giovedì 11 aprile 2013

Vendola e la sinistra che sarà



Qualche giorno fa sembrava che Nichi Vendola optasse per la Camera e lasciasse la presidenza della Regione Puglia. Erano giorni in cui si pensava che Bersani riuscisse a fare un governo con non si sa chi ma che comunque sarebbe riuscito a farlo. Sarebbe stato un monocolore, come tanti se ne facevano nella Prima Repubblica, col sostegno di volontari di partiti amici o non nemici, nomadi, pellegrini che dir si voglia. C’è chi è ancora convinto che sarebbe riuscito, quasi che la via del governo fosse la via francigena. In un governo del genere Vendola sarebbe stato ministro e avrebbe avuto la possibilità di intraprendere la via del progresso democratico come è da sempre nei suoi propositi. Qualcosa si è visto in Puglia nel suo doppio mandato. In simili atmosfere speranzose aveva fatto capire che la Sel sarebbe confluita nel Pd, siccome non è mai successo che il più grande confluisse nel più piccolo. Pares cum paribus facillime congregantur. Perché continuare a stare divisi se ormai mezzi e propositi sono gli stessi?
Non è passato un lustro, non sono passati cinque mesi e neppure cinque settimane, ma qualcosa di più di cinque giorni. Quell’ipotesi è sfumata. Le sortite di Renzi, di Franceschini e di Enrico Letta hanno fatto capire chiaramente che nel Pd c’è un problema serio, che il partito non sarebbe mai scivolato a sinistra verso Vendola, ma piuttosto avrebbe posto barra a dritta, verso direzioni moderate, cioè verso un accordo per un governo di larghe intese col Pdl.
A quel punto per Vendola si è posto il problema: ed io? Ovvio, non tanto per l’io personale, quanto per l’io politico, ossia per un’ipotesi politica in direzione progressista, ovvero di sinistra. Che una simile ipotesi possa essere ripresa in una situazione diversa non sfiora neppure minimamente Vendola, a cui non interessa il domani.
No, ha detto di recente il Presidente della Regione: lascio la Camera, resto in Puglia e Sel continua per la sua strada, secondo una direzione annunciata fin dalla sua nascita: andare oltre se stessa. E il Pd, tanto lodato nei giorni delle speranze? Il Pd va per fatti suoi, è un partito che deve trovare la sua sinistra, così come la Sel. L’idea che due partiti di sinistra che cercano divisi la stessa sinistra fa il paio con le convergenze parallele di Moro
In verità s’incomincia a capir poco nella strategia di Vendola o forse si è già capito abbastanza; semplicemente non c’è strategia e si naviga a vista, tatticismo ad oltranza e gioco corto. La Sel sarebbe pronta a fare una fusione col Pd, non a freddo, ma dopo confronti e approfondimenti e ad una condizione ben precisa: l’uscita degli ex democristiani dal Pd.
Si può capire fino ad un certo punto questo procedere passo dopo passo, ma lasciare i gruppuscoli di sinistra al loro destino oggi e volerli assorbire domani in una diversa prospettiva non paga, anche perché la situazione è molto fluida e non è il contenitore che prende la forma dell’acqua ma viceversa.
Volano ormai gli stracci in casa Pd. Renzi accusa esplicitamente di essere stato boicottato da Bersani o dai bersaniani nella sua partecipazione all’elezione del Presidente della Repubblica. Franceschini ha appena paventato una scissione. Appena bilanciata la sua “minaccia” dalla sortita della Bindi, che ha fatto sapere che lei di accordi con il Pdl non vuol sentirne parlare. Insomma un bel guazzabuglio.
Anche questa situazione interna alla sinistra è spia di una crisi che va ben oltre le cause addossate pigramente a Bersani, reo di non rappresentare, nonostante le primarie stravinte, il partito in tutte le sue componenti; o forse colpevole di aver sacrificato i suoi Franceschini e Finocchiaro, dati per presidenti di Camera e Senato, prima della svolta che avrebbe portato su quelle sedie Boldrini e Grasso. Sorprende come lievi spostamenti tattici possano vanificare obiettivi strategici. Ma è la caratteristica situazione di un sistema in crisi.
Ora Vendola torna a fare il vendoliano a tempo pieno, si propone di portare la Sel oltre la Sel nella direzione di un partito di autentica e sola sinistra con l’aiuto delle voci sparse dei movimenti. L’obiettivo è di creare un forte gruppo politico di pressione per convincere il Pd o a non fare scelte coi moderati del centrodestra o di lasciare che gli ex democristiani vadano via per ripensare insieme il vero partito della sinistra democratica.
Che accada l’una o l’altra delle due ipotesi, un dato sembra certo: gira e rigira, si è sempre al punto di prima.

