domenica 19 febbraio 2012

Monti...che non rimangano parole

Proprio il giorno in cui l’agenzia di rating Moody’s ha declassato ulteriormente l’Italia (martedì, 14 febbraio), Monti ha inferto al Paese un declassamento più duro e mortificante, dicendo no alla candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020. E’ la prima volta dalla seconda guerra mondiale che l’Italia si autodeclassa; riconosce, cioè, di non essere in grado di organizzare uno dei più importanti eventi mondiali, che ha paura di farlo. E’ un messaggio al mondo devastante: l’Italia, che chiede fiducia agli altri, facendo anche paragoni antipatici – non siamo la Grecia! – non ne dimostra essa stessa per sé. E’ probabile che Monti abbia ragione, tecnicamente ragione; ma sicuramente ha torto, politicamente torto. Tutto il suo ottimismo, le sue promesse di trasformare tutto e tutti, i suoi “successi” americani evidentemente sono falsi, sono nulla di fronte ad un impegno concreto. E’ la prova che il consenso di cui gode è semplicemente mediatico, artificiale. Nello stesso giorno si riconosce che l’Italia è in “recessione tecnica”, il Pil è diminuito. Peraltro la nostra candidatura non era di per sé automatica assegnazione; ma era senz’altro un atto di fiducia nelle nostre possibilità di recupero e di rilancio. L’Italia dei tecnici vale meno del sorriso enigmatico della Gioconda, meno della Venere del Botticelli, meno di un chiaroscuro di Caravaggio.
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Ma le ambizioni di Monti crescono. Ora vuole fare la riforma della democrazia in Europa. Sul “Corriere della Sera” di mercoledì, 15 febbraio, in un articolo scritto in collaborazione con la deputata europea Sylvie Goulard, “La vista corta che danneggia l’Europa” (già apparso su “Le Monde”), ha detto che «per uscire durevolmente dalla crisi, dobbiamo ripensare la democrazia a tutti i livelli, europeo e nazionale […] la posta in gioco è delicata, poiché consiste nell’inventare una democrazia più esigente, che eviti la demagogia e la veduta corta». Sentite, sentite! «Il processo sarà lento, ma un contributo può già darlo un dialogo intenso e fiducioso fra istituzioni, al di là delle frontiere». Insomma Monti, del popolo, dei suoi diritti politici, della sua stessa esistenza, non tiene conto alcuno. Tutto si deve esaurire in dialoghi e incontri nelle conventicole di chi ha il potere economico, una faccenda tra plenipotenziari del denaro. Fino ad oggi Monti non è riuscito a far entrare mai i cittadini nei suoi ragionamenti. Se la prospettiva della democrazia europea è un Direttorio vuol dire che tempi ancor peggiori di questi ci attendono.
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Incominciamo ad avere nostalgia del “peggio”. Ovviamente “peggio” si fa per dire. In un editoriale sul “Messaggero” di domenica 12 febbraio Romano Prodi ha detto con estrema chiarezza che la colpa della crisi greca è della cancelliera tedesca Merkel e del presidente francese Sarkozy. «Per capire bene le cose – ha scritto Prodi nel suo domenicale “Quei no fatali di Francia e Germania”bisogna andare indietro nel tempo quando, per non essere soggetti al controllo delle autorità europee, Francia e Germania hanno respinto le proposte della Commissione Europea volte a sottoporre a continuo monitoraggio i conti dei Paesi dell’euro». Avete capito? Erano i tempi di quando Prodi era Presidente della Commissione. Neppure allora tedeschi e francesi si fidavano dell’italiano. Insomma Francia e Germania hanno fatto finora il bello e il brutto tempo. Non hanno voluto controlli per tutti ed ora impongono controlli e commissariamenti agli altri. Quasi di concerto, il giorno dopo, lunedì, 13 febbraio, Marco Nese sul “Corriere della Sera” ha rivelato che gli eurocompari di merenda, Sarkozy-Merkel, «mettono da mesi il governo greco con le spalle al muro: se volete gli aiuti, se volete rimanere nell’euro, dovete comprare i nostri carri armati e le nostre belle navi da guerra». Roba da mafia internazionale. In una situazione del genere non si capisce di che democrazia europea parli Monti, non certo della democrazia quale è ipotizzata dalla nostra Costituzione. Qui è necessario riflettere se è il caso o meno di stare nella stessa gabbia, dove – diceva Francesco Petrarca ai suoi dì - «fiere selvagge et mansüete gregge / s’annidan sì, che sempre il miglior geme». Se a gemere siano ancora i migliori non so, so che sono i Greci, gli Spagnoli, i Portoghesi, gli Italiani.
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Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha detto che la Grecia non sta rispondendo bene alle sollecitazioni europee, che loro non possono gettare i loro soldi in un pozzo senza fondo e che la Grecia dovrebbe trovare un Monti per mettere a posto le cose. Dovremmo essere orgogliosi di questo indiretto apprezzamento al nostro Presidente del Consiglio, che ricorda altri più diretti apprezzamenti della serie “tutti ce lo invidiano”. Ma, a parte il fatto che gli apprezzamenti tedeschi di oggi sono falsi e interessati, c’è che gli ha risposto duramente il Presidente greco Karolus Papoulias: «Ma chi è il signor Schäuble per insultare il mio Paese? Chi sono gli olandesi? Chi sono i finlandesi?». Avrebbe potuto continuare a dire: «Chi sono gli italiani?», che a pie’ sospinto dicono «Noi non siamo la Grecia!».
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La ministra del lavoro etc. etc. Elsa Fornero, quella delle lacrime per i sacrifici, ha detto che bisogna abolire la cassa integrazione straordinaria per dare un sussidio a chi è senza lavoro. Dopo l’art. 18, un altro ostacolo sul tavolo delle trattative coi sindacati. E infatti essi si sono subito detti contrari: la cassa integrazione non si tocca! Ma anche in questa sortita tecnico-ministeriale si vede l’incertezza di procedere avanti nella riforma del mercato del lavoro. Manca un disegno organico e si va avanti per proposte alla “se colgo colgo”. Ma si vede anche il tentativo di creare consenso a questo governo, che, invece, per la sua natura, non dovrebbe preoccuparsi di averne. Un sussidio a chi è senza lavoro avrebbe sicura accoglienza da chi niente per niente si accontenta del poco. E sono tantissimi in Italia, specialmente giovani. C’è nel Paese una paura fottuta che prima o poi scoppino i disordini che abbiamo visto in Grecia.
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Intanto, mentre Monti cerca di convincere il mondo che noi non siamo la Grecia e infonde speranza agli italiani e poi di fatto declassa l’Italia, privandola di una scommessa importante come le Olimpiadi del 2020, i giovani per bocca della cantante Emma Marrone, che vince il Festival di Sanremo 2012, lo avvertono: “Non è l’inferno… ma…che non rimangano parole”.

