mercoledì 23 aprile 2014

Dal "ghe pensi mi" del Cavaliere al "qui comando io" del paggio Renzi


Renzi potrà risolvere tutti i problemi italiani e, a sentire lui, anche quelli europei e probabilmente del restante universo. Se accadesse ne saremmo tutti lieti. Ciò non toglie che resta un venditore di chiacchiere, un inventore di trovate, un arrogante contradaiolo fiorentino. Ne spara una al secondo: la sinistra che non si rinnova diventa destra. Contro i burocrati useremo le ruspe.
Una delle sue ultime trovate è la candidatura di cinque donne a guidare le cinque liste alle Europee. La par condicio ormai è roba da rottamati: di Bersani, di Cuperlo, di Civati, di D’Alema. Renzi ha ribaltato tutto: niente uomini. Non servono. Le donne vanno meglio. E poi, non hanno fatto gli uomini quello che hanno voluto e stravoluto per millenni? Ora basta, ora tocca alle donne fare quello che vogliono e che stravogliono; della serie renziana “un po’ per uno”: ieri toccava a te, oggi tocca a me, ieri soffrivano i poveri oggi tocca ai ricchi; ieri soffrivano i lavoratori ora tocca alle banche; ieri soffrivano gli elettori ora devono soffrire gli eletti, col motto aggiornato: heri mihi, hodie tibi. Ah! ah! ah!
Ma le donne, che non smettono mai di essere…donne, hanno già capito che l’abbraccio di Renzi è quanto di più antifemminista si possa escogitare. Esse infatti sanno di essere strumentalizzate. Si spera che almeno continuino ad essere donne e di fare quello che è nella loro natura: tradire.
L’operazione Renzi ha in sé un micidiale virus maschilista: voi donne non valete un cazzo finché non viene un maschio e vi mette dove vuole lui, non già per fare un favore a voi, ma per affermare se stesso. C’è in Renzi un latente complesso di maschilismo. Fosse islamista nell’harem lui non permetterebbe di entrare neppure ad un eunuco; e scaccerebbe perfino i gatti maschi. Non si sa mai!
Chiacchiere a parte – ormai si fa anche analisi politica con le chiacchiere – Renzi si rivela sempre più un clone di Berlusconi; come il Cavaliere di Arcore anche lui non vuole gente che gli faccia ombra o che in prospettiva possa proporsi in alternativa. Berlusconi ogni tanto ne trovava uno, l’ultimo è quel Toti, che davvero non si capisce che mestiere faccia. Così Renzi. Guardate chi gli sta attorno, nessuno! Si è circondato di nullità. Si può dire che anche le nullità crescono, Alfano docet; ma Renzi è uno che non si pone troppe domande sul futuro. Chi vuol esser lieto sia – diceva un suo vecchio di qualche secolo fa suo concittadino – del doman non v’è certezza. Canto carnacialesco! Sissignori, perché oggi in Italia c’è qualcosa di diverso della sfilata di Bacco ed Arianna di Lorenzo il Magnifico?
Il quadro è completo. Grillo infuria. Ormai cavalca perfino il secessionismo veneto. E’ difficile capire che cosa Grillo preveda per il dopo disastro della più grave destabilizzazione del Paese. Se dovesse vincere il Movimento 5 Stelle, che cosa potrebbe accadere? Forse niente, perché si tratta di Europee; ma forse tutto, perché comunque sarebbe un risultato politico devastante: l’Italia affidata ad un comico che non riesce più a distinguere la scena dalla realtà e si diverte un mondo sapendosi ripreso dalla televisione perfino quando finge di nascondersi.
L’aspetto più inquietante è che il mondo politico è annichilito. Intorno a Renzi nel primo cerchio consenso assoluto dei suoi; nel secondo cerchio timide prese di posizione della cosiddetta sinistra del Pd; nel terzo cerchio si agitano senza direzione e senza prospettive i “dannati” di quello che fu il centrodestra, vecchio e nuovo; nel quarto cerchio gli intellettuali e i giornalisti fanno finta di niente; nel quinto istituzioni importanti con le bocche cucite.
Si fa strada la persuasione che alla fine uno come Renzi, smargiasso e maleducato, irresponsabile e venditore di fumo, è utile alla causa, è l’uomo al posto giusto nel momento giusto. Chi si sarebbe mai sognato di mettere sotto pressa come una volta si faceva con la pasta delle olive per trarne l’olio, l’intero mondo politico ed economico dell’Italia? Renzi lo ha fatto. I miliardi per colmare la spesa della riduzione dell’Irpef a dieci milioni di italiani con reddito inferiore ai mille e cinquecento euro (i famosi 80 euro in più in busta paga) li ha trovati spremendo qua e là, violando quelli che sono stati sempre considerati diritti acquisiti inattingibili. E guai a chi si lamenta! I manager minacciano di lasciare l’Italia? Prego – dice Renzi – togliete pure il disturbo. Le banche si lamentano per i prelievi ordinati dal governo? Zitti – intima Renzi – pensate a quanto vi è stato regalato in passato. E così, di mano in mano, per ogni fava prende due piccioni: uno è quello di fare quello che intendeva fare e l’altro il consenso popolare, giacché il popolo è sempre entusiasta quando trova un giustiziere dei ricchi, dei pescicani, dei grandi burocrati, di quelli che nell’immaginario popolare succhiano il sangue alla povera gente.
Senonché in Italia, paese dove i Cola di Rienzo, i Savonarola e i Masaniello sono di casa, i tipi alla Renzi prima o poi finiscono come l’abbacchio al forno (Trilussa per Giordano Bruno) perché si scontrano coi poteri forti, non cosiddetti forti ma forti davvero; e a quel punto il popolo, fino a quel momento osannante, si trasforma in giustiziere del capopopolo caduto in disgrazia.

