domenica 5 dicembre 2010

Scuola: una riforma che non s'ha da fare!

“Mio caro, ho ricevuto, finalmente, oggi, la tua amatissima cartolina, alla quale m’affretto a rispondere prima che tu parta per Torino. Qui a Napoli, noi, studenti Universitari, siamo in sciopero da circa una settimana…”.
No, la cartolina sulla quale si leggono queste parole non è stata spedita in questi giorni di recrudescenza studentesca. In prosieguo di testo, si legge: “…per la Riforma Gentile, che va mano mano applicandosi. Sono successi parecchi incidenti tra studenti fascisti e non fascisti: ci sono stati 5 o 6 feriti. Non saprei dirti il giorno della riapertura: oggi il Rettore convoca il Senato Accademico per prendere qualche disposizione a riguardo”.
La data è il 20 gennaio1925, diciassette giorni dopo il fatidico discorso alla Camera del 3 gennaio, quando Mussolini si assunse tutte le responsabilità del delitto Matteotti e diede inizio alla dittatura fascista. Non so se mi spiego! Gli studenti universitari manifestavano anche durante il fascismo, benché non ancora regime, e sempre per una riforma. E che riforma!
Nei miei cinquant’anni di scuola, da studente e da insegnante, non ricordo ministro della pubblica istruzione che non sia stato bersaglio degli studenti e della stampa avversa, spesso con epiteti gratuitamente e sommariamente ingiuriosi. Ricordo, tra i primi che mi vengono a mente, Riccardo Misasi trasformato in Misasino, Franca Falcucci in Falciucci, lo stesso Luigi Berlinguer in copertina di un settimanale di destra con le orecchie d’asino, il povero Tullio De Mauro in pubbliche lacrime, fino alla Gelmini nell’immaginetta della “Santa Ignoranza”, forse per quel volto di santarellina. Le riforme, poi, sempre ferocemente avversate. Il ’68 in Italia ebbe la sua causa scatenante nella riforma del Ministro Luigi Gui. Inutile tirarla oltre: lo sanno tutti, in Italia non si può fare mai una riforma, men che meno quella della scuola o dell’università. Gli italiani si sentono tanto commissari unici della nazionale di calcio quanto esperti di cultura e di organizzazione dell’istruzione ad ogni livello e grado. Hanno bisogno di criticare, essere contro. E’ per loro imprescindibile. Allora, guai a toglier loro la materia dell’avversare!
Tutti sono riformisti a chiacchiere, poi sacrificano ogni importante riforma alla ragion politica del momento; un po’ perché non si dicesse che la riforma l’ha fatta la parte politica avversa e un po’ perché sono nella sostanza decisamente conservatori. Intendiamoci, lo fanno sia quelli di destra nei confronti dei governi di sinistra, sia quelli di sinistra nei confronti dei governi di destra.
Con la riforma Gelmini è successo, però, un fatto nuovo o quasi. Buona parte della stampa, anche di quella che non fa sconti al governo in carica, l’ha valutata positivamente, sia pure senza molti entusiasmi. Ciononostante si sono viste cose turche, con leader anche attempati salire, tanto rischiosamente quanto comicamente, sui tetti a manifestare con gli studenti, dando chiara e netta la sensazione che la riforma universitaria era solo un pretesto.
Ora, le manifestazioni studentesche sono le più facili da organizzare. In genere vengono fatte da eserciti di ragazzi che partecipano in maniera acritica perché l’età e le circostanze fanno loro approfittare di giornate festose, graziosamente giustificate. Gli organizzatori sono sempre gli studenti più svogliati, quando non si tratta di agitatori che fanno le prime prove politiche a scuola. Le stesse che dal ’68 in poi sono state istituzionalizzate, attraverso assemblee di classe e di istituto, elezioni scolastiche, partecipazione ai consigli d’istituto, che hanno sottratto tempo prezioso alle attività didattiche, e alla fine, in virtù del loro ruolo gli organizzatori se la cavano con abbuoni vergognosi. Per dirla papale papale: c’è chi consegue il titolo di studio senza mai aprire un libro, per premio alla carriera. E’ accaduto che siano diventati perfino professori universitari.
Ciò detto, va aggiunto che gli studenti a volte hanno validi motivi predisponenti. Il più importante dei quali, oggi, è il difficile inserimento nel mondo del lavoro dopo aver conseguito la laurea. Questa difficoltà, che oggi più che in qualsiasi precedente situazione ha i caratteri della disperazione, crea negli studenti, specialmente in quelli più politicizzati o variamente ostili a Berlusconi, visto come un Paperon de’ Paperoni vizioso e sporcaccione, uno stato d’animo di rabbia, per cui non si riflette tanto sui contenuti della riforma quanto sull’inanità dello studio.
Ad essi si aggiungono i politici interessati e ovviamente i docenti, i quali dalla riforma Gelmini sono minacciati nei loro privilegi.
Non sono cose da poco. Spesso, nel regno dell’intellettualità, vivono contraddizioni spaventose. Volterriani a parole, di una intolleranza incredibile nei comportamenti e nei fatti. E’ inutile che io stia qui a citare le aberrazioni di sedi universitarie proliferanti di docenti che ricordano i nobili della corte di Versaglia, di cattedre inventate, di concorsi fasulli, di docenti senza alunni e produttori di nulla, di ricercatori che non ricercano e via di seguito, tutta gente che prende il suo bravo e congruo stipendio e si fregia dei simboli accademici. Questa gente a parole è per la riforma, perché riforma è bello. Come ogni brava persona è per il rispetto del padre e della madre, così non si bestemmia la riforma. Nei fatti, però, questa gente si arrocca e minaccia sfracelli appena sente il fiato sul collo di un qualche cambiamento.
Gli studenti avrebbero ragione di ribellarsi, di salire sui tetti e magari di sfondarli, ma non a difesa della conservazione, bensì contro. E invece, che fanno? Si lasciano strumentalizzare e inconsapevolmente fanno gli interessi dei loro parassiti. I mass media fanno il resto, esibendo nelle loro vetrine mediatiche gli improvvisati masanielli del libro e del libretto, i futuri Capanna, i quali durano la breve stagione delle cicale. Intanto i loro bravi benefici li avranno, mentre gli altri, gli anonimi, potranno sempre dire: io c’ero! Storie viste e riviste, senza che avessero insegnato mai nulla. La riforma non s’ha da fare, viva la riforma!
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domenica 28 novembre 2010