domenica 12 febbraio 2012

Monti, l'uomo che parlava alle farfalle

Ciò che unisce i vari membri del governo Monti è una sorta di solidarietà inconsapevole dei primi della classe, l’albagia che ha sempre contraddistinto e caratterizzato i secchioni, quelli che ad una chiamata del professore rispondevano dal posto con compiaciuta boria. Gli stessi si guardavano in cagnesco perché il primato del migliore non era cosa da condividere e per un più o un meno erano capaci di covare risentimenti a vita. Quanto agli altri, compagni di classe dico, erano considerati plebaglia da non tenere in nessuna considerazione, gente che era a scuola e invece doveva andare a zappare la terra. Tutto al passato, si capisce, perché negli ultimi tempi tale clima di primeggiamento a scuola si è in qualche modo attenuato. Prevale la solidarietà che unisce tutti nella comune difficoltà di trovare una sistemazione. Parola, questa, che oggi, Napolitano e Monti consulibus, sta per diventare una bestemmia. I signori del governo tradiscono la mentalità del “superiore”, dell’aristocratico per merito, sul duplice fronte: dei politici esautorati perché chiaramente incapaci e dei cittadini che non possono davvero ambire ai successi loro riservati. Che volete, voi politici, avete dimostrato di non valere niente; per giungere al potere avete bisogno di farvi il culo con l’elettorato. Noi invece, vedete, senza né buongiorno né buonasera, al potere ci siamo perché “noi siamo noi – disse Alberto Sordi nei panni del Marchese del Grillo – e voi non siete un cazzo”. Ministro Fornero, please, i Suoi figliuoli li considera la stessa fetta di pane fatto in casa sulla quale spalmare la poca nutella che c’è? E che significa questa pernacchia egualitaria in un contesto di selvaggia diseguaglianza finora perseguita? Lei ha detto che non si sarebbe espressa come il suo vice Michel Martone, che se n’è uscito con la più rivelatrice delle frasi “se a 28 anni non ti laurei sei uno sfigato”, ma intanto intende considerare i giovani, laureati o non laureati a 28 anni, tutti degli “sfigati”, sui quali spalmare le difficoltà della vita.
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La verità è che continuando ad insultare gli italiani, i giovani in particolare, gli apprendisti stregoni del governo potrebbero vedersela brutta. Non lo dico perché lo desideri, ma perché lo temo. Non conviene a nessuno che le cose si mettano male. Ma il modo come questi specialisti fuori dal loro seminato si comportano è da dilettanti allo sbaraglio, ad incominciare da Monti, che si dice sicuro di poter cambiare gli italiani e considera il posto fisso una monotonia, per finire alla sua ministra degli interni, Anna Maria Cancellieri, che ha definito “mammoni” i giovani. Ci lamentiamo dei giudizi che gli stranieri esprimono su di noi. Ma Monti e i suoi ministri non esprimono nei nostri confronti giudizi assai più severi? In verità i ministri tecnici sono come scollegati dalla realtà politica e culturale del Paese. E questo è pericoloso. Monti sembra Ambra Angiolini, che aveva il suggeritore in cuffia; quando parla sembra ricevere le parole dall’alto, come suggerite da un soggetto che Aristotele chiamava intelligenza universale, con cui sarebbe in contatto diretto. Più terra-terra, sembra quasi parlare a delle farfalle. Gli americani gli hanno dedicato la copertina di “Time”, un gran riconoscimento, ma con parole ambigue di commento: “nonno elegante…voce tranquilla…occhi sorridenti…può quest’uomo salvare l’Europa?”. Noi saremmo già contenti se riuscisse a salvare l’Italia o, a suo stesso dispetto, il posto fisso di chi ce l’ha e ne garantisse uno a chi non ce l’ha. Perché il posto fisso, in difetto di posti pur che fossero, vuol dire progettare un futuro da cristiani.
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Lo spread scende, lo spread sale. Quando la gente chiamava gli oggetti col nome della loro funzione, c’era il “saliscendi”, che era un manufatto in metallo che, applicato alla porta, uno in alto ed uno in basso, serviva per aprirla o per chiuderla dal di dentro. Questo andar su e giù dello spread, vero tormentone che dura da diversi mesi, sembra il più autorevole indicatore del successo di Monti. Nel coro di osanna a Monti viene qualche sospetto, anche perché, mentre i titoli dei giornali dicono una cosa, gli articoli poi all'interno ne dicono un’altra. Ma diamo per buono l’indicatore e diamo per motivo di gioia il suo attestarsi ad un livello di convenienza nazionale; non c’è chi non capisca che è un bene per i nostri conti pubblici. E’ lecito, tuttavia, porsi due domande. Prima, chi sta pagando i sacrifici fatti? Seconda, fino a quando per salvare l’economia europea il Presidente del Consiglio italiano è di fatto un Commissario europeo, che, più che rispondere alle condizioni degli italiani, deve rispondere ai diktat di banchieri e finanzieri europei? Risposta alla prima domanda: gli sfigati. Risposta alla seconda: io non credo che la situazione possa durare molto a lungo. Ecco perché i membri del governo Monti, per un verso cercano di far passare cose buone (posto fisso – articolo 18) per cose ora cattive ora non più sostenibili; per un altro cercano di crearsi un qualche consenso nel Paese (decreto svuota carceri).
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Il governo ha posto il voto di fiducia sul decreto che, sollecitato dai radicali, svuota i carceri italiani, affollati al limite dell’inverosimile e della vivibilità. Ma si può andare avanti con simili provvedimenti? Far uscire dal carcere tanti detenuti perché lo Stato non è in grado di tenerli tutti dentro da cristiani? Dice il governo e con grande ipocrisia dicono i politici del Popolo delle Libertà che l’assecondano: garantiamo che nessun criminale uscirà dal carcere. Ci mancherebbe altro che facessero uscire i criminali condannati all’ergastolo! Ma intanto vogliono chiudere gli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari), che sono “indegni”, dice il Presidente Napolitano. Al di là se il governo Monti è di destra o di sinistra – si masturbano i ministri a dire che loro non sono né di destra né di sinistra – resta il fatto che sta facendo pagare i costi dei suoi provvedimenti, non solo finanziari ma anche sociali, alla gente. Lo Stato non è in grado di avere carceri per tutti i detenuti, non ha strutture per tenere e curare adeguatamente i malati mentali, condannati per delitti efferati, e che fa? Li mette tutti fuori e dice – per la verità non lo dice, lo fa capire – si faccia carico la società, che poi vuol dire che il carico è dei poveri cristiani, che subiranno le conseguenze, famigliari o occasionali vittime. Vedremo – come già abbiamo visto – aumentare i reati e i delitti dopo lo svuotamento delle carceri e l’abolizione dei manicomi. Monti e i suoi tecnici non hanno il senso della società, ma unicamente dello Stato. Brutta faccenda quando la forbice tra Stato e società si allarga; vuol dire che il contratto sociale non tiene più; vuol dire che una delle due parti non ha osservato i patti. Ma, quando ciò accade – lo insegnavano gli inglesi maestri di democrazia – l’altra parte è autorizzata a sollevarsi contro.
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Intanto “quali colombe dal disio chiamate” volano verso Monti gli ex falchi del PdL, quelli che si opponevano all’operazione “governo tecnico”. Trasformismi di stagione. Gli ultimi, dopo politici, giornalisti e politologi, sono gli ex arrabbiati che fino all’altro giorno avrebbero voluto andare a nuove votazioni. L’istinto di sopravvivenza li consiglia a rinunciare ai loro propositi. Hanno capito che non c'è futuro politico per chi oggi osteggia Monti. Monti assicura i mercati che chi verrà dopo di lui continuerà la sua politica, mantenendo in vita le sue riforme. E allora di qui la corsa a non apparire più critici di Monti, a non essere sospettati di discontinuità con lui. Daniela Santanchè, Osvaldo Napoli, Altero Matteoli ed altri meno noti riconoscono di essersi sbagliati. La Santanchè dice che solo i cretini non cambiano opinione. Mica fessa! Poco c’è mancato che dicessero a coro di aver scherzato. Resiste Giuliano Ferrara, che riconosce i risultati di Monti ma ricorda subito dopo che resta pur sempre un’anomalia. Resistono i pretoriani della stampa berlusconiana, ma è il gioco delle parti. Berlusconi dice una cosa con la bocca, con la pancia ne dice un’altra; con la bocca comunica con le istituzioni, con la pancia comunica con l’elettorato, che di qui a un anno è quello che conta. Bravo Ostellino, invece, che ironizza: “Nell’orgia retorica su Monti, non mi stupirei se qualche telegiornale desse queste notizie: 1) «Ieri, dopo il fondamentale discorso del presidente del Consiglio all’Associazione femminile “Voglia di Mario”, anche la neve, a Roma, si è sciolta per la commozione»; 2) «Reggio Calabria, all’annuncio della prossima conferenza stampa del Professore, un non udente dalla nascita ha riacquistato l’udito». Non ne faccio una questione morale. Solo di (grottesco) costume giornalistico” (Corsera dell’11 febbraio). Per me no, caro Ostellino; per me è proprio una questione morale.

