domenica 9 marzo 2014

L'insostenibile vaghezza di essere italiani


“La grande bellezza”, il film di Paolo Sorrentino premiato con l’Oscar quale miglior film straniero, è uno di quei racconti che si possono leggere in molti modi per ricavare altrettante impressioni o certezze. Lo stesso titolo può essere riferito o alle immagini di Roma, alcune veramente bellissime e inedite, o inteso nel significato antifrastico del termine. Alle suggestive “cartoline” romane fa riscontro nel film una carrellata di caricature, di trovate barocche, vuote di contenuto ma sorprendenti e meravigliose nell’aspetto esteriore, in una parola di “bruttezze”. Come dire a qualcuno: è la vita, bellezza!, dopo che gli hai rifilato una fregatura. Sorrentino ha voluto stupire, sorprendere, meravigliare.
“E’ del poeta il fin la meraviglia / chi non sa far stupir, vada alla striglia” diceva il suo conterraneo Giambattista Marino nel Seicento. Un secolo e una cultura terribilmente oggi di ritorno, attuali, come provano i tanti fenomeni privati e pubblici, individuali e collettivi di questa Italia di inizio millennio.
In Europa questo genere di messaggio non incanta più nessuno. Al Festival di Cannes il film di Sorrentino è stato quasi snobbato. Ma l’America è l’America! E gli ha assegnato l’Oscar.
La stampa e la televisione italiane hanno esultato, quasi l’Italia avesse rovesciato lo spread rispetto alla Germania e fossimo noi a dettar legge economica; come se la Nazionale di Calcio avesse battuto il Brasile in finale e pareggiato il conto dei titoli mondiali.
Le istituzioni si sperticano ancora  in attestati di riconoscenza al regista napoletano, nuovo salvatore della patria: “quindi trarrem gli auspici…”.
Di preoccuparci, invece, non ci passa per la mente. Ed è proprio questo il punto. Rappresenta la “bellezza” di Sorrentino la situazione italiana di oggi? L’Italia della debolezza politica, della crisi sociale, dei suicidi per fallimenti e disoccupazione, della privazione dei giovani di un avvenire esistenziale, della perdita dei valori morali e civili, del degrado in cui versa la vera grande bellezza italiana dei beni culturali? Rappresenta l’Italia che non riesce a farsi rispettare dall’India e lascia marcire colà due militari italiani colpevoli di aver fatto il loro dovere? No, assolutamente.
Allora il film di Sorrentino è solo una maschera grottesca in sé e nell’uso, soprattutto nell’uso che si vuole fare e che si sta facendo. Una maschera assolutamente inopportuna, degradante, offensiva. Può essere che quell’Italia rappresentata esista davvero; ma se pure fosse, sarebbe un’Italia da tenere nascosta, come si nascondono i quadri e gli specchi nelle case segnate dal lutto. 
L’America, premiando il film, ha voluto premiare gli italiani, il nostro modo di reagire alla gravissima crisi che ci tormenta ormai da anni e ci tormenterà per altri decenni. Ha voluto premiarci per il nostro modo di essere e di vivere, tra il superficiale e il leggero, lo svagato e “alla me ne fotto”. Mentre l’Italia delle bellezze passate cade a pezzi, noi, invece di preoccuparci di arginare il fenomeno, facciamo film per mostrare al mondo quanto siamo decaduti e decadenti.
Ancora una volta ha trionfato il becerume incartato di bello e di luci, per farlo piacere. Siamo nella scia dei grandi registi italiani, alla Monicelli più che alla Fellini o alla De Sica, che propone il nostro modo di riderci addosso e con ciò  di far ridere gli altri anche nelle tragedie e nell’epica delle guerre. Come a voler ribadire che noi italiani, in qualunque situazione ci troviamo, siamo sempre quelli di “Amici miei”. Quelli che Churchill disse che affrontano una partita di calcio come una guerra e una guerra come una partita di calcio.
Tra tutti i nostri film premiati con l’Oscar  questo è di sicuro il più mortificante, anche perché oggi non c’è neppure l’entusiasmo di altri tempi. Penso al dopoguerra di De Sica o al miracolo economico degli anni Sessanta di Fellini, quando crearono capolavori di alta rappresentatività italiana. Tempi di sofferenza e di speranza, di realizzazioni da raggiungere (De Sica) o raggiunte (Fellini).
Il film di Sorrentino ci condanna ad essere visti come gente che affronta tutto con ignavia, che si compiace dei propri fallimenti, che gode del suo essere nulla, che inneggia al più infame dei nichilismi: a quello che fa del nulla piacere e vanto.
L’Oscar assegnato ad un film simile contiene un messaggio inaccettabile: noi americani vogliamo salvare gli italiani così come sono, ci servono per svariare il tempo, per dimenticare le cose serie, per stordirci. Italiani, conservatevi: siete belli, stupendi. Voi, non i vostri beni, che vanno in malora, siete il vero  patrimonio dell’umanità.