Il testamento biologico è un atto di pietas civile

Ex abrupto: sono favorevole al testamento biologico. Lo sono per senso di umanità e di solidarietà. Ritengo normale che un essere umano, nel pieno delle sue facoltà mentali e in condizioni di serenità di spirito, lasci per iscritto a testamento, tempestivamente depositato presso le autorità civili, che cosa altri, famigliari o amici, debbano fare di lui e per lui, nell’ipotesi che, giunto o trovantesi in condizioni irreversibili di sofferenza o di morte cerebrale, lui non sia più in grado di decidere per sé.
Anzitutto, i conti con la religione. La Chiesa ha ragione di fare la chiesa; avrebbe torto se facesse un’altra cosa. Fa benissimo, dunque, ad essere contro l’aborto, contro ogni forma di procreazione forzata, contro matrimoni tra gay, contro ogni comportamento innaturale, contro ogni forma di interruzione della vita che non sia quella voluta dalla natura, che lei identifica nel Signore Iddio.
Quando la Chiesa aveva anche il potere giudiziario e lo esercitava direttamente o attraverso il potere politico, che la stessa condizionava, puniva i peccatori come criminali. Più o meno come fanno oggi l’islamismo ed ogni altro stato teocratico. Oggi la Chiesa ha solo il potere di dire. Chi vuole ascoltare, ascolti; e se no faccia pure quel che vuole. Se la vedrà con Dio!
Conserva, tuttavia, una notevole capacità di influenzare le scelte del potere politico nelle sue varie articolazioni. Non solo in Italia. Pensiamo agli Stati Uniti d’America, dove un candidato alle presidenziali vince o perde a seconda del suo legame coi valori della Chiesa. Ma in nessun paese del mondo un politico al governo si mette deliberatamente contro la religione. Se lo fa, non dura.
In Italia non siamo sempre all’equiparazione del peccato col reato. Lo Stato non punisce chi non crede in Dio, chi fornica, chi desidera la donna o la roba degli altri. Punisce chi ruba, chi uccide, chi rende falsa testimonianza. Ma ci sono moltissimi casi in cui il discrimine tra peccato e reato non è così netto. In questi casi lo Stato sbaglia a seguire la posizione della Chiesa, perché diversi sono i suoi compiti.
L’essere umano nella sua essenzialità di vita risponde a pulsioni ed esigenze che non possono non prescindere da altro. Nessuna legge, dello Stato o della Chiesa, può stabilire quando devo mangiare, quando devo dormire, quando devo lavarmi, quando devo digerire e via di seguito. Sono esigenze, queste, che dipendono dalla fisiologia e in parte dalla volontà. I cittadini hanno diritti naturali che lo Stato dovrebbe garantire come diritti positivi.
Un diritto naturale potrebbe essere la morte. L’individuo può sentire l’esigenza di morire, quando è nelle spire del dolore o quando è malato e per lui, ridotto al puro stato vegetativo, non c’è possibilità alcuna di superare la fase del male che lo sta conducendo inevitabilmente a morte.
L’uomo respinge istintivamente il dolore, fa di tutto per alleviarlo; lo sopporta quando sa che c’è un dopo. Il dolore è un’offesa alla vita, per quanto faccia parte della stessa. Quando diventa condizione senza possibilità alcuna di venirne fuori, porre fine al dolore è il più naturale di tutti gli istinti. Quando, pur senza avvertire dolore, si è corpi privi di raziocinio e di volontà, è più che giusto porre fine all’inutile sofferenza propria e dei famigliari.
Implorava Jacopone: “O Segnor, per cortesia, manname la malsanìa”, perché voleva soffrire per poter espiare le sue colpe. Implorava una vita di sofferenza, lunga, lunga, lunga, per poter soffrire di più e peggio. Jacopone non sarebbe mai stato per l’eutanasia, ovvero per la dolce morte per evitare di soffrire inutilmente. Non solo perché riteneva che non si soffre inutilmente, ma soprattutto perché vivere e soffrire per lui erano la stessa cosa; perché per lui soffrire doveva essere condizione di vita. Se proprio doveva morire, allora voleva essere divorato da un cane e defecato sugli sterpi.
Oggi non so quanti potrebbero pensarla come Jacopone da Todi. Sicuramente ce ne sono. Soprattutto ci sono quelli che credono che non si vive inutilmente e che neppure si soffre inutilmente. Sono i credenti, non necessariamente mistici. Di fronte ai quali chi non ha cappello per scappellarsi provveda ad averne uno, perché di fronte a persone simili la massima riverenza è ancora poca.
Ma per i più, non necessariamente materialisti e miscredenti, le cose stanno diversamente; e lo Stato dovrebbe provvedere a riconoscere le loro esigenze. E’ necessaria una legge che renda quanto meno facoltativo il diritto di fare un testamento biologico, in cui dettare le proprie volontà, relative alla fine della propria vita. Certo, non è solo una questione di sofferenza o di dolore, non ci sono solo aspetti biologici, morali e religiosi; ci sono importanti risvolti civili. La morte, procurata per testamento biologico, è sempre qualcosa che viene decisa e dunque può essere pilotata per altri interessi, patrimoniali per esempio o di altra natura, a seconda del ruolo e dell’importanza che ha il soggetto in questione. Sicché la legge dovrebbe essere ben concepita ed elaborata, in grado di prevedere ogni e qualsiasi situazione.
Una legge del genere risponderebbe a criteri, come dicevo in apertura, di umanità e di solidarietà. Di umanità, perché è dell’uomo evitar di soffrire. Di solidarietà perché non si può costringere la gente a veder soffrire e a soffrire a sua volta. Quando la vita per un essere umano tale non è, nel senso che per poter vivere ha bisogno di tante persone che lo accudiscano, di macchine sofisticatissime che lo facciano respirare e fargli battere il cuore, mentre lui, cosciente o incosciente, non è in grado di decidere e di farla finita, perché continuare? Quale diritto ho io di condizionare la vita dei miei famigliari e costringerli a tenersi in casa un corpo, che spetta solo di essere umanamente seppellito?
Il testamento biologico è un importante atto di pietas civile; un preventivo gesto di rispetto di sé, di amore per gli altri.
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domenica 21 novembre 2010

