domenica 13 novembre 2011

Oppositori di Berlusconi: traditori o mosche cocchiere?

In un “Porta a Porta” di qualche anno fa, subito dopo le elezioni vinte da Berlusconi, credo nel 2001, il comunista Oliviero Diliberto, ministro della giustizia nel precedente governo di centrosinistra, disse che compito dell’opposizione era di far cadere il governo. A distanza di qualche anno, dico l’altro giorno, subito dopo le annunciate dimissioni di Berlusconi, il comunista Massimo D’Alema ha ripetuto pari pari la teoria dilibertiana. Rivoltosi alla maggioranza di centrodestra ha detto: “Cerchiamo di mandarvi a casa, è il compito naturale di un’opposizione” (Corriere della Sera del 9 novembre).
Primo, non ritengo un’offesa dare del comunista a qualcuno; secondo, i comunisti, in Italia, sono tra i politici più coerenti. Va dato loro atto. Personalmente non li amo, ma li stimo.
Tanto premesso, mi chiedo: è proprio democratico ritenere che il compito naturale di un’opposizione è di far cadere il governo e mandare a casa la maggioranza? Confesso di non capire molto di democraterie e dunque quanto prima chiederò al mio amico On. Giacinto Urso, democristiano, per sessant’anni a diversi livelli politici e amministrativi, se sia proprio questo il compito di un’opposizione democratica. Io arrischio, da incompetente di democrazia quale sono, una mia opinione. Compito di chi sta in maggioranza o all’opposizione è di operare per il bene del paese. Se pure è legittimo che ognuno cerchi anche – dico anche – di operare per il bene della propria parte politica, dovrebbe trovare un limite naturale nel non far danno al paese. Di più: riconosco che chi è all’opposizione, per il ruolo piuttosto scomodo e, per un malinteso senso della politica, penalizzante, possa spingersi oltre, rasentare la soglia del danno pubblico, ma mai varcarla. Arrecare danni al proprio paese non è ammissibile, neppure al più limpido dei democratici.
Chi fa di tutto, anche di bruciare il paese, pur di far cadere il governo, come dice Diliberto, o di mandare a casa la maggioranza, come dice D’Alema, allora non fa l’interesse del paese, ma della propria parte. Sarò fascista, ma io stabilirei precisi confini, oltre i quali sarebbe tradimento, con quel che ne seguirebbe.

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Da tre anni e mezzo circa le opposizioni non hanno fatto altro che dire che Berlusconi non faceva niente, a parte le leggi ad personam; che stava portando il paese al baratro; che doveva fare un passo indietro; che non era degno di fare il Presidente del Consiglio; che i suoi comportamenti erano incostituzionali; che un Presidente del Consiglio non poteva essere il più indagato del suo paese; che per colpa sua tutto il mondo ci rideva dietro; che l’aggravarsi della crisi economica era colpa sua perché i mercati non credevano nelle possibilità dell’Italia di riprendersi; che solo con la sua uscita di scena il paese avrebbe riacquistato fiducia e credibilità. Siamo stati anche noi fieri e duri critici di taluni comportamenti di Berlusconi, separando, però, il grano politico delle riforme, fatte o solo tentate, dal loglio dei comportamenti indecenti ancorché privati.
Ora l’opposizione è riuscita nel suo “compito naturale” e ha fatto cadere il governo, non con un voto di sfiducia parlamentare ma tramando coi poteri politici, economici e finanziari dell’Europa, mostrando il nostro paese come la sentina di tutti i mali, arrivando a dire ai nostri amici-hostes europei che Berlusconi non era credibile con le sue manovre economico-finanziarie. Un po’ come faceva il comico napoletano Massimo Troisi in una esilarante scenetta della “smorfia”, in cui un povero disgraziato chiedeva grazie a San Gennaro mentre chi gli stava accanto suggeriva al Santo di non dargli retta, perché quello era un ubriacone e sfaccendato.
Bene, sia come sia, Berlusconi si è dimesso. Chi scrive si riconosce politicamente, sia pure solo in parte, nella maggioranza di centrodestra, ma spera che ora tutto si risolva per il meglio e se potesse fare qualcosa lo farebbe per il bene del paese, perfino se governato da Diliberto e D’Alema. Se la casa brucia, occorre spegnere l’incendio; c’è sempre tempo per colpire chi l’ha appiccato. Forse questo diverso rapporto col proprio paese è un discrimine tra chi è di destra e chi di sinistra, non so se contemplato qualche anno fa da Norberto Bobbio o da altri che si appassionarono all’argomento.
Finora quel che si vede è solo una grande confusione, coi diversi protagonisti che danno calci come “cavalli malecarni”. Perfino il Presidente della Repubblica Napolitano è entrato a gamba tesa e, prima ancora che Berlusconi formalizzasse le dimissioni, ha nominato senatore a vita Mario Monti; e ha fatto capire, prima ancora delle liturgiche consultazioni, di volergli affidare anche il compito di formare il nuovo governo. Della serie “rispetto della Costituzione”, di cui in questi anni si è fatto uso e abuso!