Avremmo voluto dire: no, grazie!

domenica 2 marzo 2014

Renzi, è iniziata la gara a chi gli fa la festa


Ospite di Lilly Gruber su “La Sette” venerdì sera, 28 febbraio, c’era Paolo Crepet, lo psichiatra. Il quale si è detto entusiasta di Matteo Renzi e ha aggiunto di trovare insopportabile il fatto che lo si critichi. Perché il telepsichiatra tiene tanto all’ex sindaco di Firenze? Ma perché Renzi è giovane, ambizioso ed è fuori dei vecchi schemi di destra, di sinistra, che non significano più niente. Lasciamolo fare, non giudichiamolo prima che faccia; se poi sbaglia, ce ne facciamo una ragione. Questo l’assunto dello psichiatra, come se tutta l’Italia debba assistere – non si capisce per quale castigo di Dio – alle performance di un novizio che gioca col fuoco e rischia d’incendiare la casa. Crepet avrebbe anche potuto spiegare, da psichiatra, perché Renzi si presenta in Senato con le mani in tasca, perché si fa sorprendere in pose defatiganti, sdraiato sui banchi, ora con in bocca la penna ora la cravatta, ora senza niente ma con la bocca semiaperta come un mezzo ebete. Maleducazione? Disagio? Che almeno lo psichiatra avesse dato una spiegazione, giusto per capire!   
Non so se gli italiani la pensino su Renzi come Crepet. Non so quanti italiani salirebbero su un aereo sapendo che il pilota è giovane, ambizioso e fuori degli schemi indicati dalle rotte e dalle coordinate, della prudenza e del galateo.
E’ come un giocatore di biliardo Renzi, che si prende burla degli altri giocatori; sbruffa: ora mi tiro questo ed ora mi tiro quest’altro, e puntualmente, benché non sappia tenere la stecca in mano, gli riescono i filotti dichiarati. Renzi fa filotto anche se colpisce la biglia con il manico della scopa. Più che di Renzi c’è da fidarsi del suo culo.
Al netto di una certa antipatia che si può legittimamente avere per un simile personaggio, velleitario di successo, arrogante e presuntuoso, ci sono ragioni politiche serie che mi convincono di preoccuparmi, solo nella mia dimensione di cittadino italiano che ama il proprio Paese, la propria società, la propria nazione; che ha un alto concetto dello Stato e della politica e che non la pensa come Crepet, ma sente di avere il diritto di impedire a Renzi di fare quello che gli passa per la mente sulla pelle degli altri.
Prima ragione di preoccupazione. Matteo Renzi è diventato capo del governo senza essere neppure deputato, senza essersi mai presentato a capo di un partito o di una coalizione per essere votato. Dunque, è espressione di un potere che non viene dal popolo, come democrazia vuole al suo livello più essenziale. Si dice: siamo in uno stato di eccezionalità, di emergenza, di crisi. E’ vero, ma perché ci si affida al primo sbruffone che si presenta senza avere i titoli? Titoli intendo legittimazione popolare, senza cui non si può parlare di democrazia? Renzi è stato voluto da un partito che ha, voto più voto meno, la stessa forza elettorale del Movimento 5 Stelle e del Centrodestra. Altro che premio di maggioranza, qui siamo in presenza di asso-raccogli-tutto.
Seconda ragione di preoccupazione. La sua nomina a capo del governo è una trovata di poteri, che non hanno volto, denominazione e responsabilità, i quali vogliono impedire al Paese di votare. Si dice: non c’è una legge elettorale che garantisca un esito utile alla formazione di un governo stabile e duraturo. Dobbiamo avere nostalgia di Andreotti e della sua filosofia del governare con la crisi? Il fatto è che la questione della legge elettorale è una colossale presa in giro. Non si può votare perché non c’è la legge ma non si fa la legge perché non si vuole votare. La tattica ricorda quella di Quinto Fabio Massimo, il cunctator, il famoso temporeggiatore che logorò Annibale, fino a quando non maturò Scipione a fare barba e capelli al Cartaginese.
Terza ragione di preoccupazione. Il governo Renzi rischia di trasformare un governo di emergenza in una formula politica duratura. Difatti si dice che questo governo durerà fino al termine della legislatura. Ma se una parte dell’opposizione, il Nuovo Centro-destra, sta nella maggioranza, l’opposizione a questa maggioranza chi la fa davvero? Risposta: Forza Italia, il Movimento 5 Stelle, la Lega. Pare niente? No, pare assai. Ma si dà il caso che l’opposizione di Forza Italia è un’altra presa in giro, perché, nel gioco delle parti Alfano ne recita una e Berlusconi ne recita un’altra, insieme ne recitano un’altra ancora. Il Movimento 5 Stelle è fuori del sistema che rifiuta e combatte radicalmente; dunque politicamente non è spendibile. La Lega è troppo piccola e troppo sola per proporsi validamente a ruolo di opposizione. Si ricorda che l’opposizione ad una maggioranza, per avere credito ed efficacia, deve necessariamente proporsi come fattibile alternativa; in caso contrario può fare opposizione, ma senza prospettive resta sterile.
La quarta ragione di preoccupazione. Che cosa riuscirà a fare un governo, che è quasi universalmente guardato con forti perplessità perfino da chi lo ha voluto – vedi Corriere della Sera e poteri annessi e connessi – a causa delle ragioni dette e per altre, come l’inesperienza del suo capo e l’inevitabile guerra che gli viene fatta dal suo stesso partito? Letta, Cuperlo, Civati staranno con le mani in mano a godersi il folletto fiorentino folleggiare? Non lo credo affatto.