Salviamo la "Dante"!

L’allarme ormai dura da anni. Non è più questione di questo o quel governo. In Italia non c’è più per la cultura l’attenzione e la dedizione che hanno contraddistinto nel mondo e nella storia il nostro Paese. Antichissime e importantissime istituzioni rischiano di chiudere per mancanza di fondi. Ma, evidentemente, non solo per mancanza di fondi!
C’è nella classe intellettuale italiana una sorta di pigrizia, di rassegnazione con qualche sussulto antigovernativo. Come se veramente tutto e sempre dipendesse dal governo. Perfino importanti uomini di cultura hanno un approccio sbagliato con le istituzioni, che spesso sono considerate mucche da mungere in termini di prestigio e di denari, per essere lasciate al loro destino quando non possono dare più niente. Neppure i diretti beneficiari si sforzano di fare qualcosa in surroga. Oggi il governo non è più in grado di provvedere al loro mantenimento a causa della nota crisi economico-finanziaria che obbliga a fare dei tagli ai finanziamenti.
E’ tempo, invece, che in Italia chi ha veramente a cuore la cultura si dia una mossa, faccia qualcosa senza aspettare che altri intervengano. E’ tempo di dare, non più di avere. Non solo i privati dovrebbero ravvedersi, ma anche quelli che lavorano già nelle istituzioni pubbliche. Se a Pompei crolla uno degli edifici di maggior interesse culturale e di richiamo turistico, la colpa non può essere solo del governo o della atavica mancanza di soldi, ma anche di tanta negligenza di funzionari, intendenti e sovrintendenti cialtroni, che non svolgono con passione e interesse il loro lavoro.
Per fortuna gli esempi buoni non mancano. In questo senso il professor Gerardo Motta è un vero eroe. Ha dilapidato i suoi averi, qualcosa come quattro milioni di euro, fino ad ipotecare la casa dove abita, pur di salvare l’Istituto per gli Studi Filosofici, da lui fondato a Napoli nel 1975 (300 mila volumi raccolti, tre mila pubblicazioni, migliaia di borse di studio) nell’indifferenza degli enti pubblici. In soccorso della nobile impresa di Marotta si sono mossi duecento intellettuali di tutto il mondo, che hanno lanciato un appello per salvare l’Istituto dalla chiusura.
Un precedente importante, che dovrebbe dare la svolta al rapporto istituzioni-intellettuali. Gli operatori culturali non possono più attendere che altri salvino le loro strutture. La cultura è di coloro che la producono ed è giusto che gli stessi ne difendano il patrimonio, che è anche laboratorio di produzione. E’ questione di sopravvivenza. Dovrebbero fare come gli operai quando, sacrificando i loro più immediati interessi, si mettono in difesa della loro fabbrica.
Il Politecnico di Milano, in difetto di fondi per far fronte alle spese di mantenimento delle borse di studio per dottorati di ricerca, ha lanciato “la campagna permanente di raccolta di fondi a favore della Scuola di Dottorato”, chiedendo a tutti i suoi laureati un contributo di almeno cento euro. Siamo alla questua vera e propria, in concorrenza con francescani e associazioni onlus; ma è una grande prova di coraggio e di realismo.
Qualche anno fa il grido d’allarme venne dall’Accademia della Crusca, fondata a Firenze nel 1583, la massima autorità in materia di lingua e filologia, la depositaria del nostro patrimonio lessicale col suo “Vocabolario”.
Ora anche la Società “Dante Alighieri”, fondata da Giosue Carducci nel 1889 per promuovere la lingua e la cultura italiana nel mondo, rischia di chiudere. Nella Legge di Stabilità, ex Finanziaria, sono stati previsti tagli del 53,5 per cento rispetto all’anno scorso. Coi 600 mila euro accordati rischia di tenere in piedi solo la struttura centrale. E i 423 comitati che ha, sparsi in tutto il mondo?
Coi soldi ricevuti non può davvero adempiere ai compiti istituzionali. Questa istituzione dipende sia dal Ministero degli Esteri e sia dal Ministero dei Beni Culturali; i suoi operatori sono da sempre dei volontari. Fanno conferenze, tengono seminari, organizzano manifestazioni; sono la faccia bella del nostro Paese. I corsi, però, sono a pagamento e sono tenuti dal personale accreditato presso le ambasciate e i consolati. Ci vogliono i soldi!
La “Dante” svolge da sempre un grandissimo compito in favore della nostra lingua nel mondo. Tanto più importante oggi, mentre per la lingua italiana non c’è molta considerazione nell’Europa burocratica di Bruxelles, se ogni tanto tentano di escluderla dalle lingue ufficiali della comunicazione legislativa e amministrativa della Cee, che sono inglese, francese e tedesco. E’ davvero un peccato che il nostro Paese non abbia i fondi per raddoppiare e dimezza la spesa delle sue attività.
Il mio amico polacco, professor Andrzej Nowicki, grande studioso di Giordano Bruno, di Giulio Cesare Vanini e della filosofia italiana del Rinascimento, apprese l’italiano proprio seguendo i corsi presso l’Ambasciata Italiana a Varsavia negli anni Trenta. Da allora divenne uno dei più grandi amici dell’Italia e della sua cultura.
La “Dante” è stata la prima grande istituzione culturale che noi ragazzini di scuola media abbiamo conosciuto, quando ognuno di noi aveva la sua brava tessera della “Dante” e i suoi bolli, che attaccavamo sui risvolti dei quaderni e dei libri.
Ora, bando alle nostalgie, che non hanno mai risolto i problemi. A questo punto, per salvarla, si dovrebbe istituire una piccola tassa per ogni alunno iscritto ad ogni ordine di scuola. La popolazione scolastica in Italia è di circa sette milioni. Basterebbe un euro per ogni alunno e si potrebbe mettere insieme un bel po’ di soldi. Credo che si potrebbe fare già da quest’anno, attraverso gli stessi operatori della “Dante” dislocati nei comitati di tutta Italia. Per gli anni successivi si potrebbe legare questo piccolo-grande contributo alla stessa tassa di iscrizione.
Sarebbe davvero un momento celebrativo straordinario dei 150 anni dell’Unità d’Italia con qualcosa di diverso e di più concreto.
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domenica 14 novembre 2010

