domenica 23 gennaio 2011

Magistratura-Berlusconi: è duello d'onore!

In un paese serio lo scontro Magistratura-Berlusconi dovrebbe concludersi con la decapitazione – politica, per carità! – di una delle due parti. A prescindere dalle nefandezze, vere o presunte, di Berlusconi e dalle persecuzioni giudiziarie, anche queste vere o presunte, da parte della magistratura, uno scontro di tale portata dovrebbe risolversi senza compromessi. Secondo regole cavalleresche o dei duelli d’onore: all’ultimo sangue!
Se Berlusconi si è macchiato ed ha macchiato l’istituzione che rappresenta e la nazione tutta di quelle colpe contestategli, allora deve essere bandito da qualsiasi carica pubblica. Se, invece, è stata la magistratura a farsi parte politica e a perseguitare coi suoi potenti mezzi Berlusconi, allora quei giudici che ne hanno fatto parte siano condannati a vivere il resto dei loro giorni in qualche centro sociale di loro scelta. Se invece gravi colpe hanno sia l’una che l’altra parte, come probabilmente è, allora si puniscano entrambe nelle persone coinvolte, una volta per tutte.
Il mondo intero se la ride di un Presidente del Consiglio che organizza orge e festini nella sua casa e di una magistratura che fa politica. Sarebbe già grave se il mondo ci deridesse soltanto per una delle due cose; essere derisi per entrambe francamente è insopportabile. L’una cosa rende più appariscente l’altra, in un reciproco ingigantirsi agli occhi di tutti.
Non c’è chi non condanni la condotta di Berlusconi, ma non c’è neppure chi non si preoccupi dei comportamenti di certi magistrati, che si dimostrano impegnati in qualcosa che gli austriaci nella prima guerra mondiale chiamarono Strafexpedition (spedizione punitiva). Lo stesso Presidente della Repubblica, nel parlare di turbamento, non può rivolgersi che alle due parti.
Ormai è di tutta evidenza che le ragioni dell’una e dell’altra parte non contano nulla in confronto agli interessi della nazione. Il popolo italiano è stanco di sentirsi come ad una lotta tra galli e a fare il tifo per l’uno o per l’altro.
Cosa assai grave il constatare come in questo paese non esistono più autorità tali da poter intervenire con autorevolezza e forza. La Chiesa si limita a generici richiami; la Presidenza della Repubblica ad altrettante generiche preoccupazioni. Gli organi superiori della magistratura esprimono un interesse corporativo e politico degno di miglior causa. L’intellighenzia è divisa sugli spalti ed ha perso di credibilità. I figli di Berlusconi, che potrebbero intervenire sul genitore per essere risparmiati da tanto fango che piove loro addosso, non riescono a dire né ai né bai. Le stesse forze politiche alleate di Berlusconi non riescono a fargli capire di avere comportamenti più decorosi per il bene e l’interesse di tutti e si schierano in sua difesa come se fossero alle Termopili.
Mi chiedo dove è andata a finire la destra etica e sociale in questo paese; la destra della legalità, una volta diffusa in tutti gli strati sociali. Condannata a trasformarsi in forza di governo, la destra politica che si rifaceva allo Stato etico e allo Stato sociale, oggi, ha perfino paura non dico di guardarsi indietro, per non trasformarsi in Gorgone, ma addirittura di volgere lo sguardo a lato per vedere qual gente si ritrova accanto.
La componente ex missina ed ex aennina, quella rimasta immune da fughe verso un truffaldino ignoto moderno ed europeo del Frègoli-Fini, non impone a Berlusconi di comportarsi in maniera più composta, dal momento che non è solo in gioco la sua personale reputazione ma anche quella di tutta la parte politica che rappresenta, nell’insieme e nei singoli, e dell’intera nazione.
C’è una parte della classe politica di centrodestra che è di tutto rispetto, che rappresenta davvero la parte migliore del processo di trasformazione della politica di questi ultimi anni. Mi riferisco ai tanti ministri che hanno dimostrato non solo di saper fare i ministri ma hanno avuto anche una condotta esemplare come uomini privati e pubblici. Tremonti, Maroni, Frattini, Gelmini, Brunetta, Carfagna, Alfano, Prestigiacomo, La Russa, possono piacere o non piacere, ma non risultano nelle cronache del pettegolezzo e della malversazione. Perché non si fanno forti di questa loro riconosciutagli autorevolezza, conquistata sul campo, per pretendere da Berlusconi maggiore rispetto delle regole, adeguata prudenza nei comportamenti pubblici e privati, una maggiore oculatezza nella scelta di certi frequentatori della sua casa?
Non si capisce che rapporto possano avere gli ex missini con gente depravata e degenerata come le losche figure chiamate in causa in questi giorni. Una volta a destra si aveva ribrezzo per puttane, magnacci e affini, perché poi tali sono frequentatrici e frequentatori di Berlusconi. Oggi, invece, inspiegabilmente, a destra si ritiene che frequentare simile gentaglia è segno di emancipazione politica e conquista di credibilità democratica. Quando mai sono stati liberali e garantisti i missini quando era in gioco il superiore interesse della nazione?
I cittadini si sentono non solo schifati e preoccupati da quanto sta succedendo nel nostro Paese, ma singolarmente non c’è chi non si senta mortificato nell’immaginare un uomo come Berlusconi, che per altri aspetti ha dimostrato di essere uomo di valore e di grandi risorse umane, mettere il suo onore e il suo destino politico fra le gambe di quattro insulse zoccolette e nelle mani di qualche rivoltante lenone.
Per altro verso non c’è cittadino che non sia incazzato di brutto per una magistratura che non ha tempo e mezzi per risolvere i problemi giudiziari della gente e poi ha tempi e mezzi ad abundantiam per spiare in casa dei politici da perseguitare; per una magistratura che ottunde il senso dello Stato e gli interessi della nazione con un presunto inanimato automatismo giudiziario.
In un paese serio tutto questo non sarebbe accaduto, non accadrebbe. Nel nostro è condizione ormai abituale. Se vogliamo recuperare la giusta dimensione dobbiamo fare piazza pulita, incominciando dalla partita che si è aperta da sedici anni a questa parte: o Berlusconi o la magistratura deviata o entrambi devono essere puniti.
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domenica 16 gennaio 2011

