domenica 15 giugno 2014

Matteo Renzi e lo sciogliersi della neve


La neve sulla politica italiana incomincia a sciogliersi e qua e là appare quello che c’è sotto, il buono e il cattivo. Si vede quello che c’è sotto il grande consenso a Matteo Renzi, il leader uscito dal vuoto della politica. Emerge l’operazione che ha reso possibile la nascita del suo governo in un contesto di pressoché azzeramento delle posizioni di potere che in genere rendono credibile una democrazia. Tre sono i soggetti che si vedono: Europa, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Partito democratico. Poi, il vuoto: zero sindacati, zero confindustria, zero chiesa, quasi zero politica, quasi zero stampa. Zero significa ciò che non c’è o non si vede. A parte gli scandali; ma quelli in Italia sono così alti che né neve né ghiacciai riescono a coprire.
Renzi è figlio di un’Europa, che tiene a non farlo sapere, di un Presidente della Repubblica sornione che sa che gli altri sanno della parte che ha avuto e se ne compiace, di un Partito democratico che ha sospeso il dibattito interno in attesa che la situazione apra verso nuove e più chiare direzioni.  Per questo appare come il personaggio più strano che la politica italiana abbia espresso in questi centocinquant’anni di storia unitaria. Difficile trovare qualcuno a cui somigli tra i numerosi leader politici italiani del passato. Non ha avuto finora vera conflittualità politica per saggiare le sue caratteristiche e le sue capacità. Forse somiglia un po’ a Mussolini per certo menefottismo e un po’ a Berlusconi per leggerezza di comportamenti. Vero è che la situazione politica dalla quale è emerso è assai strana. Da una madre strana non poteva uscire che un figlio strano.
E’ una stranezza che si è determinata progressivamente da tre anni in qua, da quando il Presidente Napolitano, messo alle strette da una crisi assai difficile della nostra democrazia, si è ricordato di essere un comunista, cresciuto alla scuola della più spregiudicata ideologia politica del Novecento e ha pensato bene di comportarsi di conseguenza. Napolitano, che aveva messo da parte l’arte ben appresa, vi ha fatto ricorso quando ha capito che coi metodi della democrazia tradizionale non sarebbe riuscito a raddrizzare la barca, che continuava ad imbarcare acqua. Così, bando alle formalità. L’importante è uscire dall’impasse. Se serve uno come Renzi, col suo fare da dittatorello mezzo boy-scout e mezzo travet,  va benissimo. Dopo si vedrà.
Si capisce meglio Matteo Renzi se si pensa a Enrico Letta. I due incarnano i relativi tipi e modi di far politica nel passaggio dall’uno all’altro di Napolitano: con Letta si era nella vecchia logica democratica, ossequiosa e rispettosa delle leggi scritte e non scritte, che non consentiva però di andare avanti, con Renzi in quella spregiudicata, al di fuori di ogni galateo, di passar sopra a tutto e a tutti e di procedere come uno schiacciasassi. 
Renzi non ha tardato a manifestarsi per quello che veramente è. Se ne accorse Enrico Letta ai tempi in cui era Presidente del Consiglio, quando da nuovo segretario del Pd quello in faccia gli rinnovava fiducia e alle spalle cercava il punto dove colpirlo meglio. Si disse allora che in fondo la politica è stata sempre così. Ora, però, è come un’escalation di modi inurbani e dispotici, accettati solo perché in Italia continua a farla da padrona la cortigianeria.
Gli esempi dell’arroganza di Renzi incominciano a non contarsi più. Tanto sono tanti! Il prof. Giorgio Orsoni, ex sindaco di Venezia, lo ha definito «superficiale e farisaico», dopo che, in seguito alla faccenda del Mose, si era visto abbandonato e misconosciuto da tutti, Renzi compreso, quasi fosse lo smemorato di Collegno, che, da quel che diceva, non si capiva chi fosse e da dove fosse giunto lì a Venezia a sedersi sullo scanno più alto della città dei Dogi.
Nel suo stesso partito, di cui è segretario nazionale – tradizione democristiana, non comunista, di ricoprire le due cariche di Presidente del consiglio e di segretario nazionale del partito di maggioranza – l’ex sindaco di Firenze è chiamato “dittatore”. Dopo la sostituzione di Corradino Mineo nella Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama perché in dissenso con l’idea di Senato voluta da “Lui”, sempre nel suo stesso partito si parla di un nuovo “editto bulgaro”. Ricordiamo che l’altro editto bulgaro fu quello di Berlusconi contro il trio Biagi-Santoro-Luttazzi. Ben quattordici senatori del Pd si sono autosospesi per protesta. Renzi ha risposto con la consueta arroganza padronale oltre che con disinvolta “utile” ignoranza: «Non ho preso i voti che ho preso per lasciare il futuro del Paese nelle mani di Mineo». Linguaggio da basso mercato.
Anzitutto i voti non li ha presi lui. A certi livelli la forma è sostanza. In Italia si è votato per il Parlamento Europeo e non per Matteo Renzi; in secondo luogo il futuro del Paese è del Paese, non solo suo. Un vero leader democratico, come l’inglese Cameron, a proposito del voto europeo, ha scritto che chi ha votato alle Europee «lo ha fatto per scegliere il proprio parlamentare europeo» non altro (Corsera, 13 giugno 2014). E va bene che lo abbia detto in polemica con chi avrebbe già scelto il nuovo Presidente europeo in difformità dai trattati; ma il concetto è valido in sé. Sembra ovvio, ma qualcuno dovrebbe ricordarlo a Renzi. Se si lascia passare l’idea che il 25 maggio il popolo italiano ha votato per lui e non per eleggere il proprio rappresentante al Parlamento Europeo, allora veramente l’Italia non riuscirà mai a diventare un paese moderno e serio.