domenica 7 aprile 2013

Pd-Pdl: verso l'intesa dei due Palazzi



Nel Pd volano insulti. Renzi ha, come si dice, scazzicato la paglia; e tutti a scazzarsi. Mettiamola sul serio. Il momento non consente cazzeggi.
Bersani prima o poi doveva fare i conti con chi nel partito, pur pensandola come lui, ritiene che l’emergenza imponga percorsi diversi. Franceschini è stato chiaro. Basta con questo complesso di superiorità nei confronti degli altri. Berlusconi mi sta antipatico quanto lo sta a Bersani, ma in questo momento, se si vuole fare un governo, è necessario incontrarlo, parlargli, negoziare alcune cose essenziali. Il muro è caduto. Qualche giorno fa sarebbe apparso uno scherzo da pesce d’aprile.
Perché non dire bravo, Franceschini? Invece nel Pd gli gridano traditore, danno a lui e a Letta, suo sodale nella circostanza, del Bruto e Cassio. E da parte loro, di rimando: comunisti!
Si teme la scissione. Si prospettano scenari fantasiosi, ma nient’affatto utopici. La politica in Italia ha risorse alchemiche. Si parla, per esempio, della nascita di un nuovo partito di sinistra, che comprenderebbe la componente di sinistra del Pd, più la Sel e più le tante sigle comuniste o pseudo tali. Per altro verso si parla dell’ingresso della Sel di Vendola nel Pd, per rafforzare una linea politica più di sinistra.  Qualcosa comunque nel centrosinistra accadrà. Barca, l’altro “tecnico” del governo Monti, si è autoproposto a capo di un nuovo Pd. I tecnici più che riparare la politica si lasciano ingoiare.
Ma lasciamo stare le baruffe, che fanno la gioia dei comici. L’apertura del Pd a Berlusconi è nell’immediato la strada più giusta. Se porterà a qualche arrivo importante si vedrà.
Intanto Grillo gioca a fare il duce, il Führer, il caudillo, il conducator, una cosa del genere. A lui la scelta. Salvo che non ha proprio le physique du rôle. All’inciucio – così lo chiamerebbe un eventuale governo Pd-Pdl-Lista Civica – gli italiani prenderebbero i bastoni. Non sa quello che dice. E’ del tutto fuori dalla grazia di Dio. Spero proprio che quegli italiani, riconducibili alla testa più che alla pancia del Paese, che lo hanno votato, si ricredano e alle prossime elezioni lo confinino ai termini più congeniali ad un fenomeno da baraccone, a cui appartiene per indole connaturata. Se ciò avvenisse, il Paese tornerebbe al bipartitismo, che, emendato come si deve, è la sola strada della normalità democratica.
L’incontro Pd-Pdl non è evidentemente senza problemi. Le ferite dello scontro elettorale sono ancora sanguinanti, ma i due partiti hanno un comune nemico e uno scopo immediato da raggiungere. Il comune nemico è l’antipolitica. Fare un governo e giungere all’elezione del Presidente della Repubblica senza lasciare strascichi e risentimenti è lo scopo immediato. E’ l’intesa dei due Palazzi: Chigi e Quirinale.
Sette anni fa Napolitano, pur proveniente dal partito comunista, fu ben accolto da entrambi gli schieramenti. Una bella impresa di Berlusconi e D’Alema. Sono stati sette anni di formale e sostanziale rispetto, anche quando alcune decisioni presidenziali non sono state affatto digerite bene. Penso al conflitto con la Procura di Palermo per la cosiddetta trattativa Stato-mafia. Penso alla nomina dei saggi, che è apparsa a tutti non solo una perdita di tempo ma anche un affronto alle Camere e ai partiti. Ma anche qui ci sarebbe da dire che tutti i torti Napolitano non li ha avuti, stante una rigidità dei soggetti in campo, ognuno arroccato sulle sue posizioni.
Certo, i presidenti della repubblica non si fanno in serie o su ordinazione. Un altro Presidente della Repubblica come Napolitano non è possibile. Non esistono i cloni in politica. Ma un signore, proveniente dalla politica, e non da settori esterni, come qualcuno vorrebbe, dalla letteratura o dalla musica, dall’arte o dalla scienza, si può individuare. Un uomo che più che prova di imparzialità data nel passato si ponga come un elemento di equilibrio e di saggezza – quella vera – per il futuro in modo da far ritenere le sue decisioni, anche le meno digeribili, come dettate da un superiore interesse per la nazione. La grazia concessa da Napolitano all’ex capo della Base Nato in Italia, il colonnello americano Joseph Romano, condannato dalla Cassazione a sette anni per il sequestro di Abu Omar, è un esempio di ciò che può fare la politica quando a gestirla è un politico di razza, poiché il gesto va inserito nella più vasta e complessa questione che riguarda i nostri due marò in India. Solo un politico è in grado di pensare plurale, di prevedere, di fare le opportune connessioni.
Vedremo nei prossimi giorni se le rose che si stanno piantando fioriranno. Ma che ci sia qualcosa che fa sperare è già tanto.

