domenica 24 aprile 2011

Spataro tra Cascini e Lassini

Le ultime sparate nell’ormai furibonda lotta tribale fra magistrati e politici sono, e per temporalità e per antiteticità, quasi un botta e risposta, quelle di Giuseppe Cascini, segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, e di Roberto Lassini, candidato a Milano in una lista a sostegno del sindaco uscente Letizia Moratti. Gravissima l’una, gravissima l’altra. La grammatica non consente di andare oltre il grado assoluto. Il magistrato ha detto che questo governo [Berlusconi] non ha la legittimità politica e morale per fare alcuna riforma della giustizia. Il candidato milanese del centrodestra ha invece fatto affiggere dei manifesti con su scritto “Via la BR dalle procure”.
Ritenendoli entrambi meritevoli di una severa punizione e non avendo l’opportunità per farlo che ad uno soltanto, punirei il magistrato. Non perché ritenga più grave quello che ha detto lui, ma perché ritengo lui ben più importante. Chi è quel Lassini? Un poveraccio, che gioca al rialzo propagandistico per essere eletto consigliere comunale. Nessuno gli ha dato in consegna qualcosa da custodire e tutelare. Il magistrato, invece, ha tradito la consegna ricevuta ed ha inquinato uno dei beni più importanti su cui si fonda lo Stato: la giustizia, ossia la difesa e l’applicazione della legge.
Nessuno dei due è stato punito, ma contro Lassini si è scatenato l’universo mondo delle opposizioni, politiche, mediatiche e giuridico-corporative.
Dicono che in Italia ci sono magistrati che fanno bene il loro dovere e magistrati che invece non lo fanno. Quale il criterio per distinguere gli uni dagli altri? Il silenzio degli uni, che si comportano come i fanti sul Piave il 24 maggio, “tacere bisognava e andare avanti”; o il rumore degli altri, che fanno comizi come Ingroia o rilasciano dichiarazioni al fulmicotone come Cascini? Non lo sapremo. Sta di fatto che finora nessun magistrato, che farebbe bene il suo dovere, ha espresso una minima critica ad un suo collega che invece il suo dovere non lo farebbe bene.
Questa impossibilità a saperlo emerge ancor più quando fior di rappresentanti del mondo del giornalismo e della cultura si confrontano. Che ci sia contrasto assoluto tra due politici di opposti schieramenti lo si può capire; ma che persista anche e in maniera ancor più marcata fra uomini che dovrebbero, invece, ragionare liberamente, senz’altro interesse che la ricerca della verità, è cosa davvero incredibile. Ma tant’è! In Italia ormai le persone libere si contano sulle dita di una mano e nei loro confronti si applica il monito di Brenno.
Come si fa a non riconoscere che la magistratura è andata abbondantemente fuori del suo seminato e che la politica, da parte sua, sta cercando di sfrattarla perfino dal suo campo? L’antiberlusconismo rende ciechi quanto il filoberlusconismo. Ma la crisi dei rapporti tra magistratura e politica non è dell’era berlusconiana, è precedente e perciò andrebbe analizzata, nella prospettiva di una soluzione per il bene del Paese, fuori da ogni condizionamento berlusconiano.
Recentemente ho letto il libro di uno dei più famosi pubblici ministeri d’Italia, Armando Spataro, che è uno che difende il diritto di sussidiarietà della magistratura sul terreno politico e sociale. Il libro è “Ne valeva la pena. Storie di terrorismi e mafie, di segreti di Stato e di giustizia offesa” (Editori Laterza 2010). Parlerò di questo libro in altra sede. Per ora mi limito a dire che ad un certo punto l’autore ricorda che nel gennaio del 1979, a corpo del giudice assassinato da un commando di “Prima Linea” Emilio Alessandrini ancora caldo, i giudici della Procura di Milano emisero un documento, in cui, dopo aver affermato “la volontà di impegnarsi ancor più nei loro compiti «al servizio della comunità e della democrazia» facevano tre accuse pesantissime, che con l’esercizio giudiziario avevano ben poco a che fare, almeno nella visione classica della suddivisione dei poteri. “La devastazione dell’immagine stessa della legalità – si legge nel documento – derivante dal sommarsi di deficit di direzione politica del Paese, di interessi corporativi, dell’impunità concessa ai gruppi clientelari che hanno strumentalizzato al loro servizio i pubblici poteri e le risorse collettive. Questa degenerazione del sistema ha indotto un perverso meccanismo di avversione verso tutto ciò che è pubblico ed un conseguente isolamento delle istituzioni. Anche di qui la genesi di una illegalità diffusa ed un terreno fertile per il terrorismo […]. Nella generale crisi istituzionale, i magistrati, caricati di sempre maggiori compiti di intervento nella società, ma privi di adeguate possibilità di azione, vengono offerti dalle inadempienze del potere politico come controparte a masse di emarginati nelle situazioni di conflitto più esasperate”. Queste le accuse: prima, il potere politico è degenerato; seconda, la degenerazione ha prodotto l’avversione ad ogni istituzione pubblica tralignata in terrorismo; terza, i terroristi non sono altro che degli emarginati che se la prendono coi magistrati offerti dal potere politico come controparte.
Sarà la deformazione professionale che mi porto dentro, ma da una immediata analisi del testo si evince che già nel 1979, a quindici dalla scesa in campo di Silvio Berlusconi, la magistratura italiana è in rotta di collisione con la politica. Non è qui il caso per dire se aveva torto o ragione, se la si doveva comprendere o meno, data la circostanza, umanamente forte dell’assassinio di un altro magistrato, ma appare di tutta evidenza che le categorie concettuali espresse in quel documento finiscono per giustificare il terrorismo e sembrano quasi uscite dalla penna di estremisti di sinistra in toga. All’epoca era capo del governo Andreotti, che si sarebbe dimesso pochi giorni dopo per costituire di lì a poco il suo quinto governo con socialdemocratici e repubblicani.
Certo il livello di scontro tra magistratura e politica da quando è in campo Berlusconi è salito di livello. Non si fraintenda, non mi riferisco alla qualità del livello, ma all’accresciuta sua degenerazione. Ma non si può in alcun modo far finta di non considerare che in Italia ormai la lotta fra le istituzioni ha assunto forme golpiste, sia per i comportamenti dei magistrati sia per i comportamenti dei politici. Non è un caso e neppure un’imbecillità, come si è voluto farla passare, che uno studioso della caratura di Alberto Asor Rosa proponesse una soluzione esplicitamente antidemocratica ed antiparlamentare; e che Massimo D’Alema, agitando alla Camera la Costituzione, invocasse lo scioglimento delle Camere nonostante in esse ci sia una maggioranza politica che sostiene il governo.
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domenica 17 aprile 2011