Da simili situazioni il nostro Paese esce male, con la rafforzata immagine di paese di avventurieri, di improvvisatori, di stravaganti. I commenti di alcuni uomini politici europei, all’indomani delle votazioni del 2013, furono che in Italia avevano vinto un pregiudicato (Berlusconi) e un comico (Grillo). Facciamo un’ipotesi neppure tanto remota: se dovesse vincere Grillo, con quali prospettive lo mandiamo a rappresentarci in Europa, dalla Merkel, da Cameron, da Hollande? E con quali reazioni da parte dei capi di Stato e di governo europei e mondiali? Già ne abbiamo subite tante con Berlusconi; già fatichiamo a vedere Renzi spupazzare negli incontri internazionali. Con Grillo, che accadrebbe?  Riderebbero, e come sempre a danno dell’Italia.         

domenica 20 aprile 2014

Napolitano-De Bortoli: senso di una combine


Sul Corsera di venerdì, 18 aprile, in prima pagina campeggia una lettera del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al direttore del quotidiano milanese Ferruccio De Bortoli «un anno dopo la rielezione». Su tutte e sei le colonne un titolo che riprende in sintesi il pensiero di Napolitano: «Ho pagato un prezzo alla faziosità ma il bilancio è positivo».
Dunque la risposta precede la domanda, che, invece, è a pag. 2. Ci sta, se la risposta è quella del Presidente della Repubblica. Ci sta di meno se si riconduce il fenomeno alla sua logica, dovendo la risposta seguire e non precedere la domanda. Qui non è solo questione d’impaginazione, ma di un combinato tra la Presidenza della Repubblica e il maggior quotidiano nazionale per dare una risposta non alla domanda del direttore ma a quella di una parte del Paese, che sale in maniera sempre più rumorosa. Il direttore del Corsera si è prestato alla messa in scena. Si consideri che la sera precedente, giovedì, 17 aprile, su La Sette, trasmissione “Otto e Mezzo” di Lilly Gruber, c’era stato un animato confronto tra il prof. Paolo Becchi, considerato l’ideologo non riconosciuto del Movimento 5 Stelle, e il prof. Cacciari, noto filosofo e già sindaco di Venezia, difensore d’ufficio di Napolitano e del nuovo corso politico impersonato da Matteo Renzi. Becchi è peraltro autore di un recentissimo libretto edito da Marsilio, «Colpo di Stato permanente. Cronache degli ultimi tre anni», in cui sostiene che in Italia c’è un perdurante colpo di Stato che ha in Napolitano l’ideatore e l’esecutore.
Ma veniamo al succo: «Caro Direttore, a distanza di un anno…». Già questo indica che l’iniziativa è partita dal Presidente Napolitano per fare il punto dopo un anno dalla sua rielezione alla Presidenza della Repubblica. Quale il pensiero? Napolitano è convinto di aver operato nel giusto servendosi dei mezzi più leciti e rigorosi, pur considerando l’eccezionalità del momento politico. Non entra nel merito di nessun addebito specifico, ma respinge in blocco ogni critica, bollandola come «faziosità».
Non è la prima volta che Napolitano, più che respingere, stronca le critiche che gli vengono mosse. L’accusa più pesante è di essere stato in questi ultimi tre anni lo stratega unico della politica italiana. A partire dal giugno 2011, come ha dimostrato Friedman col suo libro «Ammazziamo il gattopardo» e come rivendica Becchi, il quale si ritiene il primo ad aver denunciato il “colpo di Stato”, Napolitano ha di fatto surrogato ogni altra istituzione latitante, ed ha operato in assoluta libertà d’iniziativa, attento solo a non urtare la suscettibilità di quel potere senza volto che è ormai il “governo europeo” dell’Euro. 
Con tutto il rispetto crediamo che Napolitano non possa essere esente da accuse, in parte fondate e in parte esagerate. Probabilmente non è contento della situazione in cui si è suo malgrado ritrovato; ma, da autentico politico consumato, non si è sottratto a responsabilità difficili e pesanti. Ecco, più che respingere o stroncare le accuse, dovrebbe dare spiegazioni. Troppe nubi si sono addensate sulla sua presidenza, parte delle quali ereditate, come la famigerata presunta trattativa Stato-mafia.
Gli concediamo perciò le attenuanti generiche, ossia l’aver operato in sostituzione obbligata di una classe politica peggio che inesistente, squalificata e inerme; ma non quelle specifiche delle singole scelte. Se gli va dato atto di essere rimasto solo a far fronte ad una gravissima emergenza, non gli si può riconoscere anche l’esclusività degli atti compiuti quasi fossero gli unici che poteva compiere. Atti che – opinione diffusa, e non solo di giornalisti e polemisti, ma anche di costituzionalisti di vaglia – sono stati per alcuni delle «forzature» e per altri «borderline».
Napolitano in questi ultimi tre anni è stato lasciato solo e se l’è cavata egregiamente, ma se tanto è vero – ed è vero! – bisogna anche ammettere che l’Italia è un paese disastrato – politicamente, economicamente, finanziariamente ed eticamente – alla mercé di decisioni straniere, irresponsabili, ancorché filtrate e garantite dalla massima carica dello Stato, che invece responsabile è.  
Insomma se dopo l’anomalia Monti, ci sono state quelle di Letta e soprattutto di Renzi non si può non ammettere che la democrazia italiana è a corto di ossigeno. Come può essere normale che uno diventi capo del governo senza essere passato da una consultazione elettorale? Come può essere normale che uno senza credenziale alcuna, se non quella di un continuo sproloquiare in abbondanza di minacce e ingiurie, possa conquistare la massima carica dell’esecutivo secondo un percorso di normalità? Si può passare al vaglio atto dopo atto ogni iniziativa di Napolitano e magari constatare che ognuno è in sé ineccepibile sotto il profilo costituzionale, ma l’esito ottenuto è democraticamente incomprensibile e perciò inaccettabile. E siccome il risultato di più atti normali non può essere che normale, nel momento in cui si constata che comprensibile quanto meno non è, vuol dire che il percorso ha avuto dei lati oscuri, che ha avuto passaggi viziati, che è maturato in un ambiente torbido e degenerato.
Di questa degenerazione politica italiana Napolitano, in quanto Presidente della Repubblica, non ha colpa specifica alcuna; ma non v’è dubbio che la gestione della degenerazione nel tentativo di recuperare la condizione perduta è da attribuirla alle sue scelte. Merito? Demerito? Bisognerebbe prima sapere e capire.