domenica 31 marzo 2013

Pasqua per Francesco Primo e Napolitano ultimo


Una pausa pasquale è d’obbligo, anche per quel comandamento di Dio che ricorda di santificare le feste. Ce la concediamo, ma non senza qualche utile riflessione sul nostro essere cittadini, credenti, a prescindere dalla fede religiosa di ciascuno, nella bontà della Chiesa e dello Stato. In tempi assai difficili per l’una e per l’altro.
Ho appena finito di leggere un libretto di Vittorio Messori, fresco fresco di stampa “La Chiesa di Francesco”, ovvero la Chiesa che il papa argentino ha ereditato e quella verso la quale egli vuole andare. I credenti sono in calo un po’ dappertutto nel mondo. In Europa si è passati dal 45 % agli inizi del Novecento al 35 % della fine. Perfino nelle Americhe la Chiesa è erosa da numerose sette tra il superstizioso e il folkloristico. Messori è fiducioso nella ripresa, ripone molte speranze nel nuovo Papa, che, senza togliere nulla ai suoi due predecessori, di grande carisma e valore, ha impresso una sterzata, per ora coi suoi gesti e coi suoi comportamenti.
Non ci vuole molto a rendersi conto che qualcosa si vuole cambiare. Sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI hanno interpretato la missione di Cristo sulla terra in maniera tradizionale, come fino al Novecento era intesa.
Di quel modo sicuramente il primo e maggiore interprete è stato Pio XII, solenne e ieratico. Quando apriva le braccia sembrava toccare i due poli della Terra. Un Papa anche molto criticato per certi suoi silenzi, per certe sue simpatie, per un certo modo aristocratico e distaccato di intendere la figura del pontefice. Giovanni XXIII, suo successore, volle proporsi in discontinuità. Lo aiutava la sua immagine di uomo più schiacciato sulla Terra, mentre Pio XII sembrava proiettato, con la sua figura alta e slanciata, verso il cielo. Un papa alla buona Angelo Roncalli, parlava un linguaggio poetico, ma sapeva essere anche diretto. Seppe uscire fuori da San Pietro  e soprattutto concepire una svolta col Concilio Vaticano II. Ma una svolta in buona sostanza fallita, dopo il tentativo di darle concretezza di Paolo VI, a cui passò per la testa perfino di dimettersi. Sua la norma nel diritto canonico delle dimissioni papali.
Oggi si tende a limitare l’importanza di Giovanni Paolo II alla caduta del comunismo, di considerarlo un pontificato di scopo. Quanto a Benedetto XVI, si può dire che è stato un grande teologo, un Innocenzo III dei nostri tempi, ma per certi altri aspetti una sorta di Celestino VI. E’ proprio vero che la frase che si pronuncia alla morte di un papa, “sic transit gloria mundi”, vale anche per la fama che essi si lasciano dietro. Grandi papi ai loro tempi, si sono come dissolti nella posterità. Un piccolo e quasi insignificante eremita, come Pietro dal Morrone, è rimasto nell’immaginario collettivo come un “povero cristiano”, come ebbe a definirlo il suo conterraneo Ignazio Silone, ma anche un papa che compì un gesto storico.
Questo nuovo papa, che abbiamo visto il giovedì santo lavare e baciare i piedi ad alcuni giovani detenuti, è capace di trasmettere messaggi importanti. La sua è una scommessa e una sfida. E’ un papa che porta con sé il crisma del continente da dove è venuto, che non è quello dell’Europa, ma neppure quello dell’Africa o dell’Asia. Il rischio che si perda l’universalità del messaggio cristiano, che deve saper giungere a tutti gli uomini della Terra, in qualunque condizione essi vivano, c’è tutto. Potrebbe Francesco I inaugurare i pontificati geopolitici, oggi l’America del Sud, domani la Cina. Messori li prevede come in serie: oggi un papa latino-americano, domani  un papa cinese.
Personalmente sono rimasto colpito dal gesto papale “dei piedi”, ma non ho saputo trattenere un moto di indignata incomprensione di fronte a tanti, pur sfortunati giovani, che si son lasciati lavare i piedi da un uomo di quasi ottant’anni. E’ un gesto che incomincia a non essere più compreso qui in Europa. Non erano malati quei giovani. Non erano impossibilitati di lavarsi da sé. Il gesto è simbolico, d’accordo, ma anche il simbolo deve avere un fondamento di concretezza. Ogni cambiamento passa da fatti e non solo da gesti simbolici, peraltro non più comprensibili come una volta.
Napolitano ha formulato a Francesco I gli auguri pasquali senza nascondere il grave momento politico dell’Italia, al bivio di grandi cambiamenti nella nostra democrazia. Quasi abbia voluto gemellare il nostro Paese alla Chiesa, nella comune congiuntura, Napolitano è uscito dalla convenzionalità augurale e ha trasformato un gesto di cortesia in un messaggio estremamente significativo.
Pare che agli irresponsabili politici, che non sanno trovare la quadra di un governo, abbia minacciato le dimissioni. Se lo ha fatto, vuol dire che è proprio stanco più degli uomini che delle cose. Ha ragione, ma non a tutti gli uomini è consentito avere ragione. La ragione è banale.
Figure diverse, il Capo dello Stato e il Capo della Chiesa, ma in questa congiuntura si trovano entrambi a sperare davvero che i loro popoli sappiano recuperare la condizione per iniziare un nuovo cammino. In entrata o in uscita dal mondo, “navigare necesse est”. Buona Pasqua a tutti.