domenica 5 febbraio 2012

Monti e l'offensiva sociale

Mussolini nel 1935 rassicurò gli italiani, dopo le sanzioni economiche inflitte all’Italia dalla Società delle Nazioni, che non c’era bisogno di carne nel nostro Paese, che sarebbero bastati i fagioli, la “carne dei poveri”. Non che il paragone tra carne e fagioli non avesse una sua fondatezza sul piano delle proteine, ma era chiaro che il Duce voleva esorcizzare la mancanza di ciò che per le sanzioni l’Italia non avrebbe avuto con ciò che l’Italia poteva procurarsi da sé, autarchicamente. E’ il vizietto dei dittatori, emerso di recente con una improvvida ma rivelatrice frase di Mario Monti, che dittatore non è, nel senso che non ha fatto nessuna marcia su Roma e che ha a noia farsi perfino una passeggiata nei fori, ma che non è stato eletto dal popolo, che in democrazia è fondamentale: i giovani devono scordarsi il posto fisso per tutta la vita, che è una vera monotonia. Mettiamo che volesse solo sdrammatizzare la mancanza del posto fisso dando ad intendere ai giovani che dopo tutto il posto fisso è monotono e che il posto variabile è di gran lunga da preferire; ma non ne siamo sicuri. Fedro se la cavò con la volpe e l’uva. Una grandissima minchiata, quella di Monti, con tutto il rispetto, che apre una crepa in quel muro di ieraticità che accompagna da sempre la sua figura. Il problema, infatti, è che non ci sono posti di lavoro, né fissi né mobili. Nel clima che si è generato commentatori e notisti politici si sono precipitati in “soccorso del vincitore”. Ma come puoi dire che il posto fisso è monotono quando in Italia tre giovani su dieci vanno alla spasmodica ricerca di un posto di lavoro pur che fosse? E tutti a dire che Monti è stato equivocato, che voleva semplicemente dire che il posto fisso è monotono in sé. Ma si può dire ad uno che digiuna da giorni e che barcolla sulle gambe per la debolezza che il digiuno fa bene alla salute? Via, siamo seri!
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Che significa “per tutta la vita”? Va bene, voleva dire per tutta la vita lavorativa. Monti – si sa – è parco di parole. Ma è importante dire per intero “vita lavorativa”, perché da essa, dalla sua estensione e continuità, dipende la sicurezza del segmento di vita “non lavorativa”, ossia la vita da pensionato, che Monti sembra voler escludere. In difetto di un posto fisso, infatti, si mette a rischio la pensione. I giovani, i tre su dieci, che sono disoccupati, e gli altri che non hanno un posto fisso, a che età andranno in pensione? Se andranno! E, poi, che significa per Monti “posto fisso”? Non è che per caso volesse dire posto di lavoro continuo? Le parole hanno un senso se contestualizzate. Il posto di lavoro di un insegnante di italiano o di matematica è fisso o mobile? E’ sicuramente fisso se inteso come lavoro o professione; è mobile se è riferito alla sede di insegnamento, che può essere una scuola piuttosto che un’altra, una città piuttosto che un’altra. In un certo senso, scuola o sede, il lavoro di un insegnante è monotono, perché non è che oggi possa indifferentemente insegnare italiano e domani scienze naturali, oggi storia dell’arte e domani fisica o chimica. Può cambiare sede, a condizione che ci sia l’opportunità di farlo. Ma questo vale per qualsiasi lavoratore: un muratore non può fare l’infermiere. Dire che il posto fisso è monotono equivale a dire che il lavoro professionale, specialistico, è monotono. Se vogliamo dare un senso alla frase, che a rigore oggi in Italia non ne avrebbe, la monotonia del posto fisso va vinta all’interno della sicurezza del posto di lavoro. Giustamente sindacalisti e alcuni politici hanno commentato l’infelice frase di Monti un po’ andreottianamente: il posto fisso annoia chi non ce l’ha.
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In realtà Monti, che pure ha cercato di scusarsi dicendo di essere stato equivocato, ha detto quel che pensava; ma non ha neppure ammesso che non era opportuno dirlo. A riflettere, la frase di Monti entra in maniera coerente ed organica alla sua visione delle cose, che è quella di portare l’Italia e l’Europa fuori dalle secche della crisi. Può farlo solo se non si pone né preoccupazione né scrupolo di sorta. Del resto il suo governo, detto dei tecnici o dei professori, pur facendo inevitabilmente politica, non ha la funzione fisiologica della politica, che è quella di mediare tra le esigenze e gli interessi dei vari soggetti sociali. L’ulteriore prova è l’attacco all’art. 18, quello in virtù del quale un lavoratore non può essere licenziato senza giusta causa. Sembra così ovvio che viene da chiedersi se l’abolizione di un così importante principio di civiltà giuslavorativa non nasconda qualcosa di ben più grave. Si dice che un’azienda non assume per colpa dell’art. 18, che le impedisce di licenziare. Un rompicapo! Se un’azienda ha oggi bisogno di un lavoratore lo assume, se domani, in condizioni mutate, non ha più bisogno lo “licenzia” come la legge prevede. Il problema, dicono i sindacati, è che oggi non c’è lavoro e dunque assumere per licenziare o licenziare per assumere è un “gioco” che alla fine produce delle vittime, che sono sempre i lavoratori. I quali, invece, devono essere sempre garantiti. E’ davvero curioso il fatto che in un momento di grave disoccupazione giovanile, il 31 %, piuttosto che preoccuparsi di creare posti di lavoro, il governo si preoccupa di dare ai datori di lavoro liberatoria di licenziamento, di creare cioè altri disoccupati. Curioso, ma si spiega!
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Quando un’azienda chiede l’abolizione dell’art. 18 si preoccupa della sua salute. Non si può dire che l’azienda abbia torto. L’azienda è un soggetto sociale che ha il diritto-dovere di operare in funzione dei suoi interessi. Ma quando un lavoratore, che lavora e lo fa preoccupato di non mettersi nelle condizioni di essere licenziato, come prevede l’art. 18 (giusta causa), non fa che difendere legittimamente i suoi interessi. Dunque: da una parte un soggetto, l’azienda che vuole essere libera di licenziare, dall’altra un altro soggetto, il lavoratore che chiede garanzie per mantenere il posto di lavoro. Entrambi hanno ragione, pensano ed operano per sé; l’uno e l’altro hanno la loro rappresentanza di difesa: il primo la confindustria, il secondo il sindacato. Chi deve porsi a mediare fra i due interessi? La politica. Ma oggi la politica non c’è, ha abdicato, verrebbe di dire che è stata licenziata per “giusta causa”. Pertanto l’equilibrio si è rotto. C’è il governo dei tecnici, che resta un’anomalia, per quanto la si voglia edulcorare, giustificare e legittimare. Quale è la conseguenza nel rinnovato conflitto sociale a cui stiamo assistendo? La conseguenza è che il governo Monti, che fa politica senza avere della politica la funzione mediatrice, difende gli interessi di una parte, mondo della finanza e delle aziende, non per scelta politica ma per esigenza tecnica, in quanto gli interessi delle finanza e delle aziende coincidono oggi con gli interessi superiori della nazione finanziaria italiana ed europea. E i lavoratori chi li garantisce?
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Ma se pure si può capire il momentaccio e le scelte operative di un governo che viaggia su binari piuttosto che su strada, non si può tollerare l’insistenza di un’aggressione verbale nei confronti della parte oggi soccombente, che è quella del lavoro, un’aggressione tanto violenta e a tratti disonesta. Il posto fisso è monotono, dice Monti. L’art. 18 va abolito, per consentire alle aziende di licenziare-assumere e per incoraggiare gli investimenti. Bisogna abolire il valore legale ai titoli di studio per lasciare alle azienda libertà di dire questa laurea serve e questa non serve. Si tratta di atteggiamenti che hanno una forte coerenza in una visione, che potrebbe pure essere giusta di qui a qualche anno, ma che oggi penalizza la società nelle sue fasce più bisognose. Fino a quando, quo usque tandem abuteris patientia nostra? Lo chiedono i milioni di cittadini, di laureati, di lavoratori, che si trovano nel tritacarne di un governo tecnico e pertanto politicamente irresponsabile.
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Perché Monti non dice che in Italia gli stranieri non investono per le nefandezze di una giustizia lentissima e intricatissima? Perché non dice che in Italia le aziende sono in crisi perché gli enti pubblici non pagano le commesse? Ha sentito dei suicidi di imprenditori nel nord est italiano? Intanto è esplosa la questione dei soldi dati ai partiti, utilizzati per investimenti in Tanzania (Lega Nord) o per speculazioni immobiliari (Luigi Lusi, tesoriere della Margherita). Mentre la Guardia di Finanza è alle calcagna di evasori, falsi invalidi e di chi continua a percepire la pensione nonostante il titolare sia morto, gli amministratori dei partiti continuano ad incassare i soldi del cosiddetto rimborso elettorale – leggi sovvenzionamento dei partiti – benché i partiti siano morti, come nel caso della Margherita o di Alleanza Nazionale. E Monti, che dice basta col buonismo, nulla fa per mettere fine ad usi, abusi …Lusi e collusi di regime che continuano a prendere soldi dallo Stato al doppio, e per la legislatura interrotta e per la legislatura in corso. Incredibile! Un furto agli italiani continuato che grida vendetta. Un miliardo di rimborso elettorale indebitamente riscosso sarebbe utilissimo allo Stato e potrebbe servire ad alleviare la pressione sui poveri disgraziati di cittadini, che, però, Monti considera dei “male imparati” da rieducare. Ostellino sul “Corriere della Sera” di sabato, 4 febbraio, dice: “La (volgare) contestazione a Napolitano, a Bologna, e altri episodi, rivelatori di un malessere sociale che potrebbe sfociare nella violenza, dovrebbero far riflettere”. Siamo alle solite: non si crede al santo finché non si vede la festa.