E’ su questo che si dovrebbe aprire una discussione seria e profonda, senza accuse sommarie alla Becchi o alla Travaglio, ma neppure senza incensamenti acritici che ricordano Plinio il Giovane e il suo Panegirico di Traiano, ovvero la risposta a calco di De Bortoli alla domanda autoapologetica di Napolitano.

domenica 13 aprile 2014

Friedman e il gattopardo da ammazzare


Ci sono alcune ingenuità nel libro di recente pubblicato dal giornalista statunitense, esperto di economia Alan Friedman, da anni residente in Italia, Ammazziamo il gattopardo (Milano, Rizzoli, 2014). La prima è proprio nel titolo che è poi intenzionale. Ma il gattopardo che dovremmo ammazzare noi italiani siamo noi stessi. Dunque una sorta di suicidio collettivo, dato che è improbabile che in Italia vi siano non-gattopardi disposti ad ammazzare i gattopardi; ovvero una guerra di tutti contro tutti, perché tutti pensano che i gattopardi siano sempre gli altri.
La celeberrima frase «dobbiamo cambiare tutto perché tutto rimanga com’è» è importante in sé; ma lo sarebbe di meno se a pronunciarla nel celebre romanzo di Tomasi di Lampedusa fosse stato il vecchio Principe di Salina. La si sarebbe potuta prendere per la saggezza di un anziano aristocratico che ne ha viste tante nella vita. Invece no, la pronuncia il nipote, il giovane Tancredi che partecipa ai cambiamenti risorgimentali con la convinzione che bisogna farlo “perché tutto rimanga com’è”.
Si può discutere a lungo sul significato di una simile filosofia di vita, che, a ben riflettere, non è solo siciliana, ma di un intero popolo, dalle Alpi al Lilibeo, se non vogliamo proprio riconoscere che è una categoria universale. Del resto se vogliamo beneficiare del sole e della luna, l’eterno stato di cose, dobbiamo seguirne i percorsi, voltandoci ora da una parte ora dall’altra.
Passando al piano concreto-esistenziale, chi mette a rischio la propria vantaggiosa posizione per cambiamenti veri ma dagli esiti incerti? E se il cambiamento, in questo caso finto, assicura la conservazione, chi non è disposto a farlo? Non è che l’abbiano capito solo i siciliani; la sicilianità dell’assunto è nella consapevolezza e nel dirlo con cinico compiacimento.
Nel libro di Friedman il gattopardo è un po’ banalizzato e ridotto alla stregua di uno che fa finta di voler cambiare per conservare l’inconservabile, l’inutile, perfino il dannoso. Oggi in Italia bisogna cambiare, ma cum grano salis, magari pure con qualche strappo, ma senza avventatezze e gesti demiurgici. Il documento sottoscritto da Zagrebelsky, Rodotà e compagni sulle modalità governative di Renzi per molti aspetti è condivisibile. Zagrebelsky e Rodotà sarebbero i gattopardi e Renzi no? Bisognerebbe piantarla con le esemplificazioni. 
Noi italiani siamo culturalmente incapaci di operare una vera rivoluzione – questo è assodato – di più, non riusciamo nemmeno a fare riforme radicali e coerenti. E’ un bene, è un male? Si può discutere a lungo. Siamo come un albero dal tronco solido, su cui possiamo innestare qualsiasi varietà compatibile di pianta ma alla fine i nuovi virgulti vengono deprivati di linfa dai polloni che rispuntano più in basso sul vecchio tronco e prendono il sopravvento. Non direi che è un castigo di Dio o della Natura; dico che siamo fatti così e che per sopravvivere ci dobbiamo regolare di conseguenza. Come? Come fanno i contadini, i quali ripassano a togliere i polloni per far meglio crescere i nuovi virgulti.
Torniamo al libro. L’aspetto più importante di questo libro sotto il profilo cronachistico e perciò a futura storiografia è quello relativo a Friedman, il quale per la sua autorevolezza scientifica e per l’essere uno straniero, ha goduto di confidenze che i soggetti interessati non avrebbero mai fatto ad un giornalista italiano; testimonianze che illuminano ciò che prima si poteva intuire, ossia che il passo indietro di Berlusconi e l’incarico a Monti nel novembre del 2011 fu un piano risalente ad almeno cinque mesi prima, qualcosa che i costituzionalisti definiscono «forzatura», un’azione borderline, che forse è esagerato definire golpe, come altri senza tanti scrupoli hanno detto. Testimonianze del calibro di De Benedetti, di Prodi e di Monti stesso non lasciano dubbi. Per poco nella rete di Friedman non cascava pure Napolitano, il quale prudentemente declinò la richiesta di un’intervista.
Testimonianze che chiariscono i vari ruoli, soprattutto quello di Passera, il quale nel documento economico che gli era stato richiesto da Napolitano aveva previsto la patrimoniale, che avrebbe prodotto ottantacinque miliardi di euro. Cosa, poi, non accaduta per l’opposizione di Berlusconi.
Friedman si spoglia dell’osservatore scientifico e indossa le armi del combattente per ammazzare il gattopardo, proponendo una ricetta in dieci punti, che spiega uno per uno. E qui dimostra la sua ingenuità, non tanto perché per ogni punto importante presuppone condizioni che in realtà non esistono, quanto perché legge tutto in maniera ottimistica, come se non avesse a che fare con una realtà complicatissima, come la nostra.
Carattere piuttosto gioviale e diretto Friedman non nasconde antipatie e simpatie. Le prime nei confronti di D’Alema, di Letta, di Casini, di Alfano, di ex democristiani ed ex comunisti in genere, nei quali ravvisa i gattopardi; le seconde, anche se non esplicitate, nei confronti di Berlusconi e in ultimo di Renzi, a cui concede un’apertura di credito francamente eccessiva.