mercoledì 27 marzo 2013

Grasso-Travaglio: il problema dell'informazione in Italia



Nella puntata “Servizio Pubblico” di giovedì, 21 marzo, la trasmissione condotta da Michele Santoro su “La 7” con l’ospite fisso Marco Travaglio, irruppe con una telefonata il Presidente del Senato Piero Grasso, già Capo della Procura Nazionale Antimafia, chiamato in causa dall’editoriale di Travaglio, come al solito ricco di ironia, di ingiurie, di volgarità e di interpretazioni unidimensionali. Accuse pesanti a fatti e comportamenti che possono oggettivamente essere al massimo interpretati, e magari condivisi nell’interpretazione, ma non proposti come verità acclarate. Questo come atteggiamento di fondo di Travaglio, che si vanta di essere stato un pupillo di Indro Montanelli.
Per venire allo specifico, secondo Travaglio, Grasso sarebbe stato aiutato da Berlusconi con tre leggi incostituzionali a far fuori Caselli, si sarebbe rifiutato di sottoscrivere la richiesta d’appello alla sentenza di assoluzione di Andreotti, avrebbe nascosto ai pubblici ministeri palermitani le confessioni del pentito Gruffé, sarebbe stato insomma l’uomo del sistema, che fa finta di fare tanto contro la mafia per non fare nulla contro quel livello di mafia che più conta e che opera nel Palazzo e per il Palazzo. Oggi, perciò, premiato con la seconda carica dello Stato.
Legittimo il risentimento e l’intervento di Grasso nel corso della trasmissione, disposto ad un confronto con Travaglio ad un tu per tu televisivo. Meno comprensibile il rifiuto di attendere una settimana per farlo nel corso della successiva puntata di “Servizio Pubblico”, perché, a suo dire, certe cose vanno chiarite subito. A questo punto Corrado Formigli, ex Santoro boys, che sempre su “La 7” conduce il lunedì sera la trasmissione “Piazza Pulita”, invitava Grasso nel suo salotto televisivo e stesso invito faceva a Travaglio. L’intrusione di Formigli – non saprei definirla diversamente – irritava Travaglio e Santoro, i quali ritenevano che era giusto che il confronto continuasse dove era iniziato, e cioè da “Servizio Pubblico”. La questione tuttavia è marginale a quella di fondo, che è il rapporto politica-informazione e il giornalismo d’inchiesta.
La situazione in cui la politica oggi si trova in Italia è di gravissima perdita di credibilità. La colpa, evidentemente, è della politica stessa, che ne ha fatti di tutti i colori; e quando si pensava ad un suo rinsavimento, nei primi anni Novanta, con Mani Pulite, c’è stato invece un precipitare verso forme sempre più abiette e tracotanti. Il giornalismo televisivo, con le sue trasmissioni, tipo “Samarcanda”, “Il rosso e il nero”, “Tempo reale”, cui si sono aggiunte altre trasmissioni d’inchiesta, ha avuto per anni il grande merito di scoprire le frodi e gli inganni dei politici, fino a mostrarli nudi, con tutte le loro vergogne di fuori. Ma è accaduto anche che le porcherie dei politici sono diventate materia prima preziosa per poter continuare ad esercitare il mestiere di pubblici scopritori di frodi e di inganni, a tal punto che oggi si tende a vederne dappertutto, anche laddove non ci sono, interpretando unilateralmente fatti, piegando situazioni, stravolgendo gesti, il tutto nella solita macedonia di insulti barbari e gratuiti, come quelli che spesso vengono rivolti per difetti fisici. In difetto dell’originalità e dell’autenticità, certo tipo di giornalismo s’inventa il surrogato.
E’ giusto che la pubblica informazione non abbassi la guardia, ma è inaccettabile che diventi il tritacarne di tutto e di tutti, di buoni e cattivi, di competenti e incompetenti, di persone serie e di buffoni patentati, e di ostinate campagne contro il mostro di turno: ieri Craxi, oggi Berlusconi, domani un altro ancora. Perché il mostro può anche non esistere, ma esisteranno sempre in Italia i creatori di mostri. Il risultato è che il Paese perde la fiducia perfino nelle sue risorse migliori.
Grasso, lunedì sera, da Formigli, ha risposto con grande e disarmante serenità, punto per punto, alle accuse di Travaglio, riformulategli de relato da Formigli. Non credo che in Italia si sia rimasti assolutamente convinti dalle risposte di Grasso e che lo stesso abbia dalla sua tutta la ragione. Quel che è emerso chiaramente è che i fatti in narrativa possono essere spiegati da chi li ha compiuti, come ha fatto Grasso, e interpretati dalla stampa critica, non come in genere fa Travaglio, che pretende di propinarli come verità indiscutibili.
Oggi ci troviamo – e noi giornalisti dovremmo preoccuparcene quanto altre categorie – in una situazione che richiede un impegno al recupero della nostra credibilità. Il tempo di diffamare, calunniare, malparlare, ingiuriare, vilipendere è finito; oggi si deve ricominciare a pescare il ladro e il farabutto come fa chi fa pesca con la canna o con la fiocina e non a strascico o di frodo. E anche quando c’è da denunciare, va fatto con discrezione, intesa come capacità di distinguere e separare. Se no, oltre al danno generale, e già ce n’è tanto, si danneggia anche il particolare della categoria cui si appartiene.