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Molti si chiedono che cosa sia lo “spread”. Il significato del termine è diventato più introvabile della figurina del “feroce saladino” dei nostri nonni e bisnonni. A me, che pure non sono un esperto, sembra di aver capito che è la differenza tra il tasso d’interesse dei titoli di stato dell’Italia e quelli della Germania, posti, questi ultimi, come riferimento di valore. Che significa in parole povere? Che date due botteghe, l’Italia e la Germania, l’Italia, non godendo della fiducia dei mercati, è costretta a vendere la sua merce, che è la stessa della bottega tedesca, a condizioni più vantaggiose per il cliente speculatore e più svantaggiose per sé; ossia, se la bottega italiana vende pane deve dare un chilo e mezzo mentre la bottega tedesca ne dà un chilo. Fuori dalla metafora della bottega e del pane, l’Italia vende i suoi titoli ad un tasso di interesse maggiore di quelli della Germania, indebitandosi di conseguenza sempre di più. Postilla chiarificatrice: se il tasso d’interesse dei titoli tedeschi è del 2 % (per ogni cento euro di titoli te ne restituisco centoventi), quello dei titoli italiani, per incontrare compratori, deve essere del 3, 4, 5, 6, 7 % (per ogni cento euro te ne restituisco centotrenta…quaranta…cinquanta…), secondo l’andamento del mercato, che è influenzato da una serie di fattori, non esclusi quelli della crisi politica interna del paese Italia.
Se le cose stanno così, gran parte della colpa per l’aggravarsi della crisi economico-finanziaria dell’Italia è delle opposizioni, il cui “compito naturale”, secondo la dottrina Diliberto-D’Alema, è di bruciare la casa pur di far uscire l’inquilino.
Il governo in Italia è caduto per volere degli apparati economico-finanziari dell’Europa, governati dal duo Francia-Germania, a cui gli italiani delle opposizioni politiche hanno dato una mano. Decidano loro se sono stati decisivi. Se lo sono stati, sono dei traditori. Se non lo sono stati, sono delle mosche cocchiere. Per me, la prima che ho detto.

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La canea offerta ieri sera, 12 novembre, nei pressi di Palazzo Grazioli, poi del Quirinale e infine di Palazzo Chigi, da parte di una folla urlante contro Berlusconi, che andava a formalizzare le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica, spontanea o orchestrata che fosse, non è stata soltanto vergognosa, ma assai preoccupante. Epifanizza ancora una volta il modo di essere degli italiani, cialtroni e vigliacchi. Alcuni comportamenti ed alcune infelici espressioni pubbliche di Berlusconi probabilmente la legittimano pure, ma ancor più la legittimano espressioni come quelle di chi, come Bersani, ha parlato del 12 novembre 2011 come del giorno della Liberazione. L’avesse detto Di Pietro, che non brilla certo di conoscenze lessicali e di competenze linguistiche, si potrebbe anche passarci sopra; ma l’ha detto uno che se pure non sa da dove deriva “canea” sa che esiste un dizionario della lingua. Il De Mauro – cito uno che è politicamente vicino al Bersani – dice: “fig., moltitudine di persone schiamazzanti; lo schiamazzo stesso, cagnara; estens., il clamore di critiche aspre e malevole; la canea dei critici e dei giornalisti”. Sarà per questo che amo di più i gatti.

domenica 6 novembre 2011

Alcune cosette su Berlusconi e gli italiani

Prima: gestire la fine. Altre volte Berlusconi ha dato l’impressione di essere finito; poi si è rialzato alla grande, raggiungendo livelli di consenso incredibili. Pensiamo a quelli della seconda metà del 2008, quando lui stesso disse che lo imbarazzavano. Ma, oggi, a differenza delle precedenti volte, c’è un dato che lo inchioda veramente alla fine: il contesto. Mentre in precedenti situazioni la crisi era nella sua leadership, contestata, a livello nazionale, da un avversario che lo avrebbe battuto, sia pure di misura, due volte, Romano Prodi, oggi non è solo la sua leadership in crisi, interna al suo stesso schieramento e nel Paese, ma è in crisi il Paese nel quadro di un’altra crisi, assai più vasta, che è quella europea e mondiale. Per lui non c’è possibilità alcuna. Concordo col direttore del “Corriere della Sera” Ferruccio De Bortoli che la storia nei confronti di Berlusconi sarà meno ingenerosa della cronaca e sono perfino convinto che non tutto il male di cui soffre oggi il Paese sia da attribuire a lui; ma quando è necessario uscire di scena, anche se può esserlo definitivamente, di una sola cosa occorre preoccuparsi: gestire l’uscita per limitare i danni e per non perdere del tutto la dignità che la carica istituzionale ricoperta ti ha conferito. Se Berlusconi non lo ha capito, non gli torna d’onore.