Cambiare i libri di storia o la storia?

Recentemente esponenti politici, anche qualificati, del centrodestra sono tornati alla carica coi libri di storia, in particolare i manuali scolastici, che, a loro dire, sarebbero di sinistra e veicolerebbero propaganda contro la destra. Una propaganda tanto più efficace quanto più rivolta a giovani e spesso integrata da insegnanti di sinistra.
A me sembra un problema serio posto però in modo sbagliato. Anzitutto distinguerei il racconto storiografico dalle problematiche politiche e sociali attuali. Occorrerebbe mettere un limite al racconto storiografico, oltre il quale non è più storia ma attualità politica. Ma si può? Le case editrici, d’accordo con gli autori, specialmente in questi ultimi vent’anni, hanno voluto, invece, allungare il racconto storiografico “fino ai giorni nostri”, formula per legittimare incursioni nel dibattito politico attuale. Il vero problema è questo. E non mi sembra un gran problema. 
Quando si insiste sugli storici di sinistra o sui manuali scolastici di sinistra si abbaia alla luna. Non si può negare che con la sconfitta dei regimi totalitari, spesso degenerazioni dei governi liberali e borghesi dell’Ottocento, si è imposto nel mondo un indirizzo per così dire latamente di sinistra, recepito dal racconto storiografico. Simile racconto ha in sé dei messaggi educativi, tendenti a non far ripetere ai popoli e agli individui le stesse esperienze che caratterizzarono la prima metà del Novecento e furono sconfitte con la Seconda Guerra Mondiale. Sentiamo spesso elevare il valore della memoria ad impedimento a non commettere certi errori del passato, nella formula umanistica di historia magistra vitae. C’è una mobilitazione in questo senso, degna, in verità, di qualsiasi regime politico che voglia difendersi e perpetuarsi.
Contro un simile indirizzo storiografico non si può fare nulla. Non i libri, infatti, si tratterebbe di cambiare, ma la storia stessa; la qual cosa è assurda oltre che impossibile. Semmai dovrebbero essere gli insegnanti ad educare le giovani menti all’esercizio critico. Cosa che non accade, che anzi accade al contrario, perché la gran parte degli insegnanti di storia, essendo di sinistra, si appiattiscono su quello che racconta il libro ed anzi utilizzano i fatti dell’attualità per stabilire improbabili rapporti con gli eventi del passato. La domanda di attualizzare il racconto storiografico fino ai giorni nostri viene proprio da docenti militanti. In questo senso manuali ed insegnanti trasformano la disciplina della conoscenza storica in indottrinamento vero e proprio.
L’obiezione che ci sono anche insegnanti di destra è debole, perché, a parte che ce ne sono pochi, perché la stagione dell’uva non è la stessa del grano, voglio dire che se nella prima metà del Novecento erano di più quelli di destra, nella seconda metà sono diventati di più quelli di sinistra, quei pochi che ci sono devono stare attenti perché le leggi dello Stato in materia di fascismo, nazismo, razzismo, shoah e quant’altro, impediscono libertà di critica. Anche qui, benché in democrazia, sono stati predisposti strumenti giuridici di difesa né più né meno di qualsiasi altro regime politico.
Si dice: ci sono autori di storia che sconfinano nella politica. Questo è vero. “Guida alla storia” di Giardina-Sabbatucci-Vidotto, per esempio, della Laterza, spiega Berlusconi come uno che lega la sua popolarità “ai suoi successi di imprenditore fattosi da sé e sull’appoggio esplicito e implicito delle sue reti televisive”, al fatto di essere proprietario del Milan, “la società di calcio più forte del momento”, e subdolamente illustra la pagina con un Silvio Berlusconi che guarda Silvio Berlusconi mentre si rivede in uno spot televisivo. Tecniche di propaganda pura. “Codice storia” di De Luna-Meriggi-Tarpino (Paravia) insiste sul fatto che Forza Italia è il “partito istantaneo…costruito con stupefacente rapidità da Silvio Berlusconi, proprietario della Fininvest (il più grande gruppo editoriale e televisivo italiano)”, che nel 1994 ben 50 parlamentari berlusconiani vengono da Publitalia “l’azienda del gruppo Berlusconi che gestiva le entrate pubblicitarie”. Non sono che degli esempi. Non tutti, evidentemente, nascondono la propaganda nelle informazioni. “I giorni e le idee” di Feltri-Bertazzoni-Neri (SEI), pur allungando il racconto ai giorni nostri, si limita ad un’esposizione assolutamente asettica e lineare, in cui il lettore non trova nulla né di compiacente né di irritante.
Qui non si tratta di verificare se le notizie fornite dal manuale sono vere o false. Sono vere, ma selezionate, impaginate e proposte in modo strumentale. Su questo non c’è dubbio alcuno. Bisogna sempre diffidare delle ovvietà, delle apparenti inutilità. La domanda che occorre porsi, infatti, è perché uno strumento di studio, com’è un libro di testo scolastico, fa una cosa superflua, aggiungendosi ai tenta media che quotidianamente forniscono le stesse informazioni attingendole dal dibattito politico. La risposta è che attraverso un libro scolastico si amplia l’area di diffusione di certe argomentazioni politiche e nello stesso tempo si conferisce crisma di verità alle stesse.
E’ questo che il centrodestra contesta. Ma che cosa si può fare a parte il rumore, che già di per sé pone il problema? Nulla, perché non si può imporre né agli autori né alle case editrici né agli insegnanti limiti e modalità di trattazione della disciplina. Agli autori si può far capire che la storia non può essere ridotta ad ancilla ecclesiae, quale ne sia la natura. Agli insegnanti si può solo, o da parte degli studenti o da parte delle famiglie, chiedere che stiano attenti a non scegliere manuali a rischio, che in classe non si producano in discorsi propagandistici per non turbare la serenità del processo educativo e il rapporto di fiducia che hanno con gli studenti, che evitino di creare incidenti che vanno a nocumento della scuola. Per il resto le cose non possono andare che così. Ieri c’erano i manuali di Pietro Silva e di Gioacchino Volpe, oggi quelli dei Giardina e dei Camera-Fabietti. I signori del centrodestra fanno prima a cambiare la storia, come del resto hanno già iniziato a fare. E tra qualche anno saranno gli altri a lamentarsi.
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domenica 10 aprile 2011