Ci sarebbe da chiedersi dove sia andata a finire quella coscienza democratica che ha caratterizzato il ventennio berlusconiano, che aveva nei girotondi, in MicroMega, nella magistratura, nella Costituzione, in tanta stampa democratica, la rappresentazione di una battaglia che poteva sembrare  eccessiva nei modi ma sicuramente nobile nei fini. Purtroppo di tutto questo, mentre la neve si scioglie, non si vede traccia; invece spuntano dai contorni sempre più chiari e vivaci ciò che resta dopo il passaggio di una grande mandria di pecore.

domenica 8 giugno 2014

Benedetto-Francesco, la strana diarchia


Gli ultimi due papi, Benedetto XVI e Francesco I, hanno posto alla chiesa cattolica una serie di problemi non di poco conto. Probabilmente gli storici di là da venire registreranno radicali cambiamenti nella nostra epoca, che noi avvertiamo soltanto come timori o speranze, a seconda dei punti di vista.
L’11 febbraio 2013 Benedetto XVI rinunciò al soglio pontificio e, benché qualcosa l’avesse fatta trapelare da tempo, il suo gesto colse il mondo di sorpresa; non così il Vaticano, in cui chi doveva sapere sapeva. Vedemmo tutti in televisione le gerarchie che ascoltavano la lettura delle  dimissioni papali come se stessero ascoltando un banalissimo Pater noster. Sapevano, sapevano!
Il primo problema è: Benedetto XVI rinunciò sua sponte o fu indotto o costretto? Porre la questione non significa di per sé essere favorevoli o contrari ad una di queste ipotesi. Chi è aduso a trattar di storia la questione se la deve porre, mettendo da parte le categorie politiche dell’immediato e ragionando sulla base di consuetudini millenarie e di testi non smentibili. Agostino, a cui non andava giù l’accusa al cristianesimo di essere stato causa della decadenza dell’impero romano la metteva sul generale e sosteneva che ogni forma di civitas terrena prima o poi rovina perché si discosta dal modello della Civitas Dei. Per questo la chiesa cristiana conforma la sua civitas a quella celeste: un solo Papa nella terrena perché un solo Dio nella celeste. Come Dio non può abbandonare, così neppure il Papa può. Si tratta di “verità” indiscutibili. Ma il Papa, in quanto uomo, può essere indotto o costretto a lasciare e dare l’impressione di averlo fatto spontaneamente e per il bene della Chiesa. Si dice per un verso che Benedetto XVI fosse vecchio, stanco, malato, deluso, incapace di far fronte ai tanti impegni e che perciò pensò bene di lasciare, per un altro che col suo gesto rivoluzionario ha compiuto la riforma iniziata da Paolo VI di svecchiamento della gerarchia ecclesiastica mettendo un limite di età: 75 anni ai vescovi, 80 ai cardinali, ad libitum il Papa. Paolo VI, infatti, introdusse l’ipotesi dimissioni papali nel diritto canonico.
Ma il Papa, benché pure vescovo e cardinale, è il Papa, è ciò che nessun altro è, per il quale non valgono le leggi che invece valgono per gli altri. Il Papa che lascia perché fisicamente o mentalmente incapace vuol dire che non ha una curia all’altezza della situazione per continuare la missione pastorale, che a volte anzi è riottosa e infedele. Chi insiste nell’incapacità di Benedetto XVI dichiara incapace la stessa Chiesa e per ragioni ben più gravi dell’insufficienza fisica o mentale del Papa.