Morire per un cane è peggio che morire come un cane

Una volta si moriva come un cane. Tempi barbari, direbbero gli animalisti. Per i cani e più in generale per tutti gli animali non c’era alcun rispetto. Il primo moto istintivo era di ammazzarli quando non erano utili all’uomo. In tempi più recenti molti animali sono stati utilizzati per ricerche ed esperimenti; i cani, vivisezionati, addirittura per cosmetici e profumi. Che, a considerare, è il massimo dell’egoismo umano: dalla vita animale trarre prodotti per deliziarsi. Non voleva dire proprio questo il Signore Iddio quando diede all’uomo il dominio su ogni essere vivente.
E vada per i serpenti e per i topi, gli uni perché viscidi, gli altri perché schifosi; entrambi irritanti. Ma per le lucertole? Da bambini le catturavamo con delle erbe filamentose, dette perciò mpicasarvìche (impicca lucertole), con cui facevamo dei cappi; poi le appendevamo e ci esercitavamo al tiro al bersaglio con arco e frecce, che ricavavamo da ombrelli rotti. Infilzavamo le cicale con tecniche turche per vederle partire come un razzo per l’ultimo volo e andare a sbattere contro il primo ostacolo e morire. Catturavamo gli uccelli con le tecniche più varie e più crudeli. Il massimo della nostra gioia era prendere a mamma cu tutti i curciùli (la passera con tutti i passerottini). Giochi da ragazzacci discoli, si dirà.
E gli adulti? Ancora oggi catturano e uccidono animali per le loro pelli. Ancora oggi studiano tecniche e veleni per combattere certi insetti, dannosi e fastidiosi, che pure animali sono. L’ultima trovata è la racchetta elettrica per intercettare le “povere” zanzare, un pendant della sedia elettrica per gli uomini. Va ad aggiungersi agli stermini di massa, ai genocidi dei gas asfissianti, ai pesticidi. Roba da fare invidia alle malanime di Hitler e di Saddam Hussein. Chissà che cosa non si darebbe oggi per trovare un antidoto contro il punteruolo rosso che sta distruggendo le palme e i nostri paesaggi urbani! E’ brutto a vederlo e soprattutto dannoso, d’accordo, ma è pur sempre un insetto, un animaletto.
Ironia a parte, ancora non siamo entrati nella fase del rispetto totale per tutto ciò che vive. Forse arriveremo. Per ora, siamo ad una più sensibile selezione rispetto a ieri. L’uomo conserva l’istinto primordiale di aggredire gli animali e ucciderli per paura di essere a sua volta attaccato, ma anche per gioco e divertimento. Istinto che ancora oggi lo spinge ad eliminare tutti quegli animali che non solo non gli sono utili, ma gli sono importuni, il più delle volte insetti, mosche e formiche.
Viviamo, tuttavia, un’inversione di tendenza. Cani e gatti, anche quando non hanno un’immediata utilità, sono sempre più membri della famiglia. I cani soprattutto, perché i gatti sono più indipendenti e insofferenti. I cagnolini sono trattati come bambini, coi loro vestitini, le cuffiette, gli impermeabili, le pelliccette. Morti, vengono clonati e addirittura viene loro lasciata l’eredità a testamento. Sono come status symbol di cultura, di benessere, ma anche – diciamolo pure – di indiretta professione di disprezzo per gli uomini. Io non dico: non amo gli uomini, anzi li odio; ma dando ad un cane tutto l’affetto e perfino l’eredità, lancio un messaggio ben preciso: preferisco gli animali agli uomini. Che è tutto dire. Ci sono vecchiette che altra compagnia non hanno che il proprio cagnolino, mentre i figli sono sempre più indifferenti e lontani. Ci sono giovani che gioiscono quando è finalmente un cane che maltratta l’uomo.
Ora c’è una legge anche in Italia che chi investe un cane ha l’obbligo di prestargli soccorso né più né meno che se fosse una persona. Una delle tante leggi nate all’estremità nord dell’Europa ed estese alla sua estremità sud, dove molto spesso non si presta soccorso neppure alle persone e per il soccorso agli animali non c’è neppure l’ombra di una struttura. La conseguenza è che ci sono in giro frotte di cani randagi. I casi di cani che sbranano bambini e vecchiette si sono moltiplicati. Le piazze e le vie dei nostri paesi ne sono piene, di ogni razza e taglia. Interagiscono ormai con le persone e le cose urbane. Ai rintocchi delle campane alzano al cielo la testa e rispondono ululando come lupi mannari alla luna; spesso fanno da battistrada o d'accompagnamento ai cortei funebri. Difendono da altri cani il loro territorio, in battaglie a volte ferocissime, che nulla hanno da invidiare a quelle epiche di Poitier o di Lepanto degli eroi cristiani.
Un po’ volenti e un po’ nolenti oggi abbiamo un diverso rapporto con gli animali. Una diversa sensibilità ha coinvolto tutti. Oggi nessuno si sognerebbe di attaccare una lattina alla coda di un cane per vederlo volteggiare come una trottola alla ricerca di liberarsi mordendosi la coda. Oggi gli animali hanno le loro istituzioni umane a difenderli. Esse intervengono in favore delle volpi cacciate in Inghilterra, dei cavalli lanciati al Palio di Siena, dei tori matadi nelle corride in Spagna, delle balene catturate nei mari del Giappone, dei cavalli frustati a sangue nelle fiere paesane in gare di tiro. Non si tollera più che si faccia del male ad una bestia per un motivo qualsiasi o addirittura senza alcun motivo. E’ segno di civiltà, non c’è dubbio.
Corriamo il rischio, però, di creare un rapporto con gli animali su basi sbagliate, il più delle volte su arrangiamenti e compromessi, da una parte una legge, pensata in una certa realtà socio-economica, dall’altra la realtà che non ne consente l’applicazione. Qui c’è gente che porta il cane fuori per fargli fare i suoi bisogni, lasciati poi lì, nella totale incuranza di leggi e di elementari opportunità di igiene. Vengono lasciati incustoditi cani pericolosi, che aggrediscono i passanti; oppure cagnolini che possono essere investiti e uccisi da un’auto di passaggio.
Recentemente a Milano un povero tassista è stato ucciso per aver investito un cagnolino. In tre lo hanno pestato e ridotto in fin di vita; poi difatti è morto. Non è morto come un cane, è morto per un cane. E’ il segno dei tempi. Nell’episodio c’è tutta la condizione di un’umanità, che, mentre si arricchisce per un verso s’impoverisce per un altro. Se la vita di un cane vale più di quella di un uomo, vuol dire che l’uomo è in grave confusione e disordine; sta scadendo pericolosamente al di sotto di un cane.
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domenica 7 novembre 2010

