sabato 14 marzo 2026
La vera posta in gioco del Referendum sulla magistratura
Questo referendum sulla magistratura ha ancora una volta dimostrato il carattere bilioso degli italiani. Nonostante gli inviti e le puntualizzazioni ad attenersi al merito della questione, abbiamo assistito alle cose più balorde. Ci sarebbe da raccoglierle in campionario. Dette non da comuni frequentatori di bettole e crocicchi ma da eminentissime persone, le vette si può dire della società e delle istituzioni. Se per un verso c’è da allietarsene perché in fondo hanno dimostrato che siam tutti della stessa pasta, per un altro c’è da dolersene, perché i migliori è necessario che ci siano, come esempi di pedagogia sociale. Ma non ci sono.
Chi mai avrebbe immaginato che un Gratteri si esprimesse come uno dei tanti da lui perseguiti? Le persone oneste votano no al referendum, le disoneste votano sì. Ad un giornalista si rivolge e dice con te ce la vediamo dopo il referendum. Chi mai avrebbe immaginato che un ministro della giustizia, come Carlo Nordio, desse del mafioso al consiglio superiore della magistratura e che in epoca di nobilitazione femminile la capo-gabinetto di quel ministro, la Bartolozzi, cadesse in una crisi isterica e dicesse che i magistrati sono un plotone d’esecuzione? E chi poteva pensare che il rettore di una università come Tomaso Montanari chiamasse banditi alcuni alti esponenti delle istituzioni e del governo rei di essere per il sì alla riforma? Dopo questo arrotolarsi nel fango non ci resta che vedere se per caso qualcosa di buono resterà.
L’ipotesi è se vince il sì. Se dovesse vincere il no, di giustizia non se ne parlerà più per diverso tempo. La vittoria del sì vorrebbe dire tante cose sui tecnicismi della giustizia sui quali si sono pronunciati fior di studiosi e di addetti ai lavori processuali, con punti di vista diversi. Su questo non è il caso di insistere, anche perché tra il dire e il fare in ogni cosa c’è di mezzo il diavolo con diverse corna. La magistratura, per come è ridotta, è un centro di potere non più sopportabile, inconcepibile in uno Stato di diritto, fondato sulla divisione e separazione dei poteri. Se vincesse il sì potrebbe iniziare per lei un percorso riabilitativo. La magistratura italiana, infatti, da almeno quarant’anni ha trovato il modo di esondare in tutti gli altri poteri dello Stato. E lo ha fatto senza tingere carta, come si dice, attraverso l’influenza politica, l’osmosi con gli altri poteri. Il flusso tra il potere giudiziario e gli altri due poteri è stato più volte rappresentato dai tanti magistrati passati in politica, in gran parte di sinistra. Ci sono magistrati che pensano come politici e operano di conseguenza. Questi magistrati utilizzano le leggi interpretate e applicate come strumenti politici. Sicché – esempio – se un governo ha nel suo programma di portare avanti una politica antimmigrazione e spende un miliardo di euro per realizzare il piano, non può un solo magistrato boicottare tutto, impedire al governo di realizzare legittimamente il suo programma politico.
A chi sostiene che a tutto c’è un limite e che questo limite in uno Stato di diritto è la legge e che ad essa sono subordinati tutti i poteri dello Stato, compresi quelli legislativo ed esecutivo, si può rispondere che la legge, come da sempre vediamo, è qualcosa che può essere variamente interpretata. Per questo un giudice condanna, un altro assolve; uno vede il reato, l’altro no. Come uno strumento musicale, che cambia musica a seconda di chi lo suona pur rimanendo uguale a sé stesso, la legge non può prescindere del tutto da chi la interpreta e la applica.
La disarticolazione della magistratura, come probabilmente accadrà se vincerà il sì, non è di per sé buona o la cosa migliore che di essa si possa fare, ma va calata nella realtà corrotta dei nostri tempi. Questa realtà ci dice che i magistrati sono oggi sotto accusa, responsabili coi loro comportamenti di aver messo in crisi il loro stesso organo di autogoverno. È necessario perciò che essi recuperino dignità e prestigio. Ciò è possibile solo con la collaborazione del popolo. Dovrebbero essere, perciò, gli stessi magistrati a chiedere al popolo italiano di essere liberati da una condizione degenerata. Ogni tanto essi rivendicano di essere cittadini come tutti gli altri. Ecco, è l’occasione di dimostrarlo.
lunedì 23 febbraio 2026
La lezione delle Olimpiadi
Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 non possono che essere piaciute. Una volta tanto noi italiani, usi a parlar male di noi stessi, dobbiamo prendere atto che ci siamo riusciti magnificamente, forse come meglio non si poteva, ad eccezione di qualche venialità. Sia data lode a chi se la merita. L’evento ha rappresentato un’Italia quale vorremmo che fosse sempre: bella, efficiente, ordinata, positiva e orgogliosa di sé. Un mondo lontano dalle miserie quotidiane, provocate da gente che non riesce a stare al suo posto e soprattutto come si deve. Niente menzogne, più o meno nobili; tutto all’insegna dell’onestà sportiva. Abbiamo saputo anche vincere medaglie come non era mai accaduto prima. Il che non guasta, anzi. Una bella festa, con tante bandiere dappertutto, tra le mani della gente, accorsa numerosa da ogni parte del mondo; bandiere tutte di uno stesso valore, quella dell’Andorra quanto quella degli Usa, secondo lo spirito di Olimpia. Uno spettacolo di popolo che ha coinvolto emotivamente gli spettatori colà accorsi e quelli di casa davanti al televisore.
All’evento ha partecipato con la sua vicinanza, anche fisica, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una presenza, la sua, ben più che formale e di circostanza, simbolo di unità e di concordia, ma anche di richiamo ai valori della convivenza civile e del rispetto, quale lo sport riesce ad esprimere, come a dire in questa prova planetaria ci siamo tutti. Tutto questo è accaduto senza altri fini se non di onorare una tradizione che dura da millenni. Ovvio che intorno sono girati miliardi, come in tutti gli eventi di questa portata; ma al giorno d’oggi non può essere che così. In Grecia, dove le Olimpiadi nacquero, non costavano niente; si interrompevano le guerre per i giochi olimpici da tenere ogni quattro anni. Gli antichi avevano una concezione più religiosa della vita. Ettore e Aiace – ci dice Omero nell’Iliade – smettono di battersi e si scambiano i doni al calar delle tenebre, perché a quell’ora giunge la pace; non c’è posto per le ostilità. Putin non ha neppure tentato di proporre una tregua per partecipare ai giochi.
Ma proprio perché le Olimpiadi sono state il trionfo del benessere e della pace hanno fatto pensare inevitabilmente al loro contrario, ad un mondo squassato da sofferenze e da guerre. Mentre nel paradiso dei giochi olimpici trionfavano il bello e il buono, il lusso e lo svago, in un vogliamoci bene generalizzato, in altre parti del mondo c’era l’inferno, si soffriva, si era bombardati ininterrottamente, si moriva di freddo e di fame. Le Olimpiadi, con la loro realtà oggettiva, hanno evocato il contrasto, l’altra faccia della realtà. Lo si rileva non per dire che le Olimpiadi non si dovessero fare ma che le armi dovevano tacere, almeno per qualche giorno.
Si dirà, è la vita, la solita vita, quella di avere sempre due facce. Da una parte il bello, dall’altra il brutto. Da una parte la gioia di vivere e la spensieratezza, dall’altra la pena di soffrire e di morire. Gli antagonisti, ormai abituali sostenitori di “noi no”, in servizio permanente effettivo, ne hanno approfittato e hanno cercato con una serie di attentati alle linee ferroviarie di rovinare la festa ai loro “nemici”, una volta di classe, oggi nemici e basta. Certo, il loro non è il modo di porre le cose, si sarebbero potute verificare tragedie, ma è stato una sorta di campanello per distogliere un attimo l’attenzione di tutti e ricordare loro che oltre alla ricchezza c’è la povertà, che oltre allo svago c’è la sofferenza, che oltre all’atleta del bene c’è l’atleta del male, che esiste un’altra realtà che chiede pace e giustizia. Un monito: il bello delle Olimpiadi non deve nascondere il brutto del mondo, la realtà del bisogno, i problemi che urgono di essere risolti.
Le Olimpiadi ci danno una lezione di vita, ci dicono che non dobbiamo dilatare lo spazio del piacere quando sappiamo che appena ci voltiamo vediamo un mondo di bisognosi variamente sofferenti, i quali sperano nell’aiuto degli altri. Ora che sono finite, che il grande spettacolo si è concluso, dobbiamo pensare alla realtà coi suoi mille problemi e cercare di risolverne almeno qualcuno, con la speranza che tra quattro anni la distanza tra il mondo del bello e quello del brutto si sia ridotta.
Gigi Montonato
domenica 15 febbraio 2026
Referendum giustizia: vincerà la ragion politica
Verrebbe, la mattina del 22 marzo prossimo, prima di andare a votare per il referendum, prendere un mazzo di napoletane e farsi un bel solitario, un Napoleone, traendone gli auspici. SI, nel caso uscisse; NO nel caso contrario. Dopo tutto quello che si è visto e sentito negli ultimi tempi, sani ragionamenti di principio e autentiche schifezze propagandistiche, in cui si sono distinti autentici campioni di dottrina e improvvisatori di strada, verrebbe la tentazione di affidarsi all’alea delle carte. Ma vogliamo essere razionali fino in fondo, a dispetto di tutto e di tutti. Ci soccorre il criterio del patriottismo di partito e dunque la ragion politica. Quando la situazione si fa confusa allora conviene votare con fermezza per qualcosa di chiaro.
Partiamo da una considerazione. Agli inizi della campagna referendaria, quando si poteva pure ragionare nel merito, il SI era in notevole vantaggio. Man mano che l’esito del referendum si è posto come dato politico il NO ha recuperato terreno fino quasi ad avere la stessa percentuale del SI, che è poi l’equilibrio che c’è tra i due schieramenti. All’inizio le posizioni favorevoli e contrarie erano trasversali. C’erano sostenitori del SI che militavano nei partiti di centrosinistra ed altri, sostenitori del NO, che provenivano dal centrodestra. Ciò faceva pensare che questa volta il confronto tra le due parti sarebbe avvenuto nel merito, ossia nell’idea di giustizia che ognuno ha relativamente alla separazione delle carriere dei magistrati. A questa prima contrapposizione, per così dire ragionata, è subentrata la confusione della propaganda. Non si è più ragionato ma colpito gli avversari con qualsiasi cosa capitasse tra le mani. Da una parte l’accostamento ai NO degli antagonisti che devastano le città, dall’altra l’identificazione dei votanti SI a gente di malaffare, massoni deviati, inquisiti e compagnia cantando (Gratteri copyright). In mezzo espedienti propagandistici vergognosi da ambo le parti. La confusione era inevitabile. Essa, perciò, suggerisce di mettere da parte gli arzigogoli della discussione e decidere di stare o da una parte o dall’altra. In una situazione in cui tutti hanno ragione e tutti hanno torto, la scelta di campo a prescindere è la sola via giusta da seguire. Ai cittadini non resta che astenersi o votare lo schieramento di appartenenza, a prescindere dalla giustezza o meno della separazione delle carriere dei magistrati. Se questo da un lato fa stare in pace con sé stesso l’elettore, dall’altro prova ancora una volta che noi italiani non sappiamo utilizzare un referendum.
Ormai è chiaro a tutti che non è un voto sulle carriere dei magistrati ma è un’ordalia sul governo Meloni. Se dopo tre anni e mezzo questo governo dovesse inciampare ad un sasso sporgente, come la bocciatura di una sua riforma qualificata e qualificante, se pure non dovesse comportare ipso facto la sua caduta sarebbe comunque uno smacco pesantissimo, non senza conseguenze letali nel breve o lungo termine. La scadenza elettorale del 2027 è alle porte.
Appare evidente, allora, la necessità di non porsi tanti problemi. In gioco non ci sono il bianco e il nero della giustizia. La separazione delle carriere dei giudici non cambia una virgola nella giustizia italiana, non la rende più sicura, più rapida, più efficiente ed efficace. Se ciò accadesse veramente ci sarebbe da andare in pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela. Ormai questo lo abbiamo capito tutti. Quel che è in campo è lo scontro politico tra il centrodestra e il centrosinistra, una sorta di anteprima delle elezioni del 2027.
L’icona di questa deriva ben la rappresenta Matteo Renzi, il quale continua a dire che deciderà cosa votare all’ultimo momento. Che è come dire lo dirò “dopo”. Renzi è uno dei più furbi politici che abbiamo. Davvero non sa quel che farà il 22 e 23 di marzo? La furbizia, però, ha sempre qualcosa di infantile. Renzi solo poco tempo fa ce l’aveva coi giudici “pro domo sua” e ha seguito le fasi della riforma in Parlamento ammiccando più al SI che al NO. Solo di recente ha incominciato a vacillare per non crearsi problemi col “Campo largo”, coalizione a cui appartiene, decisamente schierata per il NO. Deciderà il furbastro fiorentino quando si renderà conto di dove spira il vento dei sondaggi, col margine di errore minimo. Se votasse SI e dovesse vincere, potrebbe accreditarsi tra i vincitori, benché fosse nello schieramento di centrosinistra. Se dovesse vincere il NO, farebbe la parte della mosca cocchiera. Questo voler tenere il piede in due staffe è tipico di chi “o Franza o Spagna purché se magna”, nel caso “purché se gana”.
sabato 17 gennaio 2026
Trump: si salvi chi può!
Non sembri uno scherzo della storia la ricomparsa sulla faccia della terra di un uomo che non solo dice ciò che il bon ton vieta di dire, ma fa ciò che la legge internazionale vieta di fare. L’uomo che apparve sulla terra nella prima metà del Novecento era Adolph Hitler, che voleva costruire il Reich millenario. L’uomo ricomparso sulla terra nella prima metà del 2000 è Donald Trump, che vuole fare dell’America il dominus mondiale. Il primo “pazzo” in Germania. Il secondo “pazzo” negli Stati Uniti d’America. Stupefacente. E poi dicono che la storia non si ripete! Si ripete si ripete, lo fa da diecimila anni; a modo suo, certo.
Trump è ancora più pericoloso e pittoresco. Ha esordito col culo, sdoganando l’anatomia cialtrona. Ha detto: tutti accorrono a leccarmelo, a proposito dei dazi. Ha continuato con l’insultare gli Europei, a suo dire, parassiti e imbroglioni, vissuti alle spalle dell’America per colpa di un presidente debosciato come Biden e certi suoi predecessori. Poi è passato a minacciare apertamente paesi come Canada, da annettere; Panama, per il Canale; Danimarca, per la Groenlandia, paese questo membro della Nato e dunque suo ufficiale alleato. Dice: tutta questa roba serve per la sicurezza degli Stati Uniti; e dunque me la prendo.
Ma non solo parole. Bombe sull’Iran, per aiutare Israele nella Blitzkrieg del giugno scorso, tra Israele e Iran; bombe sulla Siria; blocco navale antivenezuelano per colpire il narcotraffico; intervento militare in Nigeria per punire le aggressioni alle chiese cristiane; minacce all’Iran di intervenire se il governo degli Hayatollah non la smette di sparare sul popolo che manifesta per i suoi diritti democratici; minacce alla Colombia e al Messico; e infine, intervento in Venezuela con la cattura del presidente Maduro reo di favorire narcotraffico e narcoterrorismo.
Gli aspetti infantili di Trump – ma è a capo della più potente forza militare del mondo! – lo spingono compulsivamente a gioire pubblicamente per le imprese che compie. Certe sue performance televisive ricordano quelle mirabilmente narrate da Chaplin nel film “Il grande dittatore”, in cui c’era un Hitler che palleggiava con un mappamondo, solo che nel capolavoro di Chaplin era finzione, con Trump tutto è drammaticamente reale.
Se la mission di Trump, da lui autoassuntasi, continua su questa strada è la guerra. Per evitarla verrebbe di sperare in un’azione salvatrice del Padreterno o di qualche misteriosa organizzazione umana, che a volte arriva puntuale a togliere le castagne dal fuoco.
Per ora gli altri sono perplessi, come se fosse accaduto qualcosa di imprevisto. Si chiedono fin dove vuole arrivare il presidente americano. Cina e Russia sono pronte a compiere per la propria sicurezza le imprese che Trump sta compiendo per l’America? Putin e Xi Jinping sono più affamati o più assennati di Trump? Chi può fare qualcosa per Taiwan se la Cina decidesse di annettersela? Chi potrebbe impedire a Putin di continuare la sua politica di reconquista del fu impero zarista e poi sovietico a danno di tanti paesi che oggi sono sovrani e fanno parte dell’Europa?
E l’Europa, che sta facendo di fronte alle mattane di Trump, presidente di quello che ancora oggi è il più importante paese della coalizione Nato? Per ora gli Europei si stanno limitando a balbettare qualcosa nell’ambivalenza di difendere certi principi senza compromettere ulteriormente la situazione. Meloni ha detto che l’azione di Trump contro il Venezuela è legittima ma discutibile nelle modalità in cui è avvenuta. E così gran parte dei paesi membri dell’Europa. La verità è che l’azione di Trump contro Maduro destabilizza gli assetti internazionali. Nulla è più difendibile come prima, con la stessa certezza di prima; e in difficoltà sono quei paesi, come l’Italia, che hanno sempre sostenuto l’Ucraina nel difendersi dall’aggressione russa.
Nello scenario che si va disegnando si può solo temere il peggio. L’Europa si trova in una situazione imbarazzante per un verso, difficile e preoccupante per un altro. I motori non sono ancora tutti in moto né è chiara la direzione che prenderanno nei prossimi mesi. Tutto è accaduto finora troppo in fretta né si poteva temere che la vittoria di un presidente potesse sconvolgere gli equilibri mondiali così rapidamente. La politica iperinterventista di Trump presenta aspetti controversi che mal si conciliano con gli interessi geopolitici. Per un verso Trump difende i principi democratici di libertà (Iran e Nigeria) e di lotta alla droga (Venezuela), per un altro mostra il volto del più crudo utilitarismo di Stato (petrolio e terre rare in Groenlandia).
sabato 10 gennaio 2026
A Lecce dopo la Poli il nulla
La notizia che la sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, si sarebbe candidata alla presidenza della Provincia, posto lasciato vacante dal dem Stefano Minerva, eletto alla Regione, ha scatenato un putiferio di reazioni e di controreazioni, con un ventaglio di ingiurie e insolenze sui social. Il mantra dei suoi avversari è l’età, 82 anni, e una lunghissima carriera che l’ha vista essere tutto quel che si può essere in politica: deputata, senatrice, ministra, europarlamentare e per tre volte sindaca di Lecce, oltre che consigliera comunale, provinciale, regionale; sempre pronta a ricominciare con iniziative politiche in apparenza contraddittorie ma in sostanza coerenti, essendo la sua posizione sempre di centrodestra, in militanza mai defessa.
L’Adriana – così nota negli ambienti politici – avrebbe potuto fare un’importante carriera universitaria, se ancora giovanissima, già assistente del latinista Remo Giomini a Lecce, non si fosse trovata al bivio: l’amore per lo studio o l’amore per la politica. Scelse quest’ultimo ad ogni livello lo incontrasse. La sua carriera politica parla da sola per chiunque voglia con onestà riconoscere il valore di una donna, che già era sulle barricate politiche quando le donne in politica erano poche e quasi sempre nei comodi seggi dei partiti di governo. Lei no, lei era col Msi, quali che fossero le conseguenze della scelta.
La sua militanza non è stata mai facile, meno ancora la sua carriera. C’era, all’interno del suo partito, chi la ostacolava. In politica i primi nemici ce l’hai in casa. Amicus hostis per Carl Schmitt. Lei ha sempre saputo difendersi e attaccare. I risultati non le hanno dato torto. Per la capacità e il coraggio dimostrati nell’affrontare avversari interni ed esterni ha sempre avuto apprezzamenti e astiosità. Apparentemente il Msi sembrava un partito granitico, in realtà la lotta interna per sopravvivere era dura e a volte fatta di scorrettezze brutali. Erano talmente esigue le sostanze elettorali di questo partito che ogni elezione era per chiunque un mors tua vita mea, che rendeva sempre i comportamenti dei soggetti interessati border line. La Poli si è formata in un contesto di confronto e di lotta, dal quale è uscita quasi sempre vincente. Questa sua abilità si è rivelata sempre nell’individuare in tempo l’avversario prima ancora che questi diventasse tanto forte da mettere in dubbio l’esito della battaglia. Da quanto è accaduto nel corso di mezzo secolo di vita, che l’ha vista sorgere cadere risorgere, si può dire che essa sia un’esperta e abile politica. Su questo non credo che esista osservatore politico che non lo riconosca.
La concorrenza politica interna ha portato, però, necessariamente all’eliminazione dell’avversario di turno. È così che si è impoverito il patrimonio umano e politico del centrodestra. Più che pensare a “costruire” eredi si è pensato a non farsi scavalcare. Nessuno in politica è così ingenuo da crearsi i competitori in casa. Ad un certo punto l’ambiente si è impoverito, la rivalità ha fatto come Saturno coi suoi figli: li ha divorati ad uno ad uno. Sicché nel partito non è venuto fuori nessun elemento capace di raccogliere l’eredità politica. Al momento delle scelte c’era sempre lei. Si capisce allora come a 82 anni ci sia ancora lei. Lo abbiamo visto nelle ultime Amministrative a Lecce. Ci voleva un candidato che potesse battere il fortissimo Salvemini. E chi poteva essere? Ma lei, l’Adriana! Capace di raccogliere ciò che restava del centrodestra e portarlo al successo. La sua ultima vittoria elettorale è stato un capolavoro ma anche la dimostrazione dell’assunto che a Lecce, ma non solo, il centrodestra non ha elementi in grado di competere con gli avversari del centrosinistra, i quali hanno quasi sempre il candidato giusto per il momennto giusto.
Si può discutere finché si vuole sulle cause di questa situazione, che sono diverse da luogo a luogo, ma è un dato di fatto che nel centrodestra in Puglia non si riesce più a produrre elementi competitivi da presentare alle varie elezioni locali. Lo si è visto alle ultime Regionali, dove il centrodestra non riusciva a trovare – ma probabilmente non aveva – un candidato da reggere il confronto con Decaro. Allora il punto non è la Poli, che “a pie’ fermo” cerca di tenere il pezzo fino all’ultimo, ma la situazione più generale, in cui sembra che la forma partito, tradizionalmente intesa, a livello locale paghi di più delle formazioni più recenti, come sono Fratelli d’Italia, la Lega e Forza Italia, partiti più a vocazione nazionale. Ciò non toglie che molti soggetti politici del centrodestra, a Lecce, devono fare mea culpa.
sabato 3 gennaio 2026
Brigitte Bardot era di destra, ma non diciamolo
La più stravagante e oziosa delle polemiche, che si fanno periodicamente in Italia, è se un personaggio importante, specialmente se morto, è di destra o di sinistra. L’ultima polemica ha riguardato Pasolini, le cui ultime posizioni sull’omologazione e la sua nostalgia per i tempi che producevano uomini più veri e diversificati, hanno fatto pensare ad una sua svolta a destra. E invece Pasolini, come altri del suo rango, non poteva che appartenere al suo genio. Ricordo alcuni versi del Manzoni, che riguardo alla contesa patria di Omero diceva «e Rodi e Smirna cittadin contende: / e patria ei non conosce altra che il cielo» (In morte di Carlo Imbonati). Dante era di destra o di sinistra? E Machiavelli era di destra o di sinistra? Ma va, si può rispondere: «e patria ei non conosce altra che il cielo». Ovvio che tirare la giacca a questo o a quel personaggio è propaganda. La mia mamma veste Armani. La mia, Valentino. La mia, Versace. I grandi, per i nostri politici, finiscono per diventare vestiti griffati. Non si può dire, tuttavia, che l’appartenenza o l’acquisizione non abbia una certa importanza. Se un grande uomo o una grande donna è di sinistra o di destra è un valore aggiunto alla propria tendenza, della quale vantarsi.
Brigitte Bardot, bella e ribelle quanto altre mai, era di destra, per quello che l’espressione può significare nel linguaggio comune. Era molto vicina alla famiglia Le Pen. Alle elezioni presidenziali in Francia preferì Marina Le Pen a Macron. Alla bellissima non piaceva la politica immigratoria dei governi di sinistra. Non mi piace vivere in una Francia algerizzata, diceva. Dalle sinistre era considerata razzista. Dunque BB era di destra, senza se e senza ma? No, vale anche per lei il “cielo”, ossia l’universalità, senza ammanti e senza colori.
Io ne sentii parlare che avevo tredici anni. Andavo a scuola a Maglie e sentivo i ragazzi più grandi di me di un paio d’anni parlare di questo straordinario mammifero. Così chiamava le belle donne Fred Buscaglione, quando ancora non c’era il mainstream del femminismo o del politicamente corretto e parlare era davvero comunicare i propri pensieri, rivelare la propria sensibilità. Mi chiedevo come avrebbero fatto quei ragazzi a scuola ad ascoltare la lezione col pensiero assediato dalle curve da brivido della BB.
Ma, a parte la sua bellezza, la Bardot è stata una donna straordinaria, intelligente e coraggiosa. Quando negli anni Settanta – era ancora giovane e bella – capì che il suo mito era al tramonto, non ne intraprese il “viale” in depressione, smise di fare l’attrice e si dedicò alla cura personale degli animali e alla loro difesa politica. Tutto questo accadeva ben prima che l’animalismo in Italia diventasse parte dei programmi politici e la nostra Brambilla, che si fa leccare le labbra da cani e gatti, era di là da venire con il suo mentore Berlusconi e i suoi candidi Dudù.
La Brigitte ha rappresentato, al di là delle appropriazioni politiche, più o meno indebite, un modello anche in politica, una sorta di dea. Si narra che le grandi divinità olimpiche all’inizio altro non erano che degli umani straordinari, tanto eccezionali da diventare modelli eterni, cioè dei. Ecco, BB, ai primordi delle divinità, forse non sarebbe diventata Venere, perché ai suoi ammiratori procurava turbamento, alterava quella serenità e quell’equilibrio, che invece sono prerogativa divina. Ma la dea protettrice degli animali sì. Il suo attaccamento alla scelta di vita operata l’ha condotta a diventare nel suo Paese e nel mondo un punto di riferimento tanto da dare l’avvio ad una delle “rivoluzioni” più incredibili: l’estensione dei diritti umani a tutti gli animali, pur in assenza da parte di questi di qualsiasi apporto all’eccezionale conquista “sociale”. Non di rado vediamo e sentiamo persone rivolgersi ai loro animali come se fossero mamma e papà, zii e nonni. C’è chi spende migliaia di Euro per vestirli alla umana e curarli da gravi malattie. Una rivoluzione che non potrà mai essere un ribaltamento come accade tra uomini ma che ha segnato un’epoca dalla quale è difficile tornare indietro. Protagonista di questa rivoluzione è stata, se non la prima al mondo, sicuramente la più importante, la più efficiente ed efficace. È stata una donna contro le convenzioni, capace di portare avanti lotte non sempre comprese appieno, col rischio di non essere neppure capita nella genuinità dei propositi.
Questa donna era di destra solo perché votava Le Pen e non approvava i migranti? Ma va: «e patria ei non conosce altra che il cielo».
sabato 27 dicembre 2025
E infine Veneziani sbottò
Secondo Marcello Veneziani, noto intellettuale di destra, già una volta consigliere alla Rai in quota Alleanza Nazionale, il governo di centrodestra, ad eccezione di Giorgia Meloni, è fatto di mezze calzette che nulla hanno realizzato perché si possa dire: di qui è passato un governo di destra. Lo ha scritto su “La Verità” del 21 dicembre, un giornale d’area, a cui forse non piace l’aria che si respira. Aggiungendo: «Lo diciamo senza alcun piacere di dirlo, anzi avremmo più volentieri taciuto, occupandoci d’altro. Lo scriviamo solo per non sottrarci, almeno a fine anno, a tentare un bilancio onesto, realistico e ragionato della situazione».
La prima osservazione che viene di fare è che Veneziani «almeno a fine anno» fa qualcosa che non fa nel resto dell’anno, di essere cioè «onesto, realistico, ragionato». Mi viene in mente il detto latino semel in anno licet insanire. E questo è accaduto, che Veneziani è proprio insanito. Brutti scherzi fa la pancia. Possibile che Veneziani non salvi proprio nessuno del governo Meloni, ad eccezione – lo ripetiamo – della Meloni? E i ministri degli esteri, dell’interno, della giustizia, dell’economia, della difesa, dell’istruzione, pur con tutti i loro limiti, sono tutti da buttare? E dove l’Italia potrebbe trovare dei ministri migliori dei poc’anzi citati? Erano forse migliori quelli di prima? Ne avrebbe da suggerire Veneziani per il futuro prossimo? Che cosa il governo non ha fatto, che invece doveva fare? Lo dica Veneziani!
Quel che si percepisce è che Veneziani è in preda a furia demolitrice perché al posto del ministro Alessandro Giuli alla cultura non c’è lui o un altro che gli avesse affidato chissà che cosa, che ci piacerebbe sapere. Non si tratta di delusione disinteressata, qui è un vero e proprio attacco concertato (forse!) con una fronda di insoddisfatti di quel che il governo ha finora fatto o scontenti di qualche ministro. Non è un caso che in difesa di Veneziani dopo la reazione di Giuli è corso Mario Giordano. Il quale ha scritto che «Veneziani è colpevole di non aver leccato gli stivali di Giuli». Siamo insomma ai leccaggi, al “chi sono io e chi sei tu”. Se poi alla baruffa intervengono altri, allora è rissa di torte in faccia in mancanza d’altro.
Veneziani ha sbagliato dimostrando di non conoscere la realtà di un paese democratico come il nostro, dove realizzare qualcosa di destra come ieri di sinistra è pressoché impossibile. In questo paese si può soltanto vivacchiare. Non è difficile governare l’Italia – diceva una buonanima – è semplicemente inutile. Che s’aspettava Veneziani? Il terremoto culturale? Già è stato tanto aver iniziato un percorso nuovo. Oggi essere di destra è una riconosciuta patente di cittadinanza e, se Veneziani permette, di merito. Non così ai tempi che ricordiamo, di archi e marchii costituzionali.
Come si può risolvere il problema della migrazione clandestina quando hai la magistratura contro, si tratti delle imprese di Salvini o della Meloni della struttura di accoglienza in Albania? Come si può governare coi sindacati politicizzati contro e contro i centri sociali, autentiche forze nemiche in servizio permanente effettivo? È la democrazia, bellezza! Il dissenso è lievito. Ma non si pretendano allora miracoli, di destra o di sinistra che siano.
La furia – si sa – è cieca e cieco è stato Veneziani nell’attaccare un governo dal quale probabilmente non ha avuto quel che lui pensava di meritare. Questo ribalta il giudizio. Non è il governo non all’altezza della situazione, ma quei pochi o quei tanti intellettuali di destra che non hanno mantenuto quel che promettevano, di essere obiettivi e propositivi nello stesso tempo nell’approcciarsi al governo del Paese. Per fortuna non tutti la pensano come Veneziani. Gli intellettuali, personalmente disinteressati, senza sparare a zero, puntualizzano e propongono. Si veda Ernesto Galli Della Loggia – cito uno che incontro spesso sul “Corriere della Sera” – il quale non risparmia osservazioni critiche alla destra ma lo fa con puntualità e intento propositivo. Si consideri che ancora oggi, dove comandano quelli di sinistra, c’è una respinzione da razzismo politico e di difesa dei soliti fortilizi, che lascia pensare che, se essi tornassero al potere, riprenderebbe nei confronti della destra politica l’apartheid degli anni Quaranta-Ottanta. Con l’andata al potere del paese, la destra ha iniziato un cammino nuovo, del quale vanno colti gli aspetti più importanti. Quelli che dovrebbero rendersene conto per primi sono soprattutto quegli intellettuali, come Veneziani, che hanno conosciuto il peggio dell’esclusione sistematica.
venerdì 26 dicembre 2025
Nelle pieghe del Novecento di A. Lucio Giannone
Ogni fenomeno, politico o letterario che sia, lascia spazi inesplorati. Sono le “pieghe” nelle quali restano nascosti aspetti importanti e meno importanti, fatti che, “spiegati”, illuminano e risarcisono del tempo passato al buio. Così è il Novecento, quel Novecento che chiamo minore per capirci, in cui autori anche di alto e altissimo profilo li scopriamo in rapporto a personaggi più periferici e meno conosciuti, a episodi di vita più marginali. Si scopre che tra il Nord e il Sud, tra maggiori e minori, nel campo delle lettere, c’è stato un rapporto ben più interessante, di conoscenze, di reciproci riconoscimenti e di collaborazione. Tutto sta nell’avere interesse e strumenti metodologici per portarli alla luce.
Ne offre un esempio il lavoro di Antonio Lucio Giannone, già ordinario di Storia delle Letteratura Contemporanea all’Università del Salento, Nelle pieghe del Novecento. Studi sulla letteratura italiana contemporanea (Lecce, Milella, 2025), che fin dal titolo annuncia “ritrovamenti” interessanti. Il libro contiene nove saggi su autori che coprono l’intero Novecento, in cui accanto a quelli del Nord (Gian Pietro Lucini, i Futuristi, Giuseppe Prezzolini, Eugenio Montale) compaiono quelli del Sud (Salvatore Quasimodo, Ennio Flaiano, Girolamo Comi, Luigi Corvaglia, Vittorio Pagano, Giacinto Spagnoletti, Raffaele Carrieri, Michele Saponaro); ma soprattutto sono “spiegati” i rapporti che ebbero alcuni autori meridionali coi loro omologhi ben più noti: Saponaro con Prezzolini, Pagano con Montale, i fratelli Carlo e Francesco Barbieri con Flaiano o le influenze che ebbero dall’esterno, come il melissanese Corvaglia dallo spagnolo Miguel de Unamuno e il tarantino Carrieri dall’ambiente parigino da lui frequentato in gioventù. Gran parte dei saggi sono sostenuti da documenti, in questo caso da lettere reperite in archivi privati, carte d’autore e scritti apparsi su riviste e giornali d’epoca, riproposti in appendice.
In “La parola antagonista dell’avanguardia: Lucini e i futuristi” l’Autore esamina «la poesia civile e di protesta che si sviluppa in Italia nel primo Novecento nell’ambito dell’avanguardia e, in particolare, del futurismo». È il periodo in cui nel Paese, alla fine del secolo, fervevano motivi di scontento sociale che non avevano preso ancora strade precise tra epigoni della scapigliatura, nuove forme di associazione politica, protesta sociale e futuristi appunto. È un aspetto, questo, che l’autore ascrive al suo saggio: «Su questo argomento sono uscite negli ultimi decenni ben tre antologie, […]. Più recentemente, nel 2018, è apparso un volume che allarga lo sguardo anche alla prosa e si sposta più avanti negli anni. Nessuno di questi volumi, però, affronta in maniera specifica l’avanguardia primonovecentesca e il futurismo che […] costituiscono l’oggetto della nostra relazione».
Nel saggio “Giuseppe Prezzolini e la «Rivista d’Italia», con lettere inedite di Prezzolini a Michele Saponaro”, Giannone, lumeggia la collaborazione che ci fu tra i due nel periodo marzo del 1919 – ottobre 1920, quando Saponaro dirigeva la «Rivista d’Italia» a Milano e Prezzolini, che ne curava le rassegne letterarie, era al suo libro paga. Giannone in questo caso ha utilizzato le lettere che si trovano nell’archivio privato di Saponaro a San Cesario di Lecce.
Così anche per il saggio “Una bibliografia d’autore e un’intervista (quasi) immaginaria: lettere di Eugenio Montale a Vittorio Pagano” l’Autore visita l’archivio privato dello scrittore leccese per conoscere il rapporto tra i due attraverso tre lettere di Montale a lui indirizzate. Sorprendente l’approccio confidenziale, del poeta genovese nei confronti di Pagano, che in fondo conosceva solo attraverso la corrispondenza.
“Unamuno in Italia: S. Teresa e Aldonzo di Luigi Corvaglia” coglie il rapporto tra lo scrittore salentino Luigi Corvaglia, assai più noto per i suoi studi su Vanini, e lo spagnolo Miguel de Unamuno nella commedia in quattro atti sull’amore tormentato di Teresa d’Avila e Aldonzo. Ne esce un Corvaglia più compiuto; non solo filosofia nei suoi interessi, ma anche teatro, narrativa e politica.
Il saggio “Da Vento a Tindari (1930) a Nell’isola (1966): la Sicilia di Quasimodo” l’Autore si discosta dalla linea del libro e insiste sul rapporto tra il Premio Nobel e la sua terra natale, in cui «a prevalere è sempre un’immagine della Sicilia come rifugio, come àncora di salvezza nella dispersione del vivere quotidiano, come luogo di beatitudine celestiale». Quasimodo – dice Giannone – ha anche il pregio di «avere inserito il Sud nella geografia lirica italiana fin dagli anni Trenta, dando il via a una linea importante, anche se spesso trascurata, della poesia del Novecento che comprende anche i nomi del campano Alfonso Gatto, dei lucani Leonardo Sinisgalli e Rocco Scotellaro, dei pugliesi Raffaele Carrieri e Vittorio Bodini, per citare solo i maggiori esponenti di essa».
Anche il saggio “Girolamo Comi: poesia come preghiera” si discosta dalla linea delle “pieghe” e affronta l’aspetto fondamentale della poesia comiana: la preghiera. «Comi – scrive Giannone – in tutto l’arco della sua attività, ha rifiutato quel tipo di poesia che mette al centro del proprio interesse l’io, le angosce individuali, le inquietudini esistenziali, i propri sentimenti. La poesia per lui deve essere un’attività totalizzante, quasi di tipo sacerdotale, a cui bisogna riservare una dedizione assoluta, rifuggendo volutamente, con profonda convinzione, la gloria, il facile successo, l’applauso del pubblico». Tesi di Giannone è che Comi anche quando è nella fase preconversione e canta «i vari elementi dell’universo: l’albero, il suolo, l’argilla, lo spazio, la luce, l’estate, l’alba, il mare, il creato» considera la sua poesia “preghiera” in una tensione pagano-panteistica. La conversione, poi, lo porta alla preghiera-preghiera nella “Chiesa di Cristo”: dalla preghiera “esaltazione” alla preghiera “lacrime”.
“Fame a Montparnasse: La bohème di Raffaele Carrieri”, che ha per sottotitolo “Ultime scene della Bohème”, è la lettura critica del “romanzo” dello scrittore tarantino Raffaele Carrieri. Il quale fece della sua vita parigina agli inizi del Novecento materiali per la sua narrativa, avendo come modello l’opera di Henry Murger Scènes de la vie de bohème. Giannone ha voluto tirar fuori dal “nascosto” un autore di cui, a parte gli addetti ai lavori, si ignorava quasi l’esistenza. Poeta, narratore e critico d’arte, Carrieri lo troviamo in giro per l’Europa mediterranea, partecipe di tante avventure; nel 1919 prese parte all’impresa fiumana con D’Annunzio e venne perfino ferito nel cosiddetto Natale di sangue, quando lo Stato italiano intervenne per normalizzare la situazione a Fiume.
Il saggio “Ennio Flaiano tra Carlo e Francesco Barbieri (con lettere inedite e scritti di Flaiano)” fa luce su un rapporto straordinario tra i due fratelli nativi di San Cesario di Lecce e lo scrittore abruzzese nella Roma degli anni Trenta. Ennio Flaiano è noto per le sue definizioni ironiche, per i suoi giudizi brucianti, per le sue battute caustiche. Carlo faceva il pittore e il poeta. «Disegnava e dipingeva per un suo esclusivo bisogno personale – scrive Giannone – senza mai esporre le sue opere, che erano conosciute soltanto da pochi intimi». Spirito un po’ bizzarro ed eccentrico fece una fine tragica. Significativo del legame che c’era tra i fratelli Barbieri e Flaiano è l’intitolazione che questi diede ad un suo film col titolo che Carlo Barbieri aveva dato ad un suo quadro Il bambino cattivo.
“Per un profilo di Giacinto Spagnoletti critico letterario” Giannone coglie e approfondisce uno degli aspetti più importanti della molteplice attività del critico letterario tarantino, quello di antologista. «Spagnoletti – scrive Giannone – si può considerare l’antologista principe della poesia italiana del Novecento, proprio insieme ad Anceschi» e coglie il carattere della sua critica «in una visione per così dire oggettiva e il più possibile completa della poesia novecentesca senza particolari predilezioni verso una tendenza nei confronti di un’altra, come invece succede con quella di Sanguineti che privilegia la linea dell’avanguardia e della polemica sociale».
Sorprende, ma non tanto, nel diorama di uomini e di vicende di Giannone, la mobilità di tanti intellettuali meridionali del Novecento sparsi per l’Italia e l’Europa se si considera che solo pochi anni prima, nel 1890, Giuseppe Gigli di Manduria “lamentava” nello Stato delle lettere in Terra d’Otranto che gli intellettuali salentini si ignorassero a vicenda e che cercassero «fuori quel fraterno appoggio, che qui manca». Giannone, ricostruendo i casi di tanti nostri intellettuali in rapporto a quel “fuori”, di cui parlava Gigli, offre uno specifico del Novecento, in cui in fondo conferma più che una tendenza un’autentica vocazione, che è propria del nostro porci nel mondo.
Gigi Montonato
sabato 20 dicembre 2025
Chi ha voluto il salario minimo e chi pure
Destra sociale è un po’ una contraddizione, una sorta di ossimoro, che alla prova dei fatti si scopre per quello che è. Forse è per questo che la locuzione è scomparsa dalle vetrine di partito. Conservazione e progresso mal s’accordano. Del resto è lo stesso governo Meloni ad ammettere che con la Legge di Bilancio 2026 ha tenuto un occhio di riguardo ai ceti medi produttivi. In Italia non c’è nulla di più normale delle contraddizioni e degli ossimori. L’importante è non giungere ad alcuna verifica per non rimanere sbugiardati.
A dispetto delle usanze lessicali, contraddittorie o meno, il governo Meloni avrebbe dovuto fare una legge sul salario minimo già da tempo. Non se ne sarebbero appropriate le opposizioni che lo sventagliano sulle loro barricate neppure i Pro Pal. Invece è accaduto che addirittura il Governo ha fatto ricorso alla Consulta contro la Regione Puglia per averlo approvato nell’ambito della sua territorialità.
Come abbiamo letto e sentito, la Consulta ha respinto il ricorso del Governo contro la legge regionale pugliese, che introduce il salario minimo per quei lavoratori di imprese che lavorano con denaro pubblico, stabilito a nove euro l’ora. Giustamente le opposizioni cantano vittoria, ma curiosamente la loro vittoria è stata resa possibile dal voto dei consiglieri regionali dei partiti che sono al governo nazionale, Fratelli d’Italia e Lega. Essi hanno votato a favore, dimostrando di approcciarsi a certi problemi di interesse generale senza spirito di parte. Ma chi non voterebbe a favore di fronte ad una sacrosanta rivendicazione? Si tratta di un atto di giustizia e di buon senso. I membri della Consulta avranno ragionato allo stesso modo, più da comuni cittadini che da esperti tecnici del diritto; così hanno ragionato i consiglieri pugliesi di centrodestra, che non hanno avuto problemi ad unirsi ai loro avversari di centrosinistra.
Va da sé che il salario minimo approvato dovrà essere esteso a tutti i lavoratori, se si vuole metterla sul piano della giustizia. Se così non fosse ci sarebbero lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Il che non è accettabile. Una volta c’erano i dipendenti di alcune aziende di Stato che godevano di particolari favori. Non so se ancora è così, ne dubito, ma non tanto; in Italia non c’è da meravigliarsi mai di niente.
Detto questo, non si può non convenire sul fatto che la stessa legge dovrebbero farla propria tutte le altre regioni. Qualcuna lo ha già fatto, come la Regione Toscana. Ecco un caso in cui il Governo del Paese è costretto dalla realtà dei fatti a rivedere la sua posizione. L’iniziativa pugliese è la classica “picciola favilla” che fa scoppiare un grande incendio. Non si negano al Governo valide ragioni di contrasto. È del tutto evidente che se il Governo non l’ha introdotto prima il salario minimo è perché ha altre priorità. Immagino l’assistenza ad altri ceti sociali.
La Meloni è la prima Presidente del Consiglio donna, ma anche la prima ad essere espressione dei ceti più popolari. Lei stessa è una popolana, absit iniuria verbis. A vederla fa più pensare ad un Masaniello che ad un Cola di Rienzo. Questa sua condizione meglio che ad altri consente di capire le esigenze della gente ai livelli più bassi. Se poi si considera la sua provenienza politica, da un partito che preferiva essere un movimento e sociale per giunta, meglio si comprende come il Governo da lei rappresentato debba volgere più attenzione ai ceti meno abbienti. Il suo governo, invece, si sta caratterizzando per un Welfare fatto di piccoli interventi, attenzioni minime che aiutano ma non dimostrano una decisa scelta risolutiva. Una cosa è dire sto dando un aiutino finanziario, che pure si tratta di miliardi, un’altra è fare una legge che trasformi radicalmente il rapporto lavoratore-datore di lavoro sul piano retributivo.
Il salario minimo approvato dalla Regione Puglia è circa tre volte il salario attuale che si aggira intorno ai tre-quattro euro l’ora se non di meno; penso ai lavoratori agricoli, per lo più migranti, quelli che nei campi assolati del Sud raccolgono pomodori e angurie.
Naturalmente l’introduzione del salario minimo esteso a tutti i lavoratori comporterà delle serie conseguenze, tra cui l’aumento del costo della vita, che provocherà inflazione. Ma è un rischio che bisogna correre, quando è in ballo una così evidente sproporzione tra lavoratori e lavoratori. Giustezza del motivo e calcolo politico spingono verso una direzione che non può essere più elusa.
sabato 13 dicembre 2025
Chi comanda censura
Sono sempre più convinto che i tanti fascisti che c’erano durante il fascismo, in piena dittatura, fossero solo persone che amavano il quieto vivere, la sicurezza, l’ordine, il lavoro, che il regime garantiva con le buone e con le cattive. Metodi, peraltro, che l’autorità non doveva usare con eccessivo impegno e rigore dato che la stragrande maggioranza dei cittadini, in ogni ordine e grado della società, del regime era contenta se non entusiasta. Attacca l’asino dove vuole il padrone, vivi e lascia vivere. C’erano anche gli antifascisti, certo, convinti e militanti, come potevano esserlo in un regime che aveva i mezzi per tenere sotto controllo il Paese. Di essi i più tacevano per prudenza e per convenienza; gli altri, i meno, conoscevano le patrie galere. La gente pensava a farsi i fatti suoi, ben attenta a non farsi coinvolgere. Se qualcuno esprimeva giudizi contro il regime veniva isolato perfino dai parenti. Se impiegato, poteva perdere il posto. A nessuno piaceva rischiare. Essere antifascisti durante il fascismo era come avere una patente di untore. Chi più scansava il reprobo per non compromettersi, anche se gli si riconosceva probità e valore. Gli antifascisti eroici, quelli che sfidavano il regime, dovevano guardarsi da tutti potendo essere denunciati. Si sapeva che dappertutto c’erano spie e informatori. Così il professore antifascista stava attento al bidello, l’impiegato vedeva in ogni usciere un possibile nemico, il medico non si fidava di infermieri e portantini.
Questo lo apprendiamo sia dai libri di storia sia dalla narrativa, dai tanti romanzi scritti sia durante che dopo il fascismo, e dai film ambientati negli anni tra le due guerre mondiali. Straordinario il film “Una giornata particolare” con Marcello Mastroianni e Sofia Loren.
Gli italiani di oggi sono esattamente quelli di ieri, né più né meno. Fino all’altro ieri fascisti, ieri antifascisti e oggi di nuovo “fascisti”. Mi si consenta la provocazione, dato che essi fascisti non sono se non per capirci. Se così non fosse, mai si sarebbe potuto verificare che il nemico principale, se non l’unico, inserito perfino nella Costituzione, previsto in più leggi dello Stato, ovvero il fascismo o tale considerato, conquistasse democraticamente il potere. I nuovi “fascisti” non hanno avuto bisogno di grandi sforzi, hanno cambiato come si cambia modo di vestirsi ad ogni cambio di stagione. Basta vedere l’affluenza di personaggi di ogni settore della vita pubblica presenti alla festa di Atreju, la kermesse annuale di Fratelli d’Italia. Ovviamente mi riferisco a quelli che agli ex missini si sono accodati successivamente.
Come è comprensibile, non tutti gli antifascisti “veri” stanno zitti, alcuni protestano, sottoscrivono, denunciano, si indignano per quello che accade. Alla mostra romana “Più libri più liberi” c’è stata una levata di scudi che ha fatto parlare i giornali per giorni e giorni per la presenza in fiera dell’editore “Passaggio nel bosco” considerato neonazista, che mi pare ancora più grave di fascista. Il risultato di tanto rumore è stato che dall’anno venturo ci saranno dei criteri di ammissione alla fiera, ovvero ci sarà una commissione che deciderà in anticipo quali editori accogliere e quali respingere, la censura in parole povere.
La censura in una democrazia? E come? Qui davvero il mondo va alla rovescia, senza nemmeno scomodare Vannacci. “Più libri più liberi” non significa solo quantità, ma anche qualità, diversità. E se si istituisce la censura si limita la categoria dell’arricchimento, si impoverisce la libertà. Bisognerebbe cambiare il titolo “Meno libri meno liberi”, giacché non si può dire “Meno libri più liberi”, è una contraddizione in termini. È un bel guaio, in cui i difensori della democrazia si ritroveranno di qui a un anno. La censura, infatti, è quanto di meno democratico si possa immaginare. Intendiamoci, è stata sempre esercitata durante la Prima Repubblica, anche se con attente coperture, che passavano perché le atmosfere dominanti lo favorivano. Il Msi era regolarmente inquisito da una certa magistratura quando alle elezioni conseguiva qualche piccolo successo, come accadde agli inizi degli anni Settanta, che quasi sempre avveniva a danno della Democrazia cristiana.
La differenza tra una dittatura e una democrazia è che la prima se dissenti ti sbatte dentro, la seconda ti sbatte fuori. Non stiamo qui a dire se è meglio l’una o l’altra soluzione, in entrambi i casi c’è sempre qualcuno che viene sbattuto.
domenica 7 dicembre 2025
L'Europa tra Scilla e Cariddi
Chi è Scilla per l’Europa e chi Cariddi, i due mostri marini che giravano sottosopra le navi che passavano dallo Stretto per poi ingoiarsele? Il mito non dice quale dei due fosse più pericoloso e noi, per mettere i piedi per terra, fuor da ogni metafora, diciamo che per il pericolo che sta correndo l’Europa uno vale l’altro: Putin che invade l’Ucraina e minaccia l’Europa, Trump che espone l’Europa a rischi ben maggiori. Il disegno di Putin è chiaro. Lo è da sempre. Vuole ricomporre la Russia degli zar o l’Urss dei comunisti. L’una e l’altra prevedono l’annessione come minimo, oltre che dell’Ucraina, delle repubbliche baltiche, di parte della Polonia e di altri territori confinanti. Quel che dice Putin per rassicurare non vale niente. È uno spergiuro da delinquente politico, che della parola mancata fa una sorta di valore, di cui si gloria. Quel che dice Trump è ancora peggio: l’Europa non è in grado di avere una politica sua, sta rinunciando alla sua civiltà, d’ora in poi se la deve cavare da sola coi mille problemi che ha; gli Usa hanno altro a cui pensare. Questo significa che l’Europa deve attrezzarsi per fare a meno degli Usa e per scoraggiare ulteriori avventure russe ai nostri danni. Questo significa che dobbiamo armarci non tanto per prepararci alla guerra, che deve essere scongiurata, quanto proprio per scongiurarla. I pacifisti italiani, che stanno un po’ dappertutto sono contrari. Tutti papalini sulla pace disarmata e disarmante. Si sentono tutti Leone I che ferma Attila.
Il voltafaccia americano è quello che fa più male, perché è giunto da un momento all’altro, all’improvviso. Nessuno alla vigilia dell’elezione di Trump pensava che gli Usa avrebbero recuperato la dottrina del Monroe, l’America agli americani. Un secolo circa di politica e due guerre mondiali, che convincevano di un’unione inseparabile tra Europa e America, sono stati spazzati via con un colpo di spugna. L’Europa rischia di frantumarsi, parte dei paesi affascinata dalle sirene di Putin e parte da quelle di Trump. Finora la situazione è rimasta inalterata, formalmente tiene, anche se amici di Putin e di Trump ci sono in ogni paese europeo e addirittura in ogni schieramento politico.
In Italia leghisti e grillini, i primi in centrodestra, i secondi in centrosinistra, continuano ad avere simpatia per Putin anche se la mascherano con la pace, che, a loro dire, sarebbe più concretizzabile avendo Putin per amico. Allo stesso modo cresce in tutta Europa il numero di chi ritiene che in questo momento sia più conveniente avere governi autocratici che democratici old style. In Italia Giorgia Meloni incomincia a faticare per convincere che Trump non vuole rompere con l’Europa. Il pensiero di Trump, più volte esplicitato in questi ultimi tempi, invece non dimostra amicizia per il vecchio continente. Questo, nonostante i cambiamenti ai suoi lati, non dimostra di volersi adeguare ma insiste e persiste a mantenere pigramente la sua vecchia politica, come se nulla fosse cambiato, come se negli Usa ci fosse ancora Reagan e nella Russia ancora Gorbaciov.
Facile dire che i soldi invece di spenderli in armi vanno spesi per aumentare i salari, gli stipendi, le pensioni, migliorare la salute e la sicurezza, come fanno i partiti di centrosinistra. Certo, si può vivere anche bene da paesi satelliti di questa o quella potenza straniera, da servi, purché lo si dica apertamente. I grillini sfondano porte aperte quando dicono che è meglio spendere in welfare che in armi; ma poi? Come risponde il nostro Paese ai nuovi imperi? Come risponde l’Europa di cui siamo parte fondante? Chiediamo alla Quarta Roma un trattamento di favore? Chi non vuole che l’Europa si armi per fronteggiare il nemico deve dire anche come la vede debole ed esposta alle prepotenze degli altri. Non si tratta di questioni astratte, ma concrete e brucianti. Quali sarebbero le nostre condizioni di vita in un mondo dominato dalla Russia o dall’America o da entrambe, noi essendo in una posizione subalterna?
Finora l’Europa, pur con molti problemi, ha garantito una crescita importante, un tenore di vita per i suoi popoli quale non era stato mai conosciuto prima. Questo non può essere scisso dalla sua capacità di conservare la libertà. In questo momento ci sono paesi dell’Europa minacciati da una potenza straniera che gioca coi popoli come il lupo con l’agnello. È la Russia di Putin. La risposta che dobbiamo dare, forte e credibile, è che non siamo affatto disposti a cedere il bene della libertà e della crescita in cambio di una pace fasulla, che pace non è ma sottomissione e povertà.
sabato 6 dicembre 2025
Taurisano, 8 dicembre 1905: Immacolata di sangue
L’8 dicembre 1905, or sono centoventi anni, è ricordato a Taurisano come l’Immacolata di sangue, per i tragici fatti che si verificarono in quel giorno. La festività, tradizionalmente sentita e rispettata da una popolazione per lo più di contadini e agricoltori, favorì la manifestazione contro il governo, allora presieduto dal giolittiano Alessandro Fortis. Questi, l’8 novembre 1905, aveva concluso con la Spagna il trattato commerciale detto “Modus vivendi”, con cui l’Italia esportava manufatti dell’industria del Nord e importava vini a dazi di favore (40%). Ne usciva penalizzata l’agricoltura del Sud, che già malamente viveva di prodotti agricoli. La solita politica giolittiana di quegli anni, carota al Nord, bastone al Sud, che tanti incidenti provocò in tutto il Mezzogiorno, con decine di morti e feriti. L’8 settembre 1902 a Candela (Foggia) cinque morti e dieci feriti; il 5 agosto 1903 a Cassano Murge (Bari) un morto e quattro feriti; il 18 agosto 1905 a Grammichele (Catania) quattordici morti e sessantotto feriti. Tutte manifestazioni politiche represse dalla forza pubblica, più o meno con le stesse modalità.
All’epoca il potere politico a Taurisano se lo contendevano i membri della famiglia ducale Lopez y Royo. Sindaco, in quella circostanza, era Filippo Lopez y Royo di tendenza democratica. Questi aveva fatto approvare dal Consiglio comunale per quel trattato commerciale una dura delibera di condanna nei confronti del governo. Parole che non potevano essere approvate dalle istituzioni governative. Vi si legge: “Il Consiglio considerato che il Modus vivendi commerciale stipulato con la Spagna, nel mentre pregiudica gravemente e solamente gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, dimostra ancora una volta la politica regionalista e partiggiana [sic] imperante nel Regno di sfruttamento delle regioni del Sud a vantaggio delle Provincie Settentrionali, per acclamazione Deplora il provvedimento subdolo e partiggiano [sic] preso dal governo proprio quando più gridava di voler fare i nostri interessi – Delibera di persistere nell’agitazione, e invitare il Deputato del Collegio ad associarsi agli altri rappresentanti del Sud finchè l’improvvido provvedimento non sarà rigettato […]”. La Sottoprefettura di Gallipoli sospese la delibera (2 dicembre) e la Prefettura di Lecce la annullò (4 dicembre).
Era quanto bastava per far esplodere la situazione. La mattina dell’8 dicembre, approfittando della festività, si formò un lungo corteo che un banditore, con un tamburo di latta, annunciava per le vie del paese. Giunto nella piazza fu inscenata una simbolica manifestazione, furono sversate per terra delle botti di vino mentre i partecipanti, arrabbiati ed ebbri, gridavano frasi minacciose contro il governo, come erano stati imbeccati dai loro padroni nei giorni precedenti: per colpa del governo, ora che dobbiamo fare col nostro vino, lavarci i piedi?
La mattinata, tuttavia, era trascorsa senza incidenti. I militari, arrivati per prevenire disordini, si erano accasermati, parte nel palazzo del Sindaco e parte nel Municipio, che erano attigui. Avevano ricevuto l’ordine di non uscire per evitare provocazioni. Fu inutile, verso sera, secondo le testimonianze, si radunarono nei pressi del Municipio alcune decine di persone che ripresero a vociare contro il governo e i militari. Nella folla che s’ingrossava c’erano dei ragazzi, che si misero a gridare insulti e a buttare pietre contro il portone del Municipio. Fu allora che uscirono dei militari e si misero a sparare all’impazzata ad altezza d’uomo, non sapendo da dove provenisse la sassaiola. Si vedono ancora le scheggiature dei proiettili sui muri delle case di via Roma. La folla spaventata si disperse in pochi minuti per le vie adiacenti, lasciando per terra esanime il contadino Michele Manco e alcuni feriti.
Seguì il terremoto politico. Il tragico evento ebbe un’eco nazionale. Ne parlarono tutti i giornali. Il “Secolo Illustrato della Domenica” del 17 dicembre gli dedicò la copertina. Alla Camera ne discussero con toni accesi i principali politici del tempo, specialmente di sinistra, e i deputati del Collegio. La battaglia fu vinta dagli oppositori del “Modus vivendi”, che fu bocciato il 17 dicembre successivo. Lo stesso Fortis si dimise il giorno dopo per riavere l’incarico a fare un nuovo governo il 24; ma il 2 febbraio 1906 dovette dimettersi definitivamente. Anche Giolitti preferì per il momento mettersi da parte e lasciare l’iniziativa ad un governo di destra, presieduto da Sidney Sonnino. Che, a sua volta, durò qualche mese.
sabato 29 novembre 2025
Un voto dopo l'altro
I risultati delle elezioni regionali, in Veneto, Campania e Puglia, hanno confermato quanto le previsioni e i sondaggi dicevano da tempo, hanno offerto la prova di quel che già si sapeva. Questo dovrebbe indurre la classe dirigente a cercare nuove forme di partecipazione popolare, dato che la consultazione elettorale è superata. Le tecniche dei sondaggisti sono tali da rendere “superflue” le vecchie urne, i cosiddetti ludi cartacei.
Tuttavia il voto del 23-24 novembre non è stato inutile. Ha confermato, col suo tre a tre, una situazione di parità tra Centrodestra e Centrosinistra + Movimento 5 Stelle. Eppure nel Centrodestra si vive un’aria di sconfitta, mentre nel Centrosinistra si ostenta euforia.
I politici interessati, vinti e vincitori, minimizzano ed enfatizzano, secondo costume. Gli uni e gli altri rimandano la partita decisiva al Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati del giugno 2026, quando è possibile una resa dei conti, in prossimità delle elezioni nazionali del 2027. Il gioco comincia a farsi sempre più duro in una partita a più tempi, al termine della quale sapremo se il Paese resterà nelle mani del Centrodestra o se tornerà in quelle del Centrosinistra per i successivi cinque anni. Il sistema elettorale, a questo punto, è determinante.
Il dato, però, che va sottolineato è che gli elettori, dai quali dovrebbero dipendere gli esiti, non vogliono più “eleggere”, si astengono sempre più dal loro compito istituzionale. Nelle ultime elezioni regionali sia il Centrosinistra nel Veneto che il Centrodestra in Campania e Puglia speravano, pur dando per acquisito l’esito, di non perdere in maniera disastrosa, in modo da mettere sul piano della bilancia un recupero consolatorio. Invece i risultati sono andati oltre quel che si temeva: i vincitori hanno doppiato gli sconfitti in tutte e tre le piazze elettorali. È evidente che il voto organizzato, quello di diretta provenienza partitica, regge ancora; mentre il voto d’opinione è sempre più sfuggente.
Va detto che nelle elezioni locali, come sono le regionali, conta molto il fattore personale del candidato a discapito del voto d’opinione. Accade quando la fiducia nella persona prevale sull’appartenenza politica. Io sarò pure juventino – per fare un esempio calcistico – ma se mi devo esprimere su due calciatori, quale dei due è di maggior valore, non mi lascio certo distrarre dal tifo e scelgo quello che a me sembra il più bravo, perfino un interista.
È importante vedere nei prossimi sondaggi come stanno le cose, in che direzione si stanno muovendo o se invece segnano il passo. Certo è che i tempi stringono e nei quasi due anni della legislatura rimasti è inevitabile pensare alla rendicontazione finale. Il governo Meloni ha fatto tutto e niente. Al momento, dei suoi punti qualificanti ci sono solo cose cominciate: premierato, autonomia differenziata, sicurezza, riforma della giustizia, Ponte sullo Stretto, abbassamento delle tasse. Ma c’è di più e peggio. Se il governo dovesse perdere il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, prova di indubbia valenza politica, può darsi pure che non si dimetterà, come Meloni e alleati assicurano, ma subirebbe la più bruciante e grave delle sconfitte, con conseguenze sul voto del 2027.
La Meloni può vantare una indubbia affermazione in campo internazionale, non tanto per il Piano Mattei e per le varie iniziative africane, quanto per la simpatia che il mondo politico mondiale le ha riservato. I conti, inoltre, li tiene in ordine e le agenzie di rating glielo riconoscono. Ma basta a vincere il confronto con gli avversari? L’Italia in campo internazionale conta quello che conta, ossia poco o nulla. Quando si tratta, infatti, di prendere decisioni importanti, che richiedono compromissioni serie, in Europa non si va oltre Francia, Germania e Inghilterra.
Ecco allora che il voto regionale di questo 2025 è un campanello d’allarme per le Politiche del 2027. Il Centrodestra potrebbe arrivare scarico all’appuntamento. Molto dipenderà, allora, anche dalla capacità del Centrosinistra di proporsi come una coalizione forte e coesa. Che non è cosa da niente, come potrebbe sembrare. Finora i centrosinistri hanno bersagliato il governo di centrodestra perfino sulle cose più banali, dimostrando solo unità d’intenti; ma, quando gli stessi si guarderanno al loro interno, potrebbero accorgersi di non essere così pronti e compatti come si erano creduti e come avrebbero voluto.
sabato 22 novembre 2025
Educazione sessuale a scuola? Ni
Qualche giorno fa (16.11.2025), sul “Corriere della Sera”, Paolo di Stefano si chiedeva chi sarebbe potuto essere l’educatore affettivo o sentimentale o sessuale a scuola e da quale insegnamento esistente si potesse sottrarre il tempo per la nuova disciplina. E dava un suggerimento: «Chiunque lo faccia, dovrà essere accompagnato da un bravo insegnante di letteratura, di quelli e di quelle che sanno leggere e appassionare». E citava i personaggi immortali creati da Hemingway, Eco, Moravia, Garcia Marquez, Vargas Llosa, fino a Elena Ferrante, autori di storie d’affetto e d’amore esemplari. Probabilmente l’ipotetico insegnante di letteratura, che a scuola peraltro esiste già, è il docente di Italiano, dovrebbe aggiungersi non so a chi altri per rendere più congruo l’insegnamento sessuale, come qualche anno fa funzionava, ma meglio dire non funzionava, la compresenza. E già questo complicherebbe la situazione, di per sé problematica. E perché non utilizzare gli autori curricolari per l’educazione sentimentale? Si pensi ai personaggi danteschi di Paolo e Francesca, ad Angelica dell’Orlando furioso dell’Ariosto, a Erminia della Gerusalemme liberata del Tasso, a Lucia dei Promessi sposi del Manzoni. Basterebbe far capire ai ragazzi, non sarebbe difficile, che Paolo, Francesca, Angelica, Erminia e Lucia sono persone che vivono ancora oggi e vivranno sempre, perché rappresentano l’elemento umano nella sua universalità. Le loro vicende sono oggi e sempre esemplari. Lezioni sui sentimenti umani fanno parte da sempre dell’insegnamento della letteratura. Nessun insegnante di Italiano si limita alla parafrasi del testo, senza l’inevitabile analisi critica e il commento attualizzante.
Il suggerimento di Di Stefano era una mezza bocciatura dell’educazione sessuale a scuola, tanto più che nei propositi del legislatore questa novità pedagogica dovrebbe portare all’eliminazione o comunque alla riduzione dei femminicidi, forse il più grave problema del nostro tempo.
Ci permettiamo di dire che l’educazione sessuale a scuola nulla ha a che fare col gravissimo crimine del femminicidio. Chi uccide la propria compagna o la propria fidanzata sa benissimo di commettere un crimine, ma nel momento in cui lo fa è fuori di sé, ovvero fuori dell’educazione maturata. Il femminicidio in quanto tale è sempre esistito ma in passato non era rubricabile nel suo specifico perché si trattava di casi sporadici. Oggi che il caso è un fenomeno bisogna cercare le cause col coraggio di guardare la realtà per quella che è, senza ideologie fuorvianti.
Esso si lega all’emancipazione delle donne, frutto di lotte politiche e sociali a partire dall’Ottocento. Un processo lungo, lento e accidentato, giunto fino ai giorni nostri. Al centro di questo processo vi è la libertà della donna, che si realizza in molteplicità di situazioni, in alcuni casi confliggendo con altri beni. Se questi altri beni, come la famiglia e i figli, non sono riconosciuti, allora è perfino parlarne. L’uomo che uccide la propria donna, nel momento in cui lo fa, è talmente esasperato che non vede altra soluzione alla crisi in cui a torto o a ragione si trova. Basterebbe aprirgli una porta, dargli una soluzione che non fosse la fine di tutto per evitare l’irreparabile. Una porta che apparisse non la fine di tutto, ma l’inizio di qualcosa di diverso. È sbagliato pensare che l’uomo, per essere un uomo, abbia torto o debba cedere in partenza. Ma altrettanto sbagliato è fargli credere che se uccide se la può cavare con qualche anno di carcere, come a volte accade.
C’è poi a scuola una questione di tempo per l’educazione sessuale. Per trovarlo bisognerebbe necessariamente sottrarlo ad altre discipline. Ma, a quali? Oggi la scuola, fra assemblee di classe e di istituto, giornate particolari da celebrare e immancabili scioperi e manifestazioni, non ha più il tempo di una volta per lo svolgimento del programma, che è parte centrale della programmazione approvata agli inizi dell’anno. Senza contare il fatto, molto spesso è accaduto – per esempio con l’educazione stradale – che, nonostante l’insegnamento ricevuto a scuola, i ragazzi, nei loro comportamenti extrascolastici, dimostrano incuranza quando non addirittura maleducazione.
Un’ultima osservazione. In Parlamento è scoppiata la bagarre quando il Ministro Valditara ha aperto alla possibilità che le famiglie siano libere di far frequentare o meno ai figli le lezioni sull’educazione sessuale. Le sinistre si sono puntigliosamente opposte, dimostrando di non avere fiducia nelle famiglie. Le quali, per vivere in un Paese libero e democratico, chiedono a ragione di occuparsi da sé dell’educazione sessuale dei propri figli e figlie.
giovedì 20 novembre 2025
Caso Garofani. A pensar male...
Il consigliere alla difesa della Presidenza della Repubblica Francesco Saverio Garofani, già parlamentare Pd per diverse legislature, si è abbandonato, nel corso di una conversazione conviviale in un locale pubblico, ad esprimere giudizi negativi sul governo Meloni e a sperare in uno scossone che la facesse cadere alle Politiche del 2027, circostanziandolo pure. Una grande lista civica nazionale, un listone, guidata dall’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini.
A svelarlo è stato un articolo apparso il 18 novembre su “La Verità” di Maurizio Belpietro, il quale pubblicava le parole del consigliere Garofani e ipotizzava che dietro quelle parole ci fosse il Presidente della Repubblica. Di fronte al gravissimo episodio, il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, ha chiesto al Quirinale che smentisse le parole del suo incauto consigliere. Ma, come nella battaglia di Maclodio, “s’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo”, così da sinistra sospettano che dietro le parole di Bignami ci sia la Meloni. Questi i fatti in successione.
In un mondo politico normale, in seguito al su citato articolo, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto chiamare il suo Consigliere e chiedergli ragione delle sue gravi esternazioni ed eventualmente “licenziarlo” su due piedi ove quello avesse ammesso di aver detto le frasi attribuitegli, come poi ha fatto. Invece il Presidente Mattarella ha rassicurato il suo Consigliere – lo ha detto questi – e sull’articolo de “La Verità”, ha espresso in un comunicato: «stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica, costruito sconfinando nel ridicolo».
Ora in Italia siamo cani scottati e perciò temiamo l’acqua calda, come dice un noto proverbio. Abbiamo avuto i precedenti di Scalfaro e di Napolitano contro Berlusconi. Non c’è due senza tre. A pensarla male – diceva Andreotti – si fa peccato ma il più delle volte si indovina.
Ora, per cercare di evitare uno scontro istituzionale, che sarebbe gravissimo, tutti gli attori dell’ennesima commedia all’italiana si sono messi a minimizzare e a giustificarsi col “volevo dire”. Ognuno voleva dire quello che non ha detto, dicendo altro. Ma sono tutti così scarsi in Italia nella comunicazione? Gli sprovveduti non erano solo quelli di destra? Così ha fatto lo sprovveduto Garofani: «Le mie erano soltanto chiacchiere tra amici». Così il puntiglioso Bignardi: «non mi riferivo al Presidente della Repubblica ma al suo consigliere». Non così, però, Maurizio Belpietro, il quale ha ribadito la giustezza della sua posizione e ha concluso che «è ridicolo chi silenzia». Gli altri, tutti ad avere massima fiducia nel Capo dello Stato.
L’incontro tra il Presidente della Repubblica Mattarella e il Presidente del Consiglio Meloni, tenuto il 19 novembre al Quirinale, sembra aver chiarito, al di là di ciò che ognuno voleva dire, che tra le due massime istituzioni c’è intesa. Se è pace o soltanto tregua lo vedremo nei prossimi mesi. Certo è che un consigliere del Presidente della Repubblica non può chiacchierare con gli amici su questioni così delicate e importanti. Garofani deve rispondere di quanto ha detto. Si può discutere sull’entità della giusta punizione, ma la questione non può finire con un nulla di fatto.
Torniamo all’incidente. Delle due l’una: o le parole indiziate sono scappate involontariamente o sono state dette di proposito. Per trarre quale “utile” nel secondo caso? Complotti a parte, fatto sta che oggi gli italiani sanno da che parte sta il Quirinale, se mai ci fosse stato bisogno di un’ulteriore conferma. Non è cosa da niente. È un incoraggiamento a tutte le opposizioni e all’elettorato antimeloniano a confidare nella prossima battaglia elettorale.
È una squilla, una mobilitazione generale. Essa non cade a sproposito, stante la vigilia delle elezioni in tre importanti regioni italiane, il Veneto, la Puglia e la Campania. Proprio dai risultati che usciranno da quelle urne si possono trarre gli auspici per il non lontanissimo referendum sulla riforma della magistratura, che può determinare a sua volta e nell’immediato un principio di sconquasso in vista delle Politiche del 2027. Ecco perché l’uscita apparentemente sconsiderata di Garofani, l’attacco al Presidente della Repubblica di Belpietro e l’intervento di Bignami sono da intendersi giocate di una partita già iniziata. Il tressette italiano è arrivato alle ultime carte, quando tutti sanno che cosa ha ciascuno in mano.
sabato 15 novembre 2025
Ricchi, poveri e il mantello di San Martino
La Legge di Bilancio 2026, di cui si dibatte in questi giorni, ha creato un confronto di idee e proposte non solo tra governo e opposizioni ma anche all’interno del governo stesso. Le esigue risorse disponibili, che rendono estremamente povera la Finanziaria di quest’anno, manovra di 18 mld di Euro, hanno fatto gridare ad un certo punto le opposizioni, le quali hanno invocato una patrimoniale per i redditi più alti e altissimi e hanno accusato il governo di aver favorito i ceti più abbienti. Infelice la risposta di vari esponenti della maggioranza governativa, che hanno ammesso di aver favorito i ceti medi, ma che non può considerarsi ricco uno che ha un reddito di due-tre mila euro al mese. Come si saranno sentiti i circa sei milioni di poveri assoluti che stanno in Italia, lascio immaginare. Io credo che perfino per un terzo di quel reddito sarebbero disposti a farsi a piedi per intero la via francigena, andata e ritorno.
Obiettivamente la situazione finanziaria italiana è preoccupante. Gli extraprofitti delle banche e una patrimoniale avrebbero potuto rimpinguare le casse dello Stato e consentire una più equa spartizione delle risorse. Ma il governo non solo non ha fatto ricorso a simili strumenti, lo ha fatto solo in parte per gli extraprofitti bancari, ma si è perfino vantato di non aver fatto ricorso alla patrimoniale. Tajani, capo della componente moderata della coalizione governativa, se n’è perfino gloriato: mai patrimoniale finché ci siamo noi al governo. In sostanza anche i partner governativi, FdI e Lega, si sono detti d’accordo, contravvenendo a loro precedenti posizioni.
Soprattutto FdI, erede del Msi, la cosiddetta destra sociale, avrebbe dovuto pensarla diversamente. Non è stato detto sempre da quelle parti che la proprietà deve avere una funzione sociale? Che essa deve andare in soccorso dei ceti in difficoltà? Che la destra economica deve concedere qualcosa ai ceti meno abbienti? Non era mai successo prima che importanti esponenti del governo dichiarassero apertamente di aver favorito una classe piuttosto che un’altra, ma sempre si era cercato di avvalorare una politica di equa distribuzione della ricchezza, se non altro a parole.
Si ha il sospetto che in Italia ci si stia convincendo che a votare vadano solo i benestanti, le categorie che possono considerarsi abbienti al punto da ricevere al momento giusto la “riconoscenza” dal governo. E che, viceversa, i poveri e i bisognosi si sono talmente scoraggiati da preferire di starsene a casa anziché andare a votare, mettendosi da soli fuorigioco. Una finanziaria insomma pensata per il cinquanta per cento della popolazione, quella che vota.
Anche la Lega ha perso, strada facendo, la sua vocazione popolare, finendo per essere né carne né pesce. Il ministro leghista Giorgetti ha dimostrato di essere un buon ministro, ma solo tecnicamente, bravo a far quadrare i conti, che altri avrebbero fatto.
Se così stanno le cose, basterebbe che gli attuali diseredati, che da qualche tempo non votano, riconoscessero in una parte politica chi li può veramente rappresentare e li votassero e alle prossime elezioni se ne vedrebbero delle belle. Io credo che l’astensione dal voto sia stata finora sottovalutata. Divaricare il Paese tra quelli che votano e quelli che non votano, per giungere a considerare i primi in maggioranza di centrodestra e i secondi in maggioranza di centrosinistra, e perciò i primi da privilegiare e i secondi da trascurare, è un errore, che può avere in futuro ricadute elettorali importanti. Non a caso da anni si denuncia l’astensione crescente dal voto degli elettori italiani, senza tuttavia studiare il caso per prendere gli adeguati provvedimenti. Vedremo alle prossime regionali, il 23-24 novembre, quale sarà la risposta dell’elettorato. Si voterà in tre regioni importanti anche dal punto di vista demografico, Veneto, Campania e Puglia. Gli esiti potrebbero dare elementi di valutazione significativi.
Per intanto sarebbe bastato pensare ad una ricorrenza di questi giorni, che in Italia, pur senza essere festività nazionale, ha la sua importanza popolare, la festa di San Martino, per trarre auspici. Martino di Tours, cavaliere imperiale, incontrò sulla sua strada un mendicante e non avendo altro da dargli si tolse il mantello dalle spalle e con la spada lo divise in due dandogliene metà. Si può obiettare dicendo che per l’eccezionalità del gesto fu fatto santo. Oggi, invece, viviamo in un mondo in cui i cavalieri imperiali potrebbero pure fermarsi davanti al mendicante ma solo per vedere meglio se fosse in possesso di qualcos’altro da sottrargli.
sabato 8 novembre 2025
Inneggiare al fascismo è solo un dispetto da ragazzi
L’on. Guido Crosetto, Ministro della Difesa nel governo Meloni, è tra le personalità più stimabili e rispettabili. Conferisce alla formazione governativa non solo competenza tecnica, ma anche credibilità politica e compostezza formale. Sicché, quando alcuni giorni fa è esploso in un anatema contro alcuni ragazzi di Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di FdI, rei di aver cantato inni fascisti in ricorrenza della Marcia su Roma, mi sono meravigliato per l’esagerazione. Vanno presi a calci – ha detto arrabbiatissimo – vanno cioè espulsi, allontanati dal partito perché certe manifestazioni di nostalgia fascista non sono più tollerabili.
A mio avviso il Ministro è stato ingeneroso nei confronti di quei giovani. Se per una ragazzata tiri fuori i calci, non rendi un buon servigio al tuo partito, che di linfa giovanile ha bisogno. Non mi sembra che le sezioni politiche pullulino di giovani che vogliono interessarsi di politica. Laddove ci sono, sono preziosi, anche quando esagerano, che è tipico della loro età. Un proverbio salentino dice “carne ca crisce ci no ùjica bberminisce” (la gioventù se non ribolle imputridisce). Semmai, allora, i giovani vanno educati alla moderazione e alla cultura, non presi a calci, nella consapevolezza che i giovani non possono comportarsi come gli anziani e che i giovani di FdI sono diversi da quelli dell’ex Democrazia cristiana, partito a cui apparteneva Crosetto. I giovani, pur con le loro stravaganze, sono il futuro di ogni partito, di ogni impresa, della Nazione. Senza di loro, il conteggio si può fare solo alla rovescia.
Ha dimostrato Crosetto di essere prono agli avversari di sinistra, autentici campioni nella guerra delle parole. Essi, infatti, hanno criminalizzato ogni riferimento al fascismo, che si tratti di studio approfondito o di innocente ragazzata poco conta; e fanno dell’ironia persino sulle “cose buone” che fece il fascismo. Cose che, ad ottant’anni dalla sua fine, tutti possono vedere ancora ad occhio nudo andando a spasso nelle città italiane. Per dei ragazzi che danno sfogo alla propria giovinezza, tra il piacere della trasgressione e l’euforia dell’età, le sinistre, sempre incazzatissime, se la prendono con Giorgia Meloni e con Fratelli d’Italia e chiedono subito soddisfazione come persone offese nei sentimenti democratici, spaventate per l’imminente perdita della libertà.
L’on. Crosetto sa bene che non è in pericolo un bel niente, caso mai l’intelligenza di questi fascistofobi, ma si presta al gioco degli avversari, i quali lo sanno meglio di lui che altri sono i problemi dell’Italia. Tanti che oggi sono al governo, ai loro dì, hanno cantato a squarciagola chissà quante volte inni fascisti. Lo si chieda a Ignazio La Russa, attuale Presidente del Senato, e alla stessa Giorgia Meloni. Questi non si sono mai sognati di realizzare i propositi del “pugnal tra i denti e bombe a mano” e gridando “Duce Duce” non pensavano affatto ad un ritorno alla dittatura. In Italia ci saranno sempre nostalgici di Mussolini e del fascismo come in Francia di Napoleone Bonaparte e dell’impero.
Ricordo che nel corso delle campagne elettorali degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta i grammofani delle sezioni missine, con gli altoparlanti rivolti verso l’esterno, suonavano Giovinezza, Faccetta nera, Battaglioni del Duce, l’Inno dei giovani fascisti. Nessun carabiniere o vigile urbano interveniva per farli spegnere. A quei tempi il Msi raggiungeva percentuali bassissime, non impensieriva nessuno. “Ragliate, ragliate” dicevano i suoi avversari, con evidente disprezzo. Ora che gli eredi di quel partito sono democraticamente al governo si grida al pericolo. Ma non è soltanto ipocrisia dei partiti cosiddetti antifascisti. Nell’Occidente tutto si è succubi del politicamente corretto per cui al posto dei vecchi tabu, dei quali la civiltà occidentale si è liberata, ci sono i nuovi, che – guai! – a tentare di nominare. Così del fascismo, della Nazione, della Patria, del patriarcato, della famiglia conviene non dire niente, chinare il capo e tacere. Sta accadendo ciò che accadde a Roma, quando conquistò la Grecia con le armi ma da quella si fece conquistare con la cultura. Le destre hanno sconfitto le sinistre con le loro stesse armi, ovvero in libere votazioni, ma si stanno facendo conquistare dalle loro parole di rancore e di odio. Per cui inneggiare, anche per scherzo goliardico, al fascismo, diventa un fatto così grave che un ex democristiano diventato ministro anche coi voti degli eredi del Msi, vuole prendere a calci ed espellere dei ragazzi che per fare i dispettosi si sono messi a cantare degli inni sapendo, appunto, di fare solo un dispetto.
sabato 1 novembre 2025
La sinistra vuole la guerra civile
Quando Elly Schlein, leader del Pd e della coalizione di centrosinistra detta “Campo largo”, dice che la democrazia è a rischio se a governare il Paese è una formazione della destra estrema “sa” quello che dice. Altro che! Ovviamente eccede in iperboli per rendere più impressionante il concetto. La “poveretta” è stata massacrata perfino dai suoi per l’esagerazione della sua affermazione, considerando che oggettivamente al governo in Italia non c’è l’estrema destra e la democrazia non è affatto in pericolo. Ma gridare “Al lupo! Al lupo! giova e lo si vede.
In tutto il Paese ormai c’è una guerriglia quotidiana con estremisti di sinistra all’attacco, i quali ormai dicono apertamente che sono “in armi” non solo per la Palestina ma anche e soprattutto per far cadere il governo Meloni. Landini, segretario generale della Cgil, incalza, minaccia scioperi generali, parla di rivolta sociale e si auspica pure lui il peggioramento di quanto sta accadendo. Gli studenti di sinistra occupano le università e le scuole, impedendo agli altri qualsiasi iniziativa, perfino di entrare, come è accaduto all’ex deputato Emanuele Fiano, espulso dall’Università Ca’ Foscari di Venezia perché ebreo e sionista. Episodi di violenza si susseguono ogni giorno. Piazza e sindacato di sinistra sembrano in servizio permanente effettivo per “provocare” il governo, sperando che prima o poi perda la pazienza e intervenga come sperano i “difensori della democrazia”. Se poi nel frattempo in uno dei tanti scontri con le Forze dell’Ordine si fa male qualcuno, ben venga, sarà accolto come una manna dal cielo. Grideranno Schlein e compagni: avete visto? Il governo reprime, la democrazia è in pericolo. Schlein “sa” quel che dice!
Stiamo assistendo da più di un mese ad un film già visto. Era il ’68, studenti e operai in rivolta in tutte le scuole e le piazze; poi gli stessi divennero terroristi, “Brigate Rosse”, “Potere operaio” e tante altre sigle, che diedero l’assalto allo Stato, alle sue istituzioni, ai suoi uomini. Fino al culmine, nel 1978, col rapimento di Aldo Moro, Presidente della Dc. Dieci anni di guerra civile, una guerra a bassa intensità, ha detto Giovanni Pellegrino, Presidente della Commissione Stragi. Non furono i governi di quegli anni a mettere in moto la reazione, almeno non gli uomini più rappresentativi, ma soggetti che si servirono di pezzi dello Stato per mettere in atto una strategia di lotta, provocata dall’attacco della sinistra extraparlamentare, rivoluzionaria e combattente. Dall’altra parte, infatti, si reagì come in genere accade quando lo squilibrio fra le parti in lotta è vistosamente a favore di una delle due: con la violenza fantasma, con lo stragismo. Questa è storia: bombe nelle banche, sui treni, nelle stazioni, nelle piazze, esecuzioni individuali. Ancora oggi non tutto è chiaro di quegli anni; ma da quel che si vede c’è una parte politica, il centrosinistra, che da incosciente fa di tutto per ricreare nel Paese le condizioni per uno scontro di quel livello. È questo che la Schlein vuole dire quando afferma che con la destra estrema al governo la democrazia è in pericolo.
La verità è che oggi, in Italia, sono quelli di sinistra i veri “reazionari”. Sono contrari a tutto, alle riforme come alla costruzione di importanti opere strategiche come il ponte sullo Stretto. Essi si stanno rendendo conto che il governo in carica sta realizzando le promesse che la maggioranza di centrodestra aveva fatto agli italiani. Essi assistono da tre anni ad un susseguirsi di successi del governo Meloni, che senza essere straordinario non si può dire neppure che sia uno scatafascio. I sondaggi, nonostante gli scompigli della sinistra, che denuncia un fallimento che non c’è, danno ragione al governo Meloni. E, allora, che fare? Il ragionamento è semplice: abbatterlo con la violenza, dopo aver creato nel Paese un clima di scontro continuo e sperare che prima o poi la situazione precipiti. Ma se per disgrazia degli italiani un governo liberamente eletto dagli elettori dovesse cadere per il clima di ingestibilità del Paese, provocato dalle sinistre, le conseguenze sarebbero estremamente gravi, in questo caso sì per la democrazia. Perché vorrebbe dire che il sistema democratico non è più in grado di garantire il rispetto del voto; sarebbe una sorta di golpe, mascherato da eccessi democratici, come la guerriglia urbana e le sceneggiate parlamentari, che la sinistra si ostina a chiamare normale protesta democratica.
La parola d’ordine pertanto per la maggioranza di governo è mantenere i nervi saldi, non prestarsi alle provocazioni, sperando che la situazione non vada oltre il sopportabile, come sperano le sinistre, guidate dalla stretega Elly Schlein. Che quando parla, sa quel che dice e perché lo dice!
sabato 25 ottobre 2025
Meloni bene, a parte Trump
Alla domanda su Meloni e Schlein il giurista Sabino Cassese, intervistato da Roberto Gressi del “Corriere della Sera”, ha dato questa risposta: «Non c’è possibilità di paragone. Meloni studia, è la migliore allieva di Togliatti, come lui è realista. E ha capito, come prima di lei De Gasperi, che il modo migliore di fare la politica interna è fare la politica estera. Sull’altro fronte vedo il vuoto politico, solo slogan che inseguono l’ultima notizia dei giornali. Quando Schlein ha detto che la democrazia è a rischio mi sono cadute le braccia» (CdS, 21.10.2025). Giudizio di un uomo di assoluta insospettabilità e di profonda dottrina.
Basterebbero i due nomi citati da Cassese per tenere la Meloni a livelli altissimi, essendo stati Togliatti e De Gasperi due protagonisti in assoluto dell’Italia repubblicana ai suoi inizi, due leader insuperati. Avvertiamo, tuttavia, la necessità di evidenziare ciò che della Meloni in questo momento appare preoccupante e che più in là potrebbe essere causa di una sua crisi. In questa sede nessun paragone con la Schlein o con altri. Riteniamo, però, che le critiche, quando esse hanno un fondamento, vadano fatte non quando tutto va male, quando è facile farle, ma prima, quando tutto sembra arridere.
Qualche evidenza. In occasione delle manifestazioni in tutta Italia in favore della Palestina, che hanno caratterizzato il mese di ottobre, Meloni ha dimostrato di non essere in sintonia col Paese ed ha assunto atteggiamenti di incomprensione se non di conflittualità con esso. A manifestare, infatti, c’era un arco di rappresentanze che andava dagli antagonisti a cittadini moderati e perfino elettori di destra. Recentemente Landini, segretario generale della Cgil, ha tirato le somme definendola “cortigiana di Trump”. Espressione, questa, di una gravità enorme, tanto più che Landini non ha inteso neppure chiederle scusa, confermando di aver voluto dire proprio quello che aveva detto, cioè la Meloni persona che fa parte della corte di Trump. Bando a qualsiasi altra interpretazione, sbagliata oltre che volgare, l’accusa è precisa: la Meloni è troppo appiattita sulle posizioni di Trump. Così appare, anche se così non è. Lei è ferma su posizioni filooccidentali mentre Trump è piuttosto ondivago e per certi aspetti irricevibile. La politica della Meloni è chiara e coerente nei limiti della realtà che cambia e si evolve: europeista e filoamericana, favorevole al riconoscimento di una Palestina moderata e rispettosa di Israele nell’ambito della formula “due popoli due stati”, in favore di una pace giusta in Ucraina. Questi sono i punti fondamentali della sua politica estera, al di là di ogni intento delle opposizioni di denigrarla o di irriderla. Gli elogi pubblici di Trump, di un uomo noto ormai per le sue stravaganze verbali e comportamentali, le fanno più danno che utile. All’infelice sortita di Landini si è aggiunta più recentemente quella della grillina Alessandra Maiorino, che l’ha definita cheerleader (ragazza pon pon).
Il termine cortigiana, femminile di cortigiano, uomo di corte, rimanda al nostro Rinascimento quando nelle corti italiane tutti pendevano dalle labbra del signore e tutti cercavano di non contraddirlo: «Pazzo chi al suo signor contradir vole, / se ben dicesse c’ha veduto il giorno / pieno di stelle e a mezzanotte il sole» (Ariosto, Satire, I). Ora Trump non perde tempo a punire tutti i suoi avversari e a prodursi in trovate vomitevoli come quella prodotta dall’Intelligenza Artificiale, che lo vede in aereo che bombarda col suo sterco i manifestanti che lo contestano per i suoi atteggiamenti da sovrano. Una scena che nessun sovrano vero si sognerebbe mai di immaginare: prendere a merdate i propri sudditi perché dissentono. Ma lo può fare Trump in democrazia, e questo è davvero un problema per gli americani. Sicché quando vediamo la Meloni essere associata a Trump non crediamo che le venga fatta una cortesia. Per questo i leader dei più importanti paesi europei hanno assunto un atteggiamento di prudenza nei confronti del Presidente americano, preferendo molto spesso il silenzio, che non è condanna ma nemmeno consenso. La Meloni perciò dovrebbe stare attenta a non farsi legare troppo ad un politico di tal fatta e a ritagliarsi una sua autonomia, che è poi l’autonomia dell’Italia, dato che lei è a capo del governo italiano; che è l’autonomia dell’Europa. Trump cambia molto spesso parere, ha comportamenti autoritari, da principe capriccioso o da sovrano dispotico. Nessuno può dire quello che lui effettivamente pensa su un determinato problema. A seguirlo nelle sue scorribande, si rischia di fare la fine che prima o poi farà lui.
sabato 18 ottobre 2025
C'era una volta il voto
C’era una volta il voto. Valeva quanto una pepita d’oro. Quando si contavano nello spoglio delle schede era un processo infinito ogni volta che per una incertezza grafica il voto veniva contestato. C’erano i rappresentanti di lista con occhi aperti e lingua pronta a rivendicarlo al proprio partito o ad annullarlo a seconda della convenienza.
Erano così preziosi i voti? Certo. Era preziosa la politica. Erano preziosi i partiti. Erano preziosi i comizi, a cui partecipavano moltitudini di cittadini. Essi, a quei tempi, erano protagonisti; tali si sentivano. Le percentuali dei votanti erano altissime. Fino al conteggio dell’ultima scheda non si conoscevano gli esiti dei vari candidati. Oggi con le proiezioni si sanno dopo appena cento schede scrutinate. Il resto si potrebbe pure zavorrare.
I recenti risultati elettorali delle Regionali di Marche, Calabria e Toscana hanno fatto registrare un ulteriore calo dei votanti. Più della metà degli elettori non è andata a votare. Nelle Marche e in Calabria ha vinto il candidato di centrodestra con largo margine sull’omologo del centrosinistra; in Toscana è accaduto il contrario: ha vinto il candidato del centrosinistra con largo margine sull’avversario di centrodestra.
Viene di pensare che oggi una buona percentuale di votanti, sia di destra che di sinistra, non si rechi a votare perché lo ritiene inutile, a volte deluso dal proprio partito, altre volte nauseato dalla politica. Penserà: con me o senza di me non cambia nulla. Perché gli elettori di sinistra dovevano votare nelle Marche e in Calabria dal momento che era scontato che vincesse il candidato di destra? Così in Toscana, perché l’elettore di destra doveva andare a votare stante la certezza del successo del candidato di sinistra? In altri termini, nelle Marche e in Calabria gli elettori di sinistra hanno ritenuto che era inutile votare; altrettanto hanno pensato gli elettori di destra in Toscana. La pigrizia e un malinteso senso del voto hanno caratterizzato le elezioni. C’è evidentemente una questione psicologica dell’elettore che si sbaglia a non voler considerare in tutta la sua importanza.
Un po’ è accaduto anche per la polarizzazione della politica. All’interno dei due poli gli elettori si sentono meno motivati e determinanti che se si votasse con la proporzionale per il proprio partito, come accadeva al tempo del proporzionalismo, quando i partiti si impegnavano coi loro elettori per raggiungere il miglior risultato possibile da spendere poi nelle formazioni governative che seguivano. Allora, non a caso, si parlava di patriottismo di partito, di orgoglio di appartenenza; di distintivi all’occhiello. Oggi i vari partiti che compongono il cartello, sia a destra che a sinistra, non si sentono motivati. Così ci sono partiti, la Lega a destra e il M5S a sinistra, che battono la fiacca. A destra la Lega spesso non si riconosce nelle posizioni dei Fratelli d’Italia e di Forza Italia e non si sente motivata a portare voti leghisti ad una coalizione nella quale occupa una posizione piuttosto defilata. Così accade nel Campo del centrosinistra. I cattivi risultati del M5S parlano chiaro, il partito non si riconosce appieno in una coalizione in cui a tenere il vertice è un altro partito, in questo caso il Pd. Perché portare acqua ad un mulino che non è il proprio?
Il vero problema della nostra democrazia è la scarsa considerazione che i cittadini hanno del voto, non più pepita d’oro, ma pagliuzza. Ciò è accaduto per la loro crescente marginalità politica. Quando le campagne elettorali si facevano sulle piazze e i politici si rivolgevano direttamente ai cittadini, nel corso dei comizi, gli elettori si sentivano parte importante della politica fin dalla partecipazione al raduno. Oggi è come se tutto si svolgesse in un altrove non credibile, lontano, estraneo, come sono ormai i dibattiti disordinati nelle varie televisioni. I vari talk show di politici e giornalisti hanno tolto la scena ai cittadini, i quali si sentono esclusi dalla competizione politica. Quando si arriva al voto essi si sentono inutili, come se tutto dipendesse da altri fattori e non già dal voto espresso da ciascuno nella cabina elettorale. I sondaggi, peraltro, concorrono a convincere gli elettori che i giochi ormai sono fatti e che è del tutto inutile votare.
Occorrerebbe, a questo punto, un sistema di consultazione elettorale che restituisse centralità ai partiti e concreto protagonismo agli elettori. Fino a quando non si trova bisogna accontentarsi di quel che passa il convento, sperando che prima o poi l’elettorato recuperi entusiasmo e motivazioni per votare.
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