Stupisce che un americano, così ligio alle leggi dello Stato, nulla dica sulla posizione quanto meno anomala di Renzi. Che questo giovinotto si trovi al potere, in condizioni di sostanziale vantaggio personale, senza aver mai superato una prova elettorale, solo in seguito ad un’operazione di partitocrazia degenerata e ridotta  a “quattro amici al bar”, a Friedman sembra non interessare nulla. Per lui Renzi è come se fosse stato investito dalla più rigorosa procedura democratica. A lui pensa si debba affidare la spada di Sigfrido per ammazzare il drago-gattopardo. Cui Friedman si pregia di aver dato con questo libro il suo contributo. 

domenica 6 aprile 2014

La Chiesa di Francesco tra il dire e il fare


Oggi, a distanza di poco più di un anno dall’elezione al soglio pontificio si può tentare di vedere Papa Francesco oltre quello che appare. Finora i media ci hanno mostrato: Santa Marta, Piazza San Pietro, giri in papamobile, baci e abbracci di bambini, invalidi, vecchiette, borse portate personalmente a mano, uso di utilitarie, immagini in varietà di posizioni – l’ultima inginocchiato di spalle al confessionale – politici convocati a messa, conti pagati di tasca propria e tutto quell’insieme di ostentazioni che hanno creato in pochi mesi il mito del Papa innovatore. 
La prima impressione è che Papa Francesco abbia sempre una gran voglia di apparire e di piacere (verbo). Vanità che è rubricabile come peccato di lussuria. Il buon Papa Ratzinger ha detto che il Signore ha voluto questo e che lui per questo era inadeguato e dunque ha fatto “il gran rifiuto”. Possibile che il Signore volesse un Papa lussurioso? Bah!
C’è poi un altro genere di ostentazione, che è quello delle affermazioni clamorose, del consenso subito. «Chi sono io per giudicare?»; «L’essere umano è per la chiesa come un malato per l’ospedale: che fai ad un ricoverato, gli chiedi la sua fede o non intervieni subito a curarlo, a guarirlo?»; «Dicono che sono comunista perché sto coi poveri, ma i poveri sono il cuore del vangelo». Frasi che non possono passare inosservate. 
Così anche coloro che non sono in regola coi sacramenti trovano spalancate le porte del Signore. Di fronte a simili prese di posizione, come prima cosa, si deve onestamente riconoscere che è in atto non direi una riforma ma una revisione dottrinale, così alla buona, a spizzichi e mozzichi. Che, aggiunta all’ormai acquisita consapevolezza che tutte le religioni sono uguali, espone il cattolicesimo a traguardi importanti ma incerti.
In seconda battuta non si può non rilevare che anche qui c’è da parte del Papa una gran voglia di stupire. Quando si pensa al rifiuto di giudicare da parte della chiesa, che da sempre si è posta come magistero, viene di pensare ad un professore che a scuola mette a tutte le verifiche scritte e orali dei suoi alunni un bel dieci e al Preside che gli chiede ragione dice: e chi sono io per giudicare? In terza battuta, si coglie l’inevitabile ricaduta politica di certe affermazioni, che vanno in direzione della sinistra, sia a quella operaia, dei poveri e disoccupati, sia a quella radical-chic che vuole tutta una serie di liberalizzazioni: matrimoni gay, eutanasia, procreazione assistita, sacerdozio femminile, abolizione dei sacramenti attraverso un loro progressivo e indolore svuotamento. 