domenica 29 gennaio 2012

Monti e il difetto della democrazia

Il governo Monti riceve i complimenti dei vertici europei, di Obama e del Financial Times. Dice il giornale inglese: Monti si carica sulle spalle l’Europa. I suoi provvedimenti sono giusti ed efficaci. Ma il Paese Italia è in subbuglio. Le affermazioni obligées, come quelle che si fanno nel mondo politico e diplomatico, valgono quel che valgono, ossia niente. E lo dimostrano gli scioperi e le manifestazioni che hanno caratterizzato i dieci giorni 19-29 gennaio, col morto di Asti di martedì, 24: un autotrasportatore manifestante travolto da un tir che non voleva fermarsi al blocco, arresti e denunce. Lo sciopero dei trasporti ha messo in ginocchio il paese. Lo stato di agitazione a tutt’oggi – domenica, 29 gennaio – non è ancora cessato. Questo e non le parole dei politici e dei diplomatici conta.
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Giuliano Ferrara, nei suoi cinque minuti di “Radio Londra” di lunedì, 23 gennaio, si meraviglia – ma la meraviglia probabilmente è retorica – che gli italiani, che hanno digerito la riforma delle pensioni, con allungamenti di lavoro di anni, ora mettono sottosopra il paese, per molto meno. Molto meno? Ferrara si sbaglia. Finché si è trattato di dover lavorare qualche anno in più, ci sono stati bofonchi, ma ora che si tratta del pane si passa ai “forconi”. Dalle parti nostre si diceva che “scoppia la guerra canina / quando manca l’olio e la farina”. Gli italiani si trovano oggi in queste condizioni. Monti ha fatto i conti. Gli dicono bravo gli europei e gli americani. Ma l’oste con cui doveva fare i conti era il popolo italiano. E questo non ci sta.
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Intanto continuano i mielisti della grande stampa carta-video nostrana ad incensare Monti e chi lo sostiene. Pierluigi Battista riconosce che Berlusconi rispondendo no a Bossi, che vorrebbe far cadere il governo Monti, ha fatto una scelta importante e giusta e così conclude il suo fondo sul “Corriere della Sera” di venerdì, 27, “Le spine e la spina”: «Gli avversari di Berlusconi dovrebbero avere l’onestà intellettuale di riconoscerlo. Potrebbero seguire l’esempio dello stesso Monti: che infatti si rifiuta di liquidare sprezzantemente l’esperienza del governo che l’ha preceduto». Si dice che le parole di più sono del maligno. Battista ne ha usata una, vistosamente di più, l’avverbio “sprezzantemente”. Non si capisce perché Monti, che ha bisogno dell’appoggio di Berlusconi, dovrebbe “liquidare sprezzantemente” la di lui esperienza governativa. Battista tradisce il suo precedente antiberlusconismo, quando, di concerto con tutto il Corsera, dava addosso a Berlusconi. Ora la musica è cambiata. Non una “mezza cartuccia”, come l’ha chiamato Bossi, è Berlusconi, ma uno “statista intero”. In summa Berlusconi, con Monti al governo, si sta riabilitando agli occhi di un potente soggetto “di pressione” come il Corsera. E questo fa piacere per l’uomo, ma preoccupa per il partito e lo schieramento di centro-destra, che si ritroverebbe con lui punto e daccapo.
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Il Paese è sempre più un Dr. Jekyll e un Mr. Hyde. Se per un verso si ribella ai provvedimenti del governo Monti – in fondo i calci in bocca li prendono i cittadini – per un altro cresce il consenso dell’opinione pubblica, creata e veicolata dalla stampa. Giuliano Ferrara (“Radio Londra” di venerdì, 27 gennaio) riconosce che qualcosa di buono i Professori la stanno facendo; non dice più ironicamente il Preside per indicare Monti, ne parla con rispetto. Io credo che la cura Monti, se effetti avrà, li avrà fra qualche tempo. Ora vedo solo molta propaganda. Onestamente non capisco quali benefici in termini di sviluppo e di crescita avrà il Paese dalle cosiddette esemplificazioni: certificazioni on line, compresi esami all’Università; diffusione in Rete dei dati in possesso delle amministrazioni; iter più snelli per creare imprese; controllo elettronico della documentazione per concorrere agli appalti pubblici; panifici aperti anche di domenica. Una gran quantità di cose di normalissima amministrazione, che, a tutt’oggi, nonostante l’adozione dei computer in tutte le amministrazioni, non erano state fatte. Sì, ma non vedo il nesso con la crescita. Vedo piuttosto che in Italia per diventare eroe è sufficiente compiere il proprio dovere e che una normalissima azione diventa un’impresa epica. Certo, se la morte di un pensionato è trasmessa subito a tutti gli uffici competenti – come si dovrebbe normalmente fare – non ci saranno più parenti dello scomparso a percepire la pensione indebitamente per anni. Ma questo può giustificare l’ottimismo di quanti credono che ora le cose funzioneranno meglio? Non sono gli stessi uomini di prima? Quanto ai panifici in produzione anche la domenica, non so quali e quanti posti di lavoro potrebbero venir fuori, a parte la comodità di poter comprare il pane fresco anche di festa. Mi viene d’immaginarmi davanti ad una farmacia e ad un panificio ed ho bisogno di medicine e di pane, vedo aperti l’una e l’altro, stanno entrambi in attesa che io entri, ma – ahimè! – non ho i soldi. Ecco, il punto sono i soldi!