Le durissime parole del sindaco di Roma Ignazio Marino per il ritiro del decreto Salva-Roma sono state definite da Renzi – sentite sentite da quale pulpito! – assolutamente inappropriate. Saranno state pure inappropriate, ma sono nello stile Renzi; e soprattutto sono rivelatrici di un clima di ostilità nei suoi confronti che è già iniziato, coi fischi pubblici e con dichiarazioni poco rassicuranti di alcuni suoi “amici” di partito.

domenica 23 febbraio 2014

E' nato Lo-Renzino: la vetrina è allestita!


E’ nato il governo di Matteo Renzi. Gli resta il passaggio parlamentare, ossia la fiducia, prima all’«inutile» Senato e poi alla Camera. E’ al Senato che corre i rischi maggiori; meglio, che correrebbe i rischi maggiori. In realtà non ne corre, perché il mondo politico italiano è come annichilito. Lo scenario è spettrale. Pare che molti politici di belle speranze e radiose prospettive di pochi anni fa abbiano già cambiato mestiere. Penso a D’Alema, che con quella sua aria di superman gira il mondo a fare il diversamente politico; penso a Veltroni, che si è messo a fare il regista cinematografico; penso a Fini, che …beh, questo non ha ancora deciso cosa farà da grande.
Ma torniamo a Renzi. Voci, ovviamente smentite, dicono che abbia avuto un “braccio di ferro” con Napolitano per dissensi su alcuni ministri, come quello per l’economia e per gli esteri. Noi non siamo d’accordo con le smentite. Non possiamo davvero immaginare un Napolitano yes-man, prono alle imposizioni del bulletto fiorentino. I due non si saranno inseguiti e minacciati per lo Studio alla Vetrata, ma qualcosa se la saranno detta: Napolitano, dall’alto della sua età e della sua esperienza; Renzi ringalluzzito e spavaldo per la sua ipertrofica autostima. Vedremo. L’Italia ne ha visti tanti di Masanielli; ne ha visti anche con le palle assai più grosse e temprate di quelle del cachiello di Toscana, che non è un vino.
I quattro lettori che mi seguono potrebbero legittimamente dire: ohè, ma non te ne va bene uno! In fondo Renzi è giovane, scaltro, determinato! E poi, se va male pure lui, va male al paese. E tu, non dovresti essere preoccupato?
Dico la verità. Tante obiezioni me le sono fatte e me le faccio come ogni cittadino italiano preoccupato di quanto è accaduto e sta accadendo. Spererei con tutta l’anima che Renzi riuscisse a tirar fuori il meglio di questo paese per fargli riprendere il suo cammino di dignitosa presenza nel mondo, quale gli compete. Quel che mi spaventa non è Renzi. Renzi mi può irritare coi suoi modi e la sua maleducazione. Mi spaventa l’assenza della gente che in un paese come il nostro dovrebbe contare, non dico di più; dico che dovrebbe contare e basta. Invece, vedo una sorta di fuggi-fuggi generale; un nascondersi imbarazzato e imbarazzante, che somiglia tanto a quel sentimento che incombe sugli studenti quando il professore li guarda per interrogarne qualcuno.
Dove si è cacciata la classe dirigente di questo paese? Non se ne vede neppure l’ombra. Tra scherzi da Jene e proposte vere in questi giorni alcuni interpellati si sono rifiutati. No pesanti, che hanno subito ridimensionato la credibilità di chi chiedeva.
Mi dispiace dirlo, ma se guardo i ministri di Renzi non mi viene proprio di sentirmi rassicurato. Sembrano un gruppo di boy-scout, di ciellini, di escursionisti. Mario Calabresi, direttore de “La Stampa” parla di leggerezza del governo Renzi. Le cose si possono dire in tanti modi; la sostanza non cambia.
Io vedo in filigrana un Renzi che ha voluto circondarsi di persone che non si permetteranno mai di replicare ai suoi ordini. Da studioso di fenomeni politici vedo una straordinaria conquista del potere assolutamente inedita. Uno, che in democrazia giunge a realizzare quello che vuole, senza essere stato mai votato, senza che nessuno lo ostacoli, senza che si confronti con altri; che riesce a creare un governo i cui ministri sono  tutti ai suoi ordini, non saprei come definire lui ma neppure la democrazia che gli ha consentito di fare quel che ha fatto. E’ una democrazia che si è dimessa dal suo ruolo, che è quello di chiamare a raccolta i cittadini e farli votare. 
Chi è Renzi, il principe moderno del Machiavelli? Il golpista sudamericano che non t’aspetti in un paese europeo? Un impostore di comodo, perché solleva gli altri dalle loro responsabilità? Speriamo che almeno in questo gli esperti sappiano dare una risposta; senza preoccuparsi, però, di offendere o di non offendere. Qui si sta parlando dell’Italia, non di come organizzare il prossimo festival di Sanremo, dopo il fiasco di quest’anno.
C’è nel paese una sfiducia paurosa. Le sue risorse migliori, che non sono solo quelle dei giovani, si sono come volatilizzate. E’ venuto meno l’orgoglio di essere italiani e di poter rappresentare l’Italia con onore nelle assise internazionali. Oggi si è diffuso un sentimento quasi di vergogna a rappresentare l’Italia in Europa, dove altri paesi meglio messi del nostro ti fanno sentire un paese declassato e subordinato. Ecco come si spiega la fuga dalle responsabilità di tante nostre «eccellenze». Qualche anno fa Giovanni Agnelli rappresentava l’Italia in Europa e nel mondo con fierezza e orgoglio; dava del tu a capi di Stato e di governo. I suoi amici personali erano presidenti di industrie e di banche. Si sentiva forte e autorevole perché era italiano. Oggi i suoi eredi se ne sono perfino andati dall’Italia perché proporsi come italiani nel mondo significa vestirsi di debolezza e di inattendibilità.

