocco. Lecce è un paese di avvocati, un paese in cui non c’è che il gioco per passare il tempo, tra pettegolezzi, malignità e piccole invidie; un paese dove domina la morale piccolo-borghese. Dove «Vi è una sola libertà di cui gli abitanti di L. sono realmente gelosi, ed è quella che esercitano nel chiuso delle pareti domestiche» (p. 107). In pieno regime fascista la politica, se pure intesa come partecipazione alle magnifiche sorti e progressive del Paese, sembra non esistere. «In generale alla gente la politica non importava proprio nulla» (p.124). Perfino i tumulti che scoppiavano qua e là in provincia non erano politica, «si trattava piuttosto di fame» (p. 124).
Il romanzo finisce proprio per mancanza di prospettiva; è asfittico e negli ultimi due capitoli si avvita senza sbocco. Viveva così la gioventù del tempo? E’ una lettura della realtà provinciale interessante se confrontata con quella che accreditava il regime come di una società mobilitata e tesa verso esiti grandiosi. Ma per Bodini non «Valeva la pena di mangiarsi l’anima per un governo lontano che non sapeva neanche che noi esistevamo, e per il quale tutta intera la nostra città non era altro  che un nome su una carta geografica» (p. 124).      
Per il fascismo c’è damnatio nominis assoluta: «partito che occupava allora il potere», «partito che si era impadronito del potere», «il giornale di quel partito», «partito al governo» e così via. Soprattutto l’espressione «partito che occupava allora il potere» fa pensare che la stesura del testo è posteriore al fascismo, dopo il 25 luglio del 1943. Giannone propende per il periodo 1942-1944, Valli per fine 1946 inizi 1947. Dettagli, importanti per critici e biografi.

La riproposizione odierna del romanzo rientra nelle iniziative editoriali per i cento anni della nascita di Bodini 1914-2014. Saranno pubblicati altri testi.

Renzi, perché tutti lo cercano, perché tutti lo vogliono


Non v’è dubbio alcuno che la crisi delle ideologie, la fine dei partiti e la perdita dei profili culturali di destra e di sinistra, nella confusione politica che ne è seguita hanno disorientato tutti, politici e analisti, anche quelli più attrezzati, i quali non hanno più punti di riferimento e si regolano come quegli artigiani che sprovvisti di metro valutano all’incirca. A volte, però, qualcuno pretende di essere preciso.
Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera” di domenica, 15 giugno, è riuscito a ripetere due volte, in un breve editoriale, “Ma decidere non è una colpa”, che Matteo Renzi è «indiscutibilmente uomo di sinistra», «indubbiamente uomo di sinistra»; e lo ha dimostrato – dice Panebianco – con la redistribuzione dalla classe media ai ceti meno abbienti (gli ottanta euro) e con l’immigrazione.
Ma proprio su questi due temi c’è da discutere circa l’orientamento di Renzi. A mio avviso non è né di destra né di sinistra, è un qualunquista, anzi un neoqualunquista, dice e fa quello che all’istante gli torna comodo e utile. O Franza o Spagna finché si guadagna, correggendo un vecchio detto popolare.
Conferma questa mia opinione l’economista italo-americana Mariana Mazzucato, docente all’Università inglese di Sussex, autrice del recentissimo saggio “Lo Stato innovatore”, la quale, in un confronto col collega italiano Francesco Giavazzi, a “Otto e Mezzo” di Lilly Gruber, alla domanda se Renzi è un liberista o un socialdemocratico ha risposto che è un po’ dell’uno e un po’ dell’altro (16 giugno 2014).
Dispiace che un analista politico come Panebianco non abbia capito – o si sta convertendo? – che Matteo Renzi è solo un pragmatico furbacchione. Con gli ottanta euro, che non sono andati proprio ai morti di fame, a quelli cioè che percepiscono poco più di 500 euro di pensione al mese, ma a chi ha un reddito mensile sotto i 1.500 euro, Renzi ha compiuto il miracolo di avere il 40,8 % dei votanti, che lo stesso Panebianco su “Sette”, il settimanale del “Corriere della Sera” del 13 giugno, suggeriva di leggerlo con maggiore correttezza politica (“L’Italia impari a dare i numeri. Giusti”). Renzi si è comportato come l’ultimo discepolo di Achille Lauro, pur senza averlo mai avuto per maestro. Quanto all’immigrazione, Renzi è sulla scia di Prodi, Monti e Letta: vuole farsi “bello” agli occhi dell’Europa. Per carità, tutto legittimo, ma dedurre che da questi provvedimenti si vede che è un uomo «indiscutibilmente di sinistra» ne passa. 
Lo stesso Renzi, qualche tempo fa, nella prefazione al riedito libretto di Norberto Bobbio sull’essere di destra o di sinistra, ha scritto che oggi non ha alcun senso porsi simili differenziazioni, l’unica essendo oggi tra essere veloci o lenti.
Gli analisti sono costretti a prendere atto che oggi la realtà politica è avvolta da una cortina di fumo che impedisce qualsiasi distinzione e obbliga di navigare a vista. Al buio, che le vacche siano tante o sia una, non fa differenza alcuna, come non fa differenza il colore. Renzi oggi è di fatto il dominus della politica italiana proprio perché è stata azzerata la rosa dei venti. La vera meraviglia – starei per dire scandalo – è proprio questa: pur senza “occhi” vede benissimo al buio. Inutile ripetere tutte le ragioni di questo strano fenomeno: ne basta una: è espressione di un’operazione che con la democrazia tradizionale non ha niente a che fare. Nessuno ha un motivo, che sia uno, per avversarlo. Lo stesso Berlusconi ha fatto la campagna elettorale in suo favore, ostentando una paura esagerata che potesse vincere Grillo; e  lo stesso Grillo oggi bussa alla porta di Renzi, insieme alla Lega. Renzi, da quel “bombardino” che è (a Firenze chiamano così chi le spara grosse), mena vanto e dice: alcune settimane fa tutti mi trattavano come se avessi la peste, oggi tutti mi cercano e tutti mi vogliono.
Ma è lecito chiedersi: lo cercano e lo vogliono convinti della sua bontà o è solo un cambiamento di tattica? Come dire: visto e considerato che a fronteggiarlo non si busca niente, tanto vale farselo amico. O è vera la terza: hanno trovato il “fesso” da mettere alle stanghe.
I conti, evidentemente, se li sono fatti tutti male. Renzi vuole fare le riforme, ma come le vuole lui. Tanto di guadagnato se sono condivise dagli altri. In caso contrario, li mette alla porta tra insulti e sberleffi.
Sarà pure vero quello che gli ha detto Corradino Mineo, che si comporta come un autistico – e chissà che una qualche percentuale di autismo non ci sia davvero in lui – ma ciò non significa che non sia in grado di infliggere a tutti mortificazioni su mortificazioni. Finora gli è riuscito bene.  Mozart, secondo una certa tradizione, ripresa dal celebre film di Milos Forman, sembrava un mezzo idiota; ma quello che produsse nella sua breve esistenza è quanto di più geniale potesse creare un musicista. I politici italiani sono come Salieri: odiano il loro Mozart-Renzi, ma non possono non stargli dietro. Sperano di poter avere una parte nella scrittura della riforma elettorale, che potrebbe essere per il sistema e per alcuni dei suoi protagonisti una vera e propria messa da requiem.

In simile incerta situazione risulta davvero difficile per osservatori e analisti orientarsi nelle valutazioni e vedere in che direzione possano andare le nuove forme di organizzazione della competizione politica, legate evidentemente alla mamma di tutte le riforme. Appunto, quella elettorale.