Seconda: perdita di credibilità dell’Italia. E’ vero, l’Italia oggi è da ridere. Che lo abbia fatto il galletto francese Sarkozy è la prova provata. Un gesto irriguardoso trova sempre uno a compierlo, specialmente quando nasce da percezione condivisa. Ma chi ha reso ridicola l’Italia? Berlusconi, va bene; soprattutto coi suoi comportamenti, non solo privati, ma anche pubblici: dichiarazioni inopportune, a volte volgari; barzellette sguaiate; atteggiamenti goliardici; bugie vergognose e lesive delle istituzioni. Un insieme di comportamenti del tutto inopportuni per un Capo di Governo, che, lo sappia o non lo sappia, lo voglia o non lo voglia, rappresenta tutto un Paese anche quando è chiuso nel suo bagno. Ma non sono meno responsabili almeno altri quattro soggetti. Primo, la magistratura, che da vent’anni lo aggredisce con inchieste strumentali, fatte col solo fine di tenerlo in assedio e di sputtanarlo al cospetto del mondo, senza riuscire mai a condannarlo. Secondo, la stampa, che massicciamente, a parte quella berlusconiana, lo ha tenuto sotto pressione, delegittimandolo sistematicamente ed esponendolo al ludibrio nazionale ed internazionale. Altro che “metodo Boffo”; qui siamo in presenza di un’autentica crociata. Terzo, il mondo dello spettacolo, cinema teatro satira, che in genere riesce ad arrivare, attraverso quella che George Mosse chiama l’estetica della politica, opere che pensate per divertire lo spettatore veicolano meglio di altre messaggi politici penetranti, diffusivi e devastanti, al pubblico più vasto, così bombardato quotidianamente e ridotto ad una folla di replicanti con un’unica scheda in testa: liberarsi di Berlusconi a qualunque costo. Quarto, ultimo ma non ultimo, l’opposizione, la quale, nella più “bella” tradizione della sinistra italiana non esita a bruciare il Paese pur di colpire il nemico politico. Ha insistito col mantra del passo indietro per il bene del Paese; ma lei non ne ha fatto uno nemmeno a lato.

Terza: gli italiani sono razzisti di sé stessi. Berlusconi è il quarto Presidente del Consiglio italiano che finisce miseramente, in maniera incredibile in un Paese che si dice democratico e che pronuncia più la parola costituzione del vangelo. Dal 1978 ad oggi altri tre Presidenti del Consiglio sono finiti in un modo che dovrebbe far riflettere: Aldo Moro, trucidato dalle Brigate Rosse in circostanze mai del tutto chiarite; Bettino Craxi, morto nel gennaio del 2000 ad Hammamet in Tunisia, dopo sei anni di latitanza; Giulio Andreotti, condannato per mafia e salvato, non si sa quanto per “combine” politico-giudiziaria, dalla prescrizione. Ai tanti indignati per Berlusconi sembra cosa da niente questa? Sembra loro che quattro uomini politici del calibro dei su citati siano soltanto quattro casi singoli che nulla hanno a che fare col modo di essere del popolo italiano? Della sua democrazia? Che non abbiano influito per niente sulla perdita di credibilità internazionale dell’Italia? E’ vero, l’Italia è da ridere; ma è altrettanto vero che quando qualche politico italiano cerca di dimostrare il contrario, cerca di accreditare un’altra immagine, allora si scatena la solita sterminata canea degli aficionados dei Veltroni, dei Prodi, dei chierichetti della democrazia e della costituzione che nutrono per gli italiani, probabilmente senza saperlo, il più feroce e insieme nascosto razzismo. Sicché viva sempre ciò che fanno gli americani, i francesi, gli inglesi, gli altri insomma; ma se le stesse cose le fanno gli italiani, allora giù scherni, sberleffi e risate. Forza, indignati, il brodo è servito. Calatevi dentro, con tutti i vostri Grilli e Guzzanti!

Quarta: antiberlusconismo dello stomaco. C’è un dato dell’antiberlusconismo sul quale vale la pena di soffermarsi, ed è quello non specificamente riconducibile al cuore, ma allo stomaco. Non occorre avere molta perspicacia per accorgersi che gli alfieri e le masse dell’antiberlusconismo hanno trovato in questi anni una stessa sintonia, come forse mai prima. Capi, gregari e truppa hanno trovato nello stomaco il nutrimento del cuore. Ancor più dei comunisti, variamente denominati nelle loro sigle, tutti meritevoli di autentico rispetto, perché coerenti – gli unici in Italia insieme ai radicali! – i più esagitati contro Berlusconi e berlusconiani sono stati gli ex democristiani, che per cinquant’anni hanno mangiato saccheggiando le finanze dello Stato. In genere impiegati pubblici, che il posto di lavoro lo hanno ottenuto grazie alla loro militanza politica, alla loro appartenenza famigliare, alla loro amicizia con chi per arte sottile ha imparato a commettere ogni sorta di illegalità senza mai lasciare traccia di nulla. Falsi invalidi, pensionati grazie alla raccomandazione di questo o quel sottosegretario. Falsi braccianti agricoli, che, con la complicità dei sindacati, percepivano indebitamente benefici di disoccupazione, di assistenza e di contributi per la pensione. Ladri e ladroni super specializzati a forzare qualsiasi piccola o grande cassaforte lavorativa e impiegatizia pubblica. Ci sono interi apparati comunali, provinciali e regionali in ogni parte del Mezzogiorno d’Italia che appartengono quasi per intero alla stessa clientela politica. Questa gente, con l’avvento di Berlusconi, non ha fatto la fame, perché già era nella cambusa da qualche anno, ma ha avvertito il pericolo dell’interruzione di un flusso che sembrava non dovesse finire mai. In questi anni si sono preoccupati dei figli e dei nipoti. Si può dire tutto il male che si vuole dell’era Berlusconi, ma non si può dire che tramite l’onorevole Tizio o il senatore Caio si era ottenuto o si poteva ottenere un impiego, si poteva vincere un concorso. Forse non è stato tutto merito del berlusconismo, probabilmente i tempi erano mutati, i partiti-agenzie d’impiego non c’erano più; i rapporti eletti-elettori si erano sfilacciati se non proprio interrotti, ma è un dato di fatto che l’era del collocamento per appartenenza politica era finita o comunque non era più un fenomeno. Il debito pubblico italiano, oggi del 120 % del Pil, affonda le sue radici nei radiosi anni del saccheggio democristiano e socialista. Forse questi “volontari della corte” dell’antiberlusconismo sperano di tornare a strafogare a sbafo. Forse, perché la mente e il cuore possono aver perso la memoria, ma lo stomaco no.