Renzi ha raccolto quanto gli altri hanno lasciato. Non ha fatto una gara ed ha vinto. Si è fatta una passeggiata ed è giunto senza nessun problema al traguardo. I veri problemi per lui inizieranno da domani. E, purtroppo, non solo per lui!

domenica 16 febbraio 2014

Matteo il Fiorenzino e un popolo alla fame


I commentatori politici si stanno sprecando ad evidenziare l’incoerenza di Matteo Renzi, le sue contraddizioni, le sue furberie da prima repubblica, gli accostamenti a Fanfani, a Forlani, ad Andreotti e chi più ne ha più ne metta di furbi e furbetti dell’italica genia. La  verità è molto più modesta. Di solito un ciarlatano, un chiacchierone non ricorda quello che dice, perché quando parla non pensa. Quel che di bocca gli esce-esce. Il ciarlatano è coerente al massimo grado. Matteo Renzi è un ciarlatano. Non è di questo comunque che qui si vuol parlare.
Il popolo italiano è stato ancora una volta truffato ed escluso da un dibattito che avrebbe meritato, anzi, che aveva il diritto di avere per il tramite delle sue rappresentanze politiche. Invece tutto si sta risolvendo in una faida all’interno di un partito, che, grazie ad una legge elettorale, il Porcellum, mai abbastanza vituperata ma mai abbastanza difesa unguibus et rostris, ha una maggioranza in Parlamento sproporzionata a quella reale che ha nel paese. Bene, anzi benissimo, hanno fatto Lega e Movimento 5 Stelle a rifiutarsi di partecipare alla comparsata quirinalesca. La liturgia è importante in politica, ma quando copre qualcosa di serio; non lo è quando incarta il nulla o – peggio – nasconde le porcherie. Ed è una porcheria il fatto che si vuol far passare l’idea che la crisi governativa che si è aperta non è una crisi, ma una semplice operazione politica limitata al partito di maggioranza parlamentare. Letta non si sarebbe dimesso per sopraggiunte difficoltà, ma per un cordiale scambio di compiti in famiglia.
L’anno scorso, più o meno di questi tempi, si diceva – se ne sarebbe fatto garante Napolitano – che il governo Letta era a tempo, avrebbe fatto le riforme, prima fra tutte la legge elettorale, e poi si sarebbe votato con la nuova legge. Letta era stato eletto dal popolo, era passato cioè dal giudizio popolare. Bersani, il candidato-premier aveva tentato un approccio, su mandato di Napolitano, ma non era riuscito per la refrattarietà collaborativa del Movimento di Grillo. Come era normale che accadesse, l’incarico passò a Letta, che era il vice di Bersani nel Partito democratico. Letta era l’uomo che voleva e poteva tentare una formula diversa, quella delle larghe intese, un governo cioè che tenesse insieme gli opposti. La cosa non piacque ai democratici, i quali non avrebbero mai voluto un governo con Berlusconi. Ma poteva piacere o non piacere Letta, era comunque espressione della volontà di chi aveva “vinto” le elezioni e poi non sempre si può stare con chi si vuole. Un vecchio proverbio salentino dice che quando altro non trovi vai a letto con tua madre. Con la madre proprio no, ma – sempre per stare nell’iperbole! – con una capra o un caprone forse sì.
Oggi Matteo Renzi, che è nessuno, è solo il sindaco di Firenze, un personaggio televisivo e il segretario del Pd, nell’accingersi a ricevere l’incarico di formare il nuovo governo, dopo le dimissioni imposte a Letta, dice che il suo governo durerà per tutta la legislatura, ossia fino al 2018. E il popolo, non conta più? Non conta e non canta!
Il popolo italiano è il più paziente del mondo. Sarà stato il cattolicesimo a mettergli in necrosi i punti sensibili. O forse sarà la sua vecchiaia, perché, a pensarci bene, in altri paesi i cattolici si battono. Cazzo, se si battono! Fosse accaduto in Francia ci sarebbe stata un’altra Vandea. In tutto il mondo il popolo offeso reagisce. In Egitto, non ne parliamo! Perfino in Grecia ci sarebbero state dimostrazioni di piazza con albe dorate e tramonti di fuoco. E in Turchia, in Ucraina, in Iran, in India? In Italia niente! Domenica, all’Angelus, in Piazza San Pietro, l’imbonitore venuto dalla fine del mondo benedirà le pecorelle.
Dove va l’Italia con Matteo il Fiorenzino? Non si sa e non si capisce. Pare che ad imporre il cambio a Palazzo Chigi sia stato Draghi, il governatore della Banca Centrale Europea, il quale si sarebbe arrabbiato con Letta per avergli fatto fare una brutta figura con la Germania. Il calo dello Spread, infatti, sarebbe avvenuto, secondo il Financial Times, grazie alle manovre di Draghi, con la speranza che Letta facesse il resto, cioè prendesse i giusti provvedimenti per risollevare il paese dalla crisi. Invece questo non è avvenuto e i tedeschi sono arrabbiati con lui, che avrebbe favorito il suo paese. Di qui, il cambio.
Il figlio Renzi farà quel che la mamma Europa vuole? C’è da dubitarne e c’è anche da essere contenti se non ci riuscirà, perché se già Monti impoverì gli italiani con la sua stretta osservanza europeistica, Renzi potrebbe, nel tentativo di fare quel che Letta non ha voluto o saputo fare, impoverire ulteriormente il paese. 