Giustizia e Berlusconi: il morbo infuria

All’indomani del terzo rigetto del lodo sul legittimo impedimento da parte della Corte Costituzionale, ipocritamente interpretato da ciascuno come un successo della propria parte politica, Berlusconi ha ricevuto l’ennesimo avviso di reato. Una coincidenza da traffico ferroviario elvetico. Questa volta, tanto per cambiare, è accusato di prostituzione minorile con una coda di altri non meno gravi reati. Una vicenda da film-panettone, con Lele Mora per regista ed Emilio Fede aiuto, non per caso avvisati di reato anch’essi. Non stiamo scherzando. Dalla Noemi/Papi alla Ruby/Bunga-Bunga il Paese è tutto un set cinematografico sotto gli occhi del mondo intero.
Benché ormai questa schifosissima minestra ci venga propinata da sedici anni, mattina, mezzogiorno e sera, lo stomaco non si è assuefatto; e viene da vomitare ogni volta. Non è solo imbarazzante; è intollerabile! Usare anatemi, appellandosi all’etica e alle pubbliche virtù, che in questa nostra terra vigono dai tempi della Roma più antica, è come dichiarare il fallimento di una millenaria civiltà, che dimostra di non avere più strumenti di difesa.
Il ruolo di Presidente del Consiglio espone inevitabilmente al pubblico. Né Berlusconi né altri per lui possono perciò eccepire la privacy. Non c’è vita privata che tenga per uno che ha il ruolo di guida di una nazione. Si può solo negare la materia dell’accusa. E questo fanno l’interessato e i suoi legali, per i quali fino ad oggi ha speso trecento milioni di Euro. Ipse dixit.
Per comodità di ragionamento diamo per vero tutto quello che si dice di lui, e che lui stesso in parte non nega. Un cittadino che si rispetti, però, che abbia un minimo di pensiero critico e che ha il diritto di influenzare col voto la vita del Paese, non può fermarsi all’indignazione, gratis e scontata come l’olio santo; ha almeno tre tappe mentali da percorrere.
La prima è che Berlusconi espone il Paese al ludibrio internazionale per vizio; la magistratura italiana lo espone all'ammirazione per virtù. Pare che il vizio dell’uno e la virtù dell’altra siano irrinunciabili. Ma chi fa la peggiore figura è quella parte maggioritaria del popolo italiano, che, puntualmente, nonostante tutto, vota Berlusconi. Sicché il vizio ricade sulla parte che lo difende e lo vota, la virtù sulla parte che lo denuncia e lo combatte. Saranno pure esemplificazioni, queste, ma tant’è: viziosi contro virtuosi. Una simile divaricazione è fuorviante e inaccettabile.
La seconda è che chi sta con Berlusconi non può assumersi la parte del vizio così, sic et simpliciter. Prima di tutto ha il diritto di chiedersi perché tanto accanimento giudiziario nei confronti di Berlusconi, che, vizi personali a parte, interpreta il pensiero politico e le esigenze di milioni di cittadini, rappresenta il Paese ai massimi livelli internazionali al punto che i suoi successi personali sono anche i successi del Paese Italia. Siccome non stiamo parlando solamente di donnette che si appassionano al “Grande Fratello” e si commuovono partecipando alle gare di “Amici”, ma anche di persone che sanno perfettamente come sono andate e come vanno le cose in Italia, ecco che non è irrilevante una videata sulla magistratura virtuosa. La lentezza, per non definirla diversamente, della magistratura italiana è proverbiale nel mondo quanto gli spaghetti e la pizza. Stupisce, invece, che nel