domenica 24 marzo 2013

Napolitano a Bersani: incomincia tu, poi si vedrà



Come era prevedibile, Napolitano, dopo aver creato un po’ di suspense coi suoi appunti e le sue riflessioni – secondo me sapeva già che cosa fare fin da giovedì, 21 marzo, giorno delle consultazioni – ha dato l’incarico esplorativo a Bersani per verificare se ci sono i presupposti per un governo che abbia i numeri per ottenere la fiducia nei due rami del Parlamento, letteralmente “un sostegno parlamentare certo”. A leggere bene fra le righe, Napolitano ha tenuto a rendere quasi proibitivo l’esito del tentativo. Un’impresa davvero disperata, che l’onesto Bersani proverà ad intraprendere. Dove va a trovare i numeri certi per un voto di fiducia?
Viene di ricordare il refrain di quella canzone che Alberto Sordi e Monica Vitti cantavano in “Polvere di Stelle”: “ma a ‘ndo vai se la banana nu ‘nce l’hai”. Lo diciamo non per mancanza di rispetto ad un uomo politico, al quale si può solo rimproverare di non essere abbastanza politico e di essere forse un po’ troppo ottimista, ma perché la metaforica banana Bersani non ce l’ha davvero e non sa da quale banano coglierla.
Troppi gli errori fatti nel passato prossimo. Egli avrebbe dovuto osare nel corso dell’anno sabbatico di Monti per l’approvazione di una legge elettorale che sortisse un effetto chiaro e inequivocabile su chi alle elezioni avrebbe vinto e chi perso. Senno del poi, si dirà. E va bene, ma la lungimiranza è dote di un politico. Se uno ce l’ha, evviva; se non ce l’ha, abbasso.
Che non sia stata colpa del Pd non aver voluto una legge simile non convince nessuno. C’è un criterio che taglia la testa al toro in simili circostanze e rimanda come al solito alla pragmatica saggezza latina. Il cui prodest ci dice chiaramente che era nell’interesse del Pd conservare il porcellum prospettando quella che poteva sembrare una vittoria a mani basse. Così non è stato. Sono giunte due variabili non previste nelle dimensioni avute: l’exploit di Grillo e l’ottavo spirito di Berlusconi, uno in più dei proverbiali sette, di cui sono provvisti i gatti.
A questo risultato ha contribuito il guastatore Monti, il quale non doveva fare una sua lista. Il Professore si è immiserito oltre che banalizzato. I montiani hanno reso ancor più ingarbugliato il confronto. Mi piacerebbe che uscissero dalle loro nicchie i profeti di un corso annunciato come nuovo ed era solo un tentativo di riciclaggio: i Casini, i Fini, i Cordero di Montezemolo, giustamente bacchettati a dovere dal popolo giustiziere.
Ora, Bersani deve trovare un machiavello per tentare di convincere Napolitano che può cercare nelle due assemblee parlamentari la fiducia richiesta. Scontata quella della Camera, improbabile quella del Senato, dove nemmeno a mettere insieme i voti del Pd e dei montiani si ottiene alcunché. La prospettata o invocata “non sfiducia” non esiste fuori da un accordo quale fu raggiunto ai suoi dì da Moro e Berlinguer nella prospettiva di raddrizzare le gambe ai cani, ovvero di rendere le convergenze meno parallele. La cosa funzionò, ma a Moro costò la vita.
Qualcosa Bersani deve concedere. Che cosa e a chi? Continua a dire, come se le parole fossero esorcizzanti, che lui non insegue Grillo, ma intanto gli sta dietro con concessioni fin troppo evidenti. Vito Crimi, capogruppo grillino al Senato, ha fatto sapere che se Bersani è disposto ad abolire subito il finanziamento pubblico dei partiti, si potrebbe parlare di una qualche concessione. Poi si dice che se Bersani rassicura sulla sospensione della Tav si potrebbe pure ripensare il rapporto col M5S. Si dice, si dice, ma Grillo è soprattutto un burlone, dopo potrebbe rispondere a Bersani che le parole di Crimi e di altri non sono le sue, e che comunque le concessioni, posto che fossero vere, a lui non bastano.
L’unica strada di Bersani è, se non proprio un abbraccio, una stretta di mano con Berlusconi. Il Cavaliere – è notorio – è un uomo d’affari. Con lui un “affare” è sempre possibile. Se poi questo “affare” può risolvere la difficile situazione dell’Italia, tanto di guadagnato.
Napolitano, nell’affidargli il compito esplorativo, ha detto di verificare, cercando intese con tutte le forze presenti in Parlamento, se è possibile una maggioranza che consenta al Paese di uscire dalle sabbie mobili in cui si è cacciato e in cui sprofonda sempre più quanto più si agita per uscirne. Se Bersani – ma è più esatto dire il Pd – si ostina a non tener conto della realtà, davvero le cose potrebbero mettersi molto male.
Si teme il rischio Grillo, che da un’intesa “B & B”, Bersani-Berlusconi, potrebbe crescere. E’ un rischio che bisogna correre. Se il Frankenstein, il mostriciattolo governativo messo al mondo, riesce a dimostrare qualcosa di buono e che insistere con Grillo si va incontro all’ingovernabilità e al disastro, il fenomeno Grillo potrebbe rientrare in quella rete di rapporti web, in cui anime sconsolate, giovani in cerca di incontri, attempate signore desiderose d’avventure, hanno trovato finora di che svariare il loro tempo.
L’impresa non è impossibile. Certo, la pillola è amara. Ma Bersani potrebbe prenderla provvista di pellicola protettiva per non avere dolori o danni allo stomaco. Per il resto, non c’è che da sperare.