C’è un altro grosso problema che l’Italia vuole esorcizzare; e cerca di allontanare il più possibile le elezioni: la paura che l’antipolitica consegni il paese a formazioni populistiche di nessuna tradizione europeistica, che avrebbe l’effetto di allontanare l’Italia dall’Europa con conseguenze imprevedibili. Non si ha paura di una deriva di tipo peronista o peggio, della quale non si riesce neppure a ipotizzarne l’evento e il profilo; si ha paura del buio che si sta infittendo. In Italia la crisi ormai la si tocca con mano, ma non siamo ancora arrivati all’infelice ipotesi di dover ritoccare le pensioni, come è accaduto in Grecia. Finora è stato grazie alle pensioni se le famiglie hanno potuto rendere meno crudi i morsi morali e materiali della disoccupazione di tanti giovani. Se si arriverà – e Dio non voglia che accada – alla decurtazione delle pur misere pensioni, allora non ci sarà cattolicesimo o vecchiaia di popolo che tengano, non basteranno imbonitori e svariatori vari, allora accadranno cose molto brutte. Il coraggio degli italiani non è nella testa o nel cuore,  è nella pancia.

domenica 9 febbraio 2014

Il carnevale è alle porte: tutti sul carro!


Renzi incalza Letta. Renzi, chi? Il nuovo segretario del Pd, che significa Partito democratico, versione riveduta e corretta della Dc, che significa Democrazia cristiana. E la componente di sinistra? Non prendiamoci per fessi, non esiste più; ci sono alcuni ex/post comunisti, ma come teste singole.
Abbiamo abbastanza anni – grazie a Dio! – per ricordarci le diatribe tra i due cavalli di razza, come erano chiamati Amintore Fanfani e Aldo Moro agli inizi degli anni Sessanta, che erano anche gli inizi del centro-sinistra. Anche allora uno era al governo e l’altro faceva il segretario del partito, salvo un periodo in cui Fanfani fu una cosa, l’altra e l’altra.  
Renzi, dunque, tiene sulle spine Letta: o cambi passo o cambiamo cavallo. Bleffa, perché non conviene a nessuno né cambiare passo né cambiare cavallo. Renzi al governo col Centro-destra di Alfano? Non è pensabile. Andare al voto? E con quale legge? Letta passa al galoppo? Su una strada dissestata finirebbe per rovesciare il carro.
Renzi si agita, non fa altro. Purtroppo nemmeno Letta si muove. Non mi va di galleggiare – dice – e intanto galleggia, come un sughero trasportato dalla corrente del fiume ma sempre fermo sulla stessa acqua.
Cacciari dice che occorre stare attenti perché Napolitano potrebbe perdere la pazienza e dimettersi da Presidente della Repubblica. Allora sì – paventa il filosofo – sarebbe il disastro. Non siamo d’accordo. I filosofi che pensano e scrivono sono cosa ben diversa dai filosofi che chiacchierano in un talk-show. Probabilmente Cacciari che scrive rimprovera parole fuori posto al Cacciari che parla. Se Napolitano dovesse dimettersi o per una qualsiasi altra ragione non dovesse esserci più – ai cani dicendo! anzi, oggi neppure ai cani – non succederebbe niente; anzi, potrebbe essere lo strattone provvidenziale per sbrogliare la matassa di lacci e laccioli.