L'Italia e la democrazia dissociata

Il partito delle elezioni anticipate si allarga come una macchia d’olio su una pezza unta e bisunta. Ma è l’opzione di chi non riesce ad immaginare una soluzione pur che sia di fronte allo spettacolo miserabile che offre oggi la politica in Italia. E’ come una sorta di panico, che contagia; che nessuno, però, cerca almeno di spiegare, non tanto per sapere da dove venga, quanto per avere qualche idea chiara su dove porti.
A che servirebbe votare oggi? Qui non si tratta di cercare la risposta giusta come nel gioco dei pacchi. E’ rimasto l’ultimo da aprire, sicuramente contiene la soluzione. Apriamolo! Qui si sa perfettamente che la risposta elettorale – lo dicono i sondaggi – sarebbe un nulla di fatto, che aggraverebbe la situazione. Le elezioni anticipate oggi sono solo una chance per l’opposizione, ossessionata da Berlusconi. L’opposizione, ovviamente allargata a tutte quelle frange istituzionali, economiche, politiche e sociali, a servizio permanente effettivo contro il Caimano. Neppure l’assedio afroeuropeo all’Italia impietosisce questi salvatori di una patria immaginaria, la loro; ed anzi godono nel vedere aggredita da tutte le parti la patria reale, quella dell’odiata maggioranza berlusconiana. Nella più bella tradizione italiana, purtroppo!
Non ci sono interessi comuni. Non c’è una patria comune. Non ci sono leggi comuni. Non c’è neppure un vocabolario comune, dato che ogni parola assume un significato diverso a seconda se detta dagli uni o dagli altri. Quel che conta è infliggere un danno all’odiato nemico. Si fa finta di ignorare che la nostra democrazia è davvero singolare. Da noi maggioranza e opposizione non dirigono il Paese, ognuna dalla posizione che gli elettori hanno loro assegnato. Ma l’una vince e tenta di governare, mentre l’altra fa di tutto per non farla governare, per far cadere il governo. La nostra è una democrazia dissociata.
Ora, nella rissa che si è venuta a determinare in questi ultimi tempi, il Presidente della Repubblica, dall’alto del suo colle, minaccia di sciogliere le camere – e come può? Ha forse una Costituzione di riserva? – se i rissanti non la smettono di offrire lo spettacolo indecoroso in Parlamento e nelle piazze.
Sarebbe, invece, questo il momento per il Presidente della Repubblica di colmare un vuoto, di dire una parola che non considerasse tutti nel buio dell’Ecclesiaste, perché oggi più che mai occorre distinguere per il bene del Paese. Napolitano dovrebbe capire che il problema prioritario del Paese va oltre l’utile di questa o di quella parte politica. Dovrebbe avere il coraggio di indicare un’uscita di sicurezza in una direzione pur contraria ai suoi personali convincimenti politici. E’ stato ed è un uomo di sinistra. Chi lo nega o lo tace è un ipocrita. Per il bene del Paese dovrebbe spingere, perché la situazione oggi questo richiede, verso una soluzione favorevole alla destra. Aver vinto le elezioni non è un fatto da poco in democrazia! Napolitano dovrebbe prenderne atto fino in fondo.