Quinta: si recuperi un minimo di cordialità! La fine di Berlusconi in assoluto non è un danno e non è un bene per l’Italia. Punti di vista, naturalmente. Chi si pone il problema del dopo ha ragione di avere qualche preoccupazione. Ma c’è oggi più della metà degli italiani che non pensano a niente, pensano solo alla fine di Berlusconi. Non vogliono neppure pensare a quel che accadrà dopo la sua uscita di scena, e non perché ritengano che qualsiasi cosa sia migliore, ma perché nella loro “memoria” intellettiva non c’è posto per altro. La gran parte di essi ha vissuto il periodo berlusconiano con la convinzione che Berlusconi era un concentrato di porcherie e che altrettante porcherie erano i suoi sostenitori, i suoi elettori, ossia l’altra metà degli italiani. Mai, come in questi ultimi vent’anni circa gli italiani si sono ritrovati così lacerati, visceralmente contrapposti. Mai la democrazia italiana è stata così screditata da chi pure la sostiene e si riempie la bocca, oltre che essersi riempito lo stomaco a suo tempo, con essa. Si ha ragione, perciò, di pensare che la fine di Berlusconi porti un minimo di serenità nei rapporti sociali, consenta un riavvicinamento dei cittadini, uno stare insieme senza ingiuriarsi e minacciarsi. Se così non fosse allora vorrà dire che Moro o Andreotti, Craxi o Berlusconi, gli italiani hanno bisogno di scannarsi, per atavico vizio di essere sempre contro un “tiranno”, vero o percepito, non ha importanza.

domenica 30 ottobre 2011

Renzi, un etrusco in Italia

L’Italia è davvero combinata male. Da diversi anni ormai manca un uomo politico nello schieramento progressista o democratico che dir si voglia di statura davvero nazionale e internazionale. L’ultimo è stato Romano Prodi. Dopo di lui sono caduti tutti, uno dopo l’altro, in singolar tenzone con Silvio Berlusconi, sia come corsa al governo sia come corsa alla leadership politica dell’opposizione. Mi riferisco a Rutelli, a Veltroni, a Franceschini, a Bersani. Si cerca spasmodicamente l’uomo da portare ai vertici del Paese. Un po’ si guarda al governatore della Puglia Nichi Vendola o al presidente della provincia romana Zingaretti, un po’ a qualche sindaco di città importanti, come Chiamparino, ex di Torino; o Renzi, sindaco di Firenze o forse a Pisapia, sindaco di Milano. Comunque sia, è già significativo che si spera in un “provinciale” o in un sindaco per governare l’Italia. Che sarebbe, se il paragone non fosse eccessivamente liquidatorio, che un capomastro si mettesse a progettare un grande edificio al posto di un ingegnere o di un architetto. Ma tant’è. La morte dei partiti e delle ideologie, salutata come la grande svolta dell’incipiente secolo e millennio, ha liquidato la scuola dei politici; e allora, in mancanza di uomini di grandi competenze e capacità, usciti da una scuola, dotati di saperi, di teorie e di esperienze, si prende quel che si trova in bottega o sul cantiere.
Ora Matteo Renzi, sindaco di Firenze, come si diceva, ed ex presidente della provincia fiorentina, ha carisma, è linguacciuto, si è fatto avanti a suon di ingiurie e di irriverenze. In buona sostanza è uno che la politica non la intende come luogo di incontro ma di scontro. E’ il rottamatore di fatto e di eccellenza. E’ un garzone di bottega, un manovale di cantiere, presuntuoso e spregiudicato. Il che non significa che non possa riuscire nei suoi intenti – in Italia ne abbiamo viste di peggio – ma se tanto accadrà lo si dovrà alla mancanza di uomini politici veri.
Sabato, 29 ottobre, ha riunito a Firenze, alla stazione Leopolda, nome di richiamo asburgico, tutti coloro che come lui e con lui vogliono dare una spallata ai vecchi del centrosinistra. Basta con Bersani, con D’Alema, con Veltroni, con Franceschini, con la Bindi; basta con tutti quei signori responsabili a suo dire del disastro che hanno combinato. A chi gli chiede se si candida lui alla competizione per Palazzo Chigi, risponde che non la persona si candida ma le idee. E le idee quali sono? Non ci sono, lascia intendere, dato che non le dice. Allora sarebbe lui! Un raggiretto, degno di una novella del Boccaccio.
A lume di naso – naso di uno che la politica l’ha studiata nei secoli e vissuta nell’era della partitocrazia – Renzi è una patacca, buona soltanto a creare confusione ed ulteriori divisioni nello schieramento di appartenenza. E’ un etrusco, creativo, dotato di intelligenza e spregiudicatezza; ma non ha la stoffa del politico di caratura nazionale.
L’Etruria, in buona sostanza l’attuale Toscana, aveva già raggiunto una grande civiltà quando Roma era un nucleo di pastori e di masnadieri. Come mai, allora, fu conquistata e sottomessa dai romani? Semplice, perché era divisa in tante realtà locali; dunque una disorganizzazione politica, facile preda di un popolo più piccolo e meno progredito, ma forte e compatto. I toscani, eredi degli etruschi, sono rimasti in buona sostanza così come erano i loro padri, sono dei contradaioli. Non si esaltano nell’unire e nell’aggregare forze e realtà diverse, ma a disunire e a disgregare anche realtà compatte. Gente da palio, politicamente parlando!
Fuori da riferimenti letterari e suggestivi, la politica, intesa come scontro ad excludendum, poveri contro ricchi, femmine contro maschi, giovani contro anziani, e via continuando, secondo una schema tipicamente classista e marxista, è una non politica. La società è fatta di condizioni varie, la politica deve garantire mobilità e rotazione a tutti, possibilità di difendere la propria condizione o di cambiarla. E’ la società aperta, di cui parla Karl Popper.
Non ha senso alcuno ipotizzare una situazione in cui solo perché uno ha trenta o quarant’anni ha diritti e capacità che chi ne ha cinquanta o sessanta non ha. Una organizzazione politica simile è chiusa e ricorda la “Fattoria degli animali” di George Orwell, che sappiamo tutti come andò a finire.
E allora perché Renzi sembra godere di tanto credito, soprattutto mediatico? Perché a sinistra non sanno a che santo rivolgersi. A destra, invece, – vedi Giuliano Ferrara (Radio Londra di sabato, 29 ottobre) – sono interessati perché sperano che Renzi disgreghi ancor più il centrosinistra. Il che faciliterebbe al centrodestra un’altra vittoria.
L’etrusco, superiore in creatività e forte della sua età, finirà per essere messo sotto da chi ha più esperienza e senso della realtà. Nihil novi.