caso di Berlusconi sia così solerte, puntuale e continua al punto da configurarsi come un Tribunale Speciale. E’ altrettanto provato, inoltre, quanto e più delle scorribande erotiche di Berlusconi, che una cospicua parte della magistratura viene da una formazione comunista e che da sempre si sente milizia al servizio di quel partito comunista o di quel che resta, che nelle intenzioni doveva conquistare il potere per l’autentica liberazione del Paese. Questa magistratura deve il posto che occupa a quel partito. Si sa che il Partito comunista aveva le sue scuole di formazione che preparavano ai concorsi per entrare in magistratura; ne aveva altre con lo stesso obiettivo: occupare posti di dirigenza in ogni altro settore della vita pubblica. Era la strategia della rivoluzione strisciante, dopo che era stata abbandonata, perché non praticabile, quella violenta e d’impatto. Queste cose oggi sembrano fantapolitica. Invece sono cose ovvie, scontate, banali. I partiti politici – e il Partito comunista era il più Partito di tutti, non per niente il suo segretario era detto il Migliore – conquistavano consensi attraverso l’occupazione di centri dirigenziali e decisionali a tutti i livelli. Stupisce come una simile lettura venga rifiutata, quando è sufficiente prendere un qualsiasi manualetto di politica o di storia dell’Italia della seconda metà del Novecento per illuminarsi sulle tecniche usate dai partiti per conquistare il consenso. Ciò non significa che la magistratura militante avvii l’azione giudiziaria contro Berlusconi quando viene a conoscenza di un reato che lo riguardi, peraltro c’è l’obbligatorietà dell’azione penale, solo per impegno politico; significa semplicemente che essa avvia il procedimento giudiziario anche quando sa perfettamente che non porta ad alcun risultato concreto, solo per infliggere un colpo all’immagine di Berlusconi, costringendolo a ricorrere agli avvocati, ad impedirgli di governare con efficacia. A questa magistratura non importa tanto condannare Berlusconi nell’immediato, quanto continuare a tenerlo sotto scacco, impedirgli di far politica sotto l’assedio giudiziario; gutta cavat lapidem dicevano i latini. Tutto questo ormai è così evidente che non c’è persona di medio-bassa intelligenza che non lo abbia capito. Questa magistratura è il braccio giudiziario di una parte politica, nella fattispecie del centrosinistra. Negarlo estende la malafede anche dove non c’è.
La terza tappa è squisitamente politica. Chi sta nel centrodestra si indigna delle stravaganze di Berlusconi né più né meno di chi sta nel centrosinistra. Lo schifo – stavo per dire un’altra cosa – è schifo per tutti. Ma se uno sta dalla parte di Berlusconi è per ragioni politiche, perché ne condivide in tutto o in parte l’azione politica, si riconosce in tutto o in parte nella sua visione delle cose pubbliche. E aggiungo: si rende ben conto che né nel centrodestra né tanto meno nel centrosinistra ci sono al momento alternative a Berlusconi. Sicché piuttosto che abbattere una realtà, che pur non piace per certi aspetti ma non ha un minimo di alternativa, preferisce un governo che governi pur che sia nella speranza che nel frattempo maturino nuove situazioni politiche, nella direzione politica evidentemente auspicata, ma qualitativamente migliore e soprattutto più decorosa.
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domenica 9 gennaio 2011