Il secondo problema che si sta ponendo da qualche tempo, non si sa per ora quanto collegabile all’esercizio pontificio di Francesco I, è quale ruolo ha oggi nel Vaticano Benedetto XVI. Si sa che il Papa argentino non gode, dentro e fuori del Vaticano, degli entusiasmi coltivati ed esibiti dai mass media, per via di certi suoi comportamenti e di certe sue affermazioni. Se i progressisti ridono, i conservatori si preoccupano. «Dicono che io sia comunista – ha affermato di recente – ma io sto solo col Vangelo». Una risposta non innocente, perché non si può pensare che così dicendo non si sia reso conto di aver equiparato comunismo e Vangelo. Non a caso il comunista, marxista-leninista, ateo e materialista Dario Fo – così si pregia di qualificarsi – grida a pie’ sospinto che questo Papa è straordinario e affettuosamente lo chiama, come l’altro Francesco, lu Santu Jullare.
La scelta di campo del Papa ha aperto nella chiesa cattolica un fronte che diventa sempre più ampio. Ci si chiede: ma se il Papa rifiuta e combatte una società in cui ci sono i ricchi e ci sono i poveri, vorrebbe forse una società di soli poveri o una società di soli ricchi? La risposta è banale: il Papa dovrebbe non volere, ma prendere atto che la società è fatta di ricchi e di poveri e che i problemi degli uni e degli altri vengono affrontati in altra sede, con altri soggetti e con altri strumenti. Il Papa dovrebbe limitarsi a mitigare le sofferenze, quali esse siano e a chiunque toccassero. Invece Francesco I sembra preso da un delirio di onniscienza, mascherata da comportamenti umili e francescani. E meno male che, dopo un goffo iniziale tentativo di fare perfino l’esorcista, ha messo da parte il confronto diretto con Satana.  Di recente si è proposto come mediatore tra israeliani e palestinesi. Muore dall’esibirsi!
La Chiesa, di fronte alla deriva pauperistico-comunista, di pretto stampo sudamericano, incomincia a prendere le misure…forse! In un articolo apparso sul “Corriere della Sera” del 28 maggio scorso Vittorio Messori, rifacendosi ad uno studio di Stefano Violi, docente di diritto canonico presso le facoltà di Teologia di Bologna e di Lugano, sostiene che «Benedetto XVI non ha inteso rinunciare al munus petrinus, all’ufficio, al compito, cioè, che il Cristo stesso attribuì al capo degli apostoli e che è stato tramandato ai suoi successori. Il Papa ha inteso rinunciare solo al ministerium, cioè all’esercizio, all’amministrazione concreta di quell’ufficio» e conclude che ci sono due papi «chi dirige e insegna e chi prega e soffre, per tutti, ma anzitutto per sorreggere il confratello nell’ufficio pontificale quotidiano». Fuori dalle complicatissime questioni teologiche e giuridiche, par di capire che Benedetto XVI non abbia rinunciato ad essere papa, ma solo a fare il papa; di conseguenza il governo della Chiesa con compiti integrati è nelle mani dei due papi.  La qualcosa ci fa tornare al punto di partenza, e cioè al modello agostiniano della civitas celeste, per escludere che essa possa consistere nella diarchia Benedetto-Francesco.
Sta di fatto che sarebbe questa la tesi che una parte del mondo cattolico vorrebbe far passare. Il punto di domanda è: per quale ragione? Rassicurare i fedeli che non si riconoscono nel progressismo di Francesco I, con ciò tenendo unita la Chiesa? O avvisare Francesco I che c’è un’altra Chiesa, quella di Benedetto XVI, che in questa fase prega e soffre?