Insomma, questo Papa ha un confine mobile tra ciò che è il compito tradizionale e istituzionale della Chiesa e quello che lui si pone, per cui ogni volta ti sorprende. Difficile dire fino a che punto sia del tutto spontaneo e incurante delle ricadute o consapevole degli effetti religiosi e politici delle sue affermazioni e dei suoi comportamenti. Certo è che sta riposizionando la Chiesa, in conseguenza di un’idea della Chiesa fondata su una parte, non più in rappresentanza di tutto il corpo sociale ed ecumenico. La Chiesa dei poveri dice. E che vuol dire: che vorrebbe un’umanità di morti di fame?
La storia, che è sempre il riferimento ineludibile per trovare ragioni e spiegazioni, ci dice che la Chiesa non si è mai schierata con una parte sociale. La Chiesa, nel corso dei secoli, ha dimostrato di essere dei poveri e dei ricchi, dei deboli e dei forti, degli ignoranti e degli intellettuali. Ed ha avuto ragione, perché senza i ricchi-forti-intellettuali, i poveri-deboli-ignoranti sarebbero stati molto peggio e mai si sarebbero mossi dalle posizioni preistoriche. E’ la storia che produce le differenze sociali. Il vangelo vale per tutti; nei suoi contenuti il ricco e il povero si ritrovano purché obbediscano alle leggi del Signore Gesù Cristo figlio di Dio. Se i poveri sono il cuore del vangelo, i ricchi quale organo anatomico occupano?
Chi sceglie di stare da una parte, con una parte, lo fa o in buona fede o per calcolo. Escludo che un Papa lo faccia in buona fede; lo fa per calcolo. Ma chi ragiona e opera per calcolo è il politico, che calibra la sua azione in difesa di una parte piuttosto che di un’altra, nella consapevolezza di una necessaria dialettica per raggiungere degli equilibri. Chi si prefigge di portare una parte a prevaricare sull’altra non sta col vangelo, non sta con la democrazia. Non so se Papa Francesco sia o meno comunista – non mi sorprenderebbe se lo fosse – ma dovrebbe sapere che una sola ideologia nella modernità ha esplicitamente dichiarato di proporsi come obiettivo la dittatura di una parte sull’altra; e questa è la dittatura del proletariato. Sappiamo tutti che cosa è stato.
Ma Papa Francesco non stupisce solo per quello che dice e per quello che fa; stupisce anche per quello che non dice e per quello che non fa. Per esempio, non convince i sacerdoti ad indossare l’abito talare e ad uscire dalla chiesa per stare tra la gente, nella società, come una volta. Se è veramente convinto di quello che dice a proposito di povertà e di Chiesa povera, si liberi dello Ior, che è una banca e come tale deve rispondere, più che al Dio uno e trino della fede cristiana, al dio uno e quattrino della fede finanziaria. Se fosse veramente convinto della povertà della Chiesa dovrebbe rinunciare all’otto per mille.

Papa Francesco si è troppo secolarizzato e politicizzato, dimostra di aver appreso l’arte tutta italiana degli annunci ad effetto: a dire le cose che poi non fa e a fare le cose che non dice. 

