domenica 22 novembre 2009

Fare politica in terra di mafia

Le esemplificazioni non piacciono e non esauriscono le questioni; ma servono a coglierne la ragione centrale. In terra di mafia – e il Mezzogiorno lo è in tutta la sua estensione – o colludi o collidi. Ci sono cittadini, che possono pure chiudersi nel privato ed evitare di entrare in contatto con la mafia; sono i dormienti della società civile. Fra di essi potrebbero esserci anche persone valide e validissime, che, in condizioni normali, potrebbero dare un contributo notevole e notevolissimo alla propria comunità, cittadina o nazionale. Dormendo, tuttavia, sono funzionali alla mafia.
Ci sono altri, che, per la loro esposizione pubblica, non possono rifugiarsi nel privato e finiscono faccia a faccia con la mafia; a questo punto o colludono e fanno affari fino a quando non vengono scoperti; o collidono, cioè si scontrano con essa e quasi sempre ne hanno la peggio. Un peggio che non è soltanto fisico e limitato alla persona singola, ma investe altri aspetti e soprattutto colpisce le famiglie. Nell’uno come nell’altro caso si finisce male.
I soggetti a rischio di contatto mafioso non sono soltanto i politici, i giornalisti, i pubblici funzionari, ma anche gli operatori economici, che, col potere politico, vivono in simbiosi e perciò sono elementi sensibili.
Tutto ciò è favorito dalla democrazia, che, fondando la sua ragion d’essere sul consenso elettorale, offre alla mafia un campo d’azione formidabile. Furono lungimiranti i mafiosi che si erano rifugiati in America per sfuggire alle persecuzioni fasciste quando decisero di collaborare alla causa democratica, preparando e favorendo lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Capirono che era anche la propria causa: “Picciotti, cosa nostra è!”.
Chi aspira al potere politico, in terra di mafia, a maggior ragione deve fare i conti con essa. Le “argomentazioni” mafiose convincono più di quelle politiche; ergo il politico ha bisogno dei voti, che la mafia è in grado di procurargli in gran quantità. La mafia ha bisogno di profitti. Il do ut des è a fondamento dell’entente mafiosa.
Le classi dirigenti meridionali hanno sempre scelto di colludere, un po’ per loro natura, appartenendo alla stessa territorialità antropologica, un po’ per alibi di atavici ritardi e fallimenti. Da noi non si perde mai per propria incapacità, ma sempre per mancanza di mezzi o per inganni e raggiri da parte dei più capaci.
Nel segmento mafia-politica opera tutta un’umanità produttiva, fatta di lavoro, di commercio, di imprenditoria. La borghesia meridionale, a causa della mafia, opera in condizioni di sopravvivenza; è inevitabilmente “mafiosa”. Chi vuole lavorare e produrre, infatti, prima o poi, entra in contatto con essa, la quale non ti chiede se vuoi far parte come ad un’associazione onlus, ma ti costringe senza pietà e misericordia. Ti fa trovare la testa del cavallo prediletto sotto le lenzuola come nel “Padrino” di Puzo-Coppola.
La collusione ha vari gradi: il primo è di protezione, ed è sopportato; il secondo è di forza, ed è gradito; il terzo è di collaborazione e di prestigio, ed è organico. A volte si passa dall’uno all’altro come in massoneria si passa da un grado all’altro, fino alla maestranza venerabile.
Il caso gallipolino ne dà un’ulteriore conferma. Flavio Fasano, già sindaco di Gallipoli e poi assessore provinciale, uomo convintamente di sinistra, già comunista e poi democratico, era in sintonia politica con Rosario Fasano; mentre il fratello di costui, Salvatore, ucciso – stando a quanto riferiscono i giornali – era in sintonia politica col centrodestra. Non conosco l’ambiente gallipolino e non penso nulla sia su Flavio Fasano sia sui suoi omologhi dell’altra parte, ma sicuramente si tratta di persone come tante, che, ad un certo punto, hanno pensato di poter fare politica nella loro città a prescindere dalla mafia. Se non l’avessero fatto loro, l’avrebbero fatto altri, con altri nomi e cognomi. Il risultato non sarebbe stato diverso.
A Gallipoli si era verificata una situazione come quella pre-romana di Romolo e Remo: uno dei due fratelli era di troppo. Una situazione drammatica perché lo scontro era in famiglia; altrove è fra clan diversi, in lotta per il controllo del territorio.
Questo prova che nel Mezzogiorno non è una questione di destra o di sinistra, è una questione di mafia, che omologa tutto. E prova ancor più – e questo è disperatamente grave – che se pure una delle parti si gioca la carta eroica di rifiutare i favori della mafia per non colludere con essa, c’è sempre pronta l’altra parte a non farsi scrupoli e li accetta, secondo un proverbio che qui è regola aurea “quiddu ca lassi è persu”.
Vie d’uscita? Francamente non se ne vedono. Sia per la mafia che per la questione meridionale in generale si ripetono da anni le stesse cose. E non c’è peggior situazione dello stallo. Si dice: non tutti nel Mezzogiorno sono mafiosi; l’Italia non cresce se non cresce il Mezzogiorno. Banalità! Poi vediamo che la mafia continua a dominare su tutto e su tutti, mentre una parte dell’Italia, la settentrionale, è cresciuta a dismisura e l’altra, la meridionale, è rimasta coi problemi di sempre: sottosviluppo e criminalità organizzata.
E allora? Qui occorrerebbe un’autentica rivoluzione, che nessuno, però, si sogna di fare. Una rivoluzione tutta dentro al cervello dei meridionali, i quali dovrebbero rinunciare al potere e al prestigio personali, frutto di scorciatoie criminali, per creare condizioni, in cui potere e prestigio personali fossero sì da conseguire ma con altri percorsi e con altri mezzi. Che sarebbe come rinunciare all’uovo oggi per la gallina domani. Ma solo una classe dirigente, lungimirante e coraggiosa, potrebbe riuscirci. C’è?
[ ]

martedì 17 novembre 2009

La mamma del terrorismo è la politica

Il Ministro degli Interni Maroni ha lanciato l’allarme terrorismo. E’ una cosa seria – ha detto – dai segnali che abbiamo non possiamo prendere sottogamba il rischio reale, che c’è; ora stiamo valutando possibili collegamenti col terrorismo islamico.
Pur senza conoscere i segnali di cui parla il Ministro, riteniamo che il rischio terrorismo sia in rebus. La situazione politica è di caos diffuso. L’opposizione alla maggioranza di centrodestra, che ormai dura da quindici anni, con periodiche recrudescenze, ha certamente prodotto un effetto devastante: la delegittimazione della politica. La sinistra, forse neppure senza pensarci tanto, ha messo in essere un piano pernicioso: visto che Berlusconi più cerchi di delegittimarlo e più invece cresce, perché la politica nel suo insieme in Italia lo favorisce, tanto vale delegittimare la politica, dalla quale egli trae la sua forza. E’ una lezione che viene da lontano, che gli italiani conoscono molto bene. Per sconfiggere il fascismo fu necessario sconfiggere l’Italia. Oggi la sconfitta di Berlusconi passa attraverso la rovina del Paese.
In un certo senso si è ricreata in Italia una vera e propria guerra civile, per ora circoscritta ai soggetti istituzionali della politica. I cittadini, esclusi per la personalizzazione eccessiva dello scontro, quando non assistono impotenti e disgustati, partecipano come scommettitori alla lotta tra cani.
La maggioranza dice che la democrazia è assediata dall’invadenza del potere giudiziario, che ordisce contro gli altri due poteri dello Stato, legislativo ed esecutivo, di concerto con l’opposizione. L’opposizione dice che parlamento e governo sono nelle mani di un despota, circondato da cortigiani, che gli fanno contorno e quadrato. La percezione diffusa è che il Paese è assediato dagli uni e dagli altri e che la politica è ormai un sentinaio.
I due partiti, sui quali si pensava di poter costruire un sano bipartitismo, Partito democratico e Popolo della Libertà, non si sa più che cosa siano. Il Pd ha perso una porzione di componente cattolica, quella di Rutelli, che non è andata nell’Udc di Casini, come ci si spettava, ma ha creato un partito nuovo: Alleanza per l’Italia. Si ha l’impressione che ogni capobanda cerchi di farsi una banda tutta per sé e che ognuno di essi si senta assoluto sia dal fine del suo operare, che è l’Italia, sia da chi dovrebbe fornirgli la forza per operare, ossia gli italiani.
La stessa impressione si ha del PdL, i cui segnali di scollamento tra le sue due componenti costitutive: Forza Italia e Alleanza nazionale, sono sempre più forti. Ma se Forza Italia continua a riconoscersi senza riserve in Berlusconi, non così Alleanza Nazionale, che vive un grave problema di identità e di prospettiva: riconoscersi ormai in Berlusconi o restare fedele a Fini, il quale di destra non dice più nulla e si atteggia a padre di una patria tutta da costruire.
L’Udc di Casini un giorno cerca alleanza a destra e un altro a sinistra; non esclude appoggi a candidati di destra nel Veneto e di sinistra in Puglia. L’Italia dei Valori di Di Pietro è la catapulta che si abbatte sulle mura della fortificazione: non vede, non sente, non ragiona. I suoi nemici sono Berlusconi e chi direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente, lo sostiene. Il vero bipartitismo in Italia è costituito per un verso da Berlusconi e per l’altro da Di Pietro; entrambi procedono come bulldolzer preimpostati.
I cittadini non contano più nulla, dimezzati perfino come elettori dal momento che votano persone già elette in partenza dall’alto. Cosa c’entrano, quale parte essi hanno nel caos imperante? Nel migliore dei casi possono nutrire ancora qualche briciolo di fiducia in questo o in quel politico e affidarsi a lui come dei sudditi al loro principe secondo la formula cuius regio eius religio e cambiare orientamento, andare avanti e indietro, a destra o a sinistra, come fa lui.
In un quadro del genere, che non rende l’idea per difetto, stante una crisi economico-finanziaria ancora di là dall’essere superata, in pieno caos istituzionale, il germe terrorismo rischia di diventare pianta e di maturare dei frutti. Ma non c’è alcun dubbio che ancora una volta il terrorismo viene dal popolo deluso e maltrattato. Gli apprendisti stregoni, che lo hanno evocato, piuttosto che considerarne la causa insistono a paventarne l’effetto. Il Ministro Maroni ha trovato nel terrorismo islamico il sacco per nascondere le cause del terrorismo italiano.
[ ]

domenica 8 novembre 2009

Altro che radici, qui ci negano Cristo!

Qualche anno fa i pontefici romani, prima Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI, lamentarono il fatto che nel famoso preambolo della costituzione europea non c’era cenno alcuno alle radici cristiane dell’Europa. Sembrava una cosa da niente. Che bisogno c’è di metterle per iscritto? Dissero, imbarazzati, alcuni autorevoli intellettuali e politici cristiani, che non volevano dispiacere ai loro omologhi europei. E poi, se l’Europa è diventata cristiana vuol dire che prima non lo era, perciò viva la sua vocazione ad accogliere altri in costanza di arricchimento di idee e di fedi! Replicarono i più ostinati difensori della laicità.
Era la spia di un modo di pensare l’Europa, non sintesi dei vari popoli europei, nel rispetto delle loro diversità e tradizioni, come sarebbe stato giusto che fosse, ma idea univoca, una sorta di tassa comunitaria, alla stregua di una quota-latte. Era ed è questa l’idea di Europa che hanno quei signori che s’aggirano tra Belgio, Olanda e Lussemburgo, i cittadini della “città della nebbia”, nuova utopia in contrapposizione alla “città del sole”. Tant’è che, in ragione di quell’idea, essi discriminarono Rocco Buttiglione, non facendolo diventare commissario europeo. Alla loro domanda: “che pensi dell’omosessualità?”, quello rispose con assoluta onestà: sono un cattolico e perciò la ritengo un peccato. Raus! Gli dissero, non sei degno della carica.
Sapemmo, allora, che in Europa i cattolici professi, in quanto tali, non hanno gli stessi diritti che hanno gli altri. Forse Buttiglione avrebbe dovuto fare come tanti di quei parrucconi di Bruxelles o di Strasburgo e dintorni, che in privato sono omosessuali e pedofili, alcolisti e cocainomani, e in pubblico sono icone del più puro pensiero democratico.
Oggi la Corte di Strasburgo, accogliendo il ricorso di una (dico una) finlandese stanziatasi in Italia, ha sentenziato che il Crocefisso non deve stare nelle aule scolastiche perché lede la libertà di formarsi nelle proprie credenze di chi cristiano non è. Siamo passati – come si vede – dal non considerare le radici cristiane alla campagna di scristianizzazione dell’Europa. Siamo passati dalla dittatura della maggioranza a quella della minoranza, anzi della minimanza. Non è più la cosiddetta normalità a non tollerare la diversità, ma il contrario: un’intolleranza alla rovescia.
Ora, a parte la questione personale, che ogni cittadino italiano può e deve porsi, sol che lo voglia, rispondendo a se stesso sul suo rapporto col cristianesimo o con la fede in generale, c’è una questione di etica nazionale. Ognuno di noi è individuo e cittadino. Come individuo può anche non credere in nessun Dio né tanto meno nella sacralità del Crocefisso; ma come cittadino non può assolutamente ignorare di aver già metabolizzato nella sua storia, nella sua identità, nella sua cultura, nel suo essere, tanto di quel cristianesimo che l’ipotizzare un diverso rapporto col sacro che lo riguarda, dalle icone domestiche al cimitero, dai monumenti alle chiese, dal nome delle strade al nome dei paesi, dalle nicchie votive urbane a quelle rurali o montane, comporterebbe una seria difficoltà perfino a riconoscersi; diventerebbe come il pirandelliano Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno e centomila.
Neppure Roma, ai suoi magnifici tempi imperiali, proibiva ai popoli sottomessi di avere le loro pratiche religiose, di esibire i loro simboli. Si accontentava che rispettassero le leggi civili e che pagassero i tributi. Che diritto ha oggi una corte europea, che non ha prerogative imperiali, che non ha sottomesso nessuno, di imporre leggi spirituali e culturali, di dire: voi italiani, basta quanto siete stati italiani, da oggi in poi dovete essere diversi?
Si limitino i signori della corte ai traffici e ai commerci, alle misure economiche e finanziarie, alle dimensioni delle banane, e lascino stare la tradizione nella quale ciascun popolo si riconosce da millenni! Purtroppo non è un caso che questo fiume carsico del fanatismo e dell’intolleranza scompaia e ricompaia nel cuore dell’Europa. Carlo Magno ai suoi dì macellò, in ripetute spedizioni, centinaia di migliaia di Sassoni che non si piegavano alla sua religione; Hitler, non potendo trasformare gli ebrei in non ebrei, decise di toglierli tutti dalla faccia della terra. Ora il nuovo totalitarismo imperante, sotto mentite spoglie, vuole che gli europei siano tutti grigi come il colore del cielo continentale, da dove sono sempre fuggiti gli spiriti più liberi e vivaci. Da dove preferiva allontanarsi lo stupor mundi, quel Federico II di Svevia, che non era un bacchettone al servizio del Papa, e dimostrò che si può rispettare l’altro senza tradire se stesso.
Non ricordo personalmente di aver abitato da bambino una casa diversa da quella in cui ho trascorso gran parte della mia infanzia. I miei ricordi arrivano a quella dirimpetto alla chiesa romanico-bizantina della Madonna della Strada, a Taurisano. Vedevo la gente che passava di lì segnarsi, farsi il segno della croce, fare un lieve cenno di saluto, baciarsi la punta della mano destra e poi alzarla verso di lei; e ancora oggi lo fa, passando davanti ad un’icona, ad una nicchia votiva, ad un’immagine sacra. Così imparai a fare anch’io e tutti gli altri bambini. E ogni volta che passo di lì o da dove c’è un luogo sacro, ancora oggi mi porto pollice e indice uniti della mano destra alle labbra, per mandare un bacio di saluto e di rispetto. Eppure – maledizione! – ho perso la fede da non ricordo più quanti anni.
Ma se la fede l’avevo, l’ho persa e potrei ritrovarla, mi chiedo: che può comportare la presenza dei simboli religiosi al formarsi liberamente di una persona? Nulla, non influisce minimamente. Sono semmai gli uomini che ti fanno acquistare o perdere la fede, coi loro esempi.
Per favore, perciò, signori della Corte di Strasburgo, lasciate a ciascuno il Crocefisso suo; non foss’altro che per ricordarsi chi è e soprattutto di chi è figlio!

[ ]

domenica 1 novembre 2009

L'Italia al netto di Berlusconi

Va detto chiaro e forte: Berlusconi rappresenta oggi in Italia il degrado della politica, come non era stato mai conosciuto da cinquant’anni in qua. Che quotidianamente ce lo vengano a raccontare gli offesi e disgustati sacerdoti del galateo democratico, quelli, per intenderci, che si aggirano intorno al sacro fuoco de “la Repubblica” e de “L’Espresso” e di altari e tempietti votivi vari eretti nei dintorni, è inutile come bussare alle porte del Colosseo. Ci sarebbe solo da obiettare che Berlusconi è anche a capo di un governo, che nessuno ancora ha dimostrato che non stia governando bene, a parte le trovate propagandistiche, stancamente ripetute e puntualmente smentite dai fatti, delle opposizioni. Le quali, peraltro, insistono sulla questione morale, non solo per furore antiberlusconiano, ma anche per mancanza d’altro. L’antiberlusconismo, come unico male di questo paese, proposto in tutte le salse e tirato fino all’inverosimile, rischia più del male stesso, ossia il berlusconismo, a creare assuefazione.
Ma l’altro c’è. Non riguarda Berlusconi – abbiamo detto al netto di Berlusconi – riguarda l’Italia. Ed è qualcosa che è assai più grave. Nel Nord c’è una questione padana, la cui pericolosità viene nascosta o sottovalutata, mentre nel Sud si torna a glorificare il brigantaggio come fenomeno di resistenza all’invasore. Alla vigilia dei 150 anni dell’unificazione nazionale, il Paese è più lacerato che mai; e non solo per le ataviche disparità socio-economiche, ma questa volta per più consapevoli risentimenti politici e culturali. E’ forse una simile condizione più lieve delle sortite di Berlusconi contro i giudici? Dei suoi festini nelle sue lussuose dimore? Delle escort, che fanno da cornice alla sua solitudine di uomo sempre più fallito nella sua dimensione affettivo-spirituale? Mi piacerebbe che qualche disgustato antiberlusconiano rispondesse su questo.
Una recente puntata di “Blu notte – Misteri italiani” su Rai Tre (30 ottobre), condotta dallo scrittore Carlo Lucarelli, ha ricordato che nella sola provincia di Caserta in questi ultimi anni di imprese casalesi, così dette da Casal di Principe, il comune epicentro del sisma camorristico-mafioso, le vittime – intendo morti ammazzati – assommano a 1.500: una guerra! A Castelvolturno, sempre nel Casertano, dove nel 2008 ci fu la strage degli immigrati di colore da parte della camorra, ci sono 25.000 clandestini, ignorati dalle autorità. Regioni come Campania, Calabria e Sicilia sono territori dove lo Stato non esiste, nel senso che non può esercitare la sua sovranità con la forza della legge e dei suoi uomini. Se non è frontalmente attaccato, è perché prudentemente fa di tutto per non apparire. Recentemente nel rione Sanità di Napoli un uomo è stato ammazzato in pieno giorno sotto gli occhi di tutti, ripreso dalle videocamere di servizio, senza che nessuno facesse neppure spallucce, mentre i passanti lo scavalcavano come fosse una pozzanghera. In quelle regioni la gente permale intimidisce e ammazza; quella perbene reclama il diritto alla paura e al silenzio. Mi piacerebbe che qualche disgustato di Berlusconi rispondesse alla domanda: butteresti giù dalla torre le schifezze di Berlusconi o le nefandezze della camorra e della mafia? Non c’è alcun dubbio che gli italiani perbene, che vivono nel terrore casalese o corleonese, direbbero: che venga pure uno mille volte peggio di Berlusconi purché riesca a pulire il paese dalla barbarie di tanti criminali.
Viviamo una condizione diffusa di sporcizia morale, per anni e anni propagandata dai disgustati democratici antiberlusconiani come normali libertà da tutelare. E’ lecito in questo paese drogarsi, andare a puttane e a transessuali, si tratti pure di alte personalità del mondo delle istituzioni, come Sircana, portavoce di Prodi qualche anno fa, come Marrazzo, presidente della Regione Lazio, di recente. Ma chissà quanti altri sguazzano nel disordine morale a dispregio delle istituzioni che occupano indebitamente! Ma Marrazzo si è dimesso – obiettano i disgustati antiberlusconiani – Berlusconi dice di non dimettersi neppure se i giudici lo condannano; e liquidano la faccenda con tutto il luridume annesso e connesso.
E’ vero: Berlusconi prevarica gli altri poteri dello Stato, sminuisce il legislativo e tende a fare a meno del Parlamento, si oppone al giudiziario, che minaccia di voler riformare; vero…verissimo! Ma quando i giudici, che dovrebbero limitarsi ad applicare le leggi che il Parlamento approva, minacciano scioperi e creano condizioni conflittuali in opposizione ad un sacrosanto dovere del Parlamento e del Governo, si comportano meglio?
Il resto d’Italia, al netto di Berlusconi, è peggio. Se non altro perché Berlusconi è uno, e prima o poi dovrà finire; ma tutto il resto è una pandemia, che colpisce in ampiezza e profondità ed ha radici che arrivano a nutrirsi di quella democrazia tanto difesa dai disgustati antiberlusconiani.
[]

domenica 25 ottobre 2009

Il caso Marrazzo: servisse almeno a qualcosa!

La crisi politica è crisi morale. Oggi più che mai. Pur distinguendo i due livelli, secondo la lezione machiavelliana, non si può non constatare che oggi è venuto a mancare il prioritario punto di riferimento della politica, ossia quel bene dello Stato che giustificava anche il gesto immorale. Senza lo Stato l’immoralità resta immoralità e basta. Da quando il concetto di Stato è svaporato ed è passato il principio che “lo Stato siamo noi” e da quando è passata la “separazione” delle carriere esistenziali, quella pubblico-perbene e quella privato-permale, sconnettendo la seconda dalla prima e adattando l’insegnamento evangelico: non sappia la prima quel che fa la seconda, si pretende di compiere qualsiasi azione, di abbandonarsi a qualsiasi comportamento, in nome di un’esigenza formale (la privacy) e di una sostanziale (nessun rapporto tra comportamento privato e funzione pubblica). Si pretende, insomma, che un giudice, pur militando in un partito politico, e dunque essere di parte, o vivendo come un trasandato battone, resti poi assolutamente immune nella sua funzione di magistrato.
E’ l’idea balzana che l’individuo sia una sorta di cassettiera, nei cui cassetti si possono chiudere separatamente i vari e complessi aspetti del pensare e dell’agire umano. Il che va contro una millenaria civiltà culturale e contraddice le indiscutibili conquiste della psicanalisi, che, di fronte al comportamento, quale che sia, di un soggetto, cerca tutte le connessioni col di lui vissuto e addirittura col suo previssuto.
Non si può certo, per questo, concludere che un giudice, che nel privato è piuttosto disinvolto, debba esserlo anche nel suo esercizio istituzionale; ma non si può neppure escludere che fra i due profili di comportamento una qualche connessione ci possa essere.
Il caso Berlusconi prima e quello di Marrazzo dopo, pur con tutte le differenze che da una parte e dall’altra si possano invocare a discarico, hanno dimostrato che così non funziona. Chi si propone di rappresentare e di agire per il bene pubblico a qualsiasi livello, dal Presidente del Consiglio all’insegnante di scuola materna, dal giudice costituzionale al consigliere comunale, deve comportarsi in maniera tale che: primo, nessun cattivo esempio, da lui partendo, possa inficiare la sua azione istituzionale; secondo, non si presti in nessun modo a diventare persona ricattabile. Ricordiamo che secondo la definizione catoniana dell’oratore, che al tempo della repubblica romana corrispondeva all’attuale reggitore della cosa pubblica, esso è il “vir bonus dicendi peritus” e il “vir bonus colendi peritus”, laddove per “bonus” non s’intende buono, nel senso di generoso, ma retto; e dunque le due definizioni, che si integrano, danno come unica ricetta: l’uomo retto capace di parlare e di coltivare.
In Italia, per un verso, c’è la tendenza, ma è sulla spinta europea, a considerare lecito qualsiasi comportamento privato; per un altro a mettere dei paletti. Omosessuali, transessuali e simili hanno pieno diritto di cittadinanza, in base alla Costituzione. Non lo dicono più soltanto quelli del centrosinistra, ma ampi settori del centrodestra. Ma, quando poi, esplode il caso di un Presidente di Regione, come Marrazzo, che si fa incastrare per le sue debolezze transessuali, c’è una Rosy Bindi, autorevole rappresentante del centrosinistra, che dice che, proprio per questo vizio, Marrazzo non doveva neppure candidarsi. Siamo in pieno conflitto di pubblico e privato, col prioritario interesse al pubblico, che non si può non condividere.
Quel che non si può condividere, invece, è una certa duplicità di giudizio. Se ci sono delle categorie umane a rischio di delegittimazione, lo si dica apertamente. E’ un fatto di cultura, di cui nessuno dovrebbe aver paura. Bene ha fatto Luxuria a dire che, salvo che Marrazzo non abbia ceduto al ricatto, commettendo reato, ossia se è solo per il fatto che frequenta transessuali, il Pd dovrebbe assolutamente ricandidarlo alla presidenza della regione. Si può non condividere, ma non c’è dubbio che è un esempio di chiarezza culturale. Sarebbe cambiato poi poco se Marrazzo, piuttosto che frequentare transessuali, avesse avuto rapporti extraconiugali con qualche donna. Non è questione di sesso in sé, ma, per un uomo pubblico, di non essere mai ricattabile.
[ ]

sabato 17 ottobre 2009

Una Banca per il Sud fatta dal Nord

Il Ministro dell’Economia Tremonti ha mantenuto la promessa. L’aveva annunciata qualche anno fa, una Banca del Sud; ed ora è avviata. Si chiamerà Banca del Mezzogiorno, perché il predicato del Sud era stato già ipotecato.
Ha tenuto subito a dire che “non sarà un carrozzone”, che sarà affidata nella fase organizzativa al Ministro per lo Sviluppo Scaiola e che vedrà le Poste Italiane avere un ruolo importante.
Il Sud – ha detto Tremonti – era l’unica grande regione d’Europa a non avere una sua banca. Le aveva prima a Napoli e a Palermo; ed erano anche piuttosto importanti. Ma non mettiamo il dito su certe piaghe.
Tremonti si è messo a fare il meridionale: non è giusto che i risparmi dei meridionali vengano rastrellati da banche che poi non investono nel Sud. La sua polemica con le banche è nota. Queste non aiutano le piccole e medie imprese, che nel Sud sono le più numerose; e se non lo fanno, che ragione hanno di esserci?
Tremonti, evidentemente, non ce l’ha soltanto con le banche settentrionali che hanno sportelli nel Sud, che negli anni passati hanno rilevato diverse piccole banche territoriali, ma anche con quelle meridionali che seguono gli affari e che se gli affari stanno nel Nord esse vanno nel Nord.
Ma è una colpa se le banche italiane non prestano soldi facilmente? E’ un problema serio, non c’è dubbio. Le banche dovrebbero dare i soldi alle imprese; ma è stato anche detto che il sistema bancario italiano si è salvato nella crisi mondiale proprio per la prudenza o taccagneria delle sue banche, che si son trovate più in salute rispetto a quelle di altri paesi.
I meridionali, tuttavia, all’annuncio di Tremonti non hanno fatto salti di gioia. Anzi. Il Ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, magliese, ha manifestato le sue perplessità, leggiamo pure contrarietà. E così la siciliana Stefania Prestigiacomo, Ministro per l’Ambiente. Pare che nel Consiglio dei Ministri Fitto e Tremonti abbiano perfino litigato e che solo l’intervento di Berlusconi abbia indotto i due ministri meridionali recalcitranti a votare a favore del provvedimento.
Le banche meridionali si sono dimostrate fredde e guardinghe. Le Poste Italiane, da quando sono a partecipazione privata, fanno sempre più le banche e sempre meno le poste. Figurarsi quando entreranno in questa nuova banca! Bisogna vedere come entreranno, non possono essere anfibie.
Le rimostranze dei ministri meridionali si possono capire: non gradiscono essere scavalcati e vedere compromessi i loro rapporti col mondo bancario meridionale. E’ una questione politica seria, che però non inficia la bontà di merito dell’iniziativa.
Più attendibili gli esperti. I quali hanno avanzato giuste riserve: cinque milioni di euro iniziali sono pochi, questa banca non deve assumere, le Poste se entrano in questa operazione non possono più continuare a godere di privilegi, l’operazione per riuscire deve osservare la massima discontinuità col passato anche in termini di burocrazia ecc. ecc..
Naturalmente gli esperti hanno sempre ragione dal loro punto di vista. Il discorso per noi è fondamentalmente politico. E da questo punto di vista, scettici o meno, qualche perplessità questa banca la lascia. Prima: perché mai una banca del Sud e per il Sud la fa il Nord e addirittura la si affida ad un ministro settentrionale, come Scaiola? Diffidenza nei confronti dei meridionali? Non sarà che anche questa banca si risolverà in favore del Nord? Qui non si tratta di aiutare una popolazione terremotata con prefabbricati da consegnare a centinaia di famiglie chiavi in mano. Seconda: se questa banca farà quello che le altre banche non fanno e cioè darà soldi alle piccole e medie imprese, che garanzie ha poi di riavere i “suoi” soldi? Immaginiamo – e abbiamo ragione di farlo – che chissà quanti nel Mezzogiorno si stanno dicendo: pancia mia, fatti capanna! Non sarà che alla fine si risolverà per un’altra Cassa per il Mezzogiorno?
Francamente avremmo preferito che una banca del Sud fosse nata per iniziativa dei meridionali, magari da un’intesa fra le diverse banche popolari del Mezzogiorno. Temiamo che proprio queste finiranno per subire le conseguenze di una concorrenza insostenibile perché sleale.

martedì 6 ottobre 2009

Femminismo di ieri e di oggi: da Rinaldo d'Aquino a Giampi Tarantini

“Già mai non mi conforto / né mi voglio ralegrare. / Le navi son giute al porto / e vogliono colare. / Vassene lo più gente / in terra d’oltramare / ed io, lassa, dolente / come deggio fare?”. Così Rinaldo d’Aquino, poeta siciliano del XIII secolo immaginava la sua donna, mentre lui partiva con Federico II per la crociata. Una donna disperata, che non vuole conforto ma restare nella sofferenza fino al ritorno del suo uomo.
Quanti oggi, pur studenti liceali e universitari, sanno di lui e della concezione che i poeti del suo tempo avevano della donna? Agli italiani che oggi hanno dai trenta ai quarant’anni e che si affacciano prepotentemente e sfacciatamente alla politica manca quell’umanesimo che tanto caratterizzava la nostra civiltà, e che era conquista della scuola selettiva, basata sulla conoscenza e lo studio dei classici, prima che essa diventasse un reato di classe. Non si spiega diversamente la loro indifferenza allo tsunami morale e civile che sta travolgendo il nostro Paese. Non solo il Cicerone del “De officiis” e il Seneca delle “Epistulae morales ad Lucilium”, per citare i primi nomi e titoli che mi vengono a mente, ma manca loro perfino quella letteratura, per così dire leggera, degli Angiolieri e dei giocosi, che divertivano e insegnavano insieme.
Quella letteratura era formativa ed esprimeva, anche nei risvolti negativi, un ideale comune di vita, benché scritta in grandissima parte dagli uomini anche per conto delle donne. Queste non erano solo proiezioni ideali – che qui ed ora potrebbero non interessare – ma anche realisticamente vive e presenti nella concezione popolare; persone in carne ed ossa, coscienti del loro ruolo di mamme, di mogli, di figlie, di sorelle e soprattutto di donne fra donne.
Le meretrici ci sono sempre state, ma mai esse hanno ostentato pubblicamente il commercio come attività normale e addirittura meritoria; ha sempre prevalso il senso del pudore. Perfino nel Boccaccio trionfa l’ideale della pudicizia, quale valore dell’urbanitas.
Come si può, oggi, ostentare su giornali e televisioni la propria attività meretricia con disinvoltura e iattanza? Quanto di indecente stanno dimostrando oggi talune donne dell’harem di Giampi Tarantini, non solo offende la condizione di ognuno di noi in quanto figlio di mamma, padre di figlie e fratello di sorelle, ma la condizione di donna in sé. Salvo che non si voglia intendere simili avventure e stravaganze sessuali un’altra loro conquista sul podio della parità.
Nessuna di quelle femministe, che negli anni Sessanta e Settanta urlavano slogan per le piazze con le mani, indici e pollici congiunti, a mimare volgarità incredibili, ha speso mezza parola contro le loro indegne “consessuali” di oggi. Solo di recente si è sentita qualche voce femminile di protesta, dopo che a denunciarne il silenzio erano stati essenzialmente uomini.
Che c’entrano i classici, a questo punto, e la scuola umanistica? C’entrano, e come! Non può trattarsi solo di coincidenza nell’inevitabile decadenza dei costumi in una società corrotta e persa nell’edonismo. Non si capisce perché si dà ragione ad un Feuerbach, quando dice che l’uomo è ciò che mangia, e poi non si vuol capire che l’uomo è per un altro verso ciò che legge.
Se i ragazzi, maschi e femmine s’intende, a scuola leggessero e studiassero i classici, come una volta, saprebbero che gli uomini hanno sempre creduto nelle donne perbene, relegando alla satira le caricature; e soprattutto acquisirebbero una diversa sensibilità.
Cielo d’Alcamo, altro poeta coevo a Rinaldo d’Aquino, non era Dante Alighieri o Guido Guinizzelli, cantori eccelsi della “donna angelo”, una donna, cioè, che in realtà non esiste, eppure nel suo “Contrasto”, celebre componimento popolare, che una volta si leggeva in classe per il piacere di tutti, fa dire alla donna, tentata dall’uomo, “davanti foss’io aucisa / ca nulla bona femina per me fosse riprisa!”. Come dire che essa si preoccupava che per colpa sua, per la sua leggerezza, cedendo, perdessero la reputazione le altre donne.
Letteratura, si dirà. E siamo d’accordo. Ma dovremmo sapere tutti che la letteratura ha sempre espresso i sentimenti della gente e rappresentato il sentire comune della società. Esattamente – purtroppo! – come accade oggi con ben altra letteratura o piuttosto…lettoratura.
[ ]