A corollario di simile poco appassionante questione c’è che la Chiesa rischia davvero con questi ultimi due papi di cadere nel disordine. Di recente, infatti, Papa Francesco non ha escluso che ci possano essere altri papi emeriti. A questo punto il Vaticano rischia davvero di trasformarsi in una sorta di Confraternita degli Emeriti, un ordine composto di papi in pensione. 

lunedì 2 giugno 2014

Fitto ha ragione, ma non sempre la ragione paga


L’attrito Fitto-Berlusconi data almeno da quando, dopo l’uscita dal Pdl di Alfano e compagni, piuttosto che scegliere Fitto a coordinare il partito a livello nazionale, scelta che era nelle cose per come erano maturate, Berlusconi scelse un certo Giovanni Toti, mascherandolo da consigliere personale. La scelta non fu felice, non tanto per la persona in sé, sulla quale comunque ci sarebbe da dire, quanto per il fatto che ad un politico navigato e importante, come Raffaele Fitto, Berlusconi avesse preferito ancora una volta, more solito, tirar fuori un altro coniglio dal cilindro, un altro senza quid. Una «decalcomania» ha detto Ernesto Galli Della Loggia (Corsera del 28 maggio). Solo per dire ancora: qui comando io. Ma il suo “qui comando io” aveva fatto omicidi del calibro di Casini, di Fini, di Alfano, stroncando ogni prospettiva di ricambio nel centro-destra. Fitto rischiava di fare la stessa fine.
Ma l’ex governatore della Puglia ed ex ministro della Repubblica non è tipo da farsi infilzare, per non dire che è più vecchio all’arte dello stesso Berlusconi. Appartiene ad una terra tanto ricca di caratteri, di cultura e di storia da avvertire il pericolo per tempo e per tempo trovare il modo per proseguire. Lealtà a Berlusconi, dunque, riconoscendolo leader indiscusso di Forza Italia. Che fosse un attestato furbesco, il suo, o una realistica presa d’atto, il comportamento di Fitto nella circostanza risultava saggio e realista.
Il risultato ottenuto alle Europee lo ha premiato, dimostrando di essere uno dei più forti leader della destra moderata italiana. I suoi “nemici” dicono che non sa parlare al Nord. Chiacchiere! Lo stesso si potrebbe dire di molti leader settentrionali, e non solo di Forza Italia, che non sanno parlare al Sud.
Ora Fitto sarebbe entrato in rotta di collisione con Berlusconi, ovvero coi suoi metodi dispotici di nominare i dirigenti del partito per prolungare la sua leadership. Fitto chiede primarie e chiede che i lavori dell'Ufficio di Presidenza si svolgano in streaming, ossia in pubblico. Cose normali, tanto normali che viene di dire: perché chiederle, non dovrebbero svolgersi così? Invece no. Secondo i commentatori politici dei grandi giornali circa il 75 % di quelli che contano oggi in Forza Italia è attestato sulle posizioni della trincea di Berlusconi e vuole che continui a comandare lui e come vuole lui.
I motivi di tanta ostinatezza sono i soliti: ci sono le elezioni, che potrebbero svolgersi a breve; non si fa così solo perché si è ottenuto un buon risultato elettorale; ci sono priorità come il ricompattamento del centro-destra e via di seguito con l’aggiunta anche di qualche “veleno”, come l’accusa a Fitto di voler spaccare il partito. Fitto per ora tiene duro; non sarebbe contro Berlusconi, sarebbe contro quelli che dietro Berlusconi si mettono per meglio difendere le proprie personali posizioni.
Che Raffaele Fitto abbia ragione non c’è alcun dubbio, posto che abbia un senso aver ragione in politica. In questo campo, infatti, conta l’utile, ossia il risultato più premiante, torto o ragione che si abbia. Se è vero che con lui, come dicono i giornali, c’è appena il 25 % dei dirigenti del partito, sarebbe sconveniente porsi nelle condizioni o di dover fare marcia indietro o di essere bastonato. In politica è sbagliato porre condizioni, specialmente quando si è in minoranza, salvo che uno non abbia deciso di rompere.
Fitto dovrebbe prima di tutto resistere nel partito, senza porre condizioni che poi non fosse in grado di ottenere; in secondo luogo non dovrebbe assecondare i giornali che esasperano ed enfatizzano il confronto parlando di scontri, di rotture, di disastri e di iperboli varie. Se ha agito prudentemente quando era “debole” – si fa per dire – ora che è “forte” dovrebbe agire altrettanto prudentemente; se no il risultato sarebbe paradossale: avrebbe ottenuto più dalla “debolezza” che dalla “forza”. E’ una regola antica, sempre rinnovata: mai abbattersi nella trista condizione, mai esaltarsi nella felice.
Berlusconi – come appare evidente anche ai ciechi della politica – ha tradito, ha giocato l’ultima partita elettorale a perdere, ha sconcertato il suo elettorato e spaventato gli italiani, gridando al lupo! al lupo! e offrendo a Renzi la vittoria su un piatto d’argento. Che in questo suo comportamento ci fosse la personalizzazione patologica del suo far politica, è certo: non vede altro dal se stesso. E pare che così voglia fare fino alla morte, s’intende politica. Come il Mazzarò verghiano colpisce il suo partito e grida: roba mia, vientene con me! E quei fessi che gli stanno accanto non l’hanno capito!
La partita di Fitto è difficile. Purtroppo non solo di Fitto. Dopo il riflusso di alcuni uomini importanti del centro-sinistra, come Emiliano e Vendola, sarebbe veramente una iattura se il Sud e la Puglia in particolare dovessero perdere un altro politico di spessore. Rischiamo di non avere più rappresentanza. Ovvio, quella vera!