domenica 30 marzo 2014

L'Italia delle assurdità: corruzione, evasione fiscale, tagli e democrazia


In Italia è in corso, propagandato come una rivoluzione, un colossale raggiro degli italiani. Si tratta della spending review, che dovrebbe portare nelle casse dello Stato qualche miliardo di euro nel giro di qualche anno. Detta papale-papale: tagli di spesa in ogni settore della pubblica amministrazione, della difesa, della sicurezza, della sanità, dei trasporti, della scuola e della …stessa democrazia con la soppressione del Senato e delle Provincie. Nello stesso tempo: privatizzazioni, dismissioni, vendite di immobili dello Stato. Insomma, una situazione di fallimento indecoroso e completo.
A fronte di questa campagna di “cenci alla patria” per racimolare qualche spicciolo, quasi fossimo in tempo di guerra, ci sono due fenomeni criminali, che fanno pensare a vite da nababbi, a mattinieri tuffi nel denaro alla Paperon de’ Paperoni. Fenomeni che da soli, se non esistessero, basterebbero a giustificare una tendenza opposta del governo, e cioè una spending review al contrario per sovrabbondanza di disponibilità. I due fenomeni sono corruzione ed evasione fiscale, i cui dati hanno dell’incredibile.
La Corte dei Conti ha quantificato il costo della corruzione in 60 miliardi all’anno (dico sessanta). L’evasione fiscale, secondo Alan Friedman (Ammazziamo il gattopardo) ammonta a 150 miliardi all’anno; per Stefano Liviadotti, uno specialista della materia che scrive per “L’Espresso”, ammonta a 180 miliardi all’anno (dico centottanta). Lo si legge nel suo libro Ladri. Gli evasori e i politici che li proteggono. Ogni anno solo per queste due anomalie l’Italia è sotto di una cifra che si aggira, anche a volerla contenere, intorno ai 200 miliardi di euro (dico duecento). Se li avesse a disposizione potrebbe estinguere il debito pubblico in pochi anni, potrebbe aumentare e migliorare l’esercito, la marina, l’aeronautica, la sicurezza; potrebbe migliorare sanità, istruzione, trasporti, protezione civile e quant’altro; potrebbe tagliare le tasse ad attività imprenditoriali e commerciali; potrebbe garantire un minimo di reddito a tutti i cittadini; potrebbe fare dell’Italia, per dirla col Veltroni di qualche anno fa, un Paese normale.
Ma non voliamo con ali di cera! Sappiamo che il governo non ha la bacchetta magica per risolvere problemi così annosi come corruzione ed evasione fiscale e che pertanto, nell’impossibilità di poter avere nell’immediato tanti miliardi, è giocoforza procedere a vendersi perfino le mutande. Ma se non possiamo volare, non possiamo neppure rinunciare a camminare. E allora, quando senti che dalla vendita delle famigerate auto blu si ricavano 200 milioni, che dai tagli alla difesa si ricavano tre miliardi, che dalla riduzione delle forze dell’ordine si incassano 700 milioni, e via elemosinando, che c’è da pensare? Che siamo un Paese fallito, un Paese che non riesce ad evitare sperperi di centinaia di miliardi all’anno ed è costretto a barattarsi per poche decine di miliardi nell’arco di alcuni anni. Un Paese che mette a rischio la sicurezza, che mette in crisi servizi strategici, che impoverisce settori vitali, che dequalifica la vita politica, perché non riesce a fare quello che è semplicemente fisiologico in un Paese normale, è un Paese che non merita di sedere né in G7 né in G20, semplicemente è un Paese da ricostruire. Magari con la forza, con le cattive. Si capisce, con le cattive!, dato che con le buone non si è riusciti a conservare il benessere raggiunto.
Corruzione ed evasione fiscale non sono purtroppo gli unici mali che minano l’Italia. Abbiamo quattro mafie agguerritissime, che fatturano miliardi e miliardi di euro all’anno, che rendono invivibile gran parte del territorio nazionale, che impediscono il naturale scorrere della vita sociale ad ogni livello.
L’incontro di Renzi con Obama ha ancora una volta rimarcato l’inadeguatezza di chi rappresenta l’Italia. Troppa sottomissione, troppe untuosità, troppa carenza di autoconsiderazione. Non parlo tanto della persona. Figurarsi Renzi, che è tronfio di boria! Parlo dell’immagine offerta dell’Italia, aggredita da epidemie sociali intollerabili, rappresentata da gente approssimativa perfino nei comportamenti esteriori, ormai allo stremo della propria fiducia. Ricordiamo l’onesto Letta piangersi addosso e autocommiserarsi ogni volta che incontrava i pari grado stranieri.
Non è né facile né bello riconoscere dei fallimenti, ma se non si può non vedere il disastro economico e finanziario, sociale e civile, perché rifiutarsi di stabilire un rapporto tra ciò che effettivamente abbiamo e i modi che lo hanno prodotto? Se a tanto siamo arrivati attraverso una democrazia degenerata, perché non considerare, accanto ad una revisione della spesa, anche una revisione della nostra democrazia?

Forse è quanto stiamo facendo con provvedimenti dolorosi, che sembrano però più dettati dal bisogno immediato dell’oggi che da  consapevole progetto per il domani.

domenica 23 marzo 2014

Riuscirà Renzi a rottamare anche i miti e gli dei dell'Olimpo?