Berlusconi, l'immoralista necessario

Ha scritto Ernesto Galli Della Loggia nel suo ultimo libro, Tre giorni nella storia d’Italia, che “Nell’Europa di oggi è più facile, in generale, parlare di Hitler che di Berlusconi: i rischi sono assai minori”; ed ha aggiunto, quasi conscio della colossale minchiata detta: “Non credo di esagerare”. Che lo racconti agli Ebrei, allora!
Non c’è dubbio alcuno che gli scandali, sommati ai processi, che hanno investito Berlusconi in sedici anni di vita politica sono tanti e tali da rendere il suo nome metafora di frivolezza, di corruzione, di spregiudicatezza o, come dice Bill Emmott, ex direttore di “Economist”, autore del recente libro Forza, Italia. Come ripartire dopo Berlusconi, inadeguatezza; benché gli scandali non abbiano mai “varcato” la soglia della sua stanza da letto e i processi, riguardanti tutti presunti reati compiuti prima della sua scesa in politica, si siano rivelati in gran parte aggressioni giudiziarie.
Alcune sere fa, Ferruccio De Bortoli, direttore del “Corriere della Sera”, intervistato da Daria Bignardi su “La 7” nel corso della trasmissione “Le invasioni barbariche”, ha affermato che scandali e processi hanno nascosto le cose buone che ha fatto il governo Berlusconi, tenendo a sottolineare che di cose davvero buone ne ha fatte e ne sta facendo.
Siamo in presenza di un inedito fenomeno politico. Un capo di governo che sa governare il Paese, capace di amministrare anche, ma non sa governare se stesso, la sua persona, la sua intimità. E’ indubbio che i suoi comportamenti, extragovernativi, creano imbarazzo e disagio in chi sta dalla sua parte politica; indignazione e rabbia in chi sta dalla parte dei suoi oppositori; offendono il Paese intero.
E tuttavia Berlusconi sale e guadagna punti in consenso. Oliviero Toscani, il famoso fotografo, dice che questo accade perché il popolo italiano è un “popolo bue” e che quelli che stanno con Berlusconi sono “italioti” e, usando un epiteto inventato prima che arrivasse Berlusconi con le sue televisioni da Gianna Preda, la famosa giornalista de “il Borghese”, “videoti”; insomma una componente inferiore del variegato popolo italiano. Lo stesso Eugenio Scalfari, dal suo cogitatorio domenicale de “la Repubblica”, è dello stesso avviso, spostando a dieci anni prima del 1994 la nascita del popolo italiota, a “quando ebbe inizio l’ascesa televisiva della Fininvest e l’incubazione del berlusconismo nelle vene della nazione”. Dimentica Scalfari. C’è un oblio diffuso in Italia, che non dipende solo dalla vecchiaia, ma da una propensione a ricondurre tutto all’hic et nunc, che serve a rendere più forte e sensazionale la polemica.
Sul versante antiberlusconiano c’è un’Italia che, par di capire, non ami Berlusconi a tal punto che non prende nemmeno in considerazione le cose buone che fa il suo governo, che perfino non considera, perché le sue “porcherie” fanno aggio su tutto. Anzi, per questi italiani, il governo Berlusconi non esiste; e si aggiungono, ultima varietà, alla sempre più folta e variegata schiera dei negazionisti.
Berlusconi, dunque, no, perché è uno sporcaccione, perché ricchissimo ed ostenta in maniera pornografica la sua ricchezza, fa un po’ schifo quando si mette con ragazzine; ed aggiungiamo pure altro, ci sta tutto, il suo è un sacco capiente.
Ma, siccome stiamo parlando di reggere le redini di una nazione, ci dobbiamo sì o no chiedere se esiste una concreta, reale alternativa, non tanto a Berlusconi quanto alla sua maggioranza? Un’alternativa che, ovviamente, non abbia i caratteri di altra immoralità e che abbia le stesse capacità di governo che – negazionisti a parte – il suo governo ha dimostrato di avere?
Non occorre molta intelligenza per rendersi conto che un’alternativa senza le forze politiche che costituiscono l’attuale maggioranza, non esiste; e ciò a prescindere da ogni considerazione morale o politica.
Per formare un ipotetico governo tecnico, invocato un giorno sì e l’altro pure, bisognerebbe mettere insieme un nuovo “arco costituzionale” da Vendola a Fini, comprendendo tutta l’umanità politica che sta in mezzo. Se questa può essere una concreta proposta politica ha ragione chi, alla domanda a chi va il suo consenso, senza stare lì a fare le elucubrazioni di Scalfari e dopo essersi premunito di farmaci antivoltastomaco, dice Berlusconi. Siamo tornati in Italia al famoso invito di Indro Montanelli, quando diceva: turiamoci il naso e votiamo Democrazia cristiana; che non è certo una gran bella cosa. Con la differenza che ai tempi di Montanelli alternative erano possibili ma improbabili, stanti in piedi la guerra fredda e il Muro di Berlino. Era possibile, infatti, un’alternativa di sinistra con comunisti e socialisti, ma questo non lo consentiva la posizione italiana nell’equilibrio degli schieramenti internazionali.
Stiamo, dunque, oggi peggio di prima sotto il profilo della reale possibilità di avere un’alternativa a questo governo presieduto da Berlusconi. Al quale va ascritto anche, tra le tante colpe, quella assai più grave, perché meno appariscente, di una corruzione italiana o italiota esistente da sempre e incancrenita da quando c’è la repubblica democratica fondata sui partiti, ossia la corruzione, metastasi pervasiva dell’organismo statale, sociale e nazionale. Pochi giorni fa è stato annullato il concorso per notai perché la traccia della prova scritta era già nota ai soliti “informati”. Si pensi! I notai, i custodi della legge che scadono in una combine da mafia, che in radice nascono come violatori o elusori della legge!
Il vero grande immondo scandalo che ammorba l’Italia è quello che per cinque posti di lavoro si presentano migliaia di candidati, per poi rinunciare perfino a presentarsi alle prove convinti che quei posti sono stati già assegnati. Gli italiani o italioti che siano, fessi comunque no, quando dicono: siamo con Berlusconi, lo dicono pure perché sono contro i suoi oppositori, che, quando non sono degli incapaci, sono dei complici di chi trucca i concorsi, di chi lascia crollare i monumenti, di chi non sa arginare gli straripamenti e gli smottamenti, di chi non riesce a garantire un'istruzione adeguata alla futura classe dirigente, di chi non sa gestire nemmeno la sua monnezza: un’Italia che l’immoralista Berlusconi non ha creato davvero, ma ereditato dai soliti immarcescibili moralisti.

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domenica 31 ottobre 2010

Berlusconi è malato. E gli altri?