Lo vedono tutti che la Camera dei Deputati è una bolgia perché c’è un Presidente che da più di un anno non svolge più il suo compito nell’imparzialità istituzionale. E se pure lo facesse – e non lo fa, essendo un capo di partito – è recepito come di parte e dunque è causa di continui disordini. Si dice che l’ordinamento non prevede nulla in merito e che nessuno può mandar via un presidente che non è più super partes. Ma si può accettare una democrazia che non ha i più elementari anticorpi? Se c’è un vuoto – e c’è! – perché chi in questo momento è al di sopra degli altri non si assume l’iniziativa di colmarlo per far tornare un minimo di calma parlamentare e politica?
Risposta: perché, così facendo, ossia inducendo Fini a lasciare la Presidenza della Camera, motivo di guerriglia parlamentare, favorirebbe Berlusconi. E tutti sappiamo che Napolitano non è certo amico politico di Berlusconi.
Ma ha forse altre carte in mano il Presidente Napolitano? Non ne ha. E se pure avesse quella, del tutto improbabile, perché nelle due camere il governo ha la maggioranza dei voti, delle elezioni anticipate, sarebbe un favore del tutto inutile alla parte politica che si ostina a non riconoscere a chi ha vinto le elezioni il diritto di governare il Paese. La guerriglia si riproporrebbe all'indomani del voto.
Si dirà: ma c’è un governo che non fa nulla se non leggi ad personam per evitare che Berlusconi venga condannato. Sorvoliamo sul fatto che il governo non faccia nulla. Lo si può dire di tutti i governi in qualsiasi momento del loro operato. E’ uno slogan-cimarra, si gonfia e si sgonfia da sé, lasciandosi dietro un sibilo. Importante, invece, è la questione della riforma della giustizia, che si vuole ad ogni costo impedire.
Bene, per la giustizia, ci sono validissimi motivi per una degna ed opportuna riforma, ci sono le condizioni per farla. Lo hanno sempre detto tutti, a destra e a sinistra. Ma l’opposizione, oggi, immemore di quello che ha sempre detto, la vuole impedire perché la riforma in taluni suoi passaggi favorisce in questo momento il Premier. Che sia così è indiscutibile. In effetti la questione del processo breve o la prescrizione abbreviata per gli incensurati, di per sé buone ed opportune novità, oggi favoriscono Berlusconi. Ma è sufficiente questo, per impedire la riforma, per sacrificare gli interessi del Paese, per scatenare la guerriglia in aula, mobilitare le piazze? E’ un atteggiamento, questo, assai più politicamente criminoso di quello della maggioranza, tanto più che come è indiscutibile l’utile immediato per Berlusconi altrettanto indiscutibile è che si vuole abbattere Berlusconi attraverso la via giudiziaria. Tutti, da una parte e dall’altra, fingono di giocare a carte coperte quando sanno perfettamente le carte che hanno in mano gli altri.
La battaglia che maggioranza e opposizioni stanno ingaggiando sulla questione giustizia è qualcosa di sporco nella forma e di estremamente grave nella sostanza, danneggia il Paese nel suo insieme e i singoli cittadini. Ma, mentre il governo, pur con tutti i suoi calcoli pro-Berlusconi, la riforma la vuole fare, le opposizioni ad altro non sono interessate che a far cadere il governo, del tutto aliene dai problemi veri della gente. Che essa, poi, dimostri sempre più sfiducia nei confronti delle istituzioni, come dicono i sondaggi, posto che siano attendibili, non deve ringalluzzire nessuno, ma deve impensierire tutti, perché, in ultima analisi, democrazia o non democrazia, chi comanda è il popolo.