mercoledì 20 marzo 2013

La primavera italica...ha dda venì



La politica dovrebbe seguire l’esempio della chiesa. Si fa per dire, perché la politica non è l’istituzione, l’ordine, il definito; è il magma, il disordine, l’indefinito. Perciò si dice che la politica è l’arte del possibile. Ma guardare a quel che accade dove l’ordine c’è non è male, può servire.
Ho sempre pensato e qualche volta detto che non ha senso essere antifascisti o anticomunisti e prendersela col fascismo e col comunismo storici, perché quando l’uno o l’altro si riproporranno nell’attualità politica lo faranno con forme e apparenze diverse e non chiederanno permesso a nessuno, perché a quel punto nessuno o quasi gli è più contro.
Stiamo assistendo tra il compiaciuto e il bonario ad un tentativo comunque antidemocratico in non pochi e marginali suoi aspetti, che è il fenomeno di Beppe Grillo. Il fatto che questi sia un comico apparentemente non desta preoccupazioni, perché le forme antidemocratiche storicamente si sono sempre concretizzate con tutt’altri metodi e scenari. Per chi, invece, ha una visione sacrale della politica e ne segue gli sviluppi, non è un’attenuante ma un’aggravante.
Facciamo alcuni esempi, per capirci. Di fronte ad una chiesa piena di preti pedofili e puttanieri, di riciclatori di denaro sporco e di complici in corruzione dei politici, la chiesa non si è affidata ad un Crozza o ad un Benigni, come ha fatto la politica che si è data a Grillo, ma ha avuto la forza straordinaria di mettere da parte un papa non all’altezza del compito, come ormai appare chiaro a tutti essere stato Benedetto XVI e si è data ad un papa, che a quanto pare – per la verità è ancora presto per trarre conclusioni – è volto a raddrizzare la barca di Pietro. Facciamo un altro esempio. Vado dal dentista per farmi curare un dente, mi accorgo che è disonesto e incapace. Che faccio, mi rivolgo ad un fabbro ferraio, o cerco un altro dentista, sperabilmente onesto e competente? Di esempi se ne potrebbero fare a iosa. Ma sono inutili perché sono ragionamenti fondati sul nulla, mentre ci troviamo di fronte ad una realtà, che è tale perché ha in sé tutti i presupposti per essere tale e non diversa. Dunque, facciamo pure i conti con Beppe Grillo, ma che si sia scaduti a livello di chiacchiere e tabacchiere non c’è davvero di che andar fieri.
“L’ora del tempo e la dolce stagione”, diceva Dante, alludendo all’alba e alla primavera, spaventatissimo nella “selva oscura”, avendo smarrito la “diritta via”, fanno ben sperare che l’Italia riesca ad uscire dalla gravissima impasse politica in cui si è cacciata.
L’Italia ha bisogno di un governo. Qualcuno potrebbe dire che ho scoperto l’acqua calda. Magari! Lo dico come priorità assoluta. Il che cambia un po’ le cose perché l’Italia non ha bisogno di un governo qualsiasi, qualcuno lo verrebbe rosso e qualcun altro azzurro, ma di un governo vero, di salute e aggiungerei di rigenerazione pubblica. Non è più tempo per scegliere il vestito, fa freddo, ho bisogno di coprirmi, prima di tutto di coprirmi per non morire assiderato.
Lo hanno capito, questo, le forze politiche? Pare di no. Bersani pensa di poter ancora scegliere. Grillo non vuole affatto scegliere e preferisce andare in giro con le pudenda di fuori, dice che non sono sue. A Berlusconi, al punto in cui si trova, andrebbe bene tutto. Lo scenario, così bene disegnato dal costituzionalista Michele Ainis sul “Corriere della Sera” (La cruna dell’ago), fa disperare che si possa addivenire ad un governo per evitare le elezioni anticipate, anticipatissime anzi. Tutto fa supporre che Bersani fallisca il mandato, pieno o esplorativo che sia, e che ancora una volta Napolitano decida per un governo provvisorio, cosiddetto del Presidente, che proprio per il suo carattere di provvisorietà è un non-governo. 
La felice conclusione dell’elezione dei presidenti delle due Camere – felice sempre in rapporto a quel che passa il convento – fa ben sperare in un esito diverso, sia che lo produca Bersani sia un altro di riserva presidenziale. Certo, le forze politiche dovrebbero parlarsi, quanto meno accordarsi su alcuni punti fermi, nella duplice direzione della legge elettorale e della situazione sociale.
L’elettorato, andando a votare il 24 e 25 di febbraio, ha fatto la sua parte. Ora tocca agli eletti trovare la soluzione del problema. Se si ostinano a rifiutarsi di incontrarsi – cosa del tutto antidemocratica, direi antipolitica – la situazione nel Paese potrebbe precipitare verso forme politiche similari al grillismo ma di tutt’altra consistenza persuasiva.
Noi ci credevamo; e crediamo che il buon senso prevalga su tutto e su tutti. Non si può chiedere a Grillo di suicidarsi, questo è scontato. Ma si può chiedere e attendersi che le altre tre forze politiche, con qualche sacrificio e passo indietro, possano accordarsi su un governo, pur di breve durata, ma non provvisorio, nel senso che duri per fare tutto quello che si prefigge in limine di fare.

domenica 17 marzo 2013

Grillo: quella sporca dozzina!