“Famiglia Cristiana” ha detto che Berlusconi è malato, riprendendo la vecchia tesi dell’ex moglie del premier Veronica Lario, che, ai tempi della Noemi, così diagnosticò. Lo ha detto dopo l’ennesimo caso di sex-gate che lo ha coinvolto, quello relativo a tale Ruby, ragazza marocchina minorenne-maggiorata, che il Presidente del Consiglio avrebbe avuto sua ospite ad Arcore. In verità l’aspetto sexy è complicato dal fatto che Berlusconi sarebbe intervenuto presso la Questura di Milano a togliere dai guai la ragazza accusata di furto. Il profilo privato si è intrecciato così a quello pubblico. E se già quello privato non era edificante, quello pubblico è estremamente grave. Berlusconi ha rilanciato: “è spazzatura mediatica e comunque io amo la vita e le donne e non intendo cambiare”, aggiungendo così alla matassa un terzo filo, quello appunto della “salute”.
Inutile negarlo: i suoi comportamenti provocano disagio a tutto il Paese, probabilmente non a tutti i suoi elettori. Per ora i suoi sostenitori più razionali fingono una netta distinzione tra ciò che Berlusconi fa per così dire nei “fatti suoi” e ciò che fa nell’azione politica e governativa. Ma la finzione potrebbe venir meno e la verità snebbiarsi, anche per ragioni politiche, economiche e sociali, in cui il Paese sempre più gravemente si dibatte. Allora per coloro che non vogliono guardare ad un inguardabile centrosinistra, fatto di relitti della vecchia partitocrazia, che Matteo Renzi, giovane sindaco di Firenze, irriguardosamente ma giustamente dice di voler rottamare, il problema di un nuovo o diverso punto di riferimento si porrebbe. E, al pensiero, non c’è da stare allegri. Ci sarebbe Fini, potrebbe dire qualcuno. Ma Fini è fluido, liquido, assume la forma del contenitore dei suoi più immediati interessi; e quasi sempre sono interessi di carriera personale. Probabilmente non è neppure per calcolo consapevole. Gli è che non ha altro con cui sostanziare la sua azione politica. Per queste ragioni, non volendo giungere alla conclusione che è meglio non votare, dato che il voto è troppo importante per passarlo a sciacquone, il centrodestra deve cercare soluzioni coerenti e credibili, per il Paese prima di tutto e per i suoi sostenitori.
Ma, per tornare a Berlusconi e alle sue mattane, allo scopo di capire l’uomo e il politico, ma anche per capire perché nonostante tutto goda del favore di tanti italiani, bisogna riflettere su una vecchia categoria del politico. E’ la “dissimulazione onesta” dettata da Torquato Accetto nel ‘600. Consiste nel comportarsi in pubblico come è lecito (foris ut licet) e in privato come piace (intus ut libet). In questo sono stati maestri impareggiabili nella storia i Gesuiti e nel secolo i democristiani, ma in verità tutti gli esponenti della partitocrazia uscita dai Cln resistenziali sia di destra che di sinistra. Essi ne hanno combinate che ne hanno combinate! Ma lo hanno fatto nel chiuso, nel privato, protetti il più delle volte da un silenzio complice della stampa in una sorta di tacita intesa, solo raramente violata. E’ la prassi di tutti i politici di tutti i tempi e di tutti i luoghi della Terra, tranne che per tiranni e despoti. Imperatori ed imperatrici a Roma, per esempio, uscivano nottetempo con le loro scorte e travestiti si recavano nei lupanari, i postriboli di quei tempi, e si abbandonavano a