domenica 20 marzo 2011

La "festa" alla Libia la dovevamo fare noi

Cento anni fa decidemmo di conquistare la Libia, strappandola alla Turchia. Giolitti, restio a fare guerre, pur si convinse che la conquista libica era inevitabile per gli interessi italiani e cedette alle pressioni della destra colonialista. Non fu un’impresa facile per via degli interessi che avevano nella zona francesi, inglesi, tedeschi, russi e perfino americani, come ricorda lo stesso Giolitti nelle sue memorie. Quest’anno avremmo dovuto celebrare il centenario di quell’impresa, che fece dire al mite Giovanni Pascoli: la grande proletaria si è mossa. Mussolini, invece, prima fece espellere dal partito socialista i sostenitori di quella guerra, e poi con Pietro Nenni diede inizio ad una serie di manifestazioni contro la partenza dei militari, facendosi arrestare.
Non l’avremmo festeggiato il centenario libico, per non irritare l’amico Gheddafi e poi perché ormai noi italiani ci siamo convinti che siamo per la guerra solo se la chiamiamo pace. E l’impresa libica non fu certamente di pace.
Con la Libia avremmo dovuto sistemare la faccenda nel 1970, quando il dittatore libico, appena un anno dopo la conquista del potere, confiscò tutti i beni ai 20.000 italiani ancora lì residenti e poi espulse i nostri connazionali dal paese, elevando il 7 ottobre di ogni anno a festa nazionale, giorno della vendetta, contro gli italiani. Allora ci mettemmo la coda fra le gambe. Oltre tutto ci conveniva per via del petrolio. Non erano più tempi di orgoglio o dignità nazionali. Il tricolore godeva di insulti proletari, nascosto sotto un’enorme tovaglia rossa con su falce e martello del partito comunista. Il tricolore allora lo esibivano i liberali, che stavano tra il due e il tre per cento, e i missini nella loro fiammella, che oscillava tra il cinque e il sei per cento. Quale Italia avrebbe potuto far pagare a Gheddafi la sua guapperia? Lasciamo stare.
Da allora tutti i governi italiani hanno fatto a gara a tenersi buono il dittatore libico, venendo meno anche al buon gusto, fino al baciamano di Berlusconi, incontinente in tutto, e alle carnevalate indecorose di Gheddafi a Roma. Ingiurie che non possono mai valere tutte le ricchezze del mondo. E’ la nemesi storica: una volta per le vie di Roma sfilavano i capi stranieri vinti e incatenati dietro il carro di trionfo e in tempi più recenti si cantava: contro giuda e contro l’oro. Pazienza!
Ma, mentre noi siamo veramente convinti che la democrazia, la pace, la libertà sono valori che vengono prima di ogni altra cosa – ma quando finiamo di scontarli i nostri peccati? – così non la pensano gli altri, i soliti americani, inglesi e francesi, che ora hanno messo le mani sulla Libia. Sempre in nome – per carità! – di democrazia, libertà e pace.
Ragioniamo come insegnava Hegel. Tesi: un popolo oppresso si ribella spontaneamente e lotta per la libertà contro un tiranno che ricorre alle armi per difendere il suo potere e annientare il suo popolo, reprimendo nel sangue migliaia di rivoltosi; il che fa intervenire l’esercito della salvezza. Antitesi: potenze straniere interessate provocano disordini in un paese sovrano, facendo scattare la reazione del suo legittimo governo, la cui reazione innesca l’intervento delle su riferite potenze straniere che intervengono come esercito della salvezza. Come stanno le cose? Comunque stiano, l’Italia, che in ogni faccenda libica dovrebbe stare in prima linea, lo è stata per un secolo, sia pure in diversità di metodiche, ora si trova relegata in quinta linea, dietro la Francia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti d’America e il Canada. Abbiamo salutato come un successo nazionale il fatto che il centro delle operazioni militari contro Gheddafi è a Napoli; mentre si continua a dire che l’Italia è in campo. La propaganda non si smentisce, qualche volta si scopre e lascia vedere la brutta realtà.
I rapporti dell’Italia con la Libia erano ottimi, al netto di cafonate e pagliacciate. Gas e petrolio libici per una serie di nostre esportazioni costituivano uno dei fattori più sicuri per la nostra economia. Il trattato di amicizia italo-libico faceva dell’Italia il partner privilegiato della Libia. Dopo questa crisi i nostri rapporti con quel paese non potranno essere come prima. Ci vedremo scavalcati da Francia e Inghilterra. Tornano i nostri nemici storici, oggi camuffati da amici sotto spoglie europee, ma non per questo meno famelici, infidi ed aggressivi.
Il governo italiano aveva davanti a sé una strada obbligata, porsi come mediatore con Gheddafi. Ma poteva farlo? Fin dal primo momento hanno alzato la voce gli altri: Gheddafi se ne deve andare. Lo ha fatto il mite Obama, lo ha fatto il complessato Sarkozy, lo ha fatto il solito predatore inglese, questa volta nelle vesti di Cameron, escludendo fin dal principio qualsiasi tentativo di intervento. Ovviamente Obama, che era in difficoltà di consensi nel suo paese, dalla vicenda libica guadagnerà punti in vista delle prossime presidenziali americane. Sarkozy e Cameron avranno dalla vicenda libica una parte di primo piano.
Purtroppo Berlusconi, azzoppato com'è, non aveva l’autorevolezza per opporsi ai partner europei e della Nato con un diverso punto di vista dell’Italia. In questa circostanza la sua debolezza morale si è rivelata di fondamentale importanza strategica. Un Presidente del Consiglio meno bersagliato all’interno e meno chiacchierato all’esterno avrebbe potuto chiedere agli alleati almeno un tentativo di mediazione.