Piero Grasso ha battuto Renato Schifani 137 a 127 ed è stato eletto Presidente del Senato. Una dozzina di voti sono provenuti dal Movimento 5 Stelle. Ininfluenti, ma che tali fossero lo abbiamo saputo dopo. Nell’incertezza dell’esito, dodici senatori grillini non hanno voluto rischiare e contro le disposizioni del “telecomando” si sono espressi per l’ex Presidente della Commissione nazionale antimafia. L’uomo rischiò la scomunica pochissimi anni fa quando disse che il governo Berlusconi aveva fatto delle buone leggi contro la criminalità organizzata. 
Ma il fatto politicamente più  rilevante è che il fronte granitico dei grillini si è rotto. Grillo è stato durissimo: i traditori lascino il gruppo! Lo smacco è doppio, perché tradire si può tradire, ma quando il tradimento è atteso, quasi sbattuto in faccia con irrisione come cosa del tutto normale in condizione di pretesa diversità, allora brucia di più. Lo pensano e lo dicono tutti; e tutti sono in attesa che la rappresentanza parlamentare di Grillo si disgreghi o si liquefaccia secondo fisiologia politica e parlamentare. Grillo si ostina a dire di no; ma quando accade, c’è poco da negare. Tutto ciò che accade in un luogo politico è politica, è frutto cioè di scelta e di calcolo.
Certo, il caso è stato enfatizzato ad arte; e direi per diverse considerazioni, finalizzate a colpire sia il Movimento di Grillo sia il partito di Bersani. Grillo, per dimostrare che gli uomini sono tutti della stessa pasta; Bersani, per contestargli di farsi egemonizzare dai grillini. Le accuse un po’ sono vere entrambe. Della volubilità dei parlamentari di Grillo si è detto. Del partito di Bersani non si può che prendere atto di aver cambiato rotta rispetto alla precedente scelta di destinare Franceschini alla presidenza della Camera e Finocchiaro a quella del Senato. Boldrini alla Camera e Grasso al Senato sono venuti dopo e sono due risultati graditi ai grillini. Per la Boldrini, la capogruppo Lombardi ha esplicitamente riconosciuto che il suo gruppo ha esercitato una sorta di moralsuasion; per Grasso, addirittura una concreta partecipazione. Dunque, in modo diverso, il Movimento di Grillo si è reso protagonista in entrambe le elezioni. Può piacere o non piacere, ma è così. Trarre, però, da questo affrettate conclusioni, di crisi del grillismo o di perdita di autonomia politica da parte del Pd, onestamente è prematuro.
Il cambiamento effettuato da Bersani, al netto di speculazioni propagandistiche, che non riguardano i comuni cittadini, è nelle cose della politica. Nel momento in cui un partito cerca un alleato, deve essere disposto a rinunciare a qualcosa di suo e recepire qualcosa dell’altro, per potersi incontrare. Poi, a volte, le dinamiche portano lontano e possono tralignare. Ma per ora, come ha detto lo stesso Renzi, chapeau!, riconoscendo a Bersani due buoni successi politici.