Parole chiave: Fitto, Berlusconi, Forza Italia, Europee

domenica 1 giugno 2014

Renzi, il frutto di plastica della democrazia italiana


Le Elezioni Europee di domenica scorsa, 25 maggio, hanno dato un risultato incredibile. No, non mi riferisco allo strasuccesso del Pd (40,81 % - 31 seggi), né alla comica frenata del M5S (21,15 % - 17 seggi), né tanto meno al commiserevole contentino di Forza Italia (16,81 % - 13 seggi) né alle briciole del Nuovo centro destra (4,38 % - 3 seggi) né…né…né…ad altri più o meno pietosi, più o meno soddisfacenti risultati. Mi riferisco al fatto che – mi si passi la metafora – sul ramo di una pianta dal tronco rinsecchito e con gran parte dei rami secchi o semisecchi e spogli, è appeso, come in cima al palo di una cuccagna, un frutto bello, grosso, maturo da far venire l’acquolina in bocca. E’ il frutto del Pd, ovvero di Renzi, che ha fatto venire l’acquolina in bocca perfino a Fassina, a Bersani, a Cuperlo e a tutta la compagnia bella, che fino a ieri sperava che un colpo di vento buttasse giù quell’albero. Ma è un frutto di plastica!
La propaganda dei media, pronta sempre ad esaltare ogni risultato che faccia comodo all’establishment napolitanesco, tambureggia sullo straordinario senso di maturità della democrazia italiana. Il ragionamento è semplice: si sperava in un successo di Renzi e in una sconfitta di Grillo e tanto è stato. Che più? Ostellino sul “Corriere della Sera” ha avanzato qualche perplessità sul risultato e sul suo eroe, «un ragazzotto che se la cava bene a chiacchiere. Non ha altro da esibire; perciò fa dell’ottimismo della volontà la propria bandiera, spacciandola per programma politico» (28 maggio); ma è rara avis in un cra-cra nello stagno pieno di rane. Alcuni di quell’establishment sono contenti che finalmente Renzi è legittimato dal voto popolare, come se si fosse votato per eleggere il Capo del Governo e non invece 73 rappresentanti italiani al Parlamento Europeo. Renzi, invece, posticcio era e posticcio rimane fino ad elezione di merito contraria.
La situazione italiana si scopre grave appena si tenti una prospettiva. Ha votato appena il 57,22 % degli aventi diritto; una percentuale che è febbre alta nella temperatura corporea di un organismo elettorale malato e sofferente. Siamo stati ottimisti nell’indicare al di sotto del 65 % il profilo patologico della nazione (“Spagine” di domenica, 25 maggio).
Il risultato elettorale tuttavia è razionale. Se è accaduto vuol dire che così doveva accadere. La campagna elettorale, infatti, è stata deformata e circoscritta a tre protagonisti, dei quali uno, da premier e segretario di partito (Renzi), era su tutti gli schermi televisivi ventiquattr’ore su ventiquattro; l’altro, che doveva essere il suo antagonista naturale (Berlusconi), semplicemente “non c’era”, decaduto, smarrito, depresso, un uccello spelacchiato nella pània giudiziaria. Al suo posto c’era Grillo, un comico impazzito, ormai fuori di testa completamente, ubriaco di se stesso, delle sue manìe totalitarie: «non vinciamo, stravinciamo, prenderemo il cento per cento», «ormai stanno con noi Digos, Dia e Carabinieri». Deliri puri, tali considerati se nessuna mezza tacca di magistrato si è sentito in dovere di mandare appunto i Carabinieri o gli infermieri di un Pronto Soccorso, per prelevarlo e condurlo in un luogo di cura. In siffatte condizioni il risultato non poteva essere che quello che è stato.
Certo, ci sono gli errori, commessi e non solo negli ultimi tempi sia da Berlusconi che da Grillo. L’uno è come l’eroe ariostesco, continua a combattere e non si è accorto di essere già morto, in attesa solo di sepoltura. L’altro si è impelagato in un’avventura che non lascia intravvedere nessuna strada percorribile, stante la pervicacia di credere di poter veramente conquistare il potere da solo, e per di più democraticamente. Le sue follie evocatrici di Berlinguer sono solo trovate propagandistiche per accreditarsi presso un elettorato di sinistra. Un errore grave se si considera che il fenomeno Grillo si è dilatato grazie ad un elettorato di destra, scontento e deluso, ma pur sempre di destra. A votare il M5S nel 2013 erano stati molti ex missini ed ex aennisti, i quali questa volta hanno pensato bene di regolarsi di conseguenza dopo l’illusione dell’anno scorso.
Ora il corpo elettorale italiano deve ritrovare la condizione, prepararsi ad un confronto regolare per le prossime politiche: da una parte il centrosinistra, ormai rinnovato; salvo che a sinistra non s’inventino qualcosa per farsi male da soli. Dall’altra il centrodestra deve rinnovarsi pena la sua rovina. Le riserve egoistiche di Alfano e compagni non hanno davvero nessuna ragione. Quello che doveva essere l’inizio di un nuovo centrodestra rinnovato ed europeo si è rivelato in tutta la sua pochezza se in alleanza con l’Unione di Centro è riuscito a superare appena-appena la soglia di sbarramento. Tutti insieme a destra possono competere con l’avversario di sinistra.
Resta l’incognita del M5S, che, a questo punto dovrebbe incominciare ad istituzionalizzarsi, a trasformarsi cioè in partito che cerca con gli altri alleanze ed elaborazione dei programmi; o, al limite, a dividersi nelle sue due anime, di destra e di sinistra, per stare ognuna con lo schieramento più affine. Per questo è necessario  che il Movimento “uccida” i padri dai quali è stato messo al mondo: Grillo e Casaleggio. Il processo di avviamento al bipartitismo sarebbe così ricomposto; e l’Italia potrebbe essere o avviarsi ad essere un paese politicamente normale.

Fantapolitica? Forse. Ma ne abbiamo viste tante e tali in questi ultimi vent’anni che trovare il discrimine tra la fantasia e la realtà nella politica italiana è assai più difficile che ipotizzare la dissoluzione di un Movimento come quello di Grillo. Fini, Casini, Di Pietro: ou sont les neiges d’antan?