schifezze irriferibili. Alla luce del sole, divinità smaglianti di simboli regali; al buio della notte lordure umane. Se sia giusto o solo conveniente comportarsi in questo modo lo dice la storia. L’etica lo impone. Chi viola la categoria della dissimulazione onesta è un “malato”. Berlusconi la viola. E’ dunque malato? Premesso che dovrebbero guardarsi dentro un po’ tutti, dall’ex attricetta Veronica Lario al direttore di “Famiglia Cristiana”, all’insegna del dettato evangelico, non si commette reato a voler capire i fatti e le persone.
Berlusconi non ha fatto gavetta politica, non ha perciò adeguata educazione. Per quanto il suo consigliere Gianni Letta somigli più ad un mandarino cinese che ad un viveur da riviera romagnola, è rimasto il milanese tipo: brillante, ottimista, affarista, vantoso e vanitoso, pronto ad esibire i suoi piaceri, sapendo di avere l’approvazione degli italiani, che nei suoi vizi e vezzi si riconoscono. Lui vuole far sapere di avere molti soldi, molte ville, che può realizzare tutti i sogni proibiti di tanti suoi connazionali e non solo, avere cioè ville di lusso in lusso, sedicenni di bellezza in bellezza. Avere tutte queste cose e non farlo sapere, secondo lui, non è da uomo normale, soprattutto da italiano medio, ma da politico, come lo teorizzava il Castiglione o il Della Casa, l’Accetto o il Mazzarino, che pur italiano era. Berlusconi è “malato” per questo. Se non amasse esibire i suoi piaceri sarebbe normale; sarebbe un vecchio democristiano, un ciellenista appena dismesso il fazzoletto al collo e il mitra a tracolla.
Altro discorso è quello dei suoi dichiarati avversari o nemici, i quali è da sedici anni che gridano “al lupo! al lupo!” anche quando in giro c’è solo un barboncino o un coniglio, una capretta o una gallina. Da sedici anni Berlusconi è assediato da avversari accaniti, arrabbiati, di ogni categoria: politici in primis e collateralmente magistrati, confindustriali, giornalisti, registi, attori e comici, e in fine famigliari e amici. Un altro sarebbe scoppiato. Lui resiste. Certo, il tradimento della moglie, che scrive a “la Repubblica” per accusarlo e dar ragione ai suoi avversari, e quello di Fini, che gli si è messo alle costole per meglio pugnalarlo, hanno lasciato in lui il segno e lo hanno peggiorato.
Forse qui s’innesta il principio di quella “malattia”, provocata e aggravata dai suoi avversari. In lui emerge sempre più la sindrome di quegli imperatori romani, per capirci alla Caligola e alla Nerone, che finirono per diventare, come ci ha tramandato Suetonio, esattamente quello che i loro nemici volevano che diventassero: despoti, folli e sanguinari.
Nulla di tutto questo per Berlusconi, per fortuna. Berlusconi è l’uomo di lusso ipotizzato dal Verga nel suo “Ciclo dei vinti”; e sarà anche lui un vinto. Ma è pur sempre un uomo di valore, un produttivo, uno che fa la ricchezza di un Paese. Lui è un buono e un generoso. Ma ciò detto, va aggiunto che i suoi vizi umani piuttosto che vigilarli, come sarebbe giusto e opportuno, non solo li aggrava in progressione, ma li ostenta in pornografico piacere. Come a dire: e la prossima volta, toccherà ad una quindicenne! Che, date le sue condizioni fisiche e anagrafiche, sarebbe come dire: e la prossima villa me la farò sulla Luna!
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domenica 24 ottobre 2010