Mi chiedo sempre più spesso se la mia avversione-confessa a Matteo Renzi, che è poi quella di tanti italiani, per il modo come il personaggio si propone, non costituisca pregiudizio al suo valore sostanziale e soprattutto ai risultati concreti del suo operato politico. In altri termini, l’antipatia per l’uomo può condizionare la capacità critica dell’analista politico? La risposta non può essere che problematica.
Dico in limine perché sono avverso. Più volte penso alla saggezza degli antichi e ai loro miti, su cui generazioni e generazioni di giovani per millenni si sono formate. Saggezza e miti educavano e maturavano gli uomini, a cui i più anziani passavano il testimone per guidare i comuni destini in continuità di valori e di costumi. Il mito di Fetonte, che chiede e ottiene dal riluttante padre, il Dio-Sole, di guidare il carro e finisce per imperizia col rovesciarlo incendiando cielo e terra, vale come monito di prudenza, a non affidare mai compiti ardui a giovani inesperti e spericolati. Mi chiedo: non vale più un simile monito? Il mito della fanciulla Aracne che si ritiene insuperabile nell’arte del ricamo tanto da sfidare la stessa dea Atena e da questa viene battuta e trasformata per punizione in ragno, vale come monito a non essere presuntuosi. Non vale più questo monito?
Renzi si è proposto in maniera spavalda e presuntuosa: tu non servi, tu sei da rottamare, tu già eri vecchio quando io facevo le elementari e via ingiuriando, sfottendo e sbruffonando, in una visione manichea basata sulla contrapposizione bene/gioventù-male/anzianità.
Ora, può essere che Renzi faccia eccezione, che non faccia la fine di Fetonte o di Aracne; resta il fatto che è un gran maleducato, uno che ancora non si capisce bene se gli abbiano affidato il potere per infingardaggine e ignavia o per furbizia e vendetta, per vederlo fallire e poter dire: mo’, quello da rottamare sei tu. Resta che la saggezza degli antichi non può fallire e dunque o Renzi dimostra che lui non è Fetonte e il carro del Sole lo guida meglio del rottamato suo padre o siamo un Paese di scellerati a fidarci di un gradasso fiorentino che potrebbe portarci al disastro completo.
Mi spingo a dire che se fossi vissuto ai tempi del fascismo – ipotesi che in genere non mi piace fare – non escludo una mia avversione a Mussolini, che pure per molti aspetti apprezzo, proprio per quel suo proporsi marionettistico, che doveva far ridere e invece entusiasmava. Ho vissuto l’era berlusconiana e mi pregio di aver sempre stigmatizzato i comportamenti di Berlusconi assolutamente indecorosi, cafoneschi, spesso volgari, pur apprezzandone le doti di politico e soprattutto di imprenditore.
Torno alla domanda iniziale, per riformularla. Si può avversare un uomo politico per la sua faccia e per i suoi comportamenti, apprezzandone il pensiero e l’azione? E soprattutto può un uomo politico che contravviene alle millenarie regole della vita riuscire bene nei fatti che riguardano i pubblici interessi?
In un’intervista con Emanuele Macaluso, apparsa su «L’Espresso» del 20 marzo, a firma di Marco Damilano, l’anziano dirigente comunista definisce una «caricatura…l’interclassismo al cioccolatino», il tentativo di Renzi di governare con Landini e Squinzi. Francesca Donato, presidente del Progetto Eurexit, ospite di «Ballarò» di Giovanni Floris di martedì, 18 marzo, ha detto che Renzi con la Merkel ha fatto come quell’operaio che al suo datore di lavoro dice: da oggi lavoro gratis e non mi prendo un solo giorno di ferie, ci stai? In Europa si è ripetuta giovedì, 20 marzo, la scena disgustosa del sorrisetto complice tra Barroso e Van Rompuy, ad imitazione di quella tra Sarkozy e la Merkel due anni e mezzo fa, una volta per Berlusconi, un’altra per Renzi.
Ora non mi piace farmi forte con quanto dicono e fanno gli altri, ma non posso non considerarmi meno impensierito sapendo che c’è gente che la pensa allo stesso modo su certe cose. Fermo restando che tanto la coppia Sarkozy-Merkel per Berlusconi quanto la coppia Barroso-Van Rompuy per Renzi si sono comportate alle stregua dei due personaggi derisi, ma in maniera gratuitamente offensiva per l’Italia.
La stampa italiana – per fortuna non tutta – ha enfatizzato l’incontro di Renzi con la Merkel. Addirittura ho letto sul «Nuovo Quotidiano di Puglia» del 20 marzo, a firma di Adelmo Gaetani, che la Merkel dovrebbe ascoltare i suggerimenti di Renzi se non vuole fare la fine degli altri. Non so che dire. Anche le parole smettono di significare e si mettono a ridere o a piangere.
Io dico che a vederla in faccia la Merkel mentre ascoltava Renzi sembrava stupita, ma non favorevolmente, bensì come quelle “vittime” di scherzi a parte, quando non sanno se ciò che sta accadendo è vero o è tutto una messa in scena.

Il guaio è che se dovesse fallire Renzi, a causa dell’impreparazione della classe politica – se ancora ce n’è una in Italia! – rischiamo davvero chissà quale avventura. E’ questa la ragione per la quale occorre sperare che Renzi, contravvenendo alle certezze di certa millenaria cultura, riesca a dar torto ai miti e a rottamare perfino gli dei dell’Olimpo.

