lunedì 23 febbraio 2026
La lezione delle Olimpiadi
Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 non possono che essere piaciute. Una volta tanto noi italiani, usi a parlar male di noi stessi, dobbiamo prendere atto che ci siamo riusciti magnificamente, forse come meglio non si poteva, ad eccezione di qualche venialità. Sia data lode a chi se la merita. L’evento ha rappresentato un’Italia quale vorremmo che fosse sempre: bella, efficiente, ordinata, positiva e orgogliosa di sé. Un mondo lontano dalle miserie quotidiane, provocate da gente che non riesce a stare al suo posto e soprattutto come si deve. Niente menzogne, più o meno nobili; tutto all’insegna dell’onestà sportiva. Abbiamo saputo anche vincere medaglie come non era mai accaduto prima. Il che non guasta, anzi. Una bella festa, con tante bandiere dappertutto, tra le mani della gente, accorsa numerosa da ogni parte del mondo; bandiere tutte di uno stesso valore, quella dell’Andorra quanto quella degli Usa, secondo lo spirito di Olimpia. Uno spettacolo di popolo che ha coinvolto emotivamente gli spettatori colà accorsi e quelli di casa davanti al televisore.
All’evento ha partecipato con la sua vicinanza, anche fisica, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una presenza, la sua, ben più che formale e di circostanza, simbolo di unità e di concordia, ma anche di richiamo ai valori della convivenza civile e del rispetto, quale lo sport riesce ad esprimere, come a dire in questa prova planetaria ci siamo tutti. Tutto questo è accaduto senza altri fini se non di onorare una tradizione che dura da millenni. Ovvio che intorno sono girati miliardi, come in tutti gli eventi di questa portata; ma al giorno d’oggi non può essere che così. In Grecia, dove le Olimpiadi nacquero, non costavano niente; si interrompevano le guerre per i giochi olimpici da tenere ogni quattro anni. Gli antichi avevano una concezione più religiosa della vita. Ettore e Aiace – ci dice Omero nell’Iliade – smettono di battersi e si scambiano i doni al calar delle tenebre, perché a quell’ora giunge la pace; non c’è posto per le ostilità. Putin non ha neppure tentato di proporre una tregua per partecipare ai giochi.
Ma proprio perché le Olimpiadi sono state il trionfo del benessere e della pace hanno fatto pensare inevitabilmente al loro contrario, ad un mondo squassato da sofferenze e da guerre. Mentre nel paradiso dei giochi olimpici trionfavano il bello e il buono, il lusso e lo svago, in un vogliamoci bene generalizzato, in altre parti del mondo c’era l’inferno, si soffriva, si era bombardati ininterrottamente, si moriva di freddo e di fame. Le Olimpiadi, con la loro realtà oggettiva, hanno evocato il contrasto, l’altra faccia della realtà. Lo si rileva non per dire che le Olimpiadi non si dovessero fare ma che le armi dovevano tacere, almeno per qualche giorno.
Si dirà, è la vita, la solita vita, quella di avere sempre due facce. Da una parte il bello, dall’altra il brutto. Da una parte la gioia di vivere e la spensieratezza, dall’altra la pena di soffrire e di morire. Gli antagonisti, ormai abituali sostenitori di “noi no”, in servizio permanente effettivo, ne hanno approfittato e hanno cercato con una serie di attentati alle linee ferroviarie di rovinare la festa ai loro “nemici”, una volta di classe, oggi nemici e basta. Certo, il loro non è il modo di porre le cose, si sarebbero potute verificare tragedie, ma è stato una sorta di campanello per distogliere un attimo l’attenzione di tutti e ricordare loro che oltre alla ricchezza c’è la povertà, che oltre allo svago c’è la sofferenza, che oltre all’atleta del bene c’è l’atleta del male, che esiste un’altra realtà che chiede pace e giustizia. Un monito: il bello delle Olimpiadi non deve nascondere il brutto del mondo, la realtà del bisogno, i problemi che urgono di essere risolti.
Le Olimpiadi ci danno una lezione di vita, ci dicono che non dobbiamo dilatare lo spazio del piacere quando sappiamo che appena ci voltiamo vediamo un mondo di bisognosi variamente sofferenti, i quali sperano nell’aiuto degli altri. Ora che sono finite, che il grande spettacolo si è concluso, dobbiamo pensare alla realtà coi suoi mille problemi e cercare di risolverne almeno qualcuno, con la speranza che tra quattro anni la distanza tra il mondo del bello e quello del brutto si sia ridotta.