Il turismo degli idioti fa tappa ad Avetrana

Il sindaco di Avetrana, comune nel Tarantino, dove si è consumata la triste vicenda di Sarah Scazzi, ha chiuso le vie d’ingresso del paese per impedire che pullman di turisti provenienti da altre regioni – si dice dalla Basilicata e dalla Calabria – continuassero un pellegrinaggio sui luoghi della tragedia: la casa dei Misseri, la casa degli Scazzi, il pozzo dove era stato nascosto il cadavere della fanciulla assassinata, il cimitero.
Il fenomeno del turismo macabro è nuovo, inventato ed alimentato dai massmedia, che dal 26 agosto non fanno che parlare della vicenda. Nessun caso in precedenza è stato così al centro dell’attenzione nazionale. E’ certamente un’anomalia, che esperti di sociologia e di psicanalisi sociale non mancheranno di spiegare. Ma è anche un fatto dal quale trarre spunti di riflessione diversi, applicabili ad altri campi, per capire in che mondo viviamo.
E il mondo in cui viviamo non ha più regole, di nessun genere. Guai, perciò, a parlare di anomalie! Del resto i fatti anomali ormai superano i normali. Gli anomali, i personaggi, si vantano di esserlo e contestano i presunti normali. Abbiamo un Paperon de’ Paperoni che fa il Presidente del Consiglio, in conflitto sempre d’interessi col pubblico bene e coi giudici, e se ne vanta. Abbiamo in alternativa un omosessuale che non nasconde il fidanzato e anzi dice di volere un figlio e se ne vanta. La normalità? E’ rimasta la Chiesa a sostenerla e a difenderla. Anzi, le religioni. L’islam scherza ancora di meno del cattolicesimo in fatto di regole e di normalità!
Ad Avetrana è accaduto un fatto gravissimo, che ha messo in luce ancora una volta la malvagità dell’animo umano e la torbidità che ingramigna nelle famiglie; ma fatti altrettanto gravi accadono purtroppo ogni giorno in Italia e nel mondo. Un ragazzo che ammazza una giovane donna con un pugno, il marito che ammazza la moglie a coltellate davanti ai figlioletti, una madre che mette nella centrifuga della lavatrice il figlioletto nato da pochi giorni, la moglie che fa ammazzare il marito dai suoi amanti e via raccapricciandosi, sono tutti episodi che stanno nell’arco di una settimana a contendersi il primato della nefandezza. Ci fosse ancora la “Settimana Incom”, il giornale che una volta informava dagli schermi cinematografici prima che arrivasse la televisione, avrebbe il suo gran da fare per scegliere quale di questi proporre agli spettatori all’interno di una panoramica comprendente anche altri eventi. Una informazione completa, infatti, vuole che sia panoramica ed equilibrata. Al giorno d’oggi i responsabili delle varie testate giornalistiche e delle emittenti televisive non si pongono più questi problemi. L’informazione panoramica ed equilibrata non esiste più. Esistono i particolari, ipertrofizzati, ingigantiti al dettaglio ripetuto e filigranato in maniera abnorme fino alla deformazione. Al caso di Avetrana sono state dedicate pagine e pagine di quotidiani come il “Corriere della Sera”, la “Stampa”, la “Repubblica”; se ne sono occupati in tutte le ore del giorno le trasmissioni televisive più popolari; gli stessi telegiornali si sono attardati interi quarti d’ora. Ovviamente il tempo e lo spazio per parlare del caso di Avetrana sono stati sottratti ad altre notizie, non so quanto più importanti ed utili allo spettatore e alla società.
Perché accade tutto questo? E’ l’informazione che trova nella notizia l’occasione per catturare l’attenzione del pubblico e anzi a creare il pubblico o è il pubblico che costringe l’informazione a piegarsi ai suoi gusti e a tradire la sua funzione? E’ molto difficile rispondere a questa domanda. Verrebbe di primo acchito di dire: c’è una partecipazione sostanziale ed osmotica, per cui una parte influenza l’altra, fino all’inverosimile.
Ma se il caso Avetrana, inteso nella sua massmediaticità, contiene dei messaggi, allora è giusto e importante vedere quali.
Il primo è che la gente è incapace di far prevalere in sé un sentimento per volta ed è emotivamente disordinata. Di fronte al caso di Sarah si è rivelata incapace di provare in sequenza sentimenti di orrore, di disgusto e di pietà. Secondo, essa si è abbandonata alla morbosità, fino a sentirsi delusa dalla ritrattazione del cosiddetto “zio orco” di aver abusato di lei dopo morta. Terzo, è subentrato in molti il rammarico per essere quasi esclusi da un simile “bene”, dallo spettacolo dell’informazione, abitando lontano da quei luoghi. Di qui, quasi in rivendicazione di un diritto, l’organizzazione di gite per vederli materialmente e magari per farsi una foto ricordo, come si fa con la Fontana di Trevi a Roma o col Duomo di Milano, col cantante amato o col calciatore preferito.
Questo desiderio di partecipare al grande evento mediatico, oltre che a condizionare i protagonisti stessi della disgraziata vicenda, avvocati compresi, ha coinvolto i semplici cittadini dello sterminato anonimo pubblico televisivo. Un desiderio di poter dire “io ci sono stato e toh questa è la prova”, esibendo una foto, ha prevalso su un normale sentimento di pietà per la giovanissima vittima e di compassione per la sua famiglia.
Si dice che la società democratica sia fatta di questo tipo di informazione. Infinite emittenti, zero censura, libertà assoluta non tanto di provare o non provare sentimenti quanto di abbandonarsi a comportamenti consequenziali. Provo dolore e pietà per Sarah? Mi chiudo in me stesso e piango. Sono travolto dal desiderio di andare sui luoghi della sua tragedia? E allora prendo l’auto, il pullman e vado a togliermi il capriccio. Libero l’uno e libero l’altro; nulla da dire all’uno e nulla da dire all’altro. Ma, almeno non si accusi di antidemocrazia chi la pensa diversamente e ritiene idioti i turisti del macabro, i gitaioli della stupidità. Perché, in questo caso, avrei qualche difficoltà a riconoscermi democratico.
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