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Monti agita il Paese prima dell’uso, come si fa con la schiuma da barba. Basta per superare la crisi? Tutti ci auguriamo di sì, ma gli auguri non sono ragionamenti e calcoli. Intanto monta sempre di più l’antipolitica. Chi ha sempre avuto riserve per la democrazia dovrebbe essere contento che finalmente è chiaro a tutti che un governo “tecnico”, senza opposizione e col favore della stampa, si propone come migliore dei governi “politici”. E tuttavia c’è poco da essere contenti, primo perché potrebbe riemergere la vocazione alla mandria che hanno gli italiani; secondo, perché un governo del genere non è la fisiologia, ma la patologia del Paese. Gli atteggiamenti autoritari assunti dal governo in occasione delle manifestazioni e dei disordini degli ultimi dieci giorni confermano che la democrazia in Italia è cosa “aliena”. Ve l’immaginate le reazioni dei partiti di opposizione e dei sindacati in presenza di un governo che allerta i prefetti per ripristinare l’ordine? Succederebbe l’ira di Dio. Con Monti al governo, non è successo niente. Contro Berlusconi – lo abbiamo registrato per anni – quotidiane condanne dell’opposizione politica, della stampa, del mondo dello spettacolo, della magistratura, dei sindacati, della Confindustria, della Chiesa. Oggi il Paese legale è come anestetizzato. Ma dopo l’anestesia – si sa – vengono i dolori!
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Perfino sul fronte delle carceri assistiamo ad un’inedita edizione del Nabucco, ad una specie di coro nazionale. Tutti dicono che ci sono troppi carcerati nelle carceri, che la loro condizione è disumana, che lo Stato italiano non fa una bella figura e che perciò bisogna aprire le carceri e lasciare liberi i condannati. Nessuno fa un ragionamento più semplice: i carcerati stanno stretti? Bene, si aumenti il numero delle carceri. Invece si dice: si riduca il numero dei carcerati, come se si trattasse di persone recluse senza motivo. Nessuno obietta. Non il centrodestra, da sempre sensibile al problema dell’ordine pubblico; non il centrosinistra, che per cultura è vicino al mondo che soffre ma che aspira a sfatare che l’ordine sia esclusivo della destra. Perciò: tutti a casa. Ma per quanto? Chi esce dal carcere non ha un lavoro, spesso non ha una casa, non sa come vivere. Per lui, stare fuori dal carcere è un problema come lo stare dentro per altri aspetti. Perciò, per potervi rientrare, deve delinquere. Così fa, e tempo un paio d’anni e di nuovo le carceri sono strapiene! E’ già accaduto. Non mi pare che un Paese del genere – Monti o non Monti, Berlusconi o non Berlusconi – sia rimediabile. Ma anche qui fa riflettere il fatto che Monti può fare quel che un altro non potrebbe. La ragione è che mentre nessuno ha oggi interesse ad opporsi a Monti; contro un politico si forma sempre un concerto di soggetti, a volte anche interni, che si scatena per trarre un qualche vantaggio elettorale. In Italia non si fa neppure la cosa più scontata e normale a causa della strumentalizzazione politica. C’è un difetto di democrazia; c’è che la democrazia, in Italia, è di per sé un difetto.
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Una prova dell’incredibile democrazia italiana? Politici o tecnici che siano, parlano sempre come se altri fossero responsabili delle paradossali condizioni in cui versiamo. Giorgio Napolitano dice: il posto di lavoro non deve essere un privilegio. A chi lo dice? Il Ministro della Giustizia Paola Severino dice: il grado di civiltà di una nazione si vede in come sono trattati i reclusi. A chi lo dice? Il Ministro della Salute Renato Balduzzi dice: gli ospedali psichiatrici giudiziari, ex manicomi criminali, sono una vergogna. A chi lo dice? Il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Michele Vietti dice: in Italia non possiamo permetterci tre gradi di giudizio per ogni lite. A chi lo dice? Mi ricordo di Sandro Pertini, che, incazzato come una bestia, chiese dov’erano i soccorsi ai terremotati in Irpinia nel novembre del 1980. Allora caddero il Prefetto di Avellino e il Ministro dell’Interno Virginio Rognoni. La democrazia italiana per parlare parla, continua a parlare; ma a chi?

domenica 22 gennaio 2012

Monti, tra Default e De Falchi

Venerdì, 20 gennaio, è stata una giornata particolarmente faticosa per il governo Monti: il giorno delle liberalizzazioni. Le cronache parlano di un Consiglio dei Ministri durato diverse ore. Poi, come ormai è consuetudine, il governo si è presentato per la conferenza stampa e di lì il capo del governo Mario Monti è andato in televisione, a “Otto e mezzo” di Lilly Gruber su “La 7”. Il Professore non vuole scontentare nessuno. Dopo “Porta a Porta” di Bruno Vespa (Rai Uno) e “Che tempo che fa” di Fabio Fazio (Rai Tre), ecco la Gruber. Ha fatto il giro, salvo che non me ne sia sfuggita qualcun’altra. Ha spiegato che con questo decreto – ora nessuno più protesta per i decreti! – ha fatto due cose; la terza, le esemplificazioni, la farà la settimana prossima. Incomincio a pensare che hanno ragione quelli che dicono “tecnici, un cazzo; questo governo è politico!”. Monti ha detto che con le liberalizzazioni ha liberato gli italiani dalle “tasse occulte”, che i più forti facevano pagare ai più deboli. Come trovata, chapeau! Ma far passare l’idea che il luminare della medicina o il principe del foro siano gli esattori delle “tasse occulte” in danno dei medici e degli avvocati più giovani, francamente è cosa truffaldina. Monti sa che non è così. Da che mondo è mondo è libero quel mercato che consente a chi più e meglio fa più e meglio guadagni. Ho l’impressione che il liberalizzatore Monti operi in un altro “mercato”, quello delle chiacchiere.