Gigi Montonato
domenica 15 febbraio 2026
Referendum giustizia: vincerà la ragion politica
Verrebbe, la mattina del 22 marzo prossimo, prima di andare a votare per il referendum, prendere un mazzo di napoletane e farsi un bel solitario, un Napoleone, traendone gli auspici. SI, nel caso uscisse; NO nel caso contrario. Dopo tutto quello che si è visto e sentito negli ultimi tempi, sani ragionamenti di principio e autentiche schifezze propagandistiche, in cui si sono distinti autentici campioni di dottrina e improvvisatori di strada, verrebbe la tentazione di affidarsi all’alea delle carte. Ma vogliamo essere razionali fino in fondo, a dispetto di tutto e di tutti. Ci soccorre il criterio del patriottismo di partito e dunque la ragion politica. Quando la situazione si fa confusa allora conviene votare con fermezza per qualcosa di chiaro.
Partiamo da una considerazione. Agli inizi della campagna referendaria, quando si poteva pure ragionare nel merito, il SI era in notevole vantaggio. Man mano che l’esito del referendum si è posto come dato politico il NO ha recuperato terreno fino quasi ad avere la stessa percentuale del SI, che è poi l’equilibrio che c’è tra i due schieramenti. All’inizio le posizioni favorevoli e contrarie erano trasversali. C’erano sostenitori del SI che militavano nei partiti di centrosinistra ed altri, sostenitori del NO, che provenivano dal centrodestra. Ciò faceva pensare che questa volta il confronto tra le due parti sarebbe avvenuto nel merito, ossia nell’idea di giustizia che ognuno ha relativamente alla separazione delle carriere dei magistrati. A questa prima contrapposizione, per così dire ragionata, è subentrata la confusione della propaganda. Non si è più ragionato ma colpito gli avversari con qualsiasi cosa capitasse tra le mani. Da una parte l’accostamento ai NO degli antagonisti che devastano le città, dall’altra l’identificazione dei votanti SI a gente di malaffare, massoni deviati, inquisiti e compagnia cantando (Gratteri copyright). In mezzo espedienti propagandistici vergognosi da ambo le parti. La confusione era inevitabile. Essa, perciò, suggerisce di mettere da parte gli arzigogoli della discussione e decidere di stare o da una parte o dall’altra. In una situazione in cui tutti hanno ragione e tutti hanno torto, la scelta di campo a prescindere è la sola via giusta da seguire. Ai cittadini non resta che astenersi o votare lo schieramento di appartenenza, a prescindere dalla giustezza o meno della separazione delle carriere dei magistrati. Se questo da un lato fa stare in pace con sé stesso l’elettore, dall’altro prova ancora una volta che noi italiani non sappiamo utilizzare un referendum.
Ormai è chiaro a tutti che non è un voto sulle carriere dei magistrati ma è un’ordalia sul governo Meloni. Se dopo tre anni e mezzo questo governo dovesse inciampare ad un sasso sporgente, come la bocciatura di una sua riforma qualificata e qualificante, se pure non dovesse comportare ipso facto la sua caduta sarebbe comunque uno smacco pesantissimo, non senza conseguenze letali nel breve o lungo termine. La scadenza elettorale del 2027 è alle porte.
Appare evidente, allora, la necessità di non porsi tanti problemi. In gioco non ci sono il bianco e il nero della giustizia. La separazione delle carriere dei giudici non cambia una virgola nella giustizia italiana, non la rende più sicura, più rapida, più efficiente ed efficace. Se ciò accadesse veramente ci sarebbe da andare in pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela. Ormai questo lo abbiamo capito tutti. Quel che è in campo è lo scontro politico tra il centrodestra e il centrosinistra, una sorta di anteprima delle elezioni del 2027.
L’icona di questa deriva ben la rappresenta Matteo Renzi, il quale continua a dire che deciderà cosa votare all’ultimo momento. Che è come dire lo dirò “dopo”. Renzi è uno dei più furbi politici che abbiamo. Davvero non sa quel che farà il 22 e 23 di marzo? La furbizia, però, ha sempre qualcosa di infantile. Renzi solo poco tempo fa ce l’aveva coi giudici “pro domo sua” e ha seguito le fasi della riforma in Parlamento ammiccando più al SI che al NO. Solo di recente ha incominciato a vacillare per non crearsi problemi col “Campo largo”, coalizione a cui appartiene, decisamente schierata per il NO. Deciderà il furbastro fiorentino quando si renderà conto di dove spira il vento dei sondaggi, col margine di errore minimo. Se votasse SI e dovesse vincere, potrebbe accreditarsi tra i vincitori, benché fosse nello schieramento di centrosinistra. Se dovesse vincere il NO, farebbe la parte della mosca cocchiera. Questo voler tenere il piede in due staffe è tipico di chi “o Franza o Spagna purché se magna”, nel caso “purché se gana”.
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