domenica 23 ottobre 2011

Il Terzo Polo, l'ultimo barocco leccese

Il Terzo Polo è partito sabato, 22 ottobre. E’ partito da Lecce, forse perché la capitale del Salento è anche l’inizio geografico dell’Italia o forse perché è una città simbolo. Ma i suoi protagonisti da tempo erano in giro.
A vederli ora qua ed ora là, i Fini e i Casini, che fino a qualche tempo fa sembravano gli eredi di Berlusconi alla guida del centrodestra politico e governativo, sembrano dei fantasmi. Appaiono nei loro contorni sfumati, parlano non si sa a chi. Aggiunti a Rutelli sommano sì e no un due-tre per cento di voti. No, non abbaiano alla luna, come si dice di chi parla alto e forte ma a nessun interlocutore. No no, sono proprio dei fantasmi, anime dannate che vagolano in cerca della loro sepoltura. Sono dei Palinuri, dallo sfortunato eroe virgiliano.
Prendiamo Fini, il più sfrangiato e il più spregiudicato. La sua è una posizione obbligata. Nel centrodestra, con Berlusconi o senza, non c’è più posto per lui. Ne ha fatte tante e a tante corde urtato che bisognerebbe proprio una perdita collettiva di memoria nel centrodestra per accoglierlo come un figliol prodigo. Ma nel centrosinistra non ha un ruolo, anzi ne ha uno, quello di destabilizzare lo schieramento. Lui non avrebbe problemi, pur di riciclarsi, di stare insieme a Di Pietro o a Vendola, ai comunisti e perfino ai grillini, se questi, per assurdo, rinsavissero ed entrassero organicamente in uno schieramento antiberlusconiano. Ma questi lo accetterebbero? Per fare insieme, che cosa? Il Fini è finito. Quello che era sembrato a tutti il delfino designato di Berlusconi non ha avuto pazienza di aspettare il suo turno. Pensava davvero di essere il cofondatore del PdL. Tutti nell’ex Msi ed ex An si erano resi conto che le cose erano cambiate; l’unico a non accorgersi di nulla era lui, che si sentiva perciò un leader di partito, quando ormai il partito era un altro, e non era il suo. Si è vestito di democratico, ma chi si veste di qualcosa che non è non fa molta strada e si rivela. Uno che azzera un intero direttivo nazionale perché alcuni suoi membri si erano permessi di muovergli delle osservazioni può essere un democratico? Uno che gira in modo truffaldino e maldestro una casa che era stata donata al partito “per la causa” da un’anziana aristocratica può essere considerato un democratico? Che dico? Un onesto? Certo, qualche interessata simpatia l’ha destata in chi pur di eliminare Berlusconi sarebbe capace di suicidarsi per autoantropofagia incominciando dai piedi.
E Casini? E’ rimasto lì, in mezzo alle danze, con la spazzola in mano, senza possibilità alcuna di trovar modo di far coppia. Lui il bipartitismo non lo vuole. Ne ha diritto. Ma che vuole? Il ritorno al consociativismo della prima repubblica? La sua naturale posizione è tra i moderati del centrodestra, ma lui non vuole più che lo schieramento venga guidato da Berlusconi e poi è in conflitto con la Lega per via del federalismo. Sperare che l’epoca del bipartitismo passasse ci sta purché ci si rendesse conto che chi vive troppo di speranze si colloca mentalmente nel futuro e non sa gestire il presente. Casini avrebbe dovuto, anche lui, avere pazienza, cavalcare in bipartitismo stando nel centrodestra e lavorare, non solo sperare che passasse ‘a nuttata, per dirla con l’abusato Eduardo. Invece no, sta lì a testimoniare quello che non c’è più, quello che non c’è ancora, che probabilmente non ci sarà nei prossimi anni. Casini non è finito, ma difficilmente avrà un inizio.
Il discorso su Rutelli sarebbe un di più a qualsiasi analisi politica, sul presente o in prospettiva. Semplicemente Rutelli è un riempitivo, dovunque si trovi o vada a trovarsi. Con uno come lui non si perde tempo. Il buon Dante direbbe: non ti curar di lui, ma guarda e passa.
Lombardo, leader dell’Mpa, Governatore della Sicilia, il quarto del Terzo Polo, non si capisce cosa c’entri in uno schieramento in cui, stante Casini contrario ad ogni tipo di federalismo o localismo, persegue finalità decisamente nazionali. Non si può essere contro la Lega del Nord e poi stare con una sorta di Lega del Sud, quale il movimento di Lombardo in buona sostanza è.
Il Terzo Polo ha scelto Lecce - come si diceva - per battezzarsi. Scelta migliore non poteva fare. Un miscuglio di uomini e di cose, diverse e contrastanti, sa di effimero. di vacuo, di barocco, forse ancora di più delle facciate delle chiese leccesi, delle colonne tortili e degli altari. Forse è stata scelta la capitale del Salento come location per via del suo attuale appeal turistico. Ma, come spesso accade, la scelta rivela una inevitabile attrazione e ne diventa il simbolo.