Ma non potendolo fare, allora avrebbe dovuto agire da politico abile e spregiudicato e mettersi davanti a tutti nell’attaccare Gheddafi. Invece lui, dopo tanta ostentata amicizia col dittatore di Tripoli, non se l'è sentita; e la guerra alla Libia la sta vivendo come un suo dramma personale. Purtroppo per l’Italia sarà peggio.
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domenica 13 marzo 2011

Loredana Capone: se la gentilezza si trasforma in prepotenza

Mi scuserà la Vice-presidente della Regione Puglia, Loredana Capone, se può sembrare un attacco ad personam. Non lo è. Tutto nasce da qualcosa. Anche le leggi e le denunce giornalistiche hanno bisogno di un dato concreto, di cronaca, per andare evidentemente oltre. Lei, in questo caso, offre lo spunto; ma al di là dell’episodio c’è il fenomeno. E al fenomeno qui si punta, come a bersaglio grosso.
Il fatto. Venerdì sera, 11 marzo, si era al Castello di Copertino per un convegno di studi per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, dal titolo “Risorgimento oscurato. Il contributo del Salento all’unificazione nazionale”, organizzato dalla Società di Storia Patria per la Puglia. Sezione di Lecce. Ben otto interventi in calendario, oltre ai convenevoli. Raccomandazione preliminare del Presidente della sessione Prof. Giancarlo Vallone ai relatori di stare nei tempi per rispetto reciproco e del pubblico. La grande aula del Castello oltre tutto era freddissima, inopportuna alla salute dei conferenzieri e della gente, peraltro non numerosa, ma ad hoc per assaggiare i morsi delle torture ambientali, cui furono sottoposti tanti martiri del Risorgimento incatenati nelle galere di vecchi castelli. Il pensiero andava al Duca di Cavallino, Sigismondo Castromediano, che di quei soggiorni ne provò diversi stando per più di dieci anni nelle borboniche galere e del quale si sarebbe parlato quella sera in ben due interventi.
Fra coloro che avrebbero dovuto porgere un saluto inaugurale, anche il Presidente della Regione Puglia, che però non venne. Si era al terzo intervento, quello della Prof.ssa Maria Sofia Corciulo della “Sapienza” di Roma, quando arrivò la Vice-presidente della Regione Loredana Capone. Con molta cortesia la Prof.ssa Corciulo si interruppe e le offrì la parola; ma con altrettanta eleganza la Capone disse che avrebbe aspettato che la professoressa finisse.
Così avvenne, ma le buone maniere della donna politica, versione femminile dell’uomo politico, evidentemente si erano esaurite nelle atmosfere del cinquecentesco maniero dei Granai Castriota, se prese la parola per un saluto e se la tenne per mezz’ora per un comizio, profondendosi in questioni che niente avevano a che fare con l’argomento in epigrafe. Femminismo, fasonismo, fotovoltaico, nucleare, in chiaro stile politico-polemico. Ora mezz’ora di tempo, per cose che in quella sede erano come i proverbiali cavoli a merenda, è un tempo lunghissimo. Per capire, ad ognuno degli otto conferenzieri erano stati riservati venti minuti, che, dopo l’intervento della Capone, si ridussero a quindici, da considerare peraltro come la statistica del Trilussa, dato che i primi interventi erano durati il doppio, ossia quaranta minuti ed oltre ciascuno.
Con straordinario aplomb il Prof. Vallone lasciò che la Capone finisse l’intervento, che commentò perfino con un flash di cortesia. Ovviamente la Capone salutò e se n’andò.
Ora lo dico con la massima sincerità – non avrei difficoltà a dire il contrario, dato che coi politici in genere non sono tenero e tutti mi riconoscono una discreta dose di coerenza – il comportamento della Capone non è ascrivibile a deliberata prepotenza o ancor peggio a personale volontà prevaricatrice. Ma il fatto in sé resta grave. Ed è grave perché anche una persona cortese e a modo, come è la signora Capone, diventa prepotente e prevaricante nel momento in cui agisce da uomo politico, pardon, da donna politica, come se la politica fosse il commutatore delle azioni degli uomini, una specie di trasformatore da alta a bassa tensione.
E’ un malcostume diffuso. I politici hanno invaso le televisioni, hanno invaso i giornali. Lo hanno fatto per la vocazione al servilismo dei titolari dei massmedia o forse per il bisogno di appoggi per finanziamenti e concessioni. Il risultato non cambia. Il tutto va a scapito di commentatori ed opinionisti, che sono i veri intermediari delle esigenze del pubblico. Così hanno trasformato il luogo della politica in uno spazio di corte, dove i domini sono loro, deputati e senatori, consiglieri ed assessori. La gente se vuole esprimere le proprie opinioni lo deve fare in piazza, in manifestazioni, che, per le loro caratteristiche, si trasformano in spettacoli, in cui non c’è spazio per la discussione e il confronto.
Se ora i politici invadono anche gli spazi della cultura, allora diventa necessario e urgente che si prenda qualche provvedimento. In extrema ratio si potrebbe anche non invitarli affatto. E’ evidente che questo segnerebbe una frattura tra le varie istituzioni, dato che oggi gli uomini di cultura non sono i chierici vaganti del Medioevo, sono in genere integrati nelle istituzioni dello Stato, che per un buon funzionamento devono operare in sinergia. Frattura, perciò, da scongiurare.