Ci sono in cantiere diverse riforme: la legge elettorale, il Senato, il titolo quinto della Costituzione. Forse giungerà in porto solo la legge elettorale. E sarà tanto. L’abolizione del Senato pare cosa troppo enorme per essere fatta così alla chetichella, sotto l’incalzare verboso di un bullo fiorentino. Senza offesa, ormai così è chiamato.
Quella che si vuol far passare come riforma del Senato in verità è l’abolizione del Senato. Che fanno presidenti di regione e sindaci di città metropolitane in assemblea senza un soldo di indennità, senza un soldo da spendere? Che funzione hanno se non quella di vedersi per chiacchierare? Probabilmente i nuovi senatori non andrebbero mai a perder tempo. Che – come diceva il Poeta – a chi più sa più spiace. Una riforma sarebbe necessaria, ma solo relativa a certe funzioni che ora sono fotocopia della Camera. Ma come ritagliare uno spazio importante ad un Senato diverso dall’attuale sarebbe un discorso troppo impegnativo e richiederebbe tempo.
Quanto al titolo quinto della Costituzione, il percorso da fare è ancora più difficoltoso. Riguarda i rapporti tra lo Stato e le Regioni; riguarda le Provincie e i Comuni. Una materia, insomma, che si sa da dove comincia ma non si riesce a vedere dove finisce. Salvo che non si voglia fare tabula rasa. Dovrebbero essere abolite le Provincie. Dovrebbero essere ridotti i Comuni. Anche qui non si capisce perché stravolgere il mondo, forse per non giungere a nulla. Molto meglio sarebbe un programma più modesto ma più fattibile, o sostenibile, come è di moda dire. Molto meglio tagliare le Regioni, che sono state il fallimento del Paese.
Siamo in piena bagarre, per fortuna senza accorgercene, presi come siamo dalla crisi economica, finanziaria, occupazionale.

Gli ultimi tre giorni di gennaio sono stati davvero inusuali, se così la vogliamo mettere, per quanto accaduto alla Camera. Un po’ tutti si sono accorti che la jena che era in loro ad un certo punto è emersa e si è fatta vedere nelle forme più stupide e abiette. I grillini avevano ragione a protestare contro un decreto che teneva in sé agganciate due cose assolutamente diverse, l’Imu e Bankitalia; ma il modo come hanno reagito alla ghigliottina parlamentare della Boldrini è stato, sbagliato è dir poco, semplicemente da palio paesano dove tutti si prendono a pomodori o ad arance. Certo è che la Boldrini ha avuto un successone. Per una settimana è stata in tutte le trasmissioni radio-televisive a raccontare le sue pene. Un successo che ha fatto invidia a Grasso, il quale per compenso, ha provocato i senatori per la faccenda di costituire il Senato parte civile contro la compravendita di senatori di Berlusconi. Non gli è andata molto bene. C’è stato un coro di dissenso quasi generalizzato. Ma va bene lo stesso. A giorni inizia il carnevale. E di carnevale ogni minchiata vale, tanto più se viene dalla Camera o dal Senato. Anche in questo l’uno è la copia dell’altra. Bicameralismo perfetto. Amen!