domenica 3 aprile 2011

Mantovano, la parola data e le dimissioni

Le dimissioni da Sottosegretario all’Interno da parte di Alfredo Mantovano, ex Msi ed ex An, nonché esponente di primo piano di Alleanza Cattolica, sono state salutate da parte delle sinistre riunite, come tutto ciò che in qualche modo va contro Berlusconi e il governo, con commenti positivi. Sicuramente Mantovano non aveva bisogno delle unzioni morali degli avversari, false quanto le proverbiali promesse cretesi. La sua storia basta e avanza. E dico anch’io che la parola data da un uomo d’onore, quale un Sottosegretario è o dovrebbe essere, quale Alfredo Mantovano è, va rispettata. Tuttavia io non gli dico: bravo, così si fa!
Mi spiego. L’errore di Mantovano non è nelle sue dimissioni. Nella situazione in cui si era cacciato le dimissioni erano inevitabili. E gli auguro di avere in tempi futuri, non molto lontani, ricadute da questo suo gesto non solo di aumentato prestigio ma anche di più prestigiose cariche pubbliche.
Il suo errore sta nell’aver dato la sua parola che nella tendopoli di Manduria non sarebbero arrivati altri migranti oltre quelli che erano già arrivati.
Mantovano doveva sapere che l’Italia, in seguito alla crisi libica, è in una situazione disastrosa, imprevedibile, dagli esiti più vari. Il suo governo ha la gravissima colpa di non aver saputo evitare la crisi o di non averla gestita in modo che le conseguenze più nefaste ricadessero sull’Italia. Ed è paradossale che proprio un governo, in cui forte è la componente della destra più tradizionale, la destra missina e nazionalista, si sia comportato come il più pavido governo democristiano di stampo doroteo. Per giunta, il governo Berlusconi, per le note vicende giudiziarie, è ancor più impelagato in situazioni che definire inestricabili è come parlare per eufemismi.
Mantovano lo sapeva e lo sa meglio di altri. Ma, quando la situazione è grave, compromettersi in promesse di difficile mantenimento, o si pecca di ingenuità o si vuole imboccare la via dell’uscita, che nel nostro caso equivale alla diserzione. Mi dispiace dirlo: ma il gesto di Mantovano non può spiegarsi che in un contesto di diffuso malcontento e di comportamenti isterici, che serpeggiano ed esplodono negli ambienti della destra, nella consapevolezza diffusa ormai tra i suoi rappresentanti che i più genuini portati politici ed ideologici risultano negati o vanificati da fumose modernità. Il nazionalismo, inteso come rispetto della nazione e dei suoi interessi, va sapientemente adeguato ai tempi, non rinnegato.
Perché Mantovano non doveva promettere nulla, ma doveva limitarsi a fare opera di convincimento e di aggiustamenti in itinere, come poi in buona sostanza è accaduto con le fughe, consentite o meno, dei migranti dalla tendopoli? Perché lui sa che l’Italia non è la Germania o l’Austria e neppure la Svizzera. In quei paesi non si sarebbe mai permesso che un’invasione simile di stranieri si verificasse. Non a caso Berlusconi ha parlato di tsunami. L’Italia, e non solo per condizioni fisiche, si è trovata investita da questo tsunami umano come il Giappone da quello naturale.
In una situazione d’emergenza sono emerse tutte le approssimazioni e le improvvisazioni, tutti i difetti e tutti i possibilismi del nostro essere italiani. Siamo come la Torre di Pisa, bella e interessante perché pendente; fosse diritta, come una guglia gotica, varrebbe poco.
Noi non faremo mai come i francesi, che respingono i migranti; e non lo facciamo vuoi per indole umanitaria vuoi per una sorta di complesso che abbiamo nei confronti degli altri. Di fronte alla patente violazione da parte francese degli accordi di Schengen sulla libera circolazione dei cittadini in Europa, nessun ministro o politico italiano, neppure delle opposizioni, dove ci sono i sedicenti depositari di tutte le virtù umane e politiche, ha alzato la voce per una condanna. Gli italiani, in genere, alzano tanto la voce tra di loro che quando la devono alzare contro stranieri l’hanno già persa.
Quanto allo spettacolo, davvero miserabile, offerto dall’Italia a Lampedusa, c’è solo da dire anche qui: è il “bello” dell’Italia! Non si può pretendere di diventare asburgici dall’oggi al domani, da borbonici e savoiardi che siamo stati. E, guarda caso, che proprio dal Lombardo-Veneto asburgico, oggi leghista, vengono le proposte più serie e più dure.
Il governo – avrebbe riconosciuto Mantovano, buon ultimo dopo i fli-fli di Fini – è troppo schiacciato sulle posizioni della Lega. Ma è questa una colpa? Io direi che oggi, al netto dei calcoli berlusconiani di tenersi buoni i leghisti, chi veramente ha un’idea di destra, dovrebbe fare come la Lega. Niente migranti in Lombardia? Allora, niente migranti in Puglia, in Campania, in Calabria, in Sicilia. Allora il governo si troverebbe schiacciato non sulle posizioni della Lega ma della Nazione.
Il gesto di Mantovano, perciò, nobile nella forma, è insignificante nella sostanza politica, mentre priva il governo di un’importante figura di uomo perbene. E questo è un danno, che avrebbe fatto meglio ad evitare al governo e al paese!
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domenica 27 marzo 2011