Ma è altrettanto necessario che la cultura recuperi un suo spazio, dove la politica non arrivi a condizionare, perché di lì la cultura può lanciare sia alle istituzioni che alla società valori e principi sui quali da sempre ha messo le basi la civiltà.
Mi pare davvero sconveniente che in un periodo in cui i corporativismi – e tra questi, due veramente enormi, quello della politica e quello della giustizia, in lotta di reciproca sopraffazione – occupano spazi sempre più ampi, a volte con la violenza degli tsunami, gli uomini di cultura, cui è affidato da sempre il ruolo di testimoni e di fustigatori dei cattivi costumi, si adeguino invece ai tempi e ai modi, senza nulla dire e senza nulla fare. Non si tratta di essere corporativisti tra corporativismi. La cultura è per gli altri in quanto è per se stessa; ha bisogno di essere libera per rendere liberi gli altri.
Per tornare a Bomba. La Vice-presidente della Regione Loredana Capone a Copertino la sera di venerdì, 11 marzo, non si comportò bene. Lo scrivo perché lei se ne avveda, più che da politica da quella squisita ed educatissima persona che è.
Chi quella sera rappresentava la cultura, invece, fece bene a non venir meno all’affabilità e all’urbanità. Ma fuori dall’episodio, in sé increscioso, occorre anche preoccuparsi di difendere i propri spazi dalle incursioni dei politici e far capire loro che la libertà in cui vive la cultura e che la cultura mette anche a disposizione degli altri non è campo per scorribande inopportune quando non addirittura irrispettose.
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domenica 6 marzo 2011

Vendola - Tedesco: il paragone è osceno!

Alberto Tedesco non ha niente a che fare con la famosa invettiva di Dante nel VI del Purgatorio: O Alberto tedesco... giusto giudicio da le stelle caggia / sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto, / tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!
Il nostro Alberto Tedesco è l’ex assessore regionale pugliese alla sanità, eletto poi senatore del Pd e passato al gruppo misto dopo che contro di lui è stato spiccato mandato di cattura dai giudici di Bari. Di che cosa è accusato? Di concussione per una rimozione ed una nuova nomina nell’Asl di Lecce. Ma, a dire il vero, se il reato ipotizzato è questo, ben altra è la cornice. Il reato diffuso è di malasanità, di sprechi, di rapporti affaristici tra sanità regionale e forniture di materiali sanitari. Il tutto con i contorni dei Tarantini e delle escort, che hanno dato dimensione nazionale ad un bordello affaristico-politico di sponda levantina. Le condizioni finanziarie della sanità pugliese sono a rischio di commissariamento da parte del governo, come è accaduto per altre regioni meridionali, come Campania e Calabria.
La vicenda Tedesco ha fatto scatenare attacchi su attacchi al Presidente della Regione Nichi Vendola. Lo stesso Tedesco ha detto: “le nostre posizioni sono sovrapponibili per il 90 %. Perché io dentro e lui prosciolto?”. Quesiti meno perentori se li pongono molti nella sinistra. La destra – si sa – in questo caso gongola. E come sempre il fuoco amico fa sempre più male, specialmente quando è volontario. Anche tu Bruto…
Da qualche tempo contro Vendola son quotidiane bordate. Il suo ex compagno di Rifondazione comunista, ex anche consigliere regionale, Pierino Manni, si è particolarmente distinto in questi ultimi tempi sulla stampa con interventi che lasciano ben poco spazio a dubbi sui loro rapporti. “Il condottiero rosso che pian piano si fa ‘rosso sfocato’” è il titolo di una “dura analisi sul ruolo di Nichi Vendola nell’affollata scena della politica nazionale” (così Il Paese Nuovo del 19 febbraio). In cui ricorre anche una cattiveria, che, come tutte le cattiverie, nulla aggiunge al dato politico, ma apre fronti di discussione imprevedibili. “Qualcuno – scrive Manni tra parentesi – mi spieghi perché i collaboratori strenui di rito vendoliano siano un’équipe, un entourage, e quelli di rito berlusconiano siano dei lacché, dei servi: i misteri della linguistica politica!”.
Io dico che lo potrebbe spiegare benissimo lui, che la sa davvero lunghissima sulla cosiddetta “lingua di legno”. Ma, lasciamo stare. Sullo specifico del caso Tedesco e arresti di contorno Manni spiega “Perhé il governatore non dovrebbe essere soddisfatto” (CorMezzo del 27 febbraio) e anche qui aggiunge una cattiveria paragonando Vendola, che si dice contento di come la giustizia sta procedendo, all’amico di Casini, ex presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro. “[Vendola] mi ricorda tanto – scrive Manni – Totò Cuffaro che festeggiò a cannoli la propria condanna a cinque anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, perché non era stato condannato per favoreggiamento della mafia”. Cattiverie a parte, l’accusa che viene rivolta a Vendola è che nulla ha fatto per cambiare il sistema sanitario, che a tanti disastri ha portato.
Fuori dalle questioni interne di una sinistra giunta alla resa dei conti, il caso Vendola non è paragonabile a quello di Tedesco. Nel nostro dialetto salentino abbiamo un modo straordinario di rispondere a certi paragoni improponibili: sì, nna fava e nna ulìa! (sì, una fava ed una oliva!). Modo di dire, che si accompagna con un’alzata di spalle. I due stanno su pianeti diversi, almeno dal punto di vista dell’etica civile. Questo non significa che Vendola sia esente da colpe o da errori.