domenica 2 febbraio 2014

I giorni della merla, ovvero del...Grillo


Più che grillini da oggi in poi bisognerebbe chiamarli merlotti. Sono i deputati del Movimento 5 Stelle, che si sono scatenati negli ultimi giorni di gennaio – i giorni appunto della merla – in uno spettacolo indecoroso che non ha precedenti nella pur tumultuosa Camera dei Deputati.
Spinte, schiaffi, ingiurie, minacce, volgarità irriferibili in un tumulto che ha fatto ricordare l’inferno dantesco: «Diverse lingue, orribili favelle, / parole di dolore, accenti d’ira, / voci alte e fioche, e suon di man con elle / facevano un tumulto…».
C’è stato di tutto, perfino una bella manata del questore della Camera Stefano Dambruoso di Scelta Civica alla deputata grillina Loredana Lupo, che pensava davvero che essendo donna sarebbe stata risparmiata. E su tutto e tutti hanno roteato come manganellate le minacce che gli scalmanati si reciprocavano, dandosi addosso del «fascista!» e dello «squadrista!».
La deputata pidiellina Alessandra Moretti, così bella e dolce, si è lasciata tentare dalla Gruber di ripetere un’espressione che non fa onore a chi l’ha detta e men che meno a lei che l’ha riferita in televisione. «Mamma, mamma – ha chiesto un bimbetto sentendola a casa – che cosa sono i pompini?». Ma non doveva diventare migliore il dibattito politico con la presenza delle donne? Mah, nemmeno nei bassi napoletani!
Sgombriamo il campo. Fascisti non ce ne sono più; ci sono stati fino a qualche anno fa dei sopravvissuti, poi chiamati dal Signore uno dopo l’altro a rendere conto dei loro peccati. Sopravvissuti in territorio nemico, li chiama uno di loro, il grande musicologo Piero Buscaroli. Poi più nessuno. E’ rimasto il nome, che non significa più nulla, dato che per i deputati grillini fascista è la Boldrini; per la Boldrini fascisti sono i grillini. Per fascista s’intende un modo di comportarsi rozzo, da prepotente e arrogante, non conforme al bon ton e al rispetto degli altri, genericamente antidemocratico. Così inteso il fascismo, in buone dosi, è presente proprio nei grillini, i quali o le cose vanno secondo i loro desiderata o fanno baruffa.
Ma perché questo improvviso scoppio di collera da parte dei seguaci di Beppe Grillo? Probabilmente si stanno accorgendo che le cose si stanno mettendo male per loro.
Chi l’avrebbe mai detto che gli incapaci, inetti, corrotti, ladri e disonesti dell’universo mondo politico italiano – così consideravano e considerano gli avversari i grillini – avrebbero preso le misure per uscire dalla crisi istituzionale e politica! Il Movimento 5 Stelle, dopo che si è praticamente suicidato, rifiutandosi di fare politica, di partecipare al dibattito e di far sentire il suo peso nei modi e nei termini – gli unici! – consentiti dalla democrazia, rischia di venire seppellito. Che sarebbe, per il modo di pensare dei grillini, un paradosso: la forza morta della politica seppellirebbe la forza viva dell’antipolitica. Ma un paradosso non è: in politica è vivo chi pensa e agisce, ha i mezzi per farlo nella prospettiva di un obiettivo. Non è il caso dei naviganti di Grillo, che navigano a vista, dove para para, per raggiungere l’isola senza nome dove tutto è latte e miele.
Di fronte all’incombente pericolo gli zerbinotti, che sembravano tanto perbene, hanno letteralmente perso la testa. Noi non ci stiamo – hanno detto – e hanno dato l’assalto a banchi e ad aule, occupando e impedendo che procedessero i lavori parlamentari.
Ora, in democrazia puoi essere nel giusto quanto vuoi o quanto credi, puoi essere in contatto con Domineddio in persona che ti ispira; ma contano i numeri e le regole, che a volte possono determinare quello che tu ritieni «ingiusto». E quando accade niente e nessuno ti autorizza a rovesciare il tavolo e a metterti fuori dalle regole.  
Ma tant’è. Erano convinti i nostri eroi che gli altri se ne sarebbero stati cheti cheti mentre loro randellavano a dritta e a manca, con un linguaggio da…Taverna (la capogruppo al Senato, ovvio).
Di fronte alla svolta che c’è stata e che dovrebbe portare di qui a non molto ad una legge elettorale che probabilmente ridimensionerà il loro movimento, gli espedienti posti in essere nei mesi scorsi, per impedire il “fare” del governo e dei partiti che lo compongono,  si sono trasformati in guerriglia. Una scelta disperata che si è completata con la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica Napolitano.
Sia chiaro, i comportamenti degli altri soggetti politici, compreso Napolitano, non sono proprio ortodossi, ma ricadono, sia pure con qualche forzatura, che chi ha il potere può fare, nello strumentario della democrazia. Né ci sembra che la strada intrapresa da Renzi, amici e alleati, porti di sicuro ad una soluzione della gravissima crisi politica e istituzionale in cui siamo precipitati. Ma è indubbio che qualcosa si sta facendo, dopo un lungo periodo di quasi completa catalessi.

Da cittadini che amano il proprio Paese ci auguriamo che sia la volta buona; ma non per questo smettiamo di essere guardinghi e critici, anche nei confronti di chi, invece di dare un contributo positivo, gioca al tanto peggio tanto meglio.  