Non si può, infatti, non sottolineare con soddisfazione la felice scelta dei due presidenti eletti, i quali rimandano entrambi alla imperiosa domanda da parte del Paese di perbenismo, di serietà, di onestà, di militanza per i diritti umani e dei cittadini. Tutte categorie che rientrano nel canone democratico, quale è definito dalla Costituzione.
Da questo canone sono fuori i due partiti che all’ingrosso vanno sotto l’etichettatura di destra, ossia la Scelta Civica di Monti e il Pdl di Berlusconi. Questi due partiti sono stati messi all’angolo per incapacità di incontrarsi per elaborare una strategia comune perfino per il breve periodo. I montiani, con una motivazione assurda, hanno spiegato la loro scheda bianca per l’assenza di una intesa più ampia su un possibile governo. Ma intesa con chi? E’ che, fallito il tentativo di Monti della presidenza del Senato, per il veto di Napolitano, il gruppo è rimasto come suonato.
Il Pdl è allo sbando totale, nell’isolamento più assoluto. Privo di idee, di strategie e di possibilità di incontrarsi con altri per il rifiuto totale degli altri, alle prossime elezioni, che sono alle viste, rischia la débâcle. Questo partito avrebbe una sola cosa da fare, un intervento chirurgico doloroso e rischioso, ma assolutamente necessario, rimuovere il tumore maligno costituito da Berlusconi. E’ lui l’impedimento per qualsiasi sviluppo, per qualsiasi strategia, per qualsiasi collaborazione con altre forze politiche. Qui non si vuole condannarlo unilateralmente. C’è stata e c’è una magistratura ostile, militante, impegnata usque ad mortem contro di lui; è vero come è vero che il sole nasce e muore. Ma vanno fatte due considerazioni. La prima è che i suoi comportamenti e stili di vita sono inaccettabili, offensivi della dignità nazionale e si prestano ad ogni forma di attacchi, da quelli della magistratura a quelli dei giornali e dei media in genere, a quelli della chiesa e dei governi stranieri. Sarebbe, però, ingeneroso e ingiusto prendersela solo con lui. Il centrodestra ha fallito nella sua totalità. Basti considerare a Bossi e alla Lega, a Fini e ad An, ad Alemanno, alla Polverini e a tanti altri piccoli, medi e importanti rappresentanti di quella destra che si diceva pulita e rivendicazionista di pulizia. Ciò detto, la seconda considerazione da fare è che se pure Berlusconi avesse le sue ragioni, e qualcuna ce l’ha, oggettivamente costituisce un danno e pertanto dovrebbe togliere l’incomodo. Se non accade, quella parte politica che lo ha seguito e sostenuto, anche quando non si è riconosciuta del tutto, dovrebbe trarre le conclusioni. E non dovrebbe tardare a farlo.