Quando Alberto Tedesco entrò in giunta come assessore alla sanità era, direttamente o indirettamente, interessato a forniture mediche e sanitarie. I figli di Tedesco sono titolari di un’azienda che fornisce protesi. Buon senso – non vogliamo dire altro – avrebbe voluto che non si affidasse Lucia alla protezione di Don Rodrigo. Ma come, si fa assessore alla sanità il padre dei titolari di un’azienda che commercia con le Asl? Eh, via, Vendola! Chi te lo doveva dire che non era opportuno?
Ma, in politica, si sa. Bisogna anche sottostare a delle regole, a delle condizioni. Tedesco, evidentemente, rientrava in quegli equilibri politici che finiscono per far perdere la faccia anche a gente come Vendola, sulla cui onestà personalmente scommetterei la mia intelligenza critica.
Ritengo, infatti, che il livello di alcune scelte fatte da Vendola, anche per il riordino ospedaliero, debba rimanere distinto da qualsiasi scelta di malaffare. Che cosa si può rimproverare a Vendola? Di aver illuso i suoi sostenitori di poter fare lui, così diverso e così credibile sul piano etico, cose che evidentemente non può fare sul piano politico e finanziario. Sulla sanità Vendola si sta giocando la sua credibilità politica non morale. L’aver introdotto un euro di ticket sulle ricette, per fare un esempio, va nella direzione opposta a quella da lui sempre predicata. Così la chiusura di molti ospedali, per quanto risponda a criteri rispettabilissimi – ma erano gli stessi dell’Amministrazione Fitto – toglie il velo di dosso al Vendola che all’epoca della Presidenza Fitto andava nei pressi degli ospedali a manifestare insieme a chi si opponeva a quel piano.
Il Vendola denudato, per riprendere un’immagine di Manni, può mostrare i suoi limiti politici, può evidenziare la netta differenza che c’è tra la poesia e la prosa in politica, ma non mostra in alcun modo – almeno a tutt’oggi – cosa che possa far paragonare Vendola a Tedesco. Se l’uno è fava – abbiate pazienza – l’altro è necessariamente oliva!
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domenica 27 febbraio 2011

Islam all'attacco: dopo Tunisia ed Egitto, la Libia

Politici interessati ed osservatori, un po’ al seguito e un po’ ben andanti di proprio, vorrebbero far passare le rivolte nordafricane con conseguenti colpi di stato come desiderio di libertà e di democrazia di quei popoli. E’ una lettura tanto interessante quanto scontata. Gli uni e gli altri rappresentano su piani diversi la stragrande maggioranza della gente, bisogna riconoscerlo. Sono quelli che per pigrizia utilitaristica allargano la forbice mentale non prima di ieri e non oltre domani; un tre giorni, al massimo. Una valutazione che non tiene conto del passato e non vuole compromettersi sul futuro.
Ancora una volta, ad aprirci gli occhi è la nostra tradizione politica realistica, di cui abbiamo insuperati maestri, la quale invita a guardare alla storia, cioè ai fatti.
Quelle masse che si sono scatenate in Tunisia, in Egitto e in Libia contro i rispettivi governi probabilmente non hanno consapevolezza di quel che fanno. Le masse sono corpi privi di testa; la testa sta altrove. La testa ha mosso sapientemente alcuni tasti ed alcune leve e ha messo in moto quelle masse, che urlano e chiedono di migliorare le condizioni di vita, sollecitate da bisogni reali e da diritti legittimi. Lo fanno gridando libertà e democrazia, che sono valori tradizionalmente occidentali, ma che oggi, anche per colpa o merito della globalizzazione, sono diventati universali.
Ma la testa di quelle masse è l’Islam, una grande cultura, la stessa che ha capito l’Occidente cristiano ed europeo meglio, ma molto meglio di quanto non siano riusciti gli occidentali a capire l’Islam. Ha capito, per esempio, che il modello occidentale sta conquistando quelle aree, più che geografiche, umane tradizionalmente dell’Islam, che la coca cola fa più tendenza di datteri e banane, che la minigonna tenta più del burqa, che la conquista morbida del mercato e della moda è più efficace di quella violenta degli scontri armati. La reazione di questi ultimi venti anni dell’Islam, in tutte le sue declinazioni, dimostra che è in atto una guerra contro l’Occidente. Questa guerra passa attraverso numerose vie: politica, terrore, immigrazione, rivoluzione liberale e sociale, colpi di stato.
Fino a qualche anno fa, prima di Obama, negli Stati Uniti d’America, colpiti in casa da questa guerra – ricordiamo l’abbattimento delle Torri gemelle nel 2001 – ha prevalso lo scontro frontale. Con Obama, benché costui non abbia potuto fare a meno di continuare la guerra in Afghanistan, ha preso sempre più consistenza una linea diversa, tra la scelta ideologica, democrazia e libertà d’esportazione anche a quei popoli, e la resa, dettata dalla paura di uno scontro finale che avrebbe i caratteri dell’Armageddon.
L’Europa, invece, assai più ragionieristica degli americani, un po’ per concludere affari, un po’ per sincera ideologia illuministica e un po’ – diciamolo pure – per paura, si è spalancata all’invasione islamica, fino a negare le proprie radici cristiane. Affermarle avrebbe significato una messa delle cose in chiaro, di importante valenza politica. Per altro verso i governanti europei hanno più volte involontariamente suggerito una nuova tattica agli islamisti: la guerra in casa del nemico. Non dicono i nostri governanti che i soldati europei in Afghanistan tengono impegnato il nemico in casa sua impedendogli di portare attacchi a casa nostra? Ora gli islamisti la guerra ce l’hanno portata alle porte di casa; poi, ce la porteranno in casa.