domenica 25 maggio 2014

Europa: amore-odio, ma votiamo


Non si può escludere – è nella realtà delle cose per come si vedono e si sentono – che una consistente parte dell’elettorato non andrà a votare. Una parte di astensione è fisiologica. Al di sopra del 30 % incomincia ad essere patologica, perché vorrebbe dire che a votare sarà andato meno del 70 % degli aventi diritto, al di sotto del 65 % sarebbe gravemente patologica. A questi nostri concittadini delusi e impigriti, arrabbiati e stanchi, va rivolto un appello, va fatto un piccolo ragionamento; senza presunzione alcuna.
Prima di tutto va loro riconosciuta la legittimità dell’astensione. In fondo astenersi è un po’ come votare non votando, volendo significare il rifiuto totale, netto di una situazione che si ritiene insostenibile. Dunque, nessuna lezione di etica. Ma un invito a riflettere: ogni situazione può volgere al meglio o al peggio; e al peggio – si sa – non c’è mai un limite. Chi pensa di averlo raggiunto e si comporta secondo la logica perversa del tanto peggio tanto meglio si sbaglia.
La politica ha fatto errori imperdonabili, strumenti e forme di organizzazione politica non ci sono più, le fazioni si sono personalizzate, i protagonisti non sono più credibili e soprattutto non offrono garanzie. Mai visti in Italia leader così forti sul piano personale, così deboli sul piano politico come i tre che hanno tenuto la scena in questa campagna elettorale. Nessuno di essi è in grado di poter esercitare sul proprio seguito un potere decisionale sicuro e duraturo. Sembrano dar ragione al sociologo venezuelano Moisés Naím, il quale sostiene nel suo libro «La fine del potere» che il potere «una volta che lo si è conquistato è più difficile esercitarlo e [che] negli ultimi trent’anni le barriere del potere si sono indebolite molto rapidamente, [che] ora sono più facili da minare, travolgere e aggirare». Come dire: se è facile e rapido conquistare il potere, altrettanto facile e rapido è perderlo; difficile esercitarlo. Berlusconi, Grillo e Renzi, per rapidità di raggiungimento del potere, sembrano dare ragione a questa tesi; l’uno, l’altro e l’altro possono perdere le posizioni così rapidamente conquistate. Già Berlusconi ha iniziato il declino, potrebbero seguirlo gli altri due. Grillo, tra il comico e il serio, ha parlato di “lupara bianca” per spiegare la “scomparsa” di Enrico Letta, che sembrava l’astro nascente della politica italiana meno di tre mesi fa; e ha preconizzato a Renzi la stessa fine. Ma lui stesso non si salva da questa “coppola storta” che è ormai il potere. Potrebbe essere questo l’ultimo canto del Grillo.
Ma non andare a votare, quale che ne sia la motivazione, è rinunciare al minimo di contributo che si può dare per uscire da una situazione che potrebbe diventare drammatica. Gli scenari prospettati dalla disintegrazione dell’Europa, con l’uscita dall’Euro o addirittura con la rivendicazione delle rispettive sovranità nazionali, ottocentescamente intese, per quanto suggestive e forse anche per certi aspetti legittime, non promettono nulla di buono. Interrompere un processo politico in corso non significa ipso facto il ritorno al punto di partenza. Sarebbe come illudersi di restituire in vita una persona morta spostando all’indietro il calendario. Significa entrare nella zona del disordine generalizzato, nel regno dell’imprevisto. 
Bisogna allora votare, pur con riserve di scetticismo e di critica; anzi a maggior ragione euroscettici ed eurocritici devono andare a votare per farsi sentire nella sede opportuna, per cercare di migliorare o aggiustare certi percorsi che hanno fatto perdere fiducia nella politica italiana e nelle istituzioni europee, più appiattite su equilibri economici ed egemonie ideologiche che sulle questioni politiche e pragmatiche rispettose delle individualità nazionali.
E’ vero che noi italiani l’Europa l’abbiamo assunta come una bibita fresca, cui abbiamo dato nomi di propaganda, eurocomunismo alla Berlinguer, eurodestra alla Almirante, euroallegria alla Prodi, quando si poteva invece riflettere di più e incidere meglio, ma pensare di poter fare marcia indietro oggi è assurdo, è un rinnegare tante battaglie fatte.
Certo, non è questa l’Europa che i giovani di destra e di sinistra ipotizzavano, forse non è neppure quella pensata dai padri dell’Europa, dai De Gasperi, dagli Adenauer, dagli Schuman; ma bisogna considerare che nessun desiderio in politica si realizza completamente, tanto meno si realizza quando non ha i contorni ben precisi e si presenta come una bella infatuazione. Per anni si è gridato all’Europa, come ad un sogno; forse perché si pensava che non si sarebbe mai avverato e ci si poteva vestire di bello senza pagare un prezzo. Con l’Europa realizzata c’è stato il risveglio, cui è seguita la delusione e l’amarezza di un tradimento.

Ma votare oggi è importante. Gli italiani hanno un’ampia possibilità di scelta, tra opzioni che hanno tutte alla base l’imprescindibilità dall’Europa. Si voti per una di esse. Non votare significa voler ricadere nel sonno con la speranza di poter sognare un’altra Europa. L’opzione “non Europa”, oggi, non esiste. Buon voto a tutti!