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Il Day after dei giornali, a parte quelli dell’opposizione (il Giornale, Libero, La Padania) è tutto un trionfo per Monti. Bersani, che se pungi con lo spillo non gli cavi nemmeno una goccia di sangue, tanto è avvilito, ha detto che il suo partito è con Monti “senza se e senza ma”, ma neppure senza tacere le proprie idee. Raglia! Meglio Berlusconi, che realisticamente dice: Monti non sta facendo nulla, ma in assenza di alternative è giusto che continui. Non è vero, però, che Monti non stia facendo nulla. Vediamo. Le liberalizzazioni riguardano alcuni settori molto importanti, i cui esiti verranno a distanza; altre avranno esiti più immediati. Ma, per fare una valutazione complessiva occorre aspettare. L’autorità sui trasporti con la separazione dalla rete della società che offre il servizio, interessa le autostrade e le ferrovie va bene; ma a quando i risultati dell’operazione? Sui taxi pare che il governo abbia davvero “sciallato”, col sottoporre il controllo delle licenze all’autorità dei trasporti e con la facoltà dei sindaci di aumentare il numero delle licenze. Per la separazione tra Eni, che fornisce il gas, e Snam che gestisce la rete distributiva, vale quanto detto per i trasporti. Una mezza patacca per le farmacie: cinquemila in più non sembra una grande cosa, ma l’abbassamento a tremila abitanti per l’istituzione di una farmacia può essere importante; magari con l’obbligo di dotarle tutte di personale regolarmente qualificato e assunto con l’art. 18 in pugno. Per i professionisti, non sembra gran cosa l’abbreviazione del periodo del tirocinio: sei mesi all’università e dodici in uno studio; più che l’abolizione delle tariffe minime e massime è il preventivo il vero inghippo. Non si può ridurre una prestazione professionale di un avvocato o di un ingegnere ad un muro da intonacare. Su assicurazioni e banche la giungla è completa. Fumo negli occhi sembrano le società semplificate. 500 notai in più, poi, sembra proprio una pidocchiata. Sui carburanti si vedrà! La liberalizzazione del prezzo istituita qualche anno fa doveva abbassarne il costo, vediamo tutti come è andata a finire. Altro che Beauty contest! Sulle frequenze televisive c’è stato un no contest, per ora!
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Impressioni, viziate anche da pregiudizio e pessimismo. Lo dico con onestà. Conosco gli italiani e già da domani scatteranno i sotterfugi, gli aggiustamenti, i raggiri per depotenziare le “bombe” di Monti. Il fatto più curioso è che in Italia spesso si fa passare per rivoluzione una cosa normalissima, come per eroe uno che ha semplicemente fatto il suo dovere. Si può chiamare rivoluzione l’abbassamento del numero di abitanti per concedere una farmacia ai comuni? Si può chiamare rivoluzione un aumento del numero dei notai di cinquecento unità in un paese in cui ci sono più laureati in giurisprudenza di tutta l’Europa messa assieme? E’ rivoluzione stabilire i tempi dei concorsi o della verifica della pianta organica di una professione? Ebbene, in Italia sì. E forse in questa incapacità di gestire la normalità che sta il male dell’Italia.
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Penso, per esempio, alla tragedia della “Costa Concordia” e mi faccio qualche domanda. La prima, lo sapevano o non lo sapevano le autorità della compagnia e quelle portuali che le navi da crociera erano aduse a fare il cosiddetto inchino sfiorando quasi la costa, quando per regolamento dovevano passare almeno ad una distanza di cinque miglia? Seconda, e se lo sapevano perché non lo hanno impedito con richiami e ammonizioni? La terza, hanno mai fatto su quella nave una simulazione di naufragio per constatare l’efficacia degli ordini e dei mezzi, l’organizzazione degli uomini e la funzionalità delle cose? Ecco, se da ora in poi su queste navi si faranno le cose normalissime che ho poc’anzi detto, sarebbe una rivoluzione. Ma, allora, capisco Monti che considera rivoluzioni le sue liberalizzazioni-banalità. Quel che non capisco è come facciano gli stranieri a considerarle tali, a meno che per un certo bon ton non fanno buon viso a cattivo gioco non potendo fare sempre buon…riso, come nella storica circostanza di Sarkozy-Merkel.
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L’Italia oscilla sempre tra normalità tradita e rivoluzione mancata, tra un Default (fallimento) e un De Falchi (boria), il comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, quello che ha superato Totò di “uomini o caporali”. Quel suo urlare tutto il suo potere ad un povero Schettino, il comandante della “Costa Concordia”, annichilito per quanto era accaduto alla sua nave, dà l’esatta idea dell’italiano medio. Chissà quanti avrebbero voluto essere loro i De Falchi e urlare: “qui comando io, vada a bordo, cazzo!” e alternare “cazzo” con “Cristo”. Purtroppo non c’è De Falchi che tenga ai Default accaduti e urlare in maniera tronfia e volgare, a petto gonfio come una rana fedriana, è masturbazione freudiana. Chissà perché mi viene di associare Monti a Schettino e deputati e senatori a De Falchi. Chissà! Spero che Monti non faccia la fine di Schettino; ma – ahimè! – i politici la figura di De Falchi non smettono di farla mai.