L’attacco islamista all’Europa si sta dispiegando in questo inizio di anno puntando proprio sull’abbattimento di quei regimi pluridecennali ormai funzionali alla politica europea di buon fruttuoso vicinato, ma penalizzante l’islamismo. L’Islam più aggressivo vuol punire l’Islam più vecchio e flaccido; quello che si è venduto agli occidentali ed ha i forzieri stracolmi di danaro e di preziosi.
Stati Uniti ed Europa hanno risposto alle sollevazioni popolari e al rovesciamento dei regimi in maniera, come si diceva in apertura, interessante ma scontata. Ma la situazione è grave. Alcuni paesi europei – e l’Italia primo fra tutti – aveva con quei regimi, che uno dopo l’altro stanno cadendo, vitali interessi economici, per non considerare la catastrofe delle centinaia di migliaia di profughi che si riverserebbero in Italia e a questo punto sperabilmente anche in altri paesi d’Europa. Insomma, par di capire che la libertà e la democrazia di questi popoli, che agiscono manovrati da teste pensanti nemiche dell’Occidente, valgono più dei nostri interessi politici ed economici.
Se così fosse sarebbe grave, ma almeno ci sarebbe il conforto di aver dato una mano a quei popoli per avviarli verso la modernità. Purtroppo, non è così. La storia, nemmeno troppo vecchia e lontana, ci offre esempi lampanti di involuzioni clamorose.
Nel gennaio 1979 in Iran lo Scià Reza Pahlevi dovette cedere alla piazza e lasciare il suo paese. E l’Occidente che fece? Disse che quella piazza chiedeva libertà e democrazia e aiutò l’ayatollah Khomeini, amorevolmente ospitato fino ad allora in Francia, a rientrare e ad instaurare un regime teocratico tra i più duri della seconda metà del Novecento, che ancora resiste. Lo Scià aveva da qualche anno avviato una politica di riforme modernizzanti di tipo occidentale. I politici e i governanti europei di allora, democratici doc, dissero invece che la rivoluzione iraniana era democratica, che voleva liberarsi di un despota. I fatti hanno dimostrato il contrario, e cioè che il vero processo modernizzante era quello dello Scià, mentre la piazza, se pure aveva avuto mai consapevolezza di lottare per la democrazia e per la libertà, si risolse per una reazione islamista.
E’ veramente libertà e democrazia ciò che tunisini, egiziani e libici hanno chiesto per rovesciare i regimi esistenti? Lo speriamo per loro e per noi. Ma la speranza qualche volta è la maschera della paura e qualche volta della convenienza. Ricordarcelo necesse est!
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domenica 20 febbraio 2011

Fini verso la sua reale dimensione

Il cognome indurrebbe alla battutaccia, scontata, e a fare un titolo così: “La fine di Fini”. Ma onestamente non credo che Fini sia finito. E perciò la battuta me la risparmio.
La crisi che sta vivendo in questi giorni la sua formazione politica, il Fli, sicuramente è grave e darebbe ragione a chi gliela aveva divinata con largo anticipo di tempi. Continua a perdere pezzi, anche importanti. Al Senato non ha più il gruppo. Lo ha lasciato, tra gli altri, il vecchio Sen. Pontone, il suo tesoriere, quello dell’affare della casa di Montecarlo. Il che lambisce anche il Fini chiacchierato, quello della moglie, del cognato, della suocera e della famiglia allargata. Una beffa per il Presidente della Camera: si allarga la famiglia anagrafica e si assottiglia quella politica. Chiedo perdono se cedo a qualche battuta alternativa. Lo stesso fenomeno di abbandoni alla chetichella si sta verificando in periferia. Ci sono autentici e sofferti ripensamenti, ma anche opportunistici calcoli di convenienza. E’, questo, nel centrodestra, un momento di morti, di nascite e di rinascite. Vedremo quel che accadrà di qui a non molto.
Certo, lui ha sbagliato a metterla sulla solita solfa del Berlusconi che compra tutto. Non si può dire che ogni sgarbo a Berlusconi sia un atto di coraggio, quasi eroico; e ogni favore, diretto o indiretto, un atto di prostituzione politica. Né può passare senza annotazione critica il comportamento suo e di alcuni suoi fedelissimi quando di fatto essi si comportano allo stesso modo rinfacciato a Berlusconi, di decidere senza discutere e di mettere alla porta chi non ci sta.
Al di là di ogni considerazione, pur comprensibile, di malumori per cariche non ricevute – sarebbe il caso, per esempio di Urso – o per paura di non essere più rieletti, c’è un dato politico, enorme e perciò ineludibile. Il personale politico che aveva seguito Fini nell’avventura del Fli è fondamentalmente di destra, di destra vera, non di destra camuffata da modernità e da europeità, e a destra vuole restare, mentre Fini tende a tagliare in maniera definitiva con quella parte politica, per approdare su lidi opposti. Se gli dovesse riuscire – e non c’è motivo per non augurarglielo – finalmente si potrebbe parlare di lui a destra come di un avversario politico, punto e basta; senza parlare di tradimenti e di derive. Ognuno va dove vuole e chiama le cose come vuole, salvo a fare i conti con gli altri. E’ un delitto, infatti, presentarsi agli elettori con un volto politico e poi, ottenuto il voto, cambiarlo. A mio avviso un comportamento simile dovrebbe essere ascritto a reato, il dimettersi sarebbe solo un’attenuante.