venerdì 21 ottobre 2011

Onore al combattente Gheddafi!

Gheddafi è stato catturato e ucciso a Sirte, suo ultimo rifugio e campo di battaglia. E’ morto come aveva promesso di morire: da martire. Fino all’ultimo, da autentico combattente, ha infuso ai suoi la certezza della vittoria, come fa un vero capo islamico. Non avrebbe mai chiesto ai suoi di morire solo per la bella morte, nella certezza della sconfitta, o per il dovere fine a se stesso. Bella morte e senso del dovere sono valori occidentali, di ragione, estranei al mondo arabo fatto di fede e di fanatismo. Le Termopili non sono cose da deserto.
Nei suoi 42 anni di potere non è stato un uomo moderato, bensì un esaltato, un terrorista e un assassino. Più che un dittatore è stato un tiranno, a volte buffonesco e grottesco, ridicolo e irritante, è apparso cialtrone e pidocchioso travestito da ricco, nella migliore delle immagini la spalla di un clown in un circo equestre. Ma era un membro dell’Onu, ascoltato più volte nel Palazzo di Vetro. E lì non si è mai presentato in giacca e cravatta. 
Ha inferto all’Italia più di un’umiliazione e tante provocazioni. Ad altri paesi ha fatto cose anche più gravi. Non era amato da nessuno, ma non c’è stato leader internazionale che non lo abbia ricevuto con tutti gli onori e che non lo abbia lusingato per concludere affari economici. A noi ne ha fatto concludere molti e molto proficui. L’Italia era il primo partner commerciale della Libia. Ciò che non era tollerato dai soliti francesi, ravvivati nella loro grandeur dall’ennesimo immigrato: Sarkozy come Napoleone, un po’ più ridicolo. Nutriva odio e amore nei nostri confronti. Sapeva – perché non era fesso – che l’Italia in Libia aveva fatto cose buone e che il nostro colonialismo non era stato di rapina come gli altri.
Il suo sogno era di farsi capo di un continente per secoli al guinzaglio del potere occidentale, recuperarlo alla dignità dopo secoli di servaggio. Aveva consapevolezza di questo suo ruolo, forse smisurato e utopico; ma sapeva anche nella sua megalomania che non aveva un altro percorso se voleva restare nella storia come uno che aveva tentato qualcosa di originale e di grandioso. Non si è africani per caso!
Quando Agnelli ebbe bisogno di danaro, lui acquistò il 10 % della Fiat e successivamente entrò anche nella società della Juventus, di cui era tifoso. Forse aveva il complesso della sponda opposta. Ma era africano! 
Non passerà alla storia in termini complessivamente positivi, ma chi davanti allo scempio della sua persona e del suo cadavere ha gioito e non ha saputo avere nemmeno una parola di pietosa comprensione e di riprovazione per le offese arrecategli, ha dimostrato di valere meno, ma molto meno di lui. Nella grande parata di ovvietà e nullità politiche internazionali, forse il miglior commento è stato quello di Berlusconi: sic transit gloria mundi. La formula che si usa alla morte di un papa. In quelle parole c’è tutto il pensiero e il sentimento di un uomo pragmatico come indubbiamente Berlusconi è: il rispetto dell’uomo, paragonato ad un papa, ossia ad un grande; la consapevolezza che tutto sulla terra è effimero e caduco; l’amarezza per le conclusioni dolorose della vita; il dispiacere per un amico sfortunato e segnato.
Nel 1969, quando cacciò gli italiani dalla Libia, gli avrei fatto guerra o comunque gli avrei dato una lezione; non avrei mai consentito che mancasse di rispetto all’Italia con le sue provocazioni e le sue ridicole prove di ostentata arroganza quando a passeggio per Roma esibiva la foto del padre fucilato dagli italiani nella guerra di Libia nel 1911. Ma ora, davanti alla sua fine non ingloriosa, in necrologio, da italiano non immemore, ritengo di dover dire: onore al combattente Gheddafi!    

domenica 16 ottobre 2011

Se Berlusconi fosse un uomo eccezionale...