domenica 15 gennaio 2012

Monti, il "Corsera" e un...Malincomico risveglio

A conferma del gran lavoro degli spianatori della strada su cui viaggia Mario Monti il “Corriere della Sera” apre il suo numero di lunedì, 9 gennaio, con un editoriale di Ernesto Galli della Loggia, dal titolo che vale più del contenuto: «Svolta necessaria. Nostalgie inutili», con l’occhiello «Modi del governo e ruolo dei partiti». Si sa che i titoli non li mettono gli autori e che spesso i titolisti enfatizzano i contenuti, quando addirittura non li stravolgono. Non è il caso del Corsera. Ma chi ha seguito i precedenti editoriali di Galli della Loggia sul tema non può non accorgersi che questo ha tutta l’aria di una committenza e che a farla non può essere stato che il direttore Ferruccio de Bortoli, il burgravio di uno dei poteri più forti d’Italia. Galli della Loggia, che evidentemente deve guadagnare bei soldini coi suoi articoli, nei suoi precedenti interventi sull’operazione Napolitano-Monti, pur con molto tatto e rispetto nei confronti del Presidente della Repubblica, non ha mancato di sottolineare come il governo Monti non trova “costituzionalità”, quanto meno formale, anche se, a rigore, non è incostituzionale. Ora ci dice che questo governo dovrebbe “prender sul serio «l’emergenza» - cioè la [sua] vera ragion d’essere e la vera legittimazione – per farne uno strumento di rinnovamento dell’azione e quindi dell’immagine dell’esecutivo”. Fin qui nihil novi, ma continua: “Se Monti riuscisse in tutto ciò, egli segnerebbe un punto di non ritorno. La maggioranza dell’opinione pubblica, infatti, non sarebbe più disposta a ripiombare nel passato, a essere governata come è stata governata fino al novembre dell’anno scorso. Non sarebbe più disposta, in particolare, a sopportare governi di coalizione: governi fisiologicamente divisi sulle cose da fare, lottizzati in feudi partitici, intimiditi dai sindacati e dalle lobby di ogni genere, vittime sempre di veti incrociati. Come per l’appunto sono stati più o meno tutti i governi della seconda Repubblica (ma anche la prima non scherzava). Non sarebbe più disposta, infine, a essere governata da un personale politico da decenni inamovibile, logorato, popolato di mezze calzette”. E qui, invece, siamo proprio nel delirio. Un altro sforzo e Galli della Loggia sarebbe arrivato alla buonanima di Benito Mussolini o a qualche suo emulo.
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Da quanto dice Galli della Loggia, infatti, in Italia bisognerebbe, sulla scia del governo Monti, trasformare un governo tecnico d’emergenza in un governo politico di normalità democratica. “Con Mario Monti – conclude – gli italiani hanno già in qualche modo iniziato a prendere confidenza con una leadership di tipo nuovo, democratica ma forte, che mira diritto allo scopo. Un’analoga indicazione, verso lo stesso tipo di leadership, viene da tempo dall’azione innovativa e dalla figura popolarissima del presidente Napolitano”. Insomma Galli della Loggia ipotizza la trasformazione del popolo italiano in una sorta di soggetto politico napolitanizzato, quale un dittatore solo potrebbe invocare e desiderare «Ein Volk, ein Reich, ein Führer». Sarebbe bello che Sartori, che a lui si alterna sulle colonne del “Corriere della Sera”, dicesse quel che davvero pensa di simili stravaganze. Dimentica un particolare Galli della Loggia, che il “grazioso” silenzio di chi dovrebbe parlare, fin qui osservato, la calcolata accondiscendenza dei più grossi partiti politici, gli editoriali su committenza, i massicci imbonimenti dei media, non sono eternabili, sono anch’essi “necessità” dell’emergenza. Se così non fosse, infatti, saremmo avviati verso una dittatura, accettata, come tutte le dittature agli inizi, come la soluzione attesa di tutti i mali. Ma che cazzo dice Galli della Loggia? Dove stanno i ministri fulmini di guerra del governo Monti, se si tratta di quattro stagionati funzionari di ministeri, furbi banchieri e vecchi cattedratici, che per età superano di gran lunga i ministri del governo Berlusconi? E come fa a definire un personale politico, sia di maggioranza che di opposizione, “da decenni inamovibile, logorato, popolato di mezze calzette”? Ma si rende conto il professore che in questi ultimi vent’anni quel personale politico, di cui lui parla, è cambiato almeno al settanta per cento? O lui è rimasto mentalmente a Giulio Andreotti e a Oscar Luigi Scalfaro? Quanto alle mezze calzette, in Italia – si sa – basta arrivare al successo in qualche settore per diventare ipso facto una mezza calzetta per chi di quel successo è invidioso.
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Purtroppo per i Galli della Loggia a votare saranno i lavoratori che non hanno lavoro o l’hanno perso, i giovani esclusi a vita dalle professioni, i pensionati che fanno la fame, i cittadini in genere che non hanno i soldi per vivere con un minimo di decoro. Questi elettori, sbagliando, secondo me, altrettanto e per altro verso rispetto a Galli della Loggia, identificheranno i loro guai con Mario Monti e i suoi ministri. Poi, sono d’accordo che quel che resta dell’invincibile armata della politica deve riflettere sul da farsi e cercare di correggere certi comportamenti che hanno contribuito a portare gli italiani a questa disgraziatissima situazione.
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Intanto registriamo il primo caduto dell’impresa Monti. E’ il sottosegretario alla presidenza del consiglio Carlo Malinconico, il quale non sapeva che a pagargli nel 2007 il conto di un lussuosissimo albergo all’Argentario era stato l’imprenditore Piscicelli, quello delle grasse risate quando seppe del terremoto de L’Aquila, gongolando alle importanti commesse di ricostruzione. Più che Malinconico il caso è Malincomico! Malinconico come Scaiola, che non sapeva che parte del costo reale del suo appartamento romano con vista sul Colosseo gliel’avevano pagato quelli della cricca. L’uno e l’altro non sapevano! Pensate un po’ in che mani siamo capitati: ministri che comprano case e non sanno chi gliele paga, che mangiano, dormono e sbafano e non sanno chi paga il conto. E poi parliamo di riforme! L’unica vera autentica riforma sarebbe – se mai fosse possibile – un trapianto generalizzato di cervello a tanti figli di puttana, che hanno la faccia tosta di presentarsi come probi e puliti (Malinconico) e all’occorrenza il mal di pancia (Scaiola). Ma pare che si preannunci un effetto domino nel governo; si parla anche di un caso Filippo Patroni Griffi, Ministro per la Pubblica Amministrazione, che avrebbe acquistato una casa dall’Inps dieci volte meno di quello che vale. Non è proprio Scaiola ma neppure San Francesco d’Assisi!
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Al vertice di Berlino con Angela Merkel, mercoledì, 11 gennaio, Monti ha detto testualmente e poi ripetuto in conferenza stampa, a riprova di parole pesate e soppesate: “l’Europa non deve più temere che l’Italia possa essere una fonte di contagio nella crisi dell’Euro”. La dignità dell’Italia è a singhiozzo? Oggi c’è e ieri non c’era? Per me francamente il linguaggio usato da Monti non è da Presidente del Consiglio, ma da presuntuoso studentello, da più bravo della classe, che tiene a dire che i compiti come li ha fatti lui non li ha fatti nessun altro. Insomma, siamo passati da un Berlusconi, che ci faceva un po’ vergognare di certe sue mattane, ad un Monti che ci fa deprimere con le sue mene del più bravo di tutti. Un Presidente del Consiglio non dovrebbe mai dimenticare, specialmente quando rappresenta il suo Paese all’estero, di essere il rappresentante del suo Paese, totalmente inteso, sia in senso spaziale che temporale, come dire del suo passato, del suo presente e del suo futuro.
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Spianatori – si diceva all’inizio – e spianatori sono stati i due verdetti che hanno caratterizzato la settimana politica: la bocciatura del referendum per abrogare il porcellum e la bocciatura della richiesta d’arresto dell’ex sottosegretario di Berlusconi Cosentino. Come al solito Di Pietro non le manda a dire. E’ rozzo e forse anche volgare, come ha detto una nota della Presidenza della Repubblica, ma quasi sempre ha ragione. La Consulta ha dichiarato inammissibili i due quesiti referendari “per fare un piacere a Napolitano”. Piacere o non piacere a Napolitano, di certo i due verdetti sono in funzione del governo Monti, che certamente sarebbe stato squassato dall’accoglimento del referendum o dall’arresto di Cosentino. Non per nulla i saggi nostri avi latini dicevano Quieta non movere.
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A dissestare il cammino al governo Monti ci pensano purtroppo le agenzie di rating, che venerdì, 13 gennaio, hanno retrocesso l’Italia alla serie B, che non è l’iniziale di Berlusconi, da cui l’Italia sembrava essere risalita, ma la posizione finanziaria di chi non garantisce il pagamento dei debiti. Berlusconi, che pure dovrebbe essere egoisticamente contento di dimostrare all’Italia e al mondo che il disastro finanziario del Paese non era colpa sua, salva Monti e dà la colpa ai suoi storici avversari europei Sarkozy e Merkel, che non vogliono creare una Banca a difesa dell’Euro. Sarà che il Signore lo condannerà all’inferno per i bunga-bunga, ma se nel paradiso c’è un patrimonio da amministrare, metterà da parte tutto e lo affiderà a lui, dopo averlo ca…stato, ovvero reso casto. Si capisce!