Brutti colpi per lui quelli delle sue ex teste d’uovo, come una volta si chiamavano i consiglieri del leader, mi riferisco ad Alessandro Campi e a Sofia Ventura, che lo criticano per certi atteggiamenti e per certe scelte. Ma ancor più doloroso, per l’autorevolezza della provenienza, il giudizio di Piero Ignazi, studioso tra i più attrezzati dell’universo missino e postmissino. Il quale sul Corsera di venerdì, 18 febbraio, alla domanda del giornalista Andrea Garibaldi “Qual è la caratteristica del politico Fini?”, ha detto: “In una parola, direi il galleggiamento. Evita di prendere decisioni definitive. E per quelle poche che prende sbaglia il momento. Vedi l’adesione al Pdl, il suo abbandono, la sfida in Parlamento…”. Escluso che Ignazi volesse alludere al Re Travicello del Giusti: “Là là per la reggia / Dal vento portato, / Tentenna, galleggia, / E mai dello Stato / non pesca nel fondo…”, bisogna ammettere che gli somiglia molto.
Io all’analisi di Ignazi, farei una premessa. Vero che Fini “tentenna e galleggia”, ma questo accade quando pensa di valere più di quello che effettivamente vale. Davvero poteva scontrarsi con Berlusconi senza conseguenze? Fini si è sopravvalutato. Ora, però, le cose stanno diversamente. Scoppola dopo scoppola, ha capito che deve indursi a più miti consigli.
Ha capito che deve recuperare il rapporto con Adolfo Urso. Si è dimostrato accorto quando ha detto, per esempio, che le perdite di oggi possono non avere quell’importanza che potranno avere le conquiste elettorali di domani.
Perché ha ragione di dire questo, indipendentemente se le attese saranno o meno soddisfatte? Perché oggi ha a che fare con gente che è stata votata per essere e per fare cose precise all’interno di una maggioranza presieduta da Berlusconi. E’ comprensibile che questa gente, dopo una sbandata, pensi di tornare alla “diritta via”. Domani, invece, Fini si troverà con un personale votato da un altro tipo di elettorato, per essere e fare cose diverse.
Il punto semmai è un altro. Dove e con chi starà Fini domani? Per non finire Fini – chiedo scusa per l’allitterazione continua – dovrà mettersi come minimo con l’Udc di Casini e con l’Api di Rutelli, dovrà entrare cioè in una coalizione, una sorta di Ufi, dove non potrà che avere un ruolo marginale e non potrà fare quelle cose che lui dice di voler fare, perché non consone alla cultura e alla politica di un cattolico, sia pure laico, come Casini, che di quell’alleanza sarebbe il naturale capo.
A questo punto, valeva la pena abbandonare il suo mondo politico, rinunciare ad opportunità quali sarebbero state se fosse rimasto, sia pure in veste critica ma corretta, nel Pdl? Peggio ancora sarebbe per lui se fosse tentato dalla sirena Vendola, con cui, poste le ultime scelte di Fini in tema di diritti individuali, andrebbe più d’accordo.
No, non credo che Fini si stia avviando alla fine; ma sono convinto che ormai per lui è tramontata ogni possibilità di stare ad un livello politico di prestigio e di potere. Dopo venticinque anni deve accontentarsi della seconda linea. Continuerà a fare politica ma senza quella visibilità che ha avuto finora, a livello sia di partito che di governo.
E’, questo – certo – un ragionamento che potrebbe essere smentito da un qualche avvenimento straordinario e perciò imprevisto. Ma in genere i conti si fanno con le cose viste e previste. L’imprevisto, che imprevisto sarebbe se solo si potesse ipotizzarlo?
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domenica 13 febbraio 2011

Mubarak e la democrazia desnuda

Dico subito che il modo come Hosni Mubarak, Presidente della Repubblica Araba d’Egitto, è stato liquidato e come il potere è passato nelle mani dei militari è grave e preoccupante. Ha tutti i caratteri dell’amerikanata. La politica di un paese non piace? Via, quattro colpi e il cambio è fatto. Ne abbiamo viste tante in questo secondo dopoguerra. Questa volta, poi, si è passato il segno, si è nobilitata la piazza con lo spirito di Martin Luther King. Quell’Obama, prima o poi, la sceriffata l’avrebbe fatta. E se no, come si sarebbe presentato alle nuove elezioni presidenziali? L’albero e il cappio sono l’icona di tanti film western. Ci voleva qualcuno da appendere.
Quel Mubarak non mi sta simpatico, come nessuno di quei capi di repubbliche arabe che, pur disponendo di enormi risorse finanziarie, tengono i loro popoli nella miseria. Ma quel che è accaduto resta un fatto gravissimo, non solo e non tanto perché ad un atto formalmente corretto, quello delle dimissioni del presidente Mubarak, ancorché non spontaneo e anzi estorto dalle pressioni della piazza, fomentata dai governi dell’Occidente democratico, quanto e soprattutto perché è seguita una palese violazione della carta costituzionale di quel paese, la quale prevede che alle dimissioni del capo dello stato il successore è il presidente dell’assemblea del popolo.
L’ex ambasciatore, storico e osservatore politico Sergio Romano ha detto che “converrebbe, per amore di chiarezza, chiamare ciò che è accaduto con il suo nome. Stiamo applaudendo un colpo di Stato militare” (Corsera, 13 febbraio). Dunque si è trattato di un golpe.