Lasciamo perdere Battisti, è molto meglio per tutti

Peggio del male in sé è il parlarne, specialmente quando produce memorie terribili e non c’è un comune sentire nazionale sulla stessa vicenda; ed anzi alle lacerazioni prodotte si aggiungono altre lacerazioni. E’ il caso della vicenda Battisti, di cui, ora per un diniego di estradizione, ora per un altro, si continua a parlarne col rischio anche di rovinare i rapporti internazionali del nostro Paese, ora con la Francia, ora col Brasile.
Il Presidente Napolitano lo ha amaramente ammesso: non siamo riusciti a farci capire dagli amici, vicini e lontani, su che cosa è stato il terrorismo in Italia e quali sacrifici ha comportato combatterlo e sconfiggerlo. In linguaggio diplomatico è il risentimento nei confronti di Francia e Brasile per averci negato il pluriomicida Battisti perché scontasse la pena in Italia.
Oltre tutto, in atmosfere celebrative dell’Unità d’Italia il nome di Cesare Battisti evoca altri personaggi, che meriterebbero ben altra rimembranza. Evoca Cesare Battisti, l’irredentista trentino, socialista, amico di Mussolini ai tempi de “L’Avvenire del lavoratore”, giustiziato dagli Austriaci nel 1916 per la sua italianità. Si ritrova circa un secolo dopo a dover spartire la completa omonimia, di nome e cognome, con un terrorista, pluriomicida e pluricondannato.
Si dice che Battisti sia oggi un bravo scrittore di noir, un genere che evidentemente ce l’ha nel patrimonio genetico e nel vissuto personale. I ragazzi di oggi, che non conoscono più la storia d’Italia, non sanno chi è Cesare Battisti “uno”, ma, a forza di sentir nominare tutti i giorni questo nome, sanno chi è Cesare Battisti “due”, il solo Cesare Battisti che conoscono.
Qualcuno dirà: si metterà fine a questa triste ed incresciosa vicenda nel momento in cui sarà estradato in Italia, dove sconterà i suoi quattro ergastoli, passati in giudicato.
Non sono d’accordo, non perché non ritenga che non debba scontare la pena – in fondo è da anni che vive in pena, un po’ in fuga e un po’ in prigione – anzi, ma perché per come potrebbero mettersi le cose in Italia col suo rientro si aggiungerebbe danno al danno; si aprirebbe un nuovo capitolo. Rischieremmo di sentir parlare di lui chissà per quanti anni ancora. Poiché – siamone certi – ricomincerebbe il solito tormentone della grazia, come è accaduto per Adriano Sofri, il leader di “Lotta Continua” condannato quale mandante dell’assassinio del Commissario Luigi Calabresi, oggi riverito editorialista de “la Repubblica”. Non fosse altro che per questa malaugurata ipotesi, facendo violenza al mio concetto di giustizia punitivamente educativa, ritengo che quel Battisti vada lasciato dove sta.
Non sembri incoerente. La vicenda Battisti ha aperto tre fronti di discussione, sui quali occorre riflettere con freddezza. Uno, è che chi commette delle azioni criminose, quali che siano i motivi ad averlo indotto, deve scontare la pena per una prioritaria esigenza sociale e per il rispetto delle vittime. Due, di fronte ad un fenomeno così complesso e articolato come fu il terrorismo va cercata una soluzione politica che i casi singoli comprenda e superi, una sorta di sanatoria sociale. Tre, non si possono mettere in crisi i rapporti internazionali per una questione che tutto sommato è di giustizia e di storia interna.
Sul primo fronte, sono del parere che chi commette un delitto e viene condannato debba scontare la pena fino in fondo, a prescindere da ogni e qualsiasi considerazione. E’ bensì vero che la Costituzione della Repubblica, all’art. 27, vuole che “Le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ciò non esclude che debbano essere scontate. Nel vivere la pena, il condannato non solo può rieducarsi, ma può diventare un esempio per gli altri.
Quanto al secondo fronte, alla teoria cossighiana della “guerra civile”, per cui bisognerebbe trovare una soluzione politica, non si può non rilevare che essa riduce quella complessa vicenda ad una guerra circoscritta a belligeranti politici ed esclude la società. In via di principio è sbagliato aprire varchi nella sovranità dello Stato, creare discontinuità, delle zone franche, all’interno delle quali giustificare delitti nei confronti dello Stato stesso, delle sue istituzioni e di privati cittadini. Vorrebbe dire che lo Stato, concedendo e concedendosi una qualche vacatio, viene meno ad uno dei punti fondanti del patto sociale: l’amministrazione della giustizia. E ciò è assolutamente inammissibile. Le forze politiche “belligeranti” possono riconoscere torti e ragioni, avere pentimenti o altro, ma non possono pretendere di creare un vulnus allo Stato, che deve imporre sempre il dominio della legge. Per certi aspetti il fatto che Battisti sia fuori d’Italia e che non ce lo vogliano estradare non è giusto ma conveniente. Se fosse in Italia sarebbe peggio, verrebbero fuori le più accese tesi innocentiste o colpevoliste, giustificazioniste o intransigenti. Non dobbiamo dimenticare che furono migliaia i firmatari del manifesto in suo favore. Il danno che ne deriverebbe sotto il profilo politico sarebbe ancor più grave di quello umano prima e giuridico poi.
Il terzo fronte si differenzia dai primi due perché riguarda i rapporti esterni dello Stato. Qui sono in gioco altri e più importanti interessi. La Francia, per esempio, è una nazione sorella, fa parte da sempre della Comunità Europea. Diverso è il discorso della Carla Bruni: per fortuna non siamo tutti figli di sua madre. Col Brasile abbiamo rapporti economici tra i più importanti. Incrinare i buoni rapporti con questi due Paesi sarebbe sbagliato. Certo, resta lo schiaffo che ci rifilò la Francia qualche anno fa, quando fece graziosamente scappare Battisti, e lo schiaffo del Brasile, che addirittura ci nega l’estradizione con ragioni offensive e lesive della nostra dignità.
Se l’Italia fosse il paese che le autorità politiche brasiliane sospettano, e cioè un paese rancoroso e disposto comunque a farla pagare a Battisti, non sarebbe poi un’impresa impossibile raggiungerlo in casa loro e fargli fare la fine che merita. Come hanno sempre fatto e come tuttora fanno certi paesi, tra comunismo e banditismo, a cui quel Lula si è sempre ispirato.
L’Italia, invece, è così civile che mentre richiede l’estradizione, per un’insopprimibile esigenza di civiltà giuridica, spera che non gliela concedano per una cinica convenienza politica. Ma Lula questo non lo può capire!
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domenica 2 gennaio 2011