domenica 18 maggio 2014

Se Berlusconi piange l'Italia non ride

Il caso è grave ma non eclatante. La gravità dei fatti in Italia si è sciolta come un Alka Selzer. 
Si digerisce tutto e in pochissimo tempo.
In un libro di memorie l’ex Segretario al Tesoro statunitense Thimoty Geithner ha scritto che il governo Berlusconi cadde nel novembre 2011 per un “complotto” ordito in Europa. Gli americani, invitati a prendervi parte, non ne vollero sapere. Si può considerare questa testimonianza una sorta di excusatio non petita, un mettere le mani avanti a future rivelazioni. Tutto è possibile in politica.
Questa testimonianza, al di là del suo valore in sé, vale soprattutto nel contesto, già abbondantemente noto di quanto accadde in Italia e in Europa nel fatidico 2011. Nel contesto trova formidabili riscontri. Le recenti rivelazioni di Alan Friedman col suo libro “Ammazziamo il gattopardo” non sono state smentite. E non si tratta di fesserie, ma di testimonianze, che pesano come macigni; non pettegolezzi di cameriere e autisti, ma dichiarazioni di personaggi come Carlo De Benedetti, Mario Monti, Romano Prodi.
Va da sé che qui non si sta parlando di una vittima innocente. Un re – disse Robespierre chiedendo la testa di Luigi XVI – non è mai innocente. Berlusconi non è un re, ma il capo di un governo che aveva le sue colpe e le sue pesanti responsabilità, che aveva soprattutto una debolezza sua strutturale, dopo la defezione di Fini e del suo seguito. In gioco c’era la salute del Paese, che rischiava un tracollo dalle conseguenze rovinose. Ma un complotto è sempre un complotto, indipendentemente se volto al bene; cosa peraltro sempre discutibile in politica. Se poi è ordito da soggetti stranieri, in concorso con elementi nazionali, è molto più grave. Si è in presenza della violazione della sovranità nazionale per un verso; del tradimento bell’e buono per un altro da parte di chi quella sovranità doveva difendere e tutelare, a prescindere.
Berlusconi può aver fatto – e li ha fatti – numerosi e gravi errori; può essersi macchiato di colpe assai brutte per un capo di governo; può aver dato coi suoi comportamenti esempi pessimi a italiani e stranieri; può aver irritato capi di stato e di governo con le sue chiassate e con gesti assolutamente inopportuni e ai limiti dell’offesa; ci sta pure che un personaggio come lui venga combattuto sul piano politico senza esclusione di colpi; ma non v’è dubbio alcuno che è stato massacrato da forze non sempre legittimamente ostili, direi anzi a volte pregiudizialmente ostili, nazionali e internazionali, in cui figurano protagonisti politici, intellettuali, magistrati, giornalisti, conduttori televisivi, personaggi dell’alta finanza; a volte loschi figuri, beneficiati, forse corrotti, poi rivoltatisi contro, perfino con autoaccuse. Cose mai viste in un paese come l’Italia in cui nel corso della sua storia millenaria è accaduto proprio di tutto.
La tesi del complotto perciò se non è vera è verosimile. In una recente intervista Tremonti, il Ministro dell’Economia di quel governo, è tornato sull’argomento: «Ci venne chiesto di partecipare al fondo salva-banche con il 18 % del totale. E cioè l’equivalente della nostra percentuale di Pil europeo. Sarei stato d’accordo se si fosse trattato del fondo salva-Stati, ma visto che le banche italiane erano esposte al massimo per il 5 %, ci opponemmo. A parti invertite Germania e Francia avrebbero fatto lo stesso. A quel punto Jean-Claude Trichet, presidente della Bce, annunciò che la Banca europea non avrebbe più acquistato i titoli italiani, lo spread cominciò a volare e il governo Berlusconi si dovette dimettere» (“Sette” del 1° maggio 2014).
Stando a queste dichiarazioni, l’Italia di Berlusconi era contro la Francia di Sarkozy e la Germania della Merkel per una diversa valutazione su chi salvare: l’Italia voleva salvare gli Stati, la Francia e la Germania avevano interesse a salvare le Banche perché le loro erano più esposte. E sulle cause di dissidi tra l’Italia e questi due paesi si potrebbe cercare ancora in altri settori. In politica estera, per esempio. L’amicizia di Berlusconi col russo Putin non era ben vista dai partner europei e s’incominciava a temerla; gli screzi, che pure ci furono per l’aggressione disastrosa alla Libia, avevano fatto apparire Berlusconi una voce stonata nel coro europeo diretto dal duo Sarkozy-Merkel.
Sarà la storia, in tempi più distanti e sereni, a valutare le vicende del biennio 2010-2011, che portò alla crisi del governo Berlusconi e all’inizio di una stagione di anomalie democratiche. Ora prendiamo atto che se non ci fu proprio un complotto ci fu qualcosa che si somiglia. Parafrasando il reato di concorso esterno in associazione mafiosa si può dire che diversi soggetti italiani ed europei sono colpevoli del reato di concorso esterno in associazione antiberlusconiana. Qualcuno può cambiare “colpevoli” in meritevoli? E’ comprensibile, purché non si neghino i fatti in quanto tali; purché nel valutare il famoso ventennio berlusconiano si tenga conto delle enormi difficoltà in cui Berlusconi ha dovuto governare; difficoltà non solo politiche ed economiche. 

Ma se Berlusconi piange, i giudici di Milano non ridono. E non ride Napolitano, che rischia di diventare sempre più il Presidente-smentita: non sa mai nulla. No, non ride neppure D’Alema, che,  per quanti sforzi abbia fatto in questi ultimi anni per darsi arie di grande politico planetario, è rimasto il comunistello che era. Sprezzantemente gaudioso quando deve registrare la disgrazia di un avversario. Se pure complotto internazionale contro Berlusconi c’è stato – dice – ringraziamo i complottisti che ce l’hanno tolto di torno. Quanta storia italiana c’è nelle sue parole di ultras ribaldo! Quasi quasi incomincia a diventarmi simpatico Renzi, che gli ha rifilato tante di quelle scoppole da farlo gareggiare con la torre di Pisa. E soprattutto non ride l’Italia, che nei suoi tentativi di rimettersi in cammino somiglia sempre più a quel famoso cormorano impantanato nel petrolio del Golfo ai tempi della prima guerra contro Saddam Hussein.