Pur non disdegnando le problematiche politico-costituzionali, ci viene di dire che l’aspetto più preoccupante di questa vicenda è il passaggio anomalo del potere ai militari, che potrebbe produrre esiti pericolosi sia in Egitto sia in tutta l’area medio-orientale. Sappiamo che quella è l’area politicamente ed economicamente più calda del mondo, dove il minimo movimento in uno dei paesi interessati può rompere l’equilibrio dei rapporti ed innescare processi di difficile contenimento. C’è, per esempio, l’islam, c’è il Canale di Suez, c’è il petrolio. Con Mubarak al potere la situazione era sotto controllo. Che cosa accadrà ora? Ascolteranno i Fratelli mussulmani le sirene americane ed europee o quelle più famigliari dell’integralismo islamico? Né possiamo trascurare il fatto che la crisi egiziana è giunta a ridosso di quella tunisina e potrebbe precedere altre di tutta la fascia mediterranea dell’Africa. Siamo in presenza di una strategia, i cui termini per ora sfuggono o sono taciuti, pur non sottovalutando le cause più immediate che sono la mancanza di democrazia partecipativa e l’ingiusta spartizione delle risorse nazionali, che hanno ingenerato per lunghi periodi una situazione sociale di grave sofferenza.
Per tornare al caso egiziano, sarebbe stato più corretto e più prudente garantire quel che Mubarak aveva promesso: gestione pacifica della crisi, modifica della costituzione in senso più democratico, nuove elezioni a settembre e suo ritiro dalla scena politica. Invece abbiamo assistito alla benedizione del golpe, se non vogliamo proprio dire alla sua preparazione, da parte di tutte le cancellerie democratiche, dalla prima, quella appunto americana, alle altre obbedienti nel mondo e in ispecie alle europee.
Ancora una volta abbiamo assistito a metodiche di tipo massonico. La Loggia centrale detta e quelle periferiche obbediscono. Non governi, liberi e responsabili, ma logge e loggette massoniche si sono rivelati i governi europei. La tanto decantata Europa Unita ancora una volta si è rivelata un’entità politicamente astratta.
Sergio Romano, che non dimentica la prudenza diplomatica, si limita a chiedersi “perché quasi tutti i governi democratici abbiano accolto un golpe con soddisfazione”. Ma la sua risposta, secondo cui i militari garantirebbero stabilità e il popolo ha sempre ragione, non convince. E’ la prima che ha trovato, evidentemente, per non dire quello che veramente pensa. I militari sono uno strumento di ordine, garantiscono la stabilità del loro potere su ordini ricevuti. Ma se non c’è chi gli ordini glieli dia, che fanno i militari? Si auto-ordinano o obbediscono ad una carta, che resta muta se qualcuno non la legge.
Sappiamo tutti cosa possono fare i militari al potere. Ed è incredibile che i governi politici e democratici abbiano dimenticato le esperienze cilena, argentina, cambogiana e via di seguito nell’interminabile geografia delle dittature militari nel mondo.
Quanto al fatto che il popolo ha sempre ragione, occorre mettersi d’accordo. Se la volontà è espressa attraverso libere elezioni è un conto, ma se è espressa attraverso la furia anarcoide e bestiale, quale abbiamo pure visto in Egitto nei giorni di più aspra contestazione, con l’assalto perfino al Museo, è un altro. Questo potrebbe suggerire analoghe soluzioni, diventare una moda. Qualche idiota nostrano lo ha addirittura auspicato per l'Italia; come a dire mubarakizzare Berlusconi.
La fine traumatica di ogni potere – e non si vede perché il caso egiziano debba essere diverso – produce periodi di anarchia e di disordine, nel corso dei quali c’è lo scannamento delle parti per assicurarsi il potere, con l’incognita che quel che segue può essere peggio di quel che c’era prima. Il caso iraniano, con la fine della monarchia dello Scià e il ritorno di Komeini, avrebbe dovuto indurre i capi dell’Occidente, cosiddetto libero e democratico, a maggiore prudenza. O c’è ancora chi crede che l’Iran degli Hayatollah e dell’attuale presidente Acmadinejad sia da preferire a quello dello Scià Reza Palahvi? Domanda che vale tanto per le condizioni interne di quel paese quanto per le condizioni di tutta l’area medio-orientale.
Ora già siamo noi a subire le prime e immediate conseguenze. Migliaia di profughi si stanno riversando sulle nostre coste, producendo una situazione di emergenza umanitaria, con quel che seguirà a breve.
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domenica 6 febbraio 2011

Amici di destra, ripensiamoci!

Berlusconi deve o non deve, prima o poi, lasciare? E’ una domanda che a destra ci si pone in maniera sempre più incalzante. Si tratta di trasformarla da muta in sonora. La nostra opinione è che deve lasciare. Non tanto per ragioni politiche, che in parte possono essere condivise e in parte no, quanto per ragioni complessivamente di opportunità nazionale.
Anzitutto la destra da cui parliamo e a cui ci rivolgiamo è quella ex missina ed ex aennina; anzi, per essere precisi, è il radicalismo di destra, quello che una volta faceva capo a Rauti. La nostra storia ci obbliga a non dimenticare i nostri padri e le nostre vicende patrie. Non è nostalgismo, ma consapevolezza che dietro le scelte ci sono sempre valori da difendere ed obiettivi da raggiungere.
Non siamo stati mai dell’avviso che le idee politiche siano come i vestiti che indossiamo e che cambiamo col cambiar delle stagioni e col cambiar delle mode. Per questo non abbiamo condiviso il modo come nel 1995 si chiuse un glorioso partito il Msi e si diede vita ad An, che pur conservava qualcosa della precedente esperienza. E meno ancora abbiamo condiviso lo scioglimento nel 2008 di An nel Popolo della Libertà, che di fatto ha precluso qualsiasi presenza politica, non tanto di uomini, quelli ci sono, quanto di idee a livello di governo.