domenica 16 marzo 2014

Renzi, molto rumore per nulla? Speriamo di no


Si possono nutrire mille perplessità su Matteo Renzi. In verità chi è abituato a parlare, commentatori e analisti, le esprime. Altri preferiscono concedere qualche prudente apertura di credito. Altri ancora – e sono i più – tacciono, preferiscono il silenzio, che è vaso vuoto in cui al momento opportuno mettono l’opportuno e il conveniente.
Perplessità – dicevo – tante, ma non si può dire che non stia mantenendo le promesse, in primis il rumore di tanti annunci e dichiarazioni. Il punto è se il rumore possa far pensare per associazione di idee a quell’opera di William Shakespeare Molto rumore per nulla e lì esaurirsi. Il sacco di Renzi è pieno e fa rumore, ma può essere che sia stato riempito di stoppie secche. Speriamo di no; speriamo che almeno si possa dire di qui a qualche tempo tanto rumore, è vero,  ma qualche cosa è stata fatta.
Il diretto interessato dice che i suoi provvedimenti (riduzione Irpef con dieci miliardi di euro distribuiti a dieci milioni di cittadini che percepiscono un reddito inferiore a 1.500 euro mensili a partire da maggio), il taglio dell’Irap del 10 %, piani scuola, casa, e soprattutto la garanzia della copertura finanziaria, è la cosa più di sinistra che sia stata mai fatta negli ultimi vent’anni.
Il suo alleato di maggioranza e di governo Angelino Alfano, leader del Nuovo Centro-destra, dice che si tratta di provvedimenti di chiara matrice liberale e di destra. Dovrebbero mettersi d’accordo, almeno per dividersi le cose, una a te e una a me. Ché, se le cose sono le stesse, non possono essere allo stesso tempo rosse e azzurre per il principio di non contraddizione. Va bene che questo principio non è applicabile in politica, ma comunque un certo valore orientativo ce l’ha.
Romano Prodi ha sottolineato come le iniziative di Renzi trovino giudizi entusiastici da parte di chi in altri tempi era irriducibilmente critico nei confronti del governo, riferendosi al suo. «Feci anch’io un taglio del cuneo fiscale da sette miliardi di euro – ha detto – ma il giorno dopo gli sputarono sopra. La Confindustria mi attaccò dicendo  che non serviva a nulla. Oggi invece c’è un senso  da ultima spiaggia e il Paese è più disponibile ad ascoltare» (La Stampa, 15 marzo 2014). Si coglie un pizzico di amarezza in queste parole, ma dicono il vero.
La legge elettorale, Italicum a metà, per la Camera sì, per il Senato no – quest’ultimo è stato messo in coma farmacologico e di qui a qualche tempo tirerà le cuoia – è come uno strumento buono fino a quando non viene usato, fino a quando cioè non si creano le condizioni per doverlo usare. Per ora si può dire di tutto e di più. Alfano vorrebbe il voto di preferenza, per ovvi motivi di convenienza elettorale; ma su questa strada c’è l’ostacolo Berlusconi, col quale Renzi ha raggiunto un accordo che finora ha tenuto, pur col taglio del Senato.
E’ certo, tuttavia, che questa spada di Damocle sulla testa del Senato, è una furbata: non si voterà fino a quando non sarà risolto il problema della sua trasformazione (abolizione del bicameralismo perfetto), ma risolvere la questione del Senato non è cosa che si fa in quattro e quattr’otto; e dunque Renzi si è assicurato un bel po’ di tempo, diciamo tutta la legislatura.
Non è stata ben evidenziata dai media la dichiarazione di Renzi sull’Europa: vanno bene le obiezioni europee al nostro piano di riforme – ha detto con la solita aria spavalda – ma ricordi l’Europa che anche lei deve cambiare. Alle viste una più generale rottamazione? Il Demolition-man, come è stato tradotto dagli inglesi l’italiano rottamatore, potrebbe ambire al ruolo di Grande Rottamatore. Pare che in questo gli sia compagno il francese Hollande, che nei confronti della Germania, oggi egemone, ha sempre avuto qualche punta d’invidia.
Ma la vera novità di Renzi è la sua toscanità. I toscani, in qualunque ambito operino, si propongono con una smisurata autostima, al punto da ritenersi indispensabili e bastevoli da soli a coprire con la loro sagoma tutto lo scenario operativo e competenziale. Da Dante Alighieri, il quale nel 1300 diceva se a Roma dal papa non vado io, chi va? e se a Firenze non resto io, chi resta?, agli Indro Montanelli e Curzio Malaparte dei nostri tempi, sempre in voga e sempre ad avere ragione esclusiva e assoluta, è una galleria di megalomani e di presuntuosi, sebbene geniali.
Qui, con Renzi, ci troviamo in presenza di una caricatura – mi sbaglierò e sarei felice di ammettere che mi ero sbagliato, ma a me tale appare questo Renzi con tutte le sue furbizie e con tutto il culo smisurato che si ritrova, per cui tutto sembra congiurare a suo favore – rispetto ai soliti grandi toscani che conosciamo. Ha detto che se gli italiani non troveranno i soldi, ovvero gli ottanta euro nella busta paga di maggio, «Renzi è un buffone». E ancora «Se non dovessi riuscire nel mio progetto mi ritirerò dalla politica». Probabilmente ne farà altre di affermazioni simili, in stile pubblicitario “soddisfatti o rimborsati”. Figurarsi! A me sembra che il bombardino di Firenze ignori la storia – quando l’avrebbe studiata? – o che abbia un io talmente ipertrofico da lambire la patologia. 
In Europa è accolto con l’etichetta consueta. Chiunque vada a rappresentare un Paese è accolto col massimo riguardo. Forse bisognerebbe provocare qualche capo di Stato o di governo europeo, come fanno ogni tanto in Italia quelli della “Zanzara”, per sapere cosa effettivamente pensano di questo personaggio, che sembra uscito da uno di quei lontani periodici per ragazzi di una volta che erano “L’Intrepido” e “Il Monello”. Comunque sia, Renzi un po’ intrepido e un po’ monello lo è, a prescindere.