Libia: è tempo che l'Italia curi i suoi interessi

Siamo ancora in piena crisi libica e già esplode la Siria. Decine di morti in quel paese, ammazzati dalle forze dell’ordine – dicono – nel corso di pacifiche dimostrazioni, secondo una formula mediatica collaudata.
Che faremo, invieremo i cacciabombardieri, scateneremo anche lì una pioggia di missili? E’ incredibile quanto sta accadendo. E’ un impazzimento generale; e il presidente degli Stati Uniti d’America, che dovrebbe essere il più responsabile perché il più forte, appare un dilettante allo sbaraglio. Dice che stiamo vincendo; e non si rende conto che se si riferisce all’aspetto politico dimostra di non capire nulla di quel che accadrà di qui a chissà quanto tempo ancora, se, invece, si riferisce all’aspetto militare, quanto meno dovrebbe essere meno maramaldesco. Qualcuno gli spieghi chi fu Maramaldo.
La Siria allargherà ancora l’incendio, finirà per lambire l’Iran. Allora saranno cazzi amari per tutti. Per ora, a parte i dissidi europei, tra Italia e Francia soprattutto, il mondo che conta, più Russia e Cina, pur con qualche riserva, sta tutto da una parte. Ma queste vicende iniziano in un modo, per finire in un altro.
Per sessantacinque anni ci hanno indicato in Hitler il mostro che mai più avremmo dovuto permettere che comparisse sulla terra, ci hanno riempito il calendario gregoriano di giornate della pace, della shoà, della legalità; ed ora vediamo questi signori gareggiare a chi spara prima e di più, a chi più nega i principi inviolabili della sovranità di uno stato. Né si vergognano di accampare ragioni risibili come la difesa di cittadini inermi massacrati dai loro tiranni e l’aiuto a tutti i popoli di darsi la democrazia. Sarà che ormai le povere vittime, a prescindere, sono sempre quelli che manifestano, anche con la violenza, sta di fatto che uno Stato sovrano non può più, secondo la dottrina Obama-Sarkozy, difendere l’ordine e le istituzioni al suo interno. Se dovesse rafforzarsi una simile dottrina, devono stare attenti tutti nel mondo. Appena c’è un movimento di piazza, il governo non solo si deve dimettere, ma deve andare a costituirsi nelle mani di Obama o di Sarkozy. Ne inventino un’altra.
Coi tiranni che oggi vogliono abbattere i signori di Washington e di Londra, di Parigi e di Roma, hanno mantenuto rapporti di ogni tipo per decine e decine di anni. Se sono tiranni oggi, lo erano anche prima. Vergogna, avete mantenuto rapporti e fatto affari con dei tiranni!
Quanto alla democrazia è giusto che sia una conquista di popolo e non un regalo di stranieri, i quali hanno sempre avuto e continuano ad avere interessi nei loro interventi. Nessuno – dice un vecchio adagio popolare – fa niente per niente.
In verità il loro è un giuoco vergognosamente scoperto. Se pure non sono stati e non sono loro a fomentare direttamente i disordini, che poi hanno portato e portano agli scontri violenti e alla guerra civile, è certo che hanno soffiato e continuano a soffiare sul fuoco. Essi bombardano una parte, la presunta cattiva, e armano l’altra, la presunta buona. Bene ha fatto la Germania a sfilarsi da una grottesca e infame messinscena.
Che abbiamo noi italiani da guadagnare da tutto il disastro che sta accadendo a cento chilometri dai nostri confini? Nulla, assolutamente nulla. Invece i danni già si palesano biblici. Centinaia di migliaia di fuggiaschi – stime del segretario generali dell’Onu Ban Ki-moon – si stanno riversando sulle nostre coste. Sono esuli? Fuggono dalla guerra? Cercano – come dicono – la libertà? Vengono, invece, dalla Tunisia, liberata dal tiranno; vengono dall’Egitto, liberato dal tiranno, vengono dalla Libia che si sta liberando dal tiranno. No, questa è gente che viene in Italia col semplice lasciapassare di ciò che non è verificabile, vengono in un mondo alla rovescia, dove tutto è lecito, l’esatto contrario del loro. Hanno già creato, e non siamo ancora al punto più critico, una serie di problemi, non solo d’immagine.
Troppo tardi il governo si è accorto di essere stato frettoloso ad unirsi agli altri compari di merenda. Avrebbe dovuto dire fin dall'inizio che la Libia non si tocca, perché questo era nei nostri interessi. E’ riuscito ad ottenere un piccolo successo diplomatico, facendo assegnare alla Nato la guida della missione contro la Libia; ma in buona sostanza ognuno fa quel che vuole. Le opposizioni – vero cancro della politica italiana – quando non fanno la più idiota critica a Berlusconi, si mettono a tifare per gli altri, a fare gli anglofili e i francofili, secondo antico vizio di considerare gli altri migliori di noi e nella solita filosofia italiana del tanto peggio tanto meglio. Fino a ieri i Bersani, i Casini, i Di Pietro si preoccupavano della disoccupazione giovanile, dei bassi salari, della cassa integrazione, di Marchionne che minacciava di portare la Fiat fuori, della crisi finanziaria dalla quale stentiamo ad uscire, oggi invece non fanno che dire: avanti, avanti, tunisini, egiziani, algerini, marocchini, libici, c’è posto per tutti; non date retta a Maroni o a Tremonti, a quegli avaracci ed egoisti. D’Alema: un paese ricco come l’Italia deve dare asilo a quei disperati! Suggerisca anche come, se ne è capace.
Ora è chiaro che l’Italia rischia davvero di ritrovarsi in un mare di guai. E’ tardi per uscirsene, ma non è tardi per incominciare ad agire e impuntarsi nell’esclusivo interesse del nostro Paese. Si trovino pure le pezze che si vuole per nasconderlo. In questo non siamo mai stati inferiori a nessuno; ma è urgente dare una risposta dura a chi ci sta coinvolgendo in un’avventura che può essere fatale; e non solo per noi.
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domenica 20 marzo 2011