Ma perché gli avvocati non stanno ai fatti?

Mi sono sempre chiesto perché gli avvocati, che facciano arringhe o requisitorie, a seconda che difendano o accusino, non stanno ai fatti. Hanno bisogno sempre di scantonare, di aprire verso direzioni diverse, di minimizzare o ingigantire per collocare fatti e persone in un contesto in cui spesso stanno come i cavoli a merenda. Uno è imputato di violenza? Ebbene l’avvocato che lo difende dice che è un buono, che in una circostanza ha aiutato una vecchietta a portare un pacco pesante al primo piano di casa, che fa sempre la carità ai semafori, che ha difeso per strada una ragazza da un molestatore, che si è sempre prodigato per gli altri e via di questo passo. Sì, ma nella circostanza oggetto di causa, è stato o no violento? Accipicchia, dice l’avvocato che lo attacca. Non può non essere violento uno che da bambino si divertiva a bruciare i cassonetti della spazzatura e a rompere i lampioni della pubblica illuminazione, che è figlio di un delinquente, di una madre che è una poco di buono, che ha una sorella che fa la bella vita ed un fratello drogato e spacciatore. E poi – conclude – uno con una faccia simile, che fa paura al solo vederlo, può non essere un malvagio?
Ora, perché i giudici non interrompono gli avvocati incontinenti e sproloquianti quando stanno per andare oltre il fatto e fissarli in re? Perché permettono che facciano apprezzamenti su persone che a quel fatto sono estranee? Che sconfinino in valutazioni addirittura di tipo razzista e lombrosiano? Perché permettono che una ragazza che ha subito una violenza venga sottoposta in aula da parte dell’avvocato che difende il violentatore ad apprezzamenti lesivi della sua reputazione, con l’aggiunta di violenza a violenza?
Dipendesse da me, per una autentica riforma della giustizia, partirei dalla riforma di tutti i suoi operatori. Una riforma culturale, predisponendo anche meccanismi per i contravventori. Agli avvocati imporrei una rigorosa aderenza al fatto del contendere, all’insegna dell’essenzialità.
Una volta agli esami di maturità, quando la prova scritta d’italiano era un tema – parlo per cognizione di causa, avendo fatto il commissario d’italiano in decine e decine di esami di Stato – il primo criterio di valutazione della commissione era “aderenza alla traccia”, conditio sine qua non per evitare di dover valutare un elaborato, magari un capolavoro ma che con la traccia non aveva attinenza alcuna, o solo qualche parziale riferimento.
Aderenza, dunque, ed essenzialità. Si ridurrebbero i tempi dei processi e soprattutto non si trasformerebbero le aule giudiziarie in pollai, con tanti galli e galline che si beccano, ai danni del cittadino, sia che si trovi lì come imputato, sia come parte lesa, sia come teste.
Credo che sia capitato a chiunque nella vita di trovarsi in un’aula giudiziaria. Si sarà reso conto che è una delle disgrazie più fastidiose, non dico gravi; ce ne sono altre, ai cani dicendo. Anzi, neppure ai cani, per non offendere gli animalisti.
Capitò a me, qualche anno fa. Seppi in quella disgraziata circostanza di essere un calunniatore, un tracotante, uno che si divertiva ad insultare chi invece si prodigava per il bene comune. Io avevo la colpa di aver pubblicato un articolo sul periodico che dirigevo in cui si denunciava la malefatta di un sindaco, il quale querelò me e l’articolista. Quel sindaco era un comunista e ci querelò non per dimostrare che avesse ragione e noi torto, ma perché comunque ci infliggeva un danno economico, secondo una tattica ampiamente collaudata e applicata contro la stampa nemica. L’avvocato che difendeva quel sindaco ci accusò di essere dei calunniatori, avendo pubblicato notizie false e tendenziose, e che il suo cliente era così buono che era disposto a perdonarci. Noi rifiutammo la proposta di remissione di querela avanzata anche dal Presidente, che voleva accordarci, e chiedemmo invece che si discutesse nel merito. Per tutta risposta, quell’avvocato gridò ore rotundo e con gestualità teatrale: “Ecco, Signor Presidente, che Le avevo detto? Sono due tracotanti”.
E dire che io e il mio collaboratore eravamo convinti di essere dei benemeriti della pubblica moralità!
In un’altra occasione seppi di essere un violento, un tiranno, un torturatore e “non aggiungo altro” – disse quel miserabile di avvocato – ché se dicessi quello che so sul suo conto non lo farei più uscire di casa”. Figurarsi, dovevo andare ogni giorno a scuola! Pure invenzioni con la tecnica della preterizione: e non dico che…, tipica degli avvocati. Un linciaggio vero e proprio, che con la fattispecie, oltre tutto, non c’entrava niente, cui il Presidente della Corte d’Appello assisteva ne verbum quidem.
Recentemente, nel processo di primo grado contro il giovane Colitti di Ugento per l’assassinio di Peppino Basile, l’avvocatessa che lo difendeva nella sua arringa è andata a finire a cose che col delitto e con l’accusa non c’entravano a niente, della serie: il sindaco aveva portato dei fiori alla bambina che aveva testimoniato, la tesi del parroco “coraggio” e via di seguito, che evocavano aspre polemiche avvenute nel paese e che sconfinavano nella politica. E quando il sindaco si è pubblicamente lamentato, la bellicosa avvocatessa lo ha attaccato extra moenia. E non si è fermata lì, perché se l’è presa con il Pubblico ministero e ne ha avute anche per il capo della Procura, che aveva commentato con molta prudenza e con rispetto la sentenza di assoluzione, da lui trovata “singolare”.
Gli avvocati dovrebbero darsi una regolata. Essi sono uno dei mali della giustizia. Anzi, non sarebbe esagerato dire che la giustizia italiana è la giustizia degli avvocati e in subordine dei magistrati e delle procure. Quando si parla della giustizia che non funziona, stranamente non si parla mai di loro. La colpa è di tutti, dal Ministro agli uscieri; degli avvocati mai. Mancherà pure la carta per le fotocopiatrici, mancherà pure il personale, mancherà tutto quello che si vuole; ma quel che manca soprattutto è l’etica del rispetto, quella che non si può comprare ma sicuramente imporre fino a quando non si fa per scelta e con convinzione ciò che si fa per obbligo e costrizione.
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domenica 26 dicembre 2010