Ancora una volta Berlusconi ce l’ha fatta. Venerdì, 14 ottobre, ha ottenuto la fiducia dalla Camera (316 voti). Il Presidente della Repubblica ha fatto sapere con una lettera ai capigruppo della maggioranza e delle opposizioni che dopo la bocciatura del 1° articolo del rendiconto finanziario dello Stato, casus belli, il governo non era dovuto a dimettersi e che il passaggio della fiducia era un atto dovuto, con l’ammonizione, in cauda, di non esagerare coi voti di fiducia.
E le opposizioni? Che cosa non hanno fatto! Hanno prima inscenato la farsa, già tragicamente fallita nel 1924 dell’Aventino, ma allora la situazione era di gran lunga più seria, essendo stato rapito e ucciso Giacomo Matteotti, il leader di un partito politico, e al governo c’era uno che si chiamava Benito Mussolini; poi hanno cercato di far mancare il numero legale in aula per invalidare il voto, roba da consiglio comunale di un paese al di sotto dei 5.000 abitanti, non riuscendovi perché i deputati radicali, che pure fanno parte del Pd, e quelli della Südtiroler Volkspartei, in aula invece sono rimasti; infine si sono abbandonati ad esternazioni da gente frustrata, impotente ed incapace di pensare una strategia seria e propositiva. Per fortuna ci hanno risparmiato il mantra del “passo indietro”.
Berlusconi è politicamente malconcio, ma è ancora in piedi. Se si votasse, invece, per sfiduciare le opposizioni, cadrebbero uno dopo l’altro come birilli, i Bersani, i Di Pietro, i Casini, i Fini, i Rutelli, i Franceschini, la Bindi e via processionando. Sono l’uno contro l’altro. A parte il comune odio per Berlusconi, non sono d’accordo su nulla. Non riescono nemmeno a mettere in essere un piano boicottatorio perché non sono credibili non solo nelle finalità ma neppure nelle modalità. Uscire dall’aula è stato un affronto all’istituzione parlamentare, finalizzandolo poi alla caduta del governo si è rivelato opera da dilettanti allo sbaraglio. Ma non parliamo di questi re travicelli, che arrivano sempre “con molto fracasso”, magari raccogliendo anche più di un milione di firme; “Le teste di legno – diceva il Giusti – fan sempre del chiasso”. Ce l’ho con loro perché si gloriano di mostrare al mondo le nostre porcherie per trarre un vantaggio politico, poco curandosi degli interessi generali del Paese.
Purtroppo la fiducia a Berlusconi non è esattamente la medicina giusta di cui ha bisogno oggi l’Italia, forse è la meno peggio. Il Paese oggi ha bisogno di recuperare un’immagine di salute, voglioso di aggredire con entusiasmo i problemi interni ed esterni, che sono tanti. Ma non è solo questione di problemi economici e sociali, di declassamenti da parte di discutibili agenzie finanziarie.
L’Italia ha perduto in questi anni qualcosa di più serio, ha perduto la faccia di Paese politicamente educato, di Paese per bene, “povero ma bello”. Berlusconi è stato l’ultimo leader politico che ha fatto parlare di sé per imprese non edificanti, che ha mischiato nelle sue faccende private aspetti pubblici con coinvolgimenti istituzionali. Ineducato e improvvido, perché sapeva di essere nel mirino. Lui stesso non ha fatto altro che lamentarsi in questi anni per le attenzioni che ha ricevuto dalla magistratura e per l’opposizione selvaggia dei suoi avversari politici. I suoi comportamenti sono stati devastanti per tutti. La magistratura, nella sua folle battaglia giudiziaria, senza mai approdare a nulla di concreto, ha dato al mondo un’immagine di partigianeria e di inefficienza. Mentre gli avversari hanno pensato di trarre qualche vantaggio dall’indignazione degli stranieri, ai quali si sono rivolti esagerando l’inadeguatezza e le sconcezze di Berlusconi. Risultato: Berlusconi è sempre lì, mentre il Paese è sfigurato per Berlusconi che si comporta come un sovrano orientale, per la gente che lo segue in ruolo servile, per la magistratura che lo persegue senza ottenere nulla, per l’opposizione che lo insegue senza riuscire ad acciuffarlo.
La situazione che si è venuta a creare ora è assai peggiore, perché anche il fronte interno berlusconiano che sembrava granitico incomincia a cedere. Quello che è accaduto con la bocciatura del 1° articolo del rendiconto finanziario non è stato un incidente tecnico, è stato voluto. E’ innegabile che all’interno del PdL c’è una pattuglia di ex democristiani che “non è rimasta insensibile al grido di dolore” del Cardinale Bagnasco. I Pisanu, gli Scaiola, i Formigoni hanno aggiunto ai loro vecchi malumori la benedizione della chiesa, che, come ognuno sa, non è un buon viatico.
Se fossi Berlusconi – dicevo ad un amico – dopo il voto di fiducia andrei da Napolitano e rassegnerei le dimissioni per non dover cedere ai ricatti di tanta gentucola. Uscirei alla grande, dopo l’ennesima vittoria parlamentare. Ma che dici? Mi ha risposto quello, convinto, rischierebbe di essere arrestato. Probabilmente ha ragione l’amico. E difatti tra le tante esternazioni dei suoi avversari ce n’è una particolarmente significativa, quella di Di Pietro, il quale ha detto: questa fiducia serve solo a Berlusconi per le sue vicende giudiziarie.
A maggior ragione, allora, mi viene di pensare che se Berlusconi fosse stato un uomo eccezionale sarebbe andato a dimettersi. Ma Berlusconi, evidentemente, è uomo di eccessi, di sommatorie, di accumulazioni; è incapace di compiere un gesto eccezionale. Magari, dove para para!