La "festa" alla Libia la dovevamo fare noi

Cento anni fa decidemmo di conquistare la Libia, strappandola alla Turchia. Giolitti, restio a fare guerre, pur si convinse che la conquista libica era inevitabile per gli interessi italiani e cedette alle pressioni della destra colonialista. Non fu un’impresa facile per via degli interessi che avevano nella zona francesi, inglesi, tedeschi, russi e perfino americani, come ricorda lo stesso Giolitti nelle sue memorie. Quest’anno avremmo dovuto celebrare il centenario di quell’impresa, che fece dire al mite Giovanni Pascoli: la grande proletaria si è mossa. Mussolini, invece, prima fece espellere dal partito socialista i sostenitori di quella guerra, e poi con Pietro Nenni diede inizio ad una serie di manifestazioni contro la partenza dei militari, facendosi arrestare.
Non l’avremmo festeggiato il centenario libico, per non irritare l’amico Gheddafi e poi perché ormai noi italiani ci siamo convinti che siamo per la guerra solo se la chiamiamo pace. E l’impresa libica non fu certamente di pace.
Con la Libia avremmo dovuto sistemare la faccenda nel 1970, quando il dittatore libico, appena un anno dopo la conquista del potere, confiscò tutti i beni ai 20.000 italiani ancora lì residenti e poi espulse i nostri connazionali dal paese, elevando il 7 ottobre di ogni anno a festa nazionale, giorno della vendetta, contro gli italiani. Allora ci mettemmo la coda fra le gambe. Oltre tutto ci conveniva per via del petrolio. Non erano più tempi di orgoglio o dignità nazionali. Il tricolore godeva di insulti proletari, nascosto sotto un’enorme tovaglia rossa con su falce e martello del partito comunista. Il tricolore allora lo esibivano i liberali, che stavano tra il due e il tre per cento, e i missini nella loro fiammella, che oscillava tra il cinque e il sei per cento. Quale Italia avrebbe potuto far pagare a Gheddafi la sua guapperia? Lasciamo stare.
Da allora tutti i governi italiani hanno fatto a gara a tenersi buono il dittatore libico, venendo meno anche al buon gusto, fino al baciamano di Berlusconi, incontinente in tutto, e alle carnevalate indecorose di Gheddafi a Roma. Ingiurie che non possono mai valere tutte le ricchezze del mondo. E’ la nemesi storica: una volta per le vie di Roma sfilavano i capi stranieri vinti e incatenati dietro il carro di trionfo e in tempi più recenti si cantava: contro giuda e contro l’oro. Pazienza!
Ma, mentre noi siamo veramente convinti che la democrazia, la pace, la libertà sono valori che vengono prima di ogni altra cosa – ma quando finiamo di scontarli i nostri peccati? – così non la pensano gli altri, i soliti americani, inglesi e francesi, che ora hanno messo le mani sulla Libia. Sempre in nome – per carità! – di democrazia, libertà e pace.
Ragioniamo come insegnava Hegel. Tesi: un popolo oppresso si ribella spontaneamente e lotta per la libertà contro un tiranno che ricorre alle armi per difendere il suo potere e annientare il suo popolo, reprimendo nel sangue migliaia di rivoltosi; il che fa intervenire l’esercito della salvezza. Antitesi: potenze straniere interessate provocano disordini in un paese sovrano, facendo scattare la reazione del suo legittimo governo, la cui reazione innesca l’intervento delle su riferite potenze straniere che intervengono come esercito della salvezza. Come stanno le cose? Comunque stiano, l’Italia, che in ogni faccenda libica dovrebbe stare in prima linea, lo è stata per un secolo, sia pure in diversità di metodiche, ora si trova relegata in quinta linea, dietro la Francia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti d’America e il Canada. Abbiamo salutato come un successo nazionale il fatto che il centro delle operazioni militari contro Gheddafi è a Napoli; mentre si continua a dire che l’Italia è in campo. La propaganda non si smentisce, qualche volta si scopre e lascia vedere la brutta realtà.
I rapporti dell’Italia con la Libia erano ottimi, al netto di cafonate e pagliacciate. Gas e petrolio libici per una serie di nostre esportazioni costituivano uno dei fattori più sicuri per la nostra economia. Il trattato di amicizia italo-libico faceva dell’Italia il partner privilegiato della Libia. Dopo questa crisi i nostri rapporti con quel paese non potranno essere come prima. Ci vedremo scavalcati da Francia e Inghilterra. Tornano i nostri nemici storici, oggi camuffati da amici sotto spoglie europee, ma non per questo meno famelici, infidi ed aggressivi.
Il governo italiano aveva davanti a sé una strada obbligata, porsi come mediatore con Gheddafi. Ma poteva farlo? Fin dal primo momento hanno alzato la voce gli altri: Gheddafi se ne deve andare. Lo ha fatto il mite Obama, lo ha fatto il complessato Sarkozy, lo ha fatto il solito predatore inglese, questa volta nelle vesti di Cameron, escludendo fin dal principio qualsiasi tentativo di intervento. Ovviamente Obama, che era in difficoltà di consensi nel suo paese, dalla vicenda libica guadagnerà punti in vista delle prossime presidenziali americane. Sarkozy e Cameron avranno dalla vicenda libica una parte di primo piano.
Purtroppo Berlusconi, azzoppato com'è, non aveva l’autorevolezza per opporsi ai partner europei e della Nato con un diverso punto di vista dell’Italia. In questa circostanza la sua debolezza morale si è rivelata di fondamentale importanza strategica. Un Presidente del Consiglio meno bersagliato all’interno e meno chiacchierato all’esterno avrebbe potuto chiedere agli alleati almeno un tentativo di mediazione.
Ma non potendolo fare, allora avrebbe dovuto agire da politico abile e spregiudicato e mettersi davanti a tutti nell’attaccare Gheddafi. Invece lui, dopo tanta ostentata amicizia col dittatore di Tripoli, non se l'è sentita; e la guerra alla Libia la sta vivendo come un suo dramma personale. Purtroppo per l’Italia sarà peggio.
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domenica 13 marzo 2011