La fase che stiamo attraversando è di confusione, ma non di smarrimento. Ci auguriamo, pertanto, una riorganizzazione, per ripartire finalmente sui nostri abbandonati binari. Per questo ci vuole un leader, che al momento neppure si intravede. Purtroppo!
Quello che c’era e che rappresentava la destra, per la lunga marcia effettuata, Gianfranco Fini, si è miseramente suicidato, con comportamenti non meno gravi, sotto il profilo politico ed etico, di quelli di Berlusconi. Ricordiamo a tutti, ed ai preti in particolare, che i vizi capitali sono sette, non uno. Alcune scelte ed alcune azioni di Fini hanno immiserito l’uomo e delegittimato il politico. Il suo trasformismo in direzione liberalradicale ha tradito la sua e la nostra storia ed ha rivelato un uomo arrogante e cinico, che ha una visione medievale della politica, in cui il capo fa e disfa e gli altri lo seguono. Il tradimento nei confronti degli elettori che lo avevano votato dimostra come l’uomo non ha seri convincimenti politici ed opera a seconda delle sue convenienze di carriera, convinto che solo i leader hanno una coscienza mentre i cittadini elettori no. Il suo cambiamento di schieramento e di programma ha svalutato e svuotato di significato il voto che è l’espressione stessa della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Lo scarso senso delle istituzioni che ha dimostrato rimanendo incollato ad una carica che lui non è più oggettivamente in grado di onorare nella sua istituzionalità, ha dimostrato che l’uomo è culturalmente rozzo ed intimamente dispotico e prepotente. Il modo come ha alienato a beneficio del cognato una casa, che una generosa signora aveva donato al partito “per la giusta causa”, lo ha rivelato un meschino profittatore di quart’ordine o un povero turlupinato da osteria. Credere ancora in quest’uomo vuol dire essere allo sbando spirituale e mentale prima ancora che politico. Ma la sua uscita di scena pone seri problemi di leadership alla parte politica che rappresentava, ossia alla destra, cui sentiamo di appartenere.
Per noi la giustizia, l’etica, la legalità, il decoro sono valori non negoziabili, qualunque sia la stagione. Lo Stato, la Nazione e la Società sono le grandi sintesi che devono guidarci nell’operare quotidiano sia nel nostro esercizio professionale sia nel nostro agire politico. La nostra vita privata non deve in alcun modo condizionare quella pubblica. Non abbiamo mai creduto negli effetti benefici del tramonto delle ideologie; anzi ne vediamo gli effetti devastanti prodotti a tutti i livelli, anche in quelli non sospettati. Assistiamo ad una deriva antropologica da lambire scenari biblici.
Amiamo la libertà, ma non siamo liberali. Crediamo nella iniziativa privata ma siamo fermamente convinti che il ruolo dello Stato, specialmente in alcuni settori vitali per la nazione e per la società, non sia surrogabile. Ci riconosciamo nell’art. 41 della Costituzione, che riteniamo sia di preziosa irrinunciabile impostazione sociale. Nessuna impresa privata può essere tollerata se produce manifestamente danno sociale e mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini.
Berlusconi deve lasciare perché i suoi comportamenti privati non sono assolutamente tollerabili, non solo nel merito ma anche e soprattutto per gli effetti collaterali, per quel che creano nel paese e nel mondo. Pur riconoscendo che la magistratura, in questi ultimi sedici anni, è stato il braccio giudiziario dell’opposizione o come tale si è comportata, riteniamo che la condanna nei suoi confronti debba essere assoluta e inappellabile. E se pure, ancora una volta, Berlusconi dovesse dimostrare di aver ragione dei giudici “politicizzati”, noi dobbiamo andare avanti sul piano politico a far sì che se ne vada e lasci la conduzione a persone più credibili e più presentabili. Non ultimo dei danni provocati, infatti, è che in Italia abbiamo una magistratura politicizzata e un Presidente del Consiglio giudiziarizzato.
Ma se è certo che debba lasciare è altrettanto certo che ciò deve accadere in maniera naturale, attraverso un passaggio elettorale e previa preparazione di una successione. I cambiamenti rapidi e traumatici portano male. E’ grave che i tanti leader dell’opposizione non l’abbiano capito. Il Paese ha bisogno sempre e in ogni circostanza di un governo. Il peggiore governo, il più tirannico, è sempre meglio della vacatio che produce disordine ed anarchia.
La destra, cui ci pregiamo di appartenere, non può – non è realistico pensarlo – assumere da sola la guida di una maggioranza tale da esprimere un esecutivo coeso. Ce ne rendiamo conto. La stagione missina, relegandoci fuori del sistema, ci esimeva dal problema di inserimenti e di alleanze. Oggi sappiamo che alla guida del Paese possiamo arrivare con altri, che con noi condividono solo alcune cose. Quel che è importante è che la nostra politica non dimentichi di far valere le nostre istanze nelle sedi decisionali. Esse erano, sono e saranno sempre di una concezione politica in cui l’iniziativa privata venga favorita ma sempre negli interessi superiori dello Stato, della Nazione e della Società; che il merito venga premiato compatibilmente con la soddisfazione dei bisogni; che la libertà venga sempre dopo la legge, come una volta si leggeva nei manifesti col bando di arruolamento nella Polizia di Stato, quando era un corpo militarizzato: Sub lege libertas! Che non è una deminutio di libertà, ma la consapevolezza che la legge è condizione di libertà.
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