domenica 26 gennaio 2014

Renzi-Berlusconi, la nuova favola bella che oggi c'illude


Ogni volta che cerchiamo una nuova legge elettorale andiamo a guardare nelle vetrine degli altri; in Germania, in Israele, in Francia, in Spagna, i loro modelli colà sperimentati. E’ la nostra psicologia di ultimi arrivati che ci caratterizza fin dall’unificazione nazionale. Ancora oggi discettiamo se è meglio il modello francese, a doppio turno, o quello spagnolo ad un turno. Pare che dall’incontro di Renzi con Berlusconi di sabato sera, 18 gennaio, la scelta sia caduta sul modello spagnolo, ritoccato e battezzato Italicum. Il nome latino denuncia l’eterna retorica italiana, da Cola di Rienzo a Matteo dei Renzi. 
La storia ha dimostrato invece che i migliori modelli non sono acquisibili ma prodotti da ogni popolo in un processo che è frutto di condizioni, storia, esigenze, cultura; modelli che vengono poi continuamente adattati alle mutevoli circostanze.
Tuttavia, quando la vita nazionale è grama ed offre poco, si può benissimo prendere spunto dalla realtà circostante e di qui partire per elaborare un proprio modello. Pur che serva alla bisogna.
Prendiamo per buona la “profonda sintonia” tra Renzi e Berlusconi e poniamo che si adotti l’Italicum. Intanto precisiamo che riguarda l’elezione solo della Camera dei Deputati, perché con la revisione della Costituzione il Senato perderà il suo potere legislativo e non esprimerà voto di fiducia al governo, per diventare Camera delle Autonomie. Il sistema, dunque, sarà monocamerale.
Ecco come dovrebbe essere il sistema elettorale così ipotizzato, particolare più particolare meno: il paese viene diviso in 118 circoscrizioni, ogni circoscrizione elegge da un minimo di 4 ad un massimo di 5 deputati, un solo turno ma in caso di necessità due turni, varie soglie di sbarramento, la minima è del 5 %, premio di maggioranza del 15 % (92 deputati), listini bloccati. Il secondo turno scatta allorquando nessuno degli schieramenti prende il 35 % dei voti che dà diritto al premio di maggioranza e mette a confronto i due schieramenti più votati al primo turno.
Questo modello favorisce il bipolarismo, i partiti con forte rappresentanza locale; la soglia alta di sbarramento (5 % se in coalizione, 8 % da soli) impedisce ai piccoli partiti di avere rappresentanza parlamentare, di fatto li elimina dalla scena politica. 
Se così dovesse passare la riforma elettorale – cosa assai improbabile – in Italia nascerebbe la Terza Repubblica, anzi sarebbe la vera Seconda Repubblica, a carattere stabilmente bipolare: una maggioranza che governa, un’opposizione che controlla e si prepara a diventare a sua volta maggioranza.
Perché si ha ragione di essere quanto meno scettici? Per una serie di considerazioni. La prima è che si farà pretestuosamente una guerra per avere il voto di preferenza. Ma la ragione sostanziale è che questo sistema deve fare i conti con la realtà degli italiani, che – ovvio! – non sono né tedeschi, né francesi, né spagnoli. La realtà degli italiani ci dice che tanto in maggioranza quanto all’opposizione essi hanno una grande vocazione al nomadismo, ovvero al trasformismo, fenomeno che solo di recente ha assunto il nome di scilipotismo dal pittoresco parlamentare siciliano Domenico Scilipoti. Questo fenomeno lo si riscontra anche nel frazionamento di un gruppo parlamentare e nella nascita di altri gruppi, quando il numero sufficiente dei parlamentari consente di entrare in mobilità e di associarsi in un nuovo gruppo. L’ultimo caso è stato il Nuovo Centro Destra di Alfano e amici, che hanno lasciato il gruppo del Pdl e dato vita al proprio. Dunque, dopo le elezioni, avvenute col modello di cui si è parlato, la geografia politica può sempre cambiare, a danno del bipolarismo e della governabilità.
E’ di tutta evidenza che il vero problema della politica italiana è come impedire lo stravolgimento del bipolarismo, che, uscito tale dalle elezioni, può diventare, per le ragioni dette, un confuso assemblearismo. Per questo si dovrebbe introdurre quel principio da tutti ritenuto opportuno ma da nessuno voluto che è il vincolo parlamentare, che non consente il passaggio di un parlamentare da un gruppo all’altro, da un polo all’altro, né di dar vita ad un nuovo gruppo parlamentare. L’attuale art. 67 della Costituzione recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Questo principio andrebbe abolito – dispiace dirlo – perché poco s’attaglia agli italiani, i quali nella loro storia unitaria hanno dato ampie prove di cambiare e ricambiare non già per interesse della Nazione ma per interesse personale o per giochi di potere. Bisognerebbe introdurre il vincolo di mandato. E’ inutile e dannoso insistere su certi principi – belli e importanti – ma poco adatti al carattere di un popolo, che alla democrazia liberale dovrebbe essere educato attraverso un’adeguata fase di coazione. 
E’ inoltre sotto gli occhi di tutti la finta dei partitini di confluire in un unico partito o in una coalizione per superare la soglia di sbarramento per poi, una volta in Parlamento, dividersi in vari gruppi parlamentari con politiche a volte anche contrastanti.
Probabilmente l’intesa Renzi-Berlusconi sulla nuova legge elettorale finirà per perdere i caratteri originari, perché le opposizioni esterne ed interne del Pd e del Centrodestra daranno battaglia per aggiustare le cose in modo tale che alla fine tutto resterà come prima. Su questo Renzi si gioca più della faccia. Ha ragione di dire che si gioca tutto. Non si dimentichi – purtroppo in Italia accade di non ricordare mai i fatti passati, neppure quelli del giorno prima – che la legge Calderoli, la famosa “porcata”, poi diventata per questo “porcellum”, fu stravolta dal suo testo originario.

L’intesa Renzi-Berlusconi non è certo la panacea di tutti i mali della politica italiana, ma per le delusioni vissute in questi ultimi vent’anni appare come una favola bella. Con la speranza che essa non si concluda come quella di Ermione della d’annunziana Pioggia nel pineto.