Loredana Capone: se la gentilezza si trasforma in prepotenza

Mi scuserà la Vice-presidente della Regione Puglia, Loredana Capone, se può sembrare un attacco ad personam. Non lo è. Tutto nasce da qualcosa. Anche le leggi e le denunce giornalistiche hanno bisogno di un dato concreto, di cronaca, per andare evidentemente oltre. Lei, in questo caso, offre lo spunto; ma al di là dell’episodio c’è il fenomeno. E al fenomeno qui si punta, come a bersaglio grosso.
Il fatto. Venerdì sera, 11 marzo, si era al Castello di Copertino per un convegno di studi per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, dal titolo “Risorgimento oscurato. Il contributo del Salento all’unificazione nazionale”, organizzato dalla Società di Storia Patria per la Puglia. Sezione di Lecce. Ben otto interventi in calendario, oltre ai convenevoli. Raccomandazione preliminare del Presidente della sessione Prof. Giancarlo Vallone ai relatori di stare nei tempi per rispetto reciproco e del pubblico. La grande aula del Castello oltre tutto era freddissima, inopportuna alla salute dei conferenzieri e della gente, peraltro non numerosa, ma ad hoc per assaggiare i morsi delle torture ambientali, cui furono sottoposti tanti martiri del Risorgimento incatenati nelle galere di vecchi castelli. Il pensiero andava al Duca di Cavallino, Sigismondo Castromediano, che di quei soggiorni ne provò diversi stando per più di dieci anni nelle borboniche galere e del quale si sarebbe parlato quella sera in ben due interventi.
Fra coloro che avrebbero dovuto porgere un saluto inaugurale, anche il Presidente della Regione Puglia, che però non venne. Si era al terzo intervento, quello della Prof.ssa Maria Sofia Corciulo della “Sapienza” di Roma, quando arrivò la Vice-presidente della Regione Loredana Capone. Con molta cortesia la Prof.ssa Corciulo si interruppe e le offrì la parola; ma con altrettanta eleganza la Capone disse che avrebbe aspettato che la professoressa finisse.
Così avvenne, ma le buone maniere della donna politica, versione femminile dell’uomo politico, evidentemente si erano esaurite nelle atmosfere del cinquecentesco maniero dei Granai Castriota, se prese la parola per un saluto e se la tenne per mezz’ora per un comizio, profondendosi in questioni che niente avevano a che fare con l’argomento in epigrafe. Femminismo, fasonismo, fotovoltaico, nucleare, in chiaro stile politico-polemico. Ora mezz’ora di tempo, per cose che in quella sede erano come i proverbiali cavoli a merenda, è un tempo lunghissimo. Per capire, ad ognuno degli otto conferenzieri erano stati riservati venti minuti, che, dopo l’intervento della Capone, si ridussero a quindici, da considerare peraltro come la statistica del Trilussa, dato che i primi interventi erano durati il doppio, ossia quaranta minuti ed oltre ciascuno.
Con straordinario aplomb il Prof. Vallone lasciò che la Capone finisse l’intervento, che commentò perfino con un flash di cortesia. Ovviamente la Capone salutò e se n’andò.
Ora lo dico con la massima sincerità – non avrei difficoltà a dire il contrario, dato che coi politici in genere non sono tenero e tutti mi riconoscono una discreta dose di coerenza – il comportamento della Capone non è ascrivibile a deliberata prepotenza o ancor peggio a personale volontà prevaricatrice. Ma il fatto in sé resta grave. Ed è grave perché anche una persona cortese e a modo, come è la signora Capone, diventa prepotente e prevaricante nel momento in cui agisce da uomo politico, pardon, da donna politica, come se la politica fosse il commutatore delle azioni degli uomini, una specie di trasformatore da alta a bassa tensione.
E’ un malcostume diffuso. I politici hanno invaso le televisioni, hanno invaso i giornali. Lo hanno fatto per la vocazione al servilismo dei titolari dei massmedia o forse per il bisogno di appoggi per finanziamenti e concessioni. Il risultato non cambia. Il tutto va a scapito di commentatori ed opinionisti, che sono i veri intermediari delle esigenze del pubblico. Così hanno trasformato il luogo della politica in uno spazio di corte, dove i domini sono loro, deputati e senatori, consiglieri ed assessori. La gente se vuole esprimere le proprie opinioni lo deve fare in piazza, in manifestazioni, che, per le loro caratteristiche, si trasformano in spettacoli, in cui non c’è spazio per la discussione e il confronto.
Se ora i politici invadono anche gli spazi della cultura, allora diventa necessario e urgente che si prenda qualche provvedimento. In extrema ratio si potrebbe anche non invitarli affatto. E’ evidente che questo segnerebbe una frattura tra le varie istituzioni, dato che oggi gli uomini di cultura non sono i chierici vaganti del Medioevo, sono in genere integrati nelle istituzioni dello Stato, che per un buon funzionamento devono operare in sinergia. Frattura, perciò, da scongiurare.
Ma è altrettanto necessario che la cultura recuperi un suo spazio, dove la politica non arrivi a condizionare, perché di lì la cultura può lanciare sia alle istituzioni che alla società valori e principi sui quali da sempre ha messo le basi la civiltà.
Mi pare davvero sconveniente che in un periodo in cui i corporativismi – e tra questi, due veramente enormi, quello della politica e quello della giustizia, in lotta di reciproca sopraffazione – occupano spazi sempre più ampi, a volte con la violenza degli tsunami, gli uomini di cultura, cui è affidato da sempre il ruolo di testimoni e di fustigatori dei cattivi costumi, si adeguino invece ai tempi e ai modi, senza nulla dire e senza nulla fare. Non si tratta di essere corporativisti tra corporativismi. La cultura è per gli altri in quanto è per se stessa; ha bisogno di essere libera per rendere liberi gli altri.
Per tornare a Bomba. La Vice-presidente della Regione Loredana Capone a Copertino la sera di venerdì, 11 marzo, non si comportò bene. Lo scrivo perché lei se ne avveda, più che da politica da quella squisita ed educatissima persona che è.
Chi quella sera rappresentava la cultura, invece, fece bene a non venir meno all’affabilità e all’urbanità. Ma fuori dall’episodio, in sé increscioso, occorre anche preoccuparsi di difendere i propri spazi dalle incursioni dei politici e far capire loro che la libertà in cui vive la cultura e che la cultura mette anche a disposizione degli altri non è campo per scorribande inopportune quando non addirittura irrispettose.
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