domenica 9 ottobre 2011

Berlusconi è alla fine ma è il più in salute di tutti

Le cronache politiche italiane di questi ultimi tempi ci hanno detto e ci dicono tre cose. Prima, Berlusconi non sta bene, politicamente s’intende, sarebbe finito, all’interno del suo partito gli stanno preparando l’exit strategy (Scajola e Pisanu, i risentitos). Seconda, le opposizioni riunite, ma non unite, non costituiscono un’alternativa, non solo perché non hanno i numeri ma neppure le idee, o per lo meno, ne hanno tante, così diverse, da non farne una attendibile (i pannacciaros). Terza, la situazione di stallo rende l’Italia non credibile all’estero, di qui i continui declassamenti del nostro debito pubblico. Cui puntuale segue il commento del governo: ce l’aspettavamo.
In un simile scenario ognuno ha ragione, si riempie la bocca di richiami etici, ha una serie di ricette. Peccato che tutti questi signori, non avendo potere di decidere alcunché, aumentano la confusione e aggravano la crisi.
Di recente, per il fatidico “passo indietro” di Berlusconi, abbiamo sentito aggiungersi ai Bersani, ai Di Pietro, ai Vendola, ai Casini e alla storica “persecuzione giudiziaria”, la Chiesa (Bagnasco), la Confindustria (Marcegaglia), la stampa (ad eccezione di quella berlusconiana), singoli imprenditori (Della Valle), i sindacati (Camusso), e perfino l’ineffabile presidente della camera (Fini), il Tersite della situazione. Nessuno di essi, però, si azzarda a suggerire il nome di chi dovrebbe fare l’altrettanto fatidico “passo avanti”. La verità è che tra di loro non si possono ciecare. Nessuno è contento di nessuno: Bersani, D’Alema, Veltroni, Parisi e via discorrendo sono l’uno contro l’altro “disarmati”. Ecco allora che spuntano i Renzi, gli Zingaretti, i Chiamparino, nomi di ambito locale che i mass media hanno reso di statura nazionale. Insomma, all’assediato Berlusconi corrisponde la confusione totale degli assedianti.
Gli italiani, i cittadini intendo, i governati, avvertono sempre più che nel nostro ordinamento politico manca la figura di uno che in congiunture simili si assuma la responsabilità di fare una mossa risolutiva. Il Presidente Napolitano è in attesa. Dice: finché un governo ha una maggioranza parlamentare, il presidente della repubblica non può fare nulla. Non fa una piega. Sembra, però, che voglia dire: create le condizioni ed io intervengo. Perché è di tutta evidenza che Napolitano non sta con Berlusconi. Se la situazione parlamentare dovesse cambiare nel senso che il governo dovesse essere sfiduciato, si apre un nuovo scenario. Napolitano, costituzione legale alla mano ma col cassino pronto a cancellare dalla lavagna dieci anni di costituzione reale, si attiva per le consultazioni e per l’eventuale incarico a qualcuno per un governo, che può essere battezzato come tecnico, di unità nazionale, preparatorio delle elezioni con una nuova legge elettorale. Sarebbe possibile un simile governo? Se non fosse possibile si andrebbe al voto anticipato con una legge elettorale, detta Porcellum, prima da tutti voluta e poi da tutti ripudiata. E che credibilità avrebbero le camere uscite da una consultazione elettorale bacata alle radici? Si tornerebbe alla sarabanda precedente, ovvero alla guerriglia parlamentare e politica. Insomma o mangi la minestra Berlusconi o ti butti dalla finestra!
Ora, sarà pure vero che all’interno dello schieramento di centrodestra aumentano i malumori e le tentazioni frondiste; sarà pure vero che Berlusconi per le sue stravaganze private, per i suoi interessi economici, che lo hanno portato ad intrecciare le sue cose con quelle dello Stato, è ormai avviato alla fine, ma è altrettanto vero che al momento, pur con tutti i mali di cui soffre, è il più in salute di tutti. Le sue dichiarazioni che non ci sono alternative al suo governo, che continuerà a governare fino al 2013, naturale scadenza della legislatura, che all’interno del suo partito non c’è alcun dissenso, sono più credibili delle dichiarazioni dei suoi avversari. E lo sono proprio perché lui parla di cose concrete, in essere, mentre gli altri di cose virtuali, in divenire. I suoi comportamenti, come il festeggiare con Putin, in Russia, il compleanno dell’amico, o buttare la provocazione del “partito della gnocca” rafforzano l’immagine di un uomo che ormai, senza remora alcuna, vuol passare alla storia come uno che ha avuto tutto nel modo come lo ha voluto, contro l’universo mondo di criticoni e perbenisti.