mercoledì 14 maggio 2014

Con dita intrise di sole - Poesie di Franco Ventura


Quante anime nel Salento! Quanta diversità! Uno pensa che il Salento sia Vanini, e si sbaglia; come si sbaglia se pensa che sia San Giuseppe da Copertino o Vittorio Bodini o d. Tonino Bello o Carmelo Bene. Il Salento è aperto a tutti i venti; ogni vento trasporta i suoi pollini. Ciò che nasce spesso è capriccio di incontri, di combinazioni imprevedibili; forse un minimo comun denominatore c’è, ma vallo a trovare!
Così pensavo trovandomi tra le mani il libretto di poesie di Franco Ventura, un pittore di Sannicola, che  a me ha sempre portato una ventata di leggerezza e di freschezza coi suoi pastelli, coi suoi santi “devozionali” e i suoi paesaggi dai colori vellutati, ingenui, sacrificali: a me che ho sempre l’animo in tumulto e quel che vedo e sento m’ispira asprezze di risposte, preferibilmente solitarie; e salgo sulla torre ad urlare alla luna con la speranza che da più vicino possa udirmi.
Ventura compie il miracolo di ammansire, come fa l’esperto coi cani ringhiosi. Che ce l’abbia il poeta il minimo comun denominatore? Bah! Beato lui, allora, che ha immagini e parole medicamentose!
Chiama a raccolta tutti Ventura in questo suo libro, fin dalla dedica: i genitori, i suoi cari, gli amici e lo fa con l’animo grato, perché sente di aver avuto qualcosa in dono dagli altri. Poeta è chi si sente sempre in debito. Gli altri sono una moltitudine. Lui li ha cercati e li ha trovati: Luigi Scorrano, che gli fa la prefazione, d. Luigi Ciotti che gli impreziosisce il libro con una nota, e poi tanti, tanti altri in elencazione dei nomi più significativi di cinquant’anni di arte e cultura salentina; tutti, che, per poco, o per molto hanno corrisposto alla sua amicizia. Un bel lavoro antologico, in chiusura, curato da Alessandro Errico.
Il titolo di questo suo ultimo libretto di poesie, Con dita intrise di sole (Tuglie, 5 emme, 2014) gli proviene sicuramente dal suo essere pittore. C’è un rapporto immediato tra colori e sole, gli uni dipendono dall’altro; e il pittore s’intride le dita negli uni e nell’altro.
La raccolta si divide in tre sezioni, non esplicitate ma evidenti; ognuna delle quali, infatti, si caratterizza per un diverso stato d’animo, introdotta da un pensiero tematico di un personaggio diverso: Langston Hughes, Papa Francesco e Don Tonino Bello; ed è illustrata da disegni dell’autore.
Nella prima sezione domina il dolore, a rischio di disperazione, di non credere più nei sogni. «Quando i sogni se ne vanno – dice il poeta citato in epigrafe – la vita è un campo arido gelato di neve» (L. Hughes).
I tempi sono amari e bisogna fare acrobazie per sperare. Acrobati della speranza, infatti, è il brano che apre questo primo mannello di versi. Un senso di diffusa sofferenza pervade la maggior parte delle tredici liriche. Immagini di disperazione: «la vita …si spegne in un involucro di stracci». Il poeta s’afferra «con la sola forza delle pupille / a quest’orlo di sogno / che …salva / dal risucchio dell’abisso»; il sole presto è adombrato dalle nubi; il «vento…scompiglia i … sogni / assiepati sulle rampe della notte». Parole che evocano immagini di tormento: «vomiti d’onde assassine…inghiottite urla… strazia i nostri risvegli»; le parole sono disancorate, strozzate in gola, corpi inabissati, sprofondati nei pantani; e su tutto il silenzio. Occorrono nuovi inni d’umiltà, che «il cuore potrà finalmente intonare / …/ con le sublimi armonie / delle sue pulsioni». Non v’è dubbio che la tragedia degli immigrati e il degrado sociale abbiano ispirato e influenzato il poeta e ferito il suo animo di credente e di cittadino.
E’ l’impegno civico di Ventura, che non dimentica l’Unità d’Italia, la memoria delle grandi tragedie dell’ultima guerra mondiale, l’impegno di farsi latore di sensibilità collettiva, prendendo in prestito le parole di Papa Francesco: «E’ la memoria dell’eredità ricevuta che dobbiamo, a nostra volta, trasmettere ai nostri figli», che fa tornare al poeta la positività della vita, un senso di ritrovato ottimismo. Ora il poeta «Spera che non sia pula…lo sciame dei suoi pensieri…Sogna che lasci / un pugno di brace viva / la fiammata della sua parola». Sembra che faccia il controcanto ai versi della prima sezione: tutto torna a brillare, purché si mettano da parte l’indifferenza, l’arroganza, la smemoratezza: «un sorriso mai scordato…il lieto ricordo di un evento…l’eco d’una voce cara…riporta / questo vento frizzante d’aprile».
Introdotta dalle parole di Don Tonino Bello la terza sezione sembra essere quasi il terzo tempo di una partita che il poeta gioca con se stesso e coi suoi lettori. «E’ la bellezza che salverà il mondo…Coltivate la bellezza». Al superbo rivolge l’invito a «fissa[re] lo sguardo al cielo», perché «Trivella di luce è la verità», a «Cerca[re] oltre le scaglie d’odio», ché «Se vuoi…Anche dalle più profonde feritoie / dei tuoi dubbi / germoglieranno primavere…» e «Avranno rami curvi / al peso di dolci primizie / quei germogli / che ora cercano aria / fra cumuli di trascuranza».

Probabilmente ridotta a pensieri la poesia perde fascino, suggestione e bellezza; ne guadagna in luce. Chi è aduso a cercare il senso delle parole non può accontentarsi che di questo.