domenica 8 gennaio 2012

Monti che t'aspetti e Prodi che non t'aspetti

Monti interpreta a meraviglia il ruolo che Napolitano ha ritagliato per lui. Non poteva essere che così. Dal primissimo momento in cui è salito in groppa al cavallo più riottoso che abbia avuto l’Italia dalla seconda guerra mondiale in poi non ha fatto altro che parlare di grandissimi pericoli, di disastri alle porte, di precipizi, di burroni, per aggiungere subito dopo che grazie a lui tutto è stato evitato. Intanto quel disgraziatissimo spread che, imperante Berlusconi, andava su e giù quota cinquecento, col grande strepito mediatico di Annibale alle porte degli antiberlusconiani, con Monti si è stabilizzato ben oltre i cinquecento punti, accettato come cosa normale da non temere nella maniera più assoluta, quasi fosse temperatura di stagione.
Che Monti non fosse quel professore duro e puro che si è voluto accreditare si sospettava. Più volte chiamato da Berlusconi ad entrare nel suo governo e addirittura a presiedere un governo di centrodestra si è rifiutato. Per non portarla alla lunga, Monti è uno di centrosinistra, che sta bene attento a non contaminarsi. Il suo comportamento attuale è in linea col suo essere un professore certamente, ma di centrosinistra. La sua patria è sì l’Italia, ma l’Italia di centrosinistra. Nulla da dire, per carità; uno può essere di dove cazzo vuole. Ma non dica patria e basta, perché non è vero; la sua patria non è quella di chi crede veramente ad una patria senza aggettivazioni politiche. Avrebbe potuto salvare la patria forse meglio presiedendo un governo politico di centrodestra o misto tecnico-politico; ha preferito servire la sua patria di centrosinistra. Qualcosa ne ricaverà!
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Le misure adottate da questo governo – lo dicono tutti , anche gli stessi ministri – renderanno la vita difficile a molti italiani, ad altri la renderanno impossibile. La differenza tra un tecnico ed un politico sta nel fato che il tecnico neppure si accorge che ci sono italiani con grosse difficoltà o nell’impossibilità di vivere, mentre il politico lo sa. La reazione del Paese, dei cittadini che sono senza lavoro, che non hanno da mantenere la famiglia, che non hanno da assicurare un minimo di sopravvivenza ai propri figli, è scontata. E’ accaduto tante volte, per non saperlo. Un vecchio proverbio salentino dice “Scoppia a querra canina / quannu manca l’oju e lla farina”. Siamo molto vicini, atteso che olio e farina potrebbero diventare non metafora di estrema povertà, come si poteva concepire fino agli inizi del Novecento, ma concreta fisica condizione, di non avere il pane ed una croce di olio da metterci sopra. Le minacce, le bombe, le pallottole, le scritte sui muri contro Equitalia sono un’eloquente dichiarazione di guerra. Aumenteranno nel 2012 per un verso i furti, le rapine, i sequestri, le violenze; per un altro si ricorrerà ad ogni forma di azione delittuosa, compresa quella principe della stampa e della diffusione di soldi falsi, e non solo di soldi. Qui non si tratta di considerare buone o cattive le misure adottate dal governo, ma di considerarle alla luce delle risposte del Paese. Quanto effettivamente costerà questa crisi all’Italia, in termini non solo economici e finanziari, ma anche politici, morali, di ordine pubblico, di delinquenza e di criminalità?
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Alla luce di quanto stiamo vedendo, ossia in presenza di un vuoto politico abissale, un governo politico con qualche tecnico ai ministeri chiave, economici e sociali, avrebbe sicuramente risposto meglio alla circostanza. Non si capisce davvero che fa un prefetto al ministero degli interni, un generale al ministero della difesa, un avvocato al ministero di giustizia, un ambasciatore al ministero degli esteri; e si potrebbe continuare. Sospesa o non sospesa la democrazia – sarà il tempo a dirlo – di sicuro è stata sospesa la politica. I signori che occupano i suddetti ministeri, non facendo politica, come non la stanno facendo, sono costretti ad esercizi chiamiamoli tecnici. Potrebbero avere la bontà di dire agli italiani che cosa in realtà stanno facendo? Napolitano sarà stato bravo ad escogitare la trovata Monti più professori e tecnici, ma non ha considerato che sospendere la politica all’interno del paese è poco male, ma sospenderla anche all’esterno è esiziale. Tanto più in un momento in cui il Mediterraneo ribolle di problemi come non mai e l’Italia è al centro senza purtroppo saper dove andare o che fare. In situazioni simili stare al centro significa prendere schiaffi e scoppole da tutti.
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Ecco allora il Prodi che non t’aspetti. L’ex presidente del consiglio ed ex presidente della commissione europea non ha accolto con favore l’operazione Napolitano-Monti. Pur in uno stile stitico, con parole che escono dalla bocca come palloncini di chewing gum scoppiati, ha avanzato delle riserve. Intervistato sulla questione libica, domenica 1° gennaio su Rai Storia, ha detto delle cose davvero interessanti, che hanno dato l’idea più esatta di quello che è, un professore, ma anche un analista politico tanto perspicace quanto privilegiato. Partiamo dalla Libia, questione che s’intreccia con l’aggressione politica e finanziaria all’Italia. Ha detto che tutti nel mondo se la sono presa con l’Italia perché noi abbiamo sdoganato Gheddafi fin dal 2003. Si è assunto la responsabilità di essere stato lui il primo ad avviare lo sdoganamento, che a lui sembrava giusto. Poi, su quella scia, ha continuato Berlusconi. Ovviamente con uno stile diverso; più istituzionale e paludato quello di Prodi, più pacchiano e teatrale quello di Berlusconi. Ma la politica filolibica dei nostri governi era giusta e purtroppo ha destato l’invidia di tutti gli altri. Da Prodi abbiamo saputo finalmente chi ci spingeva e ci spinge per farci cadere nel burrone e perché. Ma ha detto anche altre cose assai importanti. Per esempio, che Gheddafi è stato aggredito dopo che ha rinunciato al nucleare; che probabilmente se non avesse rinunciato si sarebbero ben guardati dall’aggredirlo. Cosa – ha commentato Prodi – di estrema gravità, perché ora nessuno rinuncia più al nucleare sapendosi poi disarmato di fronte alle aggressioni degli altri, citando i casi specifici di Iran e Corea del Nord. Ad un dato punto è passato ad attaccare l’assenza dell’Italia dalla politica internazionale. Oggi l’Italia è completamente assente e non fa nulla per dare un contributo alla soluzione della questione libica dopo Gheddafi. “Possibile – si è chiesto – che noi dobbiamo trovare i soldi solo per fare la guerra?”. Già, che sta facendo ora l’Italia per la Libia? Prodi, non solo ha difeso la politica estera italiana che da sempre è attenta e sensibile ai problemi del Mediterraneo e alle questioni del Medio Oriente, ma ha denunciato l’attuale assenza dell’Italia in un momento così importante e delicato. Ecco, questo Prodi, con tutte le sue stitichezze, è preferibile al Monti guascone, che pensa di essere non già un Cincinnato ma un Marco Furio Camillo.