Riformisti gli italiani? Fesso chi ci crede

In una recente intervista il Cardinal Camillo Ruini, già capo dei vescovi italiani, ha detto che al Paese serve stabilità governativa e un governo capace di fare le riforme (Corsera, 24 dicembre). Buon ultimo!
Riforme, in Italia sembra che non si sappia dire altro. Essere riformista è come avere un salvacondotto per attraversare le linee nemiche. Guai a non esserlo! Fai la figura del minorato politico.
In realtà non c’è niente di più difficile in Italia del fare le riforme. Aggiungo: non c’è falso più falso in Italia di chi dice di volere le riforme. Che ce ne sia urgente necessità non si discute, ma che davvero gli italiani le vogliano, ho seri dubbi. Generalizzazioni a parte! Vediamo, infatti, che appena un governo ci mette mano si scatena l’inferno. Lo si è visto di recente con la riforma dell’università, famigeratamente detta riforma Gelmini, ritenuta da eminenti commentatori politici e docenti universitari se non l’optimum quanto meno una buona riforma (Angelo Panebianco, Ernesto Galli Della Loggia, Francesco Giacovazzi, Giovanni Sartori, Luca Ricolfi). Mai, in Italia, tanti nomina e tanti numina in favore di una legge. Eppure, mentre nelle aule parlamentari le sinistre si scatenavano in comportamenti ostruzionistici per evitare che la riforma passasse, nelle piazze si scatenavano i giovani, studenti e non studenti, in devastanti violenze, per lo stesso fine. Il governo ha dovuto procedere coute que coute.
Ma come? Non si dice un giorno sì e l’altro pure che occorrono le riforme? Non si è sempre detto che l’Università così com’è spende troppo e produce poco e male? Che i baroni fanno quello che vogliono, spendono e spandono danaro pubblico e promuovono docenti nell’ambito della famiglia e dell’amicato? E allora, perché ora che si vuol tentare di cambiare le cose, di fare un’Università che spenda meno e produca di più e bene; un’università non in mano ai baroni, si è contrari fino a scatenare l’iradidio? Non piace che ad occuparsi della gestione dei fondi sia un Consiglio di Amministrazione piuttosto che il Senato Accademico, a cui riservare le competenze culturali e scientifiche? Non piace la mobilità dei Rettori, per evitare incrostazioni di potere? Non piace la meritocrazia di studenti, docenti, ricercatori e dottorandi? Ma come, e di che cosa si è parlato in tutti questi anni?
La risposta sta nell’immarcescibile italianità, che è da sempre refrattaria a qualsiasi cambiamento. Basti pensare che due dei cantori dell’italianità degli ultimi tempi, ferocemente avversi al centrodestra e a Berlusconi, parlo dello scrittore Andrea Camilleri e del regista, da poco defunto, Mario Monicelli, non hanno fatto altro nei lori libri e nei loro film che esaltare la cialtroneria degli italiani. Camilleri fa abitare il suo Commissario Montalbano in una casa abusiva, praticamente sulla spiaggia; Monicelli si estasiava coi suoi sgangherati personaggi, così inconfondibilmente italiani, dei soliti ignoti, dell’armata brancaleone, di amici miei. Gli italiani sono esattamente quelli proposti da tanti film-commedia di sceneggiatori e registi.
E, allora, di che riforme si vuole parlare? Di che correttezza e legalità si vuole parlare? Di che morale privata ed etica civile? Non prendiamoci per fessi. In questo paese non è Dante l’interprete massimo, che aveva un senso tragico della vita, ma Machiavelli, il più grande scrittore di politica e insieme il più grande scrittore di commedie del suo tempo. Non sarebbe uno sproposito leggere prima la Mandragola per capire meglio il Principe.
Perché gli italiani mentono quando dicono di volere le riforme? Ma perché intanto è vizio italico criticare e protestare sempre; e siccome non si può che criticare l’esistente, ecco che tutti vorrebbero qualcosa di diverso, ergo le riforme. Intanto, si rendano o meno conto dei vantaggi dell’esistente, ci sguazzano benissimo dentro; e si trovano talmente bene che quando si ventila la minaccia di un cambiamento insorgono.
In verità ognuno in Italia ha bisogno della via preferenziale, della scorciatoia, dell’arrangiamento. Gli italiani non vogliono le riforme primo, perché non avrebbero più di che lagnarsi o di che cazzeggiare (che fine farebbero i Crozza, i Guzzanti, i Dandini, i Benigni, i Grillo e i Travaglio?); secondo, perché non ci sarebbero più per loro i mille modi per risolvere i loro piccoli e grandi problemi; terzo, perché non avrebbero più la speranza di poter ottenere ciò che per legge e correttezza non potrebbero mai avere. Il vero miracolo degli italiani è proprio la possibilità di ottenere l’inottenibile. Guai a togliere loro una simile speranza.
Una volta un signore a scuola mi raccomandò il figlio, che aveva grosse difficoltà a seguire e a studiare per vecchie lacune e ritardi ed aveva bisogno di sostegno extrascolastico per recuperare. Quando glielo dissi, quel signore mi chiese di favorirlo, ché se io avessi voluto avrei potuto farlo, nonostante le difficoltà. Cercai di fargli capire che non era possibile e gli chiesi: se uno da sé non è in grado di andare avanti, che bisogna fare? Glielo chiesi perché lui capisse e mi rispondesse che andava aiutato nel merito. E invece quello con la più grande naturalezza di questo mondo mi replicò: lo si raccomanda, no? Mi sarebbero cadute le ali se le avessi avute.
I politici, specialmente quelli che hanno fatto del riformismo la propria bandiera, sanno perfettamente che le cose stanno così. Ed ecco perché di riforme vere non ne fanno mai, sarebbe per loro l’insuccesso e la fine. Ma, nello stesso tempo, hanno paura che altri le facciano e che alla lunga la gente ne colga gli aspetti positivi. Le riforme finiscono così nelle more del dibattito e della contrapposizione politica. Vedere tanti leader della sinistra scalare i palazzi per raggiungere i tetti e mettersi a protestare coi giovani per un verso ha fatto ridere, per un altro, ha fatto sperare che qualcuno si buttasse di sotto. Dopo tutto, non sarebbe stata una grave perdita.
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domenica 19 dicembre 2010

Se lo Stato si lascia umiliare la democrazia è morta

Le immagini di guerriglia urbana del 14 dicembre scorso a Roma hanno dell’incredibile. Carabinieri, agenti di polizia, finanzieri presi a sassate, a sprangate, a bottiglie incendiarie, selvaggiamente colpiti. Mezzi militari dati alle fiamme, con colonne di fumo che s’innalzavano fino al cielo. Auto, negozi, vetrine colpiti, incendiati; tutto in un’orgia di distruzione. Da una parte i manifestanti, che cercavano di uccidere; dall’altra, gli uomini dello Stato, che cercavano di non farsi e di non fare del male. Uno spettacolo ignobile, sconvolgente. Tutto quello che avevano ordine di fare le Forze cosiddette dell’Ordine era di subire per evitare il peggio, non per se stessi, né probabilmente per i manifestanti, ma per l’establishment politico, che si sarebbe trovato a dover gestire qualcosa di diverso di un voto di sfiducia o di fiducia in Parlamento. E difatti il cordone di uomini e di mezzi delle Forze dell’Ordine era intorno a Palazzo di Montecitorio per impedire che i manifestanti, fra cui i soliti professionisti del crimine sociale, gratuito e garantito, infiltrati o semplicemente aggregati, irrompessero nell’Aula sacra della democrazia, dove c’erano altri scalmanati, i signori politicanti, nell’inutile liturgia della conta.
A Roma, come ad Atene, come a Parigi e a Londra. D’accordo. Si vive in tutta Europa un momento terribilmente serio. Ognuno rivendica diritti, chiede sicurezza di lavoro e di reddito, di prospettiva sociale, di studio e di formazione. I giovani hanno più ragione di tutti. Ha detto il filosofo polacco Zygmunt Bauman che “C’è senza dubbio nei giovani studenti una grande rabbia, che è una mistura esplosiva di paure verso il futuro – certamente giustificate – e di una disperata ricerca – altrettanto giustificata – per scaricare l’ansia che hanno dentro” (Il Messaggero, 18 dicembre). Diventa drammatica la situazione quando si riconoscono le ragioni ma ad impossibilia nemo tenetur. Le risorse finanziarie scarseggiano, mentre la crisi sociale viene da molto lontano. In dittatura il sospetto che altri si stiano fottendo le cose che spetterebbero a te resta un sospetto; in democrazia è certezza e diventa il carburante del pensiero e dell’azione. Male io, male tutti!
In Italia non si sta né peggio né meglio di altri paesi. Le forze politiche di opposizione, fra cui gli incredibili esponenti di un vuoto “futuro” e di un'altrettanto vuota “libertà”, che per sedici anni sono stati come culo e camicia con quello che oggi definiscono il tiranno, non fanno che gufare; sperano nel tanto peggio tanto meglio. Ma non dicono che se in Italia dovesse arrivare la crisi greca o irlandese, come loro vorrebbero, i primi a venir colpiti sarebbero i cittadini che vivacchiano con uno stipendio di fame e con una pensione d’estrema unzione; gli stessi che in qualche modo sostengono i loro figli disoccupati o precari. Se lo Stato ha bisogno di soldi va sul sicuro e prende da chi non può neppure opporsi, e cioè dai lavoratori a reddito fisso.
Proprio per la gravità della situazione tutte le forze politiche avrebbero dovuto da tempo mettere da parte gli egoismi di partito e le maniacali, irrazionali, fanatiche avversioni al governo, per dare una dimostrazione di serietà e di responsabilità al popolo. E’ penoso starli a sentire tutti parlare di responsabilità e pretendere che altri facciano quel che loro per primi non fanno. Non c’è forza politica, di maggioranza e di opposizione, che non sia lacerata, spaccata, in guerra con se stessa, prima ancora di esserlo contro le altre. E pur, nel disaccordo generale, c'è chi  nelle opposizioni invoca la formazione di un Cln (Comitato di liberazione nazionale) contro il governo Berlusconi.
Pazzi e criminali! Evocano bande partigiane e formazioni salodiane, in un momento in cui abbiamo bisogno di stringerci insieme per affrontare la crisi, senza farci più male di quello che già abbiamo.
A Roma lo Stato è stato insultato, mortificato, irriso, umiliato e danneggiato e non solo per colpa dei cosiddetti dimostranti. Certo, la loro è la rappresentazione più fisica e immediata. Ma ancor più colpevoli sono quelli che erano dentro il Palazzo a trastullarsi nei giochi di chiama e conta.
I magistrati hanno fatto bene, a prescindere dalle loro intenzioni ideologiche, purtroppo ormai acquisite, a scarcerare quella ventina di ragazzi presi durante i disordini. Probabilmente non erano questi neppure i peggiori responsabili di quanto era accaduto. Dovevano prenderne alcuni e magari hanno preso i meno furbi e scaltri. Sarebbe stato cinico e ingiusto trattenerli in carcere e magari processarli e condannarli, mentre chi veramente si era scatenato nella furia devastatrice era riuscito a farla franca, solo per dire che lo Stato c’è e che funziona. No, quei ragazzi andavano liberati e restituiti alle loro famiglie, come è stato fatto. Lo Stato ha dimostrato che non c’è, proprio perché non funziona.
Uno Stato che non riesce a prevenire, che non sa reprimere difendendosi sul campo, che non sa fare giustizia di quanto è accaduto è uno Stato ostaggio di gente incapace, che si gingilla con le parole, che passa il suo tempo a tramare per personali ambizioni; più che uno Stato giuridicamente inteso, è una condizione di degrado e di disfacimento.
Se questo governo, chiaramente inadeguato – non c’è davvero bisogno d’altro per capirlo – ma non sostituibile nell’immediato, per evitare che la situazione peggiori, meritasse di essere dimissionato lo è proprio per quanto è accaduto a Roma il 14 dicembre.
Non c’è cittadino che di fronte a dei selvaggi che col volto coperto e con la spranga in mano colpivano dei poveri poliziotti o finanzieri già a terra con tutte le insegne dello Stato sotto i piedi, non c’è cittadino, dicevo, che non abbia invocato ben altre giustizie, ben altre metodiche politiche, ben altre atmosfere. E forse se quei giovani esagitati fossero riusciti ad entrare nelle sacre stanze del potere infingardo per dargli una lezione non sarebbe stato più grave dell’averglielo impedito. Anche l’indignazione vuole la sua parte.

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domenica 12 dicembre 2010

Se la tolleranza è una maschera

Tante persone, così a modo esteriormente, nell’intimo sono in realtà intolleranti e maleducate. Mi accorsi la prima volta di questa contraddizione che è negli umani quando, assistendo allo stadio ad una partita di calcio, un amico che era il non plus ultra della compostezza, ad un’entrata spezzagambe di un giocatore della sua squadra su un avversario, si mise a ripetere sadicamente, ma senza scomporsi, “vai, ammazzalo! ammazzalo!”. Lo guardai incredulo e sbigottito. Era così elegantino, azzimato, perbene che le parole che diceva sembravano provenire da chissà dove. Va be’, era tifoso; ma era sembrato sempre così mite!
La chiave per scardinare la cassaforte delle ipocrisie di tante persone perbene, è da un po’ di anni a questa parte Silvio Berlusconi. Ma non solo lui. Se la cavano molto bene anche Bush e gli israeliani; e perfino Papa Ratzinger non c’è male! Sono chiavistelli molto efficaci.
Dico io, se uno come José Saramago, grande scrittore e premio nobel – che Dio l’abbia in gloria! – dice che è un “fatto provato che il primo ministro [Berlusconi] sia un delinquente”, che lo stesso è “uomo di cuore come può esserlo un capo mafia”, che Bush è “un maligno prodotto della natura”, che i soldati israeliani sono “specialisti di crudeltà…dottori in disprezzo che guardano il mondo dall’alto dell’insolenza che è la base della loro educazione”, che “applicano fedelmente, eseguendo gli ordini dei loro successivi governi e comandi, le dottrine genocide di coloro che torturarono, gassarono e bruciarono i loro antenati”, che Dio non esiste e “se pure esiste, quanto meno non ha mai parlato con Ratzinger”, che Papa Ratzinger è “uno che si sforza di mascherare e occultare ciò che effettivamente pensa”, che vescovi e cardinali vivono “come parassiti della società civile” e “si ritengono investiti di un potere che solo la nostra pazienza ha fatto durare” e che contro di loro “qualcuno dovrà tirare una scarpa” (Il Quaderno, 2009), perché meravigliarsi se il vicino di casa, il collega di lavoro, l’amico del circolo si esprimono con tanta maleducazione, intolleranza e violenza verbale?
Umberto Eco, quando Berlusconi vinse le elezioni nel 1994, disse che volentieri se ne sarebbe andato dall’Italia. Eugenio Scalfari non fa sconti a Berlusconi e berlusconiani; e Scalfari è il più convinto nostalgico della modernità. A sentire il fotografo Oliviero Toscani ti viene di correre ad indossare una tuta per ripararti dal linguaggio tossico che t’investe senza scampo come gas nervino. E così l’architetto Massimiliano Fuksas. E si potrebbe continuare con la bella società dei cosiddetti democratici e tolleranti. E lasciamo stare i Travaglio, i Grillo, i Di Pietro ed ora anche i Bocchino, i Briguglio, i Granata. Sparano tutti ad alzo zero bordate micidiali contro gli avversari politici. Non hanno riguardi per nessuno.
A sentirli, tutti questi lupi a confessione, ti convinci che contro l’intolleranza non c’è niente da fare, è una condizione irriducibile e immodificabile. Hai voglia di leggere Voltaire o di farti una cura di letture specialistiche. Puoi arrivare alla conclusione che l’intollerante non vive bene, ma non può vivere diversamente. Non è una questione di cultura, un cercare di leggersi dentro e di eliminare la mala radice, che sai di avere e sai com’è fatta; non è neppure cosa che si può trapiantare: mi tolgo un organo malato e me ne metto uno sano. No, è qualcosa che te la devi tenere, che al limite puoi soltanto mascherare o nascondere.
Per non agitarmi più di quanto non mi capiti durante il giorno ho smesso di seguire Ballarò o Annozero, L’infedele o Vieni via con me, programmi di un’intolleranza e di una ferocia verbali inaudite nei confronti degli avversari politici. Ma non sempre mi riesce. A volte cado in qualche imboscata. Giorgio Bocca, l’altra sera, ospite di Invasioni barbariche, disse che Bruno Vespa è un servo del potere. Ma come, io ho tanta ammirazione per quel cristiano, ed ora sento che è un servo del potere? E se lui è un servo, io che lo ammiro, che sono?
Senza aver fatto nulla di male – o per lo meno così credi – mentre te ne stai in casa tua, in grazia di Dio, ti senti dire che sei un rimbambito, che non capisci niente, che sei responsabile dello sfascio e dell’immoralità che regnano in Italia solo perché voti Berlusconi. Voti, dico, non che lo condividi sempre e comunque!
Una vecchia signora ultraottantenne mi raccontava che con lei stanno freschi perché appena incominciano la musica lei si alza dalla poltrona, si avvicina al video e via raffiche di parolacce: “cornuti, svergognati; voi a Berlusconi non siete degni neppure di pulirgli i piedi!”. Ah, caro Professore, gliele cantai, l’altra sera! Beata lei, che ha un rapporto così immediato con la televisione e che, virtuali o non virtuali, se ne va a letto soddisfatta di avergliele cantate!
Non credo che piaccia a nessuno sentirsi insultare senza avere la possibilità di replicare. Replicare? Per dire che cosa? A certe aggressioni si dovrebbe rispondere con altre uguali e contrarie e semmai ancora più decisive, come la vecchia signora. Perciò, Still! Non voglio sentire più niente.
Ma l’intolleranza si annida anche nelle circostanze meno sospettabili. Ti può capitare al bar o al supermercato, sul luogo di lavoro o in attesa di farti fare una ricetta dal medico.
Non c’è possibilità alcuna di convenire su nulla. O sei contro Berlusconi o sei peggio di lui. Non ti è consentito di dire mezza parola senza essere aggrediti dalle più viete e grevi contumelie, in partenza rivolte a Berlusconi e in arrivo a tutti quelli che lo votano o che stanno dalla sua parte. Ergo, pure tu, senza un minimo di riguardo o di educazione.
Per questa gente Berlusconi è il responsabile di tutto e lo è qualunque cosa faccia o dica, dato che quello che fa e dice, lo fa e lo dice a suo esclusivo interesse e a danno e vergogna del popolo italiano.
E dall’altra parte? Dall’altra parte ci sono gli intolleranti confessi, tra cui mi pregio di stare io. Indegnamente, aggiungo. Ahimè, non ho mai trovato una maschera che mi stesse bene.

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