sabato 14 marzo 2026

La vera posta in gioco del Referendum sulla magistratura

Questo referendum sulla magistratura ha ancora una volta dimostrato il carattere bilioso degli italiani. Nonostante gli inviti e le puntualizzazioni ad attenersi al merito della questione, abbiamo assistito alle cose più balorde. Ci sarebbe da raccoglierle in campionario. Dette non da comuni frequentatori di bettole e crocicchi ma da eminentissime persone, le vette si può dire della società e delle istituzioni. Se per un verso c’è da allietarsene perché in fondo hanno dimostrato che siam tutti della stessa pasta, per un altro c’è da dolersene, perché i migliori è necessario che ci siano, come esempi di pedagogia sociale. Ma non ci sono. Chi mai avrebbe immaginato che un Gratteri si esprimesse come uno dei tanti da lui perseguiti? Le persone oneste votano no al referendum, le disoneste votano sì. Ad un giornalista si rivolge e dice con te ce la vediamo dopo il referendum. Chi mai avrebbe immaginato che un ministro della giustizia, come Carlo Nordio, desse del mafioso al consiglio superiore della magistratura e che in epoca di nobilitazione femminile la capo-gabinetto di quel ministro, la Bartolozzi, cadesse in una crisi isterica e dicesse che i magistrati sono un plotone d’esecuzione? E chi poteva pensare che il rettore di una università come Tomaso Montanari chiamasse banditi alcuni alti esponenti delle istituzioni e del governo rei di essere per il sì alla riforma? Dopo questo arrotolarsi nel fango non ci resta che vedere se per caso qualcosa di buono resterà. L’ipotesi è se vince il sì. Se dovesse vincere il no, di giustizia non se ne parlerà più per diverso tempo. La vittoria del sì vorrebbe dire tante cose sui tecnicismi della giustizia sui quali si sono pronunciati fior di studiosi e di addetti ai lavori processuali, con punti di vista diversi. Su questo non è il caso di insistere, anche perché tra il dire e il fare in ogni cosa c’è di mezzo il diavolo con diverse corna. La magistratura, per come è ridotta, è un centro di potere non più sopportabile, inconcepibile in uno Stato di diritto, fondato sulla divisione e separazione dei poteri. Se vincesse il sì potrebbe iniziare per lei un percorso riabilitativo. La magistratura italiana, infatti, da almeno quarant’anni ha trovato il modo di esondare in tutti gli altri poteri dello Stato. E lo ha fatto senza tingere carta, come si dice, attraverso l’influenza politica, l’osmosi con gli altri poteri. Il flusso tra il potere giudiziario e gli altri due poteri è stato più volte rappresentato dai tanti magistrati passati in politica, in gran parte di sinistra. Ci sono magistrati che pensano come politici e operano di conseguenza. Questi magistrati utilizzano le leggi interpretate e applicate come strumenti politici. Sicché – esempio – se un governo ha nel suo programma di portare avanti una politica antimmigrazione e spende un miliardo di euro per realizzare il piano, non può un solo magistrato boicottare tutto, impedire al governo di realizzare legittimamente il suo programma politico. A chi sostiene che a tutto c’è un limite e che questo limite in uno Stato di diritto è la legge e che ad essa sono subordinati tutti i poteri dello Stato, compresi quelli legislativo ed esecutivo, si può rispondere che la legge, come da sempre vediamo, è qualcosa che può essere variamente interpretata. Per questo un giudice condanna, un altro assolve; uno vede il reato, l’altro no. Come uno strumento musicale, che cambia musica a seconda di chi lo suona pur rimanendo uguale a sé stesso, la legge non può prescindere del tutto da chi la interpreta e la applica. La disarticolazione della magistratura, come probabilmente accadrà se vincerà il sì, non è di per sé buona o la cosa migliore che di essa si possa fare, ma va calata nella realtà corrotta dei nostri tempi. Questa realtà ci dice che i magistrati sono oggi sotto accusa, responsabili coi loro comportamenti di aver messo in crisi il loro stesso organo di autogoverno. È necessario perciò che essi recuperino dignità e prestigio. Ciò è possibile solo con la collaborazione del popolo. Dovrebbero essere, perciò, gli stessi magistrati a chiedere al popolo italiano di essere liberati da una condizione degenerata. Ogni tanto essi rivendicano di essere cittadini come tutti gli altri. Ecco, è